|
REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.

AUSCHWITZ ALL’OMBRA DELLA CROCE
Di Joseph P. Bellinger
Nel 1984 ebbe luogo un incidente internazionale di rilievo, che mise
in discussione tutta la questione riguardante Auschwitz e la
persecuzione [degli ebrei]: l’attenzione del mondo si concentrò
sulla Polonia quando un gruppo di suore carmelitane annunciarono la
decisione di costruire un convento sul terreno dell’ex campo di
concentramento. La zona scelta per il convento era attigua all’ex
sito di Auschwitz I, dove molti polacchi e russi erano stati
imprigionati ed erano morti in gran numero. Quando le suore
annunciarono la loro intenzione di offrire preghiere e penitenze in
suffragio dei morti, le organizzazioni ebraiche espressero la loro
ostilità lanciando una protesta internazionale.
I media riferirono che l’edificio scelto per fungere da sito per il
convento, il Theatergebauede [edificio del vecchio teatro] ubicato
ad Auschwitz I, era stato utilizzato a suo tempo per ospitare non
solo gli averi di quelli che venivano gasati, ma anche i barattoli
di Zyklon B, l’insetticida presuntamente utilizzato come agente
omicida a Birkenau, distante circa sei chilometri. Secondo lo
storico polacco Wladyslaw Bartoszewski, queste accuse erano
completamente infondate. Inoltre, i commentatori lamentarono il
fatto che le autorità polacche e la Chiesa non avevano consultato la
comunità ebraica prima di intraprendere la costruzione di un
convento in quel luogo. Tuttavia, non venne mai spiegato in modo
soddisfacente perché avrebbero dovuto, più di quanto avrebbero fatto
le autorità ebraiche con la Chiesa se avessero deciso di erigere un
piccolo tempio commemorativo nel sito di Birkenau. Nondimeno, la
decisione di costruire un convento all’interno del perimetro di
Auschwitz spinse Edgar Bronfman, presidente del Congresso Mondiale
Ebraico [World Jewish Congress], a visitare nel Dicembre del 1985 il
Ministro [polacco] degli affari religiosi.
Le intenzioni delle suore sotto assedio erano nobili e giuste, ma
gli ebrei si adombrarono per quella che considerarono un’intrusione
nel loro territorio privilegiato, senza considerare poi il fatto che
il convento era ubicato sul terreno di Auschwitz I e non a Birkenau,
essendo quest’ultima la parte del campo dove gli ebrei e gli zingari
venivano principalmente reclusi.
La visita di Bronfman precedette il cosiddetto accordo di Ginevra,
in cui le autorità della Chiesa cedettero alle richieste ebraiche di
trasferire il convento. Durante il corso di tale incontro, Theo
Klein, presidente degli ebrei francesi, dichiarò minacciosamente
alla delegazione cattolica appena arrivata che i cattolici avevano
solo due possibilità: “o sostenere le suore carmelitane o continuare
il dialogo con gli ebrei.” Dialogo in questo caso significava piena
arrendevolezza alle richieste unilaterali ebraiche.
Sotto la grande pressione del Congresso Mondiale Ebraico e dei
media, la delegazione cattolica si arrese alle richieste ebraiche e
accettò di trasferire il convento. Tuttavia, per motivi finanziari e
per altre cause di forza maggiore, il convento rimase dov’era per
altri due anni. Durante una visita al Museo di Auschwitz del noto
attivista ebreo, Serge Klarsfeld, il 23 Marzo 1988, egli notò con
malcelata irritazione che il convento non era ancora stato
sgombrato. Il viaggio [di Klarsfeld] era stato sponsorizzato
dall’onnipresente Congresso Mondiale Ebraico, e Klarsfeld era
accompagnato da 140 scolari. Venne detto in seguito che la ragione
della visita era educativa, ma nello stesso tempo una delegazione
chiese udienza alla sostituta della Madre Superiora, chiedendo
perché il convento non era stato trasferito.
Dopo che ella informò i delegati di non essere mai stata informata
della decisione di trasferire il convento, gli animi si
infiammarono.
Alla fine del Dicembre del 1988, degli esponenti ebrei si riunirono
a Parigi per discutere dell’evidente riluttanza della Chiesa a
trasferire il convento. Il rabbino Wolfe Kelman, presidente del ramo
americano del Congresso Mondiale Ebraico, disse che il fallimento
[delle trattative] costituiva una seria rottura dell’accordo di
Ginevra, mentre il rabbino Zvi Zakheim, rappresentante degli ebrei
ortodossi in seno alla medesima organizzazione, gridò in modo
irritante: “Ve lo avevo detto, di non andare dietro ai goym.”
Il Presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Edgar Bronfmann, si
lamentò che “la questione non riguarda solo il convento di Auschwitz,
ma le più vaste implicazioni del revisionismo storico in cui
l’unicità dell’Olocausto e l’assassinio del popolo ebreo vengono
soppressi.”
Definendo l’episcopato polacco come “antisemita”, il dr. Gerhard
Riegner, un esponente del Congresso Mondiale Ebraico, minacciò di
sospendere ogni dialogo tra l’ebraismo mondiale e il Vaticano fino a
quando le suore non sarebbero state rimosse dal convento.
