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PERSONE
Nella sezione vengono presi in
considerazione persone , fatti a loro riconducibili, che sono degni
di nota.
Sono utilizzati personaggi pubblici veri, che a vario titolo, o
senza, sono alla ribalta della cronaca quotidiana.
L’ordine è casuale

ALESSANDRO
PAVOLINI
Alessandro Pavolini è il solo tra i gerarchi fascisti a dovere la
sua fama principalmente alle vicende della RSI, avendo la sua
carriera politica raggiunto il culmine con la nomina a segretario
del Partito Fascista Repubblicano (PFR), ed essendo stato lui il
creatore e capo supremo delle Brigate Nere, estremo tentativo di
combattere i partigiani affrontandoli sullo stesso piano militare.
Per quest’ultimo motivo Pavolini fu figura odiatissima dai membri
del CLN, che lo dipingevano come assassino sanguinario e gran
torturatore di partigiani, fino a ritenerlo responsabile del bagno
di sangue nel quale sfociò la guerra civile anche dopo il 28 Aprile
1945.
Dall’altra parte della barricata, per quelli per intenderci che la
guerra l’hanno persa, Pavolini è invece l’ultimo ad arrendersi,
l’unico che riesce a vivere il fascismo come una fede incrollabile,
fino alle estreme conseguenze, e il cui motto è quello di onore e
fedeltà.
Un violento? Un sanguinario?
Non importa, il fascismo ritrova in Pavolini l’antica e perduta
purezza dello squadrismo, che i fascisti imborghesiti avevano
tentato di cancellare quando, all’indomani della marcia su Roma,
risultava scomodo e dannoso. Sicuramente risulterà molto difficile
credere che la persona della quale stiamo parlando, per tutto il
periodo del regime, era considerato il vero intellettuale del
“gruppo”, uno che si era laureato contemporaneamente in legge e
scienze sociali, che era stato promotore di innumerevoli avvenimenti
culturali, quali il Maggio musicale fiorentino, o la partita di
calcio in costume, ancora oggi viva, in Piazza della Signoria a
Firenze. Eppure è proprio così; in un certo senso in Pavolini si
sublima il motto mazziniano di pensiero ed azione, in una ottica
fascista dell’uomo nuovo, intellettualmente stimolato ma pronto
all’occorrenza a sentire il richiamo poetico della guerra.
E Pavolini il richiamo della guerra lo sentì subito, ma per lui,
classe 1903, la Grande Guerra era scoppiata troppo presto, e così
per provare il brivido dell’azione non gli rimase che indossare la
camicia nera, ad appena 17 anni, e servire la causa come squadrista.
A Firenze, sua città natale, probabilmente si chiedevano da dove
venisse quel ragazzino invasato, piccolo di statura e mingherlino,
che girava per la città seminando il terrore tra i socialisti.
Qualcuno, sgomento, lo avrà riconosciuto e rivolto agli altri avrà
detto: “Ma quello non è Sandro, il figliolo del Professor Paolo
Emilio Pavolini?”.
Il padre era un personaggio di fama nazionale tra gli intellettuali:
professore di sanscrito all’Università di Firenze, uno dei più
rinomati glottologi, famoso per le sue traduzioni dell’opera indiana
Mahabharata e del poema finnico Kalevala, e nel 1930 diverrà
Accademico d’Italia. Alessandro è anche lui una persona di cultura:
studente brillante innamorato di letteratura e giornalismo, viene
dichiarato maturo e pronto per l’università a diciassette anni, in
concomitanza con la sua adesione al Fascismo. A quel punto si
iscrive contemporaneamente a legge a Firenze e a scienze sociali a
Roma cosicché nel 1924 conseguirà due lauree.
All’appuntamento della marcia su Roma si fa trovare un po’
impreparato nel senso che lui a Roma già c’era causa esami
universitari e quindi fa appena in tempo ad inquadrarsi con i suoi
camerati toscani, appena li trova, e comunque acquisisce il diritto
alla “sciarpa littoria”, una specie di gadget che in realtà sarà
negli anni a seguire un viatico insostituibile per ogni carriera
politica. Ed è forse anche grazie a questo che la sua carriera
all’interno del partito è rapidissima, considerando la sua giovane
età: a 22 anni è nominato vicefederale di Firenze e a 24 Federale.
Proprio in questo periodo, durante il quale non trascurava i suoi
interessi letterari scrivendo e pubblicando alcuni romanzi e
continuando l’attività giornalistica, la sua figura di uomo di
cultura viene esaltata. Rilancia l’artigianato con iniziative quali
la mostra a Ponte Vecchio che ancora sopravvive, stimola la
cosiddetta industria del forestiero, cioè il turismo, incoraggia le
arti e le tradizioni locali come l’annuale partita di calcio
fiorentino in Piazza della Signoria, anche questa ancora esistenti
al pari del Maggio musicale, come si è già accennato.
Nonostante la sua provata e saldissima fede fascista, il suo
atteggiamento nei confronti dell’arte e della cultura in genere è
alquanto liberale, in questo trovandosi su una linea abbastanza
simile a quella di Giuseppe Bottai, al quale però non furono
risparmiate critiche, o diametralmente opposta a quella del ben più
ligio Farinacci, per il quale l’arte deve essere solamente uno
strumento volto all’esaltazione del Fascismo.
Pavolini è tollerante nei confronti degli artisti non schierati, e
fingendo di accettare l’apoliticità dell’arte riesce ad ottenere la
collaborazione di artisti importanti e di differenti estrazioni come
Papini, Soffici, Ojetti, Maccari, Carena e Rosai (cfr. Arrigo
Petacco, Il superfascista).
Per le spiccate qualità intellettuali e forse soprattutto per la
amicizia politica con il coetaneo e conterraneo Galeazzo Ciano, nel
1934 viene nominato alla presidenza della Confederazione
professionisti ed artisti e diventa, di conseguenza, membro della
Camera, il che comporterà per tutta la famiglia Pavolini il
trasferimento a Roma, vicino ai palazzi del potere.
È la fine del 1934 e la guerra d’Etiopia incombe: tutti i fascisti
sono tenuti a mettere alla prova il loro eroismo e né Ciano, il
genero del Duce, né Pavolini vogliono mancare a tale appuntamento.
Ciano addirittura vuole Pavolini come membro dell’equipaggio, come
giornalista personale, del suo aereo da bombardamento, nella
squadriglia “la disperata”. La guerra opera una trasformazione
profonda nella mente di Pavolini, che di queste sensazioni scriverà
diffusamente negli anni successivi: un senso di eccitazione lo
pervade, i valori, gli equilibri, i rapporti consueti della vita
quotidiana vengono ribaltati sino a divenire desueti in una realtà,
quella dell’azione, che resta isolata, avulsa dal mondo esterno,
civile, borghese e lontano. È proprio in Etiopia che si può capire
come nasce il Pavolini che le cronache della Guerra civile del ‘43
ci hanno tramandato; è la trasformazione di un intellettuale
sensibile e colto in un uomo d’azione e di comando, un invasato
dalla fede nella guerra, vista come forza capace di far vivere la
vita in modo totalmente nuovo ed inatteso.
Tornato in Italia, gli anni successivi sono anni di attesa per
Pavolini: si dedica alla letteratura, alla vita di società, ai
salotti eleganti e attende con pazienza una “chiamata”, che arriva
nel 1939, anno nel quale Mussolini lo chiama nel suo governo a capo
del Ministero della Cultura Popolare, il celebre Minculpop. In
teoria era il ministero più indicato per lui, visto che da qui
avrebbe potuto dirigere e governare l’intera cultura italiana, in
pratica qui si distinse più come zelante funzionario e censore che
altro, ma i tempi erano difficili: l’Italia era in guerra. In virtù
del nuovo ed influente ruolo assunto nel governo strinse rapporti
stretti con Joseph Göebbles, il potente ministro della propaganda di
Hitler, che è il suo corrispettivo tedesco, e così facendo si attira
contemporaneamente le antipatie di Joachim Von Ribbetrop, il
ministro degli esteri del Reich, che tra i gerarchi nazisti è più
influente di Göebbles.
Questi giochi politici, all’apparenza innocui, si riveleranno di
fondamentale importanza quando Pavolini, per divenire capo del
Fascismo repubblicano, dovrà prima far ricredere più di una persona.
Al momento i tedeschi, cioè Hitler e i suoi gerarchi, non vedono di
buon occhio questo intellettuale toscano che è appena arrivato ai
vertici. Le informative dei servizi segreti nazisti gettano ombre
sulle sue frequentazioni con antifascisti, elementi antitedeschi e
noti ebrei, non ultima la sua amante, la famosa attrice Doris
Duranti. Inoltre la sua affiliazione al cosiddetto “circolo Ciano”,
non deponeva certo a suo favore per quanto riguardava la sua
posizione nei confronti dell’alleato germanico ma i tempi sono quasi
maturi affinché i tedeschi si ricredano e trovino in Pavolini
l’unico fedele ed affidabile alleato.
Nel Febbraio 1943, visto il susseguirsi di brutte notizie dai vari
fronti, Mussolini tenta un rimpasto di governo mandando a casa tra
gli altri Ciano, Bottai, Grandi e Pavolini ma, mentre quest’ultimo
si consola con la direzione del Messaggero, gli altri covano rancore
e meditano la vendetta, che attueranno il 25 Luglio nell’ultima
seduta del Gran Consiglio del Fascismo. Pavolini del Gran Consiglio
non faceva parte, e per fortuna, visto che si sarebbe trovato di
fronte al dramma della sua fedeltà al Duce contrapposta alla sua
amicizia personale e politica con Ciano; purtroppo per lui questa
scelta la dovette comunque compiere in seguito, ed in circostanze
ben più tragiche, come il processo di Verona.
Ma andiamo per ordine: alla caduta del fascismo Pavolini diventa
ricercatissimo dagli antifascisti, e dalla polizia regia che ha
l’ordine di arrestare sia lui che Farinacci, ed è così costretto a
nascondersi nell’ambasciata tedesca prima, e poi a riparare in
Germania, dove si rende ben presto conto dell’ostilità tedesca nei
suoi confronti. Per la verità questa non era una sua prerogativa
dettata dall’antipatia di Ribbentrop, ma un atteggiamento generale
dei tedeschi nei confronti degli italiani che ormai sono
ineluttabilmente i “traditori”, senza distinzioni. Pavolini, in una
trappola dorata a Königsberg, attende impazientemente il maturare
degli eventi ed in particolare la liberazione di Mussolini che
avviene il 12 Settembre 1943. Bisogna rifondare il Fascismo
rapidamente e Mussolini non perde tempo. Per la carica di segretario
del partito ha una rosa di quattro nomi: Farinacci, Ricci, Preziosi
e Pavolini.
Farinacci è tra i quattro il più famoso, visto la sua lunghissima
militanza (era stato eletto deputato nel 1921), ma Mussolini non lo
stimava anche per le sue frequenti prese di posizione contro di lui.
Ricci era stato il fondatore dell’opera nazionale Balilla ma non era
giudicato un personaggio di polso, o meglio non abbastanza. Giovanni
Preziosi, ex prete avellinese, è famoso soprattutto per le sue
violente campagne antisemite che lo fanno un naturale protetto di
Rosemberg, ma a parte questo e una fama di menagramo non ha altre
qualità. Non resta che Pavolini: nelle ultime settimane ha
sicuramente riguadagnato punti nei confronti dei tedeschi con le sue
dichiarazioni sui traditori del 25 Luglio, per i quali egli auspica
il capestro, senza contare la sua ben nota fedeltà al Regime. Contro
ha il suo non essere antisemita, la sua amicizia con Ciano e un
passato più da intellettuale salottiero che da uomo d’arme.
Mussolini valuta, soppesa i pro e i contro e, come sua consuetudine,
rapidamente decide: sarà Pavolini il nuovo segretario.
Inizia così la fase più importante della vita di Alessandro Pavolini,
primo e ultimo segretario del PFR.

Erwin
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