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REVISIONISMO
Il revisionismo
storico:
Non afferma che non ci sia stata nessuna persecuzione degli
ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna privazione dei diritti
degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna deportazione degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stato nessun ghetto ebreo;
Non afferma che non ci sia stato nessun campo di concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun crematoio nei campi di
concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun ebreo morto per molte
ragioni;
Non afferma che non sia stata perseguitata nessun'altra minoranza,
come gli zingari, i testimoni di Geova, gli omosessuali, e i
dissidenti politici
Non afferma che le azioni suddette non siano state ingiuste.
LA "SCOPERTA" DEL "BUNKER 1" DI BIRKENAU:
vecchie e nuove imposture
Carlo Mattogno
La "scoperta"
Secondo il "Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945", a Birkenau, prima della costruzione
dei quattro crematori, due case coloniche polacche preesistenti
furono trasformate dall'amministrazione del campo in "camere a gas"
omicide. La "casetta rossa", o "Bunker 1", entrò in funzione il 20
marzo 1942; la "casetta bianca", o "Bunker 2", il 30 giugno. Il
"Bunker 1" fu demolito nel 1943 e di esso si è perduta ogni traccia;
il "Bunker 2" fu distrutto alla fine del 1944, ma della casa alla
quale fu attribuita questa denominazione e questa funzione restano
ancora le fondamenta, che attualmente fanno parte del percorso di
visita del campo di Birkenau.
Il 20 novembre 2001 il "Corriere della Sera" ha pubblicato un
articolo di Gian Guido Vecchi intitolato "Shoah. L'inferno cominciò
in una casa rossa" (p.35).
Marcello Pezzetti vi annuncia di aver scoperto il luogo dove un
tempo si trovava il presunto "Bunker 1" di Birkenau, luogo nel quale
fino a qualche mese fa sorgeva una casa privata abitata da una
famiglia polacca, ora in demolizione. Anzi, secondo Marcello
Pezzetti, la casa stessa era il "Bunker 1", perché egli "si chiedeva
come fosse possibile vivere serenamente in una camera a gas", il che
è assurdo, dato che il presunto "Bunker 1" fu raso al suolo nel
1943.
La "scoperta" sarebbe avvenuta nell'estate del 1993, quando "Schloma"
[recte: Schlomo; nome polacco: Szlama] Dragon, il fratello Abraham,
e Eliezer "Esisenschmidt" [recte: Eisenschmidt] lo avrebbero
accompagnato davanti alla casa ritratta nella fotografia piccola a
sinistra nella pagina summenzionata [vedi allegato 5].
Chi è Marcello Pezzetti?
Marcello Pezzetti è un ricercatore del "Centro di Documentazione
Ebraica Contemporanea" (CDEC) di Milano, noto soprattutto per le sue
consulenze ai film olocaustici di Spielberg (Schindler's List) e di
Benigni (La vita è bella) e per aver curato la realizzazione del
CR-Rom "Destinazione Auschwitz" (Proedi, Milano 2000), una specie di
video game creato come strumento di lavaggio del cervello delle
giovani generazioni. Negli ambienti giornalistici italiani, che gli
danno largo spazio, Marcello Pezzetti è considerato "uno dei massimi
esperti di Auschwitz e Shoah al mondo", e la cosa tragica è che, a
quanto pare, lo crede anche lui!
Il primo annuncio della "scoperta"
Marcello Pezzetti aveva già annunciato la prodigiosa "scoperta" del
presunto "Bunker 1" di Birkenau quattro anni or sono.
Nel numero del 26 febbraio 1998, il settimanale "Panorama" ha
pubblicato un articolo di tale Valeria Gandus intitolato "Operazione
memoria" (pp.94-97), concernente la decisione dell'Unesco di
inserire l'ex KL Auschwitz "nel programma destinato al restauro e
alla conservazione dei più importanti musei di tutto il mondo" (p.94).
La giornalista innformava che ciò che resta dei crematori II e III
di Birkenau viene costantemente "violato e saccheggiato dai naziskin
in caccia di macabri souvenir e dai negazionisti alla ricerca di
prove "scientifiche"" (p. 94),
perciò l'Unesco sta elaborando un progetto che "prevede che quel che
resta dei due edifici venga protetto (probabilmente sarà messo sotto
vetro) e reso accessibile solo agli studiosi" (p.96).
Lo scopo del progetto è chiaro: precludere agli studiosi
revisionisti l'accesso alle rovine di queste presunte installazioni
di sterminio per impedire ulteriori approfondimenti della questione
non certo irrilevante della "chimica dello sterminio". Evidentemente
Fred Leuchter e Germar Rudolf hanno lasciato il segno nella cultura
ufficiale.
La giornalista ci informa poi che "membro delegato dall'Unesco al
progetto e al controllo dell'operazione è un italiano, Marcello
Pezzetti, storico e ricercatore del Cdec (Centro di documentazione
ebraica contemporanea), uno dei massimi esperti mondiali del luogo
più oscuro della memoria collettiva d'Europa" (pp.94-95).
Ed ecco l'annucio della straordinaria "scoperta":
"studiando le mappe originali del campo e interrogando gli ultimi
sopravvissuti della prima squadra di "sonderkommando" [sic] (i
prigionieri addetti alla spoliazione delle vittime e alla raccolta
[!] dei cadaveri) Pezzetti ha trovato il luogo e l'edificio. "Del
Bunker 1 avevano parlato, nei processi celebrati dopo la guerra,
pochi testimoni. Nessuno di loro, però, era stato portato
fisicamente al campo per identificare il luogo e la costruzione",
racconta Pezzetti.
Per una malintesa esigenza di pacificazione, la realpolitik imponeva
che non si facessero scomode ricerche su un territorio che avrebbe
dovuto essere tutelato e consacrato al ricordo e che veniva invece
colonizzato da polacchi in cerca di terreni a buon mercato dove
ricostruire le case distrutte dalla guerra e da alcuni vecchi
abitanti che a suo tempo erano stati evacuati dai nazisti. Fra
questi ultimi, tornarono "a casa" anche coloro che prima della
costruzione di Birkenau possedevano e abitavano l'edificio poi
trasformato in camera a gas. E sulle rovine della vecchia villetta
fatta saltare parzialmente dalle Ss nel novembre del 1944 [sic!],
ricostruirono la nuova abitazione""(p.95).
All'epoca questa eccezionale "scoperta" è passata quasi inosservata,
ma ora le cose sono diverse, perché questa volta entra in gioco
l'industria dell'Olocausto.
Vediamo anzitutto quale sia il valore storico di questa "scoperta".
In quel che segue, anticipo alcuni risultati di un mio studio in
corso sui presunti "Bunker" di Birkenau.
Il valore storico della "scoperta"
Premetto che i "Bunker" di Birkenau, come installazioni di
sterminio, non sono mai esistiti. Intorno al campo di Birkenau
esistettero invece varie case polacche; alcune furono demolite;
altre furono prese in carico dalla SS-Neubauleitung (poi Bauleitung,
infine Zentralbauleitung) di Auschwitz, provviste di numero di "Bauwerk"
e di denominazione e impiegate per lo scopo prescelto (ad esempio,
la casa polacca censita col numero 44 divenne il "Bauwerk 36c", fu
ristrutturata e fu assegnata come alloggio all'SS-Sturmbannführer
Cäsar, Leiter der landwirtschaftlichen Betriebe); altre ancora
furono lasciate intatte ma non furono prese in carico dalla
Zentralbauleitung, perciò rimasero inutilizzate. A due di queste
case -- con un tortuoso processo letterario che cominciò nell'agosto
1942, si sviluppò tra il 1942 e il 1944 in un coacervo di temi
disparati e contrastanti e raggiunse un primo stadio letterario
organico nel febbraio 1945 grazie a Szlama Dragon -- fu infine
attribuita la qualifica di "Bunker 1" e "Bunker 2".
Qui però il problema è un altro: la posizione del presunto "Bunker
1" indicata da Marcello Pezzetti è infatti in totale contrasto con
l'unica fonte di cui disponga la storiografia ufficiale. Si tratta
della relazione della signora Józefa Wisifska resa il 5 agosto 1980
e consegnata al Museo di Auschwitz, che fu protocollata da
Franciszek Piper e che si trova attualmente nella collezione "Oswiadczenia",
tomo 113, pp. 77-78 [vedi allegato 1].
La signora Wisifska dichiarò che, prima della Seconda guerra
mondiale, la sua famiglia abitava nelle immediate vicinanze del
campo di Birkenau. Nel 1941 la casa di suo zio, Józef Harmata (e di
suo genero Gryzek), fu requisita e trasformata poi dai Tedeschi nel
"Bunker 1". Nel 1949 la signora Wisifska tornò nel terreno di sua
proprietà: la casa di suo zio (il presunto "Bunker 1") non esisteva
più. A pochi metri dal luogo in cui si trovava fu successivamente
costruita una casa che all'epoca apparteneva al signor Stanislaw
Czarnik. La signora Wisifska allegò alla sua relazione uno schizzo
topografico della zona [vedi allegati 2 e 3] in cui è indicata la
posizione esatta della vecchia casa di Józef Harmata (il presunto
"Bunker 1") e della nuova casa del signor Czarnik.
La signora Wisifska non aveva ovviamente nessuna prova di nessun
tipo che la casa di suo zio Józef Harmata e di suo genero Gryzek
fosse stata trasformata dalle SS di Auschwitz in "Bunker 1". Ella
era stata evidentemente imbeccata dal Museo di Auschwitz, il quale,
fin dal 1978, avendo fissato arbitrariamente in una pianta ufficiale
del campo di Birkenau la posizione del presunto "Bunker 1" proprio
nel punto indicato nel 1980 dalla signora Wisifska, aveva bisogno di
questa "prova" fittizia a posteriori per giustificarsi. La scelta di
un membro della famiglia Harmata si spiegava col fatto che la
sentenza del processo Höss (2 aprile 1947) aveva dichiarato che le
case polacche presuntamente trasformate in "Bunker 1" e in "Bunker
2" appartenevano ai contadini di Brzezinka (Birkenau) Wiechuja e
Harmata. Tuttavia i nomi di questi due contadini furono scelti
arbitrariamente, tra le persone che abitavano nella zona e che erano
state espropriate delle loro case dalle SS, soltanto per creare una
prova fittizia della localizzazione dei "Bunker". In questa penosa
finzione, i giudici attribuirono il presunto "Bunker 1" alla casa
della famiglia Wiechuja, il presunto "Bunker 2" a quella della
famiglia Harmata. In ciò essi seguirono quanto il perito Roman
Dawidowski aveva scritto nella sua perizia del 26 settembre 1946. La
signora Wisifska asseriva invece che la casa presuntamente
trasformata in "Bunker 1" apparteneva alla famiglia Harmata e non a
quella Wiechuja, il che è una ulteriore conferma del fatto che
l'attribuzione dei due "Bunker" alle case delle due famiglie
summenzionate non aveva alcun fondamento reale.
Il 20 settembre 1985 Franciszek Piper scattò quattro fotografie di
una casa, da lui indicata come quella del signor Czarnik, e le
allegò alla relazione della signora Wisifska. Una di queste
fotografie, inventariata dal Museo di Auschwitz col riferimento
d'archivio "nr neg. 21225/3", mostra una veduta frontale della casa
in questione [vedi allegato 4], la quale è identica a quella della
fotografia pubblicata nell'articolo menzionato sopra [vedi allegato
5]. Tuttavia questa casa, che anch'io ho fotografato nell'agosto del
2000 [vedi allegato 6], si trova al di là della strada che
attualmente fiancheggia esternamente la recinzione ovest del campo
di Birkenau, mentre la casa di Józef Harmata (il presunto "Bunker
1"), come risulta indubitabilmente dallo schizzo topografico della
signora Wisifska, era situata molto più a est, all'interno della
recinzione del campo e precisamente poche decine di metri a nord
delle quattro fosse dell'impianto di chiarificazione ("Kläranlage"),
che esistono ancora. La casa indicata da Marcello Pezzetti è posta a
ovest di un altro punto di riferimento facilmente individuabile, il
monumento ai prigionieri di guerra sovietici. Questo monumento è
situato circa 200 metri a ovest dell'impianto di chiarificazione e
dunque del punto in cui si trovava la casa di Józef Harmata
(presunto "Bunker 1"), in prossimità della recinzione ovest del
campo e della strada che la fiancheggia [vedi allegato 7], alla
quale si accede attraverso un vecchio cancello. Da qui, procedendo
verso destra (nord), la casa in questione si trova a un centinaio di
metri.
In pratica, questa casa, la quale, secondo Marcello Pezzetti,
sorgeva sulle rovine del "Bunker 1" (o era addirittura il "Bunker
1"!), dista in linea d'aria più di 300 metri dal punto in cui si
trovava la casa di Józef Harmata e dunque dal luogo in cui sorgeva
il presunto "Bunker 1".
Da quanto sopra risultano tre conclusioni:
1) il fatto che una casa (quella del signor Czarnik) si trovi a
pochi metri dalla casa che fu di Józef Harmata (il presunto "Bunker
1") non è una scoperta di Marcello Pezzetti, ma una rivelazione
della signora Wisifska;
2) l'identificazione della casa appartenente al signor Czarnik con
la casa che appare nella fotografia pubblicata nell'articolo del
"Corriere della Sera" è stata effettuata da Franciszk Piper otto
anni prima di Marcello Pezzetti;
3) questa identificazione è errata, perché la casa ritratta nelle
fotografie di Franciszek Piper e di Marcello Pezzetti e nella mia
fotografia non può essere la casa del signor Czarnik indicata dalla
signora Wisifska, dunque non può essere la casa sorta sulle rovine
del presunto "Bunker 1".