La tensione continuò ad aumentare tra il Congresso Mondiale Ebraico
e la controparte cattolica, accusata dagli ebrei di tirarla per le
lunghe.
Il 30 Maggio 1989, 300 donne in rappresentanza dell’Organizzazione
Sionista Internazionale delle Donne inscenò una rumorosa
manifestazione davanti al convento, agitando cartelli aggressivi e
bandiere israeliane, e gridando slogan provocatori.
Sulla scia di numerosi incidenti spiacevoli provocati da forze
ostili non meglio identificate fuori del convento, le suore
iniziarono a ricevere minacce di morte anonime. Temendo per la loro
sicurezza, le suore installarono delle serrature di sicurezza per
scoraggiare gli intrusi.
Il tentativo di Giovanni Paolo II di controbilanciare le critiche
ebraiche beatificando Edith Stein [dal 1998, Santa Teresa Benedetta
della Croce] si rivelò una cantonata colossale, perché la Chiesa non
riuscì a capire che per gli ebrei ortodossi, Edith Stein aveva
cessato di esistere nel momento in cui si era convertita al
cattolicesimo romano. La Stein è stata variamente descritta come una
filosofa ebrea, una convertita alla fede cattolica, una suora
carmelitana, e una martire di Auschwitz, ma agli occhi degli ebrei
ortodossi ella era già morta prima che mettesse piede ad Auschwitz.
Il 14 Luglio 1989, un rabbino alquanto turbolento di New York,
Avraham Weiss, intraprese dei preparativi per provocare un incidente
internazionale. Accompagnato da un gruppo di sei uomini con le
stesse idee, Weiss partì per la Polonia per dare vita ad uno scontro
con le ignare e inermi suore.
Una volta arrivati ad Auschwitz, gli intrusi, indossando uniformi a
strisce da detenuti, scavalcarono il cancello, entrando
illegalmente, e iniziarono a battere rumorosamente sulle porte e
sulle finestre del convento, urlando contro le suore che stavano
dentro. I resoconti di quello che accadde subito dopo variano, ma il
disegno premeditato di spaventare le suore fu così efficace che un
gruppo di preoccupati lavoratori polacchi ritenne opportuno
accorrere a difesa delle suore e cacciare gli intrusi buttando loro
addosso secchi d’acqua e accompagnandoli fuori del convento.
Due giorni più tardi, Weiss e i suoi accoliti, inscenarono una
dimostrazione di fronte alla residenza dell’arcivescovo di Cracovia,
attaccando il seguente messaggio sul portone d’ingresso:
“Caro Cardinale Macharski, noi veniamo in pace ma allo stesso tempo
non abbiamo paura…Come ebrei orgogliosi annunciamo: smettete di
pregare per gli ebrei che vennero uccisi nella Shoah, lasciateli
riposare in pace come ebrei.”
Per il vice-cancelliere della curia di Cracovia, padre Jan Dyduch,
la dichiarazione delle proprie intenzioni pacifiche – da parte dei
protestatari – suonò insincera. Dyduch fece amaramente notare che
“la popolazione locale è stata offesa dal comportamento dei
manifestanti”, che avevano maltrattato le suore.
In seguito, in quello stesso mese, gruppi di ebrei continuarono a
inasprire il problema: 100 ebrei, in rappresentanza dell’Unione
degli studenti del Belgio e del Congresso Mondiale Ebraico,
sfilarono intorno al perimetro esterno di Auschwitz I, suonando
degli shofar[2] come gesto simbolico per evocare il crollo delle
mura del convento.
Gli abitanti locali di Oswiecim (Auschwitz) organizzarono una
contro-dimostrazione durante la quale diedero sfogo alla loro rabbia
per quella che consideravano un’interferenza ebraica negli affari
polacchi. I seguenti sono esempi significativi dei tipici commenti
espressi dalla cittadinanza locale quando gli eventi ebbero luogo:
“Se voi andaste nel loro paese ed entraste in una sinagoga senza
cappello comportandovi nel modo in cui loro si comportano qui, vi
ucciderebbero sul posto, senza neppure fare domande.”
“Quella troupe televisiva è probabilmente anch’essa ebrea. Perché
non fanno vedere quello che fanno a casa loro? Essi uccidono proprio
come Hitler, stanno combattendo una guerra.”
“Le sorelle pregano per tutti coloro che vennero uccisi nel campo
dai tedeschi. Anche per i crumiri. Che cosa vogliono questi?”
In realtà, il dibattito riguardante la reazione negativa degli ebrei
alle preghiere cristiane ad Auschwitz era sconcertante per i
cristiani di tutte le confessioni. Pochi cristiani riuscirono a
capire la durezza con cui gli ebrei in generale rispondevano alle
preghiere cristiane.
A questo riguardo, le allocuzioni di Giovanni Paolo II, che
probabilmente fece più di qualunque altro Papa dei tempi moderni per
promuovere il dialogo e migliorare i rapporti con l’ebraismo
mondiale, erano letteralmente impregnate di nobili espressioni quali
“riconciliazione, perdono reciproco per gli errori passati”,
arrivando al punto di definire gli ebrei quali “i nostri fratelli
maggiori nella fede”; ma, come lo scrittore Wladyslaw Bartoszewski
fa notare,
“…pochi ebrei considerano il cristianesimo come una religione che
condivide il loro retaggio”.
