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REVISIONISMO

Il revisionismo storico:
Non afferma che non ci sia stata nessuna persecuzione degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna privazione dei diritti degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna deportazione degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stato nessun ghetto ebreo;
Non afferma che non ci sia stato nessun campo di concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun crematoio nei campi di concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun ebreo morto per molte ragioni;
Non afferma che non sia stata perseguitata nessun'altra minoranza,
come gli zingari, i testimoni di Geova, gli omosessuali, e i dissidenti politici
Non afferma che le azioni suddette non siano state ingiuste.

 



L'«IRRITANTE QUESTIONE» DELLE CAMERE A GAS OVVERO

DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ

RISPOSTA A VALENTINA PISANTY

Edizione riveduta, corretta e aggiornata

2007
MATTOGNO : Capucetto rosso

Pag 2

PRESENTAZIONE
La prima edizione di quest'opera è stata data alle stampe dall'Editore Graphos di Genova
nel 1998. Come avevo previsto, dopo la sua pubblicazione la dottoressa Valentina Pisanty,
non sapendo che cosa replicare, si è ritirata in silenzio dalla scena, ritornando ad occuparsi
del suo Cappucceto Rosso, salvo qualche occasionale incursione mediatica in cui ha
sproloquiato le sue fantasie semiotiche sul revisionismo.
Ma ormai il seme velenoso aveva attecchito. E se ora si sentono persone di cultura italiane -
che non hanno mai visto un libro revisionstico - asserire con supponenza che il
revisionismo storico è scientificamente e metodologicamente nullo - lo si deve in massima
parte a Valentina Pisanty.
La mia demolizione sistematica dei suoi sofismi è valsa a ben poco, data l'immensa
sproporzione mediatica che è sempre esistita tra il suo libro e il mio. Non resta dunque che
diffondere la mia risposta in rete. Ciò è tanto più necessario in quanto - in tempi in cui gli
istigatori della Pisanty minacciano anche la libertà di espressione revisionistica - è
importante mostrare che il revisionismo è ben altra cosa dall'immagine distorta e
parodistica di esso che la Pisanty ha creato con le sue interpretazioni cavillose e truffaldine.
Il testo che presento è ovviamente riveduto, corretto e aggiornato.
Pg 3

INTRODUZIONE

Nel settembre 1996 su Le Nouveau Quotidien di Losanna sono apparsi due importanti
articoli dello storico e romanziere francese Jacques Baynac, intitolati Come gli storici
delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti1 e In mancanza di documenti
probanti sulle camere a gas, gli storici schivano il dibattito2, nei quali l’Autore espone una
lucida analisi del marasma in cui si dibatte la storiografia ufficiale.
Nel primo articolo, dopo aver denunciato il clima isterico acutizzato in Francia dall’affare
Garaudy-abbé Pierre, Baynac rileva:
«In mezzo a questo tohu-bohu [caos] disastroso, si è levata una voce, chiara, netta.
Senza dubbio, soltanto Simone Veil, ex deportata ed ex presidente del Parlamento
europeo, poteva permettersi di guardare le cose in faccia e di violare un tabù senza
rischiare l’ostracismo. “I negazionisti - ella dichiara a L’Evénement du Jeudi -
hanno approfittato dei nostri errori. Non si può imporre una verità storica con la
legge, anche se è lampante, qualunque siano i secondi fini di coloro che cercano di
negare la Storia. La Storia dev’essere libera. Essa non può essere sottomessa a
versioni ufficiali. La legge Gayssot permette ai negazionisti di apparire come
martiri, vittime di una verità ufficiale. Grazie ad essa, i negazionisti possono far
deviare il dibattito sulla libertà di espressione. Questa legislazione ha spinto l’abbé
Pierre a prendere le difese di Garaudy, e vi si ostina. Senza questa legge, non ci
sarebbe alcun affare abbé Pierre”.
Perché è stata promulgata questa legge che, secondo lo scrittore Dominique Jamet,
“trasforma i magistrati in inquisitori”? E come si è giunti a fare, secondo lo stesso
autore, come “gli Stati totalitari di tipo moderno o arcaico dove il partito o la
Chiesa, dopo aver fissato una dottrina ufficiale, affidano alla polizia e alla giustizia
la missione di difenderla e di dare la caccia agli eretici”?
Perché, fin dall’inizio, si rifiuta il dibattito. Lo si rifiuta nell’aula di tribunale. Il
giovane avvocato Arno Klarsfeld confessa ingenuamente che la legge Gayssot è
stata fatta “onde evitare dei dibattiti scabrosi tra storici e pseudostorici” (Libération,
17.7.96). Lo si rifiuta fuori dell’aula di tribunale. Il gran rabbino Sitruk, che l’aveva
accettato il 28 aprile, ha dovuto rifiutarlo due giorni dopo. La Chiesa cattolica lo
rifiuta col pretesto che il dibattito ha avuto luogo più volte. La LICRA3 lo rifiuta. Il
MRAP4 lo rifiuta. La Lega dei diritti dell’uomo lo rifiuta. In breve, nessuno lo vuole
e tutti imitano quelli che di primo acchito hanno dato l’intonazione: gli storici».
Baynac cita poi la conclusione dell’appello dei 34 storici francesi apparso su Le Monde il
21 febbraio 1979 - secondo la quale non bisogna chiedersi se lo sterminio ebraico è stato
possibile: esso è stato possibile perché ha avuto luogo, e questo è il punto di partenza

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1 «Comment les historiens délèguent à la justice la tâche de faire taire les révisionnistes», in: Le Nouveau
Quotidien, 2 settembre 1996, p. 16.
2 «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau
Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.
3 Lega Internazionale contro il Razzismo e l'Antisemitismo.
4 Movimento contro il Razzismo e per l'Amicizia tra i Popoli.

Pag 4

obbligato di qualunque indagine storica su questo argomento, sicché «non può esserci
dibattito sulle camere a gas» -, e commenta:
«Se non si discerne bene ciò che ci sarebbe di “scabroso” nel rispondere per le rime
ai revisionisti distruggendo le loro arguzie con degli argomenti e liquidando i loro
cavilli con prove materiali, documenti solidi e cifre verificabili, se si vede ancora
meno come il delicato fiore dell’ etablishment universitario ha potuto decretare che
non bisogna interrogarsi su un oggetto storico, in compenso si vede bene che è il
defilamento degli storici che ha costretto la società a rifilare il bebè mostruoso ai
tribunali, poi - avendo certi giudici avuto la malaugurata idea di recalcitrare,
perfino di scrivere nei loro considerandi che la questione dell’esistenza delle camere
a gas era una questione di opinione - a fare una legge che permettesse di condannare
automaticamente gli pseudostorici.
La questione è dunque di sapere perché gli storici si sono defilati»5.
Baynac risponde a questa domanda nel secondo articolo. Dopo aver accennato allo
scompiglio suscitato da Jean-Claude Pressac nella storiografia ufficiale con la sua drastica
riduzione dei “gasati” di Auschwitz (470.000-550.000 nelle traduzioni italiana e tedesca del
suo ultimo libro)6, egli affronta il nodo cruciale della questione:
«Bisogna essere grati a Pierre Bourez per aver finalmente osato porre la questione
chiave, quella dell’estensione del campo scientifico di investigazione e, di
conseguenza, quella della natura della storia scientifica e del suo metodo.
È qui, e da nessun’altra parte, che i negazionisti hanno teso la trappola agli storici, i
quali l’hanno identificata fin dal 1979, ma, non sapendo come evitarla, si sono
sottratti al loro dovere di accertare la realtà incaricando la Giustizia di dire la Verità.
Tutto il resto fu soltanto una conseguenza, e oggi ci ritroviamo con un problema che
supera di gran lunga quello dell’esistenza delle camere a gas omicide nei campi
nazisti. Ora è in gioco la questione della conoscibilità del passato. Quella della
Storia.
Trarsi da questo passo falso sarà difficile e doloroso. Ma tergiversare ancora espone
a vedere tutto il passato dissolversi dietro di noi, una eventualità poco piacevole
quando l’avvenire è già così imprevedibile e il presente così inquietante.
Per salvare la Storia, bisogna partire dalla realtà... e restarvi. Le camere a gas sono
esistite e hanno ucciso una quantità enorme di persone, omosessuali, ebrei, malati,
zingari, slavi.
Questa certezza si fonda su due pilastri: le testimonianze dei superstiti e i lavori
degli storici. Su tali basi, in questo dominio come in tutti gli altri, si sono sviluppati
due discorsi, paralleli ma di natura diversa.
L’uno, ascientifico, in cui la testimonianza ha il primo posto. Leggere uno o più
racconti, a fortiori una recensione seria sull’argomento, porta alla convinzione.

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5 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le
Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.
6 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994, p. 173; Die
Krematorien von Auschwitz. Die Technik des Massenmordes. Piper, Monaco, 1994, p. 202. L'edizione
originale non contiene il relativo paragrafo: Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de
masse. CNRS Editions, Parigi, 1993.

Pag 5


Anche se un testimone ha dimenticato un dettaglio, un altro esagerato un fatto,
l’avvenimento resta valido: è esistito. [...].
Per lo storico scientifico, la testimonianza non è realmente la Storia, è un oggetto
della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora meno se nessun
solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifica, si potrebbe dire
forzando appena la mano, è: niente documento/i, niente fatto accertato.
Questo positivismo che conferisce una tale importanza al documento ha i suoi
aspetti positivi e negativi. Quello positivo, è che la storia deve a questo metodo
rigoroso di non essere una pura fiction, ma una scienza. In quanto tale, essa è
revisionista per natura, ossia negazionista. La Terra è stata ritenuta a lungo piatta,
ora lo si nega. Ne consegue che decretare l’arresto delle ricerche su un punto
qualunque del campo scientifico è negare la natura stessa della scienza. Si vede
dunque già apparire ciò che mette gli storici in una situazione insostenibile ponendo
i negazionisti in buona posizione: dal momento in cui si è sul terreno scientifico, è
vietato vietare di rivedere o negare. Farlo, significa uscire dal campo scientifico.
Significa abbandonarlo. Abbandonarlo a chi? Ai negazionisti.
L’aspetto negativo della storia scientifica consiste nel fatto che, in mancanza di
documenti, di tracce o di altre prove materiali, è difficile, se non impossibile,
stabilire la realtà di un fatto, anche se non c’è alcun dubbio che sia esistito, anche se
è evidente. Il dramma è qui».
A questo punto J. Baynac si lascia sfuggire un’invettiva contro «queste carogne di nazisti»
i quali non solo avrebbero perpetrato uno sterminio in massa, ma «hanno voluto uccidere
sul nascere la possibilità di scrivere la sua storia». La totale mancanza di documenti su tale
presunto sterminio sarebbe dunque il risultato di questa pretesa volontà nazista. Baynac
presenta al riguardo alcune citazioni di storici ufficiali e continua:
«Si potrebbero moltiplicare le citazioni di storici, ma a che pro? Tutte dicono: non
disponiamo degli elementi indispensabili per una pratica normale del metodo
storico. Infine - e questa è la cosa più penosa da dire e da ascoltare, quando si sappia
quale dolore e quale sofferenza sono così non negate, ma sospese - dal punto di
vista scientifico non esiste testimonianza accettabile come prova indiscutibile. Non
è una questione di legittimità o di credibilità. Dipende dalla natura stessa della
testimonianza, natura di cui lo storico non può non tener conto senza negare la
metodologia della sua disciplina. La vera trappola tesa dai negazionisti è qui, in
questo dilemma davanti al quale hanno spinto a porsi gli storici. Volendo
contraddirli sul terreno scientifico, li si induce a gridare:“Storici, i vostri
documenti!” - e bisogna stare zitti per mancanza di documenti. Ma volendo opporsi
ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente sogghignare:“Niente documenti?
Niente fatti. Voi fate della fiction, del mito, del sacro”».
Di fronte a questo dilemma, Baynac si chiede:
«Allora, che fare? Mobilitare ancora e sempre le divisioni pesanti mediatiche? I
risultati si sono visti, e noi rischiamo di vedere i negazionisti vincere a questo
sporco gioco esibendo improvvisamente un nuovo idolo mediatico e sostituendo il
vecchio abate che hanno sfruttato fino all’osso. Sarebbe meglio imparare la lezione
e constatare che, per vincere il negazionismo, bisogna scegliere tra due mali.

6

O si abbandona il primato dell’archivio a favore della testimonianza, e, in questo
caso, bisogna squalificare la storia in quanto scienza per riqualificarla
immediatamente in quanto arte. Oppure si mantiene il primato dell’archivio e, in
questo caso, bisogna riconoscere che la mancanza di tracce [le manque de traces]
comporta l’incapacità di stabilire direttamente la realtà dell’esistenza delle camere
a gas omicide.
A partire da qui, riconquistare il terreno scientifico sarà possibile nel rispetto del
lento, laborioso e difficile terreno scientifico. Perché stabilire che i negazionisti
hanno torto è possibile. Essi hanno infatti dimenticato un “dettaglio”: se la storia
scientifica, in mancanza di documenti, non può stabilire la realtà di un fatto, essa
può, con dei documenti, stabilire che l’irrealtà di un fatto è essa stessa irreale.
Stabilendo che l’inesistenza delle camere a gas è impossibile, si liquiderà
definitivamente la pretesa del negazionismo di porsi come una scuola storica tra
altre e lo si costringerà ad apparire per ciò che è sin dall’inizio: una ideologia,
quella di una setta propugnatrice di una utopia reazionaria il cui mezzo e il cui
fine sono di cambiare il passato escludendo il reale a vantaggio del virtuale»7
(corsivo mio).

Nel 1995 ho scritto che il revisionismo

«è essenzialmente una metodologia storiografica, la normale metodologia
storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le branche della storia, coll’unica
eccezione della tematica olocaustica. La negazione della realtà storica delle camere
a gas omicide ne è la logica conclusione, in quanto questa storia è basata su prove
che non resistono ad una critica storica seria»8.
Lo storico “antinegazionista” Jacques Baynac sottoscrive in via di principio questa
definizione: egli dichiara che la storiografia è revisionistica per natura, riconosce che la
testimonianza vale poco o nulla se non è confermata dal documento, ammette perfino che,
sulla realtà delle camere a gas omicide, non esistono neppure “tracce” documentarie;
tuttavia, sul piano pratico egli non solo afferma “ideologicamente” una realtà storica che
non può essere provata né da testimonianze né da documenti, ma, sulla base di una
metodologia storiografica fideistica, pretende addirittura di negare dignità scientifica al
revisionismo perché ha il torto di mettere in atto «il postulato della storiografia scientifica»,
cioè «niente documenti, niente fatto accertato»!
Quanto poi la mancanza di documenti sia da attribuire, con perfetto circolo vizioso, alla
perfidia nazista (i nazisti hanno sterminato gli Ebrei ma hanno distrutto i documenti sullo
sterminio, sicché questo non può essere dimostrato documentariamente, ma c’è stato lo

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7 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le
Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.
8 Intervista sull’Olocausto. Edizioni di Ar, Padova, 1995, p. 11.

7

stesso) risulta chiaramente dalla enorme mole di documenti sequestrati dai Sovietici ad
Auschwitz nel 1945, ora accessibili a Mosca nell’archivio di via Viborgskaja9.

Il defilamento degli storici ufficiali ha avuto per gli “antinegazionisti” altri effetti
collaterali non meno disastrosi di quelli esposti da Baynac: il terreno lasciato libero dalla
loro coraggiosa ritirata è stato presto invaso da una masnada di gazzettieri - brillanti
imitatori di idee altrui, acuti chiosatori di libri che non hanno mai letto, sagaci interpreti
di stralci di documenti d’archivio di terza mano, profondi conoscitori di luoghi che non
hanno mai visto - destinati inevitabilmente ad essere travolti dall’inconsistenza dei loro
stessi postulati.
Di questi veri e propri dilettanti allo sbaraglio, tra i quali spiccavano le grandi teste
pensanti di Pierre Vidal-Naquet e di Deborah Lipstadt, mi sono già occupato altrove10.
Questo disperato assalto di sprovveduti è stato di recente affiancato da un subdolo attacco
trasversale proveniente dal «delicato fiore dell’ etablishment universitario». Le grandi teste
universitarie, volendo colpire il revisionismo restando al riparo dall’eventualità - tutt’altro
che aleatoria - di perdere la faccia in un confronto personale - cominciano a mandare in
avanscoperta un povero diavolo di studente, che fungerà da capro espiatorio,
proponendogli una tesi di dottorato teleguidata. E il povero diavolo, vuoi per ambizioni
carrieristiche, vuoi per vassallaggio adulatorio (il termine studentesco è molto più colorito),
si trova sempre.
Questa nuova strategia, inaugurata nel 1996 in Francia da Florent Brayard sotto l’egida di
Pierre Vidal-Naquet11, è apparsa ora anche in Italia, con il libro L’irritante questione delle
camere a gas. Logica del negazionismo12 di Valentina Pisanty.

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9 In questo archivio sono conservate, tra l’altro, circa 88.000 pagine di documenti della Zentralbauleitung di
Auschwitz, l’ufficio responsabile della costruzione dei crematori e delle presunte camere a gas omicide!
10 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian,
Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar, Padova, 1996; Olocausto: dilettanti a
convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002; Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005; Ritorno dalla
luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Effepi,
Genova, 2006; riedizione ampliata: Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai
finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Con la replica alla “Risposta a Carlo Mattogno” di Francesco
Rotondi, 2007, in: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.; Negare la storia? Olocausto: la
falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, 2006.
11 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du révisionnisme. Fayard, Parigi, 1996.
Vedi al riguardo il cap. VII (pp. 267-291) di Olocausto: dilettanti allo sbaraglio e l’opuscolo Rassinier, il
revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard (Graphos, Genova, 1996) da esso tratto.
12 Bompiani, Milano, 1998.

8

CAPITOLO I

I METODI DI LAVORO DI VALENTINA PISANTY

1) Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz

La prima iniziativa della nuova strategia messa in atto dal «fiore» universitario bolognese si
rivela sin dalle prime pagine per ciò che realmente è: un tentativo pseudoscientifico di
demolizione delle basi metodologiche del revisionismo. Vediamo perché.
L’irritante questione delle camere a gas, spiega l’Autrice,
«prende origine da una tesi di dottorato svolta sotto la supervisione di Umberto Eco,
Patrizia Violi e Mauro Wolf» (p. 4)13.
La terza pagina di copertina ci informa inoltre che la Pisanty
«ha conseguito il dottorato di ricerca in Semiotica presso l’Università di Bologna».
Ci si può chiedere che cosa abbia a che fare la semiotica con la questione storica
dell’esistenza o inesistenza delle camere a gas omicide; la risposta è semplice: nulla. Infatti,
come recita la dichiarazione programmatica dell’Autrice, il libro in questione non vuole
essere un’opera storiografica:
«L’obiettivo principale di questo libro non è di confutare l’ipotesi cosiddetta
revisionista con argomentazioni di tipo storico e con il supporto dei numerosissimi
documenti a disposizione di chiunque li voglia consultare.
Ritengo che una simile operazione di smontaggio storico sia già stata effettuata con
successo da vari autori, tra cui Pierre Vidal-Naquet, i quali hanno a più riprese
dimostrato l’infondatezza delle ipotesi interpretative di Rassinier e compagni se
messe alla prova dell’evidenza documentaria.
Lo scopo che mi pongo è piuttosto di portare alla luce le strategie persuasive
messe in atto dai negazionisti nella lettura dei documenti storici» (p. 2).
Questa dichiarazione è fin troppo scopertamente pretestuosa: la Pisanty pretende di
analizzare una metodologia storiografica dal punto di vista puramente semiotico senza una
preliminare analisi storica - che dà per scontata (Pierre Vidal-Naquet dixit) -, e senza una
preliminare preparazione storica; ella pretende di giudicare in che modo uno storico
interpreta un documento senza esaminare il valore storico del documento. Questo tipo di
indagine, se fosse condotta sul serio, si esaurirebbe inevitabilmente in una sterile
esercitazione retorica, senza alcun contatto con la realtà. Proprio qui sta la pretestuosità
della dichiarazione summenzionata: per non restare sul piano nebuloso delle astratte
categorie semiotiche, la Pisanty è costretta ad affrontare le problematiche storiche concrete

---
13 Per ridurre il numero delle note, indico la pagina del libro della Pisanty alla fine di ogni citazione.

9

avanzate dai revisionisti, ad esprimere un giudizio sul loro valore storico, dunque a far
rientrare dalla finestra ciò che aveva finto di cacciare dalla porta.
L’irritante questione delle camere a gas è pertanto un tentativo di confutazione delle
argomentazioni storiche revisionistiche sotto la copertura semiotica.
La necessità di questa copertura appare manifesta quando si consideri che questa «tesi di
dottorato» sulle camere a gas è nata e si è sviluppata non già - come ci si sarebbe aspettati
- in un Istituto di storia moderna e contemporanea, bensì in un Istituto di semiotica, in cui
docenti e discenti hanno necessariamente una conoscenza della storia olocaustica pari a
quella che i docenti e discenti di filosofia possono avere della fisica nucleare.
La necessità di questa copertura appare ancora più manifesta quando si consideri la
competenza specifica della Pisanty, essendo ella una profonda esperta della storia di...
Cappuccetto Rosso! In una nota ella rimanda al suo unico libro scritto prima di quello in
esame - Leggere la fiaba - per delucidazioni, sicuramente importantissime, «sulle
numerose letture (in chiave etnologica, psicoanalitica, mitologica, alchemica, ecc.) della
fiaba di Cappuccetto Rosso» (p. 265, nota 29). Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz: quale
mirabile travaglio interiore!
2) I «Riferimenti bibliografici» generali
Considerate la qualificazione e la competenza specifica dell’Autrice, non stupisce che nel
suo libro l’aspetto semiotico sia di gran lunga preponderante su quello storico. Poiché a me
interessa invece esclusivamente quest’ultimo, lascerò da parte le prolisse e tediose analisi
semiotiche - esercitazioni dialettiche con finalità prettamente accademiche, spesso
abilmente pilotate per poter esternare il doveroso atto di vassallaggio adulatorio ai docenti.
Questo fastidioso groviglio di minuziose sofisticherie ha però anche uno scopo più pratico,
rappresentando quello stratagemma che consiste nel «confondere l’avversario con un
profluvio di parole» (p.275) che la Pisanty attribuisce naturalmente ai revisionisti.
A questo riguardo, la pomposa bibliografia presentata dalla nostra dottoressa è
particolarmente rivelatrice. Delle 100 opere (libri e articoli) relative alla storiografia
ufficiale elencate alla fine del libro (pp. 279-285), appena 20 - mal lette e mal digerite -
sono di storiografia olocaustica, una decina di critica antirevisionistica; il resto è costituito
da un’accozzaglia di opere di argomento disparato, da Che cosa è il cinema a L’idea
deforme. Interpretazioni esoteriche di Dante, da Problemi di linguistica generale a i Falsi
Protocolli (dei “Savi di Sion”), da Usi “politici” della preistoria indoeuropea a
Sémiotique, da Contro l’antisemitismo a Introduzione alla filosofia della scienza, da Gli
atti linguistici a Secret Societies and Subversive Movements, da L’analisi del discorso a Le
pretese scientifiche del razzismo, da I formalisti russi a Retorica del complotto, da Lo
spirito della narrazione a Le bouc émissaire, da Umberto Eco a Umberto Eco (la
bibliografia elenca diligentemente 5 opere del “maestro” più una sesta in collaborazione)14.

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14 La «tesi di dottorato» cita 9 volte Umberto Eco - il più importante “supervisore” - il quale, con il
revisionismo e le camere a gas c’entra come i classici cavoli a merenda. La Pisanty trova il modo perfino di
citare l’inizio del Nome della Rosa! (p. 198).

10

Completato il quadro della qualificazione e della competenza della Pisanty, passiamo
all’esame del suo libro.

3) Il titolo

Cominciamo dal titolo del libro, L’irritante questione delle camere a gas. Nell’
Introduzione la Pisanty spiega:
«Nella prefazione alla seconda edizione di Passage de la ligne, il revisionista Paul
Rassinier si riferisce all’ “irritante questione” delle camere a gas. [...]. Perché la
questione delle camere a gas è descritta come irritante? Per il semplice motivo che
essa costituisce il maggiore ostacolo incontrato da chi, come lui, voglia riabilitare il
regime nazista» (p. 1).
Il ragionamento sembra stringente come un sillogismo aristotelico: il revisionista vuole
riabilitare il regime nazista; le camere a gas sono il maggior ostacolo a questa
riabilitazione, dunque le camere a gas sono una questione irritante. È un vero peccato che
le due premesse siano false! Per quanto concerne la frase incriminata di Rassinier, non
esiste alcuna “seconda edizione” del Passage de la ligne; questo scritto fu ripubblicato da
Rassinier in Le Mensonge d’Ulysse (1955)15. D’altro canto nella prefazione a quest’opera
Rassinier scrisse esattamente il contrario di ciò che pretende la Pisanty:
«Che degli stermini con i gas siano stati praticati mi pare possibile, se non certo:
non c’è fumo senza arrosto»16.
Non a caso la citazione della nostra dottoressa è priva di riferimento alla fonte: niente
editore, niente anno di pubblicazione, niente pagina.
Quanto poi alla seconda premessa, si tratta della ignobile calunnia di Deborah Lipstadt,
alla quale ho già risposto per le rime altrove17.
In realtà, proprio perché gli storici ufficiali non sono in grado di uscire dal dilemma
metodologico prospettato da Baynac, proprio perché non sanno che cosa rispondere sul
piano scientifico alla domanda dei revisionisti: «Storici, i vostri documenti!», proprio per
queste ragioni la questione delle camere a gas omicide è divenuta per loro la questione più
irritante, tanto irritante che anche la Pisanty finge di occuparsene senza neppure sfiorare il
nocciolo della questione.

4) La bibliografia revisionistica: preselezione del campo di indagine
Tra i rimproveri che la Pisanty muove ai revisionisti c’è quello secondo il quale essi
«operano una preliminare selezione del materiale storico» (p. 13). Vedremo poi quanto
questo rimprovero sia fondato. Qui rilevo che questo è in realtà proprio il principio
metodologico generale che condiziona la struttura stessa del libro in oggetto. L’esame della


---
15 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du révisionnisme, op. cit., p. 33 e 449.
16 Idem, p.282.
17 Vedi Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 145-152.

11

bibliografia “negazionista” addotta dalla dottoressa Pisanty è sufficiente per mostrare
apertamente quale sia la buona fede dell’Autrice.
La bibliografia contiene 32 titoli (pp. 285-286).
Per quanto riguarda l’aspetto qualitativo, la bibliografia è un’accozzaglia di libri, opuscoli
e articoletti vari. Tra i titoli citati figurano:
- 4 opere letterarie (!) di Robert Faurisson,
- 2 opere di Maurice Bardèche che non hanno nulla a che vedere con il revisionismo,
- 3 opuscoli che sono da relegare nell’angolo delle curiosità storiografiche (The Myth of the
Six Million e gli scritti di R.Harwood e di Th. Cristophersen),
- 1 scritto del “NOI (Nation of Islam)” che non ha niente a che fare con il revisionismo,
- 1 articolo apparso in forma anonima nelle Annales d’Histoire Révisionniste che formula
ipotesi insensate le quali mettono in causa solo l’autore,
- 1 articolo molto modesto sul film Shoah apparso parimenti nelle Annales d’Histoire
Révisionniste.
Dal punto di vista cronologico, le opere citate sono ripartite così:
- 16 titoli sono anteriori al 1980 (dal 1948 al 1978),
- 14 titoli sono anteriori al 1990 (dal 1980 al 1988),
- 2 titoli si riferiscono agli Novanta (1991 e 1995).
Gli unici due scritti apparsi negli anni Novanta menzionati dalla Pisanty sono il già
menzionato libro (?) del “NOI” (The Secret Relationship between Blacks and Jews: il titolo
è tutto un programma!) e il libro di Roger Garaudy, che si limita a divulgare qualche tesi
revisionistica.
Quanto alla lingua, i titoli citati dalla Pisanty sono quasi tutti in italiano, francese ed
inglese. I due soli autori tedeschi menzionati nella bibliografia sono citati in traduzione
francese (Wilhelm Stäglich) o inglese (Udo Walendy) - e già da ciò si può desumere quale
sia la conoscenza del tedesco dell’ Autrice. Particolarmente comica poi è la sua
attribuzione del rapporto Leuchter - in tedesco! - a Udo Walendy18.
Che cosa significano questi dati? Per rispondere a questa domanda confrontiamo la finta
bibliografia della Pisanty con la vera bibliografia revisionistica essenziale che ho riportato
nel libro già citato Olocausto: dilettanti allo sbaraglio (pp. 308-309) e che rispecchiava
abbastanza bene lo status delle conoscenze revisionistiche fino al 1995.
Dal punto di vista qualitativo, la bibliografia contiene tutti i più importanti contributi di
ricercatori o divulgatori di buon livello: Enrique Aynat, John Ball, Jena-Marie Boisdefeu,
Arthur Butz, Robert Faurisson, Jürgen Graf, Pierre Guillaume, Michael Hoffman, Robert
Lenski, Pierre Marais, Germar Rudolf, Walter Sanning, Wilhelm Stäglich, Steffen Werner.
Per quanto concerne la data di pubblicazione, delle 30 opere menzionate:
- 2 sono anteriori al 1980,
- 9 sono anteriori al 1990,
- 19 opere sono apparse tra il 1990 e il 1995.
Quanto alla lingua:

---
18 U. Walendy ha soltanto pubblicato la traduzione tedesca di un estratto del rapporto americano di Fred
Leuchter (An engineering report on the alleged execution gas chambers at Auschwitz, Birkenau and
Majdanek Poland. Prepared for Ernst Zündel. April 5, 1988 by Fred A. Leuchter, Jr. Chief Engineer. Fred A.
Leuchter, Associates, 231 Kennedy Drive Unit # 110, Boston, Massachusetts 02148).

12


- 10 opere sono in francese,
- 9 sono in tedesco,
- 6 in inglese,
- 3 in spagnolo,
- 2 in italiano (questa bibliografia non comprende le mie opere).
I testi anteriori al 1980 (A.Butz, W.Stäglich) e dell’inizio degli anni Ottanta (R.Faurisson)
sono ormai ampiamente superati e, in generale, hanno importanza più per i problemi che
sollevano che per le soluzioni che propongono.
Tornando alla nostra dottoressa in semiotica, risulta evidente che l’esame critico del
revisionismo che ella vuole presentare al lettore è inficiato e falsato già in partenza da una
disonesta delimitazione del campo di indagine che esclude a priori l’80% quantitativo e
qualitativo della letteratura che dovrebbe costituire l’oggetto della sua indagine.
Il trattamento che la Pisanty infligge alle 4 riviste revisionistiche più importanti è ancora
più spietato:
- la rivista Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung19 - attualmente la più
importante rivista revisionistica - viene liquidata direttamente senza neppure una menzione;
- la stessa sorte tocca alla Revue d’Histoire Révisionniste, che contiene parecchi articoli di
buon livello;
- la rivista Annales d’Histoire Révisionniste subisce una drastica selezione: su una trentina
di articoli che appaiono nei suoi 8 numeri, la Pisanty ne sceglie 2: i peggiori;
- la rivista The Journal of Historical Review subisce una selezione ancora più drastica: tra
le centinaia di articoli pubblicati (il primo numero è apparso nel 1980) la Pisanty ne sceglie
ben tre! Inutile dire che si tratta di scritti del tutto marginali rispetto alla questione centrale
delle camere a gas omicide, alla quale sono invece specificamente dedicati vari articoli.
Naturalmente neppure i miei scritti sfuggono alla regola metodologica della dottoressa
Pisanty: anche nel mio caso ella opera una spietata selezione liquidando senza mezzi
termini tutti i miei scritti più importanti - le 5 opere apparse dal 1991 al 1996; inoltre, dei
9 scritti precedenti (dal 1985 al 1988) la Pisanty ne selezione solo 3. In pratica, ella prende
in considerazione solo 3 delle mie 14 opere apparse in italiano fino al 1996.
La cosa più grave è che la Pisanty, che riprende le metodologie truffaldine e le
argomentazioni capziose dei suoi maestri, evita accuratamente di menzionare proprio
l’opera che le demolisce sistematicamente: Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Certo, è
più facile fare finta di niente piuttosto che rispondere, soprattutto quando non si hanno
argomenti.
La strategia della Pisanty è dunque semplice. Ella opera anzitutto una selezione
preliminare nella quale scarta i testi che espongono le tesi fondamentali revisionistiche (di
carattere soprattutto storico-tecnico), alle quali la povera dottoressa in semiotica non
saprebbe che cosa controbattere. Il restante 20% che ella prende in considerazione è per di
più alquanto datato; come ho accennato sopra, si tratta di testi (Rassinier, Butz, Faurisson,
Stäglich) il cui merito maggiore consiste nell’aver additato una direzione di ricerca che
successivamente si è sviluppata raggiungendo livelli incommensurabilmente superiori. In

---
19 Stiftung Vrij Historisch Onderzoek, Postbus 60, B-2600 Berchem, Belgio. Il primo numero è uscito nel
marzo 1997.

13

questi testi la Pisanty opera una ulteriore selezione isolando quattro temi generali20,
all’interno dei quali isola di nuovo le argomentazioni revisionistiche che ritiene di poter
confutare (vedremo poi come).
In particolare ella tralascia tutte le questioni tecniche - che sono l’aspetto essenziale della
struttura argomentativa revisionistica -, a cominciare dal rapporto Leuchter, che
evidentemente neppure conosce21. Ma anche ciò è comprensibile: qui non si tratta di
disquisire su Cappuccetto Rosso. E infatti quando talvolta ella azzarda qualche spiegazione
tecnica, fa delle figure come questa. Confutando l’affermazione (errata) di J. Gillot (il cui
unico merito è di aver scritto un mediocre articolo sul film di Claude Lanzmann “Shoah”)
secondo la quale era impossibile accedere nelle camere a gas di Treblinka se non dopo una
ventina di ore di aerazione, la Pisanty spiega:
«Ciò è semplicemente falso. Il gas letale impiegato a Treblinka era il monossido di
carbonio e non lo Zyklon B (come invece sostiene questo negazionista minore e
decisamente poco informato): pochi minuti di areazione [sic!] sono ampiamente
sufficienti affinché il CO si trasformi in CO2» (p. 188).
Dunque il CO non si trasforma in CO2 per combustione, come si insegna erroneamente in
tutti gli Istituti di chimica22, ma per aerazione! Sulle altre cantonate di questo calibro prese
dalla nostra dottoressa (tra cui quella tragico-comica del recupero del grasso umano) mi
soffermerò successivamente. Per amor del vero, la Pisanty prende enormi cantonate
anche in campo storico, come quando scrive che
«anche il lager di Dachau stava per essere fornito di una camera a gas (come risulta
dalla corrispondenza tra Berlino e la Topf)» (p. 182, corsivo mio),
ignorando che l’unico contatto della ditta Topf con questo campo riguardò l’installazione
del forno crematorio a 2 muffole costruito nel vecchio crematorio.
Riprendiamo l’analisi della strategia della Pisanty. Alla letteratura dei precursori del
revisionismo ella mescola una serie di libelli e articoletti di personaggi insignificanti che
pone più o meno sullo stesso piano di coloro che all’epoca erano i rappresentanti del
revisionismo nascente, infierendo su personaggi assolutamente irrilevanti, come l’anonimo
articolista delle Annales d’Histoire Révisionniste (p. 26 e 193), W. Grimstadt (p. 229), L.
Stielau (chi era costui?) (p. 53) - il che è come dire: mettere sullo stesso piano V. Pisanty e
Raoul Hilberg.
Questo volgare trucco metodologico, che costituisce la condicio sine qua non
dell’esistenza stessa del libro, ne infirma dunque a priori il valore scientifico. L’operazione
compiuta dalla Pisanty è analoga a quella che effettuerebbe chi, volendo confutare la tesi
dello sterminio ebraico ad Auschwitz, prendesse di mira il Dizionario del Nazismo di

---
20 Il diario di Anna Frank, il diario del dott. Kremer, il rapporto Gerstein e le annotazioni di Höss. Vedi
capitoli III-V.
21 La Pisanty cita Fred Leuchter due volte: la prima come testimone al processo Zündel del 1988 (l’Autrice
scrive erroneamente 1987)(p. 20), la seconda come titolare di un sito Internet (p .22). Come ho già segnalato,
nella bibliografia ella attribuisce il rapporto Leuchter - in lingua tedesca - a Udo Walendy!
22 Michele Giua e Clara Giua-Lollini, Dizionario di chimica generale e industriale. Unione Tipografico-
Editrice Torinese, Torino, 1948, vol. I, p. 500: «L’anidride carbonica si forma: 1° Per combustione del
carbonio o dell’ossido di carbonio:
C + O2 ?? CO2 2 CO + O2 ?? 2CO2».

14

Gustavo Ottolenghi23 invece dei libri di Pressac. In breve, il campo d’indagine della Pisanty
è una minima parte del campo d’indagine revisionistico e l’oggetto dell’indagine della
Pisanty non è il revisionismo, ma una parodia di esso.
Il ricorso a questo volgare trucco non dipende soltanto da qualche enorme lacuna
nell’onestà intellettuale dell’Autrice, ma ha inoltre una spiegazione pratica:
sfortunatamente la grossa testa pensante della polemica antirevisionistica - Pierre Vidal-
Naquet - ha pensato fino al 1987 (e ormai non penserà più)24, perciò, per il periodo
successivo, gli umili adepti del Verbo del Maestro si trovano spiazzati, non essendo in
grado di pensare da soli. La cosa migliore, dunque, è tacere. Unica eccezione, le critiche
che la Pisanty rivolge alle mie argomentazioni. Trovatasi senza guida, l’Autrice ha dovuto
improvvisare e creare, grazie alle sue indubbie capacità semiotiche, dei sofismi passabili.
Vedremo nei capitoli successivi quanto valore abbia questa simulazione di pensiero.
5) Le citazioni
Nel profluvio delle disquisizioni semiotico-metodologiche addotte dalla Pisanty
apparentemente allo scopo di mettere al riparo il lettore dalle perfide insidie revisionistiche,
l’Autrice menziona la seguente:
«Al lettore del saggio storico è richiesto un atto di fiducia basato sul riconoscimento
dell’autorità dello scrittore in quanto soggetto competente nella materia di cui il
saggio tratta. Solo così è possibile arrestare momentaneamente la continua richiesta
di prove supplementari (tipica di un’interpretazione sospettosa) che inibirebbe lo
svolgersi della narrazione storica» (p. 202).
Al lettore di questo libro sulle camere a gas è dunque richiesto un atto di fiducia basato
sulla competenza dell’Autrice in ... Cappuccetto Rosso.
La Pisanty prosegue.
«Tale riconoscimento di una competenza autoriale è accompagnato dalla
possibilità, offerta al lettore, di verificare da sé se la sua fiducia sia stata
saggiamente riposta: grazie alla citazione delle fonti documentarie, infatti, egli
può ricostruire il percorso interpretativo intrapreso dallo storico per valutarne
l’appropriatezza, ovvero l’adesione o meno a principi epistemologici generalmente
accettati» (p. 202, corsivo mio).
L’Autrice rileva inoltre che
«così come l’insufficienza di indicazioni bibliografiche, anche l’eccesso informativo
(in quanto fonte di “rumore”) blocca l’iniziativa personale del destinatario,

---
23 Sugarco Edizioni, 1995. Non posso resistere alla tentazione segnalare almeno qualcuna delle enormi
corbellerie che si possono leggere in questo libro: Il campo di Auschwitz era dotato di «10 forni crematori»
(p. 8), quello di Birkenau di «12 crematori» (p. 12); i campi di Belzec e di Sobibór, dove non sono mai
esistiti forni crematori, ne avevano ben 12 ciascuno (p. 11 e 93); «Abwanderung», che significa
“emigrazione”, è spiegato come «Ufficio Alto Comando delle forze armate per la difesa all’estero
(spionaggio e controspionaggio)» (p. 7), dove Ottolenghi confonde con “Abwehr”; le camere a gas non sono
“Gaskammern” bensì «Gaszimmer» («stanze a gas»)! (p. 15 e 39), ecc. ecc.
24 P. Vidal-Naquet è deceduto il 29 luglio 2006.


15

costringendolo a ripiegare sul metodo dell’autorità per ricavare un senso dal
testo» (p. 276).
Vediamo dunque se la Pisanty offra sempre al lettore la possibilità di questa verifica e se il
lettore possa riporre «saggiamente» la propria fiducia in lei.
Le citazioni della Pisanty si dividono in due grandi categorie: quella dei testi che ha letto e
che indica con il riferimento esatto (autore, titolo, anno di pubblicazione e pagina) e quella
dei testi che non ha letto ma che finge di aver letto e spaccia per sue. La seconda categoria
comprende parecchie citazioni di seconda o di terza mano per le quali l’Autrice non sa
indicare il riferimento completo.
Come ho già rilevato nel § 3, il titolo stesso del libro si fonda già su questo trucco che mira
evidentemente ad un «eccesso informativo» per bloccare «l’iniziativa personale del
destinatario»: la finta citazione è introdotta con la formula «nella prefazione alla seconda
edizione di Passage de la ligne» e questo è tutto. Naturalmente quest’opera di Rassinier
non appare neppure nella bibliografia della Pisanty, sicché per il lettore che non sia uno
specialista della materia la verifica è impossibile. Già il titolo stesso del libro richiede
perciò un cieco atto di fede da parte del lettore.
A p. 53 la Pisanty presenta una citazione di tal fatta con questa sola indicazione:
«Sempre nel 1958, l’insegnante Lothar Stielau di Lubecca, che vanta un passato di
dirigente della Hitlerjugend, scrive un saggio teatrale in cui inserisce la seguente
frase: ...» (p. 53).
La citazione della pagina seguente viene presentata così:
«Questa è la posizione sostenuta da Teresa Hendry in un articolo pubblicato nel
1967 dalla rivista The American Mercury. La Hendry scrive: ...» (p.54).
Si tratta di una citazione di terza mano alla quale la Pisanty è giunta tramite Deborah
Lipstadt, la quale, pur non citando direttamente il testo in questione, fornisce le seguenti
indicazioni blibliografiche:
«Teressa Hendry, “Was Anne Frank’s Diary a Hoax?” American Mercury (Summer
1967), reprinted in Myth of the Six Million, pp.109-111»25.
Questo libretto contiene effettivamente la ristampa dell’articolo in questione, insieme ad
altri quattro articoli tratti da The American Mercury e con il riferimento cronologico
(Summer 1967)26, ma non è la fonte della citazione in questione, perché la Pisanty lo
conosce solo attraverso la Lipstadt27 e Mattogno28.
A p. 55 la Pisanty cita Irving con questa semplice spiegazione:
«Nel 1975 lo storico revisionista/negazionista David Irving scrive, nell’introduzione
al suo Hitler and His Generals: ...».
Quest’opera non appare neppure nella bibliografia della Pisanty.
Nella stessa pagina l’Autrice offre un’altra citazione che introduce così:
«Anche Faurisson, in un primo tempo, si riallaccia all’ipotesi Levin per screditare il
diario di Anne Frank: in una lettera inviata a Jean-Marc Théolleyre nel settembre

---
25 Deborah Lipstadt, Denying the Holocaust. The Growing Assault on the Truth and Memory. A Plume
Book, New York, 1994, p. 270.
26 Anonymous, The Myth of the Six Million. The Noontide Press, 1978, p.104 (il testo dell’articolo si trova
alle pp. 109-111).
27 Deborah Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., p. 105.
28 Vedi cap. II,1.


16

1975 a proposito di un’opera di Hermann Langbein su Auschwitz, egli scrive: ...»
(p.55).
La fonte? Mistero!
A p. 153 appare una citazione di Stäglich senza indicazione del numero di pagina.
La stessa cosa vale per la citazione di Höss a p.157.
A p. 178 la Pisanty scrive:
«Nonostante dichiari, come tutti gli antisemiti, di non essere un antisemita,
Bardèche sostiene che gli ebrei sono stranieri e dunque non si vede il motivo per cui
un francese si debba preoccupare del loro destino:
“Non mi sento tenuto a prendere particolarmente la difesa degli ebrei, non più di
quella degli slavi o di quella dei giapponesi. [...]. Non sento una preferenza
particolare nei confronti degli ebrei che abitano in Francia e non vedo perché dovrei
averne”» (p. 178).
Qui la Pisanty ha fornito tutti i dati per la verifica. Verifichiamo dunque. Ecco il testo
originale del passo di M. Bardèche:
«Je ne me sens pas tenu de prendre particulièrement29 la défense des juifs, pas plus
que celle des Slaves ou celle des Japonais: j’aimerais autant qu’on cesse de
massacrer sans raison les juifs, les Slaves et les Japonais, et aussi les Malgaches,
les Indochinois ou les Allemands des Sudètes. C’est tout. Je ne me sens pas
d’élection spéciale à l’égard des juifs qui habitent la France et je ne vois pas
pourquoi il faudrait que j’en aie»30.
Come si vede, la Pisanty, con una pia omissione, ha falsato completamente il senso del
testo. Il passo omesso suona: «vorrei tanto che si cessi di massacrare senza ragione gli
Ebrei, gli Slavi e i Giapponesi, e anche i Malgasci, gli Indocinesi o i Tedeschi dei Sudeti.
Tutto qui».
Il bello è che la nostra dottoressa, la quale dedica pagine e pagine alla correttezza
metodologica, scrive indignata:
«Le citazioni tratte dai discorsi degli avversari vengono spesso decontestualizzate,
amputate selettivamente o accompagnate da espressioni come “sorprendentemente”,
“inspiegabilmente”, “sic”, volte a screditare la figura dell’enunciatore» (p. 232,
corsivo mio).
Così sappiamo anche che lo scopo della sua «amputazione selettiva» è quello di
«screditare la figura dell’enunciatore»: Maurice Bardèche.
A pagina 185 la Pisanty presenta due citazioni di miei testi senza indicazione della pagina
e a p. 234 una citazione di Faurisson precisando che si tratta di «un brano, tratto da
Faurisson»!
Nella discussione su Höss, ella finge di conoscere il testo tedesco e di citarlo a beneficio
del lettore secondo la traduzione italiana:
«Le nostre informazioni sulla storia personale di Höss ci giungono per lo più dalla
sua autobiografia (Kommandant in Auschwitz, d’ora in poi KiA) redatta nella
prigione di Cracovia tra il gennaio e il febbraio 1947 mentre Höss attendeva la sua
esecuzione» (p. 132).

---
29 In corsivo nel testo originale.
30 Maurice Bardèche, Nuremberg ou la terre promise. Les Sept couleurs, Parigi, 1948, p. 191.


17

Per questo - e per la sua profonda ignoranza dell’aspetto tecnico della questione, citando il
passo relativo al “processo di sterminio” ad Auschwitz, neppure si accorge degli svarioni
della traduttrice italiana. Il testo tedesco dice:
«Die Tür wurde nun schnell zugeschraubt und das Gas sofort durch die
bereitsstehenden Desinfektoren in die Einwurfluken durch die Decke der
Gaskammer in einen Luftschacht bis zum Boden geworfen»31, cioè:
«Allora la porta veniva rapidamente serrata a vite32 e il gas veniva gettato
immediatamente dai disinfettori negli abbaini di versamento attraverso il soffitto
della camera a gas in un pozzo di ventilazione33 fino al pavimento».
Nella traduzione italiana34 citata da V. Pisanty il passo viene reso così:
«Quindi si chiudevano rapidamente le porte e il gas veniva immediatamente fatto
uscire dagli appositi serbatoi e immesso, attraverso fori praticati nel soffitto, in un
pozzo d’aerazione che li faceva arrivare fino al pavimento» (p. 140).
Dunque la sprovveduta traduttrice35 scambia i Desinfektoren («disinfettori»), cioè il
personale del Desinfektionskommando (squadra di disinfestazione) diretto dall’ SSOberscharführer
Joseph Klehr, un servizio dei Sanitätsdienstgrade (personale sanitario
ausiliario) addetto all’impiego dello Zyklon B a scopo di disinfestazione, con dei
«serbatoi» e la Pisanty non se ne accorge neppure!
Chiudo questa rapida carrellata con la citazione fantasma di Rassinier che la Pisanty
riporta a p. 62:
«“Questo Kurt Gerstein non ha decisamente il compasso nell’occhio, e per un
ingegnere non è molto lusinghiero” (Rassinier, 1964: 63)».
Qui il riferimento sembra completo: ma a quale opera si riferisce? Nella bibliografia la
Pisanty menziona solo due opere di Rassinier, ma nessuna delle due è del 1964:
«Rassinier, Paul.
1950 Le mensonge d’Ulysse. Éditions Bressanes (tr. It. 1966, La Menzogna di
Ulisse, Milano, Le Rune)
1967 Les responsables de la seconde guerre mondiale. Paris, Nouvelles Éditions
Latines» (p. 286).

---
31 Kommandant in Auschwitz. Autobiographische Aufzeichnungen des Rudolf Höss. Herausgegeben von
Martin Broszat. DTV Verlag, Monaco, 1981, p. 171.
32 Il verbo “zuschrauben” qui si riferisce propriamente all’avvitamento del bullone a farfalla della leva di
chiusura di una porta di legno a tenuta di gas.
33 Il Leichenkeller 1 (presunta camera a gas omicida) dei crematori II e III, al quale si riferisce Höss, era
collegato, attraverso due canali murati all’interno dei muri laterali, a due pozzi di aerazione e disaerazione
(Be- und Entlüftungsschächte) verticali installati all’esterno del locale e che sbucavano in appositi comignoli
sul tetto del crematorio. Höss allude invece alle presunte colonne di rete metallica (M.Kula) o di lamiera
forata (M.Nyiszli) la cui parte superiore sbucava dal soffitto della “camera a gas” in un apposito camino. Un
tale congegno, mai esistito, si sarebbe potuto chiamare “Vergasungsschacht”, pozzo di gasazione, ma non
certo “Luftschacht”, pozzo di aerazione.
34 Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss. Einaudi, Torino, 1985, p.187.
35 A p. 180 la traduttrice rende l’espressione «fünf 3-Kammer-Öfen» («cinque forni a tre camere di
cremazione») con «cinque forni a tre stanze», e l’espressione «je zwei 4-Kammer-Öfen» («due forni a
quattro camere di cremazione ciascuno», cioè un forno a 8 muffole in ciascuno dei crematori IV e V) con
«due [forni] ogni quattro locali»! Cfr. Kommandant in Auschwitz, op. cit., pp. 164-165.

18


L’unica opera di Rassinier apparsa nel 1964 è Le Drame des Juifs européens, che però la
Pisanty non menziona. Come si spiega questo piccolo mistero? In modo molto semplice:
la Pisanty ha copiato Brayard. All’inizio di p. 101 l’Autrice riporta infatti una citazione del
suddetto libro del 1964 traendola da p. 336 del libro di Brayard più volte menzionato, ma
sbagliando perfino il numero di pagina: «Rassinier, 1964: 225» (p. 268). In realtà Brayard
cita da p. 62 de Le Drame des Juifs européens.
6) I documenti
Le osservazioni precedenti mettono già in chiaro che l’onestà intellettuale della dottoressa
Pisanty non è poi così cristallina come vorrebbe far credere al lettore. Ma c’è di peggio. L’
Autrice non fornisce i riferimenti esatti neppure dei documenti che cita. La cosa non
stupisce, perché essa li trae quasi sempre dai testi revisionistici, e dover ammettere ciò, per
una olo-ricercatrice universitaria, sarebbe troppo imbarazzante.
Ella dedica parecchie pagine all’analisi del diario del dottor Kremer (pp. 68-84) e
presenta perfino il testo tedesco di alcuni brani di esso (pp. 266-267), ma senza mai
indicare la fonte del documento. L’unico indizio si trova nella bibliografia: «Kremer,
Johann Paul, 1971 Hefte von Auschwitz, Oswiecim, Staatliches Auschwitz-Muzeum» (p.
282). Ma la Pisanty conosce questo testo solo tramite le citazioni di Faurisson36.
Il testo del rapporto Gerstein del 26 aprile 1945 che la Pisanty offre alle pp.253-262 è
tratto senza indicazione dalla tesi di laurea di Henri Roques37.
La citazione del documento in olandese Tötungsanstalten in Polen è una mia traduzione
che la Pisanty ha tratto senza riferimento da uno dei miei libri38. Segnalerò
successivamente altri casi di questa disinvolta metodologia dell’Autrice39.

---
36 R. Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des
chambres à gaz. La Vieille Taupe, Parigi, 1980, pp. 13-64 e 105-107.
37 André Chelain, Faut-il fusiller Henri Roques? Polémiques, Parigi, 1986, pp. 289-294.
38 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso. Sentinella d’Italia, Monfalcone, 1985, p. 100.
39 Vedi capitoli IV e V.

19

CAPITOLO II

LE FONTI DI VALENTINA PISANTY: ANATOMIA DI UN PLAGIO


1) Il plagio storico-critico e argomentativo

Nel libro della Pisanty l’appropriazione indebita (senza riferimento alla fonte) di fonti o
documenti di altre opere non è un fenomeno sporadico, ma una vera e propria
metodologia. Non è esagerato dire che il suo intero libro è, in massima parte, il risultato di
un inverecondo saccheggio di testi altrui, revisionistici e non revisionistici, dalle chiavi
interpretative alle argomentazioni, dalle obiezioni agli inquadramenti storici, fino alle
osservazioni e alle spiegazioni più minute.
Passiamo dunque all’esame di questo aspetto poco edificante del libro della Pisanty.
Per dimostrare le presunte strategie ingannatrici dei revisionisti, l’Autrice seleziona
quattro temi fondamentali: il diario di Anna Frank, il diario del dott. Kremer, il rapporto
Gerstein e le “memorie” di Höss. Alla discussione di questi temi ella dedica quasi la metà
del libro; il resto è costituito da una tediosa congerie di disquisizioni metodologiche e di
sottigliezze semiotiche.
Vediamo anzitutto da quali testi sia tratta la struttura argomentativa storico-critica del libro.
• I negazionisti americani e inglesi
L’intero paragrafo (pp. 12-14) è un collage di elementi tratti da Denying the Holocaust
della Lipstadt senza alcun riferimento alla fonte. Elenco nell’ordine i saccheggi della
Pisanty:
- F. P. Yockey dalle pp. 146-147, inclusa la citazione che comincia con le parole «l’Ebreo è
spiritualmente logorato...», la quale è tratta da p. 147 («The Jew is spiritually worn out...»).
- H. R. Barnes dalle pp. 67-76, in particolare:
• The Struggle against Historical Blackout da p. 69;
• Blasting the Historical Blackout da p. 73;
• Revisionism: A Key to Peace da p. 76;
• The Myth of the Six Million da p. 105.
Segue un’informazione falsa tratta da Vidal-Naquet che la Pisanty cita a senso («...l’opera
di Thies Christophersen, citata invariabilmente da tutti i negazionisti..»: p. 13)40, indi
riprende il saccheggio del libro della Lipstadt:

---
40 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria. Editori Riuniti, Roma, 1993, p. 41: «Th. Christophersen, il
testimonio dei revisionisti...» (corsivo dell’Autore).


20

- D. Hoggan dalle pp. 71-73;
- W. Carto da p. 146, inclusa la citazione relativa agli Ebrei come «Nemico Pubblico n.1»
(«The Jews were “Public Enemy No.1”»: p. 147).
- Il plagio continua con le otto asserzioni di A. App che espongo nel paragrafo seguente;
- R. Harwood da p. 105 e seguenti.
Il paragrafo L’Institute for Historical Review (pp. 17-19) è tratto dall’omonimo capitolo
della Lipstadt (pp. 137-156), ma la storia di M. Mermelstein, di cui mi occuperò subito, è
presa da Vidal Naquet.
Il paragrafo La propaganda nelle università (pp. 19-20) è tratto dal capitolo 10 del libro
della Lipstadt (pp. 183-208).
Il paragrafo I processi canadesi (pp. 20-21) è ripreso dal capitolo 9 del medesimo libro
(pp. 157-182), dove, tra l’altro, la Pisanty si appropria (p. 20) anche della citazione
iniziale di «The Hitler We Loved and Why» (Lipstadt, p. 157).
• La storia di Mel Mermelstein
Al riguardo la Pisanty riferisce quanto segue:
«Nel 1981 l’Institute of Historical Review annuncia che pagherà una ricompensa di
50.000 dollari a chiunque possa dimostrare inequivocabilmente l’esistenza delle
camere a gas. Naturalmente si tratta di una mossa pubblicitaria, basata sull’assunto
che, se le uniche testimonianze irrefutabili sono quelle dirette, è improbabile che chi
abbia avuto l’esperienza diretta della camera a gas possa essere vivo per
raccontarla. La commissione è composta da Faurisson, Butz, Felderer, ecc. Mel
Mermelstein, ex detenuto di Auschwitz la cui famiglia è stata massacrata dai nazisti,
manda un plico di documenti che l’ IHR rifiuta come non validi. Mermelstein fa
ricorso legale, e nel 1985 la Corte Suprema di Los Angeles ordina all’Istituto di
pagare 90.000 dollari a Mermelstein” (pp. 262-264, corsivo mio).
La storia è tratta da Vidal-Naquet41, con un altro prestito dalla Lipstadt per quanto riguarda
la cifra42.
L’onestà della Pisanty è pari a quella del suo Maestro. Vediamo come si sono svolti i fatti.
Dopo il ricorso alla magistratura di Mermelstein, che aveva inviato all’ Institut una
semplice dichiarazione, il giudice T. Johnson della Corte Superiore della California prese
judicial notice dello sterminio ebraico ad Auschwitz, cioè lo assunse come un dato di fatto
dimostrato, ponendo Mermelstein nella condizione di aver ragione a priori in un eventuale
processo. Per evitare ciò, l’ Institut scelse la via del patteggiamento, e il 22 luglio 1985, di
fronte al giudice della Corte Superiore R.L. Wenke, i due contendenti concordarono un
risarcimento di 90.000 dollari (Mermelstein ne aveva chiesti 500.000). Nell’agosto 1986
Mermelstein tornò all’attacco pretendendo di essere stato diffamato dall’ Institut. Nel 1991
egli riuscì ad ottenere una seconda judicial notice delle gasazioni omicide ad Auschwitz,
ma perdette comunque il processo successivo e anche il suo ricorso alla Corte di Appello
ottobre) fu respinto43.

---
41 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p.133.
42 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., p.141.
43 Theodore J.O’Keefe, «Best Witness”: Mel Mermelstein vs. the IHR», in: The Journal of Historical
Review, n. 1, gennaio-febbraio 1994, pp. 25-32; IHR Newsletter n. 33, agosto 1985.


21


La «Dichiarazione di Melvin Mermelstein» in virtù della quale il testimone pretendeva di
“dimostrare” la realtà delle gasazioni omicde ad Auschwitz, si articola in 21 punti, di cui
solo due forniscono la fatidica “prova”:
«10.Osservai il crematorio con i suoi quattro alti camini che vomitavano fumo e
fiamme.
11.Il 22 maggio 1944 osservai gli edifici usati come camere a gas e vidi una
colonna di donne e bambini che furono spinti nel tunnel che portava alle camere a
gas, che, come accertai successivamente, era la camera a gas numero 5»44.
Ma nessun crematorio di Birkenau aveva quattro camini: i crematori II e III ne avevano uno
ciascuno, i crematori IV e V due ciascuno. Inoltre l'uscita di fiamme dai camini dei
crematori era tecnicamente impossibile45. La presunta «camera a gas numero 5» era il
crematorio V, che però non aveva alcun «tunnel», essendo completamente al livello del
suono.
Dunque un volgare falso testimone “risarcito” a peso d'oro!
• Robert Faurisson critico “letterario”
A mo’ di introduzione generale ai temi storici da lei trattati, la Pisanti premette
un’indagine su «Faurisson critico letterario». A questo tema, che riguarda esclusivamente
la critica letteraria, l’Autrice dedica oltre dieci pagine (pp. 33-44). Non starò a tediare il
lettore con le profonde disquisizioni della nostra dottoressa sull’ interpretazione di
«Voyelles» da parte di Faurisson o sul suo «fondamentalismo» o «ermetismo». Mi limito
soltanto a segnalare che qui la Pisanty si è appropriata in modo inverecondo dell’analisi e
delle tesi di Brayard46, che ella, tralasciando la bibliografia, cita una sola volta, così:
«Per una bibliografia dettagliata di Rassinier, v. Brayard, 1996»! (p. 263).
• Il diario di Anna Frank
L’inquadramento storico presentato dalla Pisanty è tratto essenzialmente, come al solito
senza riferimento alla fonte, dal libro di Deborah Lipstadt47 (che, in questo contesto, l’
Autrice cita marginalmente ed esclusivamente riguardo a Ditlieb Felderer, cui del resto
dedica dieci righe) e dal libro sul quale la Lipstadt basa le sue affermazioni (citandolo
correttamente): «Attacks on the Authenticity of the Diary», Diary of Anne Frank di D.
Barnouw. Il plagio è particolarmente evidente nel paragrafo «Gli attacchi all’autenticità dei
diari di Anne Frank», che si apre con queste parole:

---
44 Mel Mermelstein, By bred alone. The story of A-4685. Auschwitz Study Foundation, Inc. Huntington
Beach, California, 1981, p. 277.
45 Vedi al riguardo il mio articolo «Flammen und Rauch aus Krematoriumskaminen», in: Vierteljahreshefte
für freie Geschichtsforschung, anno 7, n. 3-4, dicembre 2003, pp. 386-391.
46 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du révisionnisme, op. cit., pp. 422-448. In
particolare, la Pisanty ha tratto l’interpretazione di «Voyelles» (pp. 34-35) dalle pp. 427-428 di Brayard; la
tesi del «fondamentalismo» di Faurisson (pp. 36-38) dalle pp. 427-428 (dove Brayard disquisisce sulla
«critique littéraire totalitaire» e sulla univocità semantica del linguaggio secondo Faurisson); la questione
dell’ «ermetismo» di Faurisson (pp. 38-42) dalle pp. 434-435 (perizia sulla penna Bic), la questione della
«mistificazione» (pp. 42-44) dalle pp. 431-432.
47 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., pp. 229-235.


22

«Il primo a mettere in dubbio l’autenticità dei diari è il danese Harald Nielsen che,
in un articolo pubblicato in Svezia nel 1957 (nel giornale Fria Ord), sostiene che il
vero autore del testo sia Levin. Come prova a sostegno della sua tesi Nielsen
afferma che Anne e Peter non sono tipici nomi ebraici» (p. 53).
la Lipstadt, attingendo da D. Barnouw, scrive:
«Il primo attacco documentato apparve in Svezia nel 1957. Un critico letterario
danese sosteneva che il diario era stato in realtà redatto da Levin, cirando come
“prova” il fatto che i nomi come Peter e Anne non erano nomi ebraici»48.
• Il diario del dottor Kremer
Gli argomenti che la Pisanty oppone a Faurisson e a Jean-Gabriel Cohn-Bendit sono
plagiati in massima parte da Pierre Vidal-Naquet, anche qui senza riferimento alla fonte,
tranne che a p. 76, dove però ella non indica le pagine che cita. Adduco alcuni esempi di
tali appropriazioni cominciando da una di cui è vittima Faurisson stesso:
A p. 69 l’Autrice scrive che «Kremer presenzia a un totale di quindici azioni speciali»,
precisando in nota quanto segue:
«Kremer partecipa a quindici azioni speciali: non undici come dice Vidal-Naquet, e
nemmeno quattordici, come hanno erroneamente sostenuto Wellers e Cohn-Bendit»
(p. 266).
Questa “scoperta” è tratta da un passo della Mémoire en defense di Faurisson, che del
resto la Pisanty cita a p. 72:
«Il dottor Kremer dovette ugualmente partecipare a quindici riprese ad azioni
speciali».
Passiamo ad altre scorrerie dell’Autrice negli argomenti di Vidal-Naquet.
Pisanty: «L’interpretazione ufficiale di questi testi consiste nell’attribuire all’espressione
cifrata “azione speciale” il significato di gassazione di prigionieri sfiniti (che nel gergo del
lager venivano chiamati “musulmani”) e dei nuovi arrivi, selezionati per le camere a gas»
(pp. 69-70).
Vidal-Naquet: «L’interpretazione solita di questi testi sta nel dire che una “azione speciale”
corrisponde precisamente alla selezione, selezione per quelli che arrivavano dall’esterno,
selezione anche per i detenuti stremati»49.
Pisanty: «Nel suo diario, Kremer talvolta racconta di avere assistito a una fucilazione;
tuttavia, simili esperienze non sembrano intaccare minimamente la sua placidità, e infatti
vengono menzionate distrattamente, alla stregua di episodi scarsamente rilevanti.
Evidentemente sotto l’espressione in codice di azione speciale si nascondeva qualcosa di
ben più ignominioso di una semplice fucilazione» (p. 70).
Vidal-Naquet: «Stessa calma il 13 e 17 ottobre, sebbene allora le esecuzioni siano state
molto più numerose [...]. Il tono non cambia che in una sola serie di circostanze, per
assumere allora (non sempre) un accento emotivo notevole. Si tratta di quel che il testo
chiama azioni speciali, Sonderaktionen»50.

---
48 Idem, p. 232. La Pisanty ha tratto i nomi (del critico e del giornale) dalla fonte citata dalla Lipstadt in nota
(idem, p. 270).
49 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 45.
50 Idem, p. 44.

23

Pisanty: «Nel contesto di Auschwitz [...] è abbastanza normale che il medico impiegasse
l’espressione correntemente usata nel lager per designare le gassazioni» (p. 75).
Vidal-Naquet: «A Auschwitz, Kremer si esprime in un linguaggio semi-cifrato, quello che
dominava nel campo in seno all’amministrazione SS»51.
Pisanty: «Nel farlo, egli [Faurisson] incorre inoltre in alcuni errori o distorsioni palesi: ad
esempio, affermando che lo stesso Kremer si sia ammalato di tifo, egli sorvola sul fatto che
la “malattia di Auschwitz”, che Kremer dichiara di avere contratto il 3.9.1942 e il
14.9.1942, non è affatto il tifo (nelle sue due forme - esantematica e addominale - contro le
quali Kremer viene vaccinato), bensì una banalissima dissenteria» (p. 76).
Vidal-Naquet: «Infine, argomento che ricordo per mostrare come Faurisson legge i testi, è
falso che Kremer abbia avuto il tifo52 e che quella che chiama la malattia di Auschwitz sia
il tifo. Le indicazioni date nel Diario il 3 settembre, il 4 settembre e il 14 settembre
mostrano con perfetta chiarezza che la malattia di Auschwitz è una diarrea con febbre
moderata (38,7 il 14 settembre). Kremer è stato, di fatto, vaccinato contro due forme di tifo:
esantematico e addominale»53.
Pisanty: «Sebbene si proclami “sterminazionista”, Jean-Gabriel Cohn-Bendit nega
l’esistenza delle camere a gas e dunque può essere agevolmente inserito nel novero degli
autori negazionisti» (p. 83).
Vidal-Naquet: «Per esempio il candido Jean-Gabriel Cohn-Bendit che si proclama,
contrariamente ai suoi amici, “sterminazionista”, ma non crede all’esistenza delle camere a
gas»54.
Pisanty: «Ciò significherebbe che non sono le persone (musulmani o 1600 persone) a
essere messe in relazione diretta, bensì sono i luoghi di provenienza, segnalati dalla
presenza di “aus”, a entrare in rapporto con le Sonderaktionen» (p. 82).
Vidal-Naquet: «Per J.-C. Cohn-Bendit, la parola essenziale è aus, “da” ...»55.
Pisanty: «In particolare, rimangono irrimediabilmente aperti alcuni quesiti: perché un
convoglio dovrebbe essere definito azione o operazione? Perché un dottore dovrebbe
assistere a un convoglio? Perché l’azione speciale dovrebbe riguardare anche donne
provenienti dal campo stesso? Cohn-Bendit sostiene che tali donne vengano indirizzate
verso altri campi. Ma allora, perché trasferire delle “musulmane”, visto che stanno per
morire di inedia?» (p. 83).
Vidal-Naquet: «Ma allora, perché bisogna essere presenti (zugegen) a un convoglio? Perché
un convoglio è un’azione? E perché un’ “azione speciale” si eserciterebbe anche su donne
provenienti dal campo stesso? Cohn-Bendit supera quest’ultima difficoltà immaginando
che le donne vengano trasferite a un altro campo. Ma per quale ragione trasferire a un altro

---
51 Idem, p. 109.
52 Per mostrare a mia volta come Vidal-Naquet e la Pisanty abbiano letto i testi, è falso che Faurisson abbia
fatto una simile affermazione; egli riporta per di più il relativo passo del diario del dott. Kremer in francese,
dove si parla esplicitamente di «crisi di diarrea» (crises de diarrhée). R. Faurisson, Mémoire en défense contre
ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des chambres à gaz, op. cit., p. 18.
53 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 47. Vidal-Naquet dimentica di aver scritto poco
prima: «Fin dal giorno del suo arrivo, Kremer è colpito dall’importanza del tifo esantematico» (p. 44).
54 Idem, p. 110.
55 Idem.


24

lager donne giunte alla cachessia - questo il senso della parola “musulmani” usata da
Kremer - quando la logica dell’uccisione finale è, essa, coerente?»56.

Il rapporto Gerstein

In questo capitolo la Pisanty plagia sfrontatamente non solo le mie indicazioni
storiografiche relative alla storia processuale dei documenti, ma addirittura le critiche da
me rivolte agli altri autori revisionisti nell'omonimo libro57, appropriandosi di esse senza il
minimo riferimento alla fonte e spacciandole per proprie.
Nel paragrafo 2.5.2., «Il documento Gerstein dopo la morte dell’autore», ella riprende ciò
che ho scritto nei paragrafi «Il documento PS-1553 al processo di Norimberga»58 e «Il
documento PS-1553 nei processi successivi»59. In particolare, l’Autrice scrive:
«La versione T II [il PS-1553] del rapporto Gerstein venne scoperta negli archivi
della delegazione americana durante il primo grande processo di Norimberga e
presentata alla corte il 30.1.1946 dal procuratore generale aggiunto della Repubblica
francese, Charles Dubost. Quella mattina, il documento venne rifiutato dal
presidente del tribunale in quanto mancava un certificato che ne stabilisse l’origine:
dunque, si trattava di un vizio di forma. Difatti, il pomeriggio stesso il procuratore
generale britannico produsse l’affidavit per l’identificazione dell’originale e il
documento fu accettato come autentico, con le scuse del presidente.
Inutile dire che alcuni negazionisti hanno invocato questo piccolo incidente
giuridico quale prova definitiva della presunta inautenticità del documento in
questione» (p. 98).
Ciò è giustissimo, ma la Pisanty dimentica di aggiungere di aver tratto l’intera questione
dal mio libro summenzionato, dove ho narrato la storia di questo piccolo equivoco legale:
«Il 30 gennaio 1946, il procuratore generale aggiunto della Repubblica francese,
Charles Dubost, presentò al Tribunale di Norimberga il documento PS-1553 come
RF-350. Esso era stato trovato da un collaboratore di Dubost tra i documenti
sequestrati dagli Americani. In tale occasione, il documento PS-1553 RF-350 fu al
centro di una controversia di carattere puramente formale tra il Presidente del
Tribunale e Dubost. Questa controversia, che verteva sull’ammissibilità del
documento, ha fatto nascere la tesi, largamente diffusa nella letteratura revisionista,
che esso sia stato respinto dal Tribunale come falso o apocrifo ... [segue la citazione
del verbale dell’udienza del mattino].
Nell’udienza pomeridiana, Sir David Maxwell-Fyfe, procuratore generale aggiunto
britannico, fornisce la dichiarazione giurata richiesta dal Presidente chiudendo la
controversia...[segue la relativa citazione del verbale dell’udienza].
Il documento PS-1553 RF-350 è stato dunque ammesso dal Tribunale, che ne ha
preso atto»60.

---
56 Idem, p. 111.
57 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit.
58 Idem, pp. 19-25.
59 Idem, pp. 25-27.
60 Idem, pp. 19-23.

25

Ben più grave è il plagio delle mie critiche dirette a vari autori revisionisti che si erano
occupati del rapporto Gerstein prima di me, come risulta dal seguente confronto di testi.

Rassinier.

«Il primo negazionista a occuparsi del rapporto Gerstein è Paul Rassinier [...].
Rassinier indugia sul mistero che circonda le circostanze della stesura del rapporto e
della morte di Gerstein ma, nel farlo, avvolge di segretezza alcuni elementi che in
realtà sono perfettamente limpidi. [...].
La seconda argomentazione impiegata da Rassinier riguarda prevedibilmente il
rifiuto del Tribunale di Norimberga di includere il rapporto Gerstein tra le
testimonianze formalmente valide, la mattina del 30.1.1946. Come abbiamo visto,
l’incidente fu risolto poche ore dopo senza molto clamore. Ciò nonostante, secondo
Rassinier, “il documento Gerstein era un falso storico così falso che lo stesso
Tribunale di Norimberga l’aveva escluso come non probante, il 30 gennaio 1946”»
(pp. 99-100).
(Seguono altre argomentazioni tratte - parimenti senza riferimento alla fonte - dal libro di
Brayard)61.
Nel mio libro sul rapporto Gerstein ho riconosciuto il valore di alcune delle critiche mosse
a Rassinier da Georges Wellers e ne ho aggiunte altre mie, tra l’altro, al riguardo ho
rilevato:
«In secondo luogo, obietta Wellers, Rassinier si è limitato a fare varie supposizioni
sul mistero della fine di Kurt Gerstein invece di ricercare quei documenti che lo
hanno almeno in parte chiarito, come ha fatto Poliakov rivolgendosi alla Giustizia
Militare francese.
Wellers ha ancora ragione a rimproverare a Rassinier di aver scritto che “il
documento Gerstein era un falso storico, talmente falso che il Tribunale di
Norimberga stesso l’aveva respinto come non probante, il 30 gennaio 1946”»62.
La Pisanty ha ripreso persino la mia osservazione finale adattandola opportunamente alla
sua tesi. Io ho scritto:
«La letteratura revisionista successiva non ha fatto registrare progressi sostanziali
nella critica del rapporto Gerstein, limitandosi a riprendere in varia misura le
critiche di Rassinier».
La nostra dottoressa ha chiosato:
«Nonostante la fragilità di questa ipotesi, la lettura di Rassinier rimane per anni il
riferimento principale di tutti i negazionisti che intendano smantellare la credibilità
del rapporto Gerstein» (p. 102).

Butz

«Arthur Butz (1976) riporta la versione T II del rapporto in appendice al suo libro e
commenta: “Risulta difficile credere che chicchessia intendesse che questo
“rapporto” venisse preso sul serio. Alcuni punti specifici vengono esaminati qui ma,

---
61 F. Brayard, Comment l’idée vint à M.Rassinier, op. cit., pp. 337-338.
62 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p. 177.

26

nel complesso, lascio che sia in lettore a meravigliarsene”. Le obiezioni avanzate
[...] sono le seguenti [...];

• il grado esatto del professor Pfannenstiel, che in un punto del rapporto è
identificato come Obersturmbannführer, mentre altrove è definito Sturmführer,
dimostrerebbe che l’autore del testo non può essere un membro delle SS. In realtà
Pfannenstiel non viene mai chiamato Sturmführer nel testo di Gerstein, ma semmai
Sturmbannführer, e comunque non si vede come un errore commesso da Gerstein a
proposito dell’esatto grado di una persona che ha conosciuto superficialmente per
pochi giorni, tre anni prima di redigere il suo rapporto, possa influire sulla
credibilità complessiva del rapporto stesso;

• l’affermazione secondo la quale i detenuti dovevano marciare nudi in inverno
sarebbe in evidente contrasto con il fatto che la visita di Gerstein a Belzec abbia
avuto luogo in agosto. Qui Butz è fuorviato da un errore di omissione nella
traduzione inglese di T II (naturalmente egli si guarda bene dal controllare il testo
originale): “On me dit; aussi en hiver nus!” (“Mi si dice; nudi anche in inverno”) è
reso in inglese come “Somebody says me: Naked in winter!” (pp. 102-103, corsivo
mio).

Riguardo a Butz io ho rilevato:

«Arthur Butz pubblica la traduzione integrale del rapporto del 26 aprile (PS-1553)
effettuata dalla delegazione americana a Norimberga. Egli riprende alcune critiche
di Rassinier e rileva inoltre la contraddizione interna che “consiste nel riferire
avvenimenti che ebbero luogo in agosto come se avessero avuto luogo d’inverno”.
Tuttavia nel PS-1553 si legge: “On me dit:63 aussi en hiver nus!” (“Mi si dice:
anche d’inverno nudi!”)64. La contraddizione segnalata da Butz deriva da un errore
di traduzione della delegazione americana: “Somebody says me: 'Naked in winter!'”
(“Qualcuno mi dice: 'Nudi d’inverno'!”). Lo stesso errore si trova nell’estratto del
rapporto pubblicato nei “Trials of War Criminals”.
L’attribuzione del grado di SS-Sturmführer al prof. Pfannenstiel è invece un errore
di Butz: sia il testo francese sia la traduzione americana del PS-1553 presentano in
questo passo il grado di SS-Sturmbannführer, che è comunque in contraddizione,
come abbiamo rilevato, con la successiva attribuzione del grado di
“obersturmbannfuehrer” [sic]»65.
Al plagio del mio testo la Pisanty aggiunge una falsificazione delle conclusioni di Butz, il
quale non ha dedotto dal presunto errore di grado summenzionato «che l’autore del testo
non può essere un membro delle SS», ma che Gerstein non avrebbe potuto commettere un
simile errore se avesse redatto spontaneamente il suo rapporto:
«È poco probabile che Gerstein avrebbe fatto un tale errore se avesse redatto questa
“dichiarazione” volontariamente»66.

---
63 Nel mio libro, per un errore tipografico, qui appare il punto e virgola in luogo dei due punti del testo
originale. La Pisanty, che rimprovera a Butz di non aver controllato il testo originale del documento, fa di
peggio: cita la mia citazione, errore tipografico compreso!
64 Per il commento di Gerstein, vedi il capitolo IV, 3 a.
65 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., pp. 182-183.
66 A.R. Butz, The Hoax of the Ttwentieth Century. Historical Review Press, Chapel, Ascote, Ladbroke,
Southam, Warwickshire, 1977, p. 256.

27

Il fatto che questa conclusione sia a sua volta falsa nulla toglie alla falsificazione della
Pisanty.

• Stäglich

«Le obiezioni di Wilhelm Stäglich (1979) - negazionista tedesco con un passato di
collaborazione con il nazismo - sono dello stesso tenore scientifico. La sua grande
innovazione rispetto ai negazionisti precedenti consiste nell’osservare che, nel
rapporto Gerstein, il lager di Auschwitz-Birkenau è assente dall’elenco dei campi di
sterminio esistenti nel 1942 [...]» (p. 103).
Anche questa osservazione è tratta dal mio libro:
«Wilhelm Stäglich fa un breve riferimento al rapporto Gerstein seguendo Rassinier
e Butz. Data la natura del suo libro, egli si interessa in particolare al campo di
Auschwitz, che non compare nel testo del documento pubblicato da Poliakov nel
1951 solo perché si tratta di una versione parziale»67.

• The Myth of the Six Million

«Altri esempi lampanti di mislettura del rapporto Gerstein ci giungono da The Myth
of the Six Million (1969), in cui l’autore sostiene che Gerstein affermò che erano
stati gassati non meno di 40 milioni di prigionieri nei lager nazisti. L’errore in
questo caso è duplice: prima di tutto, Gerstein non parla di detenuti gassati ma del
numero complessivo delle vittime del sistema concentrazionario; inoltre, la cifra che
egli fornisce è di 20 (o 25, a seconda delle versioni) milioni» (p. 106).
Qui, stranamente, la Pisanty si accontenta di una sola delle critiche che ho mosso allo
scritto in questione:
«L’anonimo autore del libro The Myth of the Six Million scrive che “Gerstein
affermò di sapere che erano stati gasati non meno di quaranta milioni di prigionieri
nei campi di concentramento”. Tuttavia questa dichiarazione, priva peraltro di
riferimento alla fonte, non compare in nessuno dei documenti in nostro possesso ed
è quasi certamente falsa»68.

• Harwood

«Nel suo pamphlet del 1974, l’inglese Richard Harwood riprende gli errori di
Hoggan69 (40 milioni) e di Butz (inverno/agosto), e ve ne aggiunge uno di propria
fattura. L’obiettivo di Harwood è di delegittimare il testimone Gerstein facendolo
passare per psicolabile: “La sorella di Gerstein era congenitamente malata di mente
e morì di eutanasia: questo potrebbe ben suggerire che anche in Gerstein scorresse
una vena di instabilità mentale” (Harwood, 1974:7). Qui Harwood confonde i gradi
di parentela: Bertha Ebeling non era la sorella, bensì la cognata di Gerstein, e
difficilmente si può sostenere che vi sia un legame genetico-ereditario tra parenti
acquisiti» (p. 106).

---
67 Idem, p. 182.
68 Idem, p. 183. Seguono altre critiche a p.184.
69 David Hoggan, presunto autore del libro The Myth of the Six Million.

28

Anche qui la Pisanty ripete quasi alla lettera la mia critica del 1985:
«Richard Harwood riprende tutte queste obiezioni e critiche infondate e vi
aggiunge la falsa contraddizione segnalata da A. Butz e l’osservazione relativa
all’ammissione di Gerstein “che nella sua famiglia corre una vena di pazzia”. È
certamente vero che Gerstein, parlando dell’uccisione dei malati di mente a
Grafenek, Hadamar, ecc. asserisce di aver avuto un caso simile nella sua famiglia
(PS-1553, p. 4), ma nel T-1310 (VfZ, p. 187) egli chiarisce che si tratta di una
cognata, che Harwood trasforma incomprensibilmente in sorella»70.
La Pisanty mi plagia persino in nota:
«Alcuni negazionisti statunitensi (Hoggan) e inglesi (Harwood) hanno
erroneamente sostenuto che lo studio di Rothfels sia giunto alla conclusione che il
rapporto non è autentico» (p. 268, nota 61).
L’informazione è tratta da un mio passo relativo all’autore di The Myth of the Six Million
(Hoggan):
«L'autore continua:“È interessante notare che Hans Rothfels in Augenzeugenbericht
zu den Massenvergasungen (Rapporto di un testimone oculare sulle gasazioni in
massa), in Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, aprile 1953, si preoccupò di
dichiarare che il vescovo evangelico di Berlino Wilhelm Dibelius denunciò i
memorandum di Gerstein come inattendibili (untrustworthy)”. In realtà Rothfels
dice esattamente il contrario: Dibelius ha confermato di essere convinto dell’
“attendibilità” (Zuverlässigkeit) politica e umana di Gerstein. [...]. Harwood
riprende tutte queste obiezioni e critiche infondate...»71.
La Pisanty giunge fino ad usare contro di me una informazione plagiata da un mio testo!
« “L’autenticità formale dei rapporti attribuiti a Kurt Gerstein non è mai stata
irrefutabilmente dimostrata sulla base di una perizia calligrafica, tuttavia, alla luce
della documentazione esistente, non c’è a nostro avviso motivo di dubitarne”
(Mattogno, 1985:33). Mattogno sorvola sul fatto che la moglie di Gerstein ha
riconosciuto nelle note manoscritte e nella firma la calligrafia di suo marito» (p.
269, corsivo mio).
Qui la nostra dottoressa aggiunge al plagio la malafede, perché non solo non ho “sorvolato”
su tale fatto, ma ella l’ha appreso proprio da me!
«La vedova di Kurt Gerstein ha inoltre riconosciuto in una dichiarazione giurata la
calligrafia del marito nei documenti PS-1553 e T-1310»72.
Questo è proprio uno degli elementi per i quali non dubitavo dell’autenticità dei documenti
in questione!
Concludo segnalando un plagio di argomento diverso. Discutendo gli elementi testuali di
una mia critica a Filip Müller, la Pisanty scrive che uno di questi è «il discorso del
“dajan”» (p. 184). In nota l’Autrice spiega:“Dajjân in ebraico significa giudice...”. Ciò
suscita l’impressione che io abbia citato una parola ebraica - per di più traslitterata male -
senza conoscerne il significato. In realtà la Pisanty si è semplicemente appropriata della
mia spiegazione:

---
70 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.184.
71 Idem.
72 Idem, p. 34.

29

«La parola ebraica “dajjân” significa “giudice” (specialmente di tribunale rabbinico)
(M.E. Artom, Vocabolario ebraico-italiano, Roma 1965, voce indicata)»73.

2) Il plagio metodologico e interpretativo

La metodologia che la Pisanty attribuisce ai revisionisti è tratta essenzialmente da Vidal-
Naquet e dalla Lipstadt. Ciò che l’Autrice vi ha aggiunto di suo, sono soltanto delle
osservazioni semiotiche decisamente insulse o cavillose (vedi in particolare le pp. 214-
239). La sua acuta disquisizione giunge fino ad analizzare minuzie come il tendenzioso
uso revisionistico delle virgolette (p. 236), che qualche pagina dopo adotta ella stessa
parlando dei «negazionisti “ricercatori” » (p. 239). Dei sofismi metodologici della Pisanty
mi occuperò nel capitolo VI. Ora voglio solo mostrare che anche riguardo alla critica delle
metodologie e delle finalità dei revisionisti la Pisanty ha saccheggiato a piene mani i suoi
Maestri. Ecco un piccolo florilegio delle prede.
Cominciamo dai presunti otto “assiomi” della metodologia revisionistica. Questi
«otto assiomi (formulati nel 1973) che tuttora fungono da princìpi-guida di quell’
Institute for Historical Review che oggi coordina le attività di tutti i principali
negazionisti» (p. 13),
di cui sarebbe autore Austin J. App e che la Pisanty riporta a p. 14 sono tratti di sana pianta
dal “classico” della Lipstadt74, la quale riassume il paragrafo di A.J. App intitolato «Eight
Incontrovertible Assertions On The Six Million Swindle»75 presentando correttamente le
sue asserzioni come «assertions»76; meno scrupolosa della Maestra, l’allieva le trasforma
invece in «assiomi». Gli otto argomenti rispecchiano le conoscenze storiche di allora e
vincolano soltanto il loro autore.
Da Vidal-Naquet invece la Pisanty copia i sei “princìpi” dei revisionisti, ma apportando un
suo personale contributo: pone le lettere al posto dei numeri ed elimina il punto 5.
Trattandosi di un saccheggio molto esteso, riporto solo le righe iniziali.
Pisanty: «(a) Non vi è stato alcun genocidio programmato e le camere a gas non sono mai
esistite ...»(p. 24).
Vidal-Naquet: «1. Non c’è stato genocidio, e lo strumento che lo simboleggia, la camera a
gas, non è mai esistito»77.
Pisanty: «(b) La “soluzione finale” di cui parlano molti documenti nazisti non era che
l’espulsione degli ebrei verso l’est...» (p. 24).
Vidal-Naquet: «2. La “soluzione finale” non è mai stato altro che l’espulsione degli ebrei
verso l’est europeo...»78.
Pisanty: «(c) Il numero di ebrei uccisi dai nazisti è di gran lunga inferiore a quello
dichiarato» (p. 24).

---
73 Auschwitz: un caso di plagio. Edizioni La Sfinge, Parma, 1986, p. 8, nota 5.
74 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit, pp. 99-100.
75 A. J. App, The Six Million Swindle. Boniface Press, Takoma Park, Maryland, 1976, pp. 24-25.
76 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., p. 99.
77 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 19.
78 Idem.

30

Vidal-Naquet: «3. La cifra delle vittime ebraiche del nazismo è molto inferiore a quella che
si è detta»79.
Pisanty: «La Germania hitleriana non è la maggiore responsabile per lo scoppio del
conflitto» (p. 25).
Vidal-Naquet: «4. La Germania hitleriana non ha la maggiore responsabilità della seconda
guerra mondiale...»80.
Pisanty: «Il genocidio è un’invenzione della propaganda alleata, principalmente ebraica e
particolarmente sionista» (p. 25).
Vidal-Naquet: «6. Il genocidio è un’invenzione della propaganda alleata, specialmente
ebraica, e in particolare sionista...»81.
Con sottile finezza semiotica, nel punto (d) la Pisanty interpola un altro passo che Vidal-
Naquet, meno fine di lei, ha collocato altrove:
Pisanty: «In genere, i negazionisti si riferiscono a una presunta dichiarazione di guerra
rivolta alla Germania nel 1939 dal portavoce dell’organizzazione sionista, Chaim
Weizmann, a nome della popolazione ebraica mondiale» (p. 25).
Vidal-Naquet: «Inventare di sana pianta una immaginaria dichiarazione di guerra da parte
di un immaginario presidente del Congresso mondiale ebraico...»82.
Oltre ai «princìpi» generali, la Pisanty plagia anche “metodi” singoli. Qualche esempio.
- Sull’ estorsione delle testimonianze SS:
Pisanty, parlando delle testimonianze rese dalle SS (Broad, Höss) nel dopoguerra:
«Naturalmente i negazionisti ritengono che queste ultime testimonianze siano state estorte
durante la prigionia dei loro autori...» (p. 68).
Vidal-Naquet: «Ogni testimonianza nazista posteriore alla fine della guerra [...] è
considerata come ottenuta sotto tortura o intimidazione»83.
- Sull’ assunzione aprioristica dell’inattendibilità delle testimonianze:
Pisanty, in riferimento alla «lettura che i negazionisti forniscono delle testimonianze dei
sopravvissuti ai lager nazisti» rileva che «per loro tali testimonianze sono da scartare a
priori...» (p. 129); in fondo alla pagina ella parla inoltre di «una testimonianza
aprioristicamente bollata come inattendibile».
Vidal-Naquet attribuisce ai revisionisti il metodo di «respingere, per principio, tutte le
testimonianze dirette per ammettere come decisive le testimonianze di coloro che, a quanto
essi dicono, non hanno visto niente...»84.
La Pisanty copia anche la seconda parte della frase di Vidal-Naquet, adattandola ad un
contesto diverso come segue:
«A meno che questi [le testimonianze in quanto documenti storici: p.92] non vadano
incontro alla loro tesi, nel qual caso i criteri applicati per determinarne la validità si fanno
molto meno severi» (p. 268, nota 58).
- contraffazione dei documenti:

---
79 Idem.
80 Idem.
81 Idem.
82 Idem, p. 65. Vedi anche le pp. 37-38.
83 Idem, pp. 22-23.
84 Idem, p. 48.

31

Pisanty:«Infatti, Faurisson ritiene che tutto il materiale documentario risalente al
dopoguerra sia il frutto di un’abile contraffazione storica» (p. 73).
Vidal-Naquet, con riferimento a Faurisson: «Ogni documento, in generale, che ci dà
informazioni di prima mano sui metodi dei nazisti è un falso o è un documento truccato»85.
Anche le finalità che la Pisanty attribuisce ai revisionisti sono copiate dai due Maestri, in
particolare, l’insinuazione che il revisionismo miri esclusivamente a riabilitare il regime
nazista (p. 1, 241 e 247) rappresenta la tesi di fondo della Lipstadt.
Non c'è bisogno di dire che questi «princìpi» sono stati inventati da Vidal-Naquet e non
trovano la minima applicazione nella storiografia revisionistica.

---
85 Idem, p. 22.

32

CAPITOLO III

GLI ARGOMENTI E LE STRATEGIE ERMENEUTICHE DI VALENTINA PISANTY

1) La «premessa indiscussa»

Una delle accuse più ricorrenti che la Pisanty muove ai revisionisti è quella di un presunto
fondamentalismo che li indurrebbe a «scartare a priori» le testimonianze, a bollare
«aprioristicamente» ogni testimonianza «come inattendibile» (p. 129). In pratica i
revisionsti partirebbero dalla convinzione aprioristica dell’inesistenza delle camere a gas
per dedurre poi sillogisticamente l’inattendibilità delle testimonianze ad esse relative.
In realtà questo principio dogmatico - mutatis mutandis - sta alla base proprio della forma
mentis e del libro della Pisanty, che non esita a proclamarlo apertamente:
«Per questo motivo, l’esistenza del genocidio è la premessa indiscussa di ogni serio
studio storico su questo argomento, e non la tesi da dimostrare. Si potrà discutere
sul come, sul perché, sul dove, sul quando e perfino sul chi, ma non sul fatto in sé,
poiché è proprio su questo fatto che tutte le testimonianze si dimostrano concordi»
(p. 191).
Da questa «premessa indiscussa» scaturiscono due princìpi ermeneutici aberranti che
infirmano radicalmente gli argomenti dell’Autrice: il primato della testimonianza sul
documento (in senso stretto) e l’accettazione aprioristica dell’attendibilità della
testimonianza. Il primo principio comporta gravi implicazioni metodologiche che vedremo
nel capitolo VI. Il secondo porta inevitabilmente alla negazione del più elementare senso
critico, alla fede cieca nella veridicità delle testimonianze86 e, alla fine, al loro
travisamento sistematico. Partendo dal presupposto dogmatico che tutte le testimonianze
siano veridiche, la Pisanty si lambicca il cervello nel tentativo di spiegare razionalmente
le assurdità e le contraddizioni di cui esse sono cosparse, minimizzandole87, arrampicandosi
sugli specchi per escogitare una spiegazione plausibile, appellandosi all’ ignoranza
generale delle circostanze (che è in realtà soltanto sua), tacendole semplicemente, quando
sono troppo assurde e troppo contraddittorie. Sulla base di questo principio l'Autrice si
accinge a confutare le argomentazioni revisionistiche.

---
86 Una fede tanto cieca che la Pisanty accetta come assolutamente attendibile persino la testimonianza di Pery
Broad (p. 131), sulla quale il suo Maestro esprime invece seri dubbi: «Nella documentazione su Auschwitz
esistono testimonianze che danno l’impressione di adottare interamente il linguaggio dei vincitori. È il caso,
ad esempio, della SS Pery Broad, che nel 1945 redasse per gli inglesi un memoriale su Auschwitz, dove era
stato attivo come membro della Politische Abteilung, cioè della Gestapo. Egli parla di sé in terza persona».
P.Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 27.
87 Assurdità e contraddizioni diventano per la Pisanty irrilevanti «grinze», «anomalie» (p. 141),
«anacronismi», «piccole incongruenze» (p. 176), «piccole zone grigie» (p. 209).

33

2) Il diario di Anna Frank

La Pisanty introduce la sua “confutazione” con la seguente osservazione:
«Forse perché per molti lettori il diario di Anne Frank rappresenta il primo contatto
con la storia del genocidio, i negazionisti si sono sempre sforzati di dimostrarne
l’inautenticità. Da un punto di vista puramente storico, nessuno ha mai pensato di
considerare questo diario come un documento che provasse l’esistenza dei campi di
sterminio o delle camere a gas, e ciò per il semplice motivo che, come è noto, Anne
Frank redasse i suoi diari durante gli anni della sua reclusione nell’ alloggio
segreto, in Prinsengracht 263, ad Amsterdam. Sorprende dunque la veemenza con la
quale i negazionisti si sono accaniti contro questo resoconto della vita quotidiana e
dei pensieri di una adolescente che dovette conoscere la realtà dei lager nazisti
solamente dopo aver cessato di scrivere il suo diario» (p. 44, corsivo mio).
Condivido pienamente lo stupore dell’Autrice. Al riguardo, non posso che confermare ciò
che ho già scritto altrove, cioè che
«non ho mai compreso la tenacia con cui certi revisionisti si sono occupati di questo
scritto che non ha alcuna relazione con la questione delle camere a gas e che, sia
esso autentico o no, nulla aggiunge e nulla toglie a tale questione»88.
Ma il mio accordo con la Pisanty finisce qui, perché ella passa immediatamente ad una
abusiva generalizzazione che vorrebbe, non alcuni, bensì i (tutti!) revisionisti sempre
intenti a tramare contro l’autenticità di questo scritto. In realtà il problema dell’ autenticità
del diario di Anna Frank è un falso problema di cui nessun ricercatore revisionista si
occupa più da una quindicina d’anni. La generalizzazione della Pisanty ha una precisa
funzione tattica che appare chiara qualche pagina dopo:
«La contestazione dell’autenticità del diario di Anne Frank gioca un ruolo di un
certo rilievo nell’ambito delle strategie impiegate dai negazionisti per suscitare
incertezze circa l’esistenza della Shoah. L’obiettivo è di insinuare dubbi attorno a
quello che, per vari motivi, col passare del tempo è diventato un documento
paradigmatico nella storia della persecuzione ebraica e, facendo ciò, di sperare che
il lettore - disilluso e stizzito per essere stato ingannato per tutti questi anni - estenda
il proprio scetticismo a ogni altro aspetto della storia ufficiale dello sterminio
nazista. La logica è quella del “Falsus in Uno, Falsus in Omnibus” (titolo di un
articolo diffuso nelle università americane dal negazionista californiano Bradley
Smith89): se il paradigma ufficiale cede anche in un solo punto della sua
formulazione, allora bisogna considerarlo complessivamente mendace» (p. 67).
Il valore di questa affermazione risulta chiaro proprio dal fatto che tale questione è caduta
nel dimenticatoio revisionistico da parecchi anni.
Tuttavia la Pisanty si occupa del diario di Anna Frank non solo per inventare un falso
obiettivo che si possa colpire facilmente, vale a dire una finta strategia revisionistica - e
questo è il motivo fondamentale -, ma anche per poter sfoggiare le sue sottigliezze

---
88 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 153.
89 Il lettore si deve fidare della buona fede della Pisanty, che non si preoccupa affatto di dimostrare la
veridicità di questa affermazione citando la fonte.

34

semantiche sul «Lettore modello nei diari» (pp. 45-48) o sulla «topologia diaristica» (p.
265). Si tratta pur sempre di una tesi di «dottorato»!

3) Il diario del dottor Kremer

Come ho già rilevato nel capitolo precedente, nella trattazione del diario del dott. Kremer,
la Pisanty saccheggia gli argomenti di Vidal-Naquet. Non voglio ripetere ciò che ho
risposto al Maestro in un libro che la Pisanty ha preferito fingere che non esista90. Qui mi
limiterò a segnalare un paio di strafalcioni supplementari della nostra dottoressa e ad
aggiungere un sintetico inquadramento storico.
L’Autrice dedica un intero paragrafo alla Sprachregelung (§ 2.4.3), che sarebbe «il codice
cifrato impiegato dalla burocrazia nazista» (p. 71). La citazione del termine tedesco è
truffaldina, perché lascia intendere che si tratti di un termine nazista; in realtà esso è stato
creato dalla storiografia olocaustica tedesca91. Che i nazisti usassero un linguaggio
burocratico è cosa ovvia, ma che questo linguaggio fosse «cifrato» è tutto da dimostrare.
Disquisendo se le Sonderaktionen significassero soltanto le gasazioni omicide o anche le
selezioni per le camere a gas (fermo restando il significato criminale), la Pisanty si appella
a Pressac92, il quale ammette però che il termine «non è tuttavia specificamente criminale
potendosi applicare ad un’operazione che non lo era» (p. 72).
Nell’interpretazione del diario del dott. Kremer, la Pisanty adotta la medesima metodologia
di Vidal-Naquet: entrambi presuppongono a priori la prassi, ad Auschwitz, di una politica
di sterminio ebraico, entrambi pressuppongono a priori l’esistenza dei cosiddetti Bunker di
gasazione, entrambi forniscono una spiegazione puramente linguistica - il Maestro
filologica93, l’allieva semiotica, ma entrambe le spiegazioni non hanno alcuna connessione
con la realtà storica di Auschwitz quale risulta dai documenti.
Poiché le Sonderaktionen menzionate nel diario significherebbero direttamente o
indirettamente la gasazione delle vittime nei Bunker, questi rappresentano il presupposto
immediato della validità dell’interpretazione omicida. Al riguardo ho già scritto che
«non esiste nessun documento tedesco sui Bunker 1 e 2, sebbene negli archivi di
Mosca vi siano decine di migliaia di documenti su ogni costruzione del campo, dai
crematori alle stalle»94.
Qui voglio approfondire questo punto.
La Pisanty, riferendosi, senza menzionarlo, a Pressac, scrive:

---
90 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 68-76.
91 Enzyklopädie des Holocaust. Die Verfolgung und Ermordung der europäischen Juden. Argon Verlag,
Berlino, 1993, vol. III, p.1361.
92 Per conferire maggiore importanza a questa fonte, la Pisanty riprende la faceta storiella del Pressac «ex
negazionista riconvertito» (p. 72, 167 e 246). Sfortunatamente per lei, san Pressac non ha mai avuto questa
illuminazione sulla via di Auschwitz: fin dalla sua prima visita al campo e dal suo primo incontro con Pierre
Guillaume e Robert Faurisson egli era convinto della realtà dello sterminio ebraico e non ne dubitò mai. Vedi
al riguardo P. Guillaume, Droit et Histoire. La Vieille Taupe, Parigi, 1986, pp. 83-89.
93 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 48.
94 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 72.

35

«Il comandante polacco parla dei Bunker I e II che, come risulta dai documenti del
campo, furono messi in funzione tra il maggio e il giugno 1942...» (p. 181, corsivo
mio).
In realtà nessun documento tedesco menziona direttamente o indirettamente i Bunker
(come dichiara Pressac), tantomeno la loro entrata in funzione (come chiosa la Pisanty).
L’Autrice, confrontando «la tecnica interpretativa adottata da Mattogno con quella di un
negazionista mancato come Pressac» (p. 167) oppone «la sostanziale onestà scientifica di
Pressac» (p. 167) alla - secondo la logica del discorso - sostanziale disonestà
pseudoscientifica mia. Ho già dimostrato altrove quale sia la metodologia scientifica di
Pressac95. Ora vedremo questa «sostanziale onestà scientifica» in azione riguardo alla
questione dei Bunker. A questo fine, bisogna anzitutto portare l’attenzione sul documento
in cui, secondo Pressac, apparirebbe un (l’unico!) riferimento ai Bunker. Pressac scrive:
«Himmler aveva scaricato vigliaccamente un abominevole compito criminale su
Höss che, per quanto carceriere indurito fosse, non apprezzava per nulla il dubbio
onore del quale veniva gratificato. Per finanziare questo “programma” e
l’estensione del campo, furono accordati dei fondi considerevoli. Giusto prima della
visita del capo delle SS, Bischoff aveva steso un rapporto esplicativo, pronto il 15
luglio, sui lavori da svolgere nello Stammlager, e il cui costo previsto ammontava a
2.000.000 di RM. Il passaggio di Himmler mandò tutto all’aria. Bischoff rielaborò
per intero il suo rapporto in funzione dei desideri del Reichsführer, che vedeva in
grande, molto in grande, e lo monetizzò in 20.000.000 di RM, e cioè dieci volte di
più, un importo accettato il 17 settembre dall’SS-WVHA96»97 .
Il rapporto esplicativo preparato da Bischoff si riferisce ai lavori eseguiti nel primo e
secondo anno finanziario di guerra, come viene spiegato chiaramente alla fine del
documento:
«L’ampliamento del campo di concentramento descritto in precedenza è stato
eseguito nel primo e secondo anno finanziario di guerra» [«Der vorstehend
beschriebene Ausbau des Konzentrationslagers wurde im 1. und 2.
Kriegswirtschaftsjahr durchgeführt»]98.
Secondo le disposizioni dell’Amt II dello Hauptamt Haushalt und Bauten (Ufficio Centrale
Bilancio e Costruzioni), il secondo anno finanziario di guerra terminava il 30 settembre
194199. Ciò è tanto vero che, ad esempio, per il crematorio viene indicata l’installazione di
due soli forni100, sebbene il terzo fosse stato montato tre mesi e mezzo prima della
redazione del rapporto.

---
95 Auschwitz: fine di una leggenda, op. cit.
96 SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt, Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS.
97 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., p. 55.
98 Erläuterungsbericht zum prov. Ausbau des Konzentrationslager Auschwitz O/S. RGVA, 502-1-223, pp. 1-
22, citazione a p. 9.
99 Lettera dell’Hauptamt Haushalt und Bauten al comandante del campo di Auschwitz del 18 giugno 1941,
contenente l’elenco dei Bauwerke autorizzati per il terzo anno finanziario di guerra (1° ottobre 1941- 30
settembre 1942). RGVA, 502-1-11, p. 37.
100 Idem, p. 6 e 16.

36

Il secondo rapporto di Bischoff, quello pretesamente «corretto» su indicazioni di Himmler,
è invece semplicemente il rapporto esplicativo esteso anche al terzo anno finanziario di
guerra, come si legge anche qui alla fine del documento:
«Già nel secondo anno finanziario di guerra è stato eseguito un gran numero di
lavori, gli altri vengono iniziati nel terzo anno finanziario di guerra e portati avanti
con il massimo impiego possibile dell’intera Bauleitung e dei mezzi che sono a sua
disposizione» [«Bereits im 2. Kriegswirtschaftsjahr wurden eine Anzahl von Bauten
durchgeführt, die anderen werden im 3. Kriegswirtschaftjahr begonnen und unter
grösstmöglichstem Einsatz der gesamten Bauleitung und der ihr zur Verfügung
stehenden Mittel vorangetrieben»]101.
Appunto perché qui è compreso il programma di costruzioni del terzo anno finanziario di
guerra, per il crematorio dello Stammlager, tornando all’esempio di prima, è menzionata
l’installazione del terzo forno102.
Il fatto che Pressac non si sia accorto di questa differenza elementare ha veramente
dell’incredibile. Quanto infine il nuovo rapporto esplicativo risenta della visita ad
Auschwitz di Himmler del 17 e 18 luglio, si può giudicare dal fatto che il programma era
già stato approvato nelle sue linee essenziali dall’ Hauptamt Haushalt und Bauten fin dal
giugno 1941, perché nella lettera già citata del 18 giugno 1941 ne sono elencate venti voci.
Le conclusioni che Pressac trae da questo documento sono ancora più incredibili. Egli
scrive:
«Col favore di questa insperata manna, e dato che Himmler aveva trovato che lo
spogliarsi degli ebrei all’aperto creava disordine, Bischoff chiese nel suo secondo
rapporto il montaggio, nei pressi dei due Bunker, di quattro baracche-scuderie in
legno quali spogliatoio per gli inabili. Ogni baracca costava 15.000 RM. La
richiesta venne formulata così: “4 Stück Baracken für Sonderbehandlung der
Häftlinge in Birkenau/ 4 baracche per [il] trattamento speciale dei detenuti a
Birkenau”. Era la prima volta in assoluto che appariva il termine “trattamento
speciale”, e questo alla fine del luglio 1942. Ma la categoria di persone che
riguardava e la sua finalità erano conosciute con precisione soltanto dalle SS di
Berlino e di Auschwitz»103.
È bene precisare subito che le frasi della citazione che ho sottolineate non hanno nulla a
che vedere con il documento, ma sono arbitrari commenti di Pressac. Il testo integrale del
passo in questione è il seguente:
«BW 58 5 Baracken für Sonderbehandlung u. Unterbringung von Häftlingen,
Pferdestallbaracken Typ 260/9 (O.K.H.)
4 Stück Baracken für Sonderbehandlung der Häftlinge in Birkenau
1 Stk. Baracken zur Unterbringung v. Häftl. in Bor
Kosten für 1 Baracke: RM 15.000,--
mithin für 5 Baracken: Gesamtkosten z.b.N RM 75.000»

---
101 Erläuterungsbericht zum Bauvorhaben Konzentrationslager Auschwitz O/S. RGVA, 15 luglio 1942.502-
1-220, pp. 1-52, citazione a p. 19.
102 Idem, p. 10 e 23.
103 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., pp. 55-56.

37

«BW 58 5 baracche per trattamento speciale e alloggiamento di detenuti, baracche
scuderia tipo 260/9 (Comando supremo dell’Esercito)
4 baracche per trattamento speciale dei detenuti a Birkenau
1 baracca per alloggiamento di detenuti a Bor
Costo di una baracca: RM 15.000
perciò per 5 baracche costo complessivo con la migliore approssimazione RM
75.000»]104.
L’interpretazione di Pressac è dunque chiaramente capziosa: questo testo non solo non
suffraga la tesi della finalità criminale delle quattro baracche «per trattamento speciale»,
ma la esclude: la menzione della baracca per alloggiamento dei detenuti (immatricolati),
che fa parte dello stesso Bauwerk delle quattro baracche presuntamente destinate agli Ebrei
(non immatricolati), dimostra che anche queste baracche erano realmente destinate ai
detenuti (immatricolati) e che questo termine di «Häftlinge» non era una parola “cifrata”,
ma indicava proprio i detenuti immatricolati. È chiaro che Pressac, troncando la citazione,
ha voluto appunto evitare che il lettore giungesse a questa conclusione. Un fulgido esempio
di «sostanziale onestà scientifica»!
La correttezza di questa conclusione è confermata da un documento che Pressac ignorava e
che demolisce da solo la sua intera tesi storiografica di fondo: una lista di tutti i Bauwerke
(BW105 di Auschwitz - progettati o realizzati - datata 31 marzo 1942. Il BW 58 è descritto
così:
«5 Pferdestallbaracken (Sonderbehandlung) 4 in Birkenau 1 in Budy» [«5
baracche scuderia (trattamento speciale) 4 a Birkenau 1 a Budy»]106.
Nella prima stesura di questo documento, recante la stessa data, la consistenza del BW è
spiegata con la seguente nota manoscritta:
«5 Pferdestallbaracken/Sonderbehandlung 4 in Birkenau 1 in Bor-Budy»107.
Si tratta evidentemente delle stesse baracche menzionate nel rapporto esplicativo di
Bischoff del 15 luglio 1942, ma esse appaiono - insieme al termine Sonderbehandlung, con
buona pace dell’affermazione di Pressac secondo cui «era la prima volta in assoluto che
appariva il termine “trattamento speciale”, e questo alla fine del luglio 1942» - in un
documento del 31 marzo 1942, due mesi prima della presunta convocazione di Höss a
Berlino108 nel corso della quale «Himmler lo informò della scelta del suo campo come
centro per l’annientamento di massa degli ebrei»109. Se dunque il 31 marzo 1942 l’ordine di
sterminio non era ancora stato impartito a Rudolf Höss, è chiaro che la Sonderbehandlung
menzionata nei due documenti citati non ha nulla a che vedere con lo sterminio ebraico.
In conclusione, l’unico documento (sulle 88.000 pagine dei documenti di Mosca!) che
dimostrerebbe l’esistenza dei Bunker 1 e 2 non dimostra nulla, di conseguenza bisogna

---
104 Idem, p. 36.
105 Il termine designava sia una singola costruzione, sia un cantiere con più costruzioni dello stesso tipo.
106 Aufteilung der Bauwerke (BW) für die Bauten, Aussen- und Nebenanlagen des Bauvorhabens
Konzentrationslager Auschwitz O/S del 21 marzo 1942. RGVA, 502-1-267, pp.3-13, citazione a p. 8.
107 Aufteilung der Bauwerke (BW) für die Bauten, Aussen- und Nebenanlagen des Bauvorhabens
Konzentrationslager Auschwitz O/S del 31 marzo 1942. RGVA, 502-1-210, pp. 20-29, citazione a p. 25.
108 J.-C. Pressac colloca questo presunto evento all’inizio di giugno del 1942. Le macchine dello sterminio.
Auschwitz 1941-1945, p. 51. Vedi capitolo V.
109 Idem.

38

interpretare il diario del dott. Kremer in base a questo dato di fatto, non già in base ad
ipotesi aprioristiche di comodo.
I due presupposti dell'interpretazione olocaustica del diario del dott. Kremer, la presunta
equivalenza tra Sonderaktion e gasazione omicida e l'esistenza dei Bunker di Birkenau
come impianti di sterminio, sono storicamente infondati. A questi temi ho dedicato due
studi specifici. Il primo,“Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato110,
dimostra su base documentaria, tra l'altro, che il termine Sonderaktion aveva vari
significati, nessuno dei quali riconducibile allo sterminio (aspetto igienico-sanitario,
internamento dei trasporti ebraici, trasporto e immagazzinamento degli effetti ebraici)111. In
tale contesto rientrano anche le Sonderaktionen menzionate dal dott. Kremer, che ho
analizzato e spiegato in dettaglio112.
Il secondo studio, The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History113, fornisce
la prova documentaria e fotografica che i cosiddetti Bunker di Birkenau non esistettero mai
come impianti di stermin