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REVISIONISMO
Il revisionismo
storico:
Non afferma che non ci sia stata nessuna persecuzione degli
ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna privazione dei diritti
degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna deportazione degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stato nessun ghetto ebreo;
Non afferma che non ci sia stato nessun campo di concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun crematoio nei campi di
concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun ebreo morto per molte
ragioni;
Non afferma che non sia stata perseguitata nessun'altra minoranza,
come gli zingari, i testimoni di Geova, gli omosessuali, e i
dissidenti politici
Non afferma che le azioni suddette non siano state ingiuste.
La Risiera di San Sabba Un falso grossolano
Carlo MATTOGNO
INTRODUZIONE
Negli ultimi anni la storiografia sterminazionista si è arricchita,
di un nuovo «campo di sterminio»: la Risiera di San Sabba. Nel
Gennaio 1979 è apparsa una delle opere più importanti dedicate a
tale tema: «La Risiera di San Sabba», di Ferruccio Fölkel. (1)
L'Autore intende dimostrare che la Risiera fu un «Vernichtungslager»
(«campo di sterminio») definizione da lui stesso, usata quattro
volte (p. 18, 50, 132 e 157) ovviamente provvisto di forno
crematorio e «camera a gas».
Sebbene venga presentata come frutto di «puntigliose ricerche durate
oltre tre anni» (p. 2 di sopracoperta), l'opera è di un livello
decisamente mediocre.
La descrizione contorta e contraddittoria di forno crematorio e
«camera a gas» non occupa complessivamente più di una pagina,
sommersa da una marea di disgressioni e di divagazioni che spesso
rasentano il pettegolezzo e che non hanno alcuna connessione con lo
«sterminio» pretesamente perpetrato, alla Risiera.
Il metodo dimostrativo del Fölkel è superficiale e dilettantesco,
sia nel procedimento dimostrativo vero e proprio, arbitrario e
infondato, sia nell'uso di testimonianze di seconda mano, sia infine
nel riferimento alle fonti, spesso lacunoso o addirittura
inesistente. Da tutta l'opera traspare [6] inoltre una crassa
ignoranza in tema di storiografia sterminazionista.
Nonostante ciò, l'opera a quanto pare è stata presa sul serio. In
una recensione non propriamente oculata, Giuseppe Laras, direttore
della rivista La Rassegna Mensile di Israel, la presenta come segue:
«Del tragico luogo di tortura e di morte, noto come la "Risiera di
San Sabba", fino a pochi anni fa se ne sapeva ben poco. La
rivelazione che la "fabbrica della morte" nazista aveva svolto il
suo orribile lavoro anche da noi inquietò profondamente l'opinione
pubblica del nostro paese. ...
Il processo penale, tuttavia, ha lasciato troppi interrogativi
insoluti e troppi problemi irrisolti. Di gettare maggior luce su
tale inquietante vicenda si è incaricato Ferruccio Fölkel, di padre
viennese e madre triestina, il quale, attraverso lunghe e minuziose
indagini, è riuscito a ricostruire quanto avvenne a San Sabba, a
Trieste e nel litorale adriatico durante gli anni crudeli
dell'occupazione nazista.
Sulla scorta di testimonianze di ex prigionieri e di documenti
inediti, il Fölkel ricostruisce una vicenda angosciosa di morte e di
sofferenze, che tutti abbiamo il dovere di non ignorare, oltreché
per un insopprimibile moto di riconoscenza e. di pietà verso la
memoria delle vittime, per rafforzare in noi il disgusto e il
rifiuto della dottrina nazista e di qualsiasi ideologia liberticida»
(2).
In realtà La Risiera di San Sabba, più che opera storica, e un
libello pseudoscientifico, come ci accingiamo a dimostrare in questo
studio.
[7]
I
LA «CAMERA A GAS»
Riguardo alla «camera a gas» il principale strumento di «sterminio»
della Risiera (p. 26) il Fölkel è sorprendentemente laconico. Ecco
tutto ciò che si può apprendere al riguardo dal suo libro:
«Proprio lì era stato utilizzato un vano piuttosto ampio, chiamato
convenzionalemnte "garage". Da questo garage si passava nel
crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio mobile. La
camera a gas funzionava in modo rudimentale. Come vi veniva immesso
il gas venefico ? È difficile rispondere, ma i tedeschi avevano
prelevato anche un grande furgone postale e avevano fatto venire
dalla Germania un furgone particolare. Vi era addetto il famoso
Lorenz Hackenholt, quello che a Belzec, come sottufficiale delle SS,
aveva lavorato nella stessa direzione. I grossi automezzi-mobili
della morte venivano chiamati a Belzec "Fondazione Hackenholt". Pare
che fosse stato Hackenholt a far impiantare e a impiegare grossi
tubi di scarico attraverso i quali il gas veniva immesso nel garage»
(p. 26).
Osservazioni
Nel 1945 crematorio, garage e ciminiera furono distrutti [8] con
l'esplosivo, per cui non esiste più traccia della «camera a gas»:
«Il forno crematorio, il famoso garage e la ciminiera, sono stati
fatti saltare in aria dai tedeschi la notte fra il 29 e il 30 aprile
1945, poco prima di lasciare il campo di San Sabba» (p. 31; cfr. p.
143).
Nessuno dei testimoni citati dal Fölkel menziona la «camera a gas»,
ad eccezione di Paolo Sereni, che accenna fuggevolmente e per
sentito dire ai «gas» (vedi al riguardo p. 21).
Il testimone Schiffner dichiara anzi esplicitamente che alla Risiera
non esisteva alcuna «camera a gas»:
«Prima del forno crematorio c'era una grande stanza, nella quale
venivano condotti gli ebrei. Non ho sentito spari. Per quanto mi
ricordi, nella stanza in cui venivano rinchiusi gli ebrei non c'era
un impianto a gas. Suppongo che gli ebrei venissero impiccati,
perché si potevano sentire talvolta durante la notte le grida» (p.
29-30).
In nota il Fölkel commenta: «Questa grande stanza, come già detto,
veniva chiamata "garage" e lì sembra sia stata gassata la maggior
parte dei partigiani e delle loro famiglie condannati a morte» (p.
29, nota 3).
Dunque tale stanza, anche se priva di un «impianto a gas», era
ugualmente una «camera a gas» in cui «sembra» che siano state
effettuate delle «gasazioni» !
A pagina 33 il Fölkel riferisce la seguente testimonianza:
«Mi diceva Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere
agli stermini, la porta del garage rimaneva aperta per l'intero
pomeriggio».
Di conseguenza la «camera a gas» della Risiera operava con la porta
aperta!
L'affermazione (arbitraria e infondata) del Fölkel secondo cui la
«camera a gas» si trovava nel cosiddetto «garage» è contraddetta
inoltre dal testimone Paolo Sereni, il quale dichiara: «Il forno era
istallato nel luogo adibito a garage» (p. 168).
Incertezza e contraddizione anche riguardo alla data in cui
sarebbero iniziate le «gasazioni»:
«È invece universalmente riconosciuto che la data [9] ufficiale
dell'inizio dell'attività della (o delle) camera a gas mobile, del
«garage» e del crematorio risale al 4 aprile 1944 anche se fonti
diverse parlano del 17 o addirittura del 21 giugno». (p. 33).
Il Fölkel asserisce che «quasi tutta la documentazione
compromettente» della Risiera è stata bruciata nel crematorio il 28
aprile 1945 (p. 35), per cui tutti i documenti nazisti relativi alla
Risiera sono scomparsi, e infatti egli non ne cita neppure uno.
Considerato inoltre che i testimoni menzionati dal Fölkel nulla
sanno della «camera a gas» della Risiera, come può egli affermare
seriamente che «e invece universalmente riconosciuto» che le «gasazioni»
iniziarono il 4 Aprile 1944? E come può parlare di «fonti diverse»?
Da chi e su quali basi è «universalmente riconosciuto» ? E quali
sono queste pretese «fonti diverse»? Mistero impenetrabile.
Un altro mistero impenetrabile è quello relativo alla tecnica di «gasazione».
Come funzionava la «camera a gas»?
Esaminiamo la descrizione del Fölkel:
«La camera a gas funzionava in modo rudimentale. Come vi veniva
immesso il gas venefico ? È difficile rispondere, ma (!) i tedeschi
avevano prelevato anche un grande furgone postale e avevano fatto
venire dalla Germania un furgone particolare» (p. 26).
Dunque il Fölkel ignora completamente la tecnica di «gasazione», ma
nonostante ciò dichiara che la «camera a gas» funzionava in modo
rudimentale!
Qualche riga dopo egli aggiunge:
«I grossi automezzi-mobili della morte venivano chiamati a Belzec
"Fondazione Hackenholt". Pare che fosse stato Hackenholt a far
impiantare e a impiegare grossi tubi di scarico attraverso i quali
il gas veniva immesso nel garage» (p. 26).
Ecco inaspettatamente la risposta alla inquietante domanda cui «è
difficile rispondere»: la «camera a gas» funzionava col gas di
scarico dei «grossi automezzi-mobili della morte», o del «furgone
postale», o del «furgone particolare», o di un normale autocarro,
affermazione arbitraria e infondata non suffragata dalla minima
prova.
Per quanto concerne le «camere a gas mobili», il Fölkel [10]
manifesta la stessa incertezza e confusione. Egli parla una volta di
«camera a gas mobile», al singolare (p. 22), un'altra volta di
«autofurgoni mobili», al plurale (p. 24) e infine «della (o delle)
camera a gas mobile» (p. 33).
Quante erano queste pretese «camere a gas mobili»? Altro mistero
impenetrabile.
Ma quali prove ci sono che alla Risiera siano effettivamente state
impiegate le «camere a gas mobili» ? Al riguardo in tutto il libro
del Fölkel compare soltanto un riferimento ad una lettera del
6.4.1945 proveniente dal carcere del Coroneo che accennerebbe
«all'arrivo del "famigerato autotreno a gasogeno", dove venivano
fatti salire "i sorteggiati"» (p. 30).
Tale lettera è menzionata nella «prima parte del punto 6 del
dispositivo della sentenza della corte di assise presieduta da
Domenico Maltese» (p. 28): non è citato né il testo, né l'autore, né
il destinatario. Ciò significa che il documento in questione è
assolutamente irrilevante. Infatti la storiografia ufficiale nulla
sa dell'impiego di «camere a gas mobili» i cosiddetti «Gaswagen» (3)
a San Sabba. La «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» di
Ludwigsburg, da noi interpellata in proposito, non ha alcuna
conoscenza al riguardo (4) e la più importante ed autorevole opera
sterminazionista degli ultimi anni, Nazionalsozialistische
Massentötungen durch Giftgas, non ne fa menzione (5).
Del resto non si comprende per quale ragione il fantomatico
'autotreno (!) a gasogeno' sarebbe stato inviato alla Risiera dove
pretesamente esisteva già una «camera a gas» e per di più il 6
Aprile 1945, tre settimane prima che il campo fosse evacuato!
[11]
Conclusione
Non c'è la minima prova che alla Risiera sia mai esistita una
«camera a gas», di cui si ignora dove si trovasse, come funzionasse,
da chi e quando sia stata costruita, quando sia entrata in funzione.
[13]
II
IL «FORNO CREMATORIO»
Anche riguardo al «forno crematorio» il Fölkel fornisce informazioni
esigue e contraddittorie.
«Il crematorio era stato predisposto sotto il livello del terreno e,
a detta dell'architetto Boico, era lungo 20 metri per 15; lo stesso
architetto è convinto che ci fosse il modo di bruciare almeno
cinquanta corpi alla volta» (pp. 26-27).
Esso era attiguo alla «camera a gas»:
«Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta
mascherata da un vecchio mobile» (p. 26).
Il testimone Gley fornisce la seguente descrizione:
«Sapevo che nella Risiera di Trieste esisteva un impianto di
cremazione. Questo impianto è stato costruito da Lambert, come la
maggior parte degli altri dello stesso genere nei campi di sterminio
e negli istituti per l'eutanasia. Quale camino era stata adoperata
una ciminiera gia esistente nella Risiera. Degli altri particolari
tecnici dell'impianto ho solo una vaga idea. Ai piedi del camino
c'era un forno aperto di mattoni, della grandezza di circa m. 2 X 2,
che aveva una grande graticola di acciaio. Secondo una mia
valutazione, di volta in volta potevano essere messe. nel forno 8-12
salme. Il forno e il camino erano aperti. Non c'era una porta di
ferro. Era un impianto molto primitivo, che adempiva al suo scopo
grazie all'alto camino. C'era un [14] forte risucchio. Questa
ciminiera si trovava in un capannone nella parete di fronte» (p.
29).
Riguardo al crematorio, questo è tutto.
Osservazioni
Anzitutto una precisazione. L'espressione «forno crematorio» non
deve trarre in inganno: l'istallazione descritta non era un forno
crematorio vero e proprio, come quelli che si trovavano nei campi di
concentramento tedeschi (6), ma un semplice rogo.
Le dichiarazioni dell'architetto Boico e del testimone Gley sono
chiaramente contraddittorie. L'uno parla di un forno di metri 20 X
15 (= 300 metri quadrati), l'altro di un forno di metri 2 X 2 (= 4
metri quadrati)!
Il Fölkel fa risaltare ancora di più la contraddizione commentando
così la dichiarazione del testimone Gley:
«In realtà il forno era posto sotto il livello del terreno era cioè
interrato ed era lungo, come ha riferito anche l'architetto Boico,
circa 20 metri per 15. Forse l'apertura sotterranea era grande circa
m. 2 X 2» (p. 29, nota 1).
Tale commento è alquanto oscuro. Il Fölkel intende dire che il forno
si trovava in un locale sotterraneo? Oppure che era costituito da
una semplice fossa? Ritorneremo tra breve sulla questione.
Le testimonianze citate del Fölkel ingarbugliano ulteriormente la
cosa. Come si è visto, il testimone Paolo Sereni dichiara che «il
forno era istallato nel luogo adibito a garage» (p. 168), il quale,
secondo il Fölkel, era invece la «camera a gas»!
Francesco Sircelj asserisce che il forno era situato in una [15]
baracca:
«All'interno infatti la baracca era divisa in due parti.
Nell'ambiente più grande c'era una specie di magazzino, nell'altro,
al lato, dove all'esterno si ergeva l'alto camino della fabbrica, si
trovava invece il fondo del crematorio» (p. 177).
Gottardo Milani fornisce una descrizione più o meno simile:
«Poi ho visto una SS dicevano che fosse un ucraino che nel reparto
più piccolo del capannone, dove c'era il forno crematorio, tagliava
con una mannaia i cadaveri» (p. 177).
C'era dunque un locale, in una «baracca» o in un «capannone», diviso
in due parti: in quella più grande era sistemato un magazzino, in
quella più piccola si trovava il forno.
La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista presentata
fuori testo del Fölkel (7) genera una confusione ancora maggiore.
Dalla scala risulta che il «forno crematorio» (locale E) misurava
all'incirca metri 10,5 X 9,5 ed aveva perciò una superficie di circa
99,75 metri quadrati. Siccome il locale era diviso in due parti,
nella più piccola delle quali era istallato il forno, il locale di
incinerazione aveva una superficie necessariamente inferiore a 50
metri quadrati. Come è possibile allora che il «forno crematorio»
avesse una superficie di 300 metri quadrati?
Per quanto concerne la collocazione del forno, cioè del rogo, e
assolutamente ridicolo che esso fosse stato costruito in un locale
sotterraneo, senza contare che, in tale assurda eventualità,
quand'anche fosse stato distrutto coll'esplosivo, sarebbero rimasti
dei resti ben visibili: un locale sotterraneo di 300 metri quadrati
non può sparire nel nulla. Eppure lo stato architettonico della
Risiera è tale che si ignora persino dove fosse la ciminiera:
«"Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino" mi
ha spiegato l'architetto Boico» (p. 143).
Anche una fossa di cremazione di 300 metri quadrati avrebbe lasciato
nel secondo cortile della Risiera tracce [16] evidenti, che i
Tedeschi non avrebbero potuto cancellare, perchè fuggirono subito
dopo aver fatto saltare forno, garage e ciminiera (p. 31).
Dunque il forno non era situato né in un locale sotterraneo né in
una fossa. Dov'era affora? Evidentemente in superficie. Ma collocare
un forno di tal fatta, cioè un rogo, in una baracca o in un
capannone accanto a un magazzino era certamente il modo migliore per
far incendiare tutta la Risiera. Infatti la cremazione di un
cadavere in un forno crematorio a combustione diretta richiede
100-150 kg di fascine (8). Ciò significa che per cremare cinquanta
cadaveri in un forno aperto non tenendo conto della maggiore
dispersione del calore sono necessari 50-75 quintali di fascine. È
evidente che l'arsione di tale enorme quantità di legna in un locale
così piccolo (meno di 50 metri quadrati) sarebbe stato un vero
suicidio.
Bisogna inoltre notare la singolarità di questo forno, che, pur
avendo una superficie di incinerazione di 300 metri quadrati, poteva
cremare solo cinquanta cadaveri alla volta. Ciò significa che vi
veniva collocato un cadavere ogni 6 metri quadrati! La capacità di
cremazione indicata dal Boico dunque doppiamente ridicola.
Un altro, problema è quello relativo alla evacuazione del furno.
Dalla piantina precedentemente menzionata risulta che il «forno
crematorio» era collegato al «camino» (la ciminiera della fabbrica)
da un condotto lungo circa nove metri e mezzo. Come poteva essere
evacuato il furno senza un potente impianto di tiraggio (9) ?
Conclusione
Del crematorio non si sa con certezza neppure dove [17] fosse
istallato. Una cosa sola è certa: esso non poteva avere se mai è
esistito le dimensioni, la capaciti di cremazione e la collocazione
indicate dall'architetto Boico.
[19]
III
IL NUMERO DELLE VITTIME
Nella valutazione del numero delle vittime della Risiera il Fölkel
distingue due periodi: il primo va dall'Ottobre 1943 al Marzo 1944,
il secondo dal Marzo 1944 all'Aprile 1945:
«Molto spesso ci si chiede anche se a San Sabba avvennero esecuzioni
fra l'ottobre 1943, data di insediamento del campo militare, e il
febbraio-marzo 1944, quando entrarono in funzione almeno
parzialmente gli strumenti di morte tradizionali dei campi di
sterminio nazisti. Non ho dubbi nel dare una risposta tristemente
positiva. Ma come avvenivano le esecuzioni, "prima"? E quali furono
i mezzi di morte, "dopo" ? Nemmeno il giudice Serbo, in base alla
deposizione di decine di testimoni, è stato in grado di dare
risposte assolutamente sicure. O, meglio, le testimonianze sono
diverse e molte volte contraddittorie» (p. 23).
Qualche pagina dopo, il Fölkel scrive:
«Ci si è chiesti molte volte quanti prigionieri venivano uccisi al
giorno; sarebbe stato così possibile dare una cifra attendibile sul
numero delle vittime della Risiera di San Sabba. La risposta, anzi,
le risposte che oggi possiamo proporre sono le seguenti: non siamo
in grado di dire se non con notevole approssimazione quante persone
furono uccise nel periodo che va dalla fine di ottobre - 1943 al
[20] febbraio-marzo del 1944, quando il forno cominciò a funzionare.
Poichè il campo, all'inizio, era un campo militare, si può pensare
che i primi prigionieri, combattenti della Resistenza jugoslava e
italiani che non avevano voluto aderire alla RSI, giunsero alla
Risiera per essere eliminati non prima del novembre 1943. Nessun
testimone vivente, nessun superstite vivente per meglio dire ,
perché di testimoni, tedeschi e italiani, ce ne sarebbero, ci ha mai
parlato di quel periodo con cognizione di causa. Tutti, dal
Gionechetti al Wachsberger al Sereni (e di tutti il più preciso, il
più lucido, il più informato rimane il Wachsberger), sono giunti al
campo di sterminio DOPO il febbraio 1944. Probabilmente i
prigionieri uccisi PRIMA, comunque sotto il comando di Wirth, devono
essere alcune centinaia»(p. 32).
Ricapitoliarno. Per il periodo compreso, tra l'Ottobre 1943 e il
Marzo 1944 ci sono «decine di testimoni» e in pari tempo «nessun
testimone vivente, nessun superstite vivente»; queste «decine di
testimoni» inesistenti hanno rilasciato testimonianze «diverse» e
«molte volte contraddittorie». Sulla base di testimonianze
contraddittorie di testimoni inesistenti il Fölkel dichiara di non
aver dubbi riguardo al fatto che siano state effettuate esecuzioni
nel periodo in questione e valuta che «probabilmente» le vittime
«devono essere alcune centinaia»!
Veniamo al secondo periodo. L'argomentazione è talmente assurda che
merità una citazione per esteso:
«Nonostante la testimonianza della signora Giulia Pincherle Spadaro,
è probabile che il forno non venisse usato quotidianamente. Si può
obiettare che si poteva gassare o uccidere i prigionieri negli altri
modi descritti e poi non bruciare i loro corpi nello stesso giorno.
Anche questa è un'ipotesi. È pero più probabile l'ipotesi secondo la
quale la gassazione e la cremazione, o comunque l'uccisione e la
cremazione dei cadaveri, avessero luogo di solito dalle due alle tre
volte alla settimana. Il forno era stato attrezzato per cremare un
massimo di cinquanta-sessanta cadaveri alla volta. Secondo le
testimonianze degli abitanti in quella zona di San Sabba e di
Servola (infatti dal versante orientale della collina di Servola si
riesce a vedere il comprensorio del [21] campo), la ciminiera
eruttava un furno giallognolo la sera, grosso modo dalle 21 alle 24,
e di solito, nei giorni centrali della settimana. Alcuni testimoni
oculari hanno detto che ciò succedeva soltanto il martedì e il
giovedì. Wachsberger parla del venerdì come giornata di gran lavoro,
non escludendo però le altre giornate della settimana. Mi diceva
Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere agli stermini,
la porta del garage rimaneva aperta per l'intero pomeriggio.
Tutte queste notizie sono utili per dare una risposta al quesito che
più ci interessa: quanti detenuti sono stati complessivamente
bruciati nel forno del Lambert a parte altri prigionieri stranamenti
"spariti" nella Risiera?
Io non accetterei riduttivamente il 21 giugno 1944 (Carlo Schiffrer)
come data di inizio dell'"operazione cremazione"; sono però tentato
di farlo allo scopo di rendere quanto più verosimile possibile il
numero degli assassinati. Dal 21 giugno 1944 al 26-27 aprile 1945 i
tedeschi hanno avuto a disposizione circa 300 giorni. Se però i
giorni di utilizzo erano due o anche tre alla settimana,
riduttivamente noi ricaviamo cento giorni effettivi di attiviti, con
una media giornaliera di cinquanta persone trucidate e quindi circa
cinquanta cadaveri da cremare. Moltiplicando la cifra di cinquanta
salme per cento giornate, si raggiunge una somma di cinquemila
persone assassinate» (pp. 33-34).
Questo procedimento argomentativo è assolutamente ridicolo perché si
basa da un lato sulla falsa capacità di cremazione di cinquanta
cadaveri alla volta, dall'altro sull'IPOTESI che le «esecuzioni»
siano avvenute regolarmente due-tre volte alla settimana per dieci
mesi. ,
Tale ipotesi del resto è contraddetta dal testimone Paolo Sereni,
che dichiara: «Un giorno alla settimana (non ricordo quale) era
destinato alle esecuzioni e cremazioni» (p. 168). Alle «esecuzioni e
cremazioni» di quante persone? Paolo Sereni non lo dice.
Per quanto concerne l'attività del forno, le testimonianze riferite
dal Fölkel sono veramente straordinarie:
«Secondo le testimonianze degh abitanti in quella zona di San Sabba
e di Servola (infatti dal versante orientale della [22] collina di
Servola si riesce a vedere il comprensorio del Campo), la ciminiera
eruttava un fumo giallognolo la sera, grosso modo dalle 21 alle 24,
e di solito nei giorni centrali della settimana- (p. 33). Come hanno
potuto questi «testimoni oculari» vedere un «fumo giallognolo»
uscire in piena notte da una ciminiera alta «circa quaranta metri» ?
(p. 9).
La valutazione del numero delle vittime della Risiera proposta dal
Fölkel è dunque assolutamente infondata e arbitraria. Nonostante
cio' egli dichiara:
«Se è difficilmente contestabile la cifra di 5.000 persone soppresse
dai nazisti alla Risiera di San Sabba, è più difficile verificare
quante persone sono transitate dal Campo di San Sabba. Gli jugoslavi
sostengono di avere in proposito una serie di documenti
ineccepibili. Certo si tratta soltanto in parte di documenti
nazisti. Infatti gran parte dei libri-mastri dove gli uffici
amministrativi di Oberhauser registravano il nome e cognome dei
detenuti in transito è stata fatta sparire dai tedeschi alla fine di
aprile, cosi come quasi tutta la documentazione compromettente è
stata bruciata nel crematorio il 28 aprile 1945.
Eppure sembra che un TOTENBUCH, un libro dei decessi, sia finito in
mano jugoslava. Bubnic^ stesso mi accennava a una cifra piuttosto
alta: 25.000 persone transitate: complessivamente, in circa diciotto
mesi di esistenza, il Campo di San Sabba avrebbe ospitato circa
25.000 persone. La cifra mi sembra assai alta sia in rapporto alla
struttura iniziale del Campo ottobre-dicembre 1943, quando esso era
essenzialmente una base di appoggio militare sia in rapporto alle
capacità del Campo di contenere, sia pure in varie riprese, un
numero cosi elevato di persone. Forse la cifra va ridotta di un
15-20%» (pp. 34-35).
Dunque la cifra di 5.000 vittime, calcolata con un procedimento
arbitrario quanto ridicolo, diventa un fatto «difficilmente
contestabile»! Tanto più che, per ammissione del Fölkel, non esiste
alcun documento nazista da cui si possa desumere il numero non
diciamo delle vittime ma neppure dei detenuti passati per la
Risiera.
Quanto al fantomatico «Totenbuch», esso registrerebbe i detenuti in
transito ma non quelli morti, il che per un [23] «libro dei decessi»
è alquanto singolare. Ma quand'anche tale «Totenbuch» esistesse
realmente e da esso risultasse un totale di 25.000 persone
transitate, dimostrerebbe appunto che la Risiera era un Campo di
transito, non già un «Campo di sterminio». Infatti a quale scopo
sarebbero stati inviati da Trieste ad Auschwitz 22 convogli di
deportati dal 9 Ottobre 1943 al 1· Novembre 1944 (p. 135) se a San
Sabba esisteva un «Campo di sterminio»?
Conclusione
È impossibile accertare sia pure approssimativamente il numero delle
«vittime» della Risiera. Il calcolo e la cifra presentati dal Fölkel
sono assolutamente arbitrari e infondati.
IV
LE TESTIMONIANZE
Nelle «Appendici» il Fölkel riporta stralci di dichiarazioni di 19
testimoni: 1) Paolo Sereni (p. 168); 2) Pino Karis (p. 175); 3)
Giuseppe Gionechetti (p. 175); 4) Branka Maric^ic^ (p. 176); 5)
Francesco Sircelj (p. 176);, 6) Giovanni Millo (p. 177); 7) Gottardo
Milani (p. 177); 8) Giovanni Haimi Wachsberger (p. 178); 9) Magda
Rupena (p. 178); 10) Cristina Sluga (p. 179); 11) Anonimo (p. 179);
12) Albina Skabar (p. 180); 13) Giordano Basile (p. 180); 14) Dara
Virag (p. 180); 15) Bruno Piazza (p. 180); 16) Antonietta Carretta
(p. 18 1); 17) Ante Peloza (p. 18 1); 18) Carlo Skrinjar (p. 181);
19) Luigi Jerman (p. 182).
Nel testo dell'opera appaiono inoltre stralci delle testimonianze
di: 20) Giulia Pincherle Spadaro (p. 23); 21) Nerina Levi e Nori
Levi in Viviani (pp. 128-129); 22) Giuseppe Gionechetti (p. 27); 23)
Haimi Wachsberger (pp. 135-146 e passim); 24) Bruno Piazza (p. 24).
L'esame delle fonti è particolarmente istruttivo. Infatti tali
testimonianze non solo non sono dichiarazioni giurate, ma sono
addirittura quasi tutte di seconda mano!
Ecco le fonti delle varie testimonianze:
Testimoni: Karis, Maric^ic^, Sircelj, Milani, Sluga, Peloza. Fonte:
«Testimonianza raccolta da Albin Bubnic^».
Testimoni: Gionechetti, Millo, Basile, Carretta, Jerman. [26]
Fonte: «Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna ».
Testimoni: Rupena, Skabar, Virag, Skrinjar. Fonte: «Testimonianza
raccolta da Albin Bubnic^ e Ricciotti Lazzero».
Testimone Wachsberger (n. 8). Fonte: «Testimonianza raccolta da
Ricciotti Lazzero».
Testimone Anonimo (n. 11). Fonte: «Testimonianza raccolta dal prof.
Carlo Schiffrer di Trieste dall'interrogatorio di un amico
superstite». (Carlo Schiffrer, "La Risiera", Trieste, 1961) (10).
Testimone Piazza (n. 15 e 24). Fonte: Dal libro Perché gli altri
dimenticano di Bruno Piazza (Feltrinelli, Milano 1956).
Testimone Sereni. Fonte: «Dichiarazione (in carta libera per gli usi
consentiti dalla legge»>. Venezia, 30 Maggio 1966.
Testimone Pincherle Spadaro. Fonte: non indicata.
Testimoni Nerina e Nori Levi. Fonte: «Si tratta di una delle
testimonianze raccolte da Giuseppe Fano, zio dello scrittore Giorgio
Voghera, e controfirmate dal notaio Dandri». Il Fölkel precisa che
questa è una o«testimonianza indiretta» (p. 128).
Testimone Gionechetti (n. 22). Fonte: «Ci sono in proposito molte
testimonianze indirette. Perci6 mi sembra utile riportare alcuni
passi tratti dall'opuscolo LA RISIERA pubblicato nel 1969 a cura di
Schiffrer, testimonianza poi ripresa dall'Associazione nazionale
famiglie caduti e dispersi in guerra Sezione provinciale di Trieste»
(p. 27).
Testimone Wachsberger (n. 23). Fonte: intervista del Fölkel.
[26]
Conclusione
Nessuna dichiarazione giurata; nessuna testimonianza di prima mano
tranne quella di Paolo Sereni.
Quale valore si può attribuire a testimonianze di tal fatta ?
* * *
Come abbiamo già rilevato, nessun testimone dichiara che alla
Risiera sia mai esistita una «camera a gas». Soltanto nella
testimonianza di Paolo Sereni appare un fugace accenno ai «gas»:
«Il forno era istallato nel luogo adibito a garage: si diceva che a
volte fossero usati i gas di scarico degli automezzi per le
uccisioni, ma si sentivano frequentemente spari e quindi più
verosimilmente i motori degli automezzi venivano accesi per
sovrastare le grida e gli spari» (p. 168).
Si tratta evidentemente di una diceria che non ha alcun valore
probativo.
* * *
A giudizio di Fölkel, di tutti i testimoni della Risiera «il più
preciso , il più lucido, il più informato rimane il Wachsberger» (p.
32). Esamineremo dunque da presso solo le dichiarazioni di questo
testimone.
«(Fölkel) Ma come uccidevano, queste SS»?
«(Wachsberger) non glielo so dire. Uccidevano. Posso raccontarle
soltanto quello che sentivarno dal nostro camerone: le grida
disperate dei condannati a morte, le invocazioni di pietà, di
misericordia. In particolare io ricordo perfettamente il rumore di
un sibilo che proveniva dal garage».
«Secondo lei si trattava di gas venefico»?
«È possibile» dice Wachsberger (p. 138).
Ma a pagina 178 Wachsberger dichiara:
«Per coprire le urla. i tedeschi alzavano il volume degli apparecchi
radio, accendevano i motori degli autocarri, aizzavano i cani da
guardia affinché latrassero».
Q6 significa che era impossibile udire il preteso sibilo, il [28]
quale, del resto, non può avere nessuna relazione con il «gas
venefico».
«Le vittime venivano uccise nel garage» (p. 178).
«Mi diceva Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere
agli stermini, la porta del garage rimaneva aperta per l'intero
pomeriggio» (p. 33).
Dunque è impossibile che il garage da cui proveniva il preteso
sibilo fosse una «camera a gas».
«Accadde, per esempio, che una sera di giugno, dieci uomini erano
già stati spogliati nudi (infatti, stranamente, non si sono trovate
macchie sugli indumenti dei prigionieri uccisi nel garage) e nove di
essi erano già stati gassati, o comunque uccisi, quando
improvvisamente suona l'allarme aereo. I tedeschi perdevano
letteralmente la testa quando suonava l'allarme; e la perdettero
anche in quella circostanza. Ebbene, al cessato allarme, quell'uomo
non venne gassato anzi fu dimenticato, e addirittura liberato» (p.
138).
Questa storia è contraddittoria e ridicola. Infatti il testimone
dichiara: «Eravamo troppo vicini per non renderci conto di ciò che
stava succedendo, ma non riuscimmo mai a sapere come quei
disgraziati venissero uccisi» (p. 178).
Il Wachsberger ignora dunque come venissero uccise le vittime: ma
allora come può parlare di «gasazione»?
Se ciò è contraddittorio, il fatto di «gasare» le vittime una per
volta è decisamente ridicolo. O forse la «camera a gas» della
Risiera poteva contenere solo nove persone?
La scena finale à addirittura comica: il superstite, il testimone
oculare della «camera a gas», viene rimesso in libertà !
Non meno sorprendente è ciò che accadde al Wachsberger e agli altri
detenuti che avevano prestato servizio alla Risiera:
«Allora Joseph Oberhauser ci accompagnò alla grande porta dalle
grate sormontate da filo spinato vicino al villino dove abitava, il
tremendo portone guardato sempre a vista da gente armata fino ai
denti. Mi accorsi che i battenti erano aperti. A uno a uno il
nazista ci dette la mano e ci augurò buona fortuna» (p. 145).
Dunque il 29 aprile 1945 Joseph Oberhauser lascia [29] liberi i
«testimoni oculari» dello «sterminio» perpetrato alla Risiera
stringendo, loro la mano e augurando loro buona fortuna, dopo di
che, nel corso, della notte, per cancellare le tracce dei suoi
crimini, si affretta a far «saltare in aria il camino, il garage, il
cremiatorio»! (p. 143).
Quale attendibilità si può attribuire a un simile testimone?
[31]
V
ERRORI E FALSIFICAZIONI
Il libro La Risiera di San Sabba rivela inoltre la grossolana
ignoranza del Fölkel riguardo alla storiografia ufficiale relativa
ai «campi di sterminio» nazisti.
Riferiamo anzitutto gli errori più significativi.
Treblinka viene definito «il tristernente famoso campo di sterminio
del distretto di Lublino» (p. 17), il che è errato, perché tale
campo si trovava nel distretto di Varsavia (11).
A pagina 99 il Fölkel scrive:
«Secondo i risultati delle commissioni d'inchiesta del governo
polacco, a Treblinka persero invece la vita 731.000 persone.
Contrariamente ad Auschwitz, le camere a gas erano soltanto due e
funzionavano a ossido di carbonio. Furono poi costruite altre dieci
carnere che funzionavano con cianuro d'idrogeno».
Anche ciò è errato. Secondo la storiografia ufficiale, il vecchio
impianto di «gasazione» comprendeva tre «camere a gas», non due,
mentre nel nuovo impianto non fu mai usato «cianuro di idrogeno», ma
sempre ossido di carbonio (12).`
«I grossi automezzi-mobili della morte venivano chiamati a Belzec
"Fondazione Hackenholt"» (p. 26).
«Come già detto, l'autotreno a gasogeno era uno dei marchingegni
della Fondazione Hackenholt"» (p. 30, nota).
Il Fölkel si riferisce ai cosiddetti «Gaswagen», che però non hanno
nulla a che vedere né con Belzec né con Hackenholt.
Egli confonde Belzec con Chelmno, in cui sarebbero stati usati i
suddetti «Gaswagen» (13).
L'espressione «Fondazione Hackenholt» deriva dal documento PS-1553
(14) dove designa un impianto di «gasazione» fisso:
«Davanti a noi una casa come uno stabilimento balneare, a destra e a
sinistra grandi vasi di cemento con gerani o altri fiori. Dopo aver
salito una scaletta, a destra e a sinistra, tre e tre camere come
garages, di metri 4 x 5, 1,90 d'altezza. Nella parte posteriore, non
visibili, uscite di legno. Sul tetto, la stella di David in rame.
Davanti all'edificio la scritta: Fondazione Heckenholt» (15)
Nel documento T-1310 appare la definizione «Heckenholt-Stiftung»
(16).
Il Fölkel aggiunge che «le 'Stiftingen' (17), cioè le "fondazioni",
derivavano il nome dalle "fondazioni di pubblica [33] utilita". Per
esempio, in Polonia, Wirth e il suo gruppo si fregiavano del nome
"Fondazione Wirth "» (p. 139, nota 1).
In realtà non è mai esistita una «Fondazione Wirth». Il Fölkel
fraintende il seguente passo di Gerald Reitlinger:
«Il nome di Wirth non ricorre in alcuno dei documenti ufficiali
riguardanti l'eutanasia salvatisi dalla distruzione, ma ciò dipende
dal fatto che l'ultima fase dell'operazione fu sottratta a
Tiergartenstrasse 4 e affidata invece a un ente fittizio, la
«Gemeinnützige Stiftung für Anstaltspflege», o «fondazione di
utiliti pubblica per le cure sanatoriali» È impressionante il fatto,
notato da Kurt Gerstein, che, quando in Polonia erano in piena
attività i campi di sterminio, Wirth e compagni si fregiavano ancora
del nome di «fondazione (Stiftung)» (18).
Reitlinger si riferisce alla «Fondazione Heckenholt» del PS-1553,
come risulta dal richiamo a Kurt Gerstein.
Il Fölkel, nella sua sorprendente ignoranza, sdoppia questo Kurt
Gerstein in un «ingegner Gersten» (p. 96) (19) e in una fantomatica
«ditta Gestein»:
«A parte gli esperimenti "medici ", ad Auschwitz fu implegato con
grande successo il Ziklon-B (K.C.N.), cioè il cianuro di potassio.
La ditta fornitrice era la Kurt Gestein» (p. 99).
Kurt Gerstein era un SS-Obersturmführer pretesamente antinazista che
nell'Agosto 1942 avrebbe assistito ad una «gasazione» nel «campo di
sterminio» di Belzec. Di tale pretesa esperienza egli ha lasciato
otto relazioni pullulanti di contraddizioni interne ed esterne,
assurdità, falsificazioni storiche ed errori che rendono la
«testimonianza oculare» di questo personaggio assolutamente
inattendibile, come abbiamo dimostrato nella nostra opera Il
rapporto Gerstein. Anatomia di un falso. (20)
Kurt Gerstein ricopriva la carica di capo del servizio [34] tecnico
di disinfezione presso l'SS-Führungshauptamt, Amtsgruppe D,
Sanitätswesen der Waffen-SS, e in tale qualità nel 1944 ordinò alla
ditta DEGESCH (21) 2.370 Kg di Zyklon-B a fine di disinfezione per i
campi di concentramento di Oranienburg (1.185 kg) e di Auschwitz
(1.185 kg).
Egli allegò al summenzionato rapporto del 26 Aprile 1945 (PS-1553)
le 12 fatture della DEGESCH relative alle ordinazioni in questione.
Da queste fatture indirizzate all'Obersturmführer Kurt Gerstein
risulta la spedizione da parte della DEGESCH delle suddette quantità
di Zyklon-B alla «Abt. Entweseung und Entseuchung» (sezione
disinfestazione e disinfezione) dei «Konzentrationslager» di
Oranienburg e di Auschwitz (22).
Quanto allo Zyklon-B, esso non era «cianuro di potassio» (KCN), come
crede il Fölkel, ma «acido cianidrico, liquido (HCN) assorbito in un
coibente poroso, ad es. in farina fossile bruciata (Diagries) o in
una sostanza sintetica gessosa (Erco) o in dischi di cellulosa»
(23).
A pagina 100 il Fölkel dichiara:
«Appunto in base a queste nuove direttive, e con l'alta supervisione
di Eichmann, si operò nel gruppo dei campi di sterminio in Polonia
comandati da Globocnik: Sobibor, Belzec, Treblinka, Chemno,
Majdanek».
Secondo la storiografia ufficiale, i campi dell'«Aktion Reinhard»
comandati da Globocnik erano Belzec, Sobibor e Treblinka (24). Il
campo di Chelmno, di cui il Fölkel non conosce neppure la grafia
esatta (25), era sotto la giurisdizione dello Höhere SS-und
Polizeiführer Wilhelm Koppe (26), mentre il campo di Majdanek
dipendeva dal WVHA [35] (Wirtschafts-und Verwaltungshauptamt:
ufficio centrale economico e amministrativo delle SS) (27). Inoltre
i «campi di sterminio» polacchi non erano sotto «l'alta supervisione
di Eichmann», perchè Globocnik riceveva gli ordini relativi
direttamente dalla Cancelleria del Führer e dal Reichsführer-SS
(28).
A pagina 33 il Fölkel parla dei «grandi campi di sterminio nazisti
di Germania e di Polonia» e a pagina 79 attribuisce la qualifica di
«campo di sterminio» a Buchenwald.
Ma secondo, la storiografia ufficiale in Germania non è esistito
alcun «campo di sterminio».
In una lettera inviata al giornale tedesco Die Zeit il 19 Agosto
1960, il dott. Martin Broszat, allora membro e Attualmente direttore
dell'Institut für Zeitgeschichte München (Istituto di Storia
Contemporanea di Monaco), dichiarò:
«Né a Dachau né a Bergen-Belsen né a Buchenwald sono stati gasati
Ebrei o altri detenuti». E ancora: «Lo sterminio in massa degli
Ebrei mediante gasazione iniziò nel 1941-1942 ed ebbe luogo
esclusivamente (ausschliesslich) in pochi luoghi appositamente
scelti e forniti di adeguate istallazioni tecniche, soprattutto nel
territorio polacco occupato (ma in nessun modo nel Vecchio Reich):
ad Auschwitz-Birkenau, a Sobibor, a Treblinka, a Chelmno e a Belzec»
(29).
* * *
Le citazioni di documenti nazisti riportate dal Fölkel quasi sempre
prive di riferimento alla fonte sono spesso interpolate o
falsificate.
Anche a questo riguardo segnaliamo gli esempi più importanti.
«Comunque a Ludwigsburg è conservato un documento significativo. In
esso (si tratta di una lettera inviata a Trieste) il capo supremo
delle SS Himmler si rivolge al [36] generale Globoc^nik: "Lieber
Globus", così incomincia la breve missiva,
"Caro Globus, lei si è comportato mirabilmente nèl .Litorale
Adriatico, lei che guida l'Aktion Reinhard ha fatto un ottimo lavoro
e la ringrazio." Prosegua senz'altro nella sua azione di sterminio,
Heil Hitler» (pp. 121-122).
Il dott. Adalbert Rückerl, dal 1966 direttore della «Zentrale Stelle
der Landesjustizverwaltunge» di Ludwigsburg, nei cui archivi sarebbe
conservata la lettera di Himmler citata dal Fölkel, dedica la prima
parte del libro «NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher
Strafprozesse» ai «Campi di sterminio dell'Aktion Reinhard» (pp.
37-242). In essa tuttavia non compare il minimo accenno alla lettera
in questione. Infatti tale documento, come è riportato dal Fölkel,
non esiste negli archivi della «Zentrale Stelle der
Landesjustizverwaltungen» di Ludwigsburg (30) né altrove, perch6 è
la falsificazione del documento NO-058. Si tratta di una lettera del
20 Novembre 1943 inviata a Globocnik da Himmler. Ecco il testo:
«Caro Globus,
Confermo la ricevuta della Sua lettera del 4/ 11/ 1943 e della Sua
comunicazione relativa alla conclusione dell'Azione Reinhard.
La ringrazio per la cartella che mi ha inviato.
Le esprimo il mio ringraziamento e la mia riconoscenza per i Suoi
grandi ed eccezionali meriti che Lei si è acquisiti per tutto il
popolo tedesco nell'esecuzione dell'Azione Reinhard.
Heil Hitler» (31).
Questo documento è incluso anche nella serie di [37] documenti
relativi all'azione Reinhard classificata PS-4024 e con tale
riferimento è citato da Rückerl (32).
Alle pagine 93-94 il Fölkel menziona un altro documento fantasma:
«Cito Orianenburg perché al processo di Norimberga contro i nazisti
fu esibito un documento ufficiale che, appunto, proveniva da questo
lager; in esso si calcolava il reddito medio ricavabile da ogni
detenuto. La tariffa media di noleggio del detenuto alle industrie
era di marchi 6 giornalieri. Detrazioni per vitto, marchi 0,60;
durata media della vita «attiva» di ciascun detenuto, mesi 9. Ne
risultava un reddito medio di circa 1.400 marchi ricavati
dall'«utilizzazione razionale dei cadaveri». E in particolare da a)
oro dentario; b) vestiario; c) oggetti di valore; d) denaro,
specialmente valuta svizzera, inglese e statunitense; e)
utilizzazione delle ossa e delle ceneri».
In realtà non si tratta affatto di un «documento ufficiale»
proveniente dal campo di concentramento di Oranienburg, bensì di una
semplice nota pubblicata nel 1946 da Eugen Kogon senza alcun
riferimento, il che rende fortemente dubbia la sua autenticità.
Infatti essa è priva di intestazione dell'ufficio di provenienza, di
indicazione di luogo d'origine, di destinatario, di data e di firma!
(33).
Contrariamente a quanto asserisce il Fölkel, questo preteso
documento naturalmente non è mai stato esibito al processo di
Norimberga (34).
Un'altra dimostrazione della crassa ignoranza storica del Fölkel
appare a pagina 128:
«Al processo Eichmann è stato riportato il brano di una allocuzione
ufficiale di Globus: "Se in Germania crescerà [38] una generazione
incapace di comprendere il nostro lavoro, allora il
nazional-socialismo sara' stato vano. Credo che i .centri di
sterminio dovrebbero essere immortalati con targhe di bronzo, su cui
dovrebbe apparire la scritta: 'Noi SS abbiamo avuto il coraggio di
compiere questa grande opera' ". "Parole anche profetiche"».
In realtà questa citazione non è tratta da una «allocuzione
ufficiale» di Globocnik, ma dai rapporti Gerstein del 26 Aprile 1945
(PS-1553) e del 4 Maggio 1945, i quali furono presentati al processo
Eichmann di Gerusalemme come documenti d'accusa T-1309 e T-1310.
Ecco i testi originali:
«Alors Globocnek: Mais messieurs, si jamais, après nous, il y aurait
une génération si lâche, si carieuse, qu'elle ne comprenne pas notre
oeuvre si bon, si nécessaire, alors messieurs tout le
Nationalsocialisme était pour rien. Mais, au contraire, il faudrait
enterrer des tables de bronce, aux quels il est inscrit, que
c'étions nous, nous, qui avons eu le courage de réalizer cet oeuvre
gigantique! (35).
«Allora Globocnek: "Ma signori, se dopo di noi, vi sarà mai una
generazione cosi fiacca e smidollata (36) da non comprendere la
nostra opera così buona, così necessaria, allora signori tutto il
nazionalsocialismo sarà esistito invano. Ma, al contrario,
bisognerebbe seppellire delle tavole di bronzo nelle quali fosse
scritto che fummo noi, noi ad avere avuto il coraggio di realizzare
quest'opera gigantesca!».
«Darauf Glb.: Meine Herren, wenn je nach uns eine Generation kommen
sollte, die so schlapp und so knochenweich ist, dass sie unsere
grosse Aufgabe nicht versteht, dann allerdings ist der ganze
Nationalsozialismus umsonst gewesen. Ich bin im Gegenteil der
Ansicht, daß man Bronzetafeln versenken sollte, auf denen
festgehalten ist, [39] daß wir, wir den Mut gehabt haben, dieses
grosse und so notwendige Werk durchzuführen» (37).
"Allora Globocnik: "Signori, se dopo di noi dovesse mai venire una
generazione che fosse così fiacca e così smidollata da non
comprendere il nostro grande compito, allora certamente tutto il
nazionalsocialismo sarebbe stato vano. Io sono al contrario del
parere che bisognerebbe sotterrare delle tavole di bronzo sulle
quali fosse fissato per iscritto che noi, noi abbiamo avuto il
coraggio di realizzare questa grande e così necessaria opera"».
Pertanto il Fölkel non solo ha fornito il falso riferimento della
«allocuzione ufficiale» di Globocnik, ma ha anche storpiato la
citazione. Ma non è tutto. Nei due documenti surnmenzionati Kurt
Gerstein racconta che Globocnik gli riferì il 17 Agosto 1942 che due
giorni prima il 15 Agosto Hitler e Himmler gli avevano reso visita a
Lublino. In tale occasione Globocnik aveva fatto il discorso citato,
ricevendo, l'approvazione del Führer (38). In realtà il 15 Agosto
1943 Hitler non era a Lublino (39) per cui il discorso di Globocnik
è pura invenzione, come riconosce Gerald Reitlinger:
«Fu detto loro che si trattava di un ordine di Hitler, il quale poco
tempo prima aveva visitato Lublino e aveva pranzato con Globocnik. A
tavola il dott. Herbert Linden aveva richiamato l'attenzione di
Hitler sul pericolo che in avvenire si scoprissero le fosse comuni e
in proposito Globocnik aveva deliziato Hitler dicendo che gli
sarebbe piaciuto "seppellire (in quelle fosse) delle targhe di
bronzo, che lo proclamassero autore dell'impresa". Tutto questo era
pura invenzione di Globocnik, perché Hiteler non aveva affatto
lasciato il suo quartier generale.» (40)
Altre citazioni interpolate e deformate appaiono a pagina 59 e 16:
«A questi pseudoproblemi, grosse tare della psiche, [40] poeva far
cenno solo un ragioniere frustrato e disgustoso come Himmler;
nell'ottobre 1943 in un discorso tenuto a Poznan ai gerarchi delle
SS costui disse: "... che le nazioni vivano in prosperità o muoiano
di fame come bestie, a me importa solo nella misura in cui avremo
bisogno degli appartenenti ad esse come schiavi per la nostra
KULTUR, altrimenti per me sono prive di ogni interesse "» (p. 59).
La fonte, non indicata dal Fölkel, è il documento PS-1919. Questa
volta il Fölkel si è limitato a interpolare l'espressione «come
bestie». Ecco il testo originale del passo:
«Ob die anderen Völker in Wohlstand leben oder ob sie verrecken vor
Hunger, das interessiert mich nur soweit, als wir sie als Sklaven
für unsere Kultur brauchen, anders interessiert mich das nicht.»
(41)
«Se gli altri popoli vivono nella prosperità o crepano di fame, ciò
mi interessa solo nella misura in cui ne abbiamo bisogno come
schiavi per la nostra civiltà, altrimenti non mi interessa».
«Poi, nell'ottobre 1943 fra il 16 e il 29 , sbarcarono a Trieste i
primi novantadue «specialisti» dell'Einsatzkommando Reinhard, come
testimoniò a Norimberga Konrad Georg Morgen, Obersturmbannführer
delle SS Morgen aggiunse: "Il Kommando Reinhard dovette porre
termine alla sua attività nell'autunno del 1943 e distruggere sino
alle fondamenta i campi di sterminio orientali. Esso fu impiegato
quindi compattamente per garantire la sicurezza delle strade nel
territorio partigiano sul Carso e in Istria» (p. 16).
Il primo riferimento è inventato, mentre la citazione è deformata.
INFATTI Morgen dichiarò che, quando fece la sua seconda visita a
Lublino, Wirth non c'era più: «Accertai che Wirth nel frattempo
aveva inaspettatamente ricevuto l'ordine di distruggere dalle
fondamenta i suoi campi di sterminio. Egli era stato richiamato con
tutto il suo Kommando in Istria, dove garantiva la sicurezza delle
strade ed è morto nel Maggio 1944» (42).
Conclusione generale
Il libro La Risiera di San Sabba, di Ferruccio Fölkel è un semplice
libello pseudostorico e pseudoscientifico.
APPENDICE
La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista: Da Ferrucio
Fölkel, La Risiera de San Sabba, Arnoldo Mondadori Editore, Milano,
1979 (fuori testo).
foto..............
1 / Ferruccio Fölkel, La Risiera di San Sabba, Arnoldo Mondadori,
Editore, Milano 1979.
2 / LaRassegna Mensile di Israel, Aprile-Maggio 1979, p.202.
3 / Sui pretesi «Gaswagen» vedi: F. P. Berg, "The Diesel Gas
Chambers: Myth Within A Myth". The Journal of Historical Review,
Spring 1980, pp. 38-40 (The Gaswagons); Udo Walendy,
"NS-Bewältigung", Historische Tatsache Nr. 5, Historical Review
Press, 1979, pp. 29-31.
4 / Comunicazione della «Zentrale Stelle der
Landesjustizverwaltungen» all'Autore. 1· Febbraio 1985.
5 / Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas.
herausgegeben von Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl
u.a., Frankfurt am Main 1983, cap. IV, "Tötung in Gaswagen hinter
der Front", pp. 81-109.
6 / Vedi ad esempio i documenti NO-4401, NO--445 e NO-4448 relativi
al crematorio di Buchenwald. Il documento NO-4448 contiene la
descrizione di «un forno crematorio Topf a doppia muffola riscaldato
a olio o a coke con impianto di aria compressa e impianto di
rafforzarnento del tiraggio». I forni della ditta «Topf und Söhne»
erano istallati anche nei crernatori di Birkenau. Vedi le fotografie
pubblicate in: KL Auschwitz. Fotografie dokumentalne. Kraiowa
Agencia Wydawnicza Warszawa 1980, pp. 64, 65, 66 e 162.
7 / Riportiarno tale piantina nell'Appendice.
8 / Enciclopedia italiana, Roma 1949. vol. XI, voce Cremazione, p.
825.
9 / I forni crematori della ditta Topf und Söhne erano forniti di un
Saugzug-Anlage (impianto di tiraggio indotto): NO-4448. Vedi anche:
KL Auschwitz. Fotografie dokumentalne, op. cit., p. 62: sezione
trasversale nord-sud del crematorio II; al centro, accanto al
camino, l'impianto di tiraggio indotto.
10 / Carlo Schiffrer non dichiara di aver interrogato l'amico
anonimo, la cui testimonianza egli introduce con le seguenti parole:
«Ma il particolare più raccapricciante me lo ha raccontato un amico
che vi fu rinchiuso per alcuni giorni a causa di una sua presunta
appartenenza alla "razza ebraica"» (Carlo Schiffrer, La Risiera; in:
Trieste, Luglio-Agosto 1961).
11 / Central Commission for the investigation of German Crimes in
Poland. German Crimes in Poland, Warsaw 1947, vol. I, The Treblinka
Extermination. Camp p. 95.
12 / Adalbert Rückerl, NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher
Strafprozesse, München 1979, pp. 203-204; Nationalsozialistische
Massentötungen durch Giftgas, op. cit., p. 163 e 184; German Crimes
in Poland, op. cit., vol. I, p. 98.
13 /Nationalsozialistische Massentötungen durch Gifgas, op. cit.,
cap. V: «In Kulmhof Stationierte Gaswagen», pp. 110- 145.
14 / Si tratta del cosiddetto rapporto-Gestein del 26 Aprile 1945.
15 / PS-1553, p. 5. Il documento è redatto in un francese alquanto
scorretto. Riportiamo il passo citato come appare nell'originale:
«Avant nous une maison comme institut de bain, A droite et à gauche
grand pot de beton avec geranium ou autre fleurs. Aprês avoir monté
un petit escalier, à droite et à gauche, trois et trois chambres
comme de garages, 4 x 5 mètres, 1,90 mètre d'altitude. Au retour,
pas visibles, sorties de bois. Au toît, l'étoile David en cuivre.
Avant le Bâtiment, inscription: Fondation Heckenholt».
16 / T-1310, p. II. Si tratta del cosiddetto rapporto-Gerstein del 4
Maggio 1945 già pubblicato con alcune espunzioni da Hans Rothfels
nel 1953 sulla rivista Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte.
17 / Leggi «Stiftungen».
18 /Gerald Reitlinger, La soluzione finale, Milano 1965, pp.
161-162.
19 / Anche nell'Indice Analitico compaiono i nomi «Gerstein, Kurt,
ditta» e «Gesten, ingegnere» (p. 191).
20 /In pubblicazione presso la casa editrice Sentinella d'Italia.
21 /Deutsche Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung, Società tedesca
per la lotta antiparassitaria.
22 / PS-1553, pp. 15-26.
23 /NI-9098, p. 35.
24 / NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op.
cit., p. 13.
25 / Nell'Indice Analitico appare la grafia «Chemmo» (p. 190). La
località in questione si chiama Chelmno in polacco e Kulmhof in
tedesco.
26 / NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op.
cit., p. 245; R. Hilberg, The Destruction of the European Jews,
Chicago 1961, p. 572.
27 / The Destruction of the European Jews, op. cit., p. 572.
28 / NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op.
cit., p. 349.
29 / Die Zeit, Nr. 34, Freitag, den. 19. August 1960, p. 16.
30 Comunicazione della «Zentrale Stelle der
Landesjustizverwaltungen» all'Autore. 1·Febbraio 1985 .
31 «Lieber Globus! Ich bestätige Ihren Brief vom 4.11.43 und Ihre
Meldung über den Abschluß der Aktion Reinhardt. Ebenso danke ich
Ihnen für die mir übersandte Mappe. Ich spreche Ihnen für Ihre
grossen und einmaligen Verduebste, die Sie sich bei der Durchführung
der Aktion Reinhardt für das ganze deutsche Volk erworben haben,
meinen Dank und meine Anerkennung aus. Heil Hider». NO-058 .
32 NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op.
cit., p. 131 .
33 NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op.
cit., p. 131. 32, Eugen Kogon, Der SS-Staat, Verlag Karl Alber,
München 1946, pp. 296-297.Circa la fonte del pretesto documento,
l'Autore si limita a scrivere che esso «è stato redatto dalle SS»
(p. 297), ma di ciò non fornisce alcuna prova.
34 Der Prozeß gegen die Haiptkriegsverbrecher vor dem
internationalen Militärgerichtshof, Nürnberg 14. November 1945 - I.
Oktober 1946, Veröffentlicht in Nünrnberg, Deitschland, 1949, vol.
XXIII (Indice), p. 62. (utilizzazione dei cadaveri).
35 T-1309 = PS-1553, p. 5 .36 L'aggettivo "carieuse" non esiste in
francese; lo traduciarno secondo il
senso dd'aggettivo tedesco corrispondente nel docurnento T-1310
knochenweich .
37 T-1310, p. 9.
38 T-1309 = PS-1553, p. 5; T-1310, p. 9 .
39 Vierteljahreshefte für Zeitgechichte, 1953, p. 189, nota 3 9 a .
40 La soluzione finale, op. cit., p. 184 .
41. Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem
internationalen Militärgerichtshof, Nürnberg 14. November 1945-1.
Oktober 1946. Veröffentlicht in Nürnberg, Deutschland, 1948. Vol.
XXIX, p. 123 .
42 La fonte, non indicata dal Fölkel, è: Der Prozess gegen die
Hauptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof,
op. cit., Vol. XX, p. 555 .
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