A sottolineare le differenze fondamentali tra cristiani ed ebrei fu
il rabbino di Londra Jeffrey Cohen, che descrisse il tentativo del
Papa di fare paragoni tra la cristianità e il giudaismo come
“particolarmente offensivo”. Ad irritare maggiormente Cohen fu la
dichiarazione del Papa che una nuova alleanza era stata stabilita
tra i cristiani e Dio come frutto del sacrificio redentore di Gesù
Cristo, cosa che Cohen considerò – alla luce dell’Olocausto – come
“un’oscenità e un insulto di proporzioni massime”.
Forse i più illuminanti di tutti furono i commenti della Madre
Superiora del convento carmelitano, suor Teresa che, quando era
bambina, aveva rischiato la vita per procurare cibo agli ebrei
affamati del ghetto di Varsavia. In un’intervista concessa a Francis
Winarz, un ufficiale in pensione dell’aviazione americana di origini
polacche, suor Teresa espresse sbalordimento e perplessità per il
fatto che gli ebrei avevano reagito così violentemente alla presenza
di un convento poiché “le suore hanno offerto preghiere anche per le
vittime ebree di Auschwitz.”
Suor Teresa si rammaricò del fatto che gli ebrei stavano creando
tali problemi per la Polonia in un’epoca in cui il paese stava
cercando di diventare nuovamente democratico. Ella si indignò per le
accuse di antisemitismo rivolte ai polacchi e disse che “Israele
riceve tre miliardi di dollari dagli Stati Uniti solo perché sta
costruendo un paese democratico; tuttavia la stampa quotidiana
riporta in dettaglio come gli israeliani maltrattano gli arabi. E’
difficile trovare antisemiti più grossi.”
In conclusione, suor Teresa descrisse il regime comunista
postbellico in Polonia come totalmente dominato dagli ebrei, che
avevano devastato il paese, chiuso le chiese e tentato di introdurre
l’ateismo in Polonia.
Alan Dershowitz, tipicamente, snobbò le osservazioni della suora
dipingendola come una “irriducibile antisemita”, che doveva “pregare
per la propria anima fanatica”.
Era completamente sfuggito ai cristiani il fatto, semplice ma
scoraggiante, che l’ebraismo ortodosso aborre le preghiere offerte a
Gesù Cristo, le cui chiese, altari, santi e martiri rappresentano
per costoro una rancida idolatria, non più efficace delle preghiere
a Zeus, Atena, Baal, Budda, o a qualunque altro essere umano con
pretese di divinità.
A parte le obiezioni politiche degli ebrei alla presenza di un
convento nel perimetro di Auschwitz, la loro avversione teologica
era di fondamentale importanza e un fattore primario nella loro
determinazione di sfrattare le suore dall’edificio.
In seguito all’incidente di Weiss, molti commentatori ebrei
sfruttarono pienamente l’opportunità di attaccare non solo la Chiesa
cattolica ma anche il popolo polacco. Inevitabilmente, e a dispetto
delle schiaccianti prove contrarie, il verdetto prevalente dei media
fu prevedibile: l’espulsione di Weiss e dei suoi accoliti costituiva
un atto di “antisemitismo”.
I giornali polacchi esaminarono l’incidente da un’angolazione
differente e descrissero gli ebrei di New York responsabili
dell’irruzione nel convento come “aggressori”, colpevoli di avere
inscenato una “provocazione organizzata” portando cartelli e
gridando alle suore di sgombrare il convento immediatamente.
Peter Simple, un giornalista che scrive per il Daily Telegraph, si
unì al coro di quelli che criticavano Weiss e opinò:
“Alcune delle espressioni di questi attivisti ebrei sono
terrificanti nel loro fanatismo e nella loro facinorosa sete di
vendetta. Le proteste contro le suore continueranno fino a quando
queste saranno scacciate, dice Eli Steinberg, del Congresso Mondiale
Ebraico di New York…questi fanatici ebrei, nel loro estremismo,
sembrano quasi essere riusciti a persuadere sé stessi che gli ebrei
furono il solo popolo che venne massacrato nella seconda guerra
mondiale.”
Il cardinale Franciszek Macharski, arcivescovo di Cracovia, si
trovava in evidente accordo con la valutazione suddetta, e rilasciò
una dichiarazione in cui descrisse gli eventi relativi alla
controversia montante come “una violenta campagna di accuse e
diffamazioni, e un’aggressione – non solo verbale – offensiva, che
risuonava fino ad Auschwitz…”
Macharski attribuì la responsabilità specifica per lo scontro in
atto a “certi circoli ebraici occidentali” – un’ovvia allusione ad
organizzazioni ebraiche quali l’Anti-Defamation League [Lega
anti-diffamazione] of B’nai B’rith, il Centro Simon Wiesenthal e
l’onnipresente Congresso Mondiale Ebraico.
Le forze ebraiche contrattaccarono definendo il convento come una
sgradita “intrusione” in quello che esse consideravano un luogo
strettamente ebraico, poiché “la maggioranza delle vittime del campo
erano ebree e Auschwitz è il luogo più simbolico dell’Olocausto
nazista, in cui vennero uccisi sei milioni di ebrei.”
La controversia raggiunse il suo amaro culmine quando il cardinale
Jozef Glemp, il primate cattolico della Polonia, parlò
dell’irruzione illegale [nel convento] come di “un’offesa a tutti i
polacchi e una minaccia alla sovranità polacca.”
Il primo ministro d’Israele, Yitzhak Shamir, rispose alla
dichiarazione del cardinale Glemp rimarcando rozzamente che i
polacchi “succhiano l’antisemitismo nel latte della madre.”
In un’omelia altamente controversa tenuta il 26 Agosto del 1989, nel
monastero Jasna Góra a Czêstochowa, il cardinale Glemp accusò gli
ebrei di complicità nell’indurre i contadini polacchi a bere, di
diffondere il comunismo e di collaborazionismo con i nazisti. Gli
animi ebraici si infiammarono quando egli lamentò il controllo
ebraico sui media finalizzato a fomentare sentimenti anti-polacchi.
Riferendosi in particolare agli avvenimenti che avevano scatenato il
furore internazionale, il cardinale Glemp asserì:
"Di recente, un gruppo di sette ebrei provenienti da New York ha
attaccato il convento di Auschwitz. E’ vero che le suore non sono
state uccise e che il convento non è stato distrutto (perché costoro
sono stati tenuti a freno) – ma non consideriamoli degli
eroi…Distinguiamo tra Oswiecim-Auschwitz, dove morirono soprattutto
polacchi e persone di altre nazioni, e Brzezinska-Birkenau –
distante pochi chilometri – dove la maggior parte delle vittime
furono ebree. Distinguiamo poi tra il piano secolare e quello
teologico. Lasciamo che la nuova dottrina sulla presenza o
sull’assenza di Dio al posto del sacrificio venga spiegata e resa
chiara a tutti quelli che credono in Dio, e non facciamola diventare
uno strumento politico nelle mani delle persone, in particolare dei
non credenti.”
Le legittime preoccupazioni del cardinale per l’incolumità delle
suore alla mercè di assalitori sconosciuti e imprevedibili erano
pienamente giustificate, come pure la preoccupazione dei
soccorritori di prevenire ogni possibile scoppio di violenza o
imprevedibili atti di vandalismo contro il convento. Sebbene i
dimostranti dissero in seguito che le loro intenzioni erano state
interamente pacifiche, era impossibile per i soccorritori indovinare
tali intenzioni.
I critici insoddisfatti, pieni di risentimento, accusarono il
cardinale di complottare per restaurare il primato della Chiesa
cattolica in Polonia e trovarono da ridire sulla sua opposizione
contro l’accordo di Ginevra firmato nel 1986 e nel 1987 dagli ebrei
e da membri del clero cattolico, e riguardante il trasferimento del
convento carmelitano. Questi critici lamentarono, in modo
decisamente ingiustificato, che il convento violava la dichiarazione
delle Nazioni Unite che definiva Auschwitz un “monumento
internazionale del martirio”, senza rispondere pertanto alla
domanda: i morti non ebrei di Auschwitz sono meno titolati degli
ebrei nel meritare lo status di martiri?
Mentre queste questioni venivano dibattute dalla stampa
internazionale, Avraham Weiss fece causa al cardinale presso un
tribunale polacco, ma la corte stabilì che Glemp aveva tutto il
diritto di parlare a difesa delle suore, i cui diritti erano stati
violati dal raid illegale del rabbino. Scontento del verdetto, Weiss
intentò un’altra causa per diffamazione a New York dopo essersi
consultato con il controverso avvocato Alan Dershowitz, in un
tentativo di “accertare quali mosse legali potessero essere
intraprese contro Glemp per le sue affermazioni.” I cattolici videro
nella risposta di Weiss una provocazione premeditata volta a
perseguitare il prelato. Dershowitz, d’altro canto, accusò il
tribunale polacco di aver emesso “una sentenza molto unilaterale”, e
di aver applicato in favore del cardinale un doppio metro di
giudizio.
Quando il cardinale visitò in seguito gli Stati Uniti, Weiss tentò
ripetutamente di citarlo in giudizio, ma alla fine non riuscì a
convincere la corte che gli ufficiali giudiziari avevano agito
correttamente.
Il processo venne tenuto dal giudice Patterson, che concluse - dopo
un’udienza durata un’intera giornata in un tribunale di Manhattan -
che i due ufficiali giudiziari del rabbino Weiss – Aline Frisch e
Renee Lewis – avevano deliberatamente reso false dichiarazioni alla
corte. Anche Alan Dershowitz si prese un duro rimprovero dal
giudice, che fece notare le contraddizioni delle sue dichiarazioni
alla corte e quelle dei commenti pubblicati nella sua autobiografia,
“Chutzpah”.
In un sorprendente atto di Chutzpah [faccia tosta], Dershowitz
borbottò la minaccia che il cardinale sarebbe stato citato in
giudizio se e quando fosse ritornato negli Stati Uniti, a meno che
non facesse le proprie scuse a Weiss per averlo molestato.