Perciò la "scoperta" di Marcello Pezzetti non ha alcun valore
storico.
I "testimoni" di Marcello Pezzetti
Marcello Pezzetti racconta che, nel 1993, Szlama Dragon, il fratello
Abraham ed Eliezer Eisenschmidt lo guidarono dritto e senza
esitazione alla casa dove presuntamente sorgeva il presunto "Bunker
1". Ora -- come vedremo sotto -- Szlama Dragon nel 1945 era stato
interrogato prima dai Sovietici, poi dai Polacchi, ma non aveva mai
saputo fornire alcuna indicazione sulla posizione del presunto
"Bunker 1".
Come si può dunque credere seriamente che egli abbia individuato con
tutta sicurezza un luogo che non era stato capace di trovare 48 anni
prima? La cosa è tanto più incredibile in quanto a Vienna, alla 26a
udienza del processo Dejaco-Ertl (2 marzo 1972), questo testimone,
dopo aver confuso il giorno prima il crematorio I con il "Bunker 2"
(!), fu costretto a confessare:"Ich kann mich heute nach 30 Jahren
nicht mehr erinnern..." ("Oggi, dopo 30 anni, non riesco più a
ricordare...").
Per un portentoso prodigio della natura, dunque, Szlama Dragon ha
ricordato perfettamente dopo 48 anni ciò che non ricordava dopo 30 e
non sapeva dopo tre anni!
Il fratello di Szlama Dragon, Abraham, non depose né al processo
Auschwitz né al processo della guarnigione del campo, non fece
successivamente dichiarazioni giurate né scrisse rapporti sulle sue
esperienze; la stessa cosa vale per Eliezer Eisenschmidt. Entrambi
hanno raccontato per la prima volta la loro storia negli anni
Novanta!.
Nell' intervista riportata in quest'opera, i fratelli Dragon
dichiarano di aver lavorato un solo giorno presso il presunto
"Bunker 2" nel dicembre 1942; inoltre Szlama vi lavorò per due
giorni nel 1944, e questo è tutto! Né Szlama né Abraham furono mai
portati al presunto "Bunker 1": ma allora, come poterono
localizzarlo con tanta sicurezza nel 1993?
Eliezer Eisenschmidt pretendeva invece di aver lavorato al "Bunker
1" per sei mesi, ma, nonostante ciò, egli non ha saputo fornire
neppure un vago indizio sulla sua posizione. Non solo, ma egli
ignorava perfino la denominazione di "Bunker" per la presunta
"camera a gas", anzi, credeva addirittura che i "Bunker" (al
plurale) fossero le presunte "fosse di cremazione"!
"Le fosse o "Bunker", come le chiamavamo,erano grosse e profonde".
Nel libro menzionato sopra, Gideon Greif racconta che nell'estate
del 1993, mentre intervistava Szlama Dragon presso le rovine del
presunto "Bunker 2", si avvicinò "un amico della televisione
italiana" che gli mostrò una pagina della deposizione polacca di
Szlama Dragon del 1945. L'italiano, con tale documento, cercava di
individuare il luogo delle "fosse di cremazione" e allora Gideon
Greif gli disse di interrogare direttamente Szlama Dragon, che era
lì presente. Al che, l'italiano rimase "senza parole". D'altra
parte, anche Eliezer Eisenschmidt era a Birkenau nell'estate del
1993, perciò è chiaro che l' "amico della televisione italiana" non
era altri che Marcello Pezzetti. In questa occasione dunque egli
interpellò i tre "superstiti" e "scoprì" il presunto "Bunker 1": ma
allora perché Gideon Greif non accenna minimamente alla presunta
"scoperta"?
Nel suo libro viene riprodotta la pianta di Birkenau già pubblicata
nel "Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945", nella quale la "1.provisorische
Gaskammer" (prima camera a gas provvisoria) viene indicata
esattamente nello stesso punto (e con lo stesso simbolo) in cui
appariva nella pianta pubblicata nel libro "Auschwitz. Nazi
Extermination Camp" (1978) -- sulla quale ritornerò sotto -- cioè
poco a nord del Kläranlage del Bauabschnitt III (settore di
costruzioni III), nella posizione indicata dalla signora Wisifska.
Ora, se è vero che Szlama Dragon, Abraham Dragon e Eliezer
Eisenschmidt avevano individuato esattamente la posizione del
presunto "Bunker 1" già nel 1993 (evidentemente in presenza di
Gideon Greif, che li aveva portati a Birkenau per intervistarli),
perché questi non ne parla affatto? E perché i tre testimoni non
corressero la pianta di Birkenau pubblicata nel suo libro?
Marcello Pezzetti pretende che i tre testimoni lo accompagnarono
senza esitazione davanti alla casa polacca summenzionata "partendo
dal Krematorium III". Si tratta di una semplice affermazione
retorica ad effetto che può solo far sorridere chi abbia una certa
dimestichezza con la topografia di Birkenau, tanto più in quanto,
dal 1943 al 1993, la zona intorno al campo è cambiata enormemente.
Se dunque la storia della passeggiata a Birkenau è vera, questi tre
poveri vecchi hanno semplicemente condotto Marcello Pezzetti dove
egli voleva essere condotto.
La posizione del Museo di Auschwitz sulla "scoperta"
Il 20 novembre 2001, "Le Monde" ha pubblicato un breve articolo di
Henri Tincq intitolato "Le mystère enfin levé de la première chambre
à gaz d'Auschwitz-Birkenau" che è uno scialbo riassunto
dell'articolo del "Corriere della Sera". Dal quotidiano parigino la
notizia della "scoperta" è successivamente passata nella stampa
europea e americana. Perfino il Museo di Auschwitz ha appreso della
"scoperta" di Marcello Pezzetti dall'articolo di "Le Monde" e ha
risposto con un articolo di Jerzy Sadecki su "Rzeczpospolita"
(Repubblica) intitolato "Auschwitz-Birkenau. Le Monde solves a
mystery that was no mystery", che contiene anche le considerazioni
del direttore del Museo, Jerzy Wróblewski, e di Franciszek Piper.
Riporto le parti salienti dell'articolo, che ho tratto dal sito
http://www.auschwitz-muzeum.oswiecim.pl/html/eng/aktualnosci/czerwony_domek.html:
"Non è possibile vivere in qualcosa che non esiste. "Quella famiglia
non può aver vissuto in una camera a gas, perché i Tedeschi
distrussero la casetta rossa nel 1943. Di essa non rimase alcuna
traccia; i Tedeschi non lasciarono sul posto neppure un pezzetto
delle sue fondamenta", spiega il dott. Franciszek Piper, del Museo
Statale di Auschwitz-Birkenau. "Solo nel 1955 i proprietari del
terreno costruirono una nuova casa sul luogo della camera a gas e ci
andarono ad abitare". [...].
"Sfortunatamente, quando, nel 1957, furono fissati i confini del
campo -- dichiara Jerzy Wróblewski, direttore del Museo Statale di
Auschwitz-Birkenau, il terreno in cui si trovava la prima camera a
gas nel 1942-1943 fu lasciata fuori, sebbene fosse adiacente. Non so
per quale ragione all'epoca si prese questa decisione. Forse perché
vi era già stata costruita una nuova casa e negli anni di generale
ricostruzione dopo le devastazioni della guerra nessuno osò chiedere
che fosse demolita".
Wróblewski è perplesso di fronte all'affermazione di Le Monde che il
luogo è stato scoperto soltanto ora. "L'ubicazione è nota da
parecchio tempo e non costituisce alcun mistero. L'ubicazione fu
identificata nel 1945 nei rapporti sia della commissione sovietica
sia di quella polacca. Essa fu indicata da detenuti che
testimoniarono all'epoca, incluso Schlomo Dragon. Il comandante del
campo, Rudolf Höss, la descrisse nelle sue memorie, che furono
pubblicate più tardi. "Tutte le guide che conducono i visitatori per
il campo conoscono l'ubicazione", affermano Piper e Wróblewski.
"Se il giornalista di Le Monde avesse voluto ottenere informazioni
alla fonte, al Museo, avremmo potuto mostrargli il noto studio
Auschwitz: Nazi Death Camp, pubblicato la prima volta da Interpress
nel 1977, che contiene una pianta di Birkenau nella quale è segnato
il luogo della prima camera a gas. Già negli Ottanta, prima che
qualcuno qui avesse sentito parlare del signor Pezzetti, io
consultai i documenti catastali dei proprietari e stabilii al metro
l'ubicazione della casetta rossa", dice Piper. Una pianta della casa
-- egli rileva -- si trova a p. 114 del terzo volume del compendio
in cinque volumi Auschwitz pubblicato in polacco, in tedesco e in
inglese". [...].
Marcello Pezzetti apparve ad Auschwitz diversi anni fa e partecipò
ai dibattiti su come risolvere il problema del luogo della casetta
rossa. Pezzetti trovò uno sponsor, Richard Prasquier. Dopo lunghe
trattative, quest'anno il Museo è riuscito a comprare la proprietà e
a trasferire i suoi abitanti in un'altra casa, che fu ricostruita.
Squadre di tecnici del Museo hanno smantellato la struttura che era
sul luogo della camera a gas e vi hanno realizzato un giardino. "In
primavera -- dice Wróblewski -- vogliamo recintare il terreno,
seminarvi l'erba, piantarvi la tuia ed erigervi una targa
commemorativa recante una breve storia del luogo e un pavimento
della prima cammera a gas"".
Le imposture del Museo di Auschwitz
Dunque il Museo di Auschwitz rivendica a sé la presunta "scoperta",
ma, incredibilmente, non contesta affatto che la casa indicata da
Marcello Pezzetti si trovasse nel luogo in cui era situato il
presunto "Bunker 1". Questa tesi può essere sostenuta dai due
personaggi summenzionati soltanto con argomenti menzogneri.
Jerzy Wróblewski afferma che
"l'ubicazione [del "Bunker 1"] fu identificata nel 1945 nei rapporti
sia della commissione sovietica sia di quella polacca. Essa fu
indicata da detenuti che testimoniarono all'epoca, incluso Schlomo
Dragon".
Ciò è completamente falso.
Nessuno dei testimoni oculari interrogati dai Sovietici subito dopo
la liberazione di Auschwitz fu in grado di indicarne la posizione né
sul terreno né su mappe topografiche. Ciò vale in particolare per
Szlama Dragon, il testimone per antonomasia dei presunti "Bunker" di
Birkenau, che fu interrogato dai Sovietici il 26 febbraio 1945 e
successivamente dai Polacchi il 10 e 11 maggio 1945 e che non fu mai
in grado di indicare il punto in cui si trovava il presunto "Bunker
1". Anzi, nonostante la presenza di Dragon e di altri testimoni,
riguardo al presunto "Bunker 1" l'incertezza topografica dei
Sovietici era tale che, nella pianta redatta dall'ing. Nosal il 3
marzo 1945 per conto della Commissione sovietica di inchiesta, esso
appare in una posizione completamente diversa: al di fuori del
campo, a circa 300 metri dalla recinzione nord del Bauabschnitt III
di Birkenau, ossia circa 500 metri a nord della posizione indicata
dal Museo di Auschwitz nelle sue piante ufficiali (a cominciare da
quella pubblicata nel libro Auschwitz: Nazi Death Camp). Il perito
Dawidowski si limitò ad accettare la posizione indicata nella pianta
summenzionata e questa è una riprova del fatto che le famiglie
Harmata e Wiechuja non avevano alcuna relazione con le case
presuntamente trasformate in "Bunker".
Nessuno dei testimoni che apparvero nel 1947 al processo Höss e al
processo della guarnigione del campo di Auschwitz fu in grado di
indicare la posizione del presunto "Bunker 1", e ciò vale anche per
i testimoni che rilasciarono dichiarazioni successivamente.
Wróblewski e Piper rimandano poi al libro "Auschwitz: Nazi Death
Camp, first published by Interpress in 1977, which contains a map of
the Birkenau camp where the site of the first gas chamber is
marked".
E' vero che questo libro (apparso nel 1978) contiene una pianta del
campo di Birkenau nella quale è indicata la posizione del "Bunker
1", ma questo non è situato al di fuori del campo, dove pretendono
di averlo "scoperto" Franciszek Piper prima, Marcello Pezzetti poi,
bensì davanti (a nord) al Kläranlage, esattamente nella posizione
indicata dalla signora Wisifska! [vedi allegato 8].
Dunque i due esponenti del Museo di Auschwitz mentiscono sapendo di
mentire.
L'impostura viene completata da Franciszek Piper con questa
affermazione:
"Già negli Ottanta, prima che qualcuno qui avesse sentito parlare
del signor Pezzetti, io consultai i documenti catastali dei
proprietari e stabilii al metro l'ubicazione della casetta rossa".
Qui Piper si riferisce alla relazione della signora Józefa Wisifska
resa il 5 agosto 1980 e protocollata proprio da lui. Tuttavia, come
ho spiegato sopra, la signora Wisifska, per il "Bunker 1", ha
indicato "al metro" una posizione completamente diversa, perciò
anche in questo caso Franciszek Piper mentisce sapendo di mentire.
Marcello Pezzetti non è da meno. Egli, nell'articolo del "Corriere
della Sera" trasforma la relazione della signora Wisifska in una
"mappa del catasto, con tanto di documento autografo della
proprietaria e l'indicazione gaskammer [sic]",
il che è pura fantasia.
La realtà è che, secondo varie mappe tedesche dell'area di Birkenau,
tra cui quella importantissima del 5 ottobre 1942, a est del futuro
Bauabschnitt III del campo, entro un limite di 500 metri dalla
recinzione, c'erano soltanto sei costruzioni, esattamente
corrispondenti a quelle dello schizzo della signora Wisifska (ad
eccezione della costruzione n. 6, una stalla, che non appare nella
mappa). Nell'area in cui si trovava la casa polacca nella quale
Marcello Pezzetti ha voluto ravvisare il "Bunker 1", invece, non è
mai esistita alcuna costruzione!
E questo fatto dimostra inoppugnabilmente che la "scoperta" del
presunto "Bunker 1" non è un errore in buona fede, ma una volgare
impostura.
E che si tratti di un'impostura è confermato -- senza ombra di
dubbio -- dal fatto che, nelle piante di Birkenau contenute nel
CR-Rom "Destinazione Auschwitz" menzionato sopra e nel libro che da
esso è stato tratto. In questo libro, pubblicato nel gennaio 2002
con la "consulenza storica" di Marcello Pezzetti, appare un disegno
du due pagine del campo di Birkenau in cui il "Bunker 1" è ubicato
esattamente nel punto indicato dalla signora Wisifska, cioè accanto
al Kläranlage del Bauabschnitt III!. Ma ciò non ha impedito al
nostro "esperto mondiale di Auschwitz" di pubblicare anche una
fotografia della casa polacca al di fuori della recinzione del campo
oggetto della sau presunta "scoperta" con la seguente didascalia:
"Abitazione costruita da contadini polacchi sui resti del Bunker n.
1, smantellato dai nazisti nella primavera del 1943".
Se questa non è malafede deliberata, allora è tragica ottusità
storiografica. Entrambe le eventualità sono indegne di chi pretenda
di impartire agli altri lezioni di storia e di morale.
Il business della "scoperta"
La presunta "scoperta" ha naturalmente un risvolto
propagandistico-economico.
Riguardo alla casa che, secondo Marcello Pezzetti, sorgerebbe sulle
rovine del presunto "Bunker 1", il "Corriere della Sera" scrive:
"Oggi casa e terreno sono stati acquistati, l'edificio abbattuto per
scoprire le fondamenta del vecchio bunker [il presunto Bunker 1
C.M], "il terreno sarà compreso nel percorso [di visita al campo
C.M.] del museo, restituito alla memoria e alla preghiera", spiega
Pezzetti. Tutto grazie a lui e al dottor Richard Prasquier, un
cardiologo parigino che da piccolo scampò con la famiglia alla
"liquidazione" del ghetto di Varsavia ed ha finanziato tutta
l'operazione".
Un articolo apparso sul "Bollettino della Comunità ebraica di
Milano" (Anno 57°, numero 1, gennaio 2002, p. 11) ci svela già nel
titolo quale sia la vera finalità della prodigiosa "scoperta" di
Marcello Pezzetti: "Shoà [sic]: la prima camera a gas di Auschwitz
diventa museo". L'articolo si apre con questa informazione:
"Due famiglie di contadini polacchi, gli Harmata e i Wichaj (sei
persone tra nonni,figlio con moglie e due nipotini), nel mese di
novembre hanno traslocato in una casa tutta nuova, studiata nei
minimi particolari, con moquettes e marmi".
La nuova casa, continua l'articolo, è stata costruita grazie alla
generosità del cardiologo ebreo Richard Prasquier per "restituire
alla memoria" il presunto "Bunker 1":
"Sì, perché la famiglia nel '47, alla fine della guerra, era
rientrata nella casa che, requisita dai nazisti nel '42, era stata
utilizzata fino all'aprile del '43 come camere a gas per gli ebrei".
Dunque nel 1947 "la famiglia" (quale delle due?) era andata ad
abitare nientemeno che nel "Bunker 1"! A giustificazione
dell'anonimo articolista bisogna dire che questa solenne idiozia gli
è stata suggerita da Marcello Pezzetti in persona, di cui egli
riporta le seguenti parole:
" "Quando otto anni fa ho scoperto che la casa abitata da questa
famiglia era nientemeno che il "bunker 1", cioè la prima camera a
gas di Birkenau", racconta Marcello Pezzetti della Fondazione CDEC,
"ho capito subito che si trattava di un luogo particolarmente
importante per la memoria ebraica, che doveva entrare nel circuito
museale di Auschwitz-Birkenau".
Marcello Pezzetti racconta poi i mezzi vergognosi con i quali è
riuscito a "convincere" a sloggiare la famiglia in questione, che
"non aveva alcuna intenzione di lasciare la casa". Dopo otto anni di
pressioni da parte delle "autorità politiche locali", del "nuovo
direttore del museo [di Auschwitz] Stefan Wilkanowicz" e perfino
dell' "incaricato del Vaticano in Francia per i rapporti con il
mondo ebraico", e grazie al denaro del "filantropo francese Richard
Prasquier, presidente di Yad Vashem Francia", la famiglia alla fine
si è arresa e ha accettato di trasferirsi in un villino nuovo
costruito a 500 metri di distanza. Nel frattempo Marcello Pezzetti
si dava da fare per proprio conto. Egli confessa infatti
candidamente che i componenti della famiglia polacca "hanno forse
salutato come la fine di un incubo" questo trasferimento,
"visto che, per farli decidere a trattare, avevo iniziato a portare
davanti alla casa pulmann di visitatori ai quali indicavo la casa
come la prima camera a gas e il suo giardino come un cimitero. Per
anni, al nostro arrivo, usciva l'anziana nonna che tentava di
mandarci via con parole e modi bruschi".
La povera famiglia è dunque stata tormentata psicologicamente in
questo modo "per anni" da questi "visitatori" -- calpestando
vergognosamente il suo diritto alla privacy -- per portarla
all'esasperazione e costringerla a sgombrare dalla propria casa.
Marcello Pezzetti aggiunge che la nuova casa è stata pagata
ufficialmente dal governo polacco
"perché la famiglia non voleva che i vicini pensassero che aveva
accettato soldi da ebrei".
Il denaro investito dal "filantropo francese" in questo affare sarà
senza dubbio ampiamente ripagato dallo sfruttamento propagandistico
del nuovo padiglione dell'industria dell'Olocausto. Si può esser
certi che la prima operazione commerciale sarà un video (che sarà
venduto in milioni di copie) sulla "scoperta" del "Bunker 1".
Non c'è dubbio che anche il Museo di Auschwitz, grazie alla
"scoperta", vedrà presto incrementare i suoi profitti.
Naturalmente la "scoperta" ha anche un importante aspetto
ideologico-propagandistico: essa arriva infatti in un momento di
grande crisi della storiografia ufficiale, la quale, perduto il
contributo di Jean-Claude Pressac, si è impantanata in una sterile
rimuginazione di temi già logori, del tutto incapace di fare un
passo avanti sulla via della ricerca. Precipitata a capofitto da
Pressac a van Pelt, essa si dibatte nella mediocrità e non sa più
che cosa opporre alla critica revisionistica.
L'impostura del "Bunker 1" diventerà dunque una nuova arma mediatica
contro il revisionismo.
Carlo Mattogno
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Documenti allegati
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1/ Prima pagina della relazione della signora Józefa Wisifska
2/ Schizzo topografico della signora Józefa Wisifska, allegato alla
relazione, relativo al 1941 (l'alto corrisponde all''Ovest)
3/ Didascalia dello schizzo
4/ In alto: Fotografia della presunta casa del signor Czarnik
scattata da Franciszek Piper in data 20 settembre 1985. In basso: Il
cortile tra questa casa e la casa situata accanto, ben visibile
nella mia fotografia, documento 6.
5/ Fotografia della stessa casa pubblicata dal Corriere della Sera
6/ Mia fotografia della stessa casa dell'agosto 2000
7/ Mia fotografia dell'agosto 2000 che mostra (da sud verso nord) la
strada che conduce alla casa in questione, che si trova in fondo a
sinistra (ovest), prima dell'ultimo albero sul bordo della strada. A
destra (est), in fondo, si vede la recinzione del campo di Birkenau;
nello spiazzo che appare in primo piano c'è il cancello di accesso
al monumento ai prigionieri di guerra sovietici.
8/ Pianta di Birkenau tratta dal libro "Auschwitz. Nazi
Exterminatiuon Camp". Interpress Publishers, Warsaw 1978, fuori
testo. Il "Bunker 1", situato a nord del Kläranlage del Bauabschnitt
III, è indicato dalla lettera "I", che nella didascalia è spiegata
così: "first provisional gas chamber".
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