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REVISIONISMO
Il revisionismo
storico:
Non afferma che non ci sia stata nessuna persecuzione degli
ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna privazione dei diritti
degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna deportazione degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stato nessun ghetto ebreo;
Non afferma che non ci sia stato nessun campo di concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun crematoio nei campi di
concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun ebreo morto per molte
ragioni;
Non afferma che non sia stata perseguitata nessun'altra minoranza,
come gli zingari, i testimoni di Geova, gli omosessuali, e i
dissidenti politici
Non afferma che le azioni suddette non siano state ingiuste.
L'«IRRITANTE QUESTIONE» DELLE CAMERE A GAS OVVERO
DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ
RISPOSTA A VALENTINA PISANTY
Edizione riveduta, corretta e aggiornata
2007
MATTOGNO : Capucetto rosso
Pag 2
PRESENTAZIONE
La prima edizione di quest'opera è stata data alle stampe
dall'Editore Graphos di Genova
nel 1998. Come avevo previsto, dopo la sua pubblicazione la
dottoressa Valentina Pisanty,
non sapendo che cosa replicare, si è ritirata in silenzio dalla
scena, ritornando ad occuparsi
del suo Cappucceto Rosso, salvo qualche occasionale incursione
mediatica in cui ha
sproloquiato le sue fantasie semiotiche sul revisionismo.
Ma ormai il seme velenoso aveva attecchito. E se ora si sentono
persone di cultura italiane -
che non hanno mai visto un libro revisionstico - asserire con
supponenza che il
revisionismo storico è scientificamente e metodologicamente nullo -
lo si deve in massima
parte a Valentina Pisanty.
La mia demolizione sistematica dei suoi sofismi è valsa a ben poco,
data l'immensa
sproporzione mediatica che è sempre esistita tra il suo libro e il
mio. Non resta dunque che
diffondere la mia risposta in rete. Ciò è tanto più necessario in
quanto - in tempi in cui gli
istigatori della Pisanty minacciano anche la libertà di espressione
revisionistica - è
importante mostrare che il revisionismo è ben altra cosa
dall'immagine distorta e
parodistica di esso che la Pisanty ha creato con le sue
interpretazioni cavillose e truffaldine.
Il testo che presento è ovviamente riveduto, corretto e aggiornato.
Pg 3
INTRODUZIONE
Nel settembre 1996 su Le Nouveau Quotidien di Losanna sono apparsi
due importanti
articoli dello storico e romanziere francese Jacques Baynac,
intitolati Come gli storici
delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti1 e
In mancanza di documenti
probanti sulle camere a gas, gli storici schivano il dibattito2, nei
quali l’Autore espone una
lucida analisi del marasma in cui si dibatte la storiografia
ufficiale.
Nel primo articolo, dopo aver denunciato il clima isterico
acutizzato in Francia dall’affare
Garaudy-abbé Pierre, Baynac rileva:
«In mezzo a questo tohu-bohu [caos] disastroso, si è levata una
voce, chiara, netta.
Senza dubbio, soltanto Simone Veil, ex deportata ed ex presidente
del Parlamento
europeo, poteva permettersi di guardare le cose in faccia e di
violare un tabù senza
rischiare l’ostracismo. “I negazionisti - ella dichiara a L’Evénement
du Jeudi -
hanno approfittato dei nostri errori. Non si può imporre una verità
storica con la
legge, anche se è lampante, qualunque siano i secondi fini di coloro
che cercano di
negare la Storia. La Storia dev’essere libera. Essa non può essere
sottomessa a
versioni ufficiali. La legge Gayssot permette ai negazionisti di
apparire come
martiri, vittime di una verità ufficiale. Grazie ad essa, i
negazionisti possono far
deviare il dibattito sulla libertà di espressione. Questa
legislazione ha spinto l’abbé
Pierre a prendere le difese di Garaudy, e vi si ostina. Senza questa
legge, non ci
sarebbe alcun affare abbé Pierre”.
Perché è stata promulgata questa legge che, secondo lo scrittore
Dominique Jamet,
“trasforma i magistrati in inquisitori”? E come si è giunti a fare,
secondo lo stesso
autore, come “gli Stati totalitari di tipo moderno o arcaico dove il
partito o la
Chiesa, dopo aver fissato una dottrina ufficiale, affidano alla
polizia e alla giustizia
la missione di difenderla e di dare la caccia agli eretici”?
Perché, fin dall’inizio, si rifiuta il dibattito. Lo si rifiuta
nell’aula di tribunale. Il
giovane avvocato Arno Klarsfeld confessa ingenuamente che la legge
Gayssot è
stata fatta “onde evitare dei dibattiti scabrosi tra storici e
pseudostorici” (Libération,
17.7.96). Lo si rifiuta fuori dell’aula di tribunale. Il gran
rabbino Sitruk, che l’aveva
accettato il 28 aprile, ha dovuto rifiutarlo due giorni dopo. La
Chiesa cattolica lo
rifiuta col pretesto che il dibattito ha avuto luogo più volte. La
LICRA3 lo rifiuta. Il
MRAP4 lo rifiuta. La Lega dei diritti dell’uomo lo rifiuta. In
breve, nessuno lo vuole
e tutti imitano quelli che di primo acchito hanno dato
l’intonazione: gli storici».
Baynac cita poi la conclusione dell’appello dei 34 storici francesi
apparso su Le Monde il
21 febbraio 1979 - secondo la quale non bisogna chiedersi se lo
sterminio ebraico è stato
possibile: esso è stato possibile perché ha avuto luogo, e questo è
il punto di partenza
---
1 «Comment les historiens délèguent à la justice la tâche de faire
taire les révisionnistes», in: Le Nouveau
Quotidien, 2 settembre 1996, p. 16.
2 «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les
historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau
Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.
3 Lega Internazionale contro il Razzismo e l'Antisemitismo.
4 Movimento contro il Razzismo e per l'Amicizia tra i Popoli.
Pag 4
obbligato di qualunque indagine storica su questo argomento, sicché
«non può esserci
dibattito sulle camere a gas» -, e commenta:
«Se non si discerne bene ciò che ci sarebbe di “scabroso” nel
rispondere per le rime
ai revisionisti distruggendo le loro arguzie con degli argomenti e
liquidando i loro
cavilli con prove materiali, documenti solidi e cifre verificabili,
se si vede ancora
meno come il delicato fiore dell’ etablishment universitario ha
potuto decretare che
non bisogna interrogarsi su un oggetto storico, in compenso si vede
bene che è il
defilamento degli storici che ha costretto la società a rifilare il
bebè mostruoso ai
tribunali, poi - avendo certi giudici avuto la malaugurata idea di
recalcitrare,
perfino di scrivere nei loro considerandi che la questione
dell’esistenza delle camere
a gas era una questione di opinione - a fare una legge che
permettesse di condannare
automaticamente gli pseudostorici.
La questione è dunque di sapere perché gli storici si sono
defilati»5.
Baynac risponde a questa domanda nel secondo articolo. Dopo aver
accennato allo
scompiglio suscitato da Jean-Claude Pressac nella storiografia
ufficiale con la sua drastica
riduzione dei “gasati” di Auschwitz (470.000-550.000 nelle
traduzioni italiana e tedesca del
suo ultimo libro)6, egli affronta il nodo cruciale della questione:
«Bisogna essere grati a Pierre Bourez per aver finalmente osato
porre la questione
chiave, quella dell’estensione del campo scientifico di
investigazione e, di
conseguenza, quella della natura della storia scientifica e del suo
metodo.
È qui, e da nessun’altra parte, che i negazionisti hanno teso la
trappola agli storici, i
quali l’hanno identificata fin dal 1979, ma, non sapendo come
evitarla, si sono
sottratti al loro dovere di accertare la realtà incaricando la
Giustizia di dire la Verità.
Tutto il resto fu soltanto una conseguenza, e oggi ci ritroviamo con
un problema che
supera di gran lunga quello dell’esistenza delle camere a gas
omicide nei campi
nazisti. Ora è in gioco la questione della conoscibilità del
passato. Quella della
Storia.
Trarsi da questo passo falso sarà difficile e doloroso. Ma
tergiversare ancora espone
a vedere tutto il passato dissolversi dietro di noi, una eventualità
poco piacevole
quando l’avvenire è già così imprevedibile e il presente così
inquietante.
Per salvare la Storia, bisogna partire dalla realtà... e restarvi.
Le camere a gas sono
esistite e hanno ucciso una quantità enorme di persone, omosessuali,
ebrei, malati,
zingari, slavi.
Questa certezza si fonda su due pilastri: le testimonianze dei
superstiti e i lavori
degli storici. Su tali basi, in questo dominio come in tutti gli
altri, si sono sviluppati
due discorsi, paralleli ma di natura diversa.
L’uno, ascientifico, in cui la testimonianza ha il primo posto.
Leggere uno o più
racconti, a fortiori una recensione seria sull’argomento, porta alla
convinzione.
---
5 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz,
les historiens ésquivent le débat», in: Le
Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.
6 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945.
Feltrinelli, Milano, 1994, p. 173; Die
Krematorien von Auschwitz. Die Technik des Massenmordes. Piper,
Monaco, 1994, p. 202. L'edizione
originale non contiene il relativo paragrafo: Les crématoires
d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de
masse. CNRS Editions, Parigi, 1993.
Pag 5
Anche se un testimone ha dimenticato un dettaglio, un altro
esagerato un fatto,
l’avvenimento resta valido: è esistito. [...].
Per lo storico scientifico, la testimonianza non è realmente la
Storia, è un oggetto
della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora
meno se nessun
solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifica,
si potrebbe dire
forzando appena la mano, è: niente documento/i, niente fatto
accertato.
Questo positivismo che conferisce una tale importanza al documento
ha i suoi
aspetti positivi e negativi. Quello positivo, è che la storia deve a
questo metodo
rigoroso di non essere una pura fiction, ma una scienza. In quanto
tale, essa è
revisionista per natura, ossia negazionista. La Terra è stata
ritenuta a lungo piatta,
ora lo si nega. Ne consegue che decretare l’arresto delle ricerche
su un punto
qualunque del campo scientifico è negare la natura stessa della
scienza. Si vede
dunque già apparire ciò che mette gli storici in una situazione
insostenibile ponendo
i negazionisti in buona posizione: dal momento in cui si è sul
terreno scientifico, è
vietato vietare di rivedere o negare. Farlo, significa uscire dal
campo scientifico.
Significa abbandonarlo. Abbandonarlo a chi? Ai negazionisti.
L’aspetto negativo della storia scientifica consiste nel fatto che,
in mancanza di
documenti, di tracce o di altre prove materiali, è difficile, se non
impossibile,
stabilire la realtà di un fatto, anche se non c’è alcun dubbio che
sia esistito, anche se
è evidente. Il dramma è qui».
A questo punto J. Baynac si lascia sfuggire un’invettiva contro
«queste carogne di nazisti»
i quali non solo avrebbero perpetrato uno sterminio in massa, ma
«hanno voluto uccidere
sul nascere la possibilità di scrivere la sua storia». La totale
mancanza di documenti su tale
presunto sterminio sarebbe dunque il risultato di questa pretesa
volontà nazista. Baynac
presenta al riguardo alcune citazioni di storici ufficiali e
continua:
«Si potrebbero moltiplicare le citazioni di storici, ma a che pro?
Tutte dicono: non
disponiamo degli elementi indispensabili per una pratica normale del
metodo
storico. Infine - e questa è la cosa più penosa da dire e da
ascoltare, quando si sappia
quale dolore e quale sofferenza sono così non negate, ma sospese -
dal punto di
vista scientifico non esiste testimonianza accettabile come prova
indiscutibile. Non
è una questione di legittimità o di credibilità. Dipende dalla
natura stessa della
testimonianza, natura di cui lo storico non può non tener conto
senza negare la
metodologia della sua disciplina. La vera trappola tesa dai
negazionisti è qui, in
questo dilemma davanti al quale hanno spinto a porsi gli storici.
Volendo
contraddirli sul terreno scientifico, li si induce a
gridare:“Storici, i vostri
documenti!” - e bisogna stare zitti per mancanza di documenti. Ma
volendo opporsi
ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente
sogghignare:“Niente documenti?
Niente fatti. Voi fate della fiction, del mito, del sacro”».
Di fronte a questo dilemma, Baynac si chiede:
«Allora, che fare? Mobilitare ancora e sempre le divisioni pesanti
mediatiche? I
risultati si sono visti, e noi rischiamo di vedere i negazionisti
vincere a questo
sporco gioco esibendo improvvisamente un nuovo idolo mediatico e
sostituendo il
vecchio abate che hanno sfruttato fino all’osso. Sarebbe meglio
imparare la lezione
e constatare che, per vincere il negazionismo, bisogna scegliere tra
due mali.
6
O si abbandona il primato dell’archivio a favore della
testimonianza, e, in questo
caso, bisogna squalificare la storia in quanto scienza per
riqualificarla
immediatamente in quanto arte. Oppure si mantiene il primato
dell’archivio e, in
questo caso, bisogna riconoscere che la mancanza di tracce [le
manque de traces]
comporta l’incapacità di stabilire direttamente la realtà
dell’esistenza delle camere
a gas omicide.
A partire da qui, riconquistare il terreno scientifico sarà
possibile nel rispetto del
lento, laborioso e difficile terreno scientifico. Perché stabilire
che i negazionisti
hanno torto è possibile. Essi hanno infatti dimenticato un
“dettaglio”: se la storia
scientifica, in mancanza di documenti, non può stabilire la realtà
di un fatto, essa
può, con dei documenti, stabilire che l’irrealtà di un fatto è essa
stessa irreale.
Stabilendo che l’inesistenza delle camere a gas è impossibile, si
liquiderà
definitivamente la pretesa del negazionismo di porsi come una scuola
storica tra
altre e lo si costringerà ad apparire per ciò che è sin dall’inizio:
una ideologia,
quella di una setta propugnatrice di una utopia reazionaria il cui
mezzo e il cui
fine sono di cambiare il passato escludendo il reale a vantaggio del
virtuale»7
(corsivo mio).
Nel 1995 ho scritto che il revisionismo
«è essenzialmente una metodologia storiografica, la normale
metodologia
storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le branche
della storia, coll’unica
eccezione della tematica olocaustica. La negazione della realtà
storica delle camere
a gas omicide ne è la logica conclusione, in quanto questa storia è
basata su prove
che non resistono ad una critica storica seria»8.
Lo storico “antinegazionista” Jacques Baynac sottoscrive in via di
principio questa
definizione: egli dichiara che la storiografia è revisionistica per
natura, riconosce che la
testimonianza vale poco o nulla se non è confermata dal documento,
ammette perfino che,
sulla realtà delle camere a gas omicide, non esistono neppure
“tracce” documentarie;
tuttavia, sul piano pratico egli non solo afferma “ideologicamente”
una realtà storica che
non può essere provata né da testimonianze né da documenti, ma,
sulla base di una
metodologia storiografica fideistica, pretende addirittura di negare
dignità scientifica al
revisionismo perché ha il torto di mettere in atto «il postulato
della storiografia scientifica»,
cioè «niente documenti, niente fatto accertato»!
Quanto poi la mancanza di documenti sia da attribuire, con perfetto
circolo vizioso, alla
perfidia nazista (i nazisti hanno sterminato gli Ebrei ma hanno
distrutto i documenti sullo
sterminio, sicché questo non può essere dimostrato
documentariamente, ma c’è stato lo
---
7 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz,
les historiens ésquivent le débat», in: Le
Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.
8 Intervista sull’Olocausto. Edizioni di Ar, Padova, 1995, p. 11.
7
stesso) risulta chiaramente dalla enorme mole di documenti
sequestrati dai Sovietici ad
Auschwitz nel 1945, ora accessibili a Mosca nell’archivio di via
Viborgskaja9.
Il defilamento degli storici ufficiali ha avuto per gli
“antinegazionisti” altri effetti
collaterali non meno disastrosi di quelli esposti da Baynac: il
terreno lasciato libero dalla
loro coraggiosa ritirata è stato presto invaso da una masnada di
gazzettieri - brillanti
imitatori di idee altrui, acuti chiosatori di libri che non hanno
mai letto, sagaci interpreti
di stralci di documenti d’archivio di terza mano, profondi
conoscitori di luoghi che non
hanno mai visto - destinati inevitabilmente ad essere travolti
dall’inconsistenza dei loro
stessi postulati.
Di questi veri e propri dilettanti allo sbaraglio, tra i quali
spiccavano le grandi teste
pensanti di Pierre Vidal-Naquet e di Deborah Lipstadt, mi sono già
occupato altrove10.
Questo disperato assalto di sprovveduti è stato di recente
affiancato da un subdolo attacco
trasversale proveniente dal «delicato fiore dell’ etablishment
universitario». Le grandi teste
universitarie, volendo colpire il revisionismo restando al riparo
dall’eventualità - tutt’altro
che aleatoria - di perdere la faccia in un confronto personale -
cominciano a mandare in
avanscoperta un povero diavolo di studente, che fungerà da capro
espiatorio,
proponendogli una tesi di dottorato teleguidata. E il povero
diavolo, vuoi per ambizioni
carrieristiche, vuoi per vassallaggio adulatorio (il termine
studentesco è molto più colorito),
si trova sempre.
Questa nuova strategia, inaugurata nel 1996 in Francia da Florent
Brayard sotto l’egida di
Pierre Vidal-Naquet11, è apparsa ora anche in Italia, con il libro
L’irritante questione delle
camere a gas. Logica del negazionismo12 di Valentina Pisanty.
---
9 In questo archivio sono conservate, tra l’altro, circa 88.000
pagine di documenti della Zentralbauleitung di
Auschwitz, l’ufficio responsabile della costruzione dei crematori e
delle presunte camere a gas omicide!
10 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet,
Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian,
Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di
Ar, Padova, 1996; Olocausto: dilettanti a
convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002; Olocausto: dilettanti nel
web. Effepi, Genova, 2005; Ritorno dalla
luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti
specialisti dell'anti-“negazionismo”. Effepi,
Genova, 2006; riedizione ampliata: Ritorno dalla luna di miele ad
Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai
finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Con la replica alla
“Risposta a Carlo Mattogno” di Francesco
Rotondi, 2007, in:
http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.; Negare la storia?
Olocausto: la
falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, 2006.
11 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du
révisionnisme. Fayard, Parigi, 1996.
Vedi al riguardo il cap. VII (pp. 267-291) di Olocausto: dilettanti
allo sbaraglio e l’opuscolo Rassinier, il
revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard (Graphos,
Genova, 1996) da esso tratto.
12 Bompiani, Milano, 1998.
8
CAPITOLO I
I METODI DI LAVORO DI VALENTINA PISANTY
1) Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz
La prima iniziativa della nuova strategia messa in atto dal «fiore»
universitario bolognese si
rivela sin dalle prime pagine per ciò che realmente è: un tentativo
pseudoscientifico di
demolizione delle basi metodologiche del revisionismo. Vediamo
perché.
L’irritante questione delle camere a gas, spiega l’Autrice,
«prende origine da una tesi di dottorato svolta sotto la
supervisione di Umberto Eco,
Patrizia Violi e Mauro Wolf» (p. 4)13.
La terza pagina di copertina ci informa inoltre che la Pisanty
«ha conseguito il dottorato di ricerca in Semiotica presso
l’Università di Bologna».
Ci si può chiedere che cosa abbia a che fare la semiotica con la
questione storica
dell’esistenza o inesistenza delle camere a gas omicide; la risposta
è semplice: nulla. Infatti,
come recita la dichiarazione programmatica dell’Autrice, il libro in
questione non vuole
essere un’opera storiografica:
«L’obiettivo principale di questo libro non è di confutare l’ipotesi
cosiddetta
revisionista con argomentazioni di tipo storico e con il supporto
dei numerosissimi
documenti a disposizione di chiunque li voglia consultare.
Ritengo che una simile operazione di smontaggio storico sia già
stata effettuata con
successo da vari autori, tra cui Pierre Vidal-Naquet, i quali hanno
a più riprese
dimostrato l’infondatezza delle ipotesi interpretative di Rassinier
e compagni se
messe alla prova dell’evidenza documentaria.
Lo scopo che mi pongo è piuttosto di portare alla luce le strategie
persuasive
messe in atto dai negazionisti nella lettura dei documenti storici»
(p. 2).
Questa dichiarazione è fin troppo scopertamente pretestuosa: la
Pisanty pretende di
analizzare una metodologia storiografica dal punto di vista
puramente semiotico senza una
preliminare analisi storica - che dà per scontata (Pierre
Vidal-Naquet dixit) -, e senza una
preliminare preparazione storica; ella pretende di giudicare in che
modo uno storico
interpreta un documento senza esaminare il valore storico del
documento. Questo tipo di
indagine, se fosse condotta sul serio, si esaurirebbe
inevitabilmente in una sterile
esercitazione retorica, senza alcun contatto con la realtà. Proprio
qui sta la pretestuosità
della dichiarazione summenzionata: per non restare sul piano
nebuloso delle astratte
categorie semiotiche, la Pisanty è costretta ad affrontare le
problematiche storiche concrete
---
13 Per ridurre il numero delle note, indico la pagina del libro
della Pisanty alla fine di ogni citazione.
9
avanzate dai revisionisti, ad esprimere un giudizio sul loro valore
storico, dunque a far
rientrare dalla finestra ciò che aveva finto di cacciare dalla
porta.
L’irritante questione delle camere a gas è pertanto un tentativo di
confutazione delle
argomentazioni storiche revisionistiche sotto la copertura
semiotica.
La necessità di questa copertura appare manifesta quando si
consideri che questa «tesi di
dottorato» sulle camere a gas è nata e si è sviluppata non già -
come ci si sarebbe aspettati
- in un Istituto di storia moderna e contemporanea, bensì in un
Istituto di semiotica, in cui
docenti e discenti hanno necessariamente una conoscenza della storia
olocaustica pari a
quella che i docenti e discenti di filosofia possono avere della
fisica nucleare.
La necessità di questa copertura appare ancora più manifesta quando
si consideri la
competenza specifica della Pisanty, essendo ella una profonda
esperta della storia di...
Cappuccetto Rosso! In una nota ella rimanda al suo unico libro
scritto prima di quello in
esame - Leggere la fiaba - per delucidazioni, sicuramente
importantissime, «sulle
numerose letture (in chiave etnologica, psicoanalitica, mitologica,
alchemica, ecc.) della
fiaba di Cappuccetto Rosso» (p. 265, nota 29). Da Cappuccetto Rosso
ad Auschwitz: quale
mirabile travaglio interiore!
2) I «Riferimenti bibliografici» generali
Considerate la qualificazione e la competenza specifica
dell’Autrice, non stupisce che nel
suo libro l’aspetto semiotico sia di gran lunga preponderante su
quello storico. Poiché a me
interessa invece esclusivamente quest’ultimo, lascerò da parte le
prolisse e tediose analisi
semiotiche - esercitazioni dialettiche con finalità prettamente
accademiche, spesso
abilmente pilotate per poter esternare il doveroso atto di
vassallaggio adulatorio ai docenti.
Questo fastidioso groviglio di minuziose sofisticherie ha però anche
uno scopo più pratico,
rappresentando quello stratagemma che consiste nel «confondere
l’avversario con un
profluvio di parole» (p.275) che la Pisanty attribuisce naturalmente
ai revisionisti.
A questo riguardo, la pomposa bibliografia presentata dalla nostra
dottoressa è
particolarmente rivelatrice. Delle 100 opere (libri e articoli)
relative alla storiografia
ufficiale elencate alla fine del libro (pp. 279-285), appena 20 -
mal lette e mal digerite -
sono di storiografia olocaustica, una decina di critica
antirevisionistica; il resto è costituito
da un’accozzaglia di opere di argomento disparato, da Che cosa è il
cinema a L’idea
deforme. Interpretazioni esoteriche di Dante, da Problemi di
linguistica generale a i Falsi
Protocolli (dei “Savi di Sion”), da Usi “politici” della preistoria
indoeuropea a
Sémiotique, da Contro l’antisemitismo a Introduzione alla filosofia
della scienza, da Gli
atti linguistici a Secret Societies and Subversive Movements, da
L’analisi del discorso a Le
pretese scientifiche del razzismo, da I formalisti russi a Retorica
del complotto, da Lo
spirito della narrazione a Le bouc émissaire, da Umberto Eco a
Umberto Eco (la
bibliografia elenca diligentemente 5 opere del “maestro” più una
sesta in collaborazione)14.
---
14 La «tesi di dottorato» cita 9 volte Umberto Eco - il più
importante “supervisore” - il quale, con il
revisionismo e le camere a gas c’entra come i classici cavoli a
merenda. La Pisanty trova il modo perfino di
citare l’inizio del Nome della Rosa! (p. 198).
10
Completato il quadro della qualificazione e della competenza della
Pisanty, passiamo
all’esame del suo libro.
3) Il titolo
Cominciamo dal titolo del libro, L’irritante questione delle camere
a gas. Nell’
Introduzione la Pisanty spiega:
«Nella prefazione alla seconda edizione di Passage de la ligne, il
revisionista Paul
Rassinier si riferisce all’ “irritante questione” delle camere a
gas. [...]. Perché la
questione delle camere a gas è descritta come irritante? Per il
semplice motivo che
essa costituisce il maggiore ostacolo incontrato da chi, come lui,
voglia riabilitare il
regime nazista» (p. 1).
Il ragionamento sembra stringente come un sillogismo aristotelico:
il revisionista vuole
riabilitare il regime nazista; le camere a gas sono il maggior
ostacolo a questa
riabilitazione, dunque le camere a gas sono una questione irritante.
È un vero peccato che
le due premesse siano false! Per quanto concerne la frase
incriminata di Rassinier, non
esiste alcuna “seconda edizione” del Passage de la ligne; questo
scritto fu ripubblicato da
Rassinier in Le Mensonge d’Ulysse (1955)15. D’altro canto nella
prefazione a quest’opera
Rassinier scrisse esattamente il contrario di ciò che pretende la
Pisanty:
«Che degli stermini con i gas siano stati praticati mi pare
possibile, se non certo:
non c’è fumo senza arrosto»16.
Non a caso la citazione della nostra dottoressa è priva di
riferimento alla fonte: niente
editore, niente anno di pubblicazione, niente pagina.
Quanto poi alla seconda premessa, si tratta della ignobile calunnia
di Deborah Lipstadt,
alla quale ho già risposto per le rime altrove17.
In realtà, proprio perché gli storici ufficiali non sono in grado di
uscire dal dilemma
metodologico prospettato da Baynac, proprio perché non sanno che
cosa rispondere sul
piano scientifico alla domanda dei revisionisti: «Storici, i vostri
documenti!», proprio per
queste ragioni la questione delle camere a gas omicide è divenuta
per loro la questione più
irritante, tanto irritante che anche la Pisanty finge di occuparsene
senza neppure sfiorare il
nocciolo della questione.
4) La bibliografia revisionistica: preselezione del campo di
indagine
Tra i rimproveri che la Pisanty muove ai revisionisti c’è quello
secondo il quale essi
«operano una preliminare selezione del materiale storico» (p. 13).
Vedremo poi quanto
questo rimprovero sia fondato. Qui rilevo che questo è in realtà
proprio il principio
metodologico generale che condiziona la struttura stessa del libro
in oggetto. L’esame della
---
15 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du
révisionnisme, op. cit., p. 33 e 449.
16 Idem, p.282.
17 Vedi Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 145-152.
11
bibliografia “negazionista” addotta dalla dottoressa Pisanty è
sufficiente per mostrare
apertamente quale sia la buona fede dell’Autrice.
La bibliografia contiene 32 titoli (pp. 285-286).
Per quanto riguarda l’aspetto qualitativo, la bibliografia è
un’accozzaglia di libri, opuscoli
e articoletti vari. Tra i titoli citati figurano:
- 4 opere letterarie (!) di Robert Faurisson,
- 2 opere di Maurice Bardèche che non hanno nulla a che vedere con
il revisionismo,
- 3 opuscoli che sono da relegare nell’angolo delle curiosità
storiografiche (The Myth of the
Six Million e gli scritti di R.Harwood e di Th. Cristophersen),
- 1 scritto del “NOI (Nation of Islam)” che non ha niente a che fare
con il revisionismo,
- 1 articolo apparso in forma anonima nelle Annales d’Histoire
Révisionniste che formula
ipotesi insensate le quali mettono in causa solo l’autore,
- 1 articolo molto modesto sul film Shoah apparso parimenti nelle
Annales d’Histoire
Révisionniste.
Dal punto di vista cronologico, le opere citate sono ripartite così:
- 16 titoli sono anteriori al 1980 (dal 1948 al 1978),
- 14 titoli sono anteriori al 1990 (dal 1980 al 1988),
- 2 titoli si riferiscono agli Novanta (1991 e 1995).
Gli unici due scritti apparsi negli anni Novanta menzionati dalla
Pisanty sono il già
menzionato libro (?) del “NOI” (The Secret Relationship between
Blacks and Jews: il titolo
è tutto un programma!) e il libro di Roger Garaudy, che si limita a
divulgare qualche tesi
revisionistica.
Quanto alla lingua, i titoli citati dalla Pisanty sono quasi tutti
in italiano, francese ed
inglese. I due soli autori tedeschi menzionati nella bibliografia
sono citati in traduzione
francese (Wilhelm Stäglich) o inglese (Udo Walendy) - e già da ciò
si può desumere quale
sia la conoscenza del tedesco dell’ Autrice. Particolarmente comica
poi è la sua
attribuzione del rapporto Leuchter - in tedesco! - a Udo Walendy18.
Che cosa significano questi dati? Per rispondere a questa domanda
confrontiamo la finta
bibliografia della Pisanty con la vera bibliografia revisionistica
essenziale che ho riportato
nel libro già citato Olocausto: dilettanti allo sbaraglio (pp.
308-309) e che rispecchiava
abbastanza bene lo status delle conoscenze revisionistiche fino al
1995.
Dal punto di vista qualitativo, la bibliografia contiene tutti i più
importanti contributi di
ricercatori o divulgatori di buon livello: Enrique Aynat, John Ball,
Jena-Marie Boisdefeu,
Arthur Butz, Robert Faurisson, Jürgen Graf, Pierre Guillaume,
Michael Hoffman, Robert
Lenski, Pierre Marais, Germar Rudolf, Walter Sanning, Wilhelm
Stäglich, Steffen Werner.
Per quanto concerne la data di pubblicazione, delle 30 opere
menzionate:
- 2 sono anteriori al 1980,
- 9 sono anteriori al 1990,
- 19 opere sono apparse tra il 1990 e il 1995.
Quanto alla lingua:
---
18 U. Walendy ha soltanto pubblicato la traduzione tedesca di un
estratto del rapporto americano di Fred
Leuchter (An engineering report on the alleged execution gas
chambers at Auschwitz, Birkenau and
Majdanek Poland. Prepared for Ernst Zündel. April 5, 1988 by Fred A.
Leuchter, Jr. Chief Engineer. Fred A.
Leuchter, Associates, 231 Kennedy Drive Unit # 110, Boston,
Massachusetts 02148).
12
- 10 opere sono in francese,
- 9 sono in tedesco,
- 6 in inglese,
- 3 in spagnolo,
- 2 in italiano (questa bibliografia non comprende le mie opere).
I testi anteriori al 1980 (A.Butz, W.Stäglich) e dell’inizio degli
anni Ottanta (R.Faurisson)
sono ormai ampiamente superati e, in generale, hanno importanza più
per i problemi che
sollevano che per le soluzioni che propongono.
Tornando alla nostra dottoressa in semiotica, risulta evidente che
l’esame critico del
revisionismo che ella vuole presentare al lettore è inficiato e
falsato già in partenza da una
disonesta delimitazione del campo di indagine che esclude a priori
l’80% quantitativo e
qualitativo della letteratura che dovrebbe costituire l’oggetto
della sua indagine.
Il trattamento che la Pisanty infligge alle 4 riviste
revisionistiche più importanti è ancora
più spietato:
- la rivista Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung19 -
attualmente la più
importante rivista revisionistica - viene liquidata direttamente
senza neppure una menzione;
- la stessa sorte tocca alla Revue d’Histoire Révisionniste, che
contiene parecchi articoli di
buon livello;
- la rivista Annales d’Histoire Révisionniste subisce una drastica
selezione: su una trentina
di articoli che appaiono nei suoi 8 numeri, la Pisanty ne sceglie 2:
i peggiori;
- la rivista The Journal of Historical Review subisce una selezione
ancora più drastica: tra
le centinaia di articoli pubblicati (il primo numero è apparso nel
1980) la Pisanty ne sceglie
ben tre! Inutile dire che si tratta di scritti del tutto marginali
rispetto alla questione centrale
delle camere a gas omicide, alla quale sono invece specificamente
dedicati vari articoli.
Naturalmente neppure i miei scritti sfuggono alla regola
metodologica della dottoressa
Pisanty: anche nel mio caso ella opera una spietata selezione
liquidando senza mezzi
termini tutti i miei scritti più importanti - le 5 opere apparse dal
1991 al 1996; inoltre, dei
9 scritti precedenti (dal 1985 al 1988) la Pisanty ne selezione solo
3. In pratica, ella prende
in considerazione solo 3 delle mie 14 opere apparse in italiano fino
al 1996.
La cosa più grave è che la Pisanty, che riprende le metodologie
truffaldine e le
argomentazioni capziose dei suoi maestri, evita accuratamente di
menzionare proprio
l’opera che le demolisce sistematicamente: Olocausto: dilettanti
allo sbaraglio. Certo, è
più facile fare finta di niente piuttosto che rispondere,
soprattutto quando non si hanno
argomenti.
La strategia della Pisanty è dunque semplice. Ella opera anzitutto
una selezione
preliminare nella quale scarta i testi che espongono le tesi
fondamentali revisionistiche (di
carattere soprattutto storico-tecnico), alle quali la povera
dottoressa in semiotica non
saprebbe che cosa controbattere. Il restante 20% che ella prende in
considerazione è per di
più alquanto datato; come ho accennato sopra, si tratta di testi
(Rassinier, Butz, Faurisson,
Stäglich) il cui merito maggiore consiste nell’aver additato una
direzione di ricerca che
successivamente si è sviluppata raggiungendo livelli
incommensurabilmente superiori. In
---
19 Stiftung Vrij Historisch Onderzoek, Postbus 60, B-2600 Berchem,
Belgio. Il primo numero è uscito nel
marzo 1997.
13
questi testi la Pisanty opera una ulteriore selezione isolando
quattro temi generali20,
all’interno dei quali isola di nuovo le argomentazioni
revisionistiche che ritiene di poter
confutare (vedremo poi come).
In particolare ella tralascia tutte le questioni tecniche - che sono
l’aspetto essenziale della
struttura argomentativa revisionistica -, a cominciare dal rapporto
Leuchter, che
evidentemente neppure conosce21. Ma anche ciò è comprensibile: qui
non si tratta di
disquisire su Cappuccetto Rosso. E infatti quando talvolta ella
azzarda qualche spiegazione
tecnica, fa delle figure come questa. Confutando l’affermazione
(errata) di J. Gillot (il cui
unico merito è di aver scritto un mediocre articolo sul film di
Claude Lanzmann “Shoah”)
secondo la quale era impossibile accedere nelle camere a gas di
Treblinka se non dopo una
ventina di ore di aerazione, la Pisanty spiega:
«Ciò è semplicemente falso. Il gas letale impiegato a Treblinka era
il monossido di
carbonio e non lo Zyklon B (come invece sostiene questo negazionista
minore e
decisamente poco informato): pochi minuti di areazione [sic!] sono
ampiamente
sufficienti affinché il CO si trasformi in CO2» (p. 188).
Dunque il CO non si trasforma in CO2 per combustione, come si
insegna erroneamente in
tutti gli Istituti di chimica22, ma per aerazione! Sulle altre
cantonate di questo calibro prese
dalla nostra dottoressa (tra cui quella tragico-comica del recupero
del grasso umano) mi
soffermerò successivamente. Per amor del vero, la Pisanty prende
enormi cantonate
anche in campo storico, come quando scrive che
«anche il lager di Dachau stava per essere fornito di una camera a
gas (come risulta
dalla corrispondenza tra Berlino e la Topf)» (p. 182, corsivo mio),
ignorando che l’unico contatto della ditta Topf con questo campo
riguardò l’installazione
del forno crematorio a 2 muffole costruito nel vecchio crematorio.
Riprendiamo l’analisi della strategia della Pisanty. Alla
letteratura dei precursori del
revisionismo ella mescola una serie di libelli e articoletti di
personaggi insignificanti che
pone più o meno sullo stesso piano di coloro che all’epoca erano i
rappresentanti del
revisionismo nascente, infierendo su personaggi assolutamente
irrilevanti, come l’anonimo
articolista delle Annales d’Histoire Révisionniste (p. 26 e 193), W.
Grimstadt (p. 229), L.
Stielau (chi era costui?) (p. 53) - il che è come dire: mettere
sullo stesso piano V. Pisanty e
Raoul Hilberg.
Questo volgare trucco metodologico, che costituisce la condicio sine
qua non
dell’esistenza stessa del libro, ne infirma dunque a priori il
valore scientifico. L’operazione
compiuta dalla Pisanty è analoga a quella che effettuerebbe chi,
volendo confutare la tesi
dello sterminio ebraico ad Auschwitz, prendesse di mira il
Dizionario del Nazismo di
---
20 Il diario di Anna Frank, il diario del dott. Kremer, il rapporto
Gerstein e le annotazioni di Höss. Vedi
capitoli III-V.
21 La Pisanty cita Fred Leuchter due volte: la prima come testimone
al processo Zündel del 1988 (l’Autrice
scrive erroneamente 1987)(p. 20), la seconda come titolare di un
sito Internet (p .22). Come ho già segnalato,
nella bibliografia ella attribuisce il rapporto Leuchter - in lingua
tedesca - a Udo Walendy!
22 Michele Giua e Clara Giua-Lollini, Dizionario di chimica generale
e industriale. Unione Tipografico-
Editrice Torinese, Torino, 1948, vol. I, p. 500: «L’anidride
carbonica si forma: 1° Per combustione del
carbonio o dell’ossido di carbonio:
C + O2 ?? CO2 2 CO + O2 ?? 2CO2».
14
Gustavo Ottolenghi23 invece dei libri di Pressac. In breve, il campo
d’indagine della Pisanty
è una minima parte del campo d’indagine revisionistico e l’oggetto
dell’indagine della
Pisanty non è il revisionismo, ma una parodia di esso.
Il ricorso a questo volgare trucco non dipende soltanto da qualche
enorme lacuna
nell’onestà intellettuale dell’Autrice, ma ha inoltre una
spiegazione pratica:
sfortunatamente la grossa testa pensante della polemica
antirevisionistica - Pierre Vidal-
Naquet - ha pensato fino al 1987 (e ormai non penserà più)24,
perciò, per il periodo
successivo, gli umili adepti del Verbo del Maestro si trovano
spiazzati, non essendo in
grado di pensare da soli. La cosa migliore, dunque, è tacere. Unica
eccezione, le critiche
che la Pisanty rivolge alle mie argomentazioni. Trovatasi senza
guida, l’Autrice ha dovuto
improvvisare e creare, grazie alle sue indubbie capacità semiotiche,
dei sofismi passabili.
Vedremo nei capitoli successivi quanto valore abbia questa
simulazione di pensiero.
5) Le citazioni
Nel profluvio delle disquisizioni semiotico-metodologiche addotte
dalla Pisanty
apparentemente allo scopo di mettere al riparo il lettore dalle
perfide insidie revisionistiche,
l’Autrice menziona la seguente:
«Al lettore del saggio storico è richiesto un atto di fiducia basato
sul riconoscimento
dell’autorità dello scrittore in quanto soggetto competente nella
materia di cui il
saggio tratta. Solo così è possibile arrestare momentaneamente la
continua richiesta
di prove supplementari (tipica di un’interpretazione sospettosa) che
inibirebbe lo
svolgersi della narrazione storica» (p. 202).
Al lettore di questo libro sulle camere a gas è dunque richiesto un
atto di fiducia basato
sulla competenza dell’Autrice in ... Cappuccetto Rosso.
La Pisanty prosegue.
«Tale riconoscimento di una competenza autoriale è accompagnato
dalla
possibilità, offerta al lettore, di verificare da sé se la sua
fiducia sia stata
saggiamente riposta: grazie alla citazione delle fonti documentarie,
infatti, egli
può ricostruire il percorso interpretativo intrapreso dallo storico
per valutarne
l’appropriatezza, ovvero l’adesione o meno a principi epistemologici
generalmente
accettati» (p. 202, corsivo mio).
L’Autrice rileva inoltre che
«così come l’insufficienza di indicazioni bibliografiche, anche
l’eccesso informativo
(in quanto fonte di “rumore”) blocca l’iniziativa personale del
destinatario,
---
23 Sugarco Edizioni, 1995. Non posso resistere alla tentazione
segnalare almeno qualcuna delle enormi
corbellerie che si possono leggere in questo libro: Il campo di
Auschwitz era dotato di «10 forni crematori»
(p. 8), quello di Birkenau di «12 crematori» (p. 12); i campi di
Belzec e di Sobibór, dove non sono mai
esistiti forni crematori, ne avevano ben 12 ciascuno (p. 11 e 93);
«Abwanderung», che significa
“emigrazione”, è spiegato come «Ufficio Alto Comando delle forze
armate per la difesa all’estero
(spionaggio e controspionaggio)» (p. 7), dove Ottolenghi confonde
con “Abwehr”; le camere a gas non sono
“Gaskammern” bensì «Gaszimmer» («stanze a gas»)! (p. 15 e 39), ecc.
ecc.
24 P. Vidal-Naquet è deceduto il 29 luglio 2006.
15
costringendolo a ripiegare sul metodo dell’autorità per ricavare un
senso dal
testo» (p. 276).
Vediamo dunque se la Pisanty offra sempre al lettore la possibilità
di questa verifica e se il
lettore possa riporre «saggiamente» la propria fiducia in lei.
Le citazioni della Pisanty si dividono in due grandi categorie:
quella dei testi che ha letto e
che indica con il riferimento esatto (autore, titolo, anno di
pubblicazione e pagina) e quella
dei testi che non ha letto ma che finge di aver letto e spaccia per
sue. La seconda categoria
comprende parecchie citazioni di seconda o di terza mano per le
quali l’Autrice non sa
indicare il riferimento completo.
Come ho già rilevato nel § 3, il titolo stesso del libro si fonda
già su questo trucco che mira
evidentemente ad un «eccesso informativo» per bloccare «l’iniziativa
personale del
destinatario»: la finta citazione è introdotta con la formula «nella
prefazione alla seconda
edizione di Passage de la ligne» e questo è tutto. Naturalmente
quest’opera di Rassinier
non appare neppure nella bibliografia della Pisanty, sicché per il
lettore che non sia uno
specialista della materia la verifica è impossibile. Già il titolo
stesso del libro richiede
perciò un cieco atto di fede da parte del lettore.
A p. 53 la Pisanty presenta una citazione di tal fatta con questa
sola indicazione:
«Sempre nel 1958, l’insegnante Lothar Stielau di Lubecca, che vanta
un passato di
dirigente della Hitlerjugend, scrive un saggio teatrale in cui
inserisce la seguente
frase: ...» (p. 53).
La citazione della pagina seguente viene presentata così:
«Questa è la posizione sostenuta da Teresa Hendry in un articolo
pubblicato nel
1967 dalla rivista The American Mercury. La Hendry scrive: ...»
(p.54).
Si tratta di una citazione di terza mano alla quale la Pisanty è
giunta tramite Deborah
Lipstadt, la quale, pur non citando direttamente il testo in
questione, fornisce le seguenti
indicazioni blibliografiche:
«Teressa Hendry, “Was Anne Frank’s Diary a Hoax?” American Mercury
(Summer
1967), reprinted in Myth of the Six Million, pp.109-111»25.
Questo libretto contiene effettivamente la ristampa dell’articolo in
questione, insieme ad
altri quattro articoli tratti da The American Mercury e con il
riferimento cronologico
(Summer 1967)26, ma non è la fonte della citazione in questione,
perché la Pisanty lo
conosce solo attraverso la Lipstadt27 e Mattogno28.
A p. 55 la Pisanty cita Irving con questa semplice spiegazione:
«Nel 1975 lo storico revisionista/negazionista David Irving scrive,
nell’introduzione
al suo Hitler and His Generals: ...».
Quest’opera non appare neppure nella bibliografia della Pisanty.
Nella stessa pagina l’Autrice offre un’altra citazione che introduce
così:
«Anche Faurisson, in un primo tempo, si riallaccia all’ipotesi Levin
per screditare il
diario di Anne Frank: in una lettera inviata a Jean-Marc Théolleyre
nel settembre
---
25 Deborah Lipstadt, Denying the Holocaust. The Growing Assault on
the Truth and Memory. A Plume
Book, New York, 1994, p. 270.
26 Anonymous, The Myth of the Six Million. The Noontide Press, 1978,
p.104 (il testo dell’articolo si trova
alle pp. 109-111).
27 Deborah Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., p. 105.
28 Vedi cap. II,1.
16
1975 a proposito di un’opera di Hermann Langbein su Auschwitz, egli
scrive: ...»
(p.55).
La fonte? Mistero!
A p. 153 appare una citazione di Stäglich senza indicazione del
numero di pagina.
La stessa cosa vale per la citazione di Höss a p.157.
A p. 178 la Pisanty scrive:
«Nonostante dichiari, come tutti gli antisemiti, di non essere un
antisemita,
Bardèche sostiene che gli ebrei sono stranieri e dunque non si vede
il motivo per cui
un francese si debba preoccupare del loro destino:
“Non mi sento tenuto a prendere particolarmente la difesa degli
ebrei, non più di
quella degli slavi o di quella dei giapponesi. [...]. Non sento una
preferenza
particolare nei confronti degli ebrei che abitano in Francia e non
vedo perché dovrei
averne”» (p. 178).
Qui la Pisanty ha fornito tutti i dati per la verifica. Verifichiamo
dunque. Ecco il testo
originale del passo di M. Bardèche:
«Je ne me sens pas tenu de prendre particulièrement29 la défense des
juifs, pas plus
que celle des Slaves ou celle des Japonais: j’aimerais autant qu’on
cesse de
massacrer sans raison les juifs, les Slaves et les Japonais, et
aussi les Malgaches,
les Indochinois ou les Allemands des Sudètes. C’est tout. Je ne me
sens pas
d’élection spéciale à l’égard des juifs qui habitent la France et je
ne vois pas
pourquoi il faudrait que j’en aie»30.
Come si vede, la Pisanty, con una pia omissione, ha falsato
completamente il senso del
testo. Il passo omesso suona: «vorrei tanto che si cessi di
massacrare senza ragione gli
Ebrei, gli Slavi e i Giapponesi, e anche i Malgasci, gli Indocinesi
o i Tedeschi dei Sudeti.
Tutto qui».
Il bello è che la nostra dottoressa, la quale dedica pagine e pagine
alla correttezza
metodologica, scrive indignata:
«Le citazioni tratte dai discorsi degli avversari vengono spesso
decontestualizzate,
amputate selettivamente o accompagnate da espressioni come
“sorprendentemente”,
“inspiegabilmente”, “sic”, volte a screditare la figura
dell’enunciatore» (p. 232,
corsivo mio).
Così sappiamo anche che lo scopo della sua «amputazione selettiva» è
quello di
«screditare la figura dell’enunciatore»: Maurice Bardèche.
A pagina 185 la Pisanty presenta due citazioni di miei testi senza
indicazione della pagina
e a p. 234 una citazione di Faurisson precisando che si tratta di
«un brano, tratto da
Faurisson»!
Nella discussione su Höss, ella finge di conoscere il testo tedesco
e di citarlo a beneficio
del lettore secondo la traduzione italiana:
«Le nostre informazioni sulla storia personale di Höss ci giungono
per lo più dalla
sua autobiografia (Kommandant in Auschwitz, d’ora in poi KiA)
redatta nella
prigione di Cracovia tra il gennaio e il febbraio 1947 mentre Höss
attendeva la sua
esecuzione» (p. 132).
---
29 In corsivo nel testo originale.
30 Maurice Bardèche, Nuremberg ou la terre promise. Les Sept
couleurs, Parigi, 1948, p. 191.
17
Per questo - e per la sua profonda ignoranza dell’aspetto tecnico
della questione, citando il
passo relativo al “processo di sterminio” ad Auschwitz, neppure si
accorge degli svarioni
della traduttrice italiana. Il testo tedesco dice:
«Die Tür wurde nun schnell zugeschraubt und das Gas sofort durch die
bereitsstehenden Desinfektoren in die Einwurfluken durch die Decke
der
Gaskammer in einen Luftschacht bis zum Boden geworfen»31, cioè:
«Allora la porta veniva rapidamente serrata a vite32 e il gas veniva
gettato
immediatamente dai disinfettori negli abbaini di versamento
attraverso il soffitto
della camera a gas in un pozzo di ventilazione33 fino al pavimento».
Nella traduzione italiana34 citata da V. Pisanty il passo viene reso
così:
«Quindi si chiudevano rapidamente le porte e il gas veniva
immediatamente fatto
uscire dagli appositi serbatoi e immesso, attraverso fori praticati
nel soffitto, in un
pozzo d’aerazione che li faceva arrivare fino al pavimento» (p.
140).
Dunque la sprovveduta traduttrice35 scambia i Desinfektoren
(«disinfettori»), cioè il
personale del Desinfektionskommando (squadra di disinfestazione)
diretto dall’ SSOberscharführer
Joseph Klehr, un servizio dei Sanitätsdienstgrade (personale
sanitario
ausiliario) addetto all’impiego dello Zyklon B a scopo di
disinfestazione, con dei
«serbatoi» e la Pisanty non se ne accorge neppure!
Chiudo questa rapida carrellata con la citazione fantasma di
Rassinier che la Pisanty
riporta a p. 62:
«“Questo Kurt Gerstein non ha decisamente il compasso nell’occhio, e
per un
ingegnere non è molto lusinghiero” (Rassinier, 1964: 63)».
Qui il riferimento sembra completo: ma a quale opera si riferisce?
Nella bibliografia la
Pisanty menziona solo due opere di Rassinier, ma nessuna delle due è
del 1964:
«Rassinier, Paul.
1950 Le mensonge d’Ulysse. Éditions Bressanes (tr. It. 1966, La
Menzogna di
Ulisse, Milano, Le Rune)
1967 Les responsables de la seconde guerre mondiale. Paris,
Nouvelles Éditions
Latines» (p. 286).
---
31 Kommandant in Auschwitz. Autobiographische Aufzeichnungen des
Rudolf Höss. Herausgegeben von
Martin Broszat. DTV Verlag, Monaco, 1981, p. 171.
32 Il verbo “zuschrauben” qui si riferisce propriamente
all’avvitamento del bullone a farfalla della leva di
chiusura di una porta di legno a tenuta di gas.
33 Il Leichenkeller 1 (presunta camera a gas omicida) dei crematori
II e III, al quale si riferisce Höss, era
collegato, attraverso due canali murati all’interno dei muri
laterali, a due pozzi di aerazione e disaerazione
(Be- und Entlüftungsschächte) verticali installati all’esterno del
locale e che sbucavano in appositi comignoli
sul tetto del crematorio. Höss allude invece alle presunte colonne
di rete metallica (M.Kula) o di lamiera
forata (M.Nyiszli) la cui parte superiore sbucava dal soffitto della
“camera a gas” in un apposito camino. Un
tale congegno, mai esistito, si sarebbe potuto chiamare
“Vergasungsschacht”, pozzo di gasazione, ma non
certo “Luftschacht”, pozzo di aerazione.
34 Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss.
Einaudi, Torino, 1985, p.187.
35 A p. 180 la traduttrice rende l’espressione «fünf 3-Kammer-Öfen»
(«cinque forni a tre camere di
cremazione») con «cinque forni a tre stanze», e l’espressione «je
zwei 4-Kammer-Öfen» («due forni a
quattro camere di cremazione ciascuno», cioè un forno a 8 muffole in
ciascuno dei crematori IV e V) con
«due [forni] ogni quattro locali»! Cfr. Kommandant in Auschwitz, op.
cit., pp. 164-165.
18
L’unica opera di Rassinier apparsa nel 1964 è Le Drame des Juifs
européens, che però la
Pisanty non menziona. Come si spiega questo piccolo mistero? In modo
molto semplice:
la Pisanty ha copiato Brayard. All’inizio di p. 101 l’Autrice
riporta infatti una citazione del
suddetto libro del 1964 traendola da p. 336 del libro di Brayard più
volte menzionato, ma
sbagliando perfino il numero di pagina: «Rassinier, 1964: 225» (p.
268). In realtà Brayard
cita da p. 62 de Le Drame des Juifs européens.
6) I documenti
Le osservazioni precedenti mettono già in chiaro che l’onestà
intellettuale della dottoressa
Pisanty non è poi così cristallina come vorrebbe far credere al
lettore. Ma c’è di peggio. L’
Autrice non fornisce i riferimenti esatti neppure dei documenti che
cita. La cosa non
stupisce, perché essa li trae quasi sempre dai testi revisionistici,
e dover ammettere ciò, per
una olo-ricercatrice universitaria, sarebbe troppo imbarazzante.
Ella dedica parecchie pagine all’analisi del diario del dottor
Kremer (pp. 68-84) e
presenta perfino il testo tedesco di alcuni brani di esso (pp.
266-267), ma senza mai
indicare la fonte del documento. L’unico indizio si trova nella
bibliografia: «Kremer,
Johann Paul, 1971 Hefte von Auschwitz, Oswiecim, Staatliches
Auschwitz-Muzeum» (p.
282). Ma la Pisanty conosce questo testo solo tramite le citazioni
di Faurisson36.
Il testo del rapporto Gerstein del 26 aprile 1945 che la Pisanty
offre alle pp.253-262 è
tratto senza indicazione dalla tesi di laurea di Henri Roques37.
La citazione del documento in olandese Tötungsanstalten in Polen è
una mia traduzione
che la Pisanty ha tratto senza riferimento da uno dei miei libri38.
Segnalerò
successivamente altri casi di questa disinvolta metodologia
dell’Autrice39.
---
36 R. Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de
falsifier l’histoire. La question des
chambres à gaz. La Vieille Taupe, Parigi, 1980, pp. 13-64 e 105-107.
37 André Chelain, Faut-il fusiller Henri Roques? Polémiques, Parigi,
1986, pp. 289-294.
38 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso. Sentinella d’Italia,
Monfalcone, 1985, p. 100.
39 Vedi capitoli IV e V.
19
CAPITOLO II
LE FONTI DI VALENTINA PISANTY: ANATOMIA DI UN PLAGIO
1) Il plagio storico-critico e argomentativo
Nel libro della Pisanty l’appropriazione indebita (senza riferimento
alla fonte) di fonti o
documenti di altre opere non è un fenomeno sporadico, ma una vera e
propria
metodologia. Non è esagerato dire che il suo intero libro è, in
massima parte, il risultato di
un inverecondo saccheggio di testi altrui, revisionistici e non
revisionistici, dalle chiavi
interpretative alle argomentazioni, dalle obiezioni agli
inquadramenti storici, fino alle
osservazioni e alle spiegazioni più minute.
Passiamo dunque all’esame di questo aspetto poco edificante del
libro della Pisanty.
Per dimostrare le presunte strategie ingannatrici dei revisionisti,
l’Autrice seleziona
quattro temi fondamentali: il diario di Anna Frank, il diario del
dott. Kremer, il rapporto
Gerstein e le “memorie” di Höss. Alla discussione di questi temi
ella dedica quasi la metà
del libro; il resto è costituito da una tediosa congerie di
disquisizioni metodologiche e di
sottigliezze semiotiche.
Vediamo anzitutto da quali testi sia tratta la struttura
argomentativa storico-critica del libro.
• I negazionisti americani e inglesi
L’intero paragrafo (pp. 12-14) è un collage di elementi tratti da
Denying the Holocaust
della Lipstadt senza alcun riferimento alla fonte. Elenco
nell’ordine i saccheggi della
Pisanty:
- F. P. Yockey dalle pp. 146-147, inclusa la citazione che comincia
con le parole «l’Ebreo è
spiritualmente logorato...», la quale è tratta da p. 147 («The Jew
is spiritually worn out...»).
- H. R. Barnes dalle pp. 67-76, in particolare:
• The Struggle against Historical Blackout da p. 69;
• Blasting the Historical Blackout da p. 73;
• Revisionism: A Key to Peace da p. 76;
• The Myth of the Six Million da p. 105.
Segue un’informazione falsa tratta da Vidal-Naquet che la Pisanty
cita a senso («...l’opera
di Thies Christophersen, citata invariabilmente da tutti i
negazionisti..»: p. 13)40, indi
riprende il saccheggio del libro della Lipstadt:
---
40 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria. Editori Riuniti,
Roma, 1993, p. 41: «Th. Christophersen, il
testimonio dei revisionisti...» (corsivo dell’Autore).
20
- D. Hoggan dalle pp. 71-73;
- W. Carto da p. 146, inclusa la citazione relativa agli Ebrei come
«Nemico Pubblico n.1»
(«The Jews were “Public Enemy No.1”»: p. 147).
- Il plagio continua con le otto asserzioni di A. App che espongo
nel paragrafo seguente;
- R. Harwood da p. 105 e seguenti.
Il paragrafo L’Institute for Historical Review (pp. 17-19) è tratto
dall’omonimo capitolo
della Lipstadt (pp. 137-156), ma la storia di M. Mermelstein, di cui
mi occuperò subito, è
presa da Vidal Naquet.
Il paragrafo La propaganda nelle università (pp. 19-20) è tratto dal
capitolo 10 del libro
della Lipstadt (pp. 183-208).
Il paragrafo I processi canadesi (pp. 20-21) è ripreso dal capitolo
9 del medesimo libro
(pp. 157-182), dove, tra l’altro, la Pisanty si appropria (p. 20)
anche della citazione
iniziale di «The Hitler We Loved and Why» (Lipstadt, p. 157).
• La storia di Mel Mermelstein
Al riguardo la Pisanty riferisce quanto segue:
«Nel 1981 l’Institute of Historical Review annuncia che pagherà una
ricompensa di
50.000 dollari a chiunque possa dimostrare inequivocabilmente
l’esistenza delle
camere a gas. Naturalmente si tratta di una mossa pubblicitaria,
basata sull’assunto
che, se le uniche testimonianze irrefutabili sono quelle dirette, è
improbabile che chi
abbia avuto l’esperienza diretta della camera a gas possa essere
vivo per
raccontarla. La commissione è composta da Faurisson, Butz, Felderer,
ecc. Mel
Mermelstein, ex detenuto di Auschwitz la cui famiglia è stata
massacrata dai nazisti,
manda un plico di documenti che l’ IHR rifiuta come non validi.
Mermelstein fa
ricorso legale, e nel 1985 la Corte Suprema di Los Angeles ordina
all’Istituto di
pagare 90.000 dollari a Mermelstein” (pp. 262-264, corsivo mio).
La storia è tratta da Vidal-Naquet41, con un altro prestito dalla
Lipstadt per quanto riguarda
la cifra42.
L’onestà della Pisanty è pari a quella del suo Maestro. Vediamo come
si sono svolti i fatti.
Dopo il ricorso alla magistratura di Mermelstein, che aveva inviato
all’ Institut una
semplice dichiarazione, il giudice T. Johnson della Corte Superiore
della California prese
judicial notice dello sterminio ebraico ad Auschwitz, cioè lo
assunse come un dato di fatto
dimostrato, ponendo Mermelstein nella condizione di aver ragione a
priori in un eventuale
processo. Per evitare ciò, l’ Institut scelse la via del
patteggiamento, e il 22 luglio 1985, di
fronte al giudice della Corte Superiore R.L. Wenke, i due
contendenti concordarono un
risarcimento di 90.000 dollari (Mermelstein ne aveva chiesti
500.000). Nell’agosto 1986
Mermelstein tornò all’attacco pretendendo di essere stato diffamato
dall’ Institut. Nel 1991
egli riuscì ad ottenere una seconda judicial notice delle gasazioni
omicide ad Auschwitz,
ma perdette comunque il processo successivo e anche il suo ricorso
alla Corte di Appello
ottobre) fu respinto43.
---
41 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p.133.
42 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., p.141.
43 Theodore J.O’Keefe, «Best Witness”: Mel Mermelstein vs. the IHR»,
in: The Journal of Historical
Review, n. 1, gennaio-febbraio 1994, pp. 25-32; IHR Newsletter n.
33, agosto 1985.
21
La «Dichiarazione di Melvin Mermelstein» in virtù della quale il
testimone pretendeva di
“dimostrare” la realtà delle gasazioni omicde ad Auschwitz, si
articola in 21 punti, di cui
solo due forniscono la fatidica “prova”:
«10.Osservai il crematorio con i suoi quattro alti camini che
vomitavano fumo e
fiamme.
11.Il 22 maggio 1944 osservai gli edifici usati come camere a gas e
vidi una
colonna di donne e bambini che furono spinti nel tunnel che portava
alle camere a
gas, che, come accertai successivamente, era la camera a gas numero
5»44.
Ma nessun crematorio di Birkenau aveva quattro camini: i crematori
II e III ne avevano uno
ciascuno, i crematori IV e V due ciascuno. Inoltre l'uscita di
fiamme dai camini dei
crematori era tecnicamente impossibile45. La presunta «camera a gas
numero 5» era il
crematorio V, che però non aveva alcun «tunnel», essendo
completamente al livello del
suono.
Dunque un volgare falso testimone “risarcito” a peso d'oro!
• Robert Faurisson critico “letterario”
A mo’ di introduzione generale ai temi storici da lei trattati, la
Pisanti premette
un’indagine su «Faurisson critico letterario». A questo tema, che
riguarda esclusivamente
la critica letteraria, l’Autrice dedica oltre dieci pagine (pp.
33-44). Non starò a tediare il
lettore con le profonde disquisizioni della nostra dottoressa sull’
interpretazione di
«Voyelles» da parte di Faurisson o sul suo «fondamentalismo» o
«ermetismo». Mi limito
soltanto a segnalare che qui la Pisanty si è appropriata in modo
inverecondo dell’analisi e
delle tesi di Brayard46, che ella, tralasciando la bibliografia,
cita una sola volta, così:
«Per una bibliografia dettagliata di Rassinier, v. Brayard, 1996»!
(p. 263).
• Il diario di Anna Frank
L’inquadramento storico presentato dalla Pisanty è tratto
essenzialmente, come al solito
senza riferimento alla fonte, dal libro di Deborah Lipstadt47 (che,
in questo contesto, l’
Autrice cita marginalmente ed esclusivamente riguardo a Ditlieb
Felderer, cui del resto
dedica dieci righe) e dal libro sul quale la Lipstadt basa le sue
affermazioni (citandolo
correttamente): «Attacks on the Authenticity of the Diary», Diary of
Anne Frank di D.
Barnouw. Il plagio è particolarmente evidente nel paragrafo «Gli
attacchi all’autenticità dei
diari di Anne Frank», che si apre con queste parole:
---
44 Mel Mermelstein, By bred alone. The story of A-4685. Auschwitz
Study Foundation, Inc. Huntington
Beach, California, 1981, p. 277.
45 Vedi al riguardo il mio articolo «Flammen und Rauch aus
Krematoriumskaminen», in: Vierteljahreshefte
für freie Geschichtsforschung, anno 7, n. 3-4, dicembre 2003, pp.
386-391.
46 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du
révisionnisme, op. cit., pp. 422-448. In
particolare, la Pisanty ha tratto l’interpretazione di «Voyelles»
(pp. 34-35) dalle pp. 427-428 di Brayard; la
tesi del «fondamentalismo» di Faurisson (pp. 36-38) dalle pp.
427-428 (dove Brayard disquisisce sulla
«critique littéraire totalitaire» e sulla univocità semantica del
linguaggio secondo Faurisson); la questione
dell’ «ermetismo» di Faurisson (pp. 38-42) dalle pp. 434-435
(perizia sulla penna Bic), la questione della
«mistificazione» (pp. 42-44) dalle pp. 431-432.
47 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., pp. 229-235.
22
«Il primo a mettere in dubbio l’autenticità dei diari è il danese
Harald Nielsen che,
in un articolo pubblicato in Svezia nel 1957 (nel giornale Fria
Ord), sostiene che il
vero autore del testo sia Levin. Come prova a sostegno della sua
tesi Nielsen
afferma che Anne e Peter non sono tipici nomi ebraici» (p. 53).
la Lipstadt, attingendo da D. Barnouw, scrive:
«Il primo attacco documentato apparve in Svezia nel 1957. Un critico
letterario
danese sosteneva che il diario era stato in realtà redatto da Levin,
cirando come
“prova” il fatto che i nomi come Peter e Anne non erano nomi
ebraici»48.
• Il diario del dottor Kremer
Gli argomenti che la Pisanty oppone a Faurisson e a Jean-Gabriel
Cohn-Bendit sono
plagiati in massima parte da Pierre Vidal-Naquet, anche qui senza
riferimento alla fonte,
tranne che a p. 76, dove però ella non indica le pagine che cita.
Adduco alcuni esempi di
tali appropriazioni cominciando da una di cui è vittima Faurisson
stesso:
A p. 69 l’Autrice scrive che «Kremer presenzia a un totale di
quindici azioni speciali»,
precisando in nota quanto segue:
«Kremer partecipa a quindici azioni speciali: non undici come dice
Vidal-Naquet, e
nemmeno quattordici, come hanno erroneamente sostenuto Wellers e
Cohn-Bendit»
(p. 266).
Questa “scoperta” è tratta da un passo della Mémoire en defense di
Faurisson, che del
resto la Pisanty cita a p. 72:
«Il dottor Kremer dovette ugualmente partecipare a quindici riprese
ad azioni
speciali».
Passiamo ad altre scorrerie dell’Autrice negli argomenti di
Vidal-Naquet.
Pisanty: «L’interpretazione ufficiale di questi testi consiste
nell’attribuire all’espressione
cifrata “azione speciale” il significato di gassazione di
prigionieri sfiniti (che nel gergo del
lager venivano chiamati “musulmani”) e dei nuovi arrivi, selezionati
per le camere a gas»
(pp. 69-70).
Vidal-Naquet: «L’interpretazione solita di questi testi sta nel dire
che una “azione speciale”
corrisponde precisamente alla selezione, selezione per quelli che
arrivavano dall’esterno,
selezione anche per i detenuti stremati»49.
Pisanty: «Nel suo diario, Kremer talvolta racconta di avere
assistito a una fucilazione;
tuttavia, simili esperienze non sembrano intaccare minimamente la
sua placidità, e infatti
vengono menzionate distrattamente, alla stregua di episodi
scarsamente rilevanti.
Evidentemente sotto l’espressione in codice di azione speciale si
nascondeva qualcosa di
ben più ignominioso di una semplice fucilazione» (p. 70).
Vidal-Naquet: «Stessa calma il 13 e 17 ottobre, sebbene allora le
esecuzioni siano state
molto più numerose [...]. Il tono non cambia che in una sola serie
di circostanze, per
assumere allora (non sempre) un accento emotivo notevole. Si tratta
di quel che il testo
chiama azioni speciali, Sonderaktionen»50.
---
48 Idem, p. 232. La Pisanty ha tratto i nomi (del critico e del
giornale) dalla fonte citata dalla Lipstadt in nota
(idem, p. 270).
49 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 45.
50 Idem, p. 44.
23
Pisanty: «Nel contesto di Auschwitz [...] è abbastanza normale che
il medico impiegasse
l’espressione correntemente usata nel lager per designare le
gassazioni» (p. 75).
Vidal-Naquet: «A Auschwitz, Kremer si esprime in un linguaggio
semi-cifrato, quello che
dominava nel campo in seno all’amministrazione SS»51.
Pisanty: «Nel farlo, egli [Faurisson] incorre inoltre in alcuni
errori o distorsioni palesi: ad
esempio, affermando che lo stesso Kremer si sia ammalato di tifo,
egli sorvola sul fatto che
la “malattia di Auschwitz”, che Kremer dichiara di avere contratto
il 3.9.1942 e il
14.9.1942, non è affatto il tifo (nelle sue due forme - esantematica
e addominale - contro le
quali Kremer viene vaccinato), bensì una banalissima dissenteria»
(p. 76).
Vidal-Naquet: «Infine, argomento che ricordo per mostrare come
Faurisson legge i testi, è
falso che Kremer abbia avuto il tifo52 e che quella che chiama la
malattia di Auschwitz sia
il tifo. Le indicazioni date nel Diario il 3 settembre, il 4
settembre e il 14 settembre
mostrano con perfetta chiarezza che la malattia di Auschwitz è una
diarrea con febbre
moderata (38,7 il 14 settembre). Kremer è stato, di fatto, vaccinato
contro due forme di tifo:
esantematico e addominale»53.
Pisanty: «Sebbene si proclami “sterminazionista”, Jean-Gabriel
Cohn-Bendit nega
l’esistenza delle camere a gas e dunque può essere agevolmente
inserito nel novero degli
autori negazionisti» (p. 83).
Vidal-Naquet: «Per esempio il candido Jean-Gabriel Cohn-Bendit che
si proclama,
contrariamente ai suoi amici, “sterminazionista”, ma non crede
all’esistenza delle camere a
gas»54.
Pisanty: «Ciò significherebbe che non sono le persone (musulmani o
1600 persone) a
essere messe in relazione diretta, bensì sono i luoghi di
provenienza, segnalati dalla
presenza di “aus”, a entrare in rapporto con le Sonderaktionen» (p.
82).
Vidal-Naquet: «Per J.-C. Cohn-Bendit, la parola essenziale è aus,
“da” ...»55.
Pisanty: «In particolare, rimangono irrimediabilmente aperti alcuni
quesiti: perché un
convoglio dovrebbe essere definito azione o operazione? Perché un
dottore dovrebbe
assistere a un convoglio? Perché l’azione speciale dovrebbe
riguardare anche donne
provenienti dal campo stesso? Cohn-Bendit sostiene che tali donne
vengano indirizzate
verso altri campi. Ma allora, perché trasferire delle “musulmane”,
visto che stanno per
morire di inedia?» (p. 83).
Vidal-Naquet: «Ma allora, perché bisogna essere presenti (zugegen) a
un convoglio? Perché
un convoglio è un’azione? E perché un’ “azione speciale” si
eserciterebbe anche su donne
provenienti dal campo stesso? Cohn-Bendit supera quest’ultima
difficoltà immaginando
che le donne vengano trasferite a un altro campo. Ma per quale
ragione trasferire a un altro
---
51 Idem, p. 109.
52 Per mostrare a mia volta come Vidal-Naquet e la Pisanty abbiano
letto i testi, è falso che Faurisson abbia
fatto una simile affermazione; egli riporta per di più il relativo
passo del diario del dott. Kremer in francese,
dove si parla esplicitamente di «crisi di diarrea» (crises de
diarrhée). R. Faurisson, Mémoire en défense contre
ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des
chambres à gaz, op. cit., p. 18.
53 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 47.
Vidal-Naquet dimentica di aver scritto poco
prima: «Fin dal giorno del suo arrivo, Kremer è colpito
dall’importanza del tifo esantematico» (p. 44).
54 Idem, p. 110.
55 Idem.
24
lager donne giunte alla cachessia - questo il senso della parola
“musulmani” usata da
Kremer - quando la logica dell’uccisione finale è, essa,
coerente?»56.
Il rapporto Gerstein
In questo capitolo la Pisanty plagia sfrontatamente non solo le mie
indicazioni
storiografiche relative alla storia processuale dei documenti, ma
addirittura le critiche da
me rivolte agli altri autori revisionisti nell'omonimo libro57,
appropriandosi di esse senza il
minimo riferimento alla fonte e spacciandole per proprie.
Nel paragrafo 2.5.2., «Il documento Gerstein dopo la morte
dell’autore», ella riprende ciò
che ho scritto nei paragrafi «Il documento PS-1553 al processo di
Norimberga»58 e «Il
documento PS-1553 nei processi successivi»59. In particolare,
l’Autrice scrive:
«La versione T II [il PS-1553] del rapporto Gerstein venne scoperta
negli archivi
della delegazione americana durante il primo grande processo di
Norimberga e
presentata alla corte il 30.1.1946 dal procuratore generale aggiunto
della Repubblica
francese, Charles Dubost. Quella mattina, il documento venne
rifiutato dal
presidente del tribunale in quanto mancava un certificato che ne
stabilisse l’origine:
dunque, si trattava di un vizio di forma. Difatti, il pomeriggio
stesso il procuratore
generale britannico produsse l’affidavit per l’identificazione
dell’originale e il
documento fu accettato come autentico, con le scuse del presidente.
Inutile dire che alcuni negazionisti hanno invocato questo piccolo
incidente
giuridico quale prova definitiva della presunta inautenticità del
documento in
questione» (p. 98).
Ciò è giustissimo, ma la Pisanty dimentica di aggiungere di aver
tratto l’intera questione
dal mio libro summenzionato, dove ho narrato la storia di questo
piccolo equivoco legale:
«Il 30 gennaio 1946, il procuratore generale aggiunto della
Repubblica francese,
Charles Dubost, presentò al Tribunale di Norimberga il documento
PS-1553 come
RF-350. Esso era stato trovato da un collaboratore di Dubost tra i
documenti
sequestrati dagli Americani. In tale occasione, il documento PS-1553
RF-350 fu al
centro di una controversia di carattere puramente formale tra il
Presidente del
Tribunale e Dubost. Questa controversia, che verteva
sull’ammissibilità del
documento, ha fatto nascere la tesi, largamente diffusa nella
letteratura revisionista,
che esso sia stato respinto dal Tribunale come falso o apocrifo ...
[segue la citazione
del verbale dell’udienza del mattino].
Nell’udienza pomeridiana, Sir David Maxwell-Fyfe, procuratore
generale aggiunto
britannico, fornisce la dichiarazione giurata richiesta dal
Presidente chiudendo la
controversia...[segue la relativa citazione del verbale
dell’udienza].
Il documento PS-1553 RF-350 è stato dunque ammesso dal Tribunale,
che ne ha
preso atto»60.
---
56 Idem, p. 111.
57 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit.
58 Idem, pp. 19-25.
59 Idem, pp. 25-27.
60 Idem, pp. 19-23.
25
Ben più grave è il plagio delle mie critiche dirette a vari autori
revisionisti che si erano
occupati del rapporto Gerstein prima di me, come risulta dal
seguente confronto di testi.
Rassinier.
«Il primo negazionista a occuparsi del rapporto Gerstein è Paul
Rassinier [...].
Rassinier indugia sul mistero che circonda le circostanze della
stesura del rapporto e
della morte di Gerstein ma, nel farlo, avvolge di segretezza alcuni
elementi che in
realtà sono perfettamente limpidi. [...].
La seconda argomentazione impiegata da Rassinier riguarda
prevedibilmente il
rifiuto del Tribunale di Norimberga di includere il rapporto
Gerstein tra le
testimonianze formalmente valide, la mattina del 30.1.1946. Come
abbiamo visto,
l’incidente fu risolto poche ore dopo senza molto clamore. Ciò
nonostante, secondo
Rassinier, “il documento Gerstein era un falso storico così falso
che lo stesso
Tribunale di Norimberga l’aveva escluso come non probante, il 30
gennaio 1946”»
(pp. 99-100).
(Seguono altre argomentazioni tratte - parimenti senza riferimento
alla fonte - dal libro di
Brayard)61.
Nel mio libro sul rapporto Gerstein ho riconosciuto il valore di
alcune delle critiche mosse
a Rassinier da Georges Wellers e ne ho aggiunte altre mie, tra
l’altro, al riguardo ho
rilevato:
«In secondo luogo, obietta Wellers, Rassinier si è limitato a fare
varie supposizioni
sul mistero della fine di Kurt Gerstein invece di ricercare quei
documenti che lo
hanno almeno in parte chiarito, come ha fatto Poliakov rivolgendosi
alla Giustizia
Militare francese.
Wellers ha ancora ragione a rimproverare a Rassinier di aver scritto
che “il
documento Gerstein era un falso storico, talmente falso che il
Tribunale di
Norimberga stesso l’aveva respinto come non probante, il 30 gennaio
1946”»62.
La Pisanty ha ripreso persino la mia osservazione finale adattandola
opportunamente alla
sua tesi. Io ho scritto:
«La letteratura revisionista successiva non ha fatto registrare
progressi sostanziali
nella critica del rapporto Gerstein, limitandosi a riprendere in
varia misura le
critiche di Rassinier».
La nostra dottoressa ha chiosato:
«Nonostante la fragilità di questa ipotesi, la lettura di Rassinier
rimane per anni il
riferimento principale di tutti i negazionisti che intendano
smantellare la credibilità
del rapporto Gerstein» (p. 102).
Butz
«Arthur Butz (1976) riporta la versione T II del rapporto in
appendice al suo libro e
commenta: “Risulta difficile credere che chicchessia intendesse che
questo
“rapporto” venisse preso sul serio. Alcuni punti specifici vengono
esaminati qui ma,
---
61 F. Brayard, Comment l’idée vint à M.Rassinier, op. cit., pp.
337-338.
62 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p. 177.
26
nel complesso, lascio che sia in lettore a meravigliarsene”. Le
obiezioni avanzate
[...] sono le seguenti [...];
• il grado esatto del professor Pfannenstiel, che in un punto del
rapporto è
identificato come Obersturmbannführer, mentre altrove è definito
Sturmführer,
dimostrerebbe che l’autore del testo non può essere un membro delle
SS. In realtà
Pfannenstiel non viene mai chiamato Sturmführer nel testo di
Gerstein, ma semmai
Sturmbannführer, e comunque non si vede come un errore commesso da
Gerstein a
proposito dell’esatto grado di una persona che ha conosciuto
superficialmente per
pochi giorni, tre anni prima di redigere il suo rapporto, possa
influire sulla
credibilità complessiva del rapporto stesso;
• l’affermazione secondo la quale i detenuti dovevano marciare nudi
in inverno
sarebbe in evidente contrasto con il fatto che la visita di Gerstein
a Belzec abbia
avuto luogo in agosto. Qui Butz è fuorviato da un errore di
omissione nella
traduzione inglese di T II (naturalmente egli si guarda bene dal
controllare il testo
originale): “On me dit; aussi en hiver nus!” (“Mi si dice; nudi
anche in inverno”) è
reso in inglese come “Somebody says me: Naked in winter!” (pp.
102-103, corsivo
mio).
Riguardo a Butz io ho rilevato:
«Arthur Butz pubblica la traduzione integrale del rapporto del 26
aprile (PS-1553)
effettuata dalla delegazione americana a Norimberga. Egli riprende
alcune critiche
di Rassinier e rileva inoltre la contraddizione interna che
“consiste nel riferire
avvenimenti che ebbero luogo in agosto come se avessero avuto luogo
d’inverno”.
Tuttavia nel PS-1553 si legge: “On me dit:63 aussi en hiver nus!”
(“Mi si dice:
anche d’inverno nudi!”)64. La contraddizione segnalata da Butz
deriva da un errore
di traduzione della delegazione americana: “Somebody says me: 'Naked
in winter!'”
(“Qualcuno mi dice: 'Nudi d’inverno'!”). Lo stesso errore si trova
nell’estratto del
rapporto pubblicato nei “Trials of War Criminals”.
L’attribuzione del grado di SS-Sturmführer al prof. Pfannenstiel è
invece un errore
di Butz: sia il testo francese sia la traduzione americana del
PS-1553 presentano in
questo passo il grado di SS-Sturmbannführer, che è comunque in
contraddizione,
come abbiamo rilevato, con la successiva attribuzione del grado di
“obersturmbannfuehrer” [sic]»65.
Al plagio del mio testo la Pisanty aggiunge una falsificazione delle
conclusioni di Butz, il
quale non ha dedotto dal presunto errore di grado summenzionato «che
l’autore del testo
non può essere un membro delle SS», ma che Gerstein non avrebbe
potuto commettere un
simile errore se avesse redatto spontaneamente il suo rapporto:
«È poco probabile che Gerstein avrebbe fatto un tale errore se
avesse redatto questa
“dichiarazione” volontariamente»66.
---
63 Nel mio libro, per un errore tipografico, qui appare il punto e
virgola in luogo dei due punti del testo
originale. La Pisanty, che rimprovera a Butz di non aver controllato
il testo originale del documento, fa di
peggio: cita la mia citazione, errore tipografico compreso!
64 Per il commento di Gerstein, vedi il capitolo IV, 3 a.
65 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., pp.
182-183.
66 A.R. Butz, The Hoax of the Ttwentieth Century. Historical Review
Press, Chapel, Ascote, Ladbroke,
Southam, Warwickshire, 1977, p. 256.
27
Il fatto che questa conclusione sia a sua volta falsa nulla toglie
alla falsificazione della
Pisanty.
• Stäglich
«Le obiezioni di Wilhelm Stäglich (1979) - negazionista tedesco con
un passato di
collaborazione con il nazismo - sono dello stesso tenore
scientifico. La sua grande
innovazione rispetto ai negazionisti precedenti consiste
nell’osservare che, nel
rapporto Gerstein, il lager di Auschwitz-Birkenau è assente
dall’elenco dei campi di
sterminio esistenti nel 1942 [...]» (p. 103).
Anche questa osservazione è tratta dal mio libro:
«Wilhelm Stäglich fa un breve riferimento al rapporto Gerstein
seguendo Rassinier
e Butz. Data la natura del suo libro, egli si interessa in
particolare al campo di
Auschwitz, che non compare nel testo del documento pubblicato da
Poliakov nel
1951 solo perché si tratta di una versione parziale»67.
• The Myth of the Six Million
«Altri esempi lampanti di mislettura del rapporto Gerstein ci
giungono da The Myth
of the Six Million (1969), in cui l’autore sostiene che Gerstein
affermò che erano
stati gassati non meno di 40 milioni di prigionieri nei lager
nazisti. L’errore in
questo caso è duplice: prima di tutto, Gerstein non parla di
detenuti gassati ma del
numero complessivo delle vittime del sistema concentrazionario;
inoltre, la cifra che
egli fornisce è di 20 (o 25, a seconda delle versioni) milioni» (p.
106).
Qui, stranamente, la Pisanty si accontenta di una sola delle
critiche che ho mosso allo
scritto in questione:
«L’anonimo autore del libro The Myth of the Six Million scrive che
“Gerstein
affermò di sapere che erano stati gasati non meno di quaranta
milioni di prigionieri
nei campi di concentramento”. Tuttavia questa dichiarazione, priva
peraltro di
riferimento alla fonte, non compare in nessuno dei documenti in
nostro possesso ed
è quasi certamente falsa»68.
• Harwood
«Nel suo pamphlet del 1974, l’inglese Richard Harwood riprende gli
errori di
Hoggan69 (40 milioni) e di Butz (inverno/agosto), e ve ne aggiunge
uno di propria
fattura. L’obiettivo di Harwood è di delegittimare il testimone
Gerstein facendolo
passare per psicolabile: “La sorella di Gerstein era congenitamente
malata di mente
e morì di eutanasia: questo potrebbe ben suggerire che anche in
Gerstein scorresse
una vena di instabilità mentale” (Harwood, 1974:7). Qui Harwood
confonde i gradi
di parentela: Bertha Ebeling non era la sorella, bensì la cognata di
Gerstein, e
difficilmente si può sostenere che vi sia un legame
genetico-ereditario tra parenti
acquisiti» (p. 106).
---
67 Idem, p. 182.
68 Idem, p. 183. Seguono altre critiche a p.184.
69 David Hoggan, presunto autore del libro The Myth of the Six
Million.
28
Anche qui la Pisanty ripete quasi alla lettera la mia critica del
1985:
«Richard Harwood riprende tutte queste obiezioni e critiche
infondate e vi
aggiunge la falsa contraddizione segnalata da A. Butz e
l’osservazione relativa
all’ammissione di Gerstein “che nella sua famiglia corre una vena di
pazzia”. È
certamente vero che Gerstein, parlando dell’uccisione dei malati di
mente a
Grafenek, Hadamar, ecc. asserisce di aver avuto un caso simile nella
sua famiglia
(PS-1553, p. 4), ma nel T-1310 (VfZ, p. 187) egli chiarisce che si
tratta di una
cognata, che Harwood trasforma incomprensibilmente in sorella»70.
La Pisanty mi plagia persino in nota:
«Alcuni negazionisti statunitensi (Hoggan) e inglesi (Harwood) hanno
erroneamente sostenuto che lo studio di Rothfels sia giunto alla
conclusione che il
rapporto non è autentico» (p. 268, nota 61).
L’informazione è tratta da un mio passo relativo all’autore di The
Myth of the Six Million
(Hoggan):
«L'autore continua:“È interessante notare che Hans Rothfels in
Augenzeugenbericht
zu den Massenvergasungen (Rapporto di un testimone oculare sulle
gasazioni in
massa), in Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, aprile 1953, si
preoccupò di
dichiarare che il vescovo evangelico di Berlino Wilhelm Dibelius
denunciò i
memorandum di Gerstein come inattendibili (untrustworthy)”. In
realtà Rothfels
dice esattamente il contrario: Dibelius ha confermato di essere
convinto dell’
“attendibilità” (Zuverlässigkeit) politica e umana di Gerstein.
[...]. Harwood
riprende tutte queste obiezioni e critiche infondate...»71.
La Pisanty giunge fino ad usare contro di me una informazione
plagiata da un mio testo!
« “L’autenticità formale dei rapporti attribuiti a Kurt Gerstein non
è mai stata
irrefutabilmente dimostrata sulla base di una perizia calligrafica,
tuttavia, alla luce
della documentazione esistente, non c’è a nostro avviso motivo di
dubitarne”
(Mattogno, 1985:33). Mattogno sorvola sul fatto che la moglie di
Gerstein ha
riconosciuto nelle note manoscritte e nella firma la calligrafia di
suo marito» (p.
269, corsivo mio).
Qui la nostra dottoressa aggiunge al plagio la malafede, perché non
solo non ho “sorvolato”
su tale fatto, ma ella l’ha appreso proprio da me!
«La vedova di Kurt Gerstein ha inoltre riconosciuto in una
dichiarazione giurata la
calligrafia del marito nei documenti PS-1553 e T-1310»72.
Questo è proprio uno degli elementi per i quali non dubitavo
dell’autenticità dei documenti
in questione!
Concludo segnalando un plagio di argomento diverso. Discutendo gli
elementi testuali di
una mia critica a Filip Müller, la Pisanty scrive che uno di questi
è «il discorso del
“dajan”» (p. 184). In nota l’Autrice spiega:“Dajjân in ebraico
significa giudice...”. Ciò
suscita l’impressione che io abbia citato una parola ebraica - per
di più traslitterata male -
senza conoscerne il significato. In realtà la Pisanty si è
semplicemente appropriata della
mia spiegazione:
---
70 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.184.
71 Idem.
72 Idem, p. 34.
29
«La parola ebraica “dajjân” significa “giudice” (specialmente di
tribunale rabbinico)
(M.E. Artom, Vocabolario ebraico-italiano, Roma 1965, voce
indicata)»73.
2) Il plagio metodologico e interpretativo
La metodologia che la Pisanty attribuisce ai revisionisti è tratta
essenzialmente da Vidal-
Naquet e dalla Lipstadt. Ciò che l’Autrice vi ha aggiunto di suo,
sono soltanto delle
osservazioni semiotiche decisamente insulse o cavillose (vedi in
particolare le pp. 214-
239). La sua acuta disquisizione giunge fino ad analizzare minuzie
come il tendenzioso
uso revisionistico delle virgolette (p. 236), che qualche pagina
dopo adotta ella stessa
parlando dei «negazionisti “ricercatori” » (p. 239). Dei sofismi
metodologici della Pisanty
mi occuperò nel capitolo VI. Ora voglio solo mostrare che anche
riguardo alla critica delle
metodologie e delle finalità dei revisionisti la Pisanty ha
saccheggiato a piene mani i suoi
Maestri. Ecco un piccolo florilegio delle prede.
Cominciamo dai presunti otto “assiomi” della metodologia
revisionistica. Questi
«otto assiomi (formulati nel 1973) che tuttora fungono da
princìpi-guida di quell’
Institute for Historical Review che oggi coordina le attività di
tutti i principali
negazionisti» (p. 13),
di cui sarebbe autore Austin J. App e che la Pisanty riporta a p. 14
sono tratti di sana pianta
dal “classico” della Lipstadt74, la quale riassume il paragrafo di
A.J. App intitolato «Eight
Incontrovertible Assertions On The Six Million Swindle»75
presentando correttamente le
sue asserzioni come «assertions»76; meno scrupolosa della Maestra,
l’allieva le trasforma
invece in «assiomi». Gli otto argomenti rispecchiano le conoscenze
storiche di allora e
vincolano soltanto il loro autore.
Da Vidal-Naquet invece la Pisanty copia i sei “princìpi” dei
revisionisti, ma apportando un
suo personale contributo: pone le lettere al posto dei numeri ed
elimina il punto 5.
Trattandosi di un saccheggio molto esteso, riporto solo le righe
iniziali.
Pisanty: «(a) Non vi è stato alcun genocidio programmato e le camere
a gas non sono mai
esistite ...»(p. 24).
Vidal-Naquet: «1. Non c’è stato genocidio, e lo strumento che lo
simboleggia, la camera a
gas, non è mai esistito»77.
Pisanty: «(b) La “soluzione finale” di cui parlano molti documenti
nazisti non era che
l’espulsione degli ebrei verso l’est...» (p. 24).
Vidal-Naquet: «2. La “soluzione finale” non è mai stato altro che
l’espulsione degli ebrei
verso l’est europeo...»78.
Pisanty: «(c) Il numero di ebrei uccisi dai nazisti è di gran lunga
inferiore a quello
dichiarato» (p. 24).
---
73 Auschwitz: un caso di plagio. Edizioni La Sfinge, Parma, 1986, p.
8, nota 5.
74 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit, pp. 99-100.
75 A. J. App, The Six Million Swindle. Boniface Press, Takoma Park,
Maryland, 1976, pp. 24-25.
76 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., p. 99.
77 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 19.
78 Idem.
30
Vidal-Naquet: «3. La cifra delle vittime ebraiche del nazismo è
molto inferiore a quella che
si è detta»79.
Pisanty: «La Germania hitleriana non è la maggiore responsabile per
lo scoppio del
conflitto» (p. 25).
Vidal-Naquet: «4. La Germania hitleriana non ha la maggiore
responsabilità della seconda
guerra mondiale...»80.
Pisanty: «Il genocidio è un’invenzione della propaganda alleata,
principalmente ebraica e
particolarmente sionista» (p. 25).
Vidal-Naquet: «6. Il genocidio è un’invenzione della propaganda
alleata, specialmente
ebraica, e in particolare sionista...»81.
Con sottile finezza semiotica, nel punto (d) la Pisanty interpola un
altro passo che Vidal-
Naquet, meno fine di lei, ha collocato altrove:
Pisanty: «In genere, i negazionisti si riferiscono a una presunta
dichiarazione di guerra
rivolta alla Germania nel 1939 dal portavoce dell’organizzazione
sionista, Chaim
Weizmann, a nome della popolazione ebraica mondiale» (p. 25).
Vidal-Naquet: «Inventare di sana pianta una immaginaria
dichiarazione di guerra da parte
di un immaginario presidente del Congresso mondiale ebraico...»82.
Oltre ai «princìpi» generali, la Pisanty plagia anche “metodi”
singoli. Qualche esempio.
- Sull’ estorsione delle testimonianze SS:
Pisanty, parlando delle testimonianze rese dalle SS (Broad, Höss)
nel dopoguerra:
«Naturalmente i negazionisti ritengono che queste ultime
testimonianze siano state estorte
durante la prigionia dei loro autori...» (p. 68).
Vidal-Naquet: «Ogni testimonianza nazista posteriore alla fine della
guerra [...] è
considerata come ottenuta sotto tortura o intimidazione»83.
- Sull’ assunzione aprioristica dell’inattendibilità delle
testimonianze:
Pisanty, in riferimento alla «lettura che i negazionisti forniscono
delle testimonianze dei
sopravvissuti ai lager nazisti» rileva che «per loro tali
testimonianze sono da scartare a
priori...» (p. 129); in fondo alla pagina ella parla inoltre di «una
testimonianza
aprioristicamente bollata come inattendibile».
Vidal-Naquet attribuisce ai revisionisti il metodo di «respingere,
per principio, tutte le
testimonianze dirette per ammettere come decisive le testimonianze
di coloro che, a quanto
essi dicono, non hanno visto niente...»84.
La Pisanty copia anche la seconda parte della frase di Vidal-Naquet,
adattandola ad un
contesto diverso come segue:
«A meno che questi [le testimonianze in quanto documenti storici:
p.92] non vadano
incontro alla loro tesi, nel qual caso i criteri applicati per
determinarne la validità si fanno
molto meno severi» (p. 268, nota 58).
- contraffazione dei documenti:
---
79 Idem.
80 Idem.
81 Idem.
82 Idem, p. 65. Vedi anche le pp. 37-38.
83 Idem, pp. 22-23.
84 Idem, p. 48.
31
Pisanty:«Infatti, Faurisson ritiene che tutto il materiale
documentario risalente al
dopoguerra sia il frutto di un’abile contraffazione storica» (p.
73).
Vidal-Naquet, con riferimento a Faurisson: «Ogni documento, in
generale, che ci dà
informazioni di prima mano sui metodi dei nazisti è un falso o è un
documento truccato»85.
Anche le finalità che la Pisanty attribuisce ai revisionisti sono
copiate dai due Maestri, in
particolare, l’insinuazione che il revisionismo miri esclusivamente
a riabilitare il regime
nazista (p. 1, 241 e 247) rappresenta la tesi di fondo della
Lipstadt.
Non c'è bisogno di dire che questi «princìpi» sono stati inventati
da Vidal-Naquet e non
trovano la minima applicazione nella storiografia revisionistica.
---
85 Idem, p. 22.
32
CAPITOLO III
GLI ARGOMENTI E LE STRATEGIE ERMENEUTICHE DI VALENTINA PISANTY
1) La «premessa indiscussa»
Una delle accuse più ricorrenti che la Pisanty muove ai revisionisti
è quella di un presunto
fondamentalismo che li indurrebbe a «scartare a priori» le
testimonianze, a bollare
«aprioristicamente» ogni testimonianza «come inattendibile» (p.
129). In pratica i
revisionsti partirebbero dalla convinzione aprioristica
dell’inesistenza delle camere a gas
per dedurre poi sillogisticamente l’inattendibilità delle
testimonianze ad esse relative.
In realtà questo principio dogmatico - mutatis mutandis - sta alla
base proprio della forma
mentis e del libro della Pisanty, che non esita a proclamarlo
apertamente:
«Per questo motivo, l’esistenza del genocidio è la premessa
indiscussa di ogni serio
studio storico su questo argomento, e non la tesi da dimostrare. Si
potrà discutere
sul come, sul perché, sul dove, sul quando e perfino sul chi, ma non
sul fatto in sé,
poiché è proprio su questo fatto che tutte le testimonianze si
dimostrano concordi»
(p. 191).
Da questa «premessa indiscussa» scaturiscono due princìpi
ermeneutici aberranti che
infirmano radicalmente gli argomenti dell’Autrice: il primato della
testimonianza sul
documento (in senso stretto) e l’accettazione aprioristica
dell’attendibilità della
testimonianza. Il primo principio comporta gravi implicazioni
metodologiche che vedremo
nel capitolo VI. Il secondo porta inevitabilmente alla negazione del
più elementare senso
critico, alla fede cieca nella veridicità delle testimonianze86 e,
alla fine, al loro
travisamento sistematico. Partendo dal presupposto dogmatico che
tutte le testimonianze
siano veridiche, la Pisanty si lambicca il cervello nel tentativo di
spiegare razionalmente
le assurdità e le contraddizioni di cui esse sono cosparse,
minimizzandole87, arrampicandosi
sugli specchi per escogitare una spiegazione plausibile,
appellandosi all’ ignoranza
generale delle circostanze (che è in realtà soltanto sua), tacendole
semplicemente, quando
sono troppo assurde e troppo contraddittorie. Sulla base di questo
principio l'Autrice si
accinge a confutare le argomentazioni revisionistiche.
---
86 Una fede tanto cieca che la Pisanty accetta come assolutamente
attendibile persino la testimonianza di Pery
Broad (p. 131), sulla quale il suo Maestro esprime invece seri
dubbi: «Nella documentazione su Auschwitz
esistono testimonianze che danno l’impressione di adottare
interamente il linguaggio dei vincitori. È il caso,
ad esempio, della SS Pery Broad, che nel 1945 redasse per gli
inglesi un memoriale su Auschwitz, dove era
stato attivo come membro della Politische Abteilung, cioè della
Gestapo. Egli parla di sé in terza persona».
P.Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 27.
87 Assurdità e contraddizioni diventano per la Pisanty irrilevanti
«grinze», «anomalie» (p. 141),
«anacronismi», «piccole incongruenze» (p. 176), «piccole zone
grigie» (p. 209).
33
2) Il diario di Anna Frank
La Pisanty introduce la sua “confutazione” con la seguente
osservazione:
«Forse perché per molti lettori il diario di Anne Frank rappresenta
il primo contatto
con la storia del genocidio, i negazionisti si sono sempre sforzati
di dimostrarne
l’inautenticità. Da un punto di vista puramente storico, nessuno ha
mai pensato di
considerare questo diario come un documento che provasse l’esistenza
dei campi di
sterminio o delle camere a gas, e ciò per il semplice motivo che,
come è noto, Anne
Frank redasse i suoi diari durante gli anni della sua reclusione
nell’ alloggio
segreto, in Prinsengracht 263, ad Amsterdam. Sorprende dunque la
veemenza con la
quale i negazionisti si sono accaniti contro questo resoconto della
vita quotidiana e
dei pensieri di una adolescente che dovette conoscere la realtà dei
lager nazisti
solamente dopo aver cessato di scrivere il suo diario» (p. 44,
corsivo mio).
Condivido pienamente lo stupore dell’Autrice. Al riguardo, non posso
che confermare ciò
che ho già scritto altrove, cioè che
«non ho mai compreso la tenacia con cui certi revisionisti si sono
occupati di questo
scritto che non ha alcuna relazione con la questione delle camere a
gas e che, sia
esso autentico o no, nulla aggiunge e nulla toglie a tale
questione»88.
Ma il mio accordo con la Pisanty finisce qui, perché ella passa
immediatamente ad una
abusiva generalizzazione che vorrebbe, non alcuni, bensì i (tutti!)
revisionisti sempre
intenti a tramare contro l’autenticità di questo scritto. In realtà
il problema dell’ autenticità
del diario di Anna Frank è un falso problema di cui nessun
ricercatore revisionista si
occupa più da una quindicina d’anni. La generalizzazione della
Pisanty ha una precisa
funzione tattica che appare chiara qualche pagina dopo:
«La contestazione dell’autenticità del diario di Anne Frank gioca un
ruolo di un
certo rilievo nell’ambito delle strategie impiegate dai negazionisti
per suscitare
incertezze circa l’esistenza della Shoah. L’obiettivo è di insinuare
dubbi attorno a
quello che, per vari motivi, col passare del tempo è diventato un
documento
paradigmatico nella storia della persecuzione ebraica e, facendo
ciò, di sperare che
il lettore - disilluso e stizzito per essere stato ingannato per
tutti questi anni - estenda
il proprio scetticismo a ogni altro aspetto della storia ufficiale
dello sterminio
nazista. La logica è quella del “Falsus in Uno, Falsus in Omnibus”
(titolo di un
articolo diffuso nelle università americane dal negazionista
californiano Bradley
Smith89): se il paradigma ufficiale cede anche in un solo punto
della sua
formulazione, allora bisogna considerarlo complessivamente mendace»
(p. 67).
Il valore di questa affermazione risulta chiaro proprio dal fatto
che tale questione è caduta
nel dimenticatoio revisionistico da parecchi anni.
Tuttavia la Pisanty si occupa del diario di Anna Frank non solo per
inventare un falso
obiettivo che si possa colpire facilmente, vale a dire una finta
strategia revisionistica - e
questo è il motivo fondamentale -, ma anche per poter sfoggiare le
sue sottigliezze
---
88 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 153.
89 Il lettore si deve fidare della buona fede della Pisanty, che non
si preoccupa affatto di dimostrare la
veridicità di questa affermazione citando la fonte.
34
semantiche sul «Lettore modello nei diari» (pp. 45-48) o sulla
«topologia diaristica» (p.
265). Si tratta pur sempre di una tesi di «dottorato»!
3) Il diario del dottor Kremer
Come ho già rilevato nel capitolo precedente, nella trattazione del
diario del dott. Kremer,
la Pisanty saccheggia gli argomenti di Vidal-Naquet. Non voglio
ripetere ciò che ho
risposto al Maestro in un libro che la Pisanty ha preferito fingere
che non esista90. Qui mi
limiterò a segnalare un paio di strafalcioni supplementari della
nostra dottoressa e ad
aggiungere un sintetico inquadramento storico.
L’Autrice dedica un intero paragrafo alla Sprachregelung (§ 2.4.3),
che sarebbe «il codice
cifrato impiegato dalla burocrazia nazista» (p. 71). La citazione
del termine tedesco è
truffaldina, perché lascia intendere che si tratti di un termine
nazista; in realtà esso è stato
creato dalla storiografia olocaustica tedesca91. Che i nazisti
usassero un linguaggio
burocratico è cosa ovvia, ma che questo linguaggio fosse «cifrato» è
tutto da dimostrare.
Disquisendo se le Sonderaktionen significassero soltanto le
gasazioni omicide o anche le
selezioni per le camere a gas (fermo restando il significato
criminale), la Pisanty si appella
a Pressac92, il quale ammette però che il termine «non è tuttavia
specificamente criminale
potendosi applicare ad un’operazione che non lo era» (p. 72).
Nell’interpretazione del diario del dott. Kremer, la Pisanty adotta
la medesima metodologia
di Vidal-Naquet: entrambi presuppongono a priori la prassi, ad
Auschwitz, di una politica
di sterminio ebraico, entrambi pressuppongono a priori l’esistenza
dei cosiddetti Bunker di
gasazione, entrambi forniscono una spiegazione puramente linguistica
- il Maestro
filologica93, l’allieva semiotica, ma entrambe le spiegazioni non
hanno alcuna connessione
con la realtà storica di Auschwitz quale risulta dai documenti.
Poiché le Sonderaktionen menzionate nel diario significherebbero
direttamente o
indirettamente la gasazione delle vittime nei Bunker, questi
rappresentano il presupposto
immediato della validità dell’interpretazione omicida. Al riguardo
ho già scritto che
«non esiste nessun documento tedesco sui Bunker 1 e 2, sebbene negli
archivi di
Mosca vi siano decine di migliaia di documenti su ogni costruzione
del campo, dai
crematori alle stalle»94.
Qui voglio approfondire questo punto.
La Pisanty, riferendosi, senza menzionarlo, a Pressac, scrive:
---
90 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 68-76.
91 Enzyklopädie des Holocaust. Die Verfolgung und Ermordung der
europäischen Juden. Argon Verlag,
Berlino, 1993, vol. III, p.1361.
92 Per conferire maggiore importanza a questa fonte, la Pisanty
riprende la faceta storiella del Pressac «ex
negazionista riconvertito» (p. 72, 167 e 246). Sfortunatamente per
lei, san Pressac non ha mai avuto questa
illuminazione sulla via di Auschwitz: fin dalla sua prima visita al
campo e dal suo primo incontro con Pierre
Guillaume e Robert Faurisson egli era convinto della realtà dello
sterminio ebraico e non ne dubitò mai. Vedi
al riguardo P. Guillaume, Droit et Histoire. La Vieille Taupe,
Parigi, 1986, pp. 83-89.
93 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 48.
94 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 72.
35
«Il comandante polacco parla dei Bunker I e II che, come risulta dai
documenti del
campo, furono messi in funzione tra il maggio e il giugno 1942...»
(p. 181, corsivo
mio).
In realtà nessun documento tedesco menziona direttamente o
indirettamente i Bunker
(come dichiara Pressac), tantomeno la loro entrata in funzione (come
chiosa la Pisanty).
L’Autrice, confrontando «la tecnica interpretativa adottata da
Mattogno con quella di un
negazionista mancato come Pressac» (p. 167) oppone «la sostanziale
onestà scientifica di
Pressac» (p. 167) alla - secondo la logica del discorso -
sostanziale disonestà
pseudoscientifica mia. Ho già dimostrato altrove quale sia la
metodologia scientifica di
Pressac95. Ora vedremo questa «sostanziale onestà scientifica» in
azione riguardo alla
questione dei Bunker. A questo fine, bisogna anzitutto portare
l’attenzione sul documento
in cui, secondo Pressac, apparirebbe un (l’unico!) riferimento ai
Bunker. Pressac scrive:
«Himmler aveva scaricato vigliaccamente un abominevole compito
criminale su
Höss che, per quanto carceriere indurito fosse, non apprezzava per
nulla il dubbio
onore del quale veniva gratificato. Per finanziare questo
“programma” e
l’estensione del campo, furono accordati dei fondi considerevoli.
Giusto prima della
visita del capo delle SS, Bischoff aveva steso un rapporto
esplicativo, pronto il 15
luglio, sui lavori da svolgere nello Stammlager, e il cui costo
previsto ammontava a
2.000.000 di RM. Il passaggio di Himmler mandò tutto all’aria.
Bischoff rielaborò
per intero il suo rapporto in funzione dei desideri del
Reichsführer, che vedeva in
grande, molto in grande, e lo monetizzò in 20.000.000 di RM, e cioè
dieci volte di
più, un importo accettato il 17 settembre dall’SS-WVHA96»97 .
Il rapporto esplicativo preparato da Bischoff si riferisce ai lavori
eseguiti nel primo e
secondo anno finanziario di guerra, come viene spiegato chiaramente
alla fine del
documento:
«L’ampliamento del campo di concentramento descritto in precedenza è
stato
eseguito nel primo e secondo anno finanziario di guerra» [«Der
vorstehend
beschriebene Ausbau des Konzentrationslagers wurde im 1. und 2.
Kriegswirtschaftsjahr durchgeführt»]98.
Secondo le disposizioni dell’Amt II dello Hauptamt Haushalt und
Bauten (Ufficio Centrale
Bilancio e Costruzioni), il secondo anno finanziario di guerra
terminava il 30 settembre
194199. Ciò è tanto vero che, ad esempio, per il crematorio viene
indicata l’installazione di
due soli forni100, sebbene il terzo fosse stato montato tre mesi e
mezzo prima della
redazione del rapporto.
---
95 Auschwitz: fine di una leggenda, op. cit.
96 SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt, Ufficio centrale economico e
amministrativo delle SS.
97 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945,
op. cit., p. 55.
98 Erläuterungsbericht zum prov. Ausbau des Konzentrationslager
Auschwitz O/S. RGVA, 502-1-223, pp. 1-
22, citazione a p. 9.
99 Lettera dell’Hauptamt Haushalt und Bauten al comandante del campo
di Auschwitz del 18 giugno 1941,
contenente l’elenco dei Bauwerke autorizzati per il terzo anno
finanziario di guerra (1° ottobre 1941- 30
settembre 1942). RGVA, 502-1-11, p. 37.
100 Idem, p. 6 e 16.
36
Il secondo rapporto di Bischoff, quello pretesamente «corretto» su
indicazioni di Himmler,
è invece semplicemente il rapporto esplicativo esteso anche al terzo
anno finanziario di
guerra, come si legge anche qui alla fine del documento:
«Già nel secondo anno finanziario di guerra è stato eseguito un gran
numero di
lavori, gli altri vengono iniziati nel terzo anno finanziario di
guerra e portati avanti
con il massimo impiego possibile dell’intera Bauleitung e dei mezzi
che sono a sua
disposizione» [«Bereits im 2. Kriegswirtschaftsjahr wurden eine
Anzahl von Bauten
durchgeführt, die anderen werden im 3. Kriegswirtschaftjahr begonnen
und unter
grösstmöglichstem Einsatz der gesamten Bauleitung und der ihr zur
Verfügung
stehenden Mittel vorangetrieben»]101.
Appunto perché qui è compreso il programma di costruzioni del terzo
anno finanziario di
guerra, per il crematorio dello Stammlager, tornando all’esempio di
prima, è menzionata
l’installazione del terzo forno102.
Il fatto che Pressac non si sia accorto di questa differenza
elementare ha veramente
dell’incredibile. Quanto infine il nuovo rapporto esplicativo
risenta della visita ad
Auschwitz di Himmler del 17 e 18 luglio, si può giudicare dal fatto
che il programma era
già stato approvato nelle sue linee essenziali dall’ Hauptamt
Haushalt und Bauten fin dal
giugno 1941, perché nella lettera già citata del 18 giugno 1941 ne
sono elencate venti voci.
Le conclusioni che Pressac trae da questo documento sono ancora più
incredibili. Egli
scrive:
«Col favore di questa insperata manna, e dato che Himmler aveva
trovato che lo
spogliarsi degli ebrei all’aperto creava disordine, Bischoff chiese
nel suo secondo
rapporto il montaggio, nei pressi dei due Bunker, di quattro
baracche-scuderie in
legno quali spogliatoio per gli inabili. Ogni baracca costava 15.000
RM. La
richiesta venne formulata così: “4 Stück Baracken für
Sonderbehandlung der
Häftlinge in Birkenau/ 4 baracche per [il] trattamento speciale dei
detenuti a
Birkenau”. Era la prima volta in assoluto che appariva il termine
“trattamento
speciale”, e questo alla fine del luglio 1942. Ma la categoria di
persone che
riguardava e la sua finalità erano conosciute con precisione
soltanto dalle SS di
Berlino e di Auschwitz»103.
È bene precisare subito che le frasi della citazione che ho
sottolineate non hanno nulla a
che vedere con il documento, ma sono arbitrari commenti di Pressac.
Il testo integrale del
passo in questione è il seguente:
«BW 58 5 Baracken für Sonderbehandlung u. Unterbringung von
Häftlingen,
Pferdestallbaracken Typ 260/9 (O.K.H.)
4 Stück Baracken für Sonderbehandlung der Häftlinge in Birkenau
1 Stk. Baracken zur Unterbringung v. Häftl. in Bor
Kosten für 1 Baracke: RM 15.000,--
mithin für 5 Baracken: Gesamtkosten z.b.N RM 75.000»
---
101 Erläuterungsbericht zum Bauvorhaben Konzentrationslager
Auschwitz O/S. RGVA, 15 luglio 1942.502-
1-220, pp. 1-52, citazione a p. 19.
102 Idem, p. 10 e 23.
103 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945,
op. cit., pp. 55-56.
37
«BW 58 5 baracche per trattamento speciale e alloggiamento di
detenuti, baracche
scuderia tipo 260/9 (Comando supremo dell’Esercito)
4 baracche per trattamento speciale dei detenuti a Birkenau
1 baracca per alloggiamento di detenuti a Bor
Costo di una baracca: RM 15.000
perciò per 5 baracche costo complessivo con la migliore
approssimazione RM
75.000»]104.
L’interpretazione di Pressac è dunque chiaramente capziosa: questo
testo non solo non
suffraga la tesi della finalità criminale delle quattro baracche
«per trattamento speciale»,
ma la esclude: la menzione della baracca per alloggiamento dei
detenuti (immatricolati),
che fa parte dello stesso Bauwerk delle quattro baracche
presuntamente destinate agli Ebrei
(non immatricolati), dimostra che anche queste baracche erano
realmente destinate ai
detenuti (immatricolati) e che questo termine di «Häftlinge» non era
una parola “cifrata”,
ma indicava proprio i detenuti immatricolati. È chiaro che Pressac,
troncando la citazione,
ha voluto appunto evitare che il lettore giungesse a questa
conclusione. Un fulgido esempio
di «sostanziale onestà scientifica»!
La correttezza di questa conclusione è confermata da un documento
che Pressac ignorava e
che demolisce da solo la sua intera tesi storiografica di fondo: una
lista di tutti i Bauwerke
(BW105 di Auschwitz - progettati o realizzati - datata 31 marzo
1942. Il BW 58 è descritto
così:
«5 Pferdestallbaracken (Sonderbehandlung) 4 in Birkenau 1 in Budy»
[«5
baracche scuderia (trattamento speciale) 4 a Birkenau 1 a Budy»]106.
Nella prima stesura di questo documento, recante la stessa data, la
consistenza del BW è
spiegata con la seguente nota manoscritta:
«5 Pferdestallbaracken/Sonderbehandlung 4 in Birkenau 1 in
Bor-Budy»107.
Si tratta evidentemente delle stesse baracche menzionate nel
rapporto esplicativo di
Bischoff del 15 luglio 1942, ma esse appaiono - insieme al termine
Sonderbehandlung, con
buona pace dell’affermazione di Pressac secondo cui «era la prima
volta in assoluto che
appariva il termine “trattamento speciale”, e questo alla fine del
luglio 1942» - in un
documento del 31 marzo 1942, due mesi prima della presunta
convocazione di Höss a
Berlino108 nel corso della quale «Himmler lo informò della scelta
del suo campo come
centro per l’annientamento di massa degli ebrei»109. Se dunque il 31
marzo 1942 l’ordine di
sterminio non era ancora stato impartito a Rudolf Höss, è chiaro che
la Sonderbehandlung
menzionata nei due documenti citati non ha nulla a che vedere con lo
sterminio ebraico.
In conclusione, l’unico documento (sulle 88.000 pagine dei documenti
di Mosca!) che
dimostrerebbe l’esistenza dei Bunker 1 e 2 non dimostra nulla, di
conseguenza bisogna
---
104 Idem, p. 36.
105 Il termine designava sia una singola costruzione, sia un
cantiere con più costruzioni dello stesso tipo.
106 Aufteilung der Bauwerke (BW) für die Bauten, Aussen- und
Nebenanlagen des Bauvorhabens
Konzentrationslager Auschwitz O/S del 21 marzo 1942. RGVA,
502-1-267, pp.3-13, citazione a p. 8.
107 Aufteilung der Bauwerke (BW) für die Bauten, Aussen- und
Nebenanlagen des Bauvorhabens
Konzentrationslager Auschwitz O/S del 31 marzo 1942. RGVA,
502-1-210, pp. 20-29, citazione a p. 25.
108 J.-C. Pressac colloca questo presunto evento all’inizio di
giugno del 1942. Le macchine dello sterminio.
Auschwitz 1941-1945, p. 51. Vedi capitolo V.
109 Idem.
38
interpretare il diario del dott. Kremer in base a questo dato di
fatto, non già in base ad
ipotesi aprioristiche di comodo.
I due presupposti dell'interpretazione olocaustica del diario del
dott. Kremer, la presunta
equivalenza tra Sonderaktion e gasazione omicida e l'esistenza dei
Bunker di Birkenau
come impianti di sterminio, sono storicamente infondati. A questi
temi ho dedicato due
studi specifici. Il primo,“Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e
significato110,
dimostra su base documentaria, tra l'altro, che il termine
Sonderaktion aveva vari
significati, nessuno dei quali riconducibile allo sterminio (aspetto
igienico-sanitario,
internamento dei trasporti ebraici, trasporto e immagazzinamento
degli effetti ebraici)111. In
tale contesto rientrano anche le Sonderaktionen menzionate dal dott.
Kremer, che ho
analizzato e spiegato in dettaglio112.
Il secondo studio, The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus
History113, fornisce
la prova documentaria e fotografica che i cosiddetti Bunker di
Birkenau non esistettero mai
come impianti di stermin
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