Nel corso di un’intervista tenuta ad Albany, New York, il rabbino
Weiss, a quanto pare agendo d’accordo con il suo legale, accusò
irresponsabilmente il Vaticano di volere l’erezione del convento di
Auschwitz come parte di un “programma nascosto” volto a
“cristianizzare” l’Olocausto, mentre Dershowitz gli faceva eco
definendo il cardinale un “fanatico”.
David Scott, un giornalista che scriveva per il settimanale
cattolico Our Sunday Visitor [L’ospite della nostra Domenica] capì
rapidamente il contrasto tra i cristiani e gli ebrei riguardo al
cardinale Glemp, scrivendo:
“Il vescovo Hubbard di Albany, come altri leader ecclesiastici
americani, ha dato il benvenuto al cardinale Glemp accogliendolo
come il leader coraggioso dell’opposizione del suo paese al
“comunismo senza dio” e del trionfo polacco sulla “tirannia e
l’oppressione”.
Per contrasto, Scott attirò l’attenzione sul fatto che “Seymour
Reich rassegnò le dimissioni da capo del Comitato Ebraico
Internazionale [International Jewish Committee] per le relazioni
interreligiose a causa di questi contrasti. Egli disse che i leader
ebrei non si sarebbero dovuti incontrare con il cardinale fino a
quando il prelato non avesse ritrattato le proprie offese antisemite
e avesse chiesto scusa.
Dopo lunghe sedute di “dialogo” con ebrei e prelati cattolici, il
cardinale Glemp cedette alle pressioni e venne indotto a rilasciare
una dichiarazione contraria alla sua stessa scienza ed esperienza.
Un comunicato ufficiale frutto di queste riunioni rivelò
tranquillamente che i commenti del cardinale “erano basati per molti
aspetti su informazioni erronee”. Curiosamente, non venne mai
fornita nessuna ulteriore informazione, a parte un riferimento
piuttosto ambiguo all’annuario ebraico americano del 1991, secondo
cui il cardinale “può essere stato influenzato dal coinvolgimento di
un uomo d’affari tedesco occidentale, Zygmund Nissenbaum, che si
incontrò con Glemp alla metà di Settembre e che, presuntamente, si
offrì di aiutare a pagare il trasferimento del convento.”
Glemp venne successivamente richiamato in Vaticano e ricevette
istruzioni per trasferire il convento fuori dei confini di
Auschwitz. Roma locuta, causa finita. Roma aveva parlato, fine della
discussione. Il blitz dei media aveva avuto successo.
L’umiliazione e le concessioni sotto pressione fatte dal cardinale
Glemp alleviarono solo temporaneamente la tensione nelle relazioni
tra ebrei, polacchi e cattolici e la controversia di Auschwitz
scoppiò nuovamente nel 1995, quando un gruppo di boyscout polacchi
piantarono innocentemente una croce sul terreno di Auschwitz I.
Ancora una volta, i soliti gruppi ebraici balzarono in prima linea,
lanciando alte grida dalle colonne della stampa mondiale.
Apparve un articolo sulla National Review che arrivò ad affermare:
“…L’opinione ebraica vede Auschwitz in tutta la sua terribile
ambiguità, come un luogo precipuamente ebraico, dove una presenza
cattolica sarebbe stridente come una yeshiva[3] nel santuario di
Nostra Signora di Czestochowa.”
Il tentativo di forzare un paragone tra Auschwitz e il Santuario di
Czestochowa era improprio, irriverente e irrilevante, per la
semplice ragione che il Santuario non ha mai funto da campo di
concentramento. Né la mal concepita analogia prendeva in
considerazione i tre milioni di polacchi che si ritiene morirono
durante la seconda guerra mondiale, né quelle persone di nazionalità
polacca che soccombettero ad Auschwitz.
Descrivendo gli ebrei come i “martiri principali” di Auschwitz la
National Review e pubblicazioni analoghe aprirono un vaso di Pandora
di errori statistici che erano stati in precedenza rilevati dai
revisionisti e implicitamente riconosciuti dal curatore del museo di
Auschwitz Jerry Wrobleski, il quale, nel 1992, abbassò ufficialmente
il tasso di mortalità di Auschwitz da quattro milioni [di morti] a
“circa” un milione e mezzo.
Le cifre rivedute dei morti sarebbero state scritte in 18 lingue e
installate vicino al monumento principale di Auschwitz-Birkenau. La
nuova iscrizione recitava:
“Questo luogo rimanga per l’eternità come un grido di disperazione,
e come un monito all’umanità. Circa un milione e mezzo di uomini,
donne, bambini, e neonati, principalmente ebrei da differenti paesi
d’Europa, vennero uccisi qui. Il mondo stava in silenzio.
Auschwitz-Birkenau, 1945.”
Secondo un articolo pubblicato dal Centro Wiesenthal,
“Questo nuovo testo sostituirà la vecchia targa, che recitava:
“Questo è il luogo del martirio e della morte di quattro milioni di
vittime uccise dal genocidio nazista, 1940-1945.””
La singolare esegesi del Centro Wiesenthal rispetto a questa
drastica riduzione del totale delle vittime fu alquanto deludente.
“In realtà”, essi asserirono, “la cifra dei “4 milioni” fu opera
delle autorità comuniste postbelliche che cercarono di attenuare
l’unicità dell’esperienza ebraica durante l’Olocausto.”
Sfortunatamente, il Centro omise di identificare queste presunte
autorità comuniste per nome. Né fornì una spiegazione ragionevole
del perché tali autorità avrebbero dovuto cercare di attenuare
l’unicità dell’Olocausto ebraico. E’ assai significativo il fatto
che il Centro non riuscì a fornire prove convincenti per confutare
la deduzione che le perdite ebraiche erano sempre state incluse
nella cifra dei quattro milioni, le cui origini possono essere
rintracciate meticolosamente nelle fonti contemporanee durante la
guerra, piuttosto che dopo.
Inoltre, i dati storici relativi al numero totale dei morti ad
Auschwitz non sono mai stati coerenti e gli storici non sono
riusciti a mettersi d’accordo su una cifra definitiva. In pratica,
la controversia rimane irrisolta ed è prevedibile che il numero
totale delle vittime diminuisca alla luce di nuove ricerche.
Mentre la campagna orchestrata per aggredire la Chiesa cattolica
prendeva slancio, diversi giornalisti ebrei decisamente perturbatori
si aggregarono agli assalitori cercando di fomentare il disprezzo
contro la Chiesa paragonando l’immagine della croce cristiana con la
svastica nazista. Ma nel 1995, Leon Wieseltier, uno scrittore del
New York Times, giudicò che “l’ombra della croce ad Auschwitz era,
con tutto il rispetto, ripugnante” e dichiarò irresponsabilmente che
“l’Olocausto venne perpetrato da cristiani che si definivano
cristiani”.
Tuttavia, durante e prima dello scoppio della guerra in Europa nel
1939, i propagandisti ebrei avevano dipinto la svastica come un
crocifisso sul quale Gesù Cristo era stato appeso per ottenere il
sostegno dei cristiani.
Tempora mutantur, nos et mutantamur in illis.
Perciò, le organizzazioni ebraiche stavano mandando un messaggio
subliminale ai sopravvissuti non ebrei, e alle loro famiglie,
consistente nel fatto che le vite dei loro cari erano di minor
valore delle vite degli ebrei: negando così la loro stessa umanità.
In pratica, alle vittime non ebree del nazionalsocialismo veniva
detto non di “salire sui posti in fondo del bus”, ma di uscirne
totalmente. Rigettando le vittime non ebree di Auschwitz, i
sostenitori dell’esclusivismo ebraico stavano in realtà dicendo che,
“Non ci importa quale altro bus prenderete, o dove lo prenderete, ma
una cosa è certa: voi non prenderete questo bus, che è stato
riservato ai soli ebrei.”
Come se volesse sottolineare questo punto, il rabbino Martin Hier
del Centro Simon Wiesenthal volò a Roma per fare pressioni sul
Vaticano affinché si sottomettesse alle richieste ebraiche, dicendo
loro:
“Ad Auschwitz la Chiesa sta rivendicando il proprio diritto
esclusivo su un simbolo che non le appartiene. Ci sono altri campi
da rivendicare per Cristo, ma questo non è uno di quelli…”
Jack Reich, un sedicente sopravvissuto di Auschwitz, calunniò
pubblicamente la Chiesa cattolica quando disse:
Non c’erano vescovi o suore a pregare con le loro croci per i miei
cari quando venivano umiliati, affamati e uccisi. Questa non è
nient’altro che una dissacrazione di quello che è stato soprattutto
un massacro di ebrei.”
Lo storico inglese “ufficiale” dell’Olocausto Martin Gilbert fece
eco a queste affermazioni dicendo che “quello che la Chiesa
cattolica sta facendo è scandaloso e grottesco.”
Nel suo periodico illustrato, Response, il Centro Wiesenthal giudicò
che “la chiesa ubicata sul terreno dell’ex campo di sterminio di
Birkenau è offensiva per gli ebrei.”
Senza usare mezzi termini, il rabbino Hier, decano del Centro, si
lamentò:
“Innalzare una croce torreggiante sopra le famiglie delle vittime
che vengono in pellegrinaggio in questo luogo è una provocazione
gratuita. La chiesa di Birkenau è anche più offensiva del convento
di Auschwitz perché Birkenau è il più grande cimitero ebraico del
mondo.”[4]
Gli ingiustificabili tentativi messi all’opera dalle organizzazioni
ebraiche per equiparare o correlare la persecuzione razziale degli
ebrei da parte dei nazisti con il presunto “antisemitismo” della
Chiesa cattolica e della cristianità in generale non è solo
ingiustificabile, insincero e intellettualmente disonesto, ma
tradisce anche un’ignoranza abissale della teologia cristiana e di
duemila anni di interrelazione ebraico-cristiana storicamente
documentata.
Sfortunatamente, la controversia sulla croce ri-esplose nel 1998,
quando i sopravvissuti del campo polacco, insieme alle loro famiglie
e a vari nazionalisti polacchi, si unirono temporaneamente sotto la
leadership di Kzimierz Switon. Sfidando apertamente la messa al
bando delle croci, essi ne piantarono duecento sul terreno di
Auschwitz I tra lo sbalordimento del mondo intero. Switon e i suoi
sostenitori annunciarono la loro intenzione di non lasciare il campo
fino a quando dei rappresentanti della Chiesa cattolica non avessero
fornito loro una garanzia scritta che le croci non sarebbero state
rimosse.
Le vigili organizzazioni ebraiche, capeggiate da elite come quella
costituita dal Centro Simon Wiesenthal, intervennero immediatamente,
orchestrando una serie di rumorose proteste pubbliche e private,
attentamente inscenate, che denunciavano il “sacrilegio”, mentre
l’irrefrenabile rabbino Weiss salmodiava in stile vampiresco che
“gli ebrei non avrebbero negoziato all’ombra della croce.”
Alla fine il gruppo di Switon non riuscì a raggiungere il suo
obbiettivo e, quando le croci vennero rimosse, manifestò la propria
delusione per quello che venne percepito come il tradimento della
Chiesa del popolo polacco.
Questi nazionalisti polacchi erano dolorosamente consapevoli del
fatto che durante l’occupazione sovietica della Polonia durante la
seconda guerra mondiale, oltre un milione e mezzo di polacchi etnici
vennero deportati in Unione Sovietica, tra cui oltre 250.000 bambini
di età inferiore ai 14 anni. Del suddetto milione e mezzo, oltre
mezzo milione venne inviato nelle galere e nei campi di
concentramento, da cui la maggior parte non ritornarono più, e la
stragrande maggioranza di queste vittime erano cattolici. A
inasprire questa questione c’era il fatto che un numero
significativo di ebrei avevano attivamente collaborato con i
sovietici nella loro oppressione della popolazione polacca.
Questo fatto venne in seguito riconosciuto e confermato da due
storici ebrei, che osservarono che “i giovani ebrei e il
proletariato esercitarono un ruolo importante nell’apparato
repressivo, e attuarono la “lotta di classe” direttamente in primo
luogo contro i polacchi con “intransigenza rivoluzionaria.”
Un testimone ebreo di questi tragici eventi osservò in seguito,
“Il benvenuto esteso ai bolscevichi era soprattutto una
dimostrazione di identità separata, di essere diversi da quelli
contro cui i sovietici stavano combattendo una guerra – dai polacchi
– un rifiuto a essere identificati con lo stato polacco. Non
dobbiamo pretendere di non capire tutto ciò, o non riusciremo ad
ammettere che questo fu il risultato della nostra politica.”
Sviluppando questo punto di vista, Aleksandr Smolar, presidente
della Fondazione Stefan Batory, ha affermato che,
“In nessun altro paese europeo durante la guerra ci fu un conflitto
di interessi e di idee così drammatico tra gli ebrei e la nazione in
cui vivevano, come durante l’occupazione sovietica degli anni
1939-1941. Altrove gli ebrei avevano interessi divergenti rispetto a
una parte della società che li circondava, ma in un quadro di
solidarietà complessiva e di relazione con il resto della società.
Nella Polonia orientale, tuttavia, furono gli ebrei a essere
percepiti come collaborazionisti.”
Perciò, le legittime preoccupazioni del popolo polacco vennero
assolutamente ignorate dai gruppi ebraici critici verso i polacchi e
la Chiesa cattolica, come pure dagli stessi rappresentanti del
Vaticano.
Vantandosi del ruolo eccezionale avuto dalla propria organizzazione
nell’aver provocato l’escalation della controversia di Auschwitz, il
Centro Wiesenthal proclamò,
“Durante i due decenni passati, il Centro è stato in prima linea
nella battaglia contro i negazionisti dell’Olocausto – un movimento
guidato da antisemiti professionisti e da pseudo-intellettuali. Ma
cosa accade quando degli estremisti, inclusi i membri di
un’istituzione importante – in questo caso la Chiesa cattolica
polacca – decidono di monopolizzare la memoria e di riscrivere la
storia per seguire i propri programmi teologici e nazionalisti? La
dichiarazione delle Nazioni Unite del 1992 che designava il sito di
Auschwitz-Birkenau come “integro”, non significa nulla per quelli
che cercano di assumere il controllo postumo del più grande cimitero
ebraico del mondo…”
Non solo il Centro Wiesenthal insinuava irresponsabilmente
un’affinità esistenziale tra la Chiesa cattolica e i “negazionisti
dell’Olocausto”, ma le sue accuse sarcastiche costituirono un atto
di incredibile, egoista elitarismo alla luce del fatto che, riguardo
ad Auschwitz, nessun altro gruppo, nazione, o organizzazione ha mai
cercato di “monopolizzare la memoria e riscrivere la storia” o di
“assumere il controllo postumo” in modo più risoluto di quelle
agenzie ebraiche impegnate così attivamente nel mantenere e
salvaguardare gelosamente il loro predominio su Auschwitz. Anche
concedendo il fatto che ad Auschwitz morirono più ebrei che non
ebrei tutto ciò non sminuisce in alcun modo il diritto delle vittime
non ebree di rivendicare uno status uguale a quello degli ebrei. E’
palesemente ingiusto che un gruppo di vittime si arroghi un
privilegio esclusivo nei riguardi di un campo di concentramento dove
ebrei e non ebrei morirono allo stesso modo in gran numero. Nella
morte tutti gli uomini sono uguali. Inoltre, persino a Birkenau, gli
ebrei hanno il dovere di condividere le loro memorie con gli
zingari, che vennero parimenti seppelliti in quel sottocampo. Come
gli analisti polacchi hanno fatto rapidamente notare, se è un
diritto di esclusiva quello che le organizzazioni ebraiche stanno
chiedendo, i loro sforzi sarebbero meglio diretti se venissero
concentrati su Treblinka, Sobibor, Belzec e Chelmno, poiché sono
questi ad essere noti come campi esclusivamente “ebraici”.
Similmente, le lamentele ebraiche secondo cui i polacchi e la Chiesa
cattolica furono in qualche modo manchevoli nel loro avvertito
dovere di salvarli [gli ebrei] durante la guerra non possono essere
sostenute o convalidate né da un punto di vista storico né da un
punto di vista morale, perché i cattolici polacchi morirono in
numero uguale o superiore a quello dei cittadini ebrei che vivevano
in Polonia in quel tempo. Sia che le vittime venissero gasate o
fatte morire di fame, fucilate o fatte lavorare fino a provocarne la
morte, il risultato finale rimane lo stesso. Considerando tutti i
fatti conosciuti, non è quindi ragionevole sollevare interrogativi
pertinenti al silenzio dei leader ebrei all’epoca dei fatti?
E’ irragionevole chiedere perché influenti leader ebrei non
accorsero in aiuto dei cattolici polacchi o almeno non
pubblicizzarono, protestarono o attirarono l’attenzione sui
maltrattamenti subiti da questi ultimi per mano dei comunisti?
Inoltre, il primo dovere del Papa non è quello di prendersi cura dei
bisogni spirituali e temporali del proprio gregge.
Presi tra due fuochi, i polacchi soffrirono sia ad opera dei nazisti
che dei sovietici, e il loro stato di servitù sotto la tirannia durò
per decenni dopo la guerra. Similmente, la Chiesa non ha né colpa né
responsabilità per la persecuzione nazista degli ebrei, poiché i due
Papi dell’epoca, Pio XI e Pio XII, condannarono le misure
antiebraiche prese dai nazisti in numerose occasioni. Come lo
scrittore – ed ex console – Pinchas E. Lapide osserva, la Chiesa
cattolica riuscì a salvare più ebrei durante tutta la guerra di ogni
altra organizzazione, incluse le organizzazioni ebraiche. Non ci
sono assolutamente giustificazioni di sorta per le critiche ebraiche
riguardo al ruolo presuntamente inattivo avuto dal Vaticano o da
Papa Pio XII durante la guerra. A parte marciare su Berlino alla
testa delle proprie guardie svizzere e arrestare il più potente
dittatore del mondo, i critici ebrei non realistici non hanno mai
spiegato in modo soddisfacente cosa si aspettavano che il Papa
facesse, considerando i margini limitati di manovra che aveva.
Inoltre, il Vaticano non poteva impedire l’arresto di Maximilian
Kolbe né la deportazione di Edith Stein. Né gli stessi polacchi né
alcuno dei pontefici e dei vescovi della Cristianità si trovavano in
una posizione tale da poter liberare i paesi occupati dal potere
draconiano di Hitler e Stalin. Alla luce del fatto che il Papa non
poteva salvare i suoi stessi correligionari, come possono i critici
ebrei aspettarsi che fosse in suo potere salvare gli ebrei d’Europa
dalle grinfie della Gestapo?
Nei cinquant’anni trascorsi, i Papi in successione hanno, nei
termini più accorati, ripetutamente diretto l’attenzione del mondo
sul fatto che dieci milioni di nascituri sono stati uccisi come
risultato dell’aborto legalizzato, facendo appello ai governi per
abrogare le leggi in questione, e tuttavia nessuna nazione ha
risposto ai moniti papali in termini positivi. Senza considerare le
opinioni espresse col senno di poi dai soliti critici, un annuncio
pubblico del Papa Pio XII rispetto alla persecuzione della Germania
nazista degli ebrei si sarebbe risolta in un nulla di fatto.
Perciò, i rumorosi e irritanti attivisti ebrei che rivendicano il
diritto esclusivo sull’intero complesso di Auschwitz non agiscono
solo in senso simbolico ma anche letterale. Sfrattando e
allontanando tutti gli ex detenuti non ebrei dai luoghi in questione
e cancellando la loro memoria, le organizzazioni ebraiche, a
prescindere dalle loro intenzioni, relegano tutti gli altri morti
nella spazzatura della storia. Per gli imbonitori dell’industria
dell’Olocausto, le sofferenze patite dalle vittime non ebree di
Auschwitz diventano solo una nota a piè di pagina di minore
importanza.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile
all’indirizzo:
http://www.codoh.com/newrevoices/nrbelling/nrbelcross.html
[2] Nota del traduttore: lo shofar è un piccolo corno di montone
utilizzato come strumento musicale. Viene utilizzato durante alcune
funzioni religiose ebraiche, in particolare durante lo Yom Kippur.
[3] Nota del traduttore: la yeshiva è una scuola per lo studio della
Torah.
[4] Nota del traduttore: in realtà alla fine del 2005 la chiesa di
Birkenau era ancora al suo posto, come dimostra una delle foto
consultabili all’indirizzo seguente:
http://www.scrapbookpages.com/Poland/Crosses/Crosses.html
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |