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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.
Antonio
Caracciolo_shlomo venezia
martedì 6 novembre 2007
Slomo in “grande emozione” con Veltroni e Gattegna

Antonio Caracciolo
venezia e veltroni.....
Ho ritardato di un giorno la mia partenza per fruire di una grande
occasione di conoscenza, cioè «La verità sulle camere a gas», che
sarebbe stata offerta oggi alle 18 nella Sala della Protomoteca al
Campidoglio, presente il sindaco Walter Veltronied il capo degli
ebrei italiani Renzo Gattegna nonché tutta la comunità ebraica
romana che abita proprio a quattro passo nel Ghetto adiacente. Tra
il pubblico ho

Riccardo Pacifici
riconosciuto Pacifici mentre batteva le sue
cinquine. Forse il senso più vero della manifestazione è stato dato
da una persona del pubblico accanto a me, che mi ero piazzato in
quarta fila, cioè la prima fila di sedie non riservate. Questa
persona diceva ad un’altra che era stata una “grande emozione” ed io
mi sono subito associato, confermandogli che anche io ritenevo fosse
stata una “grande emozione”. Ma niente di più. E per giunta una
“grande emozione” solo per chi era andato lì con l’intento di
emozionarsi, ascoltando un martire vivente, tal Slomo Venezia che ha
avuto certamente la grande disgrazia di essere stato in Auschwitz,
dove avrebbe fatto parte del “Sonderkommando”, cioè di quei gruppi
di prigionieri che dovevano occuparsi dei cadaveri di altri
prigionieri, tirati fuori – si suppone – dalle camere a gas ancora
fumanti.
Non ero e non sono prevenuto nei confronti della “verità”, quale che
essa sia. Avrei voluto finalmente sentirla questa verità e per tutto
il tempo sono stato con le orecchie tese. Non ho però sentito altro
che discorsi volti a suscitare “emozione”. Veltroni è riuscito ad
essere banale per ognuno dei cinque “livelli” di conoscenza da lui
epistemologicamente individuati. Ma da quel furbastro che è a lui
interessano più che altro i voti degli ebrei romani: non è da lui
che si può certo attingere la Verità. Non saprei dire se la lobby
romana abbia lo stesso potere e la stessa influenza della Israel
lobby statunitense. Quel che è certo è che Veltroni ha stabilito un
contatto organico con questa comunità a tutto discapito degli altri
cittadini che neppure si accorgono di essere defraudati nelle loro
libertà e nel loro diritto ad una memoria storica non adulterata.
Sul libro non è stato detto nulla che da un punto di vista
scientifico incoraggi a leggerlo. Anzi, sotto questo riguardo suona
sospetta l’ammissione che a scriverlo siano stati in “tanti”. Forse
Slomo Venezia lo ha solo firmato. Naturalmente, acquisterò e leggerò
il libro, ma temo che sarà una perdita di tempo, almeno per chi va
alla ricerca di una “verità” e non semplicemente di una “grande
emozione”.
A provare questa “grande emozione” ogni anno il sindaco Veltroni –
credo con i soldi dei contribuenti – porta 300 studenti a visitare
Auschwitz. Ne traggono certamente grande edificazione morale e gioia
dello spirito altamente utile per la loro formazione. Si parla
sempre più spesso nella letteratura scientifica di una religio
holocaustica. In effetti, questa sera al Campidoglio sembrava di
trovarsi alla celebrazione di una cerimonia religiosa, dove si sono
pronunciate condanne per i non credenti, additati alla pubblica
esecrazione negli storici revisionisti e negazionisti. È stato forse
questo il solo momento di lucidità da parte degli oratori, avendo
loro ben compreso da quale parte possono venire le critiche
dissacratrici. Veltroni ha pure associato il cosiddetto negazionismo
– termine che solo loro usano, ma non i diretti interessati per
definire se stessi – alla “barbarie”. Deve temersi che il nostro
Veltroni, appena succeduto a Prodi, regalerà a Slomo una bella legge
liberticida come quella già vigente in altri paesi. Basterà
contraddire il martire vivente Slomo per trovarsi in galera. Dove
stia la barbarie, se nel “negazionismo” o nella galera inflitta a
chi scrive qualche libro senza imprimatur gattegnano, resta un punto
di vista.
Saranno gli storici a valutare la “testimonianza” di Slomo Venezia,
ma a me è parso che negli stessi discorsi degli oratori sia stata
sempre presente e forse voluta un’ambiguità di fondo. Nessuna
distinzione è stata fatta fra la realtà della discriminazione e
della persecuzione degli ebrei, che nessuna “nega”, e la specifica
realtà dello “sterminio” che è cosa storicamente distinta ed è ciò
su cui propriamente dibattono gli storici revisionisti, per nulla
“negazionisti” sulla realtà dei campi di prigionia. Ho già detto che
a mio avviso il “negazionismo” è una pura invenzione di quanti hanno
inteso coniare una formula a scopo di mera diffamazione,
denigrazione, delazione. La “grande emozione” è ciò che impedisce ad
arte di tenere distinti i due aspetti. Ma è anche vero che il nostro
tempo di “grandi emozioni” ne può distribuire quante se ne vogliono
e di ogni genere. Ognuno si sceglie le sue “grandi emozioni”. Ognuno
ha diritto alle sue “grandi emozioni”. I guai incominciano quando si
pretende d'imporre ad altri le proprie “grandi emozioni”. Ed è
esattamente ciò che si è tentato di fare in Campidoglio con il
concorso del sindaco Veltroni, che scalda i suoi muscoli ed i suoi
motori per le prossime campagne elettorali.
* * *
Ho comprato il libro. Avendolo comprato, tocca leggerlo, con
pazienza e pena infinita. Il libro è preceduto da una prevedibile ed
immancabile Prefazione di Walter Veltroni, che per la sua carriera
politica fa molto affidamento sull'elettorato ebraico. Mi riescono
chiari i passaggi che lo hanno portato a conferire la massima
onorificenza comunale al Foxman, presidente di quella ADL che
l'ebreo dissidente Chomsky ha definito un centro permanente di
diffamazione. Ho già detto che per la mia quota infinitesimale di
cittadino romano quell'onorificenza non ha la benché minima
giustificazione, se non l'interesse politico dello stesso Veltroni.
Ma veniamo al libro di Slomo Venezia, redatto con la collaborazione
del centro ebraico di documentazione, secondo quanto ho potuto
ascoltare nel corso della presentazione, dove si è parlato di una
“collaborazione” che è già un'ammissione di non autenticità ed una
manipolazione confessa. Dalla Prefazione di Veltroni si apprendere
di «studenti che partecipano ai “Viaggi della memoria” organizzati
dal Comune di Roma assieme alla Comunità ebraica nei campi di
sterminio», la cui esistenza è posta in dubbio dal revisionismo
storico, una corrente di pensiero che anche sulla storia della
nostra gloriosa Resistenza incomincia a far vedere a quanti non
vogliono restare con gli occhi bendati come la realtà storica sia
fatta di luci e di ombre, dove spesso le tenebri con il loro carico
di menzogna prevalgono sulla luce e sulla verità. Per Veltroni si
tratta di un “libro bellissimo”: de gustibus ne disputandum est. Per
me si annuncia già nelle sue prime pagine come un libro bruttissimo
e macabro, che certamente come docente non farei rientrare in un
programma educativo per quegli studenti (maggiorenni, liberi e
vaccinati) che volessero seguire i miei corsi di filosofia, magari
sui viali dell'università, a lezione accademica finita. Avverto
ancora che se riuscirò a giungere nella lettura del libro fino alla
sua ultima pagina il mio intento non sarà quello di verificare il
libro sul piano strettamente storico – compito che lascio agli
storici cui compete –, ma di analizzare i giudizi di valore e la
filosofia che sempre dietro ogni scritto traspare, essendone o meno
consapevole gli autori. Per il resto la profondità filosofica di
Veltroni è tutta racchiusa in frasi come la seguente, che lasciano
senza fiato e si sottraggono ad ogni possibilità di commento
esegetico nella loro banale insignificanza: «La forza del ricordo è
una forza benefica e allo stesso tempo disperata» (p. 6). Bah! Per
me è troppo profondo!
Fatto salvo il rispetto per l’anagrafe familiare di Slomo, che si
legge in una dedica che francamente considerato il tema io avrei
evitato, ma ormai viviamo in tempi di reality show, si legge
nell’Avvertenza all'edizione italiana di una vasta collaborazione
nella preparazione del testo. Ed è ciò che mi fa dubitare
dell’autenticità di una testimonianza – di questo si tratta – così
manipolata. All'origine vi sarebbe una lunga intervista a Béatrice
Pasquier raccolta a Roma tra il 13 aprile e il 21 maggio 2006, vale
a dire ad oltre 60 anni dagli eventi. Ho personale esperienza di
come già dopo pochi anni i ricordi si appannino e non posso dubitare
che la “forza del ricordo” sia stata in questo caso stimolata ed
aiutata dai numerosi soggetti candidamente menzionati
nell’Avvertenza e nel corso della Presentazione capitolina. Prevedo
che le mie impressioni sul libro non piaceranno a quanti nella sala
capitolino hanno vissuto la “grande emozione”. Io però il libro l’ho
comprato – senza quello sconto che avrei potuto avere in una
libreria che mi era stata indicata da una Signora – e lo commento ed
interpreto come mi pare. È un mio diritto che ho pagato euro 17,50.
In esordio Shomo ci informa della sua genealogia, per la quale
probabilmente sarà stato aiutato da Beatrice. Per i comuni mortali,
ossia che non hanno titoli nobiliari e non dispongono di platee di
famiglia, se tutto va bene ed i documenti parrocchiali non
presentano lacune non è possibile risalire nella costruzione del
proprio albero genealogico ad oltre il XVII secolo. Shlomo sa che la
sua famiglia si trovava in Spagna già nel XV secolo. Beato lui che
dispone di così accurati archivi! Il fatto è comunque estraneo
all'interesse specifico del libro, che è la “verità sulle camere a
gas”, secondo quanto era stato promesso nella locandina della
Presentazione. Ed è a questa sola questione che è rivolta la mia
lettura sequenziale del libro. Con tutto il dovuto rispetto per
Shlomo rilevo che già il mondo attuale è popolato da sei miliardi di
persone, senza contare le esistenze di quanti ci hanno preceduto
dagli albori dell'umanità fino ad oggi. Non vedo perché l’esistenza
di Shlomo posso essere oggetto di un particolare interesse se non
per la promessa di verità che ci è stata fatta. Tralascio dunque
nella mia lettura tutti i dati biografico-genealogici non pertinenti
all’oggetto.
A pagina 19 si parla di “vero volto” e “vera natura” del fascismo,
lasciando intendere un'assoluta negatività. Nella stessa pagina però
Shlomo racconta di aver frequentato le scuole italiane di Salonicco,
dove poteva godere “tutto gratuitamente” di vantaggi che né nelle
scuole ebraiche né in altre scuole avrebbe mai goduto:
«Sui circa sessantamila ebrei della città, noi di origine italiana
saremo stati, al massimo, trecento. Ed eravamo gli unici a mandare i
figli alla scuola italiana. Rispetto agli altri, che andavano alla
scuola ebraica, godevano di alcuni vantaggi: ricevevamo tutto
gratuitamente, ci regalamo i libri, mangiavamo alla mensa, ci
distribuivano dell’olio di fegato di merluzzo… Indossavamo delle
uniformi molto belle, con disegni di aerei per i ragazzi e di
rondini per le ragazze. A quei tempi i fascisti volevano dare alla
prosperità italiana. Era solo propaganda all’estero, ma noi ne
approfittavamo…» [il corsivo è nostro].
E noi vi è dubbio che le comunità ebraiche, ieri come oggi, sanno
ben approfittare delle situazioni sotto qualsiasi regime: di
Mussolini ieri, di Veltroni oggi. Esiste una bibliografia al
riguardo che però non intendo dare per prevedibili reazioni. Era
questa la verità promessa?
A pagina 22 sembra evidente un'inquinamento moderno nella memoria di
Shlomo Venezia. Si legge infatti con riferimento alla Salonicco
degli anni trenta:
«Nei cinema venivano proiettati dei film che favorivano
l’antisemitismo in cui si raccontava che gli ebrei uccidevano i
bambini cristiani e, con il loro sangue, preparavano il pane azzimo.
Era il periodo più difficile, anche se non mi ricordo di
degenerazioni violente. La difficoltà di essere ebrei veniva sentita
invece quando cambiava il governo [quello greco?] e gli ebrei
potevano essere più facilmente vittime di ingiustizie. Ma eravamo
così distanti dalle faccende del mondo… Pochi di noi sapevano cosa
stava succedendo in Germania e fino alla fine, del resto, nessuno
avrebbe potuto immaginarlo…».
In compenso, oggi ottobre 2007, con l'aiuto del centro di
documentazione ebraica in nostro Slomo può immaginarlo. Sembra
evidente l'allusione al libro di Ariel Toaff sulle «Pasque di
sangue», che dopo una forte reazione della comunità ebraica, è stato
addirittura ritirato dal commercio su richiesta dello stesso autore.
Se si tratta di un libro di memorie, è però una memoria fabbricata
nell’ottobre 2007.
A pagina 27 delle sue Memorie Shlomo ci fa sapere che già in
gioventù era un ladro ed uno speculatore, più o meno accorto:
«In un’altra occasione fui più fortunato. Trovai un forno dove
riuscii a recuperare [sic] delle gallette che cominciai a vendere.
Tutti volevano comperarmele e tornai al magazzino per prenderne
altre; nel frattempo, però, qualcuno aveva sbarrato l’accesso.
Tuttavia riuscii a scovare un’apertura da cui potevo passare: presi
tutto quello che potevo e me ne tornai a casa, con le gallette e con
i soldi».
Non saremo certo noi a fare gli ipermoralisti e vogliamo concedere
tutte le attenuanti. A chi ruba spinto dalla fame non gli si può
dare del ladro: gli si può concedere la discriminante dello stato di
necessità. Ma perché dopo aver rubato la gallette, ripetutamente
rubato, il nostro Shlomo pensò di vendere ciò che non gli
apparteneva? Avrebbe potuto concederlo “gratuitamente” ad altri
affamati in tempi di carestia. In genere, il carattere morale si
forma in gioventù e si consolida negli anni maturi. In attesa della
verità promessa come possiamo fidarci del nostro eroe? Sarebbe
questa la “grande emozione” trasmessa al pubblico capitolino
Veltroni compreso? Sarebbero questi gli alti insegnamenti morali
impartiti alle scolaresche precettate in sala e spediti annualmente
ad Auschwitz in viaggio d’istruzione a spese del Comune? Quale
apertura di credito possiamo aprirgli dopo che un altro ebreo, ben
diverso da Shlomo Venezia, la cui padronanza della lingua italiana è
già dubbia, ha scritto un libro dal titolo eloquente: “L’industria
dell'Olocausto”? A distanza di oltre 60 anni il ladro sembrava
vantarsi dei suoi furti tanto da scriverne o farsene scrivere in un
libro e non è neppure sfiorato dal problema morale. Probabilmente,
sarà una risorsa della superiore moralità ebraica.
Antonio Caracciolo
https://www.blogger.com/comment.g?blogID=2997245383176241517&postID=7722488568495464192
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Per conoscere chi è shlomo venezia ,sedicente sonderkommando di
Auschwitz ,conoscere le sue "VERSIONI" successive e discordanti,cliccare
sul link qui sotto:
http://www.thule-toscana.com/Documenti/Revisionismo/Come_si_smontano_le_testimonianze
_dei_sopravissuti/Come_si_smontano_le_testimonianze_dei_sopravissuti.htm
Erwin
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