|
REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.
COSA ACCADDE AGLI EBREI CHE VENNERO DEPORTATI AD AUSCHWITZ
MA CHE NON FURONO LI’ REGISTRATI?[1]
di Jürgen Graf
Conferenza Di Jurgen Graf (2000)
Introduzione
Secondo la versione ufficiale o standard della storia del 20°
secolo, milioni di ebrei europei vennero assassinati in camere a gas
ad Auschwitz e in altri campi d’epoca durante la seconda guerra
mondiale. Questo sterminio venne presuntamente effettuato come parte
di una politica sistematica da parte del Terzo Reich per sterminare
gli ebrei d’Europa.
A sostegno di questo giudizio, gli storici ortodossi
dell’”Olocausto” non citano nulla oltre a testimonianze
“oculari”—testimonianze che si contraddicono l’una con l’altra in
ogni modo possibile, e che sono piene di impossibilità tecniche,
scientifico-naturali, e logiche.[2]
Prove fattuali o documentarie di una politica tedesca per sterminare
gli ebrei europei, o dell’esistenza di camere a gas omicide,
semplicemente non esistono. Al contrario, l’enorme quantità di
documenti tedeschi dell’epoca non solo non fornisce prove
dell’esistenza di una politica di sterminio, ma indica il contrario.
Per citare solo un esempio: vi sono negli archivi del Museo di Stato
di Auschwitz in Polonia documenti tedeschi che mostrano che 15.706
detenuti, quasi tutti ebrei, ricevettero cure mediche nell’ospedale
di Auschwitz III (Monowitz) tra il Luglio del 1942 e il Giugno del
1944. Di questi prigionieri, 766 morirono nell’ospedale, mentre il
resto venne dimesso. [3] Questo fatto semplicemente non quadra con
una politica di sterminio.
I sopralluoghi effettuati dai revisionisti mostrano che i resoconti
dei “testimoni oculari” dello sterminio, come pure della presunta
sistemazione dei cadaveri, sono impossibili. Queste indagini
tecnico-scientifiche hanno stabilito anche che le presunte “camere a
gas” non furono costruite per scopi criminali e, per ragioni
tecnico-strutturali, non avrebbero potuto essere utilizzate come
camere a gas omicide. Inoltre, le possibilità dei crematori erano
terribilmente inadeguate per cremare il gran numero di cadaveri
delle presunte vittime.[4]
Quelli che difendono la storia dell’”Olocausto” riferita allo
sterminio degli ebrei nelle camere a gas non dispongono di risposte
coerenti ai risultati delle indagini dei revisionisti. In
particolare, essi non hanno risposta per le scoperte materiali degli
esperti revisionisti. Tra gli “sterminazionisti”, solo il
ricercatore francese Jean-Claude Pressac ha cercato di provare
sistematicamente che gli stermini nelle camere a gas, come pure la
cremazione del numero presunto di cadaveri, fossero tecnicamente
possibili.[5]I suoi argomenti sono stati confutati in grande
dettaglio da Robert Faurisson e Carlo Mattogno.[6] Chiunque può
confrontare da solo gli argomenti e le prove presentati da entrambi
i versanti della controversia. Tale confronto parla da solo.
Nelle discussioni con scettici e avversari, i revisionisti sono
immancabilmente messi di fronte alla questione: “Se non furono
uccisi, cosa è successo agli ebrei mancanti?” Questa questione
merita seria considerazione. Noi revisionisti non ci dovremmo
accontentare di confutare semplicemente la storia ufficiale
dell’”Olocausto”; noi dovremmo anche tentare di spiegare, il più
chiaramente possibile, quello che accadde veramente. Naturalmente
questo implica la questione di dove siano finiti gli ebrei mancanti.
In questa relazione, affronterò il problema del destino degli ebrei
che vennero deportati ad Auschwitz ma non furono lì registrati. Per
cominciare voglio dire che nessuno può fornire una risposta completa
a questo problema. Se noi avessimo i documenti che potrebbero
chiarire questa questione, la mia relazione sarebbe superflua. Come
talvolta accade, i documenti su questo aspetto della storia del
campo sono molto lacunosi e incompleti. Per il momento siamo perciò
obbligati ad avvalerci, per la maggior parte, di ipotesi, e ad
indicare i compiti che i revisionisti dovranno probabilmente
affrontare in futuro.
La prima fase “distruttiva” del lavoro dei revisionisti—la
confutazione della storia ufficiale dell’”Olocausto” – è ampiamente
dietro di noi. E’ venuto il momento di concentrarsi sulla seconda, e
più difficile, fase “costruttiva”, che consiste nel fornire un
quadro più completo del reale destino degli ebrei europei durante la
seconda guerra mondiale. Sebbene autori quali Arthur Butz, Walter
Sanning, Steffen Werner, Enrique Aynat e Jean-Marie Boisdefeu
abbiano già realizzato qualche lavoro pionieristico, questa seconda
fase della ricerca revisionista è ancora ai suoi inizi.
Un resoconto “ufficiale” del numero di ebrei deportati ad Auschwitz
Poco dopo la presa del campo di Auschwitz da parte dell’Armata
Rossa, nel Gennaio del 1945, i sovietici dissero al mondo che
quattro milioni di persone erano morte lì.[7]Sebbene questa cifra
assurda sia stata largamente citata in Occidente, e venisse
ufficialmente difesa in Polonia sino al 1990, pochi storici
occidentali la accettarono. Poi, nel 1993, il capo-reparto della
ricerca storica del Museo di Stato di Auschwitz, Franciszek Piper,
presentò nuovi calcoli del numero delle vittime di Auschwitz, cifre
che rappresentano una drastica riduzione delle cifre “ufficiali”.[8]
La pubblicazione di Piper del 1993 sul numero delle vittime dei
Auschwitz è lo studio più attentamente ponderato su questa questione
presentato finora da uno storico “ortodosso”. In contrasto con
storici come Raul Hilberg, che non ritengono necessario fornire
prove o fonti per i propri numeri,[9] Piper ha spiegato con qualche
dettaglio come è arrivato alle sue cifre.
Piper ha scritto che vennero portate ad Auschwitz complessivamente
un milione e 300.000 persone, delle quali vennero registrate solo
400.000. Tra coloro che furono deportati c’erano un milione e 95.000
ebrei, dei quali 205.000 vennero registrati e 890.000 non furono
registrati. Secondo Piper, dei 400.000 detenuti registrati, ebrei e
non ebrei, 200.000 sopravvissero all’internamento nel campo—vale a
dire, la metà. Similmente, egli valuta, circa metà dei prigionieri
ebrei registrati—vale a dire, circa 100.000 – sopravvissero
all’internamento ad Auschwitz. Poiché si presume che quasi tutti gli
ebrei non registrati siano stati gassati nelle camere a gas, Piper
conclude che “almeno un milione e 100.000 persone furono uccise o
morirono nel campo.”[10]
Il ricercatore dell’Olocausto Jean-Claude Pressac ha fornito delle
stime delle vittime di Auschwitz che sono significativamente più
basse di quelle di Piper. Nell’edizione tedesca del 1994 del suo
secondo libro, Pressac valuta il numero totale delle vittime di
Auschwitz tra le 631.000 e le 711.000 unità.[11] E’ però
interessante notare che a Pressac non è stato permesso di citare
queste cifre in una importante antologia semi-ufficiale, Anatomy of
the Auschwitz Death Camp, una raccolta di due dozzine di saggi
scritti da Pressac e vari storici “ortodossi” dell’Olocausto.[12]
Considerando queste circostanze, si può concludere che le
valutazioni di Piper riflettono la storiografia corrente
“ufficiale”.
Le valutazioni di Piper del numero dei detenuti registrati ad
Auschwitz (sia ebrei che non ebrei), sono ben fondate. Riguardo al
numero dei deceduti tra questi detenuti, tuttavia, i ricercatori
revisionisti Carlo Mattogno e Franco Deana arrivano ad una cifra più
bassa. Nel 1994 essi hanno valutato il numero totale dei prigionieri
registrati—sia ebrei che non ebrei—che morirono ad Auschwitz, in una
cifra valutabile dai 160.000 ai 170.000 individui.[13] (Mattogno, il
principale specialista revisionista di Auschwitz, sta lavorando
attualmente ad uno studio dettagliato sul tasso di mortalità del
campo nel quale egli ha leggermente ridotto le proprie cifre del
1994.)
Riguardo al numero delle vittime tra i prigionieri registrati ad
Auschwitz, il principale esperto “sterminazionista” (Piper) e lo
specialista revisionista meglio informato (Mattogno) giungono così a
delle cifre che, se differiscono dalle 30.000 alle 40.000 unità,
coincidono essenzialmente quanto all’ordine di grandezza. Tuttavia,
la situazione è radicalmente differente quanto ai prigionieri non
registrati. Piper sostiene che, oltre agli 890.000 ebrei non
registrati ad Auschwitz, ci fossero anche approssimativamente 15.000
non ebrei non registrati presenti nel campo.
Per la maggior parte dei paesi europei di provenienza, i documenti
tedeschi dell’epoca di guerra mostrano abbastanza chiaramente quanti
ebrei furono deportati ad Auschwitz. Noi sappiamo, ad esempio, che
più di 75.000 ebrei furono deportati dalla Francia, dei quali 69.000
vennero inviati ad Auschwitz. [14] Similmente una documentazione
attendibile mostra quanti ebrei vennero deportati ad Auschwitz dalla
maggior parte degli stati europei di provenienza. Per questi paesi,
le cifre di Piper possono difficilmente essere contestate. Non così
chiare, tuttavia, sono le sue valutazioni del numero di deportati
dai due paesi da cui, di gran lunga, il numero più grande di ebrei
arrivò—e cioè Ungheria e Polonia.
I telegrammi spediti a Berlino nel 1944 dall’ambasciatore aggiunto
tedesco a Budapest, Edmund Veesenmayer,[15] pongono il numero degli
ebrei ungheresi deportati a 437.000. Nella sua classica opera
revisionista The Hoax of the Twentieth Century, Arthur Butz sostiene
che almeno alcuni dei dispacci di Veesenmayer sono contraffazioni, e
che il numero reale degli ebrei deportati dall’Ungheria è molto più
basso—solo una frazione di quello che è stato affermato.[16] Mi
soffermerò su questo argomento più in dettaglio più avanti, ma a
questo punto dirò semplicemente che la tesi di Butz, che ho
appoggiato nel mio libro Der Holocaust Schwindel,[17] è
probabilmente non valida. Personalmente accetto ora il numero di
437.000 ebrei ungheresi deportati come un’ipotesi di lavoro.
Piper valuta il numero degli ebrei polacchi deportati ad Auschwitz a
300.000, una cifra che è certamente troppo alta. A supporto di ciò,
egli si rimette al Kalendarium, un importante opera polacca,
semi-ufficiale, su Auschwitz compilata da Danuta Czech.[18] Piper
pone il numero dei deportati dalla Polonia a 225.000, e aggiunge a
questi dai 55.000 ai 65.000 ebrei deportati da Lodz ad Auschwitz che
non sono stati considerati dalla Czech. Piper perciò conclude che un
totale compreso tra i 280.000 e i 290.000 ebrei polacchi vennero
deportati ad Auschwitz, una cifra che egli arrotonda a 300.000. Ma
in realtà la cifra del Kalendarium dei 225.000 deportati deve essere
ridotta di almeno 43.000 unità, perché circa 30.000 ebrei arrivarono
ad Auschwitz da campi polacchi di lavoro, e sono stati così contati
due volte. Altri 13.000 ebrei polacchi che vennero presuntamente
deportati ad Auschwitz in automobili chiuse ermeticamente e condotti
alle camere a gas senza selezione, esistono soltanto nei racconti
dei “testimoni oculari”; essi sono, per così dire, “persone non
esistenti”, come scriverebbe George Orwell. E infine, il numero
degli ebrei portati da Lodz ad Auschwitz fu non più di circa 20.000
unità. Per queste ragioni, la cifra dei 300.000 ebrei polacchi (presuntamente)
trasportati ad Auschwitz è largamente gonfiata, e deve essere
ridotta di circa 100.000 unità.
Per riassumere: secondo Franciszek Piper, 1.1 milioni di ebrei
vennero deportati ad Auschwitz—di cui 300.000 erano ebrei polacchi.
Da quest’ultima cifra noi sottraiamo 100.000 unità mentre, nello
stesso tempo, accettiamo le sue cifre per tutti gli altri paesi,
Ungheria inclusa (almeno provvisoriamente), e arriviamo, perciò, a
circa un milione di ebrei deportati nel più grande dei campi di
concentramento tedeschi. Di questo milione, 200.000 vennero
registrati. Secondo Piper, metà di loro sopravvissero al campo,
mentre Mattogno e Deana arrivano ad una percentuale più alta di
sopravvissuti. Perciò, arriviamo a qualcosa come 800.000 ebrei che
giunsero ad Auschwitz ma non furono registrati lì (almeno secondo i
registri del campo). Secondo la storiografia ufficiale, praticamente
tutti questi ebrei non registrati vennero gassati ad Auschwitz.
Secondo i telegrammi di Veesenmayer del 1944 spediti da Budapest a
Berlino, più della metà di questi 800.000, vale a dire 410.000,
giunsero ad Auschwitz dall’Ungheria, dei quali solo 28.000 furono
registrati nel campo.
Ritornerò sulla questione degli ebrei ungheresi nella parte finale
di questa relazione, ma per ora mi soffermerò sul destino degli
ebrei non registrati degli altri paesi.
I prigionieri ebrei non registrati di provenienza non ungherese
E’ risaputo che molti documenti tedeschi dell’epoca di guerra
parlano di “evacuazione” (“evakuierung”) o di espulsione (“abschiebung”)
degli ebrei. Un buon esempio è il memorandum del 21 Agosto 1942 di
Martin Luther, un funzionario di alto rango (Unterstaatssekretar)
del Ministero degli Esteri (e che rappresentò il Ministero alla
Conferenza di Wansee del 1942). Riferendosi ad una decisione di
Hitler di due anni prima di allontanare gli ebrei dall’Europa,
Luther scrisse:[19]
“Il principio della politica ebraica da parte del governo tedesco
dopo la presa del potere [nazionalsocialista] è stato di promuovere
l’emigrazione ebraica con tutti i mezzi…Questa guerra dà alla
Germania l’opportunità e anche il dovere di risolvere la questione
ebraica in Europa…L’evacuazione [Evakuierung] degli ebrei dalla
Germania ebbe inizio sulla base della direttiva del Fuhrer
summenzionata [Fuhrerweisung]. E’ stato logico includere
immediatamente i cittadini ebrei dei paesi che avevano parimenti
adottato misure anti-ebraiche… Il numero degli ebrei deportati [abgeschobenen]
in questo modo ad Est non sarà sufficiente a coprire lì il bisogno
di manodopera.”
Gli storici che sostengono che “evacuazione” e “risistemazione” sono
termini di camuffamento sinistro per “sterminio”, avranno qualche
difficoltà a spiegare l’osservazione nel memorandum di Luther che
“il numero degli ebrei deportati in questo modo ad Est non sarà
sufficiente a coprire lì il bisogno di manodopera.”
Persino più problematica per gli storici dell’Olocausto, forse, è la
deportazione di un numero considerevole di ebrei da paesi europei
occidentali nei territori sovietici occupati (in particolare nelle
terre baltiche e in Bielorussia). Le deportazioni di ebrei tedeschi
e cechi a Riga (Lettonia) e Minsk (Bielorussia) sono state trattate
in dettaglio da Raul Hilberg, che ha anche sottolineato nel suo
studio in tre volumi l’importanza economica dei prigionieri ebrei
che lavoravano in quei territori. Egli scrive, ad esempio, di una
“domanda su vasta scala di lavoratori ebrei”, e che a Riga ebrei
tedeschi e lettoni lavoravano per le SS, l’esercito, la marina,
l’aeronautica, le ferrovie, e in ditte commerciali.[20]
Degli ebrei vennero deportati dalla Germania a Riga nel Dicembre del
1941. Nello stesso mese, secondo la storiografia ortodossa, venne
aperto il primo cosiddetto “campo di sterminio” a Chelmno, e nel
Marzo del 1942, divenne presuntamente operativo un secondo “campo di
sterminio” a Belzec. Dato che un campo non appare di notte, la
decisione di costruire Chelmno e Belzec deve essere stata presa
qualche tempo prima. Nell’opinione di Hilberg, tutto rimanda ad una
decisione che sarebbe stata presa da Hitler prima della fine
dell’Estate del 1941, di sterminare gli ebrei, vale a dire, almeno
due mesi prima della deportazione degli ebrei tedeschi a Riga e a
Minsk.[21] Se così è stato, perché allora degli ebrei che erano
presuntamente destinati allo sterminio vennero deportati nelle
lontane Riga e Minsk piuttosto che nei molto più vicini “campi di
sterminio” di Chelmno e Belzec? L’argomento che essi furono
temporaneamente risparmiati perché c’era bisogno di loro come
lavoratori nei territori sovietici occupati semplicemente non regge.
Come Hilberg riferisce, molti di questi deportati erano “mutilati,
invalidi di guerra, e persone sopra i 70 anni di età”[22]
assolutamente inabili al lavoro. Tali persone avrebbero dovuto
“logicamente” essere condotte nei “campi di sterminio” (se fossero
esistiti).
Nell’Ottobre del 1942 il principale settimanale della comunità
ebraica svizzera, l’ Israelitisches Wochenblatt fur die Schweiz,
riportava:[23]
“Per qualche tempo c’è stata la tendenza a disfare i ghetti in
Polonia. Questo è stato il caso di Lublino, e ora seguirà Varsavia.
Non si sa fino a che punto questo piano è stato già realizzato. Gli
ex abitanti dei ghetti stanno andando molto più ad Est, nei
territori russi occupati. Essi sono stati parzialmente rimpiazzati
da ebrei provenienti dalla Germania…Un testimone oculare, che è
stato a Riga fino a poco tempo fa ed è riuscito a fuggire, riferisce
che ci sono ancora 32.000 ebrei nel ghetto di Riga. Dall’inizio
dell’occupazione, sono morti migliaia di ebrei. Gli ebrei si devono
riunire la mattina per effettuare lavori forzati fuori della
città…Recentemente, a Riga, sono stati notati trasporti di ebrei dal
Belgio e da altri paesi europei occidentali, che, tuttavia hanno
proseguito oltre, per destinazioni sconosciute.”
