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Esoterismo
ARCHEOLOGIA PROIBITA
Quello che la scienza preferisce ignorare.
Michael A. Cremo
Questo testo trae ispirazione da quanto riportano le antiche fonti
sanscrite dell'India, generalmente indicate come "Veda" o
"letteratura vedica".
Fra gli scritti vedici tradizionali abbiamo i "Purana" o "storie",
che raccontano della nascita e dello sviluppo della vita e della
civiltà umana sul nostro pianeta in un ciclico corso e ricorso di
centinaia di milioni di anni.
L'unità base di tali cicli epocali è chiamata "il Giorno di Brahma",
dal nome della omonima divinità indù, la cui durata è 4,3 miliardi
di anni.
Il "Giorno di Brahma" è seguito da una "Notte di Brahma", che dura
altrettanto. Alla Notte segue un Giorno, in una successione senza
fine. Durante il Giorno la vita, inclusa quella umana, si manifesta
nell'universo, ma ciò non avviene durante la Notte.
In base agli antichi calendari sanscriti, oggi dovremmo trovarci da
circa 2 miliardi di anni nell'attuale Giorno di Brahma.
L'archeologia vedica si attenderebbe dunque di trovare tracce di
vita umana già circa 2 miliardi di anni fa. Il perché è presto
detto.
Le storie dei Veda ci parlano anche di uomini-scimmia.
L'idea di uomini-scimmia non è dunque stata inventata dagli
scienziati europei del XIX secolo, dal momento che già migliaia di
anni fa i saggi che redassero i Veda ne fecero specifica menzione.
Però secondo loro con questi esseri coesistevano anche uomini come
noi e dunque l'uomo non discenderebbe dalla scimmia, bensì avrebbe
convissuto con tali creature addirittura per centinaia di milioni di
anni.
I concetti sulla evoluzione e la storia umana di cui sopra sono in
ogni caso necessariamente diversi da quelli che abbiamo ricevuto da
Charles Darwin e dai suoi moderni seguaci.
Il Darwinismo è tuttora in auge nell'ambito della scienza moderna,
ma oggi le critiche non mancano, quantunque tale teoria suoni
estremamente convincente.
I Darwinisti ritengono che la vita abbia avuto inizio su questo
pianeta circa 2 miliardi di anni fa, data indiscussa considerata la
più remota per l'apparizione delle sue prime forme sulla Terra.
Tali indizi si riferiscono ai fossili di piccole creature
unicellulari, sul tipo delle odierne alghe.
La loro età corrisponde, sorprendentemente, proprio all'inizio
dell'attuale "Giorno di Brahma".
I Darwinisti sostengono altresì che le prime scimmie si
manifestarono circa 40 milioni di anni fa, i primi uomini-scimmia
fra i 5 e i 6 milioni di anni fa, e i primi esseri umani simili a
noi circa 100.000 anni fa; inoltre affermano che le scoperte di
varie prove fisiche a supporto di ciò finora registrate dagli
scienziati confermano totalmente tali ipotesi.
In realtà, quando con Richard Thompson ho deciso di affrontare una
analisi approfondita di tutti i riscontri a livello paleontologico
ed archeologico relativi all'intero vasto lasso di tempo degli
ultimi due miliardi di anni, è emerso che, nonostante l'opinione
attualmente dominante, l'apparente presenza umana si manifesta ben
al di fuori degli schemi indicati dal Darwinismo.
Di tutto ciò ci siamo occupati, con tutte le fonti e documentazioni
relative, nel nostro corposo best-seller internazionale, tradotto in
varie lingue, "Forbidden Archaeology: the hidden history of the
human race" (Trad. it. parziale: Archeologia proibita: la storia
segreta della razza umana, Gruppo Edit. Futura, Milano 1998) e nel
successivo volume "Forbidden Archaeology’s impact".
A questo punto ci si chiederà per quale ragione, se i dati da noi
raccolti e divulgati mostrano quanto detto, non se ne senta allora
parlare.
La ragione di ciò è dovuta ad un inevitabile e pressoché naturale
processo di "filtraggio della conoscenza" da parte del moderno mondo
scientifico, ieri come oggi.
In altri termini, è come se il mondo accademico, da sempre e per
definizione istituzionale e conservatore, costituisse un vero e
proprio "filtro" per le idee e le scoperte scientifiche nuove.
Nella misura in cui si conformi a tale "filtro", che risulta
necessariamente e "fisiologicamente" formato da concetti "fissi" e
"tradizionali", qualsiasi nuovo elemento è destinato a "passare" con
maggiore o minore rapidità senza eccessivi problemi, e verrà così
facilmente inserito in libri di testo, discusso dagli scienziati ed
esibito nei musei. Ma se un dato non si adatta al "filtro" con tutto
il suo contesto di idee fisse, esso verrà allora per forza di cose
contrastato, rigettato, dimenticato, ignorato e magari perfino
soppresso a bella posta. E non lo vedrete mai menzionato in testi
accademici, oggetto di conferenze o dibattiti a livello scientifico
e tanto meno inserito nel patrimonio museale (anche se potrebbe
rimanervi sepolto e ignorato nei magazzini con i tanti "pezzi" non
destinati ad essere esibiti in quanto dichiarati "di minore
importanza" e di cui nessuno sa né saprà così mai nulla). In campo
archeologico, tale particolare processo di "filtraggio della
conoscenza" sta andando avanti in questi termini da almeno 150 anni,
come anche solo pochi esempi varranno a dimostrare.
Alcuni risalgono all'archeologia di ieri, altri a quella di oggi.
Un caso che merita di essere ricordato risale al XIX secolo, e
precisamente alla famosa "corsa all'oro" che richiamò in California
gente in cerca di fortuna da tutto il mondo.
Per estrarre l’oro, i minatori scavavano gallerie nelle pendici
delle montagne, penetrando nella viva roccia. Ma veniamo a Table
Mountain, nella regione delle miniere d’oro della California. Qui i
cercatori d’oro, scavando a centinaia di metri di profondità, si
imbatterono in numerosi scheletri umani antichi non dissimili dai
nostri, e non certo in resti di uomini-scimmia. Così pure furono
trovati strumenti ed armi di pietra a centinaia, in diverse zone
dello stesso sito. Fra di essi un pesto ed un mortaio, non molto
diversi da quelli oggi noti. Solo che c’era un problema. Entrambi
gli oggetti furono trovati in strati rocciosi corrispondenti alla
parte inferiore del periodo geologico chiamato Eocene, proprio di 50
milioni di anni fa.
Un archeologo che accettasse le concezioni vediche non sarebbe
affatto sorpreso di rilevare tracce umane in quell’epoca,
naturalmente, in quanto si attenderebbe di trovarne ben prima, fino
forse a circa 2 miliardi di anni or sono. Ma per un normale
archeologo tutto ciò è contraddittorio e inconcepibile, riferendosi
ciò ad un’epoca anteriore alla comparsa delle scimmie e dei primi
antropoidi.
Le scoperte sopra ricordate nelle miniere d’oro della California
furono segnalate al mondo scientifico dal Dr. J. D. Whitney, un
geologo statale californiano.
Egli scrisse un documentatissimo e corposo volume su tali scoperte,
che fu anche pubblicato dall’Università americana di Harvard nel
1880. Ciò nonostante nessuno parla più oggi di quei dati, in
conseguenza del processo di "filtraggio della conoscenza" di cui
abbiamo accennato.
Lo scienziato responsabile di tale "filtraggio" conoscitivo fu, nel
caso specifico, il Dr. William B. Holmes, un influente antropologo
della "Smithsonian Institution" di Washington, D.C., che al riguardo
dichiarò testualmente, con sorprendente sincerità: "Se il Dr.
Whitney avesse compreso la teoria dell’evoluzione umana come è oggi
accettata, egli avrebbe esitato ad annunciare le sue conclusioni, a
dispetto dell’imponente contesto testimoniale con cui si è
confrontato".
In altri termini, se i fatti non si adattano alla teoria
dell’evoluzione umana indicata da Darwin, essi vanno messi da parte
e la persona che li riferisse o sostenesse va screditata.
Esattamente quello che è avvenuto e tuttora avviene.
