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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.
Aggressione al Professor FAURISSON
Meglio Faurisson di Pacifici

valent
A Teramo, un’ignobile teppaglia, che ha raccontato di esser
discendente di deportati – come se l’esserlo li mettesse su un piano
diverso dai naziskin che picchiano chi non la pensa come loro – ha
malmenato un anziano professore francese, Robert Faurisson,
perseguitato da oltre 25 anni da leggi che negano il diritto alla
ricerca ed alla libertà d’espressione, e schiaffeggiato un
accademico di valore, uno dei migliori africanisti d’Italia, Claudio
Moffa.
Qualcuno dovrebbe dirmi cosa c’è di epico nel combattere una
battaglia al fine di impedire ad un anziano storico di fare il suo
lavoro, di provare la sua tesi, di discuterla e metterla a
disposizione di chi voglia confutarla.
Che quel qualcuno mi spieghi cosa provoca questa paura irragionevole
di confrontarsi con chi mette in discussione una tesi, che come
tutte le tesi dovrebbe essere soggetta a verifica.
Per dirla con Popper, una tesi deve essere deducibile in maniera
conclusiva. La sua forma deve essere tale che sia il verificarla sia
il falsificarla sia logicamente possibile.
Dal punto di vista epistemologico questo conduce ad un criterio di
demarcazione molto chiaro: nella stessa maniera in cui si può
sostenere che sia scientifica un'asserzione passibile di
“falsificazione”, si può sostenere che un'asserzione che non lo è
sia metafisica.
Nel caso della Shoah ciò non ci è dato.
Si tratta dell’unico caso, nello studio e nella ricerca storica,
dove la verità è tale perché stabilita ed adottata da governi e non
susseguente ad una disamina scientifica dell’assunto.
La sola messa in discussione (falsificabilità, in questo caso) della
teoria alla base della Shoah, è un delitto di leso dogma.
Non sono una storica. Vado a naso. Come in tutte le cose in cui non
sono preparata mi affido a chi si è formato per dare delle risposte.
Non mi improvviserò mai medico, o idraulico e nemmeno ingegnere o
parrucchiera.
Esistono persone che hanno studiato, a lungo, per fornire
determinati servizi e determinate risposte. E addirittura esistono
persone che hanno studiato, sempre a lungo, per domandare le domande
giuste.
La passione per lo studio, la ricerca, la messa in discussione dei
dogmi che rendono la storia – quella fatta dai vincitori –
un’abominevole palude stagnante degli interessi di parte, è
commovente e convincente.
Ma per scelta di pochi ma potenti noi in quella palude ci viviamo,
sguazziamo a fianco delle sanguisughe e le accogliamo come
costellazioni sulla nostra pelle, regalando loro vita e dignità.
La storia ufficiale ci impone il dogma secondo cui la sofferenza
degli ebrei non è la stessa di quella dei Tziganer. Secondo cui la
sofferenza degli ebrei non è la stessa dei somali, etiopiani ed
eritrei. Secondo cui la sofferenza degli ebrei è la sofferenza per
antonomasia. E lo è non perché vi sia stata una ricerca seria in
merito a quanto successo, alle cause, allo svolgimento. No. Lo è
semplicemente perché si è deciso così.
L’accanimento con cui si perseguitano - e perseguitano è la parola
giusta - quegli storici e ricercatori che non si adeguano alle
verità di stato potrebbe essere assimilato ad un preciso sintomo del
fatto che questa verità sia viziata e viziosa.
L’accanimento con cui interi governi si adeguano e promuovono la
censura di chi questo argomento vorrebbe approfondirlo, discuterlo,
renderlo meno mitico e più storico in fondo, potrebbe essere
considerato la prova dell’esistenza di un complotto per nascondere
una verità molto più scomoda di quella ufficiale.
Negare il diritto di approfondire, di mettere in discussione, di
rendere la storia meno statica e più vivace come del resto dovrebbe
essere, è come sventolare un drappo rosso di fronte al toro della
volontà di sapere, alla curiosità di chi non si accontenta di
un’unica versione, soprattutto quando imposta dalla struttura di
potere.
Perché, e qualcuno me lo deve spiegare, per quale motivo degli
storici che hanno di fronte anni di potenziale ed invidiabile
carriera universitaria decidono, un giorno di suicidarsi
accademicamente, toccando l’intoccabile? Dicendo l’indicibile?
Perché Faurisson, Zuendel, Irving e centinaia di altri, meno noti ma
non per questo meno impegnati e meno perseguitati, non possono
studiare, ricercare, confrontarsi come ogni altro studioso e
ricercatore con il resto del mondo accademico? Cosa ha trasformato
Ariel Toaff – mai destinatario di critiche per il suo lavoro
accademico - in un intollerabile cialtrone?
In definitiva, cos’è che rende gli ebrei diversi ed intoccabili? E
con loro lo stato di Israele?
La Shoah. Che smette di essere avvenimento storico per diventare una
risorsa politica utile a minimizzare il dramma palestinese, ad
offuscarlo e renderlo meno vicino, meno crudele, grazie al senso di
colpa dell'occidente.
E studiarla, sviscerare il male dietro il mito, storicizzare nel
senso vero del termine quanto successo, allontanandolo dal mito ed
avvicinandolo alla scienza, spiegare la storia e le sue motivazioni,
qualsiasi esse siano, potrebbe rendere ancora più fragile
l'impalcatura, quella su cui si regge il mito laico dello stato
etno-teocratico, la terra promessa da Dio al popolo da lui eletto a
suo popolo, la terra senza popolo per un popolo senza terra. Così
fragile da farla crollare.
Non esiste teoria storica che non abbia differenti versioni e punti
vista per la sua analisi e la sua codificazione in termini storici,
eccetto il capitolo della Shoah.
E questo, mi dispiace, mi mette in una posizione di non
comprensione. Lo ripeto, la storia non è un flusso di notizie che si
fissano nel tempo, senza possibilità di essere modificate da un
nuovo documento, da una nuova scoperta.
Nemmeno il carbonio 14 è decisivo nella narrazione di ciò che ha
composto così la razza umana.
Nulla lo è, se non la nostra sete di sapere o la nostra voglia di
credere.
Il guaio succede quando la voglia di credere sopravanza la sete di
sapere. Quando ciò che siamo viene annichilito da ciò che vorremmo
essere.
E oggi, io mi sento meno sicura che la verità imposta per legge sia
la verità vera.
Come Popper, il mio limite di demarcazione in questa vicenda è uno
solo: la falsificabilità della tesi. Perché la verificabilità,
quando sostenuta dai discendenti politici di Mussolini, francamente
non mi basta.
Soprattutto quando sorrette, con delicatezza tutta ebraica e di
destra, dalle spranghe del camerata Pacifici.
Dacia Valent
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Erwin
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