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Esoterismo
Oktoberfest, la Baviera incontra
l'Europa

Ogni anno si apre a Monaco,
intorno a metà settembre, l'Oktoberfest, la festa della birra più
grande, famosa e pittoresca del mondo, con i suoi padiglioni, la sua
atmosfera inconfondibile, le sue luci, i suoi suoni e i suoi colori.
In quei giorni l’intera Monaco è letteralmente assediata da turisti
provenienti da tutti gli angoli d’Europa e del mondo: intere
carovane di giovani e adulti che affollano anche l’Hauptbahnhof, la
stazione principale, tanto sono ricolmi alberghi, ostelli e
campeggi; in molti inoltre, tutti gli anni, sono costretti a
pernottare in auto.
Ci si potrebbe domandare come sia possibile che tanti ragazzi,
pantofolai nella restante parte dell’anno, possano percorrere tanti
chilometri, pernottare in condizioni quantomeno disagiate, oltre a
dover fare lunghe passeggiate sotto la pioggia autunnale, pur di
bere qualche boccale di birra in questa festa cui spesso, dopo le
due del pomeriggio, non si riesce neppure a trovare un posto a
sedere. Chi non vi abbia mai partecipato difficilmente se ne potrà
rendere conto: Theresienwiese, l’enorme parco in cui la festa ha
luogo, diviene per una quindicina di giorni un luogo di accoglienza
e di Gemütlichkeit impagabili, si è coinvolti in una festa che,
sebbene nelle sue dimensioni sempre più mastodontiche abbia tutti i
risvolti negativi dell’enorme business, mantiene ancora vivi tanti
caratteri di una celebrazione tradizionale, di una ricorrenza
folklorica e quasi pagana nella sua gioia di vivere e nell’assenza
di quella inibizione moralistica e piena di sensi di colpa che è
tipica del cristianesimo. In Baviera nessuno guarda alla birra come
a uno “strumento del demonio”, secondo l’immagine puritana
d’oltreoceano, né come a un mezzo di traviamento dei giovani. Sono
intere famiglie (sempre molto affabili e cordiali) a partecipare,
rigorosamente nei costumi tradizionali, alla grande bevuta, e anche
i bambini più piccoli vi vengono coinvolti.
Tutto questo ci fa pensare a una visione dell’ebbrezza che, depurata
dai sentimentalismi giudaico-cristiani e dai casi di esagerazione
patologica, riporta addirittura al “sacro e profano” proprî delle
feste tradizionali. La bevanda sacra che dona l’immortalità, il
soma, era collocata dagli antichi Indiani sulla vetta dei monti. Una
tradizione assai affine si riscontra nell’Iran indoeuropeo, con
riferimento all’haoma, che anche nel nome si ricollega strettamente
alla sacra bevanda inebriante indiana. Tra gli antichi Germani la
birra e l’idromele erano strumenti di contatto con l’aldilà e mezzo
per ottenere il furor poetico o guerriero, e analogamente si
riteneva tra gli antichi Celti. L’ebbrezza, in Irlanda, era
collegata ai momenti delle feste, ed era il tramite del contatto con
l’altro mondo, il Sidhe. I Romani non disdegnavano la bionda
cervogia, anche se preferivano i vini, come del resto i Greci (ma si
tratta per lo più delle ovvie varietà ambientali incontrate da
questi popoli di stesso ceppo). Tutto questo ci riporta a un mondo
arcaico nel quale la festa, momento di interruzione del corso
normale del tempo, rimuoveva i vincoli ordinarî della realtà per
fare entrare in contatto con una percezione più distinta della
realtà, o meglio con il mondo sovrannaturale. All’interno di una
precisa celebrazione, dunque, il bere non corrisponde (almeno, non
necessariamente) a una degradazione dell’individuo, ma può anche
aprirgli possibilità di conoscenza superiori. E di fronte agli
squallidi surrogati che la gioventù degenerata d’oggi ha trovato,
per “uscire di se”, l’Oktoberfest appare come una sana tradizione
che merita di essere conservata nel cuore dell’antica nostra Europa.
Alberto Lombardo

Erwin
Erwin@thule-toscana.com |