Ho anche avuto una mia esperienza personale nel processo di
"filtraggio della conoscenza" in rapporto alle scoperte nelle
miniere d’oro californiane. Alcuni anni or sono, infatti, operavo
come consulente di un programma televisivo sulle "Misteriose Origini
dell’Uomo" ("The Mysterious Origins of Man") realizzato dalla NBC,
la più popolare rete TV degli USA, e presentato da un testimonial
d’eccezione, il famoso attore hollywoodiano Charlton Heston. La
maggior parte degli americani considerano le parole di questo
attore-presentatore - inamovibile nell’immaginario collettivo del
pubblico dal ruolo profetico-sacrale proprio del suo Mosè ne "I
Dieci Comandamenti" di Cecil De Mille - allo stesso livello di
quelle che potrebbe indirizzarci Dio stesso. Durante le riprese del
programma, raccomandai ai produttori di recarsi al Museo di Storia
Naturale dell’Università della California a Berkeley in quanto in
esso si trovavano i manufatti di 50 milioni di anni fa estratti
dalle miniere d’oro californiane. Ma i responsabili del Museo
rifiutarono di concedere il permesso di filmare tali manufatti. Ciò
nonostante, fummo egualmente in grado di utilizzare ed esibire
alcune delle vecchie fotografie scattate nel XIX secolo. Si ricordi
inoltre che gli scienziati darwinisti americani hanno fatto
pressioni di ogni mezzo sulla NBC perché il programma non fosse
mandato in onda, fortunatamente senza riuscirci. È significativo che
la NBC abbia poi pubblicizzato la trasmissione rivolgendosi agli
americani con lo slogan: "Guardate il programma che gli scienziati
non vogliono che vediate!".
Adesso consideriamo un caso più recente nella storia
dell’archeologia.
Nel 1979, Mary Leakey trovò dozzine di impronte in una località
dell’Africa Orientale chiamata Laetoli, in Tanzania. La scienziata
dichiarò anche che esse non potevano essere distinte da quelle
lasciate dai piedi di essere umani odierni, solo che esse si
trovavano in strati costituiti da ceneri vulcaniche solidificate di
3.700.000 anni fa: un’epoca in cui, secondo le concezioni
scientifiche attuali, uomini in grado di lasciarle non avrebbero
dovuto esistere. Come darne ragione, allora?
Gli scienziati, a questo punto, si sono limitati ad ipotizzare che
3.700.000 anni fa abbia necessariamente dovuto esistere in Africa
"un qualche tipo di uomo-scimmia con i piedi fatti come i nostri", e
che ciò sia all’origine di tali impronte. La proposta è
interessante, ma è totalmente priva di qualsivoglia elemento di
prova a livello scientifico. Anche perché gli scienziati hanno già
da tempo a disposizione gli scheletri di un uomo-scimmia vissuto
3.700.000 anni or sono in Africa Orientale, il cosiddetto "Australopiteco".
E la struttura del piede di un Australopiteco si differenzia
nettamente da quella dell’uomo d’oggi.
La questione venne fuori nel 1999, quando partecipai al Congresso
Archeologico Mondiale di Cape Town, in Sud Africa. Fra gli oratori
figurava anche Ron Clarke, che nel 1998 aveva scoperto uno scheletro
praticamente completo di Australopiteco in località Sterkfontein, in
Sud Africa. Tale scoperta era stata ampiamente pubblicizzata sui
media di tutto il mondo come "il più antico antenato dell’uomo".
L’esemplare era in effetti vecchio di 3.700.000 anni, come le
impronte di Laetoli. Ma c’era un problema.
Ron Clarke, infatti, ricostruì i piedi del suo Australopiteco di
Sterkfontein in termini scimmieschi; e su questo niente da dire,
visto che le ossa delle estremità inferiori della creatura erano
decisamente scimmieschi. Per esempio, si vede che l’alluce è molto
allungato e proteso lateralmente, sul tipo del pollice di una mano
umana; ma così pure che anche le altre dita sono decisamente
allungate, di almeno una volta e mezzo in più rispetto al piede
dell’uomo. Pertanto tale piede non presentava certo caratteristiche
umane. Di conseguenza, dopo che Clarke ebbe presentato la sua
relazione congressuale, alzai la mano e gli posi direttamente una
domanda: "Perché mai la struttura del piede dell’Australopiteco di
Sterkfontein non corrisponde alle impronte scoperte da Mary Leakey a
Laetoli, che sono contemporanee (3.700.000 di anni fa) e simili a
quelle lasciate dall’uomo moderno?"
La risposta non era facile. Ron Clarke sosteneva di avere scoperto
il più antico antenato dell’uomo, eppure esseri apparentemente come
noi andavano in giro in Africa nella stessa epoca. Sapete come ha
risposto? Egli sostenne che era stato proprio il "suo"
Australopiteco a lasciare in effetti le impronte di Laetoli, solo
che, per giustificare le caratteristiche di queste ultime, si doveva
allora ritenere che camminando dovesse spostare l’alluce tutto a
ridosso delle altre quattro dita del piede, con queste tutte
ripiegate su loro stesse: insomma, era un po’ come se un acrobata
che volesse procedere eretto ma reggendosi sugli arti superiori
camminasse sui pugni invece che sulle mani!
Non c’è neanche bisogno di dire che tale spiegazione era ed è del
tutto risibile, e che io risi, infatti. Ma la platea, composta da
una grande maggioranza di archeologi accademici di impostazione
evoluzionista, si guardò bene dal farlo, in un silenzio totale. Le
regole di comportamento dell’Establishment scientifico dominante
sono e restano ferree.
Quando poi gli scienziati finiscono con lo scoprire "qualcosa che
non deve essere scoperto", possono soffrirne non poco a livello
professionale. È il caso della Dott.sa Virginia Steen-McIntyre, una
geologa americana che conosco personalmente.
Nei primi anni Settanta, alcuni archeologi statunitensi scoprirono
alcuni strumenti ed armi in pietra in località Hueyatlaco, in
Messico. Fra questi reperti figuravano punte di freccia e di lancia.
Era chiaro fin dall’inizio per gli archeologi che le avevano
scoperte che tali armi erano state usate da uomini come noi, e non
certo da uomini-scimmia. Ma a che epoca risalivano esattamente?
In genere in questi casi la risposta la danno i geologi, in funzione
degli strati geologici in cui sono i reperti. Nel caso specifico fu
coinvolta Virginia Steen-McIntyre che, utilizzando i quattro più
recenti metodi di datazione geologica con i colleghi dello "United
States Geological Survey", determinò che gli strati in cui si
trovavano i reperti risalivano a 300.000 anni fa!
Quando il dato fu comunicato al capo degli archeologi, la sua
risposta fu immediata quanto seccata ed incredula: "Impossibile! Non
esistevano uomini 300.000 anni or sono in nessun luogo del mondo!".
Quanto al Nord America, le odierne teorie indicano la comparsa
dell’uomo non prima di 30.000 anni a. C., com’è noto. E allora cosa
fecero gli archeologi?
In primis, rifiutarono di pubblicare la data di 300.000 anni fa. In
secundis, vi sostituirono invece una datazione più "logica": 20.000
anni or sono. Ciò in quanto un pezzo di conchiglia rinvenuto a ben 5
chilometri dal sito in cui i reperti furono rinvenuti aveva fornito
una datazione al Carbonio 14 riferita, appunto, a 20.000 anni fa!
Ma la Dott.sa Virginia Steen-McIntyre non si dette per vinta,
ribadendo i dati rilevati. Solo che ciò le comportò una pessima
reputazione a livello professionale nonché la perdita
dell’insegnamento universitario, mentre tutte le possibilità di
avanzamento acquisite con la sua precedente attività presso l’"United
States Geological Survey" furono bloccate. La scienziata ne fu così
disgustata che si ritirò in una cittadina delle Montagne Rocciose,
in Colorado, rimanendo in silenzio per anni. Finché io non venni a
sapere del suo caso e lo menzionai in , "Forbidden Archaeology: the
hidden history of the human race", conferendo al suo lavoro
l’attenzione che merita. È anche grazie a ciò che oggi il sito di
Hueyatlaco in Messico viene studiato da archeologi dalla mente più
aperta, e c’è da sperare che le conclusioni della Steen-McIntyre
trovino presto ulteriore conferma.
Ma veniamo all’Italia.
Alla fine del XIX secolo (1880) il geologo Giuseppe Ragazzoni
rinvenne a Castenedolo, nel Bresciano, un cranio umano
anatomicamente moderno, unitamente ai resti scheletrici di altre
quattro persone. Il tutto si trovava in strati geologici
corrispondenti ad un’epoca di 5 milioni di anni fa, ed era logico
che la cosa apparisse inconcepibile.
"Nulla di misterioso" direbbero all’unisono gli scienziati
darwinisti. "Solo qualche migliaio di anni fa qualcuno morì, e i
suoi contemporanei ritennero di dover scavargli una tomba molto
profonda in fondo ala quale collocarono il corpo che, così inserito
in strati di ben maggiore antichità, sembra oggi appartenere ad
un’epoca che viceversa non gli è propria". Tutto chiaro, dunque?
Non proprio. Un fatto simile, definito una "sepoltura intrusiva",
può in effetti verificarsi.
Ma nel caso specifico Ragazzoni, un geologo professionista, era ben
consapevole di tale possibilità. "Se si fosse trattato di una
sepoltura - dichiarò - gli strati superiori a quelli in cui il corpo
è stato rinvenuto sarebbero stati anche solo parzialmente alterati o
comunque disturbati dall’interramento del corpo in profondità". E le
sue verifiche avevano escluso ciò, a conferma che gli scheletri
risalivano davvero agli strati rocciosi in cui erano stati
rinvenuti, ossia 5 milioni di anni fa.
Spostiamoci adesso in Belgio.
All’inizio nel XX secolo il geologo A. Rutot fece una serie di
interessanti scoperte in quel paese. Egli infatti portò alla luce
centinaia di strumenti ed armi in pietra, estraendoli da strati
rocciosi corrispondenti a 30 milioni di anni fa. Ho sopra detto
della difficoltà invariabilmente manifestatasi qualora si richieda
di vedere oggetti "scomodi" per l’Establishment accademico in
relazione ai ritrovamenti della fine del XIX secolo in California.
Stavolta però a me fu possibile vedere e anche fotografare i reperti
recuperati da Rutot, durante un giro di conferenze in Olanda e
Belgio. A Bruxelles chiesi infatti ad un mio accompagnatore di
visitare al Museo Reale di Scienze Naturali la collezione di Rutot
e, sebbene i responsabili del museo avessero negato la sua
esistenza, alla fine saltò fuori un archeologo che sapeva di cosa
stavamo parlando e ci indicò i pezzi in questione. Non c’è neanche
bisogno di dire che però essi non sono visibili al pubblico.
Di quanto bisogna risalire nel tempo per citare casi simili?
Nel dicembre del 1862, ad esempio, negli Stati Uniti un giornale
scientifico chiamato "The Geologist" riferì della scoperta di uno
scheletro umano completo ed anatomicamente moderno a 30 metri di
profondità nella Macoupin Country, in Illinois, USA. In base al
resoconto scientifico agli atti, direttamente al di sopra dello
scheletro vi era uno strato roccioso continuo ed inalterato dello
spessore di più di un metro, esteso orizzontalmente in tutte le
direzioni per vari metri tutt’intorno, Cosa, questa, che esclude
necessariamente qualunque possibilità di una sepoltura intrusiva.
Solo che, secondo i resoconti geologici del caso, gli strati che
inglobavano lo scheletro risalgono a 300 milioni di anni: un dato
totalmente impossibile per l’archeologia ortodossa.
300 milioni di anni fa corrispondono ad un’epoca anteriore alla
comparsa dei dinosauri sulla Terra.
Si tenga presente che tutto quello che abbiamo finora menzionato è
stato effettuato e riscontrato da scienziati professionisti, ovvero
debitamente riportato nella letteratura scientifica professionale ed
accademica.
Ma è altresì logico che se ritrovamenti e scoperte "controcorrente"
del genere hanno riguardato, come abbiamo visto, non pochi esponenti
della scienza ufficiale, è così pure altrettanto possibile che
abbiano spesso coinvolto anche persone al di fuori dell’ambito
scientifico, ovvero gente comune. E le segnalazioni di costoro,
seppur non riferite da riviste scientifiche, possono in effetti
apparire anche nelle pagine dei giornali di informazione e di
costume e nella stampa popolare. E non per questo sono meno vere.
A livello esemplificativo riferisco un resoconto giornalistico
estratto dal "Morrisonville Times", un piccolo quotidiano locale
edito nella cittadina di Morrisonville, in Illinois, nel 1892. Esso
riferisce di una donna che stava mettendo dei pezzi di carbone nella
sua stufa "fin de siecle". Uno di tali pezzi si spezzò
improvvisamente in due e dal suo interno emerse una catena d’oro.
Alle due estremità erano rimasti attaccati i due pezzi del blocco di
carbone, a dimostrazione che la catena era contenuta all’interno del
pezzo successivamente divisosi. In seguito alle indicazioni fornite
dal giornali, siamo riusciti a risalire alla miniera da cui era
stato estratto.
E successivi riscontri effettuati oggi presso il "Geological Survey",
dello Stato dell’Illinois indicarono che il carbone ivi estratto è
vecchio di 300 milioni di anni. Per inciso, la stessa epoca del
sopra citato scheletro umano rinvenuto poco più di trenta anni
prima, sempre in Illinois, nella Macoupin County.
Se vogliamo tornare alla letteratura strettamente scientifica, la "Scientific
American" riferì nel 1852 di un bel vaso metallico estratto da un
massiccio strato roccioso di 5 metri di profondità nella zona di
Boston. Orbene, secondo i resoconti geologici attuali l’età della
roccia in quella località è di 500 milioni di anni!
Gli oggetti più antichi che ho incontrato nella mia ricerca sono
comunque delle sfere metalliche rinvenute dell’ultimo ventennio dai
minatori a Ottosdalin, nella regione del Transvaal Occidentale, in
Sud Africa. Sono oggetti del diametro variabile da 1 a 2 centimetri
e presentano dei curiosi solchi paralleli lungo il loro "equatore".
Le sfere sono state esaminate da esperti in metallurgia prima di
essere filmate per il già citato programma TV "The Mysterious
Origins of Man", e il loro parere è stato concorde: non esiste
spiegazione per giustificare una formazione naturale dei solchi e,
dunque, le sfere appaiono il prodotto di una qualche tecnologia
intelligente. Fatto è che provengono da un deposito minerario
geologicamente vecchio di oltre 2 miliardi di anni!
Potrei continuare a lungo, riferendo a piacere innumerevoli dati
citati nel mio volume "Forbidden Archaeology: the hidden history of
the human race" e nel suo seguito " volume "Forbidden Archaeology’s
impact". Ma a questo punto è meglio fermarsi.
Vorrei concludere però con un’ultima considerazione.
È stato ossessivamente sostenuto e monotonamente ripetuto dai
Darwinisti che tutte le prove fisiche raccolte a tutt’oggi sono
assolutamente coerenti con il loro quadro sulle origini dell’Uomo,
per il quale esseri simili a noi sono apparsi circa 100.000 anni fa,
dopo una graduale evoluzione dalle scimmie antropoidi. Tutto
considerato, oggi si deve invece dire che tale affermazione va
ritenuta del tutto falsa e fuorviante.
Per incredibile che possa sembrare, esistono infatti molteplici
scoperte che suggeriscono inequivocabilmente la presenza di esseri
apparentemente simili a noi in periodi cronologici compresi fra i
100.000 e i 2 miliardi di anni fa. Il che non è affatto incoerente
con le fonti vediche di cui abbiamo parlato, con buona pace di un
Establishment scientifico conservatore e miope timoroso di perdere
le certezze sulle quali ha costruito il proprio potere accademico.
Non sarà mai tardi quando gli scienziati della nostra epoca,
dominati da un’arroganza antiscientifica, comprenderanno che la
Tradizione, probabile eredità di conquiste scientifiche acquisite in
un passato senza ricordo, va considerata con maggiore rispetto ed
attenzione. "Nihil su sole novi", dicevano giustamente i Latini.
Erwin
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