|
PERSONE
Nella sezione vengono presi in
considerazione persone , fatti a loro riconducibili, che sono degni
di nota.
Sono utilizzati personaggi pubblici veri, che a vario titolo, o
senza, sono alla ribalta della cronaca quotidiana.
L’ordine è casuale
Leonardo Marino

Parla Leonardo Marino
di FRANCESCO ANFOSSI
«Dario Fo è uno dei cattivi maestri che mi spinsero sulla strada del
delitto Calabresi. Il gesto del presidente Scalfaro di non decidere
sulla grazia mi ha deluso. Spero che Sofri, Bompressi e
Pietrostefani la ottengano al più presto. Ma auguro loro anche di
confessare e di liberarsi così da questo nostro incubo».
«Quello capelluto, come si chiama? Ah, già, Marino, ecco, quel
Marino lì è stato allenato in una centrale di polizia per un mese
prima di dire le cose che ha detto. Non scordiamo che è uno che ha
studiato dai salesiani». Ah, già, Marino.
Sempre lì, il pentito del caso Calabresi, con la zazzera incanutita,
a far sfrigolare crêpes nel suo chiosco di Bocca di Magra, sulla
sponda del fiume che è già mare, sotto l’orizzonte delle Alpi Apuane
( «Vede quel bianco lì? I turisti milanesi dicono che è la neve.
Invece è marmo»). Il sarcasmo di Dario Fo non sembra turbarlo più di
tanto. «È l’ennesimo rospo che ingoio», dice nell’aria cruda di un
tramonto sferzato da folate di vento gelido, «sopporterò anche
questo. Quando mi sono costituito sapevo benissimo che sarei andato
incontro a queste cose».
Anche di finire nel mirino di un premio Nobel e di diventare una
specie di zimbello letterario?
Dario Fo ha già preparato un monologo su di lei, il nuovo "Mistero
Buffo".
«Beh, questo no. Del resto lui è sempre stato così. Ha portato in
giro nelle piazze per anni Morte accidentale di un anarchico, che
presentava il commissario Calabresi come il responsabile della morte
di Pinelli. Andai anch’io a vederlo, a Torino. Anche lui contribuì a
formare le convinzioni ideologiche che mi portarono a far parte del
commando che uccise Calabresi, quel 17 maggio 1972».
Vuole intendere che Fo è stato uno dei "cattivi maestri" che la
portarono sulla strada dell’attentato, come ha detto tempo fa in
un’intervista? «Certo, è così. Io commisi quell’attentato sulla base
di motivazioni ideologiche.
Quella mattina del 17 maggio andai in via Cherubini convinto di
compiere un atto di giustizia. Era questo quello che tutti dicevano
allora e che anch’io pensavo fosse la verità. Morte accidentale di
un anarchico aveva contribuito a rafforzare queste convinzioni. Tra
i miei cattivi maestri c’era dunque anche Dario Fo. Questo è
indubbio».
Ritiene Calabresi ancora oggi responsabile della morte di Pinelli?
«Assolutamente no. C’è una sentenza, quella del giudice D’Ambrosio,
in cui credo pienamente».
Fo ha detto anche che la sua educazione salesiana lo ha reso
manovrabile.
«Che c’entrano i salesiani? Anche Guido Viale (uno dei dirigenti di
Lotta continua, ndr) ha studiato con me dai salesiani. Cinquanta
giudici mi hanno ritenuto credibile attraverso sette sentenze, sulla
base di quello che ho detto, dei riscontri e delle prove. Non certo
per ché sono stato istruito dai salesiani. Fo ha ragione su un
punto: che l’educazione appresa da ragazzo prima o poi torna a
galla.
I miei genitori erano molto religiosi. Sono stato in collegio dai
salesiani ed è stato come gettare un seme. Dopo i diciott’anni me ne
sono allontanato, sono entrato in un movimento rivoluzionario, ho
fatto parte del suo servizio d’ordine, ho fatto delle rapine, ho
commesso un omicidio. Anche se in fondo il mio aderire a queste cose
non era avulso dalla formazione cattolica. Quando lavoravo alla Fiat
e vedevo che un lavoratore col figlio malato non poteva stare a casa
ad assisterlo, leggevo quel fatto come un sopruso, una violazione
agli insegnamenti di carità. Voglio dire che la mia adesione a Lotta
continua era una conseguenza del mio insegnamento, anche se
distorta. Ma poi quel
seme è germogliato, ha fatto tornare in me certi valori, e ha
portato alla mia confessione».