La letteratura ufficiale dell’”Olocausto” è silenziosa riguardo al
trasporto di ebrei polacchi nei territori sovietici occupati. Si
ritiene che gli ebrei polacchi evacuati dai ghetti siano stati
gassati nei “campi di sterminio”. Né c’è alcuna menzione nella
letteratura ufficiale della deportazione di ebrei del Belgio a Riga.
Secondo l’Enciclopedia dell’Olocausto, ad esempio, “di gran lunga la
maggior parte dei deportati [dal Belgio] perì ad Auschwitz; qualche
piccolo gruppo venne anche inviato a Buchenwald, Ravensbruck e
Bergen Belsen.”[24] Come abbiamo visto, l’Israelitisches Wochenblatt
menziona anche nell’Ottobre del 1942 trasporti di ebrei da altri
paesi europei occidentali a Riga, da dove essi proseguivano per
destinazione sconosciuta. Secondo la storiografia ufficiale,
tuttavia, c’erano [già] sei campi di sterminio nell’Ottobre del
1942. Se così era, perché gli ebrei deportati sarebbero stati
trasportati più lontano e ad Est dei sei “centri della morte”, nei
territori sovietici occupati? I difensori della storia ortodossa
dell’”Olocausto”, secondo cui agli ebrei del Belgio non sarebbe mai
stato permesso di raggiungere i territori orientali occupati, sono
semplicemente incapaci di rispondere a delle domande tanto
elementari.
E’ del tutto ovvio che per molti ebrei provenienti dal Belgio e da
altri paesi europei occidentali, Auschwitz fungeva semplicemente
come un campo di transito L’articolo del settimanale ebraico
svizzero summenzionato non è un caso isolato. Due autori
revisionisti, lo spagnolo Enrique Aynat e il francese Jean-Marie
Boisdefeu,[25] hanno trovato esempi ulteriori. Qui ne abbiamo
alcuni:
Un ebreo slovacco, Gisi Fleischmann, riferì nel Marzo del 1943 che
nella zona di Lublino (Polonia) egli incontrò altri ebrei slovacchi,
come pure ebrei provenienti dal Belgio.[26]
Nel 1942 degli ebrei provenienti dal Belgio, dai Paesi Bassi e dalla
Francia giunsero con il treno a Lvov (Lviv), Ucraina, secondo la
testimonianza del testimone oculare I. Hertz, fornita nel 1946 dal
Comitato antifascista ebraico dell’URSS.[27]
Il giornale comunista francese clandestino Notre Voix riferisce nel
suo numero dell’Aprile 1944:[28]
“Notizie che piaceranno a tutti gli ebrei di Francia sono state
trasmesse da Radio Mosca. Chi tra noi non aveva un fratello, una
sorella, una sposa o un genitore tra coloro che furono deportati da
Parigi? E chi non si rallegrerà quando saprà che 8000 ebrei parigini
sono stati salvati dalla gloriosa Armata Rossa! Uno di loro ha
riferito a Radio Mosca di come egli venne salvato dalla morte
insieme ad altri 8.000 ebrei parigini. Essi si trovavano tutti in
Ucraina al tempo dell’ultima offensiva sovietica, e i banditi delle
SS volevano fucilarli prima di lasciare il paese.”
Si potrebbe obbiettare, naturalmente, che tali rapporti non sono
documenti tedeschi dell’epoca, e di conseguenza non sono decisivi.
Nondimeno, essi forniscono un sostegno aggiuntivo alla tesi che
Auschwitz fungeva anche da campo di transito. Perché mai un foglio
comunista clandestino dovrebbe aver pubblicato nell’Aprile del 1944
un rapporto con false notizie riguardante ebrei salvati dall’Armata
Rossa in Ucraina? E perché mai il comitato ebraico antifascista
dell’Unione Sovietica dovrebbe aver diffuso false informazioni sulla
deportazione di ebrei francesi e belgi in Ucraina? Non esiste una
ragione valida per ritenere che tali rapporti siano falsi.
Inoltre, alcuni documenti tedeschi sopravvissuti si riferiscono
parimenti alla deportazione di ebrei europei occidentali nei
territori sovietici occupati. Il 28 di Agosto del 1942, si tenne a
Berlino una conferenza delle SS sulla “questione ebraica”, nella
quale vennero discussi specifici problemi sorti con le deportazioni.
Il verbale ufficiale della conferenza includeva il seguente estratto
sulla deportazione di ebrei apolidi dalla Francia:[29]
“Durante il corso della discussione, il tenente colonnello [Obersturmbannfuhrer]
Eichmann rese noto che il problema corrente dell’evacuazione
(deportazione degli ebrei apolidi) dovesse essere concluso con la
fine dell’anno secondo il calendario. La fine di Giugno del 1943
viene anticipata come termine massimo per la deportazione dei
rimanenti ebrei stranieri… Eichmann ha richiesto l’immediato
acquisto delle baracche che erano state ordinate dal Comandante
della Polizia di Sicurezza a l’Aja. Questo campo deve essere
costruito in Russia. Il trasporto delle baracche può essere
predisposto in modo tale che da tre a cinque baracche possano essere
trasportate con ogni trasporto ferroviario.”
L’implicazione di questo documento è chiara: solo una parte degli
ebrei che erano stati deportati dalla Francia ad Auschwitz rimasero
nel campo. I rimanenti vennero trasferiti più ad Est, e cioè nei
territori occupati orientali (Russia), dove doveva essere costruito
un campo per loro. Le baracche per questo campo dovevano essere
trasportate con i treni.
Nel suo Mémorial de la Déportation des Juifs de France, Serge
Klarsfeld menziona un trasporto del Maggio 1944 di 878 ebrei
francesi diretti a Tallin, Estonia, e a Kaunas, Lituania. Tra i
deportati, c’erano anche bambini tra i 12 e i 15 anni, dei quali la
maggior parte era precisamente troppo giovane per lavorare. Così
perché furono inviati negli stati baltici?
Questa non è la sola prova documentaria per mostrare che gli ebrei
che non potevano lavorare non furono uccisi ad Auschwitz, ma
piuttosto furono portati più ad Est. Un memorandum delle SS del
Luglio 1942 sulle deportazioni ebraiche riferisce:[30]
“Il 20 di Luglio del 1942, le SS Tenente Colonnello Eichmann e
Tenente [Obersturmfuhrer] Nowak dell’Ufficio Principale della
Sicurezza del Reich [RSHA] IV B4 [sezione degli affari ebraici]
hanno telefonato. Con la SS Tenente Colonnello Eichmann, è stata
discussa la questione della risistemazione dei bambini. Egli ha
deciso che appena il trasporto nel Governatorato Generale [polacco]
sarà di nuovo possibile, il trasporto dei bambini inizierà. La SS
Tenente Nowak ha assicurato che per la fine di Agosto o l’inizio di
Settembre approssimativamente saranno possibili sei trasporti nel
Governatorato Generale. Essi comprenderanno tutte le categorie di
ebrei (inclusi gli inabili al lavoro e gli anziani).”
Questo memorandum si riferisce al trasporto di bambini ebrei come
pure degli ebrei inabili e anziani nel Governatorato Generale.
Auschwitz non faceva parte del Governatorato Generale ma piuttosto
di una zona della Polonia sud-occidentale che era stata annessa alla
Germania nel 1939. Ebrei inabili e anziani non furono gassati ad
Auschwitz, ma piuttosto vennero inviati più ad Est, indubbiamente
per essere alloggiati lì in un ghetto. L’obiezione che essi furono
forse uccisi in un campo di sterminio orientale sarebbe
irragionevole perché non ci sarebbe stata ragione di distogliere
tali persone dalle “camere a gas” di Auschwitz per ucciderle nelle
“camere a gas” di Treblinka.
Nel 1945, ne sono convinto, gli Alleati vittoriosi presero delle
misure per eliminare quei documenti tedeschi che chiaramente non
collimavano con le voci alleate sullo sterminio degli ebrei, e
questo è il motivo per cui documenti come quelli che abbiamo citato
qui sono disponibili solo in numero scarso. Con tutta probabilità,
questa è la ragione per la quale non è disponibile quasi nessun
documento riguardante i presunti campi di sterminio di Treblinka,
Sobibor e Belzec. Quasi certamente questi tre campi dell’”Operazione
Reinhard” nel territorio del Governatorato Generale occupato dai
tedeschi furono campi di transito attraverso cui i deportati ebrei –
specialmente ebrei polacchi, ma anche un certo numero di ebrei
europei occidentali – proseguirono il loro tragitto verso i
territori orientali occupati.
Secondo la storiografia ufficiale dell’”Olocausto”, Treblinka,
Sobibor e Belzec funzionavano puramente come centri di sterminio,
nei quali tutti gli ebrei sopraggiungenti venivano immediatamente
messi a morte (eccetto per un manipolo di “ebrei lavoratori” [Arbeitsjuden]
che venivano temporaneamente risparmiati). Ma non c’è dubbio che
Treblinka, per esempio, funzionasse come un campo di transito.
