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PERSONE
Nella sezione vengono presi in
considerazione persone , fatti a loro riconducibili, che sono degni
di nota.
Sono utilizzati personaggi pubblici veri, che a vario titolo, o
senza, sono alla ribalta della cronaca quotidiana.
L’ordine è casuale
Telesio
Interlandi
Contra Judaeos
PREAMBOLO
Faccio della polemica giornalistica lo stesso conto che il nuotatore
fa dell'elemento in cui si muove: egli se ne getta alle spalle una
bracciata dopo l'altra, avanzando; e che cos'è l'acqua che egli si
lascia alle spalle? Tale è la polemica giornalistica che è servita a
vincere una determinata battaglia, ed ora è alle nostre spalle, come
un'acqua immota. Eppure è quell’elemento che ci ha sostenuti,
resistendoci, e ci ha permesso di raggiungere la meta prefissa.
Questi capitoli che qui l'accolgono -in un primo volume d'una «
Biblioteca» che ha più alte ambizioni e avrà meno modesti autori -
contengono appunto, in una opportuna rielaborazione, la materia già
trattata durante la polemica giornalistica durata dal 1934 a ieri
per la identificazione del pericolo ebraico e per la difesa della
Razza italiana. Il lettore che mi conosce sa già che voce clamante
nel deserto dell'indifferenza -il mio giornale obbediva a un preciso
disegno del Duce, fondatore prima che dell'Impero, della coscienza
imperiale del popolo italiano. La necessità d'un razzismo nostro, e
- come presupposto ad esso -la indispensabile e definitiva
separazione dell’elemento giudaico dalla vita nostra, già per troppo
tempo inquinata da una infiltrazione venefica, sono stati i due
motivi dominanti della mia diuturna polemica. La quale viene ora
consegnata in queste pagine soltanto per un modesto fine di
documentazione.
Desidero che in avvenire si abbia un'idea quanto più esatta dello
svolgimento d'una battaglia che ai migliori fascisti appare decisiva
per la liberazione dell’ ltalia dal pervertimento giudaico.
T. I.
Roma, Settembre XVI.
DIFESA DELLA RAZZA
Nel non molto vecchio libro di Muret, « Il crepuscolo delle nazioni
bianche», è citato con intenzione un pensiero di Léon Bloy, questo:
« I domestici che diventano padroni e i padroni che diventano
domestici; ecco il segreto dell'evoluzione storica in tutti i
secoli». Sarà un segreto, nessuno vuol dubitarne; ma né l'ora del
crepuscolo, né il momento di cangiarsi in domestici, sono venuti per
gli Italiani. La necessità, anzi, di riaffermarsi dominatori nello
splendore d'una rinata volontà d'impero, caratterizza la fase
fascista della storia della nazione italiana. Ecco il senso
della legislazione sui rapporti fra nazionali e indigeni nei
territori dell'Impero. Difesa della razza, sì, ma anche esaltazione
della razza e riaffermazione della sua missione nel mondo. La
dignità civica vuole esser difesa soltanto dalle insidie
dell'animalità e dalla superficialità di pochi ignoranti, incapaci
di spingere lo sguardo al di là della propria generazione; ma la
dignità civica dell'Italiano, è il suo titolo di civiltà.
La storia di tutte le conquiste insegna quale danno ha portato ai
conquistatori e ai conquistati la confusione del sangue attraverso
una promiscuità sessuale che la scienza condanna come la via più
agevole per la degenerazione dei tipi umani. L'apparizione dei
meticci, dei mulatti e dei zambos, dagli incroci tra indiani e
bianchi, tra bianchi e neri e tra neri e indiani costituisce un
punto scuro della storia dell'umanità. Le osservazioni scientifiche
più accurate sono concordi, oramai, nell'affermare che l'evoluzione
delle razze per incrocio si compie in senso “disgenico”: i tipi
superiori sono assorbiti dai tipi inferiori. Ecco dunque apparire le
leggi di difesa delle razze minacciate dalla promiscuità sessuale;
eccole perfino nella liberalissima America del Nord, dove esiste una
legge « di salvaguardia per la purezza della razza bianca». La
Virginia, che ha adottato questa legge, è lo stato americano più
minacciato dalla degenerazione razzistica dovuta alla confusione
sessuale tra bianchi e neri.
La legge italiana è dovuta non a sfiducia nel senso di
responsabilità e di decoro razzistico degli elementi inviati a
colonizzare le nuove terre d'Africa, ma alla necessità di provvedere
in senso razzistico a una situazione eccezionale. Male ha fatto
qualcuno a stabilire una capziosa distinzione fra relazione «
d'indole coniugale », cioè extra-matrimoniale, e relazioni
propriamente coniugale, quasi che il matrimonio con gente di colore
possa considerarsi tradimento minore per la salute della razza e per
la dignità civica cui la legge stessa accenna. In confronto al
cosiddetto
« madamismo », il matrimonio con gente di colore è una mostruosa
perversione che non sarà mai più permessa. Il Governo fascista,
inspirato da Mussolini, provvede a creare l'Impero parallelamente
nella coscienza dei cittadini italiani e nella realtà geografica e
storica.
Bisognerebbe non avere il senso dell'avvenire per non avvertire la
superba bellezza di questa gelosa difesa della razza per la quale si
è conquistato un Impero, dopo averle ridato una fede.
IL METICCIATO DISSIDENTE
C'è stata, in Italia, in questi
ultimi tempi, una vera e propria insurrezione intellettualistica
contro la parola « razzismo » e contro coloro che lavorano a definir
quella parola e ad approfondirne il senso e la portata. E' strano
che una parola e un pugno di uomini, per non dire un uomo, siano
capaci di suscitare tanta irritazione. Contrariamente alle abitudini
della casa, abbiamo temporeggiato, prima di scendere in campo con i
sistemi appropriati alla bisogna, con la speranza
che il fumo delle chiacchiere e delle banalità durasse poco e
lasciasse presto sgombro il campo per una alta, utile,
disinteressata e intelligente discussione. Non amiamo i fatti
personali; e, nella circostanza, non esistevano fatti personali .
Abbiamo dunque pazientemente atteso che s'arrivasse al nocciolo
della questione. A questo nocciolo non si è arrivati né si poteva
arrivare, come dimostreremo; ma avendo l’insurrezione assunto forme
tali da poter danneggiare l’educazione del paese influire
perniciosamente sugli orientamenti necessari alla cultura italiana,
così tartassata da coloro che abusano della penna e dell'invenzione
della stampa abbiamo creduto opportuno di mettere, una volta per
tutte, le cose e gli uomini in chiaro; e lo facciamo.
La storia è questa. Un uomo, un gruppo d'uomini, un giornale, un
paio di giornali cominciano a discutere di razzismo. Che cos' è il
razzismo? Non affliggeremo il lettore parlandogli di Gobineau, di
Chamberlain, di Rosenberg, o del Santo Padre che nella Enciclica
all'Episcopato germanico concede il suo posto alla Razza,
combattendone la divinizzazione.
Qui si tratta d'altro. Si tratta di un popolo, come l'Italia, che
avviato a una politica imperiale, cioè a una politica d'espansione
oltre i suoi confini nazionali, ricerca in se -e trova, e li fa
trovare e riconoscere, anche con la forza, a quei pochi che non
sapessero o volessero trovarli - gli attributi e le qualità e le
idealità e le aspirazioni che ne fanno una razza, completamente
differenziata dalle altre e gelosa delle sue differenze, che sono da
opporre, civilmente e fermamente, alle razze che si muovono, al suo
fianco, in un'orbita di civiltà ben definita. Per questa ricerca e
per la
conseguente affermazione, in un paese come il nostro su cui tre
secoli di servitù hanno lasciato tracce non indifferenti e hanno
provocato, specie in taluni ambienti cosiddetti intellettualistici,
un curioso “complesso d'inferiorità” che ha come risultato il dubbio
e la sfiducia nelle qualità nazionali, e che trova il suo alibi in
una vaga indefinibile aspirazione alla universalità o in una
affermazione tutta retorica e letteraria di romanità senza radici;
per questa affermazione di valori di razza, era necessaria una
impostazione dottrinaria e scientifica del problema, con un minimo
di parole e un massimo di decisione. Noi ci siamo presi la briga di
impostare il problema, certamente non senza prima aver capito, e
nettamente capito, che l‘impresa rispondeva a un orientamento della
Intelligenza che muove e indirizza felicemente, da più d'un
trentennio, le cose d’Italia, conducendo il popolo italiano, con
decisioni eroiche spesso contrastate dalla parte
meschina e bastarda del paese, alla neutralità - come posizione
spirituale - all'Impero.
Noi pensavamo di ricostruire, attraverso una discussione di sapore
scientifico e fondatamente scientifica, i lineamenti dell’Italia che
Mussolini ha fatto marciare, dal 1915 al 1936, dall'Intervento
all'Impero, e fa ancora marciare verso più alti e più eroici
destini.
Ricostruzione, identificazione o riconoscimento e impostazione di
caratteri spesso vaghi e vagamente conosciuti, si presentavano tanto
più necessari in quanto, nel lungo corso dell'affermazione imperiale
dell'Italia mussoliniana, gli sfasamenti, le debolezze, le
confusioni, le contraddizioni, i disorientamenti non erano mancati;
e avevamo dovuto anche denunciarli, quando il tacerli per carità di
patria o per occasionale necessità non era stato assolutamente
possibile. Chiarire agli Italiani che la diversità delle razze è un
dato scientifico; che la definizione di “razza inferiore” non è
affermazione polemica e gratuita, è constatazione scientifica e
storica, poiché si dimostra, storia alla mano, che una antichissima
razza come quella nera non ha mai saputo produrre nulla che sia
possibile, non che opporre, confrontare, avvicinare alle
realizzazioni della razza bianca; che quella razza, capacissima per
altro d'impadronirsi di ogni ritrovato tecnico della civiltà
meccanica da altre razze elaborato, di tali razze è incapace di
assimilare lo spirito, di
raggiungere l'altezza intellettuale, di interpretare le necessità:
questo era nostro desiderio.
Lo abbiamo già scritto; un minimo di razzismo, intanto, cioè il
razzismo per l'ignorante; e, di seguito, un razzismo per persone
colte, ma non tanto, per patrioti, ma non tanto, per civili, ma non
tanto, per fascisti, ma non tanto, per imperialisti, ma senza
convinzione e, soprattutto, senza coraggio. L’Italia
intellettualistica è infetta di dottrine universalistiche, di
retorica, di sentimentalismo; ed è malata di “misura“. Ora è bene
che sia detto, passando, e una volta per tutte, che con la misura si
fa ogni cosa meno che una rivoluzione e un impero; che la misura è
il metro spirituale dei mediocri e dei popoli che decadono per
difetto di dinamismo.
La misura (quella tal misura che noi denunciamo) mancò a Romolo
quando punì Remo, come mancò a Cesare quando passò il Rubicone, come
parve mancasse all'Italia quando s'alzò “in piedi” contro
cinquantadue nazioni.
Ed eccoci agli scritti sul Razzismo. Nulla di strano e nulla di
eccezionale. Perché mai contro una discussione giornalistica, contro
una esposizione di dottrina politica si è levata l'insurrezione di
tanta gente che scrive nei settimanali, anche inspirati?
Qui il punto è oscuro; ma noi lo chiariremo agevolmente. Si tratta,
come abbiamo detto, d'una impresa - concordata - del meticciato
intellettuale che esiste in Italia ed ha vaste braccia.
Che cos'è il meticciato intellettuale? E' il complesso, eterogeneo
per la sua stessa origine, di quegli elementi intellettuali o
sedicenti tali che non hanno e non possono avere radici nella
nazione italiana, che non sentono vincoli se non intellettualistici,
cioè essenzialmente formali, con la nazione italiana, che non
ammettono né ammetteranno mai vincoli infrangibili. La questione non
è soltanto di cultura; è essenzialmente -ecco il punto -di sangue.
Si tratta di ebrei, o di
mezzi ebrei, o di ebrei camuffati da cristiani (qui la religione non
c'entra, ma serve negli interessati come mascheratura della loro
condizione di sangue) o di quarti di ebrei; o di italiani sposati ad
ebree, di ebree che hanno un marito, e quindi un nome, italiano.
Tutta questa gente che è molta, in Italia, più di quanto non si
pensi, ed è intelligente, di quella intelligenza pratica della razza
cui appartiene, ha fiutato un pericolo. Ha intuito che una campagna
razzistica non poteva esser campata in aria; aveva un senso; poteva
avere uno sbocco. Questa gente si è chiesta se, a un dato momento, e
per necessità superiori e « imperiali», una politica razzistica,
cioè una politica di difesa e di potenziamento della razza, non
potesse diventare una politica di “pulizia della razza”, anche
attraverso provvidenze legislative. Aveva visto che Mussolini non
scherzava con la tendenza a scivolare nelle braccia d'una razza
inferiore; che Mussolini
difendeva, contro la superficialità e l'innocenza di coloro che
farebbero «tutta una famiglia» perfino coi Boscimani, anche a mezzo
del carcere, la dignità il decoro e le qualità fisiche della razza;
ed emanava il divieto del madamismo, piaga dell'Italia di ieri, così
deliziosamente e criminalmente atta a insabbiarsi. Poteva dunque
temere, questa gente, che una politica di razza finisse con
l'obbligare l'Italia a guardarsi nello specchio e a riscontrarsi
parecchi nei. In sostanza
questa gente è insorta per difendere una posizione, la propria o la
posizione dei padroni che la muovono, e insieme tutte le posizioni
acquistate, che potrebbero pericolare in un domani non troppo
lontano. Il lettore non crederà che noi fabbrichiamo dei fantasmi
per combatterli; non è nostra abitudine e abbiamo già parecchio da
fare con gli uomini per battagliare anche con i fantasmi. La realtà,
alla luce della statistica, è che in Italia – ove l’esigua quantità
di ebrei (circa
70 mila su 43 milioni di abitanti) potrebbe far considerare
trascurabile la questione ebraica - sulle 6.000 persone notevoli nel
campo dell'intelligenza elencate nel « Piccolo Dizionario dei
contemporanei italiani» del De Gubernatis, 125 sono israelite; e il
Livi - nel suo libro sugli “Ebrei e la statistica “, pubblicato nel
1920 - rileva: “appena 17,9 sopra 100.000 abitanti pei Cristiani,
ben 292,7 per gli Ebrei; una frequenza 16 volte più grande in
confronto di quella dei Cristiani”! Il Livi continua: “La
notevolissima superiorità numerica -con due ben comprensibili
eccezioni per la
nobiltà e il clero - risulta ancora più forte tra gli uomini
politici, i giuristi, gli economisti, i medici, i matematici, i
letterati, i pubblicisti... “. E ancora appresso, il Livi (il cui
studio meriterebbe d'essere aggiornato e certo risulterebbe oggi più
istruttivo) stabilisce un quadro statistico dal quale, avendo
ridotto a mille il numero complessivo degli Ebrei o Cristiani
notevoli, risulta che contro « 249 letterati, filosofi, storici,
poeti, giornalisti, e pubblicisti Cristiani stanno 416 Ebrei; contro
48 giuristi avvocati e magistrati Cristiani, gli Ebrei sono 128; e
gli uomini politici Ebrei sono 136 contro 62 Cristiani.
Queste cifre, lo abbiamo detto, sono dell'Italia di ieri; ma ci
mancano i dati per poter dire che siano migliorate. In ogni modo,
esse stanno a dimostrare che è falso e forse certamente diffuso il
giudizio sulla trascurabilità del problema ebraico in Italia, data
la trascurabile percentuale degli Ebrei nella popolazione italiana.
La percentuale non bisogna stabilirla in cifre assolute, ma
relativamente ai vari settori dell'attività nazionale; nel caso
nostro, relativamente alle attività dette intellettualistiche.
Ebbene, noi diciamo che l'insurrezione contro il Razzismo e contro
un'eventuale politica di razza è una insurrezione di « meticci »; di
ebrei o di mezzo-ebrei, o di gente al servizio degli ebrei. Non
facciamo nomi, perché i fatti personali sono esclusi dalla nostra
azione, salvo che qualcuno non li cerchi; ma se il lettore ha voglia
di farsi un'idea di ciò che è successo s'informi e vedrà che non
abbiamo torto.
Ma deve informarsi bene; deve conoscere in quali zone della
geografia e in quali zone della cultura gli ebrei hanno il
sopravvento; e quali sono gli ebrei camuffati da cristiani, e quali
i cristiani che hanno una metà del sangue ebraico e quali ne hanno
un quarto e quelli che poi non sono né cristiani né ebrei ma frutti
di curiosi incroci di razze varie. Come spiegare, se non con un
difetto di purezza nel sangue, un certo atteggiamento
intellettualistico di fronda o di opposizione esclusivamente orale o
addirittura di tradimento, che elementi normalmente circolanti nel
nostro
mondo intellettualistico, ancora oggi, nell'Anno XVI, ostentano? Si
potrebbero ancora una volta fare dei nomi; e si tratterebbe di gente
che con la purezza della razza, e quindi col razzismo, non ha nulla
a che vedere né vuole avere, naturalmente, a che fare. Questa gente
nel migliore dei casi, cioè nel caso della maggiore furbizia,
vorrebbe almeno che si sostituisse alla parola “razza” quella, meno
impegnativa e più letteraria, di “stirpe”; che si facesse
dell'imperialismo sì, ma “spirituale”; che si sentisse la
“romanità”, ma attraverso la poesia, non attraverso la politica,
attraverso le rovine del passato, non per mezzo delle imprese del
presente. Questi sono gli intellettuali privi di radici nella loro
terra, vaganti a mezz'aria tra una culturetta francese d'accatto e
un europeismo di natali democratici. Un bel giorno se ne vede
qualcuno varcare la frontiera e imbrancarsi nei Comitati di
vigilanza intellettuale antifascista, o nei gruppi internazionalisti
comunisteggianti; Rolland è il loro dio e se ne fanno, con
straordinario zelo di novizi, i chierici.
Essi, alla fine, non tradiscono nulla, perché l'Italia mussoliniana
non è il loro paese; essi vi sono ospitati, e a volte in perfetta
buona fede credono che il destino dell'Italia debba essere conforme
al loro meschino destino, e quello che oggi accade non sia che una
parentesi. Certo, ci sono le eccezioni. Le eccezioni formate da quei
giovani che, appunto, la confusione creata dal meticciato
intellettuale trascina in polemiche più alte di loro; da quei
giovani che hanno il gusto di opporsi a qualche cosa pur di apparire
originali, pur di trovare argomento a polemica. Questo non nuoce, se
non per la parte che è dovuta alla confusione. I giovani che non
hanno chiaro il concetto delle necessità imperiali e razzistiche
della nuova Italia, i giovani che si illudono di reggere, domani, il
terribile peso della gloria conquistata all'Italia da Mussolini
fondandosi su formule letterarie o su sentimentalismi debilitanti,
ripugnando alla concezione dinamica che della nostra storia dobbiamo
avere, questi giovani lavorano alla loro propria disgrazia. Essi si
troveranno impreparati o mal preparati al compito che li aspetta.
Non basta essersi battuti per l'Impero; occorre sapersi battere,
nel campo della cultura, per rendersi capaci di ereditare un Impero.
Bisogna dunque cominciare con l'essere spietati verso se stessi e
castigarsi nelle debolezze dello spirito per raggiungere quella
purità di razza e quella incandescenza di sangue che Mussolini
raffigura e che ha alzato nuovamente nella storia il nome d'Italia,
anche e sopralutto con dignità biologica.
COSI’ PARLO’ IL RABBINO
Esiste tuttora un “sionismo” in
Italia? Questa domanda suonerebbe ingenua, sol che si ricordassero
le lunghe e vivacissime polemiche condotte in Italia, sui giornali
fascisti – e in prima linea sul Tevere – dagli stessi ebrei italiani
fin dal 1934, cioè fin dal tempo in cui più arrogante si fece la
propaganda sionistica nel nostro paese. Ci fu allora una vera e
propria insurrezione di ebrei contro il sionismo, definito contrario
agli interessi della nazione italiana e tale da riproporre, in
termini assolutamente drammatici, la terribile questione
dell’assimilazione dell’elemento ebraico. I più astuti fra gli ebrei
d’Italia furono pronti a gettare alle ortiche l’abito sionistico per
non suscitare sospetti e per guadagnare con pochissima spesa un
certificato di buona condotta nazionale.
Ma queste polemiche sono ormai lontane nel tempo. La labile memoria
di alcuni e l’astuzia degli altri hanno disteso un velo sul
movimento sionistico tra gli ebrei italiani. Di modo che la domanda:
c’è del sionismo in Italia? apparirà inopportuna, intempestiva e
forse anche ingiuriosa. Non fu proclamato infatti che gli ebrei
d’Italia non hanno altra patria all’infuori della patria italiana,
né altro amor di patria che l’amore per la patria italiana?
Ma qual è, di grazia, il più autorevole rappresentante del pensiero
ebraico, in Italia, e l’indiscutibile interprete delle aspirazioni
ebraiche? Non è forse il Rabbino Capo, la più alta e venerata
personalità delle comunità ebraiche italiane? Il Rabbino Capo, o
grande Rabbino, religioso che non disdegna l’attività politica
avendo fondato, anni or sono, ad Alessandria d’Egitto dove
risiedeva, una rivista politica di studi ebraici (rivista alla quale
non di rado noi abbiamo
attinto per illustrare l’attività politica degli ebrei), il Rabbino
Capo Davide Prato ha avuto la bontà di prevenire la domanda che oggi
potrà apparire inopportuna, trattando del sionismo in un lungo
discorso pronunciato a Budapest, sotto gli auspici di quella
Associazione Pro Palestina. Il discorso è pubblicato nella rivista “
Mult ès Jövo” cioè Passato ed Avvenire, organo ufficiale del
movimento sionista (redazione: Budapest-Vienna-Tel Aviv). Che cosa
dice questo discorso?La rivista presenta intanto il Rabbino con
queste parole: “Il grande Rabbino dell’Impero Italiano è da decenni
entusiastico fautore dell’idea della ricostruzione della Palestina”.
Il che vuol dire che il capo religioso degli ebrei d’Italia è, non
da oggi, fervente sionista. Noi lo sapevamo, molti non lo sapevano,
alcuni lo hanno dimenticato. Ma ecco un’antologia del pensiero
sionistico del grande sacerdote.
Anzitutto, l’assunzione di Herzl, agitatore sionista, nel cielo dei
profeti d’Israele: “Sono trascorsi 40 anni da quando l’ultimo
profeta Herzl, nato in questa città, aprì il primo congresso
sionista, a Basilea. 40 anni? Sembrano i 40 anni della migrazione
attraverso il deserto. Ma che cosa abbiamo fatto durante 40 anni? Se
facciamo i conti con noi stessi, possiamo forse dire che abbiamo
molto agito. Ma se consideriamo le possibilità che ci sono state
offerte dobbiamo dire: non abbiamo fatto nulla! Se chiediamo a noi
stessi se abbiamo seguito la parola del profeta, se abbiamo fatto il
nostro dovere, la risposta è opprimente. Chi ha prestato ascolto
all’appello di Herzl? Solo i poveri, solo gli idealisti. I ricchi si
sono rivoltati a Lui con ironia e gli sono passati accanto con muta
indifferenza”.
Poi la questione territoriale che dà la necessaria concretezza al
sionismo: “Il grande sogno della rinascita ebraica è limitato dentro
le strettissime frontiere che oggi ci sono offerte; ciò può essere
doloroso, ma non è decisivo. Che sa che cosa nasconde l’avvenire? Ma
in ogni caso dobbiamo definire incomprensibile il fatto che ora
questa limitazione delle frontiere è discussa nella maniera più
vivace proprio da color che non erano disposti ad alcun sacrificio
per la ricostruzione della Palestina, da coloro che avevano saputo
unicamente ostacolare e non avevano voluto aiutare, da coloro che
sarebbero contrari allo Stato ebraico anche se le frontiere
prendessero tutta la Terra Santa storica, sulle due rive del
Giordano. Essi o per falsi timori o per equivoco, sono ugualmente
contrari alla piccola grande Palestina”.
Poi ancora, la definizione del sionismo come Stato ebraico, da
differenziarsi nettamente dalle nazioni ove gli ebrei attualmente
vivono: “Uno Stato ebraico può essere tale soltanto se dominato
dalla lingua ebraica, dalla cultura ebraica, da leggi ebraiche.
Proprio come in Italia dove esistono una lingua italiana, una
tradizione italiana, una legge italiana; e come in Ungheria”.Segue
una efficacissima formula che definisce in termini ebraici le
cosiddette patrie
d’adozione, le quali sono letteralmente “i luoghi dove l’ebreo si
trova”: “Chi vuole andare in Terra Santa con l’intenzione di non
rispettare il sabato, rimanga pure dove si trova, anche a costo di
andare in rovina”.
Viene appresso un pizzico d’orgoglio: “Noi non andiamo in Palestina
per cercare un nuovo ghetto o per trapiantare laggiù i vari ghetti
delle comunità disperse. Noi vi andiamo per rinnovare la nostra
cultura, la nostra lingua, la nostra anima”.
E poi preziose confessioni di questo genere: “Noi ebrei andiamo
sempre contro corrente.
Dobbiamo fare dei sacrifici ora che si tratta, dopo duemila anni, di
ricostruire la Terra Santa. La Palestina è la catena che lega gli
ebrei dispersi nel mondo. Anch’io ho un figlio fra i costruttori
dello spirito a Tel Aviv”.
E, a questo punto, un’audace interpretazione politica dei testi
sacri, veramente degna della leggendaria accortezza ebraica: “Tra i
dieci comandamenti è scolpito il Verbo: “Rispetta il padre e la
madre”. Nessun contrasto esiste in questo comandamento. Dobbiamo
rispettare il padre, cioè il paese al quale è legato il nostro
destino, ma nel medesimo tempo non dobbiamo dimenticare la madre
lontana che ci attende: EREZ ISRAEL”.
Infine, l’affermazione categorica che di assimilazione non è il caso
di parlare; gli ebrei vogliono restare ebrei, contrariamente alle
favole interessate che si son fatte circolare in Italia, di tanto in
tanto: “Questa ricostruzione interiore rappresenta la rinascita
ebraica che ha portato a una nuova coscienza, al posto della
tendenza all’assimilazione”.
Ecco l’antologia sionistica del Rabbino Capo d’Italia, Davide Prato,
alla quale naturalmente attingeranno tutti gli ebrei d’Italia, ogni
qual volta si troveranno esitanti di fronte a Sion. Tanto più che il
venerabile sacerdote assicura i suoi fedeli, nello stesso discorso,
che “il sublime governo sotto il cui dominio gli ebrei vivono in
Italia garantisce il diritto di partecipare ai problemi universali
dell’ebraismo e, quindi, naturalmente, anche all’opera per la
restaurazione della Terra Santa”.
(Quel quindi e quel naturalmente sono di una naturalezza tutta
ebraica; e meriterebbero, in lingua italiana, una dimostrazione
almeno per assurdo). Il sionismo dunque esiste in Italia, e il
Rabbino Prato ne è l’assertore; così come esisteva ieri, sotto altri
rabbini e con altri agitatori e propagandisti.
Si tratta ora di vedere se il padre putativo cioè la patria
italiana, intende a lungo dividere con la madre, cioè Sion, il
curioso amore di questi non richiesti figli, essendo stata
pronunciata solennemente e da tempo la separazione di corpi, di beni
e di interessi fra italianità e sionismo. Il primo rispetto da usare
a un padre, è quello di non approfittarne fuor di misura.
UNA MANOVRA IN MASCHERA
Si è saputo – per la felice indiscrezione di un giornale di Vienna –
che l’ammiragliato britannico ha un suo piano per l’annessione, “al
momento opportuno”, della Palestina. La sorpresa per tanta
disinvoltura non è poca in Europa; ma occorre dire subito che
l’Europa vuole sorprendersi mentre, se fosse meno distratta,
potrebbe risparmiarsi le maggiori emozioni.
Infatti. Dell’annessione pura e semplice della Palestina, come terra
promessa, ha già parlato il Times. Come il lettore vedrà, si tratta
di una tesi religiosa e lievemente romanzesca alla quale si affida
il compito di rimuovere ogni ostacolo logico alla presa di possesso
della Palestina. Il Times dice che, non esistendo dubbi
sull’identificazione degli anglosassoni col popolo di Israele, la
Palestina, come Terra promessa del regno di Israele, non spetta né
agli Ebrei né agli Arabi, ma deve essere annessa alla Gran Bretagna.
Leggere per credere.
Leggendo, si scopre ancora dell’altro, e del più gustoso. Si legge,
ad esempio, che il trono britannico non è che la continuazione
moderna del trono di Davide. Si legge che l’occupazione di
Gerusalemme da parte degli inglesi durante la guerra mondiale
dimostra che gli inglesi sono il popolo di Israele, giacché, non
essendo crollate le mura della città santa all’ingresso dei Gentili
– come i profeti predicono – vuol dire che gli inglesi non sono
Gentili, sono il popolo di Israele. Che cosa non si legge, sul Times,
che non faccia trasecolare un galantuomo? Si apprende che sassone
(anglo-sassone) viene da Isacco; vale a dire che non solo gli
inglesi, ma tutti i popoli anglo-sassoni (l’America è chiaramente
indicata) sono progenitura di Isacco, figlio di Abramo, capostipite
di Israele.
Ma dove ha preso, il Times, tutte queste straordinarie notizie? Da
una pubblicazione anglicana, alla quale appunto si riferisce,
intitolata “Il Messaggio nazionale ai popoli britannico e
anglosassoni”. Tale pubblicazione, che si fregia di simboli biblici
ed ebraici, di bandiere, di troni, di piramidi e di trombe, ha il
compito di divulgare nel mondo anglo-sassone la convinzione,
suffragata da citazioni e da grafici, che Israele è oggi la Gran
Bretagna; e che, poiché Israele, per volontà suprema, è chiamato ad
esercitare un’egemonia sul mondo, l’egemonia britannica, o
anglo-sassone, è legittima e di origine divina.
Vogliamo percorrere lo stravagante itinerario di questi inglesi
tutt’altro che stravaganti? Abramo ha un figlio dalla sua schiava
Agar, e questi, Ismaele, è il capostipite del Arabi (razza, dunque,
di schiavi; gente illegittima). Ma poi ha un figlio da sua moglie
Sara, e questi è Isacco, generatore di tutte le tribù d’Israele. E
infine ha un’altra moglie, Cetura, dalla quale ha ancora una
discendenza: i Bramini (?). ma le tribù di Israele si differenziano
fra loro. Altro è la tribù di Giuda – alla quale appartengono i
giudei o gli Ebrei propriamente detti – altro sono le 10 tribù
elette. Queste tribù
emigrarono per tutta l’Europa e finirono nelle isole britanniche. I
figli di Isacco (Isacson, Sassoni), sono il popolo di Israele al
quale Javhè ha promesso il dominio del mondo; il trono britannico è
il trono di Davide; il Commonwealth inglese non è che la riunione
delle tribù elette sparsesi per il mondo (ricordatevi che i Bramini
sono figli di Abramo e l’India attuale è dunque giustamente caduta
nelle mani degli inglesi); la dominazione del mondo è della Gran
Bretagna per volere divino; la Palestina è inglese per destinazione
profetica.
Si vorrebbe ridere, ma non si può. Il “messaggio” è lardellato di
adesioni firmate da altissime personalità britanniche e americane
appartenenti specialmente all’alto clero anglicano;
l’identificazione del Regno di Israele col Regno Unito e coi popoli
anglo-sassoni è esaltata come una vera e propria scoperta. Il
carnevale impazza per le vie del mondo anglo-sassone.
Ma è un carnevale, o una manovra in maschera? Gli inglesi sanno quel
che fanno. Questa stravagante pagina va di pari passo con le
istruzioni dell’Ammiragliato. L’Ammiragliato vuole il possesso
diretto della Palestina, e la chiesa anglicana dà il suo contributo
esoterico all’impresa.
Si sa quanto i popoli anglo-sassoni siano sensibili a tutto ciò che
odora di Bibbia; ecco la Bibbia al servizio dell’Imperialismo
britannico. Si tratta di riparare all’errore commesso sposando la
causa degli Ebrei con quella britannica. E l’impresa risulta facile;
in primo luogo, per la straordinaria docilità dell’inglese a
trangugiare le storie più stupide; in secondo luogo, perché – come
tutti sanno – gli Israeliti dominano la vita politica dell’Impero
inglese; i ministri ebrei non si contano; i finanzieri ebrei
dominano la vita economica del paese; il giornalismo è infeudato
agli ebrei. E al centro dell’Impero non c’è un ebreo: Disraeli?
“Mia è tutta la terra” – dice la legge ebraica; ed è la divisa
attuale dell’imperialismo inglese. Ma o in nome di Israele o in nome
dell’Ammiragliato britannico, la pretesa britannica è inaccettabile.
I popoli liberi non si arrenderanno alle Tribù d’Israele; né alle
vere né alle false.
ISRAELE BRITANNICO SERVO DI DIO
Ed ecco più precise notizie di “British-Israel”. Ci eravamo
sbagliati; non si tratta affatto di un carnevale in anticipo né di
manovre imperialistiche; si tratta precisamente della volontà di Dio
– che noi precisamente sconoscevamo1 – e della felice sintesi –
anche questa prodottasi a nostra insaputa – tra la Croce e la Stella
di David. Ricapitoliamo, seguendo le lapidarie formule di “British
Israel”. Sono gli ebrei il popolo eletto? Certo. Secondo Matteo,
21-43, fu il regno di Dio
preso dagli ebrei e dato a una nazione? Questo è meno certo, almeno
nel senso letterale delle parole. Non di meno, la Gran Bretagna è la
nazione serva di Dio; e, in conseguenza, gli Inglesi sono il popolo
d’Israele differenziato dagli Ebrei. Conclusione: Britannia è
Israele.
Se il ragionamento non fila alla perfezione, la colpa, naturalmente,
non è nostra: è del bollettino di “British-Israel”. Le affermazioni
sono sue; l’uso coraggioso della Bibbia e del Vangelo è suo.
Ma questo ha poca importanza; giacché nella storia,
d’identificazioni un poco audaci sul genere di questa storia si sono
spesso avute; da quel cittadino francese che si credette Imperatore
del Sahara, e ne morì, agli indigeni della Liberia che, tra una
compera e una vendita di schiavi, si credono tutt’ora i
rappresentanti in terra della Libertà umana. Ciò che ha importanza è
l’esistenza in sé di un movimento di origine spirituale, fondato non
soltanto sulla Bibbia ma anche sulla
religione di Cristo abilmente adulterata, volto a dimostrare il
diritto britannico di dominare e governare gli altri popoli, tutti
gli altri popoli. Dice a un certo punto lo scritto che risponde alle
nostre riserve: “E’ facile mettere in ridicolo la teoria (sic)
secondo cui il popolo britannico è il popolo d’Israele….ma non è
facile altrettanto negare la forza del fatto che la razza
Anglo-Sassone è eletta ad adempire una missione per il bene di tutte
le genti del genere umano. Il ruolo di popolo eletto non è un
carnevale, ma rappresenta un’alta responsabilità e una umile
dedizione
al più alto degli ideali”.
Come si vede, qui comincia a far capolino il fanatismo britannico e
un suo particolare profano missionarismo. Su queste molle agisce,
sicuro del fatto suo, il “British-Israel”. E se noi tentiamo di
mantenere questo bizzarro movimento nei confronti apparenti di una
setta religiosa, il suo fondo politico viene subito a galla. “E’ una
maliziosa falsità che la Bibbia venga usata come strumento al
servizio dell’imperialismo britannico. L’imperialismo britannico
adempie inconsciamente le profezie della Bibbia, ed è nostro destino
quello di recitare questa parte malgrado noi stessi…..”.
Vale a dire che gli Inglesi sono mondi di ogni peccato di voradicità
e di egoismo, essendo i ciechi strumenti di una politica divina.
Anzi, a questo proposito, “British-Israel” deplora la cecità degli
Inglesi, e la sordità della Chiesa Anglicana la quale non ha ancora
trangugiato l’identificazione di Cristo con Israele. “Come popolo,
noi abbiamo costruito un Impero malgrado noi stessi. Sotto la mano
di Dio che ci ha guidati, l’Impero è stato il lavoro di un popolo,
non a causa della lungimirante saggezza degli uomini di Stato
nazionali, ma malgrado questa. Il “British-Israel” non ricerca il
patrocinio di forze occulte. Né c’è posto per orgoglio nazionale
(sic) né per arroganza razziale (resic) nella concezione di “British-Israel”!.....
E’ un linguaggio che assomiglia, come due gocce d’acqua si
assomigliano, a quello delle sinagoghe; dove in nome di Jhavè si
afferma in tutta “umiltà” che gli ebrei sono il popolo eletto e i
futuri signori della terra. Un linguaggio che naturalmente scivola
dallo spirituale nel politico quasi senza avvedersene: per esempio
così: “British-Israel invoca una politica britannica mondiale
tendente ad una sistemazione del mondo Vedi il capitolo
precedente attraverso le condizioni spirituali, economiche e
politiche del Regno di Dio, per tutte le nazioni del genere umano”.
Un linguaggio pieno, non diciamo di arroganza, ma di insopportabile
presunzione
quando così si esprime: “Esso (British-Israel) deve esercitare una
profonda influenza sulle menti di tutti coloro che sono incaricati
del compito di guidare i destini politici delle nazioni”. E se le
nazioni non intendessero farsi guidare da Israel Britannico? Ebbene,
questa obiezione è già scontata dai nostri contradditori. Mentre
essi, invocando il dominio dell’Inghilterra sul mondo, sono gli
umili servi di Dio, noi che ci rifiutiamo ad essere dominati siamo
gli imperialisti
recalcitranti. “L’idea di qualche sinistra influenza politica nei
riguardi del manifesto è estremamente fantastica. Ma la stampa
fascista è stata abbastanza perspicace (grazie!) da scorgere che se
la verità di British-Israel un giorno colpisse l’immaginazione del
popolo britannico, ciò significherebbe la fine di qualsiasi
rinascita dell’Impero romano nell’estremità orientale del
Mediterraneo”.Non soltanto questo, significherebbe; sarebbe
l’abdicazione collettiva delle genti umane alla dignità e al decoro
civile; sarebbe l’accettazione pecorile di una servitù fondata
apparentemente
sulla stravaganza di una setta, ma sostanzialmente sull’arroganza
degli Inglesi. Non crediamo
che “British-Israel” sia destinato a grandi fortune oltre i confini
del mondo anglo-sassone. Per quanto questo movimento voglia
distinguersi dagli Ebrei propriamente detti, discendenti di Giuda,
potrebbe dagli Ebrei imparare che cosa significhi farsi i portatori
di un imperialismo religioso. La sete di dominazione giudaica è
all’origine delle sfortune degli Ebrei. Giudaica o israelitica, la
sete è la stessa. Noi non seguiremo il “British-Israel” nella sua
puerile ripartizione moderna delle tribù d’Israele; ci limiteremo a
tenere in sospetto l’imperialismo con la Bibbia in mano. Anche se
questa
volta, per ingannare meglio gli ingenui, esso porta in una mano la
Bibbia e nell’altra il Vangelo, adoperando Cristo come un profeta
qualsiasi, al servizio dell’Impero inglese e del suo sempre
crescente appetito; oggi indirizzato verso la Palestina.
IL PADRE PUTATIVO DEGLI INGLESI
La forza sbalorditiva – dice
Hilaire Belloc nel suo Saggio sull’indole dell’Inghilterra
contemporanea (questo saggio è uscito da poco in versione italiana
ed è una traduzione opportuna; ottantacinque paginette utili, contro
milioni di pagine inutili) – la forza sbalorditiva dell’influenza
della Bibbia sull’Inghilterra, tanto profonda che la mentalità
inglese ne è rimasta tutta penetrata, è derivata da un fattore
speciale che solo quelli la cui lingua madre è l’inglese possono
capire”. Ecco perché pochi, in Europa, riescono a capire la serietà
di propositi e di intenzioni che si nasconde sotto l’apparenza
ridicola della campagna per una identificazione tra Israele e la
Gran Bretagna e per un riconoscimento della missione divina degli
inglesi in Palestina. Ecco ancora qualche illuminazione di Belloc:
“La Bibbia è oggi un elemento essenziale, di cui la stoffa di un
inglese è intessuta. Essa ha certo sostenuto potentemente l’altra
concezione
protestante della superiorità della razza, portando grandi masse –
in pratica, il grosso della nazione – a considerarsi un popolo
scelto”. Dal popolo scelto al popolo eletto è breve il passo, quando
un’interpretazione accorta dell’Antico Testamento aiuti. E allora
non c’è più da ridere se, a proposito di Palestina, il movimento
politico-religioso che fa capo al già citato National Message in una
nuovissima pubblicazione è ora giunta in Italia, sentenzia in questo
modo: “Il governo inglese deve convincersi che il potere della Gran
Bretagna nel Vicino Oriente ebbe una divina sanzione; da ciò
nascerebbe un nuovo senso messianico che darebbe la necessaria forza
e fermezza alla politica ufficiale. Fu con Abramo, padre della razza
britannica, che il patto venne concluso. Al tuo seme io ho dato
questa terra, dal fiume dell’Egitto fino al grande fiume, il fiume
Eufrate. Io darò a te, e al tuo seme dopo di te, tutta la terra di
Canaan, in eterno possesso”. Queste bibliche ricerche di paternità
fanno sorridere noi italiani, ma Belloc ci ammonisce di
prenderle sul serio. L’inglese moderno – la lingua per mezzo della
quale gli inglesi comunicano – è stato gettato e fissato nello
stampo dell’Antico Testamento. Negli orribili dibattiti della Camera
dei Comuni, che sono di un livello bassissimo, ricorrono
incessantemente termini e frasi del Libro”. A questo si aggiunga,
dice ancora Belloc, l’impressionabilità dell’anima emotiva degli
inglesi, agitata dalle qualità letterarie della Bibbia. Aggiungiamo
ancora, per conto nostro, la voracità della politica inglese, e
quello che Belloc chiama lo spirito commerciale, base della stretta
alleanza tra Israele e l’Inghilterra. Il dominio della Palestina è,
in parte, un ritorno d’Israele alla terra promessa, in parte una
presa di possesso del Vicino Oriente da parte della Gran Bretagna
israelitica. Secondo il movimento che fa capo al National Message,
la Palestina inglese deve diventare “la chiave di un gruppo di stati
arabi che si opporrebbero come un solido blocco a qualsiasi
aggressione dal nord o dal sud”. Qui siamo già lontani dalla Bibbia,
ma dalla Bibbia
siamo partiti. Ancora Belloc: “La posizione sicura e spesso
dominante goduta dagli ebrei nella società inglese, la loro grande
influenza in tutte le funzioni direttive di questa società, la
grande mescolanza di sangue ebreo nella classe di governo, è
attribuita dai critici stranieri ad una alleanza fra il popolo
protestante e Israele perseguitato….. Ma consiste meno nella
religione che nello spirito commerciale”. I due motivi si danno la
mano. Una astuta interpretazione dei testi
biblici cerca di dare un impulso religioso a un’azione che è
fondamentalmente mercantile e affaristica; e che minaccia non
soltanto il mondo arabo, ma il destino del vicino Oriente e
l’equilibrio del Mediterraneo orientale, dove l’Italia ha tanti
vitali interessi.
GLI EBREI BARANO
Quindi – disse il Signore – tu non sarai più chiamato Abramo (padre
elevato), ma Abrahamo (padre di moltitudini), perché ti ho destinato
a padre di molte genti”.Perché dunque il sedicente Abramo Levi,
autore del libro “Noi Ebrei”, non si chiama Abrahamo, essendosi
fatto padre di molte genti, secondo la vocazione biblica degli
Abrami; di molte
illegittime genti?
“Noi Ebrei”, dice il titolo del libro; e, correndo all’indice, si
enumerano le genti che il nostro Abramo ha messo sotto le sue
bandiere; e si scopre metà della stampa italiana, Popolo d’Italia in
testa; e una schiera di galantuomini che non si sono mai sognati di
sacrificare a Jahvè; una moltitudine da fare invidia alla
discendenza di Abrahamo. Questo è il più fresco saggio della
furfanteria ebraica.
Nelle scarse 24 pagine che il libro contiene di suo, il sedicente
Levi stabilisce alcuni fatti di capitale importanza: che l’Unione
delle Comunità israelitiche non fa politica; che gli ebrei isolati
politicanti non contano; che un problema ebraico non esiste in
Italia; che inventare problemi inesistenti non è bene. Chiuse
disinvoltamente le sue brevi pagine, il Levi chiama a raccolta, come
si è detto, la moltitudine che ha mobilitato sotto la bandiera di
Israel; e la disinvoltura
diventa arroganza quando ristampa, in suffragio della sua tesi un
articolo del Popolo d’Italia (pagina 64) dove è testualmente detto.
“Un problema esiste, e certo non può considerarsi risolto.
Perché…..resta una notevole massa di ebrei che non escono dal loro
chiuso ambito di razza….meritevole di attento controllo” (giugno
1937). Accanto al Popolo d’Italia, così chiaro e ammonitore, c’è,
beninteso, l’ignoto e ignorante scribacchino che con sublime
incoscienza afferma essere stato il sionismo “più che un elemento
tendente ad una forma di nazionalismo di minoranza, un mezzo di
orientare gli ebrei verso il Fascismo (sic!) combattendo con tutti i
mezzi il
bolscevismo”. L’autore di queste incredibili idiozie non merita
d’esser nominato, meriterebbe una borsa di studio per i corsi serali
dell’Associazione contro l’analfabetismo nel Mezzogiorno, essendo un
meridionale.
Ci sono poi tutti i giornali che hanno a suo tempo recensito il
volume di Paolo Orano, nel quale la questione ebraica era impostata
nel semplicistico modo che tutti sanno; sicché il Corriere della
Sera s’accompagna con Israel, Rivoluzione fascista con L’idea
sionistica, il Messaggero con La Nostra Bandiera, l’Evangelista con
Regime Fascista. Un vero e proprio polpettone senza capo né coda,
nel quale le affermazioni antisionistiche fanno il paio con le
difese del sionismo del tipo già citato, e con le solite facili e
banali affermazioni di generica italianità.
Questo polpettone, così come Abramo Levi lo serve agli Italiani che,
dei libri, leggono il titolo e l’indice. Ma un vero polpettone
giudaico andava fatto con più larghezza di mezzi. Quando l’astuto
Abramo ha voluto dimostrare che le Comunità israelitiche non fanno
politica e che – essendo il presidente di dette Comunità nominato
dal Governo e il Rabbino Capo scelto col tradimento del Regime –
l’ebraismo ufficiale non è sospettabile, egli dimenticava di
inserire nel suo polpettone alcune citazioni del Tevere, che
avrebbero reso più gustoso il suo elaborato. Infatti, non gustoso il
discorso del Rabbino Capo Davide Prato, pronunciato a Budapest
qualche tempo fa1 e riprodotto dal Tevere? E, quanto all’apoliticità
delle Comunità ebraiche, bastava riprendere dal numero del 18
gennaio 1934 di Israel queste indimenticabili dichiarazioni
dell’avvocato Augusto Levi sull’ebraismo: “Chi crede di rendersi
utile al paese assimilandosi completamente diventa in realtà 1 Vedi
il capitolo: Così parlò il Rabbino.
un elemento improduttivo……”. E ancora riprendere la polemica fra
ebrei che insorse in seguito appunto a queste enormità; riprodurre
ciò che scrisse al Tevere l’avv. Giorgio Sacerdoti: “….il solo
intento di far rifiorire in altra terra i valori spirituali ebraici,
non può che sminuire il senso puro dell’italianità…. Mi auguro che
le Comunità israelitiche sappiano alfine dimostrare, una volta per
sempre, di essere veramente italiane e di poter perciò ben meritare
della Patria….”. (Tevere, 24 febbraio 1934).
Il problema sionistico non esiste? L’Abramo Levi crede di averlo
seppellito con un paio di affermazioni generiche, come quel tale che
voleva dimostrare di esser patriota esibendo un certificato di leva.
Ma il Rabbino Capo Davide Prato se ne faceva a Budapest l’assertore,
sacrificando i fiori della sua eloquenza al Profeta Hertzl. Ma
ancora pochi anni or sono un gruppo di ebrei dissidenti (ecco i
nomi: Ascoli Giuseppe, Fiorentini Sergio, Musatti Raimondo, Rossi
Alberto) scriveva sui giornali di Roma: “noi sottoscritti invitiamo
il Presidente dell’Unione delle Comunità israelitiche (quello stesso
che Abramo Levi considera insospettabile) a voler chiarire
pubblicamente, in modo preciso e categorico, come si arrivi ad
ammettere che possa esistere un sentimento di vera e pura italianità
là dove si manifestano aspirazioni verso un differente
nazionalismo”.
Mancano, nello zibaldone che stiamo esaminando, molte altre
testimonianze. Così come si chiamano i più autorevoli fogli fascisti
a dimostrare il contrario di ciò che hanno dimostrato, si potevano
citare i più illustri testi sionistici a dimostrare l’inesistenza o
l’innocuità del sionismo. Conosce il compilatore di “Noi Ebrei” un
certo Max Nordau? Questi ebbe a scrivere: “Il sionismo politico è la
conclusione logica di due premesse; l’esistenza della nazione
ebraica e
l’IMPOSSIBILITA’, PER ESSA, -provata dalla storia e
dall’osservazione contemporanea – D’INTEGRARSI ONOREVOLMENTE NELLA
VITA NAZIONALE DEI POPOLI”. Conosce un tale Albert Einstein?
L’inventore della relatività dice testualmente: “Ma l’essenziale è
che il sionismo affermi la dignità e la coscienza necessarie
all’esistenza degli Ebrei della Dispersione e che crei, grazie al
centro ebraico in Palestina, un legame potente che unisca gli Ebrei
del mondo intero. IO HO SEMPRE AVVERTITO COME UN’INDEGNITA’ LA
FEBBRE DI ASSIMILAZIONE DI MOLTI MIEI COLLEGHI”.
Con queste testimonianze l’Abramo Levi avrebbe egregiamente
dimostrato la verità del suo assioma: che un problema ebraico non
esiste in Italia. E avrebbe ottenuto da Paolo Orano quel che egli e
tutti i suoi pari esigono da noi fascisti: il silenzio, un silenzio
complice. Il provvidenziale silenzio che accompagnava prima del
Fascismo la dominazione ebraica in Italia; il silenzio nel quale,
del resto, fino a ieri, un ebreo poteva far risuonare in lingua
italiana queste sue nefande
espressioni: Dieci milioni di Ebrei sentirono il peso dell’immane
cataclisma (la guerra) e si mascherarono fra di loro in nome della
Russia o della Romania, dell’Italia o della Francia, dell’Austria o
dell’Inghilterra…… Ben crudele destino ha subito questo popolo!”. (Davar,
1934).Nefandezza o lealtà? Un linguaggio di questo genere non può
tenerlo che colui il quale non abbia radici nel suolo della Patria
che lo ospita, uno straniero. E stranieri gli ebrei si confessano,
senza volerlo anche quando si dicono patrioti; come quel gruppo di
anonimi giovani ebrei che ci ha scritto, con tono tra l’altezzoso e
il prudente, dichiarando: “…probabilmente, noi resteremo sempre in
Italia….”. Essi, gli Ebrei, considerano l’Italia come un albergo,
come una stazione di transito; e se ne dichiarano, finora,
soddisfatti. Ma….. l’anno prossimo, a Gerusalemme!
Un problema ebraico esiste, in Italia; ed è, soprattutto, per noi
italiani, un problema di conoscenza. Conoscere gli Ebrei – non certo
attraverso le grossolane manipolazioni di un Levi – è giudicarli.
Noi abbiamo giudicato da un pezzo questa “gente consacrata” alla
quale è promessa “tutta la terra” ; e che, perciò, non ha patria.
Noi crediamo che servano inconsciamente l’interesse ebraico quelli
che ancora fanno questione di sionismo. La questione è nettamente di
razza: si tratta di sapere se l’ebreo PUO’ essere un italiano, non
se DEVE esserlo. Che DEBBA esserlo non v’è dubbio, giacché la legge
lo qualifica tale; e al momento opportuno egli deve indossare la sua
brava uniforme e servire sotto la bandiera italiana. Ma PUO’
esserlo? Nella migliore delle ipotesi, il migliore degli ebrei,
POTRA’ essere SEMPRE un buon italiano? E noi italiani di razza, di
sangue, di religione – e con profondissime e saldissime radici nella
nostra storia – potremo sentirci pari agli ebrei, la cui mistica è
tutta fuori dei confini della patria che da qualche tempo l’ospita?
Questo è, il problema ebraico.
L’EBRAISMO E’ QUELLO CHE E’
Sul problema ebraico, sul suo attuale aspetto italiano, sulle sue
possibili soluzioni, ci viene in soccorso la spregiudicata lettera
di un ebreo1 che ha il merito d’impostare senza infingimenti il
problema stesso. Gioverà tener presente questa lettera, poiché gli
argomenti trattati e le affermazioni di principio che ne conseguono
investono il centro del problema e chiariscono finalmente, fuor di
ogni confusione polemica o deformazione interessata, le reciproche
posizioni
di fronte a dati di fatto irrefutabili.
La soluzione integrale, secondo il nostro contradditore, non
potrebbe esser data se non dalla “assimilazione totale quanto più
rapida possibile”. O assimilazione, o separazione civile, dice il
nostro corrispondente; e per separazione civile s’intende la
limitazione nei diritti civili, quella limitazione che fatalmente e
doverosamente porterebbe al Sionismo ad oltranza. L’assimilazione –
che noi non abbiamo ancor visto, ma che il nostro contradditore dice
esistente ed operante – porterebbe alla scomparsa degli Ebrei
d’Italia. Gli ebrei d’Italia sarebbero capaci di scomparire senza
rimorso, saprebbero assumere, di punto in bianco, rapidamente
almeno, “con orgoglio pari a quello ebraico” la piena, assoluta
italianità della carne e dello spirito. Fermiamoci a questo punto.
In nome di chi parla, il nostro corrispondente? In nome di se
stesso? Le sue affermazioni sono pregevoli, e come espressione di
una sincera volontà individuale, accettabili. Noi possiamo ammettere
– per quanto i biologi avanzino i loro dubbi sull’esito dei
matrimoni misti fra razze assai diverse – possiamo ammettere che fra
tre, quattro generazioni (il nostro contradditore ammette che non
bastano, per un’assimilazione totale, né una né due generazioni) i
discendenti
di colui che fa del matrimonio misto una regola inviolabile non
saranno più ebrei. Ma questo è il caso particolare di un ebreo che
crede nell’assimilazione e si ripromette di offrirne i frutti ai
suoi e ai nostri nipoti. Che cosa pensano, invece, oggi,
dell’assimilazione i dirigenti delle Comunità israelitiche e,
quindi, la massa degli Ebrei d’Italia; e come giudicano
l’eventualità di un abbandono dell’orgoglio ebraico, di una
dimissione delle qualità ebraiche, di una “cancellazione” del sangue
ebraico? Abbiamo altra volta citato il pensiero inequivocabile di
illustri ed ascoltati personaggi dell’ebraismo mondiale; e sarebbe
ozioso ripetersi. E’ la volta di chiamare in causa, con le loro
stesse parole, i rappresentanti “legali” dell’ebraismo italiano, gli
interpreti autorevoli e autorizzati della volontà ebraica. Il nostro
corrispondente ci consentirà di trovare più attendibili, come
espressione del sentimento ebraico, queste testimonianze solenni
anziché le sue spregiudicate affermazioni finora senza eco.
Ecco qui un opuscolo, datato 5698, vale a dire 1937, intitolato “I
rabbini d’Italia ai loro fratelli”, firmato da ben trenta rabbini o
facenti funzione di rabbino o professori nei collegi rabbinici
d’Italia.
Sebbene l’elenco sia lungo, vogliamo citare tutti i nomi che lo
compongono, perché sia ben chiaro che non si tratta di gente oscura,
ma dell’aristocrazia del pensiero israelitico. Si va dal Rabbino
Capo di Roma, Prato, a quello di Rodi, Isaia Sonne, attraverso tutto
il rabbinato della penisola e delle colonie: Prato, Castelbolognesi,
Artom, Breger, Calò, Disegni, Friedmann, Hasdà, Laide-Tedesco,
Lattes, Leoni, Orvieto, Rocca, Schreiber, Sonne, Toaff, Ottolenghi,
Albagli, Cassuto, Della Pergola, Friedenthal, Grünwald, Kahan, e
ancora Lattes, Levi, Massiach, Pacifici, Rosenberg, Sagre e Zolli.
Questi rabbini e maestri delle generazioni ebraiche, che cosa dicono
ai 1 Lettera dell’ebreo avv. M. Fano al Direttore del Tevere,
pubblicata a suo tempo testualmente sul Tevere.
loro fratelli? In primo luogo questo, che sembra una banalità, ma,
al lume degli avvenimenti
attuali, acquista un piccante sapore polemico: “Tutti sanno che noi
ebrei siamo figli di ebrei che erano a loro volta figli di ebrei e
che tutti insieme abbiamo una storia che cammina per il quarto
millennio. Tutti sanno che questa storia non ha avuto e non ha
soluzioni di continuità e che gli ebrei di oggi sono figli degli
ebrei dei ghetti figli degli ebrei dispersi dopo la distruzione del
Tempio di Gerusalemme che erano i discendenti di Abramo, di Isacco e
di Giacobbe, i discepoli di Mosè e di Aronne che hanno ricevuto ed
accettato sul Sinai, difeso ed insegnato poi in ogni luogo, per
secoli e per millenni, verità, comandamenti, riti, dottrine,
insegnamenti che hanno fatto corpo con essi e con la loro storia e
che insieme formano l’EBRAISMO. ESSO E’ QUELLO CHE E’. E’ STIRPE, è
storia, è dottrina ed è coscienza di essi. L’ebraismo è quello che
è; ed è stirpe; ma noi diremo, per intenderci, RAZZA. E infatti,
poco più oltre, che cosa dicono i rabbini ai loro fratelli?
Dicono questo, e adoperano un’altra significativa parola:
“Conoscendo fedeltà al nostro SANGUE, alla nostra storia e alla
nostra missione non veniamo meno a nessun altro nostro dovere”.
Stirpe o razza, sangue e fedeltà al sangue; l’assimilazione è
lontana. Ma dicono ancora di più e di più chiaro i rabbini ai loro
fratelli, in questo anno 5698 o 1937-XVI della nostra era; parlano
del “focolare”, anzi della “ricostruzione di una sede o stato per
gli ebrei”; cioè parlano di
una cosa che per il nostro contradditore non è se non la seconda
ipotesi, l’ipotesi della ripugnanza all’assimilazione, l’ipotesi che
conduce diritti alla discriminazione nei diritti civili o
all’emigrazione (e se l’emigrazione non è volontaria,
all’espulsione). Vogliamo citare un brano della lettera? “A questa
soluzione (scomparsa degli ebrei attraverso i matrimoni misti)
taluni ebrei non potrebbero opporre che la libertà di coscienza
religiosa. Rispondo subito, senza esitare, che se la fede religiosa
è tale e tanta da ostacolare la fusione matrimoniale di una quale
che sia minoranza….. in questi casi la fede religiosa è per certo
tale e tanta da sopportare, conseguentemente, qualsiasi limitazione
civile. E’ evidente che per questi OBIETTORI DI COSCIENZA, e per
questi soltanto, la discriminazione nei diritti civili, oppure
l’emigrazione, sarebbero corollario inevitabile della loro obiezione
e soltanto della loro obiezione”. Così dice un
ebreo, ma così non dicono gli ebrei. Gli ebrei, coi loro rabbini
alla testa, dicono il contrario; dicono che “nessuno ha il diritto
di chiederci di essere infedeli proprio a noi stessi”; dicono che
“conservando fedeltà al nostro sangue non veniamo meno a nessun
altro nostro dovere”. Essi non sono dunque degli obiettori di
coscienza, destinati all’emigrazione o all’espulsione, o alla
limitazione nei diritti civili; sono arrogantemente fedeli a se
stessi ed esigono il rispetto del loro ebraismo, il quale contempla
“la ricostruzione di una sede o di uno stato per gli ebrei” con la
“garanzia del diritto pubblico e SOTTO L’EGIDA DELLA SOCIETA’ DELLE
NAZIONI”. Il rabbinato d’Italia, al lume della logica dell’isolato
ebreo che ci ha scritto, sarebbe maturo per l’emigrazione o per
l’espulsione in massa, o per un trasferimento d’ufficio sotto le
spennacchiate ali della Società delle Nazioni.
Ma per seppellire definitivamente, con le illusioni del nostro
corrispondente, una parola equivoca che non ha avuto sostanza mai
nel passato e ne dovrebbe avere in un futuro assai fantasioso, noi
citeremo ancora un brano del messaggio rabbinico agli ebrei
d’Italia; quel brano appunto in cui si parla dell’assimilazione e si
allude al matrimonio misto a progressione crescente. “E voi giovani
– esclama pateticamente il corpo dei rabbini d’Italia – e voi
giovani,
chiedete, come ne avete obbligo, la benedizione paterna, considerate
con amore questi riti familiari di cui risentirete eco nostalgica
fin negli anni più avanzati. Ed a suo tempo, cari giovani, ricreate
SU BASI INTERAMENTE EBRAICHE LA VOSTRA NUOVA CASA, SENZA CEDERE A
LUSINGHE DI ASSIMILAZIONE”. Questo è stampato, in tutte lettere, a
pagina 12 dell’opuscolo intitolato “I rabbini d’Italia ai loro
fratelli”, stampato nei “giorni solenni” del 5698, cioè di questo
1937.
Si tratta, dunque, di obiettori di coscienza? Di quegli ebrei che,
nella lettera alla quale rispondiamo, sono abbandonati senza
rimpianto alla discriminazione, o all’emigrazione? Ma allora il
problema ebraico è risolto; non più nel futuro, ma nel presente; non
parzialmente, ma radicalmente. Resta con noi soltanto un ebreo,
l’assertore dell’assimilazione totale, la mosca bianca dell’ebraismo
italiano, il nostro singolare corrispondente; con lui andremo a
salutare i
settantamila inassimilati e inassimilabili che, coi rabbini alla
testa e un passaporto della Società delle Nazioni in tasca,
muoveranno verso la frontiera, secondo la tradizione dell’ebraismo.
L’ebraismo che – secondo i rabbini – E’ QUELLO CHE E’.
ISRAEL IGNORA ISRAEL
-Siete voi un buon italiano? Mi promettete di esserlo sempre? Sono
queste le domande di una specie di catechismo fascista che si voleva
proporre agli ebrei d’Italia; quasi che sia immaginabile un ebreo
che risponda: -No, io sono un cattivo italiano; né posso impegnarmi
per l’avvenire. Da che cosa nasce questa santa ingenuità, che ha
annullato per lungo tempo ogni sforzo di chiarificazione del
problema ebraico in Italia? Non diremo da che cosa nasce, ma diremo
quando è apparsa. E’ apparsa col libro di Paolo Orano, libro che ha
avuto una straordinaria fortuna in ambienti ebraici e su giornali
che solitamente hanno in orrore la semplice discussione del problema
ebraico. Questo libro – del quale non discuteremo né l’informazione
né l’esposizione – ha aperto in Italia la grande cataratta
dell’ingenuità. Si è finalmente scoperto, in Italia, che cos’è una
questione ebraica e come va risolta. Si tratta appunto di fare ciò
che in principio dicevamo: un catechismo, al quale gli ebrei
rispondano con un sì o con un no, singolarmente o per comunità,
subito o dopo matura riflessione: - Siete voi italiano? - Sì, per
grazia di Israele. – Siete voi buono italiano? -Buonissimo, sulla
fede del Talmud. – Sarete sempre italiano al cento per cento? –
Dormite fra due guanciali!.....
E la questione ebraica è risolta, secondo Paolo Orano e i suoi
ammiratori. Infatti, fu lì lì per essere risolta: autorevoli
personaggi ebrei, finalmente toccati dalla grazia, hanno
“disconosciuto” il massimo organo ebraico di stampa, il settimanale
“Israel” che è al suo ventiduesimo anno di vita dopo averne vissuti
altri settantasei sotto il nome di “Corriere israelitico”; un
giornale, che gli ebrei hanno tenuto in vita per circa un secolo,
attraverso tutte le peripezie della vita politica italiana,
leggendovi sempre che “…..mia è tutta la terra: ma voi sarete un
reame di sacerdoti e
una gente consacrata”. Ora questa gente consacrata, di punto in
bianco, sconfessa il suo organo per testimoniare di essere puramente
e semplicemente italiana; ma allora ieri, e ieri l’altro, e un anno
fa e novantotto anni or sono…..non lo era?Sublime ingenuità dei
catechisti d’italianità; se bastava una diffida a risolvere la
questione ebraica, perché non farla prima? Perché tanto ritardo?
Questi valentuomini israeliti, fino a ieri polemizzavano col
“Tevere” difendendo “Israel”; eppure “Israel” non ha fatto oggi
nulla di peggio di quel che face nel ’32 e nel ’34 e anche
anteriormente, tutte le volte che noi gli davamo sulla voce.
“Israel” pubblicava le cronache ebraiche dalle province, e noi le
mettevamo in archivio, diligentemente; c’erano i più bei nomi
dell’ebraismo che oggi si definisce italiano al cento per cento, e
le sottoscrizioni e gli appelli e le lacrime e le espansioni e le
invocazioni per Erez Israel non si contavano. Il giornale portava la
sua divisa orgogliosa: “gente consacrata”; e, in parallelo con gli
organi ebraici di fuori i confini, agitava i problemi di una patria
che non era precisamente l’italiana, e di tutti gli avvenimenti e
gli uomini del mondo dava la sua interpretazione ebraica, con
soddisfazione ed edificazione di quella parte di “popolo eletto” che
vive nella penisola tenendo d’occhio l’era messianica. Questo faceva
“Israel”; valeva la pena di aspettare l’anno 5697 per disconoscerlo?
E poi, che cosa significa questo “disconoscimento”? Da chi procede?
Da un’autorità israelitica che abbia poteri per farlo? O da un
gruppo di persone che ha interesse di farlo oggi? E, ancora: questo
“disconoscimento” è ridicolo, giacché, in Italia, è il Regime che
può sconfessare e annullare un’attività, non i privati che, in
questo caso, vanno “ultra petita”. Come se la propaganda sionistica
(che è propaganda fondamentale religiosa) potesse essere annullata
di colpo, con un “disconoscimento” di coloro che la facevano o la
accettavano; come se la professione di italianità potesse essere una
cosa conveniente oggi e non conveniente ieri, necessaria secondo il
vento delle polemiche e gli umori politici.
Non ci stavamo forse prestando a una sottilissima manovra ebraica?
La classica ingenuità del non ebreo non avrebbe fatto il gioco degli
ebrei, accettando una tesi veramente idiota per la soluzione di un
grave problema, insoluto da duemila anni? Perché questa processione
di ebrei dietro alla tesi di Paolo Orano? Da una parte, si agitano i
rabbini: non toccate la religione ebraica.
Dall’altra si muovono gli antirazzisti, che hanno orrore di una
discussione zoologica; ohibò! In mezzo sta il catechista che risolve
tutto con una professione di fede. – Ditemi, oh! Ditemi che siete
dei buoni italiani, ma ditemelo sinceramente, una buona volta,
correndo l’anno 5697! E il coro degli ebrei risponde: noi siamo
italiani al cento per cento, tanto è vero che andiamo a sconfessare
il nostro giornale.
Oh, illusi noi, che credevamo la questione ebraica doversi porre e
risolvere in maniera concreta con l’identificazione delle
possibilità che uomini d’altra razza (di inassimilabile e
inassimilata razza sedicente “consacrata” ed “eletta”) hanno di
partecipare alla vita collettiva di una ben definita nazione, in un
ben definito momento della sua affermazione politica. Noi credevamo
che si dovesse, prendendo in esame la questione ebraica, procedere a
una revisione di valori, giudizi, di tendenze, di orientamenti; a un
severo controllo delle attività più delicate dello spirito, perché
non risultassero più, come disgraziatamente oggi risultano,
deformate e inquinate da una mentalità che è estranea, assolutamente
estranea, alla nostra; e che sulla nostra si esercita con sottile
ostinazione attraverso innumerevoli vie per debilitarla e
disorientarla; in ogni caso, per adulterarla.
Il dottor Chaim Weizmann, notabile sionista, dice che “la storia del
popolo ebreo in Europa è una storia di adattamento buono o cattivo,
abile o no, ma sempre una storia d’adattamento, di PENETRAZIONE IN
UN ORGANISMO VIVO. Quando gli Ebrei erano poco numerosi, questa
penetrazione si faceva senza dolore: quando gli Ebrei erano
numerosi, non si faceva senza dolore: non senza dolore per gli
Ebrei, e non senza dolore per gli altri”.
Per gli italiani, basterebbe un interrogativo per farsi penetrare
senza dolore?
DEMOCRAZIA = EBRAISMO
Un congresso ebraico si riuniva intanto a New York. Dal deputato
inglese Wedgrood il congresso riceveva un telegramma così concepito:
“Il mio più cordiale consenso all’American Jewish Congress che
intende fondare il fronte democratico del giudaismo universale per
la difesa dei diritti dell’uomo. La sorte della democrazia e la
lotta per i diritti del popolo ebraico trionferanno o cadranno
contemporaneamente. L’unione degli uomini fautori del progresso
assicura la vittoria”. Questo telegramma dice tutto. Gli ebrei
d’America dicono di voler organizzare il fronte unico
dell’ebraismo universale, agitando lo spauracchio dei regimi
autoritari dei quali “sono vittime designate cinque milioni di ebrei
d’Europa”. Ma poiché l’ebreo ama combattere sempre per interposta
persona, ecco che il congresso americano intende confondere in una
sola le due cause dell’ebraismo e della democrazia. Fronte unico
degli ebrei e fronte unico degli ebrei e dei democratici. Essendosi
delineato un conflitto, finora puramente ideologico, tra i regimi
autoritari e
le cosiddette democrazie, l’ebraismo si colloca alle spalle della
democrazia nella speranza di parare i colpi e di arrivare incolume
alla conclusione. Ecco dunque la necessità di riaffermare l’identità
tra ebraismo e democrazia; ed ecco il motivo del congresso.
E’ un peccato che la stampa ebraica sia trascurata in Italia dai non
ebrei. Qualcuno di noi legge i settimanali che si stampano nel
regno; ma non si tratta di questi foglietti ammaestrati. La stampa
ebraica che ci può efficacemente illuminare sul problema ebraico e
sulle vere intenzioni degli ebrei è quella che si pubblica oltre i
confini, nei paesi in cui gli ebrei godono della più larga impunità.
L’impunità diventa presto sincerità e la sincerità arroganza. E’
allora che si apprende come l’ebraismo non intenda disarmare di
fronte ai nuovi regimi nazionali sorti in Europa, come anzi voglia
organizzarsi per una guerra senza quartiere, in ogni parte del
mondo, sotto i colori della democrazia, per ingannare ancora quei
pochi idioti che nella democrazia credono.
Se non vivessimo in un tempo in cui ogni concezione vecchia ed
antiquata deve esser riveduta – così dice uno di questi fogli
ebraici dell’Europa orientale, il Nepünk – potremmo anche rimanere
nei limiti di una pacifica comunità religiosa. Ma così potrebbe
parlare soltanto un ebreo arretrato con le idee di prima del 1914;
non un ebreo di oggi. L’ebreo di oggi pensa, col Congresso ebraico
americano, che giudaismo e democrazia sono sostanzialmente la stessa
cosa. Sia data lode agli ebrei americani che hanno manifestato
apertamente la necessità per gli ebrei di tutto il mondo di
serrare le file a difesa delle idee democratiche. Soltanto la
democrazia può salvare gli ebrei, in particolare i cinque milioni di
ebrei dispersi in Europa. “Noi non vogliamo saperne – conclude il
Nepünk, cioè “La nostra gente” – non vogliamo saperne di regimi
autoritari. Noi siamo i più profondi interpreti della democrazia e
dobbiamo anche esserne i più autentici araldi. Hanno fatto bene gli
ebrei di New York ad affermare apertamente che i cinque milioni di
ebrei d’Europa, minacciati dai Fascismi, hanno una sola salvezza: la
lotta aperta per la democrazia vera ed universale”.
Se c’è ancora qualcuno che non è ben persuaso della fondamentale
avversione ebraica per i regimi sorti da una riaffermazione dei
valori nazionali, costui faccia un passo avanti. Gli daremo da
leggere e da mandare a memoria la cronaca di queste innumerevoli
adunanze giudaiche, in cui il volto dell’antifascismo si confonde
con quello d’Israele, per fare una sola maschera democratica,
destinata a precipitare il mondo in una nuova tragedia. La
democrazia ha scatenato la forza disgregatrice dell’ebraismo, e
l’ebraismo insorge in difesa della democrazia. “Noi non chiediamo –
dicono ancora gli ebrei del Nepünk; e, bontà loro, sono modesti! –
noi non chiediamo le loro terre né i loro valori statali; chiediamo
solamente il posto al sole. Ma per assicurarsi tale modesto diritto
è necessario che la democrazia universale trionfi sulla reazione e
sui sistemi autoritari”. L’ebraismo difende se stesso nella
democrazia. Dietro i logori luoghi comuni che sentiamo ripetere, con
monotona ostinazione, in Inghilterra e in America, in Francia e in
Cecoslovacchia, dovunque l’ebraismo ha in mano le leve di comando
dei regimi detti democratici, c’è l’arrogante proposito del popolo
eletto: “mia è tutta la terra”. La democrazia semina, Israele
raccoglie. Il giorno in cui la democrazia trionfasse dei regimi
nazionali, la dominazione ebraica sul mondo sarebbe un fatto
compiuto; irrevocabile, se non con la violenza della disperazione.
GLI EBREI IN ITALIA
Con la nota n.14 della Informazione Diplomatica la questione degli
ebrei in Italia viene posta e definita ufficialmente, fuori dalle
polemiche giornalistiche che l’hanno, e non invano, sviscerata.Le
polemiche giornalistiche, che la nota dell’Informazione convalida
apertamente là dove dice che esse sono suscitate “dal fatto che le
correnti dell’antifascismo mondiale fanno REGOLARMENTE capo ad
elementi ebraici”, hanno avuto il merito di porre davanti
all’opinione pubblica i crudi termini di un problema che la maggior
parte degli italiani ignorava e che buona
parte dei fascisti trascurava. Contrariamente, dunque, a quanto
hanno detto e dicono alcuni giornali d’oltre confine e d’America, la
polemica antiebraica, in Italia, non meritava né di essere
sottovalutata né sopravalutata; ma da chi avesse un minimo di buon
senso avrebbe dovuto esser considerata per quello che era, cioè per
una diagnosi coraggiosa e rigorosa, accompagnata da prognosi
riservata. A questo punto, mentre la stampa straniera farnetica di
sviluppi o di battute d’arresto, a seconda del gusto particolare di
ogni foglio, interviene la presa di posizione dei circoli
responsabili, la quale è una presa di posizione nettamente
politica.Primo punto: si identificano le correnti dell’antifascismo
mondiale con l’ebraismo.Secondo punto: si auspica la creazione – non
in Palestina – di uno stato ebraico, capace di
appresentare legalmente le masse ebraiche disperse nei diversi
paesi. Il che vuol dire che l’ebreo è da considerare straniero in
attesa di sistemazione nazionale definitiva e soddisfacente, per lui
e per chi lo ospita.
Terzo punto: si stabilisce – finalmente! – sulla base delle
eloquenti cifre, una proporzione tra ebrei e italiani, e si
sottolinea l’inammissibilità delle sproporzioni. In altri termini,
appunto perché in Italia gli ebrei non si contano a milioni, ma
costituiscono una esigua minoranza, il rapporto da esigua e
trascurabile minoranza a maggioranza schiacciante deve essere sempre
rispettato e restaurato ove più non lo fosse. Questo rapporto
numerico è scandalosamente violato. Il libro del prof. Livio Livi
sugli Ebrei alla luce della statistica, per quanto bisognoso di
aggiornamenti, fa ancora testo; noi ci siamo riferiti a questo
studio per affermare che il rapporto è stato violato, e
che la violazione è inammissibile.
Quarto punto: niente abiure religiose o assimilazioni artificiose;
vale a dire che la questione ebraica è sottratta all’alibi religioso
che molti ricercano, per suscitare pietà, solidarietà e scandalo; e
viene sottratta anche la manovra assimilazionistica, anche questa da
respingere nettamente col conforto dell’esperienza storica e della
precisa testimonianza dell’ebraismo. L’assimilazione non è voluta
dagli ebrei, non è desiderata dal Governo fascista; non risolverebbe
il problema, come non lo ha risolto lungo i millenni; non è
suggerita che per rinviare alle generazioni future un problema
presente.
Quinto punto: gli ebrei venuti di recente nel nostro paese. Questo è
un aspetto apparentemente parziale del problema, ma è, in sostanza,
tutto il problema. Nei nostri confronti, e alla luce della storia
d’Italia, tutti gli ebrei sono venuti di recente. E’ venuto assai di
recente l’ebreo fuggitivo dalla Germania e meno di recente l’ebreo
calato dalla Galizia; ma tutti sono ospiti recenti di fronte
all’antica razza italiana, padrona della sua casa. Si pensi al
banchiere Toeplitz, fino a
prima del Fascismo arbitro della vita economica dell’Italia; i
necrologi or ora pubblicati hanno appreso agli italiani che egli era
cittadino italiano soltanto dal 1895; il suo diritto a dirsi nostro
pari e ad agire in conseguenza non aveva cinquanta anni; un po’
troppo “recente” per l’attività che riusciva a svolgere.
Il Governo fascista ha dunque posto con chiarezza e decisione il
problema degli ebrei che vivono in Italia. I 44 milioni di Italiani
sanno che cosa pensare e che cosa attendersi dalle 70 mila unità
ebraiche che il paese ospita.
CONFUSIONE DELLE RAZZE E DELLE
LINGUE
Un giornale di Roma, cattolico,
con un coraggio che non può dirsi leonino – come ora si vedrà – ma
certamente asinino, si giova di certi risultati oratorii ottenuti in
alcuni congressi internazionali – Congresso d’antropologia del
luglio 1937, svoltosi, sentite un po’, alla presenza di “Albert
Lebrun, presidente della Repubblica francese” (segni d’attenzione);
e Congresso degli eugenisti, tenuto ancora a Parigi nel ’37 – per
respingere il razzismo….germanico, per definire la cosiddetta “nuova
teoria” come “cervellotica e fallace”. Si badi bene: il razzismo
germanico. Di quello italiano quel giornale ha parlato qualche anno
fa per bocca di un prete loquace, ma improvvisamente ammutolito,
quando gli fu detto che la dimostrazione dell’ insuperabile
diversità di razza era dimostrata dall’esistenza di lui somaro,
operante in mezzo agli uomini per mimetismo antropomorfico. Tant’è,
il giornale cattolico non ama il razzismo….germanico, e se ne
appella al Congresso che la presenza del presidente della Repubblica
francese ha certamente reso, per un cattolico, attendibile. Ma si
appella anche a un professore italiano, che partecipò un anno fa al
Congresso delle Società latine (sic) di eugenia, e vi pronunziò
alcune sentenze degne di storia. Si tratta, se permettete che si
facciano nomi, del prof. Corrado Gini, meglio conosciuto come
cultore di statistica che non come pilastro dell’eugenica. Il
professore Gini, dice il giornale cattolico che ne fa uno dei suoi
testi, avrebbe detto che “l’etnografia del Reich, come anche quella
dell’Italia, palesa un apporto di razze le più varie e le più
lontane”. Questa affermazione si presta a varie considerazioni.
Intanto si può domandare al giornale chi gli ha fornito la
citazione, se non il gentile
professore Gini in persona, giacché di quel Congresso e delle
memorabili parole pronunciatevi dal Gini c’è traccia assai sommaria
nella Revue antropologique del gennaio-marzo 1938, con queste
diverse parole: interviene il “signor prof. Gini (il quale) opina
che è necessario porre i problemi demografici sotto il loro aspetto
particolare e che è interessante discutere i problemi eugenici
indipendentemente dai pregiudizi razzistici”. Questo è tutto; è
poiché il detto prof. Gini
rispondeva a un discorso del presidente del Congresso, Apert,
secondo il quale “l’applicazione delle conoscenze acquistate in
Eugenica varietà secondo lo stato di civiltà, il modo di governo, le
abitudini, le concezioni sociali; non è più una scienza ma un’arte,
che dipende dall’arte di governare”, accettiamo la versione
artistica di questo Congresso e l’arte di respingere senza
discussione i “pregiudizi”, arte nella quale, come tutti sanno, il
professore Corrado Gini eccelle per motivi suoi particolari.
Ma l’arte non è la scienza, e il giornale cattolico cerca più solide
referenze. Infatti, è la scienza che alla fine viene chiamata in
soccorso, una scienza, se volete, sui generis, giacché è la “Gaia
scienza” di Nietzsche; ma non importa. E assistiamo all’incredibile
trovata di un giornale cattolico che fa suoi i testi di Nietzsche
per combattere il razzismo….germanico, nella certezza che i suoi
lettori, non conoscendo neppure per prossimo lo scrittore citato, lo
prenderanno per uno dei Dottori della Chiesa, o almeno per uno dei
predicatori quaresimalisti. Dice Nietzsche nel brano citato che egli
non si sente né umanitario (gli si può prestar fede) né abbastanza
nazionalista, e che preferisce vivere sulle montagne ed essere
“inattuale”. La testimonianza di Nietzsche, è come voi vedete,
capitale; e il giornale cattolico potrebbe farsi iniziatore di un
processo per la beatificazione del teorico del Superuomo e nemico
della morale cristiana e del cristianesimo, tanto il razzismo urge
alle porte e l’esercito degli antirazzisti ha bisogno di truppe. Al
di là del
Bene e del Male, con Zarathustra, Corrado Gini e il presidente
Lebrun, contro il razzismo….germanico, per la confusione delle razze
e delle lingue, avanti, in nome di Dio!....(…Ma è proibito
pronunciare il nome di Dio invano.)
ERA TEMPO
A un certo punto della polemica
sul razzismo fu detto che, sbaragliati gli avversari in buona e in
mala fede, affermata polemicamente la necessità di un razzismo
italiano, chiariti i primi principii di una dottrina razziale, la
parola passava di diritto alla scienza. Gli studiosi fascisti
avevano il diritto e il dovere di chiarire scientificamente i
concetti fino ad allora volgarizzati sui giornali in contraddittorio
con gli assertori della confusione biologica e con gli interessati
al meticciato; gli studiosi fascisti non potevano trascurare più
oltre l’esame e la soluzione di un problema che necessità politiche
e sociali avevano portato al primo piano dell’attenzione nazionale e
internazionale.
Il silenzio della scienza – diremo così, ufficiale – poteva sembrare
sospetto. Ci sono, nell’insegnamento universitario, bene
identificate correnti che negano l’impostazione del problema
razziale nei termini che ai nostri lettori sono ormai familiari; non
solo, ma si oppongono, in base a teorie scientificamente
claudicanti, avvolarate soltanto dal….....
EBREI, RAZZA E CULTURA
La constatazione che “gli ebrei
non appartengono alla razza italiana” ha una portata duplice:
biologica e culturale. Biologica in quanto, accompagnandosi con la
volontà decisa di salvaguardare la pura razza italiana da incroci
con razza extraeuropee che ne debiliterebbero i caratteri, la
questione dell’assimilazione ebraica – del resto sempre respinta
dagli ebrei in nome della loro legge politico-morale – viene
nettamente respinta senza discussione. Noi non assimileremo ebrei,
attraverso matrimoni misti, più di quanti finora non ne abbiano
assimilati. Noi ci difenderemo da quella esigua frazione
dell’ebraismo che vuole conquistare le altre nazioni addirittura
attraverso il sangue.
Gli ebrei non appartengono alla razza italiana; gli ebrei
appartengono a una razza extraeuropea; l’incrocio con razze
extraeuropee è pernicioso e perciò inammissibile. Di queste
conclusioni razzistiche – dirà qualcuno – che ne pensano gli ebrei?
Gli ebrei consentono. Gli ebrei consentono da millenni, e consentono
anche oggi. Essi si dichiarano razza distinta dalle altre (e in più
eletta, il che è certamente discutibile), e desiderano rimaner
distinti dalle razze con le quali, ahimè, convivono.Dicono i Rabbini
d’Italia, in un opuscolo già da noi altre volte citato1 “Conservando
fedeltà al
nostro SANGUE, alla nostra storia e alla nostra missione non veniamo
meno a nessun altro nostro dovere (pag.15)”. E più oltre ancora, con
una nota patetica, il corpo rabbinico impetra dai giovani ebrei la
non assimilazione, il mantenimento della purezza del sangue ebraico,
l’isolamento più assoluto in seno alle popolazioni che ospitano gli
ebrei, la mentalità del ghetto, il quadrimillenario razzismo di
questa gente: “Ed a suo tempo (pag.16) ricreate su basi interamente
ebraiche la vostra nuova casa, SENZA CEDERE A LUSINGHE
D’ASSIMILAZIONE.
L’antico sciofàr risuona perché restiate ebrei, per chiamarvi alla
vita, perché abbiate a salvare voi stessi ed i vostri figli, NON
PERCHE’ CORRIATE ALL’ANNIENTAMENTO”.
Ebbene, tali restino i nostri ospiti, e la situazione sarà ancora
più chiara. Non saremo costretti a chiedere un censimento rigoroso
degli ebrei e dei mezzi ebrei e dei quarti d’ebrei per vedere fino a
che punto Israele è penetrato nel vivo della compagine
nazionale.Ebrei, non italiani, hanno voluto rimanere ebrei per
quattromila anni, vogliano rimanere ebrei anche oggi, anche
nell’avvenire. Stranieri, dunque, stranieri in casa di altri. E
stranieri che, se non
amano, anzi temono come annientamento l’assimilazione, sono a loro
volta da evitare come elementi perniciosi alla purezza della razza
che li ospita. Essi respingono l’assimilazione, noi respingiamo
l’assorbimento; le leggi biologiche dicono chiaramente che cosa è
l’ibridismo.Siamo dunque perfettamente d’accordo, in linea di
principio, anche con gli ebrei; una barriera di razza ci divide;
insuperabile. E allora? E allora l’ebreo al suo posto, e noi al
nostro. Il razzismo
italiano difenderà la pura razza italiana da ogni soperchieria.
Dalla biologia, passiamo alla cultura. Il fenomeno ebraico, in
Italia, ebbe il carattere di rapida presa di possesso degli
strumenti della cultura. Quando la nostra cultura si sia ebraizzata,
per opera del controllo ebraico, sarà studiato altra volta; si può
dire senza tema di smentita che il distacco dalle tradizioni del
genio particolare dell’Italia, l’adesione a forme e mode di cultura
europeistica, l’abbandono di ogni contatto con le radici popolari
dell’arte, le scandalose
affermazioni di un’arte senza caratteri nazionali – musica, pittura
e architettura – sono il velenoso 1 Vedi il capitolo: L’ebraismo è
quello che è. frutto dell’influenza ebraica sulla vita intellettuale
italiana. La insurrezione continua, ostinata e violenta di pochi
contro gli internazionalismi artistici non rispondeva che alle
necessità di contenere prima e distruggere poi l’inquinamento
giudaico della nostra intelligenza. Si è visto con orrore qualche
giovane non rendersi conto di questa minaccia e parteggiare
incoscientemente “per l’arte senza confini” per l’arte che non
ritaglia i suoi figurini sulla carta politica di una nazione.
Disgraziato! Come se l’arte potesse vivere senza radici nel paese
che la vede nascere ed affermarsi, come se si potesse fare
astrazione dal genio della razza nella vera creazione artistica!
Abbiamo anche udito pronunciare compiacenti teorie di stantio sapor
liberale circa i rapporti tra arte e politica; come se la politica
fascista fosse una politica e non fosse la politica, l’unica
politica ammissibile per la nazione italiana, non fosse il metodo
della nazione italiana per riconoscersi, affermarsi, trionfare. La
cultura italiana è fortemente ebraizzata; bisogna disintossicarla.
La vita universitaria è nettamente dominata dagli ebrei. Non basta
liberarsi da questi, occorre rivedere tutto l’ordinamento che essi
hanno imposto agli studi, con il proposito di modificare la vera
natura dell’Italia. L’invasione ebraica si giova delle più impensate
vie per raggiungere i suoi fini; si serve della letteratura, del
teatro, del cinema, delle esposizioni, dei concerti, della carta
stampata in genere per alterare i caratteri della razza, per
modificarne gli attributi virili e dominarla. Come altezzosamente
confessava Heine, anche la conversazione può servire: il battesimo
era per Heine “UN BIGLIETTO D’INGRESSO CHE APRE LA PORTA DELLA
CULTURA EUROPEA”.
Ora noi non abbiamo bisogno di spirito ebraico nella nostra cultura;
e chiudiamo la porta agli indesiderati ospiti perché vogliamo
restare noi stessi.E dopo aver chiuso la porta, occorre rimetter
l’ordine nella casa che ha subìto fino a ieri, con buona grazia,
l’invasione. L’ordine; secondo il genio nazionale italiano, secondo
un esclusivismo più alto di quello ebraico, secondo il costume
nostro che il Fascismo proclama e difende.
ROMA E GLI EBREI
L’antisemitismo – dice qualcuno –
è inammissibile. E’ una stupidità, o una crudeltà, o le due cose
insieme. Le persecuzioni antisemitiche (meglio si direbbe
antiebraiche, per non confondere gli ebrei con altri popoli estranei
alla contese) sono testimonianze di inciviltà e di stoltezza; non
c’è argomento che possa servire a difenderle.
La questione dell’antisemitismo è antica come i semiti; e non saremo
noi a rintracciarne la storia. Ripeteremo soltanto con l’ebreo
Bernard Lazare – autore della più completa e imparziale storia
dell’antisemitismo – queste significative parole: “Mi è parso che
un’opinione così universale come l’antisemitismo, fiorita in tutti i
luoghi e in tutti i tempi, prima dell’era cristiana e dopo, ad
Alessandria, a Roma e ad Antiochia, in Arabia e in Persia,
nell’Europa nel Medioevo e nell’Europa moderna, in una parola in
tutte le parti del mondo ove ci sono stati o ci sono degli ebrei, mi
è parso che una tale opinione non poteva essere il risultato di una
fantasia e di un capriccio perpetuo, e che il suo sorgere e il suo
permanere dovevano avere ragioni serie e profonde”.
Abbiamo citato un ebreo, e un’opera universalmente considerata
attendibile, per rimanere sul terreno dell’imparzialità scrupolosa.
Dunque, secondo un ebreo che ama e difende gli ebrei,
l’antisemitismo non è né una stupidità né una crudeltà né una
vigliaccheria, ma un’opinione universale; e un’opinione che ha le
sue serie e profonde ragioni. Basta infatti tener presente la storia
millenaria degli ebrei per intendere che una ragione, o mille
ragioni, ci devono essere per
giustificare un’avversione antiebraica così insuperabile.A noi
interessa, particolarmente, il rapporto tra Roma e gli ebrei. Non si
dirà che Roma – la Roma dei Cesari e quella dei Papi – sia
un’affermazione della stoltezza umana. Eppure l’antisemitismo fiorì
in Roma non appena l’ebreo vi apparve; e vi durò, con intensità
varia, col durarvi degli ebrei. Dice ancora l’ebreo Lazare, nel
citato suo studio: L’ebreo è in sociabile. Egli è in sociabile
perché esclusivista, e il suo esclusivismo è insieme politico e
religioso, o, per meglio dire, appartiene al suo culto
politico-religioso, alla sua legge”. Con questo si spiega
l’antisemitismo, ma si spiegano anche le brevi parentesi di
tolleranza. Perché è bene subito
arlare di queste, allo scopo di sbarazzare il terreno dalle
maliziose obiezioni degli ebrei che si rifanno a questo o a quell’imperatore,
a questo o a quel papa dimostratisi benevoli con gli ebrei, nel
corso della lunga storia dell’antisemitismo universale. Non fu
benevolenza; fu debolezza, quando non fu calcolo. E queste brevi
parentesi di tolleranza non fanno che annunziare una nuova fiammata
di avversione e nuove repressioni.
Gli ebrei costituiscono a Roma, nei primi anni dell’era cristiana,
un’agglomerazione considerevole. L’ebreo Bernard Lazare dice che
essi erano “molto turbolenti e temibili”. Ma già Cicerone, 58 anni
avanti Cristo, nella sua orazione Pro Flacco, aveva detto ai suoi
ascoltatori: “Voi sapete quanto la loro moltitudine è considerevole,
come essi sono uniti, come essi influenzino le nostre assemblee.” La
tolleranza dei primi tramonta; affiora in Roma, che non l’aveva
ancora conosciuta, l’avversione antiebraica. La condanna degli ebrei
è pronunciata da Ovidio, da Petronio e da Tacito, da Svetonio e da
Giovenale; anche Plinio e Seneca non risparmiano quegli stranieri.
Si tratta di gente incivile, di fanatici o di stolti?
E cominciano le azioni repressive. Una prima espulsione parziale
sarebbe stata ordinata, in occasione dell’arrivo di una ambasceria
dei Maccabei, prima ancora che Tiberio avesse pensato di confinare
circa quattromila ebrei in Sardegna, “per farli perire colà” dice il
dott. Blustein – ebreo – nel suo studio sugli Ebrei in Roma.
Caligola, Domiziano, Antonino il Pio si videro costretti a limitare
i privilegi degli ebrei. Claudio li mise addirittura alla porta;
secondo Svetonio “Claudio ha espulso gli ebrei i quali, istigati da
un certo Cresto, provocarono continui disordini nella città”. Di
questo passo si va avanti per tutta la storia romana, seguendo le
fasi che uno studioso dell’antisemitismo ha dedotto da
un’osservazione intelligente dei fatti ebraici: simpatia,
tolleranza, odio, ostilità, repressione. (Il prof. Siegfried
Passarge, dell’Università di Amburgo, nel suo libro sugli ebrei, ha
constatato l’esistenza di cicli nell’attitudine dei non-ebrei verso
gli ebrei; di tali cicli ecco lo sviluppo: PRIMA TAPPA –
Installazione. Gli ebrei arrivano in un paese i cui abitanti non
hanno alcun pregiudizio a loro riguardo. Li si accoglie più o meno
festosamente. Nell’antichità e
fino al XVII secolo, si era spesso felici di accoglierli. SECONDA
TAPPA – Affermazione. Gli ebrei sono tollerati o godono di un
trattamento di favore, e così consolidano la loro situazione. TERZA
TAPPA – Apogeo. Gli ebrei si distinguono per la loro ricchezza e per
il loro credito. In taluni ceti del popolo un sentimento di
malessere, d’invidia e di odio comincia a nascere. QUARTA TAPPA –
Resistenza. Si entra in un periodo di assalti e di lotte alternati
con periodi di calma. L’irritazione del popolo è generalmente
contenuta dal clero e dal governo. QUINTA TAPPA – Ostilità aperta.
Il popolo, esasperato, rompe ogni ostacolo e massacra gli ebrei.
Oppure l’autorità previene il
massacro espellendo gli ebrei. Il ciclo ricomincia in un altro
paese.) Ma arrivano i Papi; la Chiesa che prega per la conversione
dei giudei; che non fa distinzione di razza, ma di fede, che divide
con gli ebrei i testi sacri della sua dottrina. Che fanno i Papi
contro gli ebrei in Roma? Ecco un breve excursus di antisemitismo
cattolico. Il papa Silvestro ingiuria gli ebrei; Sant’Agostino li
chiama falsari; altri Santi consigliano di odiare gli ebrei; San
Giovanni
Crisostomo li chiama ignoranti, miserabili e atti soltanto al male.
Lasciamo i Santi, parliamo dei Papi. “I Sovrani Pontifici – scrive
un altro ebreo, Emanuele Rodocanachi, nel volume “Le Saint Siège et
les juifs” – avevano un bell’ordinare, regolamentare, legiferare;
dopo pochissimi anni, gli ebrei riprendevano insensibilmente le loro
antiche pratiche, trafficavano come prima, si mescolavano ai
cristiani e spesso trovavano modo di eludere le nuove esigenze del
fisco. Nulla stancava la loro perseveranza. La frequenza delle
ordinanze che li concernono prova la loro scarsa efficacia”.
Forse anticipando la scoperta dell’illustre difensore della fede
Maritain, i Papi pensavano che gli ebrei non fossero una razza in
senso biologico, ma un “corpus mysticum”, da addomesticare
convenientemente. Così si spiegano i privilegi accordati da qualche
Pontefice alla comunità ebraica di Roma, e l’immediata corsa ai
ripari con severa stretta di freni. Paolo IV sopprime le concessioni
fatte da Paolo III; Pio IV rincara la dose. “Il 15 luglio 1555 Paolo
IV pubblicava la sua famosa e severissima costituzione sugli ebrei….
Fin dal 24 luglio, il Vescovo d’Istria, Vicario Generale di Roma e
incaricato di applicare l’ordinanza del Sovrano Pontefice, ne faceva
affiggere il contenuto….sulle principali piazze della città; e
l’indomani…tutti gli ebrei venivano rinchiusi in una strada. Si
costruì immediatamente attorno alla cinta riservata agli ebrei, per
isolarla completamente, un’alta e spessa muraglia, interrotta
soltanto da due porte…” (Rodocanachi, op. cit.) Comincia l’obbligo,
per gli ebrei, di farsi riconoscere a mezzo del vestito. “L’articolo
terzo
(dell’ordinanza di Paolo IV) istituiva, per gli ebrei, l’obbligo di
portare un segno distintivo. Per le donne ebraiche il segno
distintivo (un drappo giallo) era uguale a quello delle prostitute;
con cui avevano in comune anche la giurisdizione, le pene, il luogo
di sepoltura, la proibizione di mascherarsi in carnevale.
Si proibiva inoltre agli ebrei di lasciarsi chiamare “signore”. Ogni
industria, ogni commercio, tranne quello degli stracci vecchi e dei
ferri vecchi, è proibito agli ebrei, e l’ordinanza del Vescovo
d’Ischia specifica che essi si asterranno assolutamente dal
trafficare sui grani, gli orzi, i frumenti, gli olii e altri oggetti
necessari all’alimentazione”.
(Rodocanachi, op. cit.) Dopo il 1572 si cercò, con le buone maniere.
Di sopprimere gli ebrei convertendoli: “Un domenicano commentava al
lume della liturgia cattolica un passo dell’Antico Testamento: e
quando un disgraziato ascoltatore dimostrava di esser preso dal
sonno, la sua attenzione veniva svegliata a colpi di nerbo di bue
applicati sulle spalle.” (Hayward – Le dernier siècle de la Rome
pontificale.)
Ma il nerbo di bue essendo risultato poco convincente e, in ogni
modo, tutt’altro che efficace per una soluzione del problema
ebraico, altri Papi prescelsero il fuoco. “Mentre le prostitute
cristiane sorprese dagli ufficiali pontificali se la cavavano, in
generale, con la frusta…. le ebree sfuggivano raramente alla forca.
Nel 1628, per esempio, una donna di mala vita, essendo stata
sorpresa con un giovane romano, stava per essere punita, secondo
l’uso, con tre colpi di corda,
quando sopraggiunse un passante che la riconobbe per ebrea; in
seguito a ciò, ella fu, senz’altro, bruciata viva. Un’altra volta,
una ragazza di nascita ebraica, ma che aveva abiurato, era sul punto
di essere frustata sulla pubblica piazza; riconosciuta, ella subì il
supplizio del fuoco.” (Rodocanachi, op. cit. ) “Nel 1635 fu bruciato
vivo un giudeo portoghese che si trovò essersi più volte battezzato
e volle morir giudeo; mescolarono le sue ceneri con fango e le
buttarono nel Tevere.” (G. Blustein, op. cit.)Quanto alla questione
della razza, qualche Pontefice pare abbia avuto delle intuizioni in
materia; giacché non si può spiegare altrimenti il cattivo umore di
Sisto V nell’apprendere che il Duca di Parma era in relazione con
una donna ebrea. Se l’ebrea fosse stata soltanto un “corpus mysticum”
il Papa non avrebbe certo fatto arrestare il Duca e “avendo egli
confessato la sua colpa, fu condannato, malgrado potenti interventi
ad avere tagliata la testa.” (Rodocanachi, op. cit.). Ci furono Papi
che somministravano la galera e la frusta agli ebrei soltanto se
questi si azzardavano a montare in carrozza. “Un’ordinanza proibì
agli abitanti del Ghetto questo lusso che
veniva qualificato indecente e scandaloso, sotto la pena della
galera per gli uomini e della frusta per le donna (bando del 20
luglio 165)”). (Rodocanachi, op. cit.) E si potrebbe continuare
all’infinito, pescando nel mare magnum della storia pontificale, per
dimostrare che non sempre la carità cristiana poté essere usata nei
riguardi degli ebrei. Urbano VIII giudicò perfino scandaloso e
inammissibile mettere in contatto il proprio piede con le labbra
degli ebrei: “…prima di lui gli ebrei avevano ancora la fortuna di
baciare il piede del Pontefice, allorché erano, in occasioni
solenni, ammessi all’udienza. Ora Urbano VIII, ordinava che gli
ebrei d’ora innanzi dovevano baciare unicamente il posto dove si era
posato il suo piede.” (Blustein, op. cit.)E con ciò? – dirà il
lettore che è rimasto leggermente sorpreso apprendendo che “gli
ebrei non appartengono alla razza italiana.” – Con ciò si dimostra
ancora una volta che l’ebreo è inassimilabile; che ha attraversato i
secoli e i millenni ostinandosi nel suo esclusivismo; che sempre, in
tutte le epoche e in tutti i luoghi, i popoli hanno dovuto
difendersi da lui, con tutti i mezzi. Roma lo ha fatto, Roma lo
farà.
QUANDO GLI EBREI DOMINAVANO
Non è la preistoria; è appena la vigilia della grande guerra. Gli
ebrei dominano, nella vita pubblica italiana. Essi governano
direttamente l’Italia; ogni gabinetto ministeriale ne ha uno o due o
più di due. La proporzione aritmetica vorrebbe, semmai, che al
governo partecipasse una esigua frazione di ebreo, mettiamo,
un’unghia di ebreo; e invece!..... Il popolo italiano ha rimesso
nella mani di alcuni stranieri di razza extraeuropea il governo
delle proprie cose e il proprio destino. I pastori della tribù di
Giuda lo guidano. Quante cose si capiscono al lume di questa
osservazione!
Quali erano le questioni dibattute in quel tempo per l’opinione
pubblica, sui grandi organi giornalistici? Per fare un esempio:
Luigi Luzzatti, il gran rabbino laico dell’emigrazione italiana,
colui che agevolava e benediceva la grande dispersione dei
lavoratori nostri e ne faceva una questione di “rivoletti d’oro”,
Luigi Luzzatti agitava dalle colonne del Corriere della Sera la
questione…. degli ebrei rumeni. Bisogna rileggere quegli articoli,
per vedere a quale stato di
acquiescenza era giunta la nazione italiana, carica di problemi suoi
e pur condotta dall’internazionalismo ebraico a subordinare se
stessa alle tribù israelitiche. Luzzatti scrive, nel suo stile
rabbinico, lacrimoso e minaccioso insieme, e mette in causa
ministri, governi, trattati e civiltà. Sentite qual è la questione,
per la quale l’Italia avrebbe dovuto entrare in campagna: “…nel
periodo di trentaquattro anni, cioè dal trattato di Berlino sino a
oggi, duecento soltanto su duecentocinquantamila israeliti di
Romania furono naturalizzati a tenore dell’articolo settimo; mentre
tutti gli altri si considerano vagabondi e senza patria…. Come
potrebbero le Potenze permettere questa degradazione umana?”
Capite! Gli ebrei non venivano naturalizzati, in Romania, secondo il
ritmo che la Sinagoga esigeva; e gli Italiani avrebbero dovuto
insorgere contro quello che era, secondo il ministro romeno Take
Jonescu, “un affare di diritto interno della Romania.” La Romania
tentava di non lasciarsi sommergere dall’ondata semitica, si
difendeva con mezzi legali, e un alto personaggio della vita
pubblica italiana, in nome dell’internazionalismo ebraico, sobillava
l’opinione di una nazione assolutamente estranea agli affari
ebraici. Un grande organo dell’opinione pubblica si prestava a far
risuonare, dentro e fuori i confini, quella sobillazione. Ma c’è di
meglio. Troviamo negli articoli del vecchio Luzzatti la confessione
arrogante della maligna natura dell’ebreo.
Ascoltate. Dopo aver minacciato i popoli “che non sanno liberare gli
ebrei” – vale a dire, che non vogliono asservirsi agli ebrei – lo
scrittore sottolinea una verità sulla quale bisognerebbe lungamente
meditare: “OGNI POPOLO HA GLI EBREI CHE SI MERITA” (Corriere della
Sera, 3 marzo 1913). Dunque gli ebrei mutano natura, in relazione al
popolo che li ospita. Se questo popolo è mite, di spirito pecorile,
remissivo, se si lascia facilmente dominare, i suoi ebrei saranno
buoni; se reagirà, se cercherà di affermare la sua personalità, se
si difenderà, i suoi ebrei saranno cattivi. Dipende dalla vittima il
contegno del boia. Questa incredibile confessione è da ricordare,
quando si voglia far la storia delle dominazioni ebraiche, quando si
voglia intendere la vera natura dell’ebreo. Quali ebrei ebbe il
popolo italiano? Secondo la teoria del Luzzatti, buoni ebrei, perché
buoni li meritava; esso era così remissivo, e tanto docile ai voleri
della Sinagoga! Esso si era consegnato a una minoranza e si lasciava
quietamente condurre. Nel 1895, vent’anni avanti, era diventato
cittadino italiano un ebreo polacco, certo Toeplitz, e si apprestava
già a tosare le buone pecorelle italiane.
Ma, oggi, che ebrei ci meritiamo? Vorremmo davvero saperlo.
LA RAZZA, IL POPOLO E …… LA STIRPE
Il problema della razza italiana è stato posto nello stesso momento
in cui il più alto interprete di quella razza assumeva la
responsabilità del comando totale e apriva un periodo nuovo nella
storia d’Italia. Fascismo e difesa e potenziamento e primato della
razza sono aspetti di una stessa impresa. Non è concepibile Fascismo
senza un’affermazione del concetto razzistico; non è pensabile una
politica di razza senza il Fascismo. Se il Fascismo è l’affermazione
totalitaria
delle più alte virtù del popolo, il suo fondamento è da cercarsi
nella ritrovata coscienza della razza. Siamo – è bene ancora una
volta ripeterlo – assolutamente fuori dalla nebulosa retorica che ci
ha afflitto per decenni, agevolando la confusione negli spiriti e
alimentando la pigrizia dei cervelli pigri; la razza alla quale il
Fascismo si riferisce non è un’astrazione letteraria, non è
un’ingenua aspirazione, non è la stirpe degli oratori domenicali né
la progenie di Roma dei rimatori; è questa razza, della quale siamo
i viventi elementi, che ha un volto e una misura, che vive ed opera
sotto i nostri occhi, che fa la sua storia affermandosi degna della
storia già fatta. Di questa razza noi ci occupiamo, e non d’altro;
ed è inutile cercar di mettere acqua nel vino e di riportarsi a
posizioni puramente intellettualistiche e astratte. Di un razzismo
cosiffatto è sciocco meravigliarsi oggi, quando esso esiste dalle
prime affermazioni mussoliniane. Perché la gente vuol dimenticare
che l’Italia meschina contro cui insorse e guerreggiò il Fascismo
era appunto
un’Italia governata da un’altra razza? Era l’Italia elaborata da
quel gruppo di ebrei che dominarono la vita pubblica alla vigilia
della più grande prova nazionale; un’Italia che si ignorava, perduta
dietro i suoi sedicenti pastori, distratta dalle sue proprie
necessità e costretta a risolvere le necessità dell’ebraismo. Perché
la gente vuol dimenticare che l’antifascismo fu essenzialmente
ebraico? Che, espulso oltre i confini, l’antifascismo trovò
nell’internazionale ebraica il suo mezzo di conservazione e il suo
veicolo? La questione di razza fu fascista ancor prima dell’Impero,
e con
l’Impero si fece solo più vasta e più urgente. L’intima logica del
Fascismo è razzista; e coloro che per primi agitarono pubblicamente
questa questione, non fecero che chiarire opportunamente dati di
fatto e necessità inoppugnabili.
Ha detto Mussolini: noi tireremo dritto! Le necessità storiche
tirano diritto. Il Fascismo ha le sue mete, le raggiungerà tutte
senza compromessi. La prima meta è quella di restituire all’Italia
il suo particolare genio, di affermarla nel mondo con la sua
inconfondibile personalità. Non vogliamo bastardi, non vogliamo
rètori, non vogliamo corruttori; vogliamo Italiani al servizio
dell’Italia. Ecco perché il problema della razza è oggi preminente.
Non dobbiamo riconoscerci italiani in un’Italia riconosciuta; troppo
bastardume dominante ce lo ha impedito in passato, corrompendo il
giudizio del popolo, allontanando il popolo dalle fonti del suo
genio. Senza esitazioni, senza pietismi,
senza preoccupazioni, la questione della razza sarà portata sul
terreno pratico e avrà le sue conclusioni fasciste. La razza è il
popolo, e difendendo la razza noi difendiamo il popolo e il suo
domani.
***
In puro disinteresse, per semplice bontà d’animo, vorremmo
rapidamente disilludere quei pochi stranieri che ancora credono
esser la maggioranza degli Italiani indifferente alla questione del
razzismo. Com’è stato già detto, di razzismo si parla in Italia fin
dalle prime avvisaglie fasciste, fin da quando la voce di Mussolini
cominciò a suscitare echi profondi nella coscienza degli Italiani.
Altrettanto si può dire – perché va di pari passo – della questione
ebraica. Più particolarmente, questa ha avuto le sue vicende in
relazione alla condotta degli ebrei, mutevole a seconda delle
necessità e del calcolo. Ma di una questione ebraica si è sempre
trattato in Italia, anche se il popolo ha subito una discussione
sterile, che gli era estranea appunto perché sterile. Oggi che le
due questioni – le quali poi si assommano in una – vengono
riproposte, con la tipica chiarezza fascista per essere condotte
risolutamente a conclusione, il popolo è al centro del dibattito e
ne diventa il protagonista.
Piuttosto, per disilludere gli stranieri di cui sopra, vorremmo
chiedere la collaborazione di questi illustri camerati che della
questione, improvvisamente e con encomiabile zelo, hanno fatto il
loro pane quotidiano. Questi ottimi amici, se si prefiggono lo
stesso scopo che è in cima ai nostri pensieri, debbono uscire dal
vago e dal letterario, per venire sul terreno della concretezza
biologica. Siamo veramente tufi di sentir parlare di stirpe, in
senso retorico, e di progenie, in
senso comiziale, quando stirpe e progenie non hanno altro valore che
quello di puro suono nella rotonda bocca dei retori. E’ con questa
maledetta imprecisione di vocaboli, con questa bolsa eloquenza
inutile che l’Italia fu tradita dai suoi meschini reggitori; e si
fece in parte scettica, in parte vanesia. Il Fascismo ha portato il
gusto della concretezza, il disgusto dell’inconsistente. In materia
di razzismo, noi siamo qui per difendere idee chiare, concetti
sicuri, realtà controllabili, finalità precise. La retorica non ci
serve, non ci serve il vaniloquio intellettualistico, ci ripugna la
letteratura. La carta del razzismo italiano è chiara: si parte da
dati biologici, si escludono le interferenze religiose e
filosofiche. Ci si faccia finalmente grazia di tutto il ciarpame
filosoficoreligioso che sulla realtà incontrastabile della razza si
è incrostato per decenni, rendendo impossibile una chiarificazione
delle cose nostre. La questione degli ebrei non potrà esser risolta,
non potrebbe addirittura esser nemmeno impostata, se non ci
riportiamo al concetto biologico di razza, se non defenestriamo
l’intellettualismo, il vaniloquio comiziale, il presso a poco
scientifico.
E’ necessario che i tenori della stirpe la smettano di cantare e
lascino parlare, nel modo più piano possibile, gli assertori della
razza. Noi faremmo il gioco degli ebrei, e degli ebraizzati, se
annacquassimo il nostro razzismo col vieto vocabolario delle
università popolari. Vorremmo perciò umilmente pregare i camerati
che con tanto zelo vengono occupandosi di razza e di razzismo, di
mantenere, scrivendo, i piedi sotto il tavolo, a stretto contatto
con il suolo,
evitando così i voli lirici verso l’universalità dello spirito e la
missione della stirpe; perché tali voli, dal punto di vista lirico
certamente pregevoli, sono in questo caso assolutamente fuor di
luogo e provocano la massima confusione. Non a caso i docenti
fascisti delle Università italiane, nel redigere il loro manifesto,
hanno adottato la più semplice e la meno verbosa delle esposizioni;
si trattava di far giustizia di molti luoghi comuni e di riportare i
concetti alla loro precisa significazione, liberandoli dalle
deformanti stratificazioni dell’inutile retorica. La più grossa
deformazione che ha offeso il concetto di razza, pur così semplice,
è quella che va sotto il nome di stirpe. Con questo vocabolo nelle
mani, lo scrittore italiano prende il volo e non si ferma se non
nella stratosfera storica, donde le cose e gli uomini non hanno più
rilievo, ma appaiono confusi in una nebbiolina retorica che non
permette il minimo sensato giudizio. Abbiamo letto, in varie
occasioni, molti scritti sul razzismo compilati da un punto di vista
stratosferico; e la bella
chiarezza scientifica del manifesto che li ha provocati è già un
lontano ricordo. Non a caso, ripetiamolo, quel manifesto avvertiva
che il razzismo italiano doveva tenersi lontano dalle insidie
filosofiche e religiose per mantenersi sul terreno strettamente
biologico; noi abbiamo bisogno, urgente bisogno, di rivedere il
nostro vocabolario, che è tutto vesciche e non riesce a riacquistare
la scarna sobrietà del linguaggio dei grandi Italiani.
Anche qui, questione di costume. Ad un linguaggio inconcludente,
corrispondono concetti confusi e, quindi, la malafede o la scarsa
fede e la paura di chiarezza. L’Italiano si nutrì già, per molti
decenni, di retorica democratica, di retorica latina, di retorica
universalistica; perdette così ogni idea del suo vero essere e si
allontanò dalle fonti del suo particolare genio. Il Fascismo l’ha
ricondotta a riconoscersi, spietatamente distruggendo il manto di
insulse sciocchezze che opprimeva la sua vergine natura. Ora abbiamo
un problema, che il Fascismo vuole risolvere nel concreto delle
necessità attuali della nazione, affidandosi a chiare idee e a più
chiare conclusioni scientifiche; e il gusto parolaio tenta di
riprendere il sopravvento a spese della chiarezza1.
1 Se il lettore vuole un esempio di ciò che può capitare quando le
parole del vocabolario rompono le righe, eccone uno, ritagliato da
un giornale che non nomineremo: “I dieci punti concordati da un
intelligente (sic) gruppo di studiosi fascisti NON rappresentano un
piano programmatico….
Rappresentano invece qualche cosa di più definitivo (sic) e solenne,
e cioè un punto d’arrivo, un traguardo, una soluzione inderogabile
che non ammette ulteriore dibattito….. Si faceva in tal modo
confusione fra razza e stirpe; essendo razza un concetto meramente
biologico, mentre la stirpe è la razza nel tempo con le sue
inevitabili trasformazioni, sintesi, incroci, progressi….. Lo stesso
processo compie il sangue nel corpo umano allorché si introducono
elementi estranei o magari dannosi che i fagociti distruggono, o che
si neutralizzano nelle antitossine, rinforzando singolarmente il
potere vitale della linfa….. Ecco perché non abbiamo bisogno di
proclamare la superiorità della nostra razza: è già abbastanza
superiore la nostra stirpe….. La stirpe continua la sua missione,
sospinta dalla propria intrinseca virtù, dal proprio intimo destino,
dalla propria incalzante ascesa. Ma dentro la stirpe sta la razza
che ne è il presupposto fondamentale, che ne è anzi la struttura, in
quanto appunto la stirpe è la proiezione della razza nel tempo e
nello spazio…. E’ dunque veramente tempo “che gli italiani si
proclamino francamente razzisti”, ma in questo
senso.
Non si potrebbe più tempestivamente e opportunamente domandare una
maggior disciplina dei pennini, economia dell’inchiostro e autorità
dei concetti; e soprattutto, quell’altro senso: il senso di
responsabilità.
ALL’UN PER MILLE
Quando la Germania nazista prese i noti provvedimenti di difesa
dall’ebraismo, una spaventosa campagna di menzogne e di calunnie si
levò in tutto il mondo (demo-liberale). C’è ancora qualcuno, anche
in Italia, che pensa che siano stati allora distrutti gli ebrei in
Germania e che si siano soltanto salvati quei pochi riusciti a
passare il nuovo Mar Rosso del furore nazista. Gli ebrei hanno una
particolare abilità nella messa in scena, e il vittimismo è il loro
abito usuale; la messa in scena della persecuzione nazista è il loro
ultimo capolavoro (ma essi ne meditano un altro, quello della
persecuzione fascista). La verità è completamente diversa. Gli ebrei
esistono ancora, e numerosi, nella Germania nazista, vi lavorano, vi
commerciano, vi prosperano. Essi hanno un loro particolare statuto,
hanno un loro giornale a Berlino, hanno dei locali di divertimento,
hanno teatri e cinema a loro disposizione, sono, in definitiva,
tutt’altro che nelle condizioni in cui il Faraone li mise a suo
tempo in Egitto. La storia si ripete, questo è vero, e in questo
caso la colpa è degli ebrei; ma si ripete in forme evolute, con
attenuazioni dettate dalla civiltà particolare in cui viviamo e
anche dal maggior potere che lo stato moderno riesce a esercitare e
che gli consente maggior generosità insieme con una maggiore
oculatezza.Oggi c’è ancora una notizia sulla condizione degli ebrei
in Germania; ed è quella relativa
all’esercizio della professione medica. Vogliamo sottolineare
l’ultima parte dell’informazione, quella che dice che il divieto
riguarda la prestazione di cure di medici ebrei a cittadini ariani;
il che vuol dire che l’ebreo medico continuerà a curare, e quindi a
guadagnarsi la vita, curando gli ebrei suoi simili. Perché dovrebbe
essere altrimenti, quando gli ariani sanno anche loro esercitare la
professione, e sono in numero infinitamente superiore agli ebrei?
Perché si dovrebbe soggiacere a quel monopolio della professione
medica che gli ebrei – con scopi non perfettamente chiari –
avevano stabilito? Netta distinzione fra ebrei e non ebrei; e
massima libertà ai primi nei ferrei limiti di una legislazione senza
equivoci, inspirata a criteri razziali. In Italia, il problema degli
ebrei è ancora più facile a risolversi, ma per la stessa ragione più
naturale, essendo gli ebrei pochi in rapporto alla grande massa
della popolazione italiana. Pochi
in assoluto, moltissimi in percentuale relativa a determinare
professioni. E’ prematuro e malizioso agitarsi fin d’ora; e chi più
si agita meglio sarà notato e servito al momento opportuno. Gli
italiani si ricordino del tempo passato, quando la vita pubblica era
tutta nella mani degli ebrei, di famiglie venute a caso in Italia e
rapidamente portatesi ai posti di comando mediante l’intrigo
massonico e l’internazionalismo sotterraneo. Quella era l’Italia che
noi oggi diciamo mediocre; e che non si spiega se non mettendo in
luce l’opera dell’ebraismo senza patria, estraneo al destino dei
popoli,
e nemico di quel destino. Diceva Heine che “i fatti e le gesta degli
ebrei, e i loro costumi, sono cose ignote al mondo. Si crede di
conoscere gli ebrei perché se ne è vista la barba, ma non si è visto
che quella….”. E invece noi finiremo col veder tutto degli ebrei che
ospitiamo.
PIU’ CHE LA BARBA DEGLI EBREI
C’è grande agitazione fra gli ebrei d’Italia e non meno grande
confusione fra gli amici degli ebrei d’Italia. I quali ultimi sono,
per esser più precisi, i mezzi ebrei, i quarti d’ebrei, gli
imparentati comunque con ebrei, i soci degli ebrei, i succubi degli
ebrei, i minchioni di cui gli ebrei hanno l’arte di circondarsi.
Agitazioni e confusione debbono rapidamente sparire. Il problema è
minimo, al confronto delle grandi imprese nelle quali l’Italia è
impegnata. Non ci facciamo suggestionare dagli echi che la soluzione
della nostra questione può suscitare all’estero, nei paesi ove
l’ebraismo controlla governi, giornali e affari. Come abbiamo già
detto, l’ebreo ha tendenza spiccata al vittimismo e porta con grande
civetteria l’aureola del martirio. Bisogna evitare di mettersi nel
suo gioco. Noi non perseguiteremo gli ebrei, perché non ne abbiamo
né la minima voglia né la minima necessità. Intanto, è chiaro che in
uno Stato potente come il nostro, munito di ogni mezzo di controllo
e di repressione, 70.000 individui appartenenti a una razza che dal
tempo dei Maccabei ha rinunciato all’arte militare, non
rappresentano che una trascurabile entità degna soltanto di stretta
sorveglianza. Quanto alla voglia, sarebbe veramente sciocco e
anacronistico pensare a persecuzioni che si risolverebbero, alla
fine, come è sempre accaduto nella lunga storia de
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