Una confessione un po’ tardiva, non le pare? Ma turata sedici anni
dopo...
«Il pentimento, quello sincero, può venir fuori in qualsiasi
momento. La Bibbia stessa non fissa tempi: ci si può pentire un
minuto dopo o in punto di morte ed essere ugualmente perdonati.
Dipende da persona a persona. Non mi si può dire che ho tirato fuori
questa cosa dopo sedici anni. È stata una lenta rimasticazione».
C’è stato un episodio scatenante?
«Tutte le volte che vedevo in televisione le immagini degli
attentati delle Brigate rosse o di Prima linea mi tornavano in mente
le immagini di quella mattina in via Cherubini. In fondo il nostro è
stato il primo attentato di quella stagione, è stato come dare
l’esempio. Poi è venuta fuori questa convinzione di fondo che
ammazzare qualcuno, qualsiasi cosa abbia fatto, è ingiusto, che la
vita ce l’ha data Dio e solo Dio ce la può togliere. Neanche lo
Stato. Ho patito molto per O’Dell, non mi importava fosse colpevole
o no».
Il suo travaglio interiore, però, l’ha portata a coinvolgere altri
tre uomini che ora sono dietro le sbarre. Lei è fuori.
«Io avevo messo in gioco anche me stesso. Quando ho confessato di
essere l’autista del commando era prevedibile che il mio reato non
sarebbe caduto in prescrizione, come poi è avvenuto. Non fa piacere
a nessuno sapere che altre persone siano private della libertà. Io
mi auguro che escano il più presto possibile. Credevo che la grazia
fosse una via percorribile e sono rimasto molto sorpreso
dall’iniziativa del presidente Scalfaro di rinviare tutto alla de
isione del Parlamento. Con tutto il rispetto per il presidente, dire
che un’eventuale grazia sarebbe stato un quarto giudizio mi
sembra una forzatura. Poteva benissimo concedere la grazia
indipendentemente, senza entrare nel merito delle sentenze dei
giudici, solo sul piano umanitario».

Di Ovidio Bompressi, considerato il killer di Calabresi, ha detto
che è stato strumentalizzato come lei. «Conosco il mio stato
d’animo», ha dichiarato, «il mio travaglio prima della confessione e
ritengo che lui abbia dentro tutto quello che ho dentro io...».
«Bompressi è quello a cui ero più legato, quello con cui ho
condiviso lo stress di questa nostra vicenda».
Cosa le disse subito dopo l’attentato, quella mattina, salendo
sull’auto?
«Disse: "Che schifo"».
E poi?
«Non disse altro. Ci separammo poco dopo. Quando ci siamo rivisti
abbiamo sempre evitato di parlare dell’attentato».
Vorrebbe dirgli qualcosa ora?
«Non credo che serva più a nulla. Ormai è entrato in questo gioco di
fare la vittima insieme con Sofri e Pietrostefani. Ormai sono
entrati in questa strada senza uscita. Nonostante tutto, vorrei
dirgli di avere il coraggio delle proprie azioni, che non è detto
che se uno confessa un delitto, seppur mostruoso, debba essere
considerato un mostro. Nel mio caso ho visto che tantissime persone,
anche professori universitari, sono venuti a complimentarsi con me,
a stringermi la mano. Vale più un gesto di ammissione che non quello
che hai fatto prima... insomma, la parabola del figliol prodigo non
l’ho inventata io.
Non so se Bompressi, Sofri e Pietrostefani avranno la forza d’animo:
ho l’impressione che siano prigionieri di questo passato».

pietrostefani
bompressi
sofri
Lei è credente. Prega per loro?
«Io prego soprattutto per loro. Spero che trovino la serenità che ho
trovato io».
Davvero si sente sereno? Avete percorso un tratto della stessa
strada, ora lei è fuori e loro in una cella di tre metri per due.
C’è anche chi teme per la loro sorte, hanno proclamato uno sciopero
della fame, c’è chi si aspetta da loro un gesto estremo, e lei...
«Io non sono affatto sereno con loro dentro. Io voglio che qualcosa
si faccia, al più presto. Ma questo non significa che tornerei
indietro con quello che ho fatto. Era l’unica scelta».
Sofri chiederà una revisione del processo.
«Io non ho niente da aggiungere. Se loro hanno qualcosa di
nuovo...».
Adriano Sofri, detenuto nel carcere di Pisa con l'accusa di essere
il mandante dell'omicidio Calabresi.
Dopo l’arresto, Sofri le regalò una copia di Una storia semplice di
Sciascia. L’ha letto?
«No».
Che cosa prova per Pietrostefani?
«Non ha mai assunto un atteggiamento di derisione nei miei
confronti».
E per Sofri? Si è parlato di rancore, di risentimento: il compagno
operaio che, cessate le utopie rivoluzionarie, rimane disoccupato,
mentre il leader con cui aveva condiviso le battaglie ai cancelli di
Mirafiori e a cui aveva dedicato il nome del primo figlio, fa
carriera. «Ma quale rancore? In quegli anni la vita l’abbiamo
vissuta spontaneamente, nessuno sapeva quel che sarebbe accaduto
dopo. Quando Lotta continua si è sciolta, quando abbiamo capito che
erano pie
illusioni, ognuno è tornato nel proprio ruolo: lui è tornato a fare
il professore, io l’operaio. Era naturale».
Ha avuto molte manifestazioni di solidarietà?
«Sì, da diverse persone. C’è stato persino chi mi ha mandato dei
soldi».
Li ha tenuti?
«Non mi pareva il caso».
--------------------------------------------------------------------------------------------------
Intervista di Marcella Andreoli e pubblicata su Panorama del 23
settembre 1988.
Domanda. Marino, so che lei parla di crisi di coscienza. Come è nata
questa crisi?
Risposta. Non lo so nemmeno io. Forse era già nata quella mattina...
E da quel 17 maggio, l'angoscia di aver ucciso un uomo è andata
aumentando, ha scavato dentro di me, fino a diventare
insopportabile.
Ma perché la sua crisi è scoppiata proprio nel dicembre dell'anno
scorso, quando ha deciso di confessare i suoi rimorsi a un
sacerdote?
Potrei rispondere che non lo so nemmeno io. Quando ci si convince
della necessità di compiere un gesto, questo è persino indipendente
dalla nostra volontà. Non c'è una spiegazione razionale del perché,
a un certo punto, ho dovuto liberarmi dall'angoscia. Poteva accadere
il dicembre dell'anno scorso, come in un altro periodo.
C'è qualcos'altro, in particolare, che l'ha spinta a raccontare i
retroscena dell'assassinio di Calabresi?
Oltre alla mia angoscia, no.
L'angoscia ti può prendere al mattino, quando ti guardi allo
specchio nel farti la barba. O in un'altra ora della giornata.
Non sai perché prende la bocca dello stomaco, ma la senti, ti fa
star male. No, non ho motivi né di odio né di rivalsa verso
chicchessia.
Né, costituendomi, ho voluto scaricare le mie responsabilità su
altri. Io, le mie responsabilità, me le assumo in prima persona.
Dico: ho ucciso io il povero commissario Calabresi.
Non dico che mi hanno costretto a ucciderlo.
Dico che, volontariamente, ho accettato, tant'è che quella mattina
del 17 maggio ero là, in via Cherubini a Milano, volontariamente.
Sapevo ciò che facevo.
Non cerco, oggi, delle attenuanti dicendo che Sofri e Pietrostefani
diedero a me e a Bompressi quell'ordine.
D. Perché, prima di andare dai carabinieri e dai magistrati, lei si
è rivolto a un sacerdote?
E stato un fatto casuale, due persone che si incontrano e parlano.
Non c'è stata nemmeno una confessione vera e propria. E stato un
discorso: un amico, il sacerdote, che ti ha appena chiesto perché ti
vede sempre solo e tu senti, improvvisamente, il bisogno di
confidarti perché parlando ti senti sollevato.
Non racconti le ragioni della tua angoscia, fai capire più che
spiegare.
Credo che nessun uomo sappia perché ci si pente.
Forse è semplicemente il peso di certe immagini, l'uomo colpito che
cade, il sangue attorno... Sono immagini che ti rimangono negli
occhi e che dagli occhi entrano nella testa.
E poi le domande verso te stesso: perché l'hai fatto, perché l'hai
ucciso?
Calabresi era un mostro? No, non era un mostro.
E io ero e sono un giustiziere? No, non lo ero e non lo sono: non c
era, non ci poteva essere, una guerra tra me e Calabresi.
E allora, mi sono chiesto tante volte, perché è successo? Perché ho
ammazzato un uomo? Ecco, è questa l'angoscia.
E a un certo punto ho sentito il bisogno di pagare un prezzo, di
rispondere in prima persona.
La sua angoscia l'aveva confidata a qualcuno?
Ne ho parlato tante volte con mia moglie. Non si può vivere anni e
anni con una donna senza confidarle un segreto così tremendo. Quando
mi sono costituito lei ha detto ai giornalisti che l'hanno cercata
che non ne sapeva niente. Ha mentito per cautelare se stessa e i
nostri figli. E forse perché una vicenda nata fra di noi doveva
rimanere, ai suoi occhi, soltanto nostra.
In questi sedici anni aveva pensato altre volte di andare dai
carabinieri a raccontare la sua verità?
Sì, però mai la spinta aveva superato una certa soglia.
E stato quando ho capito che, rivelando la mia colpa, mi sarei
liberato, che ho superato ogni indugio.
Lei parla dell'angoscia per il delitto Calabresi, ma non fa cenno
alle rapine che lei stesso ha confessato di aver compiuto per
finanziare Lotta Continua. Non le dà angoscia aver fatto il
rapinatore, anche se per fede politica?
Le rapine non hanno mai rappresentato un ricordo lacerante; forse
perché mai era stato sparso sangue in quelle occasioni. Potevo e
posso dire che era un modo sbagliato, quello delle rapine, di fare
politica, di finanziare un movimento politico.
Ci ho riflettuto, ma senza angosciarmi, anche perché non un soldo di
quelle rapine è finito nelle mie tasche.
Di quattrini io non ne ho mai avuti e ciò non mi pare né una colpa
né una vergogna.
È l'omicidio Calabresi che invece mi ha angosciato.
E quell'omicidio che ho rivissuto tante volte, attimo per attimo.
E quando, alla televisione, vedevo le immagini di altri morti,
assassinii gratuiti venduti come omicidi politici, mi dicevo: l'hai
fatto anche tu.
Con Calabresi abbiamo aperto la strada all'assassinio politico.
Lei dice di averne parlato soltanto con sua moglie. Nemmeno con
Ovidio Bompressi ne aveva fatto cenno?
E strano, ma evitavo di parlarne. Credevo che ci fosse un'implicita
intesa a stare zitti. Avevamo entrambi la coscienza che non potevamo
vantarci di quel gesto, di quel delitto.
Quanto ha influito il delitto Calabresi sulle sue scelte politiche?
Mi sono reso conto che non si poteva fare politica in quel modo,
rapinare e uccidere. La politica la facevo alla Fiat, quando ero un
operaio. Facevamo lotte, anche dure, ma...
Mi racconti di quella mattina del 17 maggio.
Quando Enrico, chiamavo così Bompressi, mi disse "ci hanno fatto
fare una schifezza", sentii di volergli più bene perché mi aveva
fatto capire che non era un killer, anche se aveva appena sparato
quei colpi.
Anche lui era uguale a me, aveva compiuto come me un omicidio
credendo che fosse un atto politico, ma quando abbiamo visto là, per
terra, il corpo di Calabresi, ci si sono aperti gli occhi.
In quel momento ho cominciato a ragionare con la mia testa, non con
quella degli altri.
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |