|
PERSONE
Nella sezione vengono presi in
considerazione persone , fatti a loro riconducibili, che sono degni
di nota.
Sono utilizzati personaggi pubblici veri, che a vario titolo, o
senza, sono alla ribalta della cronaca quotidiana.
L’ordine è casuale
Giorgio Franco Freda
LA DISINTEGRAZIONE DEL SISTEMA

"È inevitabile che in questo mondo di sfruttatori e di sfruttati non
sia possibile alcuna grandezza che per ultima istanza non abbia il
fatto economico. Vengono bensì contrapposte due specie di uomini, di
ani, di morali, ma non occorre avere molto acume per accorgersi che
unica è la sorgente che le alimenta. Così è anche da un medesimo
tipo di progresso che i protagonisti della lotta economica traggono
la loro giustifi cazione. Essi si incontrano nella pretesa
fondamentale di essere ognuno il vero autore della prosperità
sociale per cui ognuno è convinto di poter minare le posizioni
dell'avversario quando riesce a contestargli ogni diritto di
presentarsi come tale." La ragione fondamentale che ci ha indotto a
convocare questo Congresso è determinata dal profondo convincimento
- mio e vostro - che il momento presente imponga alla - mio e vostro
- che il momento presente imponga alla nostra organizzazione
l'esigenza di "serrare i ranghi" attorno ai motivi centrali della
nostra idea della vita e del mondo. L'esigenza, in primo luogo, di
riconoscere quali siano realmente i piani di riferimento, i cànoni
da cui derivare la nostra presenza politica - di scorgere la
direzione ideale da assumere. In secondo luogo - o, meglio,
conseguentemente e simultaneamente -, l'esigenza di articolare in
uno schieramento elastico, agile, senza complessi, senza inibizioni
- in una parola: spregiudicato -la nostra vocazione, la nostra
volontà di lotta politica. Noi ci troviamo al punto in cui la
necessità di rappresentare gli errori trascorsi, di comprendere i
motivi fondamentali che hanno potuto permetterli, si incrocia col
dovere di affondare le nostre radici - "nostre", cioè di uomini che
si dedicano alla politica senza riserve mentali, senza equivoci
intendimenti, senza alibi minuscole-borghesi: con l'anima, vorrei
quasi dire, disincantata e impersonale di chi compie il proprio
dovere perché esso deve essere compiuto - al centro della nostra
dottrina politica e di rimanere a essa aderenti negli elementi
essenziali, senza esitazioni. Una lucida adesione all'essenziale che
deve permettere, o, piuttosto, tonifi care la nostra capacità di
rimanere elastici e agili in quel che è funzionale e strumentale.
Credo, infatti, di non affermare nulla di nuovo, sostenendo che
quanto più intensamente noi siamo radicati nel centro, tanto più
agevolmente possiamo muoverci sui punti della lontana circonferenza,
senza distanziarci - per ciò che vale, per l'essenziale - dal
centro. Ho detto prima: serrare i ranghi, per dar vita a una
organizzazione politica elastica. Ora voglio aggiungere: serrare i
ranghi per possedere una organizzazione politica in grado di dare un
colpo d'ala a uomini destinati alla conquista del potere. Noi
abbiamo sinora camminato. Non dobbiamo temere le conseguenze di
un'autocritica quando essa sia libera e dignitosa e, perciò, diremo:
siamo regrediti! Siamo rimasti passivamente uniti agli "altri", agli
schemi politici degli "altri", ai falsi problemi degli "altri", alla
réclame ideologica degli "altri": abbiamo riconosciute come nostre
le fi nalità - che erano, quanto meno, equivoche - degli "altri". Il
comportamento di tutti - prima dei capi, poi, di conseguenza, del
loro seguito - è stato, nella migliore delle ipotesi, quello degli
ingenui, nella peggiore, quello degli ottusi. Il nostro discorso
politico, agli inizi, si imperniava sull'Europa, e noi credevamo che
l'Europa fosse veramente un mito e rappresentasse una autentica
idea-forza: mentre solo molto tardi ci siamo persuasi che questa
parola rifl etteva una semplice defi nizione geografi ca, cui
nemmeno era lecito attribuire una capacità propagandistica
originale, in un'epoca in cui anche le copisterie, le lavanderie, le
tavole calde e gli hotels delle stazioni termali si chiamano
"Europa"!! Noi parlavamo di concezione politica europea da
contrapporre alle varie concezioni nazionalistiche patriottarde, ma
non ci siamo accorti (o non abbiamo voluto accorgerci?) che questo
poteva valere solo nei confronti della destra nazionalistica
minuscolo-borghese -sopra tutto quella nostrana - e che, perciò,
tutto si esauriva nei termini di una polemica qualunquistica
(anch'essa superata, ormai, dal momento che gli stessi ragazzotti
neofascisti guaiscono: Europa - Fascismo - Rivoluzione!!). Abbiamo
parlato in termini di "civiltà europea", senza scalfi re neanche la
superfi cie di questa espressione e senza verifi care, calandoci nel
fondo del problema, se esista, in realtà, una omogenea civiltà
europea, e quali ne siano gli autentici coeffi cienti di signifi
cato - alla luce di una situazione storica mondiale per cui il
guerrigliero latino-americano aderisce alla nostra visione del mondo
molto più dello spagnolo infeudato ai preti e agli U.S.A.; per cui
il popolo guerriero del Nord-Vietnam, col suo stile sobrio,
spartano, eroico di vita, è molto più affine alla nostra fi gura
dell'esistenza che il budello italiota o franzoso o
tedesco-occidentale; per cui il terrorista palestinese è più vicino
alle nostre vendette dell'inglese (europeo? ma io ne dubito!) giudeo
o giudaizzato. Noi abbiamo propugnata l'egemonia europea,
rivolgendoci a un'Europa che era stata ormai americanizzata o
sovietizzata, senza considerare che questa Europa era diventata
serva degli U.S.A. o dell'U.R.S.S. perché i popoli e le nazioni
europee avevano assorbite - successivamente, ma non
conseguentemente, alla sconfi tta militare - le esportazioni
ideologiche degli U.S.A. e dell'U.R.S.S. Senza considerare che il
collasso culturale-politico-economico era intervenuto proprio perché
era cessata quella tensione, era franato quel supporto che aveva
suscitato in alcuni popoli, in alcuni uomini europei, in certe
epoche storiche (e soltanto in alcuni e solo in determinate epoche
storiche!) quella dimensione superiore di civiltà che noi
pretendevamo di attribuire tout court all'Europa. È giunto il
momento di terminare di baloccarci col fantoccio "Europa" o di fare
i gargarismi colla sua espressione vocale. Con l'Europa
illuministica noi non abbiamo nulla a che fare. Con l'Europa
democratica e giacobina noi non abbiamo nulla a che vedere. Con
l'Europa mercantilistica, con l'Europa del colonialismo
plutocratico: nulla da spartire. Con l'Europa giudea o giudaizzata
noi abbiamo solo vendette da fare. Eppure, allorché si parla in
termini di "civiltà europea", si considera tutto questo: non ditemi
che si parla anche di questo: si parla, purtroppo, solo di questo!
O, forse, noi "volevamo" mirare ad altro? Comunque, se si voleva
mirare ad altro, noi di quest'"altro", fi nora, non abbiamo mai
realmente, compiutamente parlato. E io sono sicuro che se avessimo
veramente considerato e posseduto quest'"altro", noi non avremmo a
questo contenuto fornito un contenente, o, meglio, un'etichetta, o,
meglio ancora, una "immagine di marca" rappresentata dalla parola
"Europa". Sono affi orate tali e tante componenti spurie, da
respingere, da sotterrare; sono intervenuti tanti - oso dire: troppi
- fattori, che hanno adulterato e corrotto questo liquido europeo
sino a renderlo liquame, perché esso possa ancora subire
positivamente un processo di decantazione. L'Europa e una vecchia
baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli e che ha
contratto tutte le infezioni ideologiche - da quelle delle rivolte
medievali dei Comuni a quelle delle monarchie nazionali antimperiali;
dall'illuminismo al giacobinismo, alla massoneria, al giudaismo, al
sionismo, al liberalismo, al marxismo. Una baldracca, il cui ventre
ha concepito e generato la rivoluzione borghese e la rivolta
proletaria; la cui anima e stata posseduta dalla violenza dei
mercanti e dalla ribellione degli schiavi. E noi, a questo punto,
vorremmo redimerla, sussurrandole parole magiche: dicendole, per
esempio, che essa deve concedersi esclusivamente agli "europei"...
da Brest a Bucarest??!! Noi abbiamo alzata la bandiera dell'Europa
senza comprendere che questa non poteva rappresentare per noi alcun
signifi cato valido e omogeneo: senza osservare quanti fossero i fi
li e i lacci da cui era composto il suo tessuto stracciato e quanto
stereo esso nascondeva! Abbiamo preferito, insomma, nascondere la
nostra incapacità di voler scegliere ciò che per noi vi era di
autentico e vero, e di saper respingere quanto vi era di spurio e di
equivoco in seno alla tradizione (cioè, in questo caso, alla storia)
europea, illudendoci di colmare tale vuoto col ricorso alla formula,
alla parola "Europa". Senza considerare, come prima elicevo, che
esiste oggi una Europa democratica- borghese o
democratica-socialista; così come ieri esisteva una Europa fascista
e nazionalsocialista e una Europa democratica; così come l'altro
ieri esisteva una Europa giacobina e una Europa
controrivoluzionaria. Senza considerare che molti, anche i
tecnocrati del M.E.C., vagheggiano una loro Europa: una Europa
fondata sulla sinistra gerarchla che imporrebbe alla base della
piramide lo sfruttamento "razionale" del lavoro italiano e, al
vertice, 1 investimento del capitale internazionale. Invece di
adottare questa formula equivoca (che doveva servire solo a
distinguerci da coloro che sostenevano altre formule - quelle
nazionalistiche - altrettanto equivoche), era necessario dire in
nome di quali principi, attorno a quale idea del mondo, secondo
quale direzione di effi cacia, i migliori tra gli uomini europei
dovevano vincolarsi in una o r g a n i c a u n i t à p o l i t i c a
s u p e r n a z i o n a l e . E a questa diversa realtà avremmo
potuto ancora dare il nome di "Europa" se la "vecchia Europa" -
l'Europa dei secoli bui (per capovolgere il signifi cato di una nota
frase di un vecchio buffone), l'Europa dei comuni antimperiali,
l'Europa della chiesa romana, l'Europa protestantica, del
mercantilismo, dell'illuminismo, del democratismo borghese e
proletario, l'Europa massonica e giudaica -, questo spettro
mostruoso non si fosse parato dinanzi a quegli uomini di ben diversa
razza. Mi sono soffermato su questo punto, perché esso segnala il
carattere più evidente dei nostri errori, e perché il motivo dell'"Euro-pa"
ha costituito, negli anni di attività politica della nostra
organizzazione, il punto focale in cui confl uivano le nostre
prospettive politiche. Ritengo quindi inutile soffermarmi a
considerare specifi camente gli altri elementi del nostro cosiddetto
programma, dal momento che anch'essi sono le conseguenze, su piani
distinti, di quegli equivoci già accennati. Ora, dopo aver
riconosciuto la nostra miopia e i nostri errori, occorre procedere,
prima di verifi care la direzione da assumere, ad analizzare la
situazione attuale e i criteri operativi che gli altri seguono.
Continuo a dire "gli altri" - e non i nostri avversari o i nostri
nemici - proprio perché voglio insistere e chiarire sino alle
estreme rappresentazioni che i vocaboli possono rendere o le
immagini evocare, come tra noi e gli altri vi sia (e vi debba
essere) molto più di una semplice differenza di mentalità, di modo
di agire, di "ideologia" politica. E un'anima diversa, è una razza
diversa quella che consente alle nostre azioni il loro signifi cato
tipico e vi attribuisce la fi sionomia propria, irreducibile ai
termini e alle fi gure comuni alle varie "ideologie" politiche della
nostra epoca. La considerazione da cui noi prendiamo le mosse è
questa: noi oggi viviamo nel mondo degli altri, circondati dagli
altri, da questi degni rappresentanti dell'epoca borghese, sotto il
dominio della più squallida e avvilente delle dittature: quella
borghese, quella dei mercanti. Tutto quel che ci circonda è
borghese: società politica, economia, cultura, famiglia,
comportamenti sociali, manifestazioni "religiose". Nelle democrazie
"occidentali" lo spettacolo che ci si para dinanzi è vincolato da
una rivoltante coerenza ai cànoni più ortodossi della concezione di
vita borghese. In queste democrazie, l'organizzazione del potere
serve a mantenere immutato, attraverso i più vari strumenti
oppressivi e repressivi, il rapporto egemonico di una classe -
quella dei borghesi, e, particolarmente, di una parte di essa,
quella costituitasi in oligarchia plutocratica - sul popolo. Il
supporto esclusivamente classista su cui esse si fondano non
permette realtà e valori diversi da quelli economici: la dittatura
borghese, emersa vittoriosa secondo un processo di potenziamento e
di intensifi cazione egemonica dalla rivoluzione francese*(* È ovvio
che tale punto di riferimento storico risponde soltanto alla
esigenza funzionale di rappresentare in termini storicamente
relativi un fenomeno generale, le cui origini superano, pertanto, il
suo momento di manifestazione.) , conserva da circa duecento anni
inalterato l'unico vincolo che leghi il borghese a un uomo: vincolo
che è da padrone a servo, da sfruttatore a sfruttato. Nonostante
tutte le edulcorazioni assistenziali, previdenziali, paternalistiche
in genere, questa è la vera realtà del sistema borghese. È la
medesima realtà che già nel 1849 Marx tracciava magistralmente nel
Manifesto del partito comunista: "L'attuale potere politico dello
Stato moderno non e se non una giunta amministrativa degli affari
comuni di tutta la classe borghese [...] Dovunque e giunta al
dominio essa ha distrutto senza pietà tutti quei legami multicolori,
che nel regime feudale avvincevano gli uomini ai loro naturali
superiori, e non ha lasciato tra uomo e uomo altri vincoli
all'infuori del nudo interesse e dello spietato pagamento in
contanti [...} Ha risolto la dignità personale in un semplice valore
di scambio; e alle molte e varie libertà bene acquisite e consacrate
in documenti, essa ha sostituito la sola e unica libertà del
commercio, di dura e spietata coscienza. " Se la società**(**
Riteniamo più opportuno usare il termine società, nel suo signifi
cato naturalistico o mercantilistico, per destinare, invece, il
termine Stato a signifi care realtà diverse e superiori a quelle
costituite dalla ricerca e dal soddisfacimento di bisogni economici)
borghese concede ai dominati un miglioramento delle condizioni di
vita vegetativa (qui includendo anche quelle comprese nel regno del
mentale!), non è che i presupposti esclusivamente
egoisticoeconomicistici su cui la società borghese si fonda siano
venuti a mancare. Si suole giustamente dire che il "diavolo" è tanto
più pericoloso quanto più è divenuto rispettabile! E, infatti, il
maggior benessere è dovuto, per conseguenza, al fatto che, nello
svolgimento storico della società borghese, le tendenze all'egemonia
politica da parte del borghese, consolidatesi in un effettivo
"prepotere" politico, hanno semplicemente assunto modalità di forza
diverse dalle precedenti, ma, come le precedenti, esse esprimono
coerenti manifestazioni di una medesima e identica realtà: serrata
in schemi, appunto, di tensione produttivistico-con-sumistica. Il
capitalista, cioè, comprende che, aumentando il salario al
lavoratore, questi acquisterà il frigorifero o l'automobile prodotta
dal capitalista; questi si rende conto che, stordendo chi lavora con
l'ossessione di bisogni sempre nuovi - e, perciò, non reali ma
illusori, artifi ciali - e costringendolo a preoccuparsi per
acquisirli, egli potrà intossicare completamente di lavoro il
lavoratore. Quest'ultimo, allora, mite e buono, tranquillo come un
bove (un bove che, periodicamente, potrà muggire per rivendicazioni
salariali: al quale, talvolta, sarà anche consentita l'illusione di
comportarsi come un libero toro e verrà concesso di danneggiare la
stalla!), non svolgerà alcun tentativo per sostituire la "propria"
egemonia a quella del borghese. Lo Stato, quindi, nelle democrazie
"rappresentative" borghesi, è il luogo politico solo del borghese:
la sua unica reale destinazione e funzione è determinata
dall'economia borghese, consiste nella difesa dell'economia
borghese, nella sublimazione dell'economia borghese. Aiutata dai
mezzi di penetrazione che le applicazioni tecniche della "scienza"
borghese le offrono, la borghesia, dopo aver ridotto l'uomo al
livello di lavoratore, è riuscita a completare il processo di
identifi cazione tra il momento "individuale" e quello "sociale" e a
riempire di sé ogni dominio. Il mercante ha imposto a tutti le
proprie inclinazioni, le proprie aspirazioni: diverse, estranee
vocazioni (non diremmo superiori, ma solo diverse!) non posseggono
margine alcuno nello spazio politico che è del borghese, che
appartiene soltanto a chi è "borghese". L'arte stessa, nonostante la
ipocrita giustifi cazione (o dignifìcazione?) in schemi di autonomia
che i borghesi si preoccupano di attribuirle, è rigorosamente
funzionalizzata per il diletto (o, meglio, per le masturbazioni
intellettuali) dei borghesi. La "libera" scienza non è altro che
ricerca volta al progresso del sistema borghese, cioè al
potenziamento delle strutture della società borghese: ovvero, effi
ciente tecnologia asservita alle "conquiste" di quest'ultima. La
giustizia medesima non è altro che la cristallizzazione nei codici
delle idee dominanti in seno alla società borghese, delle idee della
classe "prepotente", che è la borghese. Qualsiasi distonia,
qualsiasi disfunzione del sistema viene da essa attribuita al
sabotaggio operato dai nemici del sistema, dai pochi per cui
l'ordine tout court non è l'idolo da adorare, per cui le
sublimazioni legalitarie signifi cano solo profonde e avvilenti
ingiustizie. Qualora, infi ne, tutti questi coeffi cienti di
equilibrio non bastino, la società borghese pone in funzione la sua
massima e risolutiva valvola di sicurezza, lo sport, fenomeno
massifi cato di transfert, di deviazione, di esaurimento delle
energie superstiti verso un obiettivo, comunque destato, quasi
demoniaco. D'altronde, se l'economia è il destino dei borghesi, essa
rimane, allo stesso modo, il destino dei diseredati, cioè degli
sfruttati (o, se si vuole, dei proletari). Non è in nome di una
diversa realtà, o di un diverso feticcio, che i proletari muovono
all'assalto del refettorio borghese. E la coscienza rabbiosa di non
voler più servire ai borghesi, di non voler più concimare le fortune
di costoro, che suscita la rivolta proletaria. Se i borghesi
recitano il leit-motiv dell'eguaglianza, come concetto
giuridico-culturale-sentimentale, i proletari non si appagano della
"buona intenzione", ma esigono che la formula, divenendo modulo di
azione concreta, elimini la distinzione tra chi ha e chi non ha, o
tra chi possiede di più e chi possiede di meno. Il presupposto,
tuttavia, economicistico e quantitativo, rimane! E sempre in nome
della "realtà" economica, è sempre sotto l'effetto del "mistico"
delirio dell'economia, che il proletario tende a imporre una "sua"
articolazione di rapporti economici, una "sua" organizzazione della
giustizia, un "suo" modo di concepire - di conseguenza - la
produzione artistica, i rapporti tra i cittadini etc. L'apparente
antitesi tra le democrazie borghesi e quelle socialiste(* Noi
consideriamo, qui, i modelli europei di democrazia socialista,
perché, per i paesi asiatici, africani e latino-americani, altri
elementi devono introdursi, con effi cacia assorbente, per spiegare
il processo politico in atto) si scioglie - come il muro di ghiaccio
- di fronte a questo carattere dominante
produttivistico-consumistico. II "primato" che nelle democrazie
borghesi viene esercitato da chi ha il potere economico e, perciò,
ha il potere politico (chi possiede, comanda), nelle democrazie
socialiste è costituito da chi tiene il potere politico e, perciò,
ha a disposizione - come distorto privilegio della funzione di
comando politico - quegli stessi mezzi di produzione che, nel campo
sedicente "opposto", formano il patrimonio dei borghesi. Da una
parte, i detentori del capitale, i quali posseggono - in nome della
libertà, della giustizia, dell'ordine - il potere politico e mirano
a conservarlo, cioè ad accrescerlo per accrescere il loro capitale;
dall'altra parte, gli unici detentori del capitale, i quali,
servendosi di diverse immagini di marca, reclamizzano il medesimo
prodotto. La regola economicistica del processo abnorme
produzione-consumo è quindi presente in entrambi*.(* La nuova classe
dei tecnocrati che pare stia affi orando paurosamente dalla società
sovietica, muovendo alla conquista della direzione "politica" dei
paesi socialisti, non ha nulla da invidiare nelle intenzioni agli
stregoni dell'industria borghese del "libero occidente".) Non è
questo il luogo di analizzare - sia pur brevemente - le connessioni
imperialistiche tra tali sistemi, la cui logica necessaria pone, per
l'appunto, la soluzione d'assalto imperialistico come unico e fatale
veicolo di protezione dell'organizzazione capitalistica. Non bisogna
quindi meravigliarsi se, come nella società borghese, anche nella
società socialista i ruoli di potere si qualifi chino e si esprimano
esclusivamente in termini di ricchezza; né potrebbe essere
altrimenti quando si attribuisca allo Stato soltanto la funzione di
ordinatore di ricchezza (d'altronde, quali Stati diversi da loro
stessi potrebbero fondare i borghesi e i proletari?); quando sia
funzione dello Stato eccitare alla ricchezza, a impadronirsi della
ricchezza, e proporre esclusivamente la soddisfazione dei bisogni fi
sici dell'esistenza vegetativa (comprendendo, si ripete, nel termine
"fi sici" anche quelle complicazioni irrequiete che il borghese si
compiace di qualifi care come bisogni "spirituali"). In entrambi i
modelli, perciò, il fenomeno identico ammette solo delle alterne
"sbavature di immagine". Tensione che oppone borghesi a proletari,
da una parte; tensione che oppone i burocrati (i funzionari
tecnocrati) ai governati, dall'altra. Da una parte, la proprietà
privata che non viene compresa nello Stato (che, cioè, non si limita
a rappresentare uno dei possibili coeffi cienti della sua
organizzazione), ma è lo Stato stesso - per cui lo Stato è
"proprietà dei proprietari"; dall'altra, la proprietà di Stato che
si risolve nella proprietà di chi amministra lo Stato - per cui lo
Stato e l'astratta eguaglianza si risolvono in una prevaricazione
burocratica e tecnocratica. A questo punto, sarebbe ridicolo
contrapporre a tale analisi il sottile "distinguo" secondo cui a una
identità sul piano dei risultati fra le due forme organizzative -
quella borghese e quella socialista - non corrisponderebbe una
sostanziale identità sul piano dei "principi". Per cui, mentre il
rapporto sfruttatore-sfruttato sarebbe la conseguenza tipica e
normale, derivante naturalmente dalle premesse del sistema
capitalistico borghese, lo sfruttamento del governato da parte del
governante nel sistema capitalistico socialista sarebbe da qualifi
carsi come una disfunzione abnorme e una degenerazione non
riconducibile all'essenza stessa del sistema! La verità, invece, è
che l'essenza nei due fenomeni è la medesima perché il principio è
lo stesso: l'economia è il destino dell'uomo, l'unica realtà
elementare - naturale - dell'uomo, l'unica sua dimensione
esistenziale. E questa primordiale "realtà", avente nel proprio
centro l'immagine ossessiva del tubo digerente (un tubo con due
aperture: una per ingoiare e l'altra per evacuare, altre eventuali
aperture non servendo che ad abbellire o a facilitare la "buona
digestione" e a stimolare secrezioni gastriche, quando ve ne sia
necessità) ammette, tuttavia, due diverse interpretazioni di
voracità: l'una, secondo cui tutti i tubi digerenti sono uguali*(*
In tal caso l'orientamento è verso il "principio" della società
dell'eguale benessere per tutti: la mandria degli eguali.); l'altra,
secondo cui non tutti i budelli sono eguali, ma alcuni grossi e
altri più ristretti (e per questo è opportuno che la giustizia,
l'ordine ecc. ecc. veglino affi nchè non si provochi una pericolosa
e "sovversiva" dilatazione)**. (** Ovviamente, in questa ipotesi,
l'obiettivo sarà rappresentato dalla società del benessere)

Erwin
Erwin@thule-toscana.com |