Questa conclusione è avvalorata da vari resoconti di testimoni
oculari. Ad esempio, un ebreo polacco chiamato Samuel Zylbersztain
riferì qualche tempo dopo la fine della guerra che nel 1943 egli,
insieme ad altri 500 ebrei, venne trasferito da Treblinka a Majdanek
(Lublino).[31] Ma perché questi 500 ebrei vennero deportati a
Majdanek? Certamente non per esservi gassati. Dopo tutto, egli
sopravvisse anche a questo secondo “campo di sterminio”. In realtà,
egli sopravvisse in seguito ad otto ulteriori campi di
concentramento (regolari). Egli è ancora un altro dei testimoni
viventi che i tedeschi non sterminarono gli ebrei.
In un libro interessante pubblicato in Germania nel 1990, Die zweite
babylonische Gefangenschaft (“La seconda cattività babilonese”),
Steffen Werner fornisce prove delle deportazioni di guerra tedesche
di ebrei da vari paesi in Bielorussia.[32]
Infine, desidero sollevare la questione del destino degli ebrei che
vennero deportati nei territori sovietici occupati. Indubbiamente la
mortalità era molto alta a causa delle privazioni del tempo di
guerra, specialmente in considerazione del fatto che molti dei
deportati erano vecchi e fisicamente inabili al lavoro. Mi sembra
possibile che molti degli ebrei polacchi sopravvissuti scelsero di
rimanere in Unione Sovietica alla fine della guerra perché la
Polonia era stata devastata durante la guerra e perché
l’antisemitismo era lì dilagante. D’altro canto, ritengo improbabile
che molti ebrei sopravvissuti di provenienza occidentale siano
rimasti volontariamente in Unione Sovietica.
Werner e Boisdefeu suppongono che gli ebrei europei occidentali
deportati nei territori sovietici occupati che sopravvissero alla
guerra furono probabilmente radunati dai sovietici e deportati nei
campi siberiani. A quel tempo Stalin e il regime sovietico già
sostenevano il mito dello sterminio degli ebrei nelle camere a gas,
e un ritorno massiccio di ebrei nell’Europa occidentale dall’URSS
avrebbe screditato tale storia. Tuttavia, queste sono solo
supposizioni, e Werner e Boisdefeu non possono provare questa tesi.
Queste questioni irrisolte potrebbero presumibilmente essere
chiarite solo per mezzo di documenti conservati negli archivi in
Russia e in altri paesi dell’ex Unione Sovietica. Ci sono ragioni
per sperare che un futuro governo nazionalista in Russia renderà un
giorno pubblici tali documenti. Non c’è bisogno di spiegare per filo
e per segno le conseguenze ovviamente drammatiche e politicamente
importanti di un tale passo.
Gli ebrei ungheresi non registrati
E’ generalmente riconosciuto che l’ebraismo ungherese subì tre
grandi ondate di deportazione nel 1944.
Tra il 15 Maggio e il 9 Luglio, furono effettuate deportazioni di
massa dalle province. Come già menzionato, l’ambasciatore aggiunto
della Germania a Budapest, Edmund Veesenmayer, riferì in telegrammi
a Berlino che complessivamente 437.000 ebrei erano stati deportati
nel Reich. Questa era circa la metà della popolazione ebraica
dell’Ungheria dell’epoca (Nel 1944 lo stato ungherese era molto più
grande di quanto sia oggi, poiché nel 1939 e nel 1940 aveva annesso
parti della Cecoslovacchia, della Iugoslavia e della Romania, che
perdette nuovamente nel 1945). Consapevole del peggioramento della
situazione militare, e in risposta alle proteste da parte degli
Alleati e dei governi neutrali, il capo di stato ungherese, Miklos
Horthy, ordinò di fermare le deportazioni il 9 Luglio del 1944. Come
risultato, gli ebrei della capitale Budapest, che erano in lista per
essere deportati, vennero risparmiati.
Nella seconda metà di Giugno, 20.000 ebrei ungheresi vennero
deportati nel campo di Strasshof, vicino Vienna. La maggior parte di
essi sopravvisse alla guerra.[33]
Dopo la caduta del governo Horthy nell’Ottobre del 1944, e la presa
del potere da parte di Ferenc Salasi e del suo movimento “fascista”
delle Croci Frecciate, migliaia di ebrei di Budapest vennero avviati
ai confini del Reich per costruire bastioni contro i carri armati
sovietici. Un numero considerevole di costoro deve essere morto, ma
poiché tali morti non sono direttamente correlate all’”Olocausto”,
non ne parlerò. Mi limiterò a trattare della prima e più grande
ondata di deportazioni.
Secondo la versione originale della storia dell’”Olocausto”, tutti
gli ebrei ungheresi deportati tra il Maggio e il Luglio del 1944
vennero inviati ad Auschwitz e gassati al loro arrivo, eccetto circa
28.000 ebrei che vennero lì registrati. In un articolo scientifico
pubblicato nel 1983, lo storico ebreo-francese George Wellers ha
calcolato che 409.640 ungheresi vennero uccisi ad Auschwitz-Birkenau.[34]
In realtà, la cifra di Wellers fu un inganno deliberato. Già nel
1964, la storica polacca Danuta Czech rivelò, nella prima edizione
del suo Kalendarium di Auschwitz, l’esistenza del cosiddetto campo
di transito (Durchgangslager) ad Auschwitz-Birkenau.[35] Alle data
del 14 Luglio 1944, ella ha scritto:
“Gli ebrei non registrati (i cosiddetti “ebrei in transito”) non
ricevettero i numeri del campo, né vennero tatuati con numeri. Essi
furono temporaneamente alloggiati nel campo BIIc, nel campo evacuato
degli zingari, o in un campo chiamato “Messico” dai prigionieri.
Quest’ultimo era il terzo settore incompiuto del campo che sulle
piante era designato come BIII (Bauabschnitt III). Questo è il
settore dove le donne venivano alloggiate.”
Alla data del 22 Agosto 1944, il Kalendarium di Danuta Czech
riferisce che quel giorno ci furono 30.000 ebrei ungheresi non
registrati nel “campo di transito” di Birkenau.[36] Tutto questo è
prova inconfutabile che molti ebrei di Birkenau non furono né
registrati né gassati, ma furono semplicemente trasferiti altrove.
Per quanto riguarda il numero delle vittime tra gli ebrei ungheresi
deportati ad Auschwitz, gli storici “ortodossi” forniscono cifre
contraddittorie:
Secondo l’Enciclopedia dell’Olocausto, “la maggior parte degli ebrei
ungheresi furono gassati a Birkenau poco dopo il loro arrivo”. In
maniera prudente, tuttavia, non viene data alcuna cifra di questi
ebrei “gassati”.[37]
Nel suo studio in tre volumi, Raul Hilberg sostiene similmente che
“la grande maggioranza” dei deportati dall’Ungheria venne “gassata”
all’arrivo ad Auschwitz.[38] Più avanti nella stessa opera,
tuttavia, egli contraddice sé stesso, ponendo le perdite totali
dell’ebraismo ungherese ad “oltre 180.000”,[39] che implica che una
indubbia maggioranza dei deportati deve essere sopravvissuta. Ma
dove e come? Hilberg menziona “diverse migliaia” che furono
trasferiti altrove,[40] ma non fornisce informazioni sul destino
degli altri ebrei ungheresi che sopravvissero.
Jean-Claude Pressac fissa (arbitrariamente, come sembra) il numero
degli ebrei ungheresi che morirono ad Auschwitz a 292.000.[41]
Tutte queste cifre sono fondamentalmente impossibili perché cremare
tali masse di cadaveri nel preteso periodo di otto settimane non era
tecnicamente fattibile. Nemmeno nel Terzo Reich le leggi di natura
furono sospese. Durante il periodo della deportazione degli ebrei
ungheresi, Maggio-Luglio 1944, erano in funzione quattro crematori
per un totale di 46 muffole. Come Carlo Mattogno ha stabilito, la
capacità massima teorica dei crematori di Birkenau era di 1248
cadaveri al giorno.[42] Per l’intero periodo dei 55 giorni, quando
gli ebrei ungheresi arrivarono al campo (dal 15 Maggio al 9 Luglio
1944), la capacità massima teorica di cremazione sarebbe stata
perciò di 68.640 cadaveri. In realtà anche questa cifra è eccessiva.
Grazie ai molti documenti tedeschi dell’epoca sui crematori e la
cremazione che sono sopravvissuti alla guerra, sappiamo che i forni
crematori spesso si rompevano e dovevano essere riparati. Infine
bisogna tenere conto che oltre al numero ipotetico degli ebrei
ungheresi assassinati, dovevano essere cremati anche i cadaveri
degli altri prigionieri (non ungheresi) che morirono durante questo
stesso periodo. Anche se accettiamo la cifra relativamente bassa di
Hilberg dei 180.000 ebrei ungheresi che morirono ad
Auschwitz-Birkenau, questa eccede di almeno 111.000 unità il numero
di cadaveri che avrebbero potuto essere cremati durante questo
periodo.
Qualche scrittore dell’”Olocausto”, evidentemente colpito da tali
considerazioni tecniche, ha largamente esagerato la capacità dei
crematori di Birkenau. Citando testimonianze oculari, come quella di
Filip Muller, [43] essi affermano che i cadaveri di molte delle
presunte vittime gassate furono inceneriti in fosse all’aria aperta
(nel cortile del crematorio [Krema] V, e vicino ai crematori II e
III, e vicino al “Bunker 2”). Grazie ad una coincidenza fortunata,
Birkenau venne fotografata due volte da velivoli alleati in
ricognizione il 31 Maggio del 1944,[44] un giorno nel quale 15.000
ebrei ungheresi arrivarono al campo. Inoltre, ci è stato detto
autorevolmente, qualcosa come 184.000 ebrei erano arrivati lì
dall’Ungheria durante i precedenti 14 giorni – per una media
giornaliera di circa 13.000. Le fotografie di ricognizione aerea non
mostrano la più piccola traccia della pretesa azione di sterminio:
nessuna traccia di fosse, nessuna fila di persone davanti ai
crematori, nessuna prova di roghi all’aria aperta nelle zone
menzionate dai testimoni.
I documenti tedeschi di questo periodo rivelano chiaramente la
ragione della deportazione di massa degli ebrei ungheresi nel Reich:
la Germania aveva urgente bisogno di manodopera per armamenti e
altre iniziative di guerra. Il 9 Maggio del 1944, Heinrich Himmler
riferì in una lettera al capo dell’ufficio dell’amministrazione
economica centrale (WVHA) che dovevano essere assegnati 10.000
soldati a guardia dei lavoratori impegnati nel programma di
costruzione Jaeger (aereo da caccia), perché altrimenti “il
collocamento, la sorveglianza e l’impiego di circa 200.000 ebrei”
sarebbe stato impossibile.[45] Un rapporto due giorni più tardi
spiegava ulteriormente:[46]
“Il Fuhrer ha ordinato che per la sorveglianza dei 200.000 ebrei, il
Reichsfuhrer SS [Himmler] invierà 10.000 soldati delle SS Waffen,
con i loro ufficiali e sottufficiali, che saranno assegnati ai campi
di concentramento del Reich per impiegarli nella grandi costruzioni
dell’organizzazione Todt e per altri compiti militarmente
importanti.”
Riguardo a questi 200.000 ebrei Himmler deve aver pensato all’azione
di deportazione ungherese, che era quasi all’inizio, perché a quel
tempo nessun altra deportazione su larga scala di ebrei era in corso
o imminente.
Il 15 Agosto del 1944, il dipartimento per i campi di concentramento
dell’ufficio centrale WVHA delle SS riferì che erano disponibili
524.286 detenuti, e che ulteriori 612.000 prigionieri sarebbero
stati aggiunti al sistema dei campi. Di quest’ultimo gruppo 90.000
erano ebrei che sarebbero stati introdotti come parte del “Programma
ungherese (azione ebraica).”[47]
Secondo me, questi documenti non solo discreditano le familiari
affermazioni sullo sterminio a Birkenau – che era comunque
tecnicamente impossibile – essi confutano anche la tesi proposta da
Arthur Butz nel libro The Hoax of the Twentieth Century, che i
telegrammi del 1944 di Veesenmayer sono, almeno per la maggior
parte, contraffazioni.[48] A supporto della propria tesi, egli
presenta diversi punti, il più importante dei quali è forse il
Rapporto del Comitato Internazionale della Croce Rossa sulle sue
attività durante la seconda guerra mondiale.[49] Questo documento
dettagliato del 1948 non menziona in alcun modo le deportazioni di
ebrei dall’Ungheria nella primavera e nell’estate del 1944, e, al
contrario, riferisce che fu solo nell’Ottobre del 1944 che iniziò
“la piena ondata delle grandi tribolazioni degli ebrei ungheresi”.
Dato che i delegati della Croce Rossa a Budapest erano a quell’epoca
alloggiati nello stesso edificio del Consiglio Ebraico Ungherese, è
impensabile che i rappresentanti della Croce Rossa Internazionale
non sapessero di misure su larga scala prese contro gli ebrei
ungheresi.
Non ho difficoltà ad ammettere che mi trovo in imbarazzo a spiegare
il misterioso rapporto dell’ICRC. Ma anche tra i delegati della
Croce Rossa devono esservi stati degli incompetenti, ed è a tali
persone che i difetti del rapporto dovrebbero probabilmente essere
attribuiti.
I documenti tedeschi dell’epoca suggeriscono chiaramente che
centinaia di migliaia di ebrei ungheresi vennero deportati, e che,
perciò, la cifra dei telegrammi di Veesenmayer non è
un’esagerazione. Ricordiamo le cifre: nel Maggio del 1944, Himmler,
rivolgendosi a Hitler, parlò di 200.000 ebrei che dovevano essere
impiegati in lavori connessi con la guerra. Il 15 Agosto, venne
riferita l’integrazione in corso dei 90.000 ebrei ungheresi nel
sistema dei campi, e una settimana dopo, viene detto che 30.000
ebrei dall’Ungheria si trovano ancora nel “campo di transito” di
Birkenau.
Dato che un’alta percentuale degli ebrei ungheresi deportati era o
inabile o solo parzialmente abile al lavoro, queste cifre
suggeriscono che furono complessivamente deportate diverse centinaia
di migliaia di ebrei ungheresi. Come già detto, i telegrammi di
Veesenmayer danno una cifra di 437.000. Una contraffazione intesa a
screditare i tedeschi e/o gli ungheresi avrebbe avuto senso solo se
il numero reale fosse stato molto più basso. Se, per esempio,
fossero stati deportati 350.000 ebrei ungheresi, la differenza non
sarebbe stata abbastanza importante da giustificare una
contraffazione così sofisticata ed elaborata.
Un altro forte argomento a favore della validità della cifra di tali
telegrammi è che è confermata quasi esattamente dalle liste di
trasporto dell’epoca fornite da Laszlo Ferenczy, il capo della
polizia ungherese. Ferenczy fissò il numero totale dei deportati a
435.000. Questi documenti Ferenczy furono sottoposti come prova al
processo Eichmann del 1961 a Gerusalemme.[50] Quando Carlo Mattogno
ed io visitammo gli Archivi Nazionali Ungheresi nel Marzo del 1999,
ci venne detto che le liste di trasporto erano scomparse dal
sotterraneo di qualche ministero non meglio identificato. In una
conversazione privata, uno dei principali esperti ungheresi
dell’”Olocausto” confermò questa informazione, e ci confidò che la
“scomparsa” di questi documenti era dovuta a “intrigo politico”.
Si potrebbe sospettare che questi documenti siano stati nascosti o
distrutti perché mostrano cifre di deportati che sono molto più
basse di quelle che sono state generalmente accettate. Sebbene
questa possibilità non possa essere totalmente esclusa, mi sembra
molto più probabile che le liste Ferenczy siano imbarazzanti per la
storiografia ufficiale perché indicano la destinazione dei
deportati. Se le liste “scomparse” mostrassero che anche una
minoranza considerevole dei deportati non era destinata ad Auschwitz,
questo implicherebbe, naturalmente, che la deportazione su larga
scala degli ebrei ungheresi nel 1944 non venne organizzata come
parte di un programma di sterminio. (Secondo la storia ufficiale
dell’”Olocausto”, Auschwitz era il solo campo di sterminio operativo
tra il Maggio e il Luglio del 1944).[51]
Importanti a questo riguardo sono le liste di trasporto del 1944
conservate nell’archivio dell’ex campo di concentramento di Stutthof.
Questi registri mostrano che tra il 29 Giugno e il 28 Ottobre del
1944, un totale di 48.619 prigionieri (in maggioranza donne ebree)
giunsero nel campo di Stutthof (ad Est di Danzica ). Circa metà di
questi deportati – 25.043 – erano arrivati da due campi baltici:
Kaunas (Lituania) e Riga (Lettonia). Questi prigionieri erano stati
evacuati davanti all’avanzata dell’Armata Rossa. Quasi altrettanti –
23.566 – erano giunti da Auschwitz.[52] Per tre dei grandi trasporti
da Auschwitz (Agosto 14, 16 e 28, 1944) noi abbiamo le liste più o
meno complete dei deportati, con nomi e nazionalità. Oltre il 99%
dei deportati nei primi due di questi tre trasporti erano donne
ebree provenienti dall’Ungheria. Quante di loro erano state
registrate ad Auschwitz, e quante di loro erano state trattenute nel
“campo di transito” di Birkenau senza essere registrate, rimane
sconosciuto.
E’ interessante notare come alcune delle donne ebree trasferite a
Stutthof da Kaunas e Riga erano di nazionalità ungherese. Ad
esempio, più del 90% delle donne ebree che costituirono il trasporto
del 4 Agosto da Kaunas provenivano dall’Ungheria. Un certo numero
dei 9.537 che giunsero a Stutthof nei trasporti da Riga del 9 Agosto
e del 1 Ottobre erano parimenti donne ebree ungheresi. E’ possibile
che queste donne ebree fossero mandate dapprima nelle regioni
baltiche via Auschwitz, ma è parimenti possibile che fossero mandate
in Lituania e Lettonia direttamente dall’Ungheria. Nelle regioni
baltiche esse furono impiegate senza dubbio in lavori che erano
importanti per l’economia di guerra, probabilmente per la Todt, fino
a che l’avanzata dell’Armata Rossa costrinse i tedeschi ad evacuarle
a Stutthof. Lì queste ebree vennero impiegate nei numerosi
sotto-campi, in maggioranza nel lavoro industriale, ma qualcuna
anche in agricoltura.[53]
Pezzo dopo pezzo, questi frammenti di documentazione forniscono una
visione complessiva dell’importante periodo del Maggio-Luglio 1944.
Sebbene rimangano ancora alcuni buchi, emerge tuttavia un’immagine
coerente e logica. Circa 437.000 ebrei furono deportati
dall’Ungheria. Questo avvenne, prima di tutto, perché a quel tempo
la Germania aveva disperatamente bisogno di lavoro. (Virtualmente
ogni uomo tedesco abile al lavoro era stato chiamato alle armi).
Inoltre, quasi certamente le condizioni di sicurezza giocarono un
ruolo. A quel tempo, un’invasione dell’Ungheria da parte dell’Armata
Rossa era diventata una possibilità reale, e la numerosa popolazione
ebraica ungherese naturalmente (e comprensibilmente) si sarebbe
schierata a fianco dei sovietici. Auschwitz fu la prima destinazione
per la maggior parte, e forse di quasi tutti, degli ebrei deportati
dall’Ungheria. Qualcosa come 28.000 di questi deportati ebrei
vennero registrati ad Auschwitz, ma i restanti o rimasero nel “campo
di transito” di Birkenau per qualche tempo o vennero presto
assegnati a vari campi di lavoro o a gruppi di lavoro. Nel Marzo del
1999 a Budapest, Carlo Mattogno ed io incontrammo di persona uno di
questi deportati. Egli ci disse che aveva passato solo pochi giorni
ad Auschwitz prima di essere inviato al campo di lavoro di
Gross-Rosen.
Nella edizione tedesca del 1994 del suo secondo libro, Jean-Claude
Pressac scrive:[54] “Alla fine della guerra, secondo l’Encyclopaedia
Judaica, ebrei ungheresi maschi e femmine furono trovati in 386
campi di concentramento e di lavoro, come pure in gruppi di lavoro,
dove essi erano sopravvissuti ad un reale martirio. Essi furono
visti dovunque, dalle poche centinaia nei gruppi di lavoro alle
migliaia dei campi più grandi.”
Non abbiamo ragione di dubitare della veracità di questa
affermazione. Uno dei problemi cruciali irrisolti è la questione di
dove furono alloggiati gli ebrei ungheresi inabili al lavoro.
Birkenau semplicemente non li poteva ospitare tutti. Non conosciamo
documenti riguardanti un campo situato all’esterno di Auschwitz dove
queste persone furono ospitate. Se questi documenti sono esistiti,
essi furono probabilmente distrutti o nascosti dai vincitori,
essendo radicalmente incompatibili con la leggenda della fine degli
ebrei ungheresi nelle camere a gas di Birkenau.
Il fatto che tra gli ebrei ungheresi deportati vi fosse un certo
numero di bambini è dovuto, molto probabilmente, alla politica
tedesca di non separare le famiglie. (Naturalmente, sarebbe stato
meglio per questi bambini se essi non fossero stati deportati
affatto, ma questa è un’altra questione). I bambini ebrei non furono
affatto eliminati come “bocche inutili”, come la storia ufficiale
dell’”Olocausto” sostiene. A prova di questo vi sono i documenti che
Mattogno ed io abbiamo trovato durante il nostro terzo viaggio di
ricerca negli archivi russi. Mi riferisco in particolare ad un
rapporto di 217 pagine scritto all’inizio del 1945, poco dopo la
liberazione di Auschwitz da parte dei sovietici. Venne scritto, in
tedesco, sotto il patrocinio dei sovietici da quattro ex detenuti
del campo, i medici ebrei Lebovits, Weil, Reich e Bloch. Esso
contiene più di mille nomi di prigionieri di Auschwitz, quasi tutti
ebrei, con informazioni sull’età e la data di imprigionamento di
ognuno. Questi prigionieri erano stati trovati nell’ospedale di
Auschwitz il 27 Gennaio del 1945, quando l’Armata Rossa prese il
controllo del campo. Tra questi pazienti vi erano 97 bambini e 83
bambine, di età oscillante tra i pochi mesi e i 15 anni.[55] Uno di
questi era un bambino ebreo ungherese di tre anni, J. J. Malek, e
un’altra era una bambina ebrea di undici anni, R. M. Salomon.[56] Il
primo era arrivato ad Auschwitz nel Maggio del 1944, e la seconda
nel Luglio dello stesso anno. Secondo la storia ufficiale
dell’”Olocausto”, questi due bambini ebrei non sarebbero mai
riusciti a vedere l’anno 1945; essi sarebbero stati gassati
immediatamente al loro arrivo.
Nelle circostanze attuali, non è naturalmente possibile determinare
il numero delle vittime tra gli ebrei ungheresi deportati, ma tale
numero fu probabilmente nell’ordine di numerose decine di migliaia.
E’ un fatto risaputo che innumerevoli prigionieri soccombettero alle
malattie nei caotici mesi finali della guerra. Ad ogni modo, gli
ebrei non furono esattamente una categoria in pericolo nell’Ungheria
postbellica. Essi dominarono quasi completamente il partito
comunista e la temutissima polizia segreta durante i primi anni del
brutale regime imposto dai sovietici, guidato dall’ebreo Matyas
Rakosi.[57] Per un periodo all’inizio degli anni ’50, c’era solo un
non ebreo nel comitato centrale del partito comunista ungherese. (
Secondo una storiella dell’epoca, gli era stato dato questo incarico
per assicurarsi che qualcuno del comitato centrale potesse comminare
sentenze di morte il giorno del Sabbath).
Conclusione
Con i loro argomenti storici e tecnici, i revisionisti hanno
demolito le leggende dell’”Olocausto” e delle camere a gas. Ma il
loro compito è lungi dall’essere completo. Fino ad oggi, essi sono
riusciti solo parzialmente a dimostrare quello che accadde realmente
agli ebrei europei durante la seconda guerra mondiale.
Molti revisionisti considerano il libro del 1993 di Walter Sanning,
The Dissolution of Eastern European Jewry, [58] come la risposta
definitiva a questa questione. E sebbene Sanning ha in realtà
prodotto un lavoro ammirevole che nessun serio ricercatore può
ignorare, quello che ho detto sul libro di Arthur Butz può essere
ugualmente applicato allo studio demografico di Sanning: anche un
lavoro eminente può contenere errori. Il libro di Sanning ha due
difetti: l’autore non prende in considerazione il “rapporto Korherr”,[59]
il più importante documento tedesco dell’epoca di guerra sulla
popolazione ebraica dell’Europa, ed inoltre fa troppo affidamento
sulle fonti sovietiche. Ad esempio, egli si basa pesantemente su
David Bergelson, capo del Jewish Anti-Fascist Committee, che ha
detto che più dell’80% degli ebrei sovietici venne evacuato prima
dell’arrivo delle forze tedesche, e perciò non finì sotto il
controllo tedesco. Sanning non considera la possibilità che
Bergelson abbia esagerato il numero degli ebrei sovietici evacuati
per accrescere l’immagine del regime sovietico come “salvatore degli
ebrei dal fascismo”. Le dichiarazioni di un propagandista sovietico
dovrebbero essere considerate con scetticismo.
Un progresso decisivo nell’indagine sul destino degli ebrei europei
durante la seconda guerra mondiale, incluse stime attendibili delle
perdite ebraiche, potrà avvenire solo dopo che gli storici avranno
accesso a documenti in precedenza sconosciuti dagli archivi
dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica. Quando dico
“storici” naturalmente intendo i revisionisti, perché i nostri
avversari non affronteranno questo compito
--------------------------------------------------------------------------------
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile
all’indirizzo: http://www.ihr.org/jhr/v19/v19n4p-4_Graf.html
[2] Vedi Manfred Kohler, Der Wert von Aussagen und Gestandnissen zum
Holocaust, in Ernst Gauss (Germar Rudolf), editore, Grundlagen zur
Zeitgeschichte, Tubingen, 1994 [disponibile in inglese
all’indirizzo: http://www.codoh.com/found/fndvalue.html ] ; Jurgen
Graf, Auschwitz: Tatergestandnisse und Augenzeugen des Holocaust,
Wurenlos, 1994.
[3] Panstwowe Muzeum w Oswiecimiu (Archivi del Museo di Stato di
Auschwitz), Syg. DAul-III-5/1, 5/2, 5/3, 5/4.
[4] Fred A. Leuchter Jr., [Rapporto Leuchter] An Engineering Report
on the Alleged Execution Gas Chambers at Auschwitz, Birkenau and
Majdanek, Toronto, 1988 [disponibile all’indirizzo: http://vho.org/dl/ENG/tlr.pdf
]; Germar Rudolf, Das Rudolf Gutachten: Gutachten uber die Bildung
and Nachweisbarkeit von Cyanidverbindungen in den “Gaskammern” von
Auschwitz, London, 1993 [disponibile in inglese all’indirizzo:
http://www.vho.org/GB/Books/trr/ ]; Walter Luftl, The Luftl Report,
The Journal of Historical Review, Inverno 1992-93, pp. 391-420
[disponibile in inglese all’indirizzo: http://www.ihr.org/jhr/v12/v12p391_Luftl.html
]. Vedi anche Wolfgang Schuster, Technische Unmoglichkeiten bei
Pressac, Tubingen, Giugno 1991, pp. 9-13; Mark Weber, Fred Leuchter:
Courageous Defender of Historical Truth, The Journal of Historical
Review, Inverno 1992-93, pp. 421-428 [disponibile in rete
all’indirizzo: http://www.ihr.org/jhr/v12/v12p421_Weber.html ] ;
vedi anche la testimonianza dell’ingegnere austriaco Wolfgang
Frohlich nel processo in Svizzera a Jurgen Graf e Gerhard Forster,
in Swiss Court Punishes Two Revisionists, The Journal of Historical
Review, Luglio-Agosto 1998, pp. 2-4 [disponibile in rete
all’indirizzo: http://www.ihr.org/jhr/v17/v17n4p-2.html ].
[5] Jean-Claude Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the
Gas Chambers, New York, 1989; Jean-Claude Pressac, Les crématoires
d’Auschwitz: La machinerie du meurtre de masse, Paris, 1993.
[6] Robert Faurisson, Antwort an Jean-Claude Pressac, e, Carlo
Mattogno, Auschwitz: Das Ende einer Legende, entrambi in Auschwitz:
Nackte Fakten: Eine Erwinderung an Jean-Claude Pressac, Berchem,
1996 [disponibile in inglese all’indirizzo: http://vho.org/dl/ENG/apf.pdf
]. Lo studio di Mattogno è stato pubblicato in inglese: Auschwitz:
The End of a Legend, 1994 [disponibile in rete all’indirizzo:
http://www.vho.org/GB/Books/anf/Mattogno.html ] . La dettagliata
critica di Faurisson a Pressac è stata pubblicata anche in francese
nella Revue d’Histoire Revisioniste, n°3, Novembre-Dicembre
1990-Gennaio 1991, pp. 65-154 [disponibile in rete all’indirizzo:
http://www.vho.org/aaargh/fran/archFaur/1991-1994/RF94reponseJCP1.html
], e in inglese nel Journal of Historical Review, Primavera 1991,
pp. 25-66 (Parte prima), e nell’Estate del 1991, pp. 133-175 (Parte
seconda). Altre recensioni e analisi del libro di Pressac del 1989
che sono apparse nel Journal of Historical Review includono: Mark
Weber, Estate 1990, pp. 231-237; Carlo Mattogno, Inverno 1990-91,
pp. 461-485; Arthur Butz, Some Thoughts on Pressac’s Opus,
Maggio-Giugno 1993, pp. 23-37; Serge Thion A French Scholar Responds
to a Widely-Acclaimed Anti-Revisionist Work, Luglio-Agosto 1994, pp.
28 ff [disponibile in rete all’indirizzo: http://www.ihr.org/jhr/v14/v14n4p28_Thion.html
]. Vedi anche: R. Faurisson, An Orthodox Historian Finally
Acknowledges: There Is No Evidence for Nazi Gas Chambers,
Luglio-Agosto 1998, pp. 24-28 [disponibile in rete all’indirizzo:
http://www.ihr.org/jhr/v17/v17n4p24_Faurisson.html ] ; Mark Weber,
Tell-Tale Documents and Photos from Auschwitz, Primavera 1991; The
Jewish World Against Pressac, Gennaio-Febbraio 1996, p. 41.
[7] Documento di Norimberga USSR-008. Tribunale Militare
Internazionale (IMT), Nuremberg “blue series”, Vol. 39, pp. 241,
261; IMT, Vol. 7, p. 589.
[8] Franciszek Piper, Die Zahl der Opfer von Auschwitz (Verlag
Staatliches Museum in Oswiecim, 1993). Vedi anche Franciszek Piper,
The Number of Victims, in Y. Gutman e M. Berembaum, editori, Anatomy
of the Auschwitz Death Camp, Bloomington, Indiana University Press
[pubblicato con lo US Holocaust Memorial Museum, Washington, DC],
1994, pp. 61-76.
[9] Hilberg afferma che qualcosa come un milione e 250.000 persone
(un milione di ebrei e 250.000 non ebrei) morirono ad Auschwitz, ma
egli non fornisce fonti per le proprie valutazioni. R. Hilberg, The
Destruction of the European Jews, New York, 1985, pp. 894, 1219.
[10] Franciszek Piper, Die Zahl der Opfer von Auschwitz, già citato,
pp. 200-202; Franciszek Piper, The Number of Victims, in Y. Gutman e
M. Berembaum, editori, Anatomy of the Auschwitz Death Camp, già
citato, p. 71.
[11] Jean-Claude Pressac, Die krematorien von Auschwitz, Munich/Zurich,
1994, p. 202. Nella versione originale francese, Les crematoires d’Auschwitz,
(Paris, 1993, p. 148) Pressac aveva menzionato una cifra più alta
(dai 775.000 agli 800.000). Vedi la critica di Robert Faurisson nel
Journal of Historical Review, Gennaio-Febbraio 1995, p. 24.
[12] Y. Gutman e M. Berembaum, editori, già citato, pp. 183-245;
Robert Faurisson, Zur englischen Ausgabe von Pressacs neuestem Buch,
in Auschwitz: Nackte Fakten, già citato, p. 163.
[13] Carlo Mattogno e Franco Deana, Die krematoriumsofen von
Auschwitz und Birkenau, in E. Gauss (G. Rudolf), editore, Grundlagen
zur Zeitgeschichte, già citato, p. 307 [disponibile in rete in
inglese all’indirizzo: http://www.codoh.com/found/fndcrema.html ].
[14] Serge Klarsfeld, Le Mémorial de la Déportation des Juifs de
France, Paris, 1978, senza numero di pagina.
[15] Documenti di Norimberga NG-5573, NG-5615, NG-5616. Citati da
Arthur Butz in: The Hoax of the Twentieth Century, 1997, pp. 155-156
[disponibile in rete in versione integrale all’indirizzo: http://vho.org/dl/ENG/Hoax.pdf
], e da Raul Hilberg in: The Destruction of the European Jews, già
citato, p. 849.
[16] Arthur Butz, op. cit., pp. 152-158, 169 e 234, e specialmente
le pp. 158-160.
[17] Basel, 1993.
[18] Franciszek Piper in Anatomy of the Auschwitz Death Camp, già
citato, pp. 68, 74, (nota 47). Due edizioni del Kalendarium: Danuta
Czech, Auschwitz Chronicle: 1939-1945, London/New York, 1990; D.
Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, Hamburg, 1989.
[19] Documento di Norimberga NG-2586-J. Pubblicato, in tedesco e in
inglese, in (John Mendelsohn editore): The Holocaust: Selected
Documents in Eighteen Volumes, New York, 1982, Vol. 11, pp. 148-186.
Una traduzione in inglese è stata anche pubblicata in Nuremberg
Military Tribunals (NMT), “green series”, Vol. 13, pp. 243-249, e in
Arthur Butz, op. cit., pp. 205-210.
[20] Raul Hilberg, op. cit., edizione del 1985, pp. 359-360.
[21] Raul Hilberg, op. cit., edizione del 1985, pp. 402, 406.
[22] Ibid., p. 359.
[23] Israelitisches Wochenblatt der Schweiz, 16 Ottobre 1942, n°42,
pp. 10-11 (Citato in Mark Weber, Belgium and its jews During the
War, The Journal of Historical Review, Marzo-Aprile 1999, pp. 2 e 5,
nota 11)
[24] Israel Gutman, editore, Encyclopedia of the Holocaust, New
York, 1990, Vol. 1, pp. 162-163.
[25] Enrique Aynat, Estudios sobre el “Holocausto”: La deportacion
de judios de Francia y Belgica en 1942, Valencia, 1994 [disponibile
in rete all’indirizzo: http://litek.ws/aaargh/fran/livres6/EAestu.pdf
]; Jean-Marie Boisdefeu, La Controverse sur L’Extermination des
Juifs par les Allemands, Tomo 2: Réalités de la “Solution finale”,
Berchem, 1996 [disponibile in rete all’indirizzo: http://litek.ws/aaargh/fran/livres2/bdf2.pdf
].
[26] Enrique Aynat, op. cit., p. 58. Fonte citata: Michael Dov
Weissmandel, Min Hametzar. (Su questo vedi anche: Lucy S. Dawidowicz,
A Holocaust Reader, New York, 1976, pp. 318-391.
[27] The Jewish Black Book Committee, The Black Book: The Nazi Crime
Against the Jewish People, New York, 1946, pp. 198, 531 (nota 228).
Citato in E. Aynat, op. cit., p. 58.
[28] Riproduzione in facsimile in: Jean-Marie Boisdefeu, op. cit.,
Tomo II, p. 86.
[29] Facsimile in: Jean-Marie Boisdefeu, op. cit., Tomo II, pp.
78-80. Questo rapporto è il documento di Norimberga NG-1965
(RF-1228), e segnato come documento XXVI-59 del Centre de
Documentation juive contemporaine (Paris). E’ stato anche pubblicato
in: Peter Longerich, editore, Die Ermordung der europaischen Juden:
Eine umfassende Dokumentation des Holocaust, 1941-1945, Munich e
Zurich, 1990, pp. 241-243.
[30] Vermerk. Paris, 21.7.1942. Betr.: Judenabschub. Facsimile in E.
Aynat, op. cit., p. 86. Questo memorandum è segnato come DLXVI-7 o
XXVI-46 del Centre de Documentation juive contemporaine (Paris). E’
a quanto pare anche segnato come documento di Norimberga RF-1233. E’
pubblicato in: P. Longerich, editore, op. cit. p. 246.
[31] Samuel Zylbersztain, Pamietnik Wiezna dziesieciu obozow, in:
Biuletyn Zydowskiego Instytutu Historycznego (Warsaw), n°68, 1968.
Sul ruolo di Treblinka come campo di transito, vedi anche: Mark
Weber e Andrew Allen, Treblinka, The Journal of Historical Review,
Estate 1992, pp. 139-140 [disponibile in rete all’indirizzo:
http://www.ihr.org/jhr/v12/v12p133_Allen.html ].
[32] Steffen Werner, Die zweite babylonische Gefangenschaft: Das
Schicksal der Juden im europaischen Osten, Pfullingen, 1990
[disponibile in rete in inglese all’indirizzo: www.vho.org/GB/Books/tsbc/
]. Ad esempio, Werner cita(a pagina 89) il seguente passo, da un
libro basato sulle memorie di partigiani sovietici e di antifascisti
tedeschi, che venne pubblicato nella comunista Berlino Est nel 1976:
“Nella famiglia fraterna dei partigiani bielorussi, cechi e
slovacchi, francesi e iugoslavi, greci e olandesi, spagnoli e
austriaci, tedeschi e membri di altre nazioni combatterono
coraggiosamente contro il fascismo.” (Fonte citata: In den Waldern
Belorusslands, Berlino [Est], 1976, p. 9. Come potevano gli
antifascisti di tutti questi paesi essere venuti in Bielorussia se
essi non furono deportati lì? Werner sostiene che milioni di ebrei
vennero deportati in Bielorussia durante gli anni di guerra,
un’opinione che io considero infondata. A dispetto di qualche ovvio
difetto, il libro di Werner è un buon punto di partenza per
ulteriori ricerche.
[33] Enzyklopadie des Holocaust, già citata, p. 1467.
[34] George Wellers, Essai de détermination du nombre des juifs
morts au camp d’Auschwitz, in Le Monde Juif, Ottobre-Dicembre 1983,
p. 153. Per uno sguardo critico al saggio di Wellers, vedi
Franciszek Piper, The Number of Victims, in Anatomy of the Auschwitz
Death Camp, già citato, pp. 67 ff.
[35] Danuta Czech, op. cit., Hefte von Auschwitz (Wydawnuctwo
Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu), n°8, 1964. L’edizione inglese del
1990 del Kalendarium riferisce:
“Alla metà di Maggio del 1944, quando i trasporti di massa degli
ebrei ungheresi iniziano ad arrivare ad Auschwitz, gli ebrei
giovani, sani, e forti di entrambi i generi [maschile e femminile]
sono sparpagliati per un periodo come cosiddetti prigionieri in
deposito in varie baracche a Birkenau, ma non sono registrati nei
registri del campo. Essi sono alloggiati nel Campo B-IIIc [sic],
dove sono tenute ebree
giovani e forti; nel Campo B-IIe per famiglie di zingari
recentemente sgombrato, dove sono alloggiati prigionieri ebrei
maschi e femmine giovani e forti che sono presi alla fine ad altri
campi; nel Campo B-IIb, che è vuoto a causa della liquidazione del
Campo Famiglia di Theresienstadt; e, infine, nella Sezione B-III,
ancora in costruzione, conosciuta dai prigionieri come “Messico” ed
anch’essa destinata ad ebree. Gli ebrei alloggiati temporaneamente
non ricevono numeri di identità e non sono tatuati. Le selezioni
sono effettuate a intervalli precisi: quando l’amministrazione del
campo ha bisogno di lavoratori, invia alcuni prigionieri da questi
campi a specifici campi ausiliari o alle squadre di lavoro. Allora
essi sono registrati e ricevono numeri. Sotto la direzione della
WVHA, altri vengono trasferiti nelle fabbriche di armamenti
all’interno del Reich.”
C’è anche questa nota per un ingresso del Luglio del 1944: “gli
ebrei maschi e femmine che non furono registrati ma furono tenuti
come cosiddetti prigionieri in deposito o ebrei in transito nel
Campi B-IIc, B-IIe, e nella Sezione B-III—chiamata “Messico”—non
sono inclusi nel livello di occupazione di Auschwitz II.” (Danuta
Czech, confronta, Auschwitz Chronicle: 1939-1945 [London/New York:
I.B. Tauris, 1990], pp. 563-564, 664).
[36] Danuta Czech, confronta, Auschwitz Chronicle, p. 695.
[37] Encyclopedia of the Holocaust, Hungary, p. 702.
[38] Raul Hilberg, Die Vernichtung der europaischen Juden, già
citato, p. 1000.
[39] Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews, p. 1220.
[40] Raul Hilberg, Die Vernichtung der europaischen Juden, già
citato, p. 999.
[41] Jean-Claude Pressac, Les crématoires d’Auschwitz, già citato,
1993, pp. 147, 148. Nell’edizione tedesca del 1994 del suo lavoro (Die
Krematorien von Auschwitz [già citato], p. 201), Pressac sostiene
che da 160.000 a 240.000 ebrei ungheresi morirono ad Auschwitz.
[42] Carlo Mattogno, Auschwitz: The End of a Legend, 1994, pp.
23-26.
[43] Filip Muller, Eyewitness Auschwitz: Three Years in the Gas
Chambers, New York, 1984, p. 133-141.
[44] Registri della Defense Intelligence Agency (RG 373), missione
60/RPS/462 60 SQ, Can 1508. Esposizione 3055, 3056. Pubblicati in
John Ball, Air Photo Evidence, Delta (Canada), 1992, e in John Ball,
The Ball Report, Toronto, 1993, pp. 5, 16. Vedi anche: Martin
Gilbert, Auschwitz and the Allies, 1981, p. 216. Trasporti
ferroviari degli ebrei ungheresi arrivarono a Birkenau il 31 maggio
del 1944, secondo il Kalendarium. Vedi Danuta Czech, Auschwitz
Chronicle, già citato, p. 637.
[45] Documento di Norimberga NO-5689. Vedi anche: Raul Hilberg, The
Destruction of the European Jews, già citato, pp. 934-935.
[46] Documento di Norimberga NO-5689.
[47] Documento di Norimberga PS-1166, pubblicato in IMT “blue series”,
vol. 27, pp. 46-49. Questo è anche il documento di Norimberga
NO-1990, pubblicato in NMT “green series”, vol. 5, pp. 388-89.
[48] Arthur Butz, op. cit., pp. 152-158, 169 e 234, specialmente le
pagine 158-160.
[49] Rapporto del Comitato Internazionale della Croce Rossa sulle
sue attività durante la seconda guerra mondiale (Geneva: ICRC, 1948;
3 volumi), vol. 1, pp. 641-657, specialmente le pagine 647-651.
Questa parte è pubblicata anche da Arthur Butz, op. cit., 1997, pp.
133-142 e specialmente le pagine 138-139.
[50] Ministero della Giustizia dello Stato di Israele, The Trial of
Adolf Eichmann, Volume VI, Jerusalem, 1994, Atti 1159, 1160, 1161 &
1163-1167.
[51] Secondo la letteratura standard dell’”Olocausto”, Chelmno venne
riattivato nel Giugno e nel Luglio del 1944 per un periodo di 21
giorni, ma nessuno afferma che ebrei ungheresi vennero gassati lì.
Le presunte gassazioni di Majdanek, così viene detto, sarebbero
state fermate nel Novembre del 1943.
[52] Stutthof Archiwum Muzeum, I-IIb-8; Danuta Drywa, Ruch
transportow miedzy KL Stutthof a innymi obozami, in: Zeszyty
Sztutowo, n°9, 1990; Jurgen Graf e Carlo Mattogno, Das
Konzentrationslager Stutthof, Hastings, 1999, pp. 28-29 [disponibile
in rete in inglese all’indirizzo: http://litek.ws/aaargh/fran/livres6/CMJGStutthof.pdf
]. Su Stutthof in generale, vedi anche: Mark Weber, Stutthof, The
Journal of Historical Review, Settembre-Ottobre 1997, Vol. 16, n°5,
p. 2-6[disponibile in rete all’indirizzo: http://www.ihr.org/jhr/v16/v16n5p-2_Weber.html
].
[53] Jurgen Graf e Carlo Mattogno, op. cit., pp. 107-110.
[54] Jean-Claude Pressac, Die Krematorien von Auschwitz, già citato,
pp. 199-200.
[55] Gossudarstvenny Archiv Rossiskoi Federatsii (Moscow), documento
7021-108-23.
[56] Gossudarstvenny Archiv Rossiskoi Federatsii (Moscow), documento
7021-108-23, pagine 181 e 183.
[57] Fonte: Istvan Deak, Hungary: The New Twist, The New York Review
of Books, 18 Agosto 1988, p. 48.
[58] Pubblicato nel 1983 in inglese dall’Institute for Historical
Review, e in tedesco da Grabert Verlag, Tubingen.
[59] Documento di Norimberga NO-5193. Testi completi in tedesco e in
inglese in: Serge Klarsfeld, editore, The Holocaust and the Neo-Nazi
Mythomania, New York, 1978, pp. 165-211. Pubblicato anche in: John
Mendelsohn, editore, The Holocaust: Selected Documents in Eighteen
Volumes, New York, 1982, vol. 12, pp. 210 ff.
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |