| Pagina Principale | Aforismi | Anticlericale | Armi | Attualità | Biografie | Esoterismo | Foto | Manifesti | Persone

Revisionismo | Storia e Battaglie | Libro degli ospiti | Come Contattarci |

 

REVISIONISMO

Il revisionismo storico:
Non afferma che non ci sia stata nessuna persecuzione degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna privazione dei diritti degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna deportazione degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stato nessun ghetto ebreo;
Non afferma che non ci sia stato nessun campo di concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun crematoio nei campi di concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun ebreo morto per molte ragioni;
Non afferma che non sia stata perseguitata nessun'altra minoranza,
come gli zingari, i testimoni di Geova, gli omosessuali, e i dissidenti politici
Non afferma che le azioni suddette non siano state ingiuste.

 





CARLO MATTOGNO


RAUL HILBERG E I «CENTRI DI STERMINIO» NAZIONALSOCIALISTI

FONTI E METODOLOGIA

 


Indice


Introduzione

CAPITOLO I
Genesi e significato della “soluzione finale”
1. Il «linguaggio in codice»
2. La politica nazionalsocialista di emigrazione-evacuazione ebraica
3. Distruzione o emigrazione?
4. 1.4. La «profezia» di Hitler del discorso del 30 gennaio 1939
5. 1.5. La politica nazionalsocialista di emigrazione-evacuazione ebraica secondo Hilberg
6. 1.6. Il “Führerbefehl” (l’ordine di sterminio di Hitler)
7. 1.7. L’obiettivo finale dell’emigrazione ebraica
8. 1.8. La conferenza di Wannsee
9. 1.9. Goebbels e il presunto sterminio ebraico

CAPITOLO II
Le deportazioni
1. Hilberg e gli Einsatzgruppen
1.1. L’ordine di sterminio
1.2. Le due ondate
1.3. La genesi dei “Gaswagen”
1.4. I ghetti
1.5. Bilancio delle vittime
1.6. Compiti e struttura degli Einsatzgruppen
1.7. L’“Azione 1005”
2. Lo scopo delle deportazioni
3. Le deportazioni nei «centri di sterminio»
3.1. La Francia
3.1.1. I documenti
3.1.2. L’interpretazione di Hilberg
4. La Serbia
5. La Croazia
6. La Slovacchia
7. L’Ungheria

CAPITOLO III
I «centri di sterminio»
1. Il «centro di sterminio» di Chelmno
2. I «centri di sterminio» di Belzec, Sobibór, Treblinka
3. Il «centro di sterminio» di Lublino-Majdanek
4. Il «centro di sterminio» di Auschwitz
5. Höss e la genesi delle “camere a gas”
6. I crematori di Birkenau
7. Lo Zyklon B
8. 3. La gestione dei campi
8.1. Sadismo e corruzione
8.2. Le condizioni di vita dei detenuti
8.3. L’attività dei Tribunali SS
8.4. La manodopera dei detenuti
8.5. Gli esperimenti medici
8.6. «Segreto» e propaganda
8.7. Le «operazioni di sterminio»
8.8. Le cremazioni all’aperto
8.9. “Gasazioni” fuori tempo massimo
9. Hans Frank e i «centri di sterminio»
10. L’ordine “fine gasazioni”

CAPITOLO IV
La deposizione di Hilberg al processo Zündel del 1985
1. Sintesi della deposizione
2. Il presunto ordine di sterminio di Hitler
3. La metodologia di Hilberg

CAPITOLO V
Hilberg e le conoscenze della storiografia olocaustica sul Führerbefehl all’inizio degli anni Ottanta. Bilancio di due convegni storici.
1. Il Convegno di Parigi
1.1. Intenzionalisti e funzionalisti
1.2. L’ordine di sterminio
1.3. Hilberg al convegno di Parigi
2. Il congresso di Stoccarda
2.1. (I problemi dibattuti)
2.2. La relazione di Hilberg

Conclusione

Appendice

Abbreviazioni

Bibliografia

Introduzione

Gennaio 2008.

La distruzione degli Ebrei d’Europa , di Raul Hilberg , è considerata una delle opere più importanti della storiografia olocaustica, se non addirittura la più importante. Grazie ad un poderoso apparato di riferimenti, essa documenta in modo ineccepibile la persecuzione nazionalsocialista degli Ebrei. Quanto alla loro presunta «distruzione», la documentazione si rivela oltremodo carente. E ciò è stato sottolineato non solo da un ricercatore revisionista come Jürgen Graf , ma anche da uno studioso come Gie van den Berghe, autore, tra l’altro, di una critica al «negazionismo» . In un articolo dedicato alla sua opera, egli rileva che, riguardo ai presunti campi di sterminio, a causa della mancanza di fonti documentarie, Hilberg dovette ricorrere ai testimoni, e commenta:
«Poiché egli aveva sempre evitato di usare fonti create da essi, non aveva criteri appropriati per separare il buono dal cattivo e non poteva interpretare e analizzare queste fonti più soggettive più o meno correttamente. Dalla scelta da parte di Hilberg di documenti personali , risulta chiaro che era stato guidato da criteri piuttosto irrilevanti, come la professione dei testimoni oculari (per Hilberg, solo dottori e laureati) e la disponibilità dei rapporti. Per quanto riguarda i documenti personali, egli usa quasi esclusivamente ciò che era disponibile in inglese. In questo capitolo sui centri di sterminio, Hilberg, per il resto molto accurato e coscienzioso, usa il materiale personale in modo considerevolmente impreciso e acritico. Delle molte migliaia di rapporti di testimoni oculari sui campi nazisti, egli ne ha impiegati soltanto una decina. Egli considera un avvenimento sufficientemente provato se un testimone oculare l’ha menzionato; generalizza in base al rapporto di un testimone oculare e qui omette perfino il condizionale. È sorprendentemente male informato sui testimoni oculari consultati e sui loro scritti. Fa anche una quantità di errori capitali. Si basa su dichiarazioni e interpretazioni di vittime per ricostruire le motivazioni dei loro persecutori. Si affida ad alcune interpretazioni di ispirazione psicanalitica del superstite E. A. Cohen in Het Duitse concentratiekamp (I campi di concentramento tedeschi), Amsterdam, 1952, libro che fu tradotto quasi subito in inglese. Successivamente, Cohen espresse dei dubbi su queste interpretazioni, ma il relativo libro (De negentien treinen naar Sobibór, “I diciannove treni a Sobibór”, Amsterdam-Bruxelles, 1979) non fu consultato da Hilberg, probabilmente perché non era stato tradotto in inglese. Sfortunatamente, questo sconsiderato uso di documenti personali rende il capitolo sui campi di sterminio meno convincente del resto del libro» .
Se si considera che questo capitolo rappresenta l’apice e la ragion d’essere dell’opera di Hilberg, di cui le oltre 800 pagine precedenti costituiscono solo una premessa e un preludio, le osservazioni critiche di van den Berghe infliggono già un duro colpo alla sua credibilità. Cosa che, del resto, si intuisce facilmente già dal fatto che il capitolo su «I centri di sterminio», conta 134 pagine su un totale di 1385, ma all’aspetto essenziale delle «operazioni di sterminio» Hilberg dedica appena 15 pagine!
Tuttavia il problema è molto più ampio di quello prospettato dallo storico olandese, perché bisogna esaminare anche la questione fondamentale dell’attendibilità e della coerenza reciproca di queste testimonianze, nonché quella, altrettanto importante, dell’interpretazione dei documenti da parte di Hilberg.
Ciò che mi prefiggo in questo studio è appunto, essenzialmente, una verifica delle sue fonti e della sua metodologia storiografica.
Poiché l’opera di Hilberg in generale, ma soprattutto nell’aspetto qui considerato, contiene una moltitudine enorme di dettagli, spesso insignificanti, da cui trae essenzialmente la sua mole e anche le sue pretese probatorie, sarò costretto a scendere ripetutamente anch’io nei particolari. Nella mia analisi seguirò, per quanto possibile, il corso espositivo di Hilberg; in qualche caso tratterò invece questioni simili in un contesto diverso.

I giorni 15-18 gennaio 1985, Hilberg testimoniò come storico esperto in Olocausto al processo Zündel . Il resoconto stenografico del processo , sul quale mi baso, è riassunto in un’opera curata da Barbara Kulaszka . Nel corso del controinterrogatorio da parte dell’avvocato difensore Douglas Christie, furono dibattuti molti temi attinenti la prima edizione della sua opera. Le risposte di Hilberg furono spesso rivelatrici, soprattutto per quanto riguarda la sua metodologia. Per questo, inserisco quelle più significative nella discussione che segue. Tratterò invece le problematiche più importanti nel capitolo IV.
È importante tener presente che, all’epoca, Hilberg aveva già elaborato l’ edizione definitiva della sua opera, che prevedeva sarebbe uscita (come avvenne) dopo qualche mese .

Il processo Zündel fu celebrato alla fine di un periodo di intenso dibattito da parte della storiografia olocaustica su uno dei suoi temi storici fondamentali: il presunto ordine di sterminio ebraico. Nel 1982 si era infatti tenuto un importante convegno storico internazionale a Parigi, nel 1984 un’altro, non meno importante, a Stoccarda. Hilberg aveva partecipato ad entrambi. Nel capitolo V ripropongo, con le dovute modifiche, un mio resoconto su questi due convegni che apparve nel 1991 , per mostrare quale fosse il “clima” storiografico nel quale Hilberg rese le sue dichiarazioni e per poter meglio comprendere il loro significato e il loro valore.




CAPITOLO I

Genesi e significato della “soluzione finale”


1. Il «linguaggio in codice»


All’inizio del capitolo settimo («Operazioni mobili di massacro»), Hilberg scrive:
«Quando la burocrazia ebbe completato l’insieme dei provvedimenti descritti nei capitoli precedenti, quando ebbe terminato di definire gli Ebrei, di appropriarsi dei loro beni e, infine, di concentrarli nei ghetti, era stato raggiunto un limite oltre il quale ogni nuova tappa significava necessariamente che gli Ebrei, nell’Europa nazista, avrebbero cessato di esistere. Il vocabolario ufficiale tedesco denominò il passaggio all’ultimo stadio “soluzione finale della questione ebraica” (die Endlösung der Judenfrage). Il termine “finale” rivestiva due significati complementari. A un primo livello, faceva capire che il fine ultimo del processo di distruzione era ormai definito con chiarezza. Se la tappa del concentramento aveva rappresentato un periodo di transizione verso un obiettivo non ancora esplicito, la nuova “soluzione” risolveva ogni incertezza, dando una risposta a ogni altro interrogativo; l’obiettivo era fissato in modo definito - ed era la morte.
Ma il termine “soluzione finale” comportava anche un’implicazione più profonda e di maggiore portata. Himmler lo diceva molto chiaramente: in seguito, non ci sarebbe mai più stato un problema ebraico da risolvere. Defizione, espropriazione, concentramento sono provvedimenti dai quali si può recedere; ma la morte è irreversibile, e proprio per questo essa assegnava al processo di distruzione il suo carattere di avvenimento storico irrevocabile»(p. 289).
Ci si aspetterebbe che questa approfondita analisi del termine “Endlösung” riposi su documenti tedeschi, tanto più in quanto, nella sua opera, Hilberg ne cita prodigalmente a centinaia. Invece non solo essa non è avvalorata da alcun documento, ma praticamente tutti i documenti in cui appare la smentiscono clamorosamente. Tale analisi, infatti, altro non è che un caso specifico di quel preteso «linguaggio in codice» tedesco inventato dal giudice Jan Sehn e adottato dagli inquisitori di Norimberga per travisare sistematicamente documenti affatto innocui e creare così prove fittizie a favore della realtà del presunto sterminio ebraico, essendo muti al riguardo gli archivi tedeschi sequestrati. Hilberg elenca diligentemente i termini di questo presunto «linguaggio in codice»(pp. 338-339) e la presenza di uno di essi in un qualunque documento tedesco diventa per lui una “prova” a favore dello sterminio ebraico.
In realtà, adottando questo falso criterio esplicativo, Hilberg travisa sistematicamente il significato dei relativi documenti. Ciò appare particolarmente evidente nella documentazione riguardante la politica di emigrazione-evacuazione ebraica da parte dei Tedeschi che egli delinea nel capitolo ottavo. Ma prima di procedere alla verifica delle fonti da lui addotte, è necessario un breve inquadramento che ne renda comprensibile il contesto storico-documentario.

2. La politica nazionalsocialista di emigrazione-evacuazione ebraica
Fino allo scoppio della guerra - e durante la guerra, finché le circostanze lo permisero - l’emigrazione in tutti i paesi disposti ad accogliere gli Ebrei fu il principio ispiratore della politica nazionalsocialista, come conferma il rapporto del ministero degli Esteri intitolato “Die Judenfrage als Faktor der Aussenpolitik im Jahre 1938” (La questione ebraica come fattore della politica estera nel 1938) redatto il 25 gennaio 1939:
«Lo scopo finale della politica tedesca verso gli Ebrei è l’emigrazione di tutti gli Ebrei che vivono nel territorio del Reich» .
Il giorno prima, il 24 gennaio, Göring aveva promulgato un decreto che sanciva l’istituzione di un Ufficio centrale del Reich per l’emigrazione ebraica (Reichszentrale für jüdische Auswanderung), la cui direzione fu affidata a Reinhard Heydrich. Göring riassumeva anzitutto lapidariamente il principio ispiratore della politica nazionalsocialista:
«L’emigrazione degli Ebrei dalla Germania dev’ essere favorita con ogni mezzo».
Proprio in vista di ciò egli istituiva la suddetta “Reichszentrale”, che aveva il compito di «prendere tutte le misure per la preparazione di una emigrazione intensificata degli Ebrei», di provvedere all’emigrazione preferenziale degli Ebrei poveri e infine di facilitare le pratiche burocratiche per i singoli individui .
Il 24 giugno 1940 Heydrich, che era capo del RSHA (Reichssicherheitshauptamt), chiese al ministro degli Esteri Joachim Ribbentrop di essere informato di eventuali riunioni ministeriali riguardo alla «soluzione finale della questione ebraica» (Endlösung der Judenfrage), motivando la richiesta così:
«Caro camerata Ribbentrop,
nel 1939 il Generalfeldmarschall [Göring], nella sua qualità di incaricato del piano quadriennale, mi ha affidato il compito di attuare l’emigrazione ebraica da tutto il territorio del Reich. Nel periodo successivo, nonostante grandi difficoltà, si riuscì, persino durante la guerra, a portare avanti con successo l’emigrazione ebraica. Dall’assunzione del compito da parte del mio ufficio, il 1° gennaio 1939, fino ad ora, sono emigrati complessivamente dal territorio del Reich oltre 200.000 Ebrei. Ma il problema totale [das Gesamtproblem] – si tratta già di circa 3.250.000 Ebrei nei territori attualmente sotto sovranità tedesca – non può più essere risolto mediante emigrazione [durch Auswanderung]. Si rende perciò necessaria una soluzione finale territoriale [eine territoriale Endlösung]» .
In seguito a questa lettera il ministero degli Esteri elaborò il cosiddetto «Progetto Madagascar» (Madagaskar-Projekt).
Il 3 luglio 1940 Franz Rademacher, capo della sezione ebraica del ministero degli Esteri, redasse un rapporto intitolato «La questione ebraica al trattato di pace», che si apre con la seguente dichiarazione:
«L’imminente vittoria dà alla Germania la possibilità, e a mio avviso anche il dovere, di risolvere la questione ebraica in Europa. La soluzione desiderabile è: tutti gli Ebrei fuori dall’Europa [Alle Juden aus Europa]».
Il progetto fu approvato da Ribbentrop e trasmesso al RSHA, che doveva eseguire i preparativi tecnici per l’evacuazione ebraica nell’isola di Madagascar e sorvegliare gli Ebrei evacuati .
Appunto in ciò consisteva la «soluzione finale territoriale» della questione ebraica auspicata da Heydrich.
Il 30 agosto Rademacher stilò la nota Madagascar Projekt il cui paragrafo «Finanziamento» si apre con le seguenti parole:
«L’attuazione della soluzione finale proposta richiede mezzi considerevoli» .
La «soluzione finale» della questione ebraica si riferiva dunque semplicemente al trasferimento degli Ebrei europei nel Madagascar.
Nell’ottobre 1940 Alfred Rosenberg scrisse un articolo intitolato «Juden auf Madagaskar» (Ebrei in Madagascar) in cui, ricordando che già al congresso antiebraico di Budapest del 1927
«fu trattata la questione di una futura evacuazione degli Ebrei dall’Europa, e in tale occasione per la prima volta affiorò la proposta di propagandare appunto il Madagascar come futuro domicilio degli Ebrei»,
riaffermava la proposta auspicando che all’istituzione di una «riserva ebraica» (Judenreservat) nel Madagascar, che egli considerava «un problema mondiale», collaborasse perfino «l’alta finanza ebraica» degli Stati Uniti e dell’Inghilterra .
Anche Goebbels, secondo la testimonianza di Moritz von Schirmeister, ex funzionario del ministero della propaganda, parlò più volte pubblicamente del progetto Madagascar e Ribbentrop ricordò l’intenzione del Führer di deportare gli Ebrei europei nel Nordafrica o nel Madagascar .
La deportazione degli Ebrei europei nel Madagascar non era un piano fittizio, ma un progetto reale e concreto. Parallelamente ad esso, le autorità del Reich continuarono a promuovere con ogni mezzo l’emigrazione ebraica anzitutto dalla Germania.
Il 20 maggio 1941 Heydrich proibì l’emigrazione ebraica da Francia e Belgio «in considerazione della soluzione finale della questione ebraica senza dubbio prossima» , cioè in vista dell’attuazione del progetto Madagascar, che si considerava imminente. In effetti Heydrich ribadiva anzitutto il principio ispiratore della politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei:
«Conformemente ad una comunicazione del Reichsmarschall del Grande Reich tedesco [Göring], l’emigrazione ebraica dal territorio del Reich, compreso il Protettorato di Boemia e Moravia, deve essere attuata in modo intensificato anche durante la guerra nell’ambito delle possibilità esistenti seguendo le direttive fissate per l’emigrazione ebraica».
Indi Heydrich spiegava chiaramente le ragioni della proibizione:
«Poiché per gli Ebrei del territorio del Reich ci sono, ad esempio, solo possibilità di espatrio insufficienti, soprattutto attraverso la Spagna e il Portogallo, un’emigrazione di Ebrei dalla Francia e dal Belgio rappresenterebbe un’ulteriore riduzione di esse» .
Due mesi dopo, il 31 luglio, Göring affidò a Heydrich il compito di fare tutti i preparativi necessari per la «soluzione finale», cioè di organizzare l’emigrazione o evacuazione degli Ebrei che si trovavano sotto dominio tedesco nel Madagascar. Questa lettera infatti dichiarava:
«A integrazione del compito già assegnatoLe con decreto del 24 gennaio 1939 di portare la questione ebraica ad una opportuna soluzione in forma di emigrazione o evacuazione [in Form der Auswanderung oder Evakuierung] il più possibile adeguata alle circostanze attuali, con la presente La incarico di curare tutti i preparativi necessari sotto il profilo organizzativo, pratico e materiale per una soluzione totale [Gesamtlösung] della questione ebraica nei territori sotto l’influenza tedesca. Nella misura in cui vengano toccate le competenze di altre autorità centrali, queste devono essere cointeressate. La incarico inoltre di presentarmi quanto prima un progetto complessivo dei provvedimenti preliminari organizzativi, pratici e materiali per l’attuazione dell’auspicata soluzione finale della questione ebraica [Endlösung der Judenfrage]» .
Questo documento è pienamente conforme al progetto Madagascar. Le direttive ordinate da Göring «a integrazione» di quelle già impartite a Heydrich con il decreto del 24 gennaio 1939 consistevano infatti nel completamento della soluzione della questione ebraica «in forma di emigrazione o evacuazione» dei soli Ebrei del Reich, con una «soluzione finale» territoriale mediante evacuazione nel Madagascar di tutti gli Ebrei dei territori europei occupati dai Tedeschi. Proprio perché coinvolgeva tutti gli Ebrei europei dei Paesi occupati, questa soluzione veniva chiamata “Gesamtlösung” (soluzione totale), termine che non a caso richiamava il “Gesamtproblem” (problema totale) della lettera di Heydrich del 24 giugno 1940.
Heydrich stesso, scrivendo il 6 novembre 1941 che era incaricato già da anni di preparare la «soluzione finale» in Europa , faceva chiaramente risalire questo incarico al decreto del 24 gennaio 1939 e identificava la “Endlösung” con la soluzione «in forma di emigrazione o evacuazione» della lettera di Göring del 31 luglio 1941.
In tale contesto si inserisce anche l’ordine di proibire
«una emigrazione di Ebrei dai territori occupati in considerazione della futura soluzione finale della questione ebraica europea che è già in preparazione»
trasmesso da Eichmann al ministero degli Esteri il 28 agosto 1941 .
Nei mesi successivi le difficoltà create dalla guerra e le prospettive territoriali aperte dalla campagna di Russia portarono ad un importante cambiamento di destinazione nella politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei: alla «soluzione finale» mediante trasferimento coatto degli Ebrei europei nel Madagascar subentrò una «soluzione finale territoriale» mediante deportazione degli Ebrei europei nei territori orientali occupati dai Tedeschi.
Questo cambiamento fu proposto il 22 agosto 1941 dall’SS-Sturmbannführer Carltheo Zeitschel, consigliere presso l’ambasciata tedesca a Parigi, in una nota redatta per l’ambasciatore Otto Abetz:
«La crescente conquista e occupazione dei vasti territori orientali potrebbe attualmente portare, in brevissimo tempo, il problema ebraico ad una soluzione definitiva e soddisfacente. Come risulta da un appello di tutta la stampa ebraica della Palestina agli Ebrei americani, nei territori da noi occupati nelle ultime settimane, specialmente in Bessarabia, risiedono oltre 6 milioni di Ebrei , cioè un terzo dell’ebraismo mondiale. Nel nuovo ordine dello spazio orientale bisognerebbe radunare in qualche modo questi 6 milioni di Ebrei dopo aver previamente delimitato per loro un territorio speciale. Ciò non dovrebbe costituire un problema troppo grande, anche se vi si aggiungessero gli Ebrei di tutti gli altri Stati europei e vi fossero deportati anche gli Ebrei attualmente rinchiusi nei ghetti di Varsavia, Litzmannstadt, Lublino, ecc. Per quanto riguarda i territori occupati, come Olanda, Belgio, Lussemburgo, Norvegia, Jugoslavia, Grecia, gli Ebrei potrebbero essere trasferiti nel nuovo territorio in trasporti di massa semplicemente con ordini militari; agli altri Stati si potrebbe raccomandare di seguire l’esempio e di mandare i loro Ebrei in questo territorio. Allora potremmo avere in brevissimo tempo un’Europa libera da Ebrei [judenfrei]» .
Nel diario del governatore generale Hans Frank, in data 17 luglio 1941 si legge:
«Il signor governatore generale non desidera più una ulteriore creazione di ghetti, perché, secondo una esplicita dichiarazione del Führer del 19 giugno c.a. gli Ebrei in un tempo non troppo lontano saranno allontanati dal Governatorato generale e il Governatorato generale dovrà essere, per così dire, soltanto un campo di transito» .
Il 20 agosto 1941, dopo una visita al quartiere generale del Führer, Goebbels annotò nel suo diario:
«Inoltre il Führer mi ha promesso che potrò espellere all’Est gli Ebrei di Berlino appena finita la campagna orientale» .
La proposta di Zeitschel fu dunque accolta qualche mese dopo da Hitler stesso, il quale decise di abbandonare provvisoriamente il progetto Madagascar e di deportare all’Est tutti gli Ebrei che si trovavano nei territori occupati. La decisione del Führer risale sicuramente al settembre 1941. Il 23 ottobre Himmler proibì con effetto immediato l’emigrazione ebraica e il giorno dopo fu ordinata l’evacuazione all’Est di 50.000 Ebrei occidentali. Il 24 ottobre Kurt Daluege, capo della Polizia d’ordine (Ordnungspolizei), promulgò un decreto con oggetto «Evakuierungen von Juden aus dem Altreich und dem Protektorat» (Evacuazioni di Ebrei dal Vecchio Reich e dal Protettorato) che ordinava:
«Nel periodo dal 1° novembre al 4 dicembre 1941 da parte della Polizia di Sicurezza 50.000 Ebrei saranno espulsi all’Est, nella zona intorno a Riga e a Minsk, dal Vecchio Reich, dall’Ostmark e dal Protettorato di Boemia e Moravia. I trasferimenti avverranno in treni passeggeri delle ferrovie tedesche di 1.000 persone ciascuno. I treni passeggeri saranno formati a Berlino, Amburgo, Hannover, Dortmund, Münster, Düsseldorf, Colonia, Francoforte sul Meno, Kassel, Stoccarda, Norimberga, Monaco, Vienna, Breslavia, Praga e Brünn» .
Il nuovo orientamento della politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei fu comunicato ufficialmente alle alte gerarchie del Partito alla conferenza di Wannsee, la quale fu convocata a questo scopo precipuo.
La conferenza, già programmata per il 9 dicembre 1941 , si svolse a Berlino, am Grossen Wannsee 56/58, il 20 gennaio 1942. Il relatore fu Heydrich. Il relativo protocollo si apre con un ampio riassunto della politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei attuata fino ad allora, in conseguenza della quale, fino al 31 ottobre 1941, nonostante varie difficoltà, erano emigrati circa 537.000 Ebrei, di cui:
circa 360.000 dal Vecchio Reich a partire dal 30 gennaio 1933
circa 147.000 dall’ Ostmark a partire dal 15 marzo 1938
circa 30.000 dal Protettorato di Boemia e Moravia a partire dal 15 marzo 1939.
«Frattanto – prosegue il protocollo – il Reichsführer-SS e capo della Polizia tedesca in considerazione dei pericoli di una emigrazione durante la guerra e in considerazione delle possibilità dell’Est, ha proibito l’emigrazione degli Ebrei.
All’emigrazione, come ulteriore possibilità di soluzione, previa autorizzazione del Führer, è ormai subentrata l’evacuazione degli Ebrei all’Est [Anstelle der Auswanderung ist nunmehr als weitere Lösungsmöglichkeit nach entsprechender vorheriger Genehmigung durch den Führer die Evakuierung der Juden nach dem Osten getreten].
Queste operazioni vanno tuttavia considerate unicamente delle soluzioni di ripiego, in cui vengono raccolte quelle esperienze pratiche che assumono grande importanza per la futura soluzione finale del problema ebraico [Diese Aktionen sind jedoch lediglich als Ausweichmöglichkeiten anzusprechen, doch werden hier bereits jene praktischen Erfahrungen gesammelt, die im Hinblick auf die kommende Endlösung der Judenfrage von wichtiger Bedeutung sind]» .
Per ordine di Hitler, dunque, la «soluzione finale della questione ebraica» mediante emigrazione volontaria o coatta di tutti gli Ebrei europei nel Madagascar, era sostituita dall’evacuazione nei territori orientali occupati, ma soltanto come «possibilità di ripiego», in attesa di riprendere la questione dopo la fine della guerra.
La conferenza di Wannsee fu dunque convocata per comunicare alle autorità interessate l’abbandono della politica di emigrazione o di evacuazione nel Madagascar e l’inizio su vasta scala di quella della deportazione all’Est, e per discutere i problemi connessi.
Il progetto Madagascar fu abbandonato ufficialmente all’inizio di febbraio 1942. Una lettera informativa di Rademacher al delegato Harald Bielfeld del ministero degli Esteri in data 10 febbraio 1942 ne spiega le ragioni:
«Nell’agosto del 1940 Le consegnai per i Suoi atti il piano della soluzione finale della questione ebraica [Plan zur Endlösung der Judenfrage] elaborato dal mio ufficio, secondo il quale, al trattato di pace, si doveva esigere dalla Francia l’isola di Madagascar, ma l’esecuzione pratica del compito doveva essere affidata al Reichsicherheitshauptamt. Conformemente a questo piano [gemäss diesem Plane], il Gruppenführer Heydrich è stato incaricato dal Führer di attuare la soluzione della questione ebraica in Europa. La guerra contro l’Unione Sovietica ha frattanto offerto la possibilità di mettere a disposizione altri territori per la soluzione finale [andere Territorien für die Endlösung zur Verfügung zu stellen]. Di conseguenza il Führer ha deciso che gli Ebrei non devono essere espulsi in Madagascar, ma all’Est [demgemäss hat der Führer entschieden, dass die Juden nicht nach Madagaskar, sondern nach dem Osten abgeschoben werden sollen]. Perciò il Madagascar non deve più essere previsto per la soluzione finale [Madagaskar braucht mithin nicht mehr für die Endlösung vorgesehen zu werden]» .
Dunque la «soluzione finale della questione ebraica» era una soluzione territoriale e consisteva nella deportazione degli Ebrei europei nei territori orientali occupati dai Tedeschi.
Hilberg invece, contro ogni evidenza documentaria, pretende che
«la “soluzione territoriale” - o come la si nominò in seguito, la “soluzione finale” della questione ebraica in Europa - prevedeva molto semplicemente la morte di tutti gli Ebrei europei» (p. 6).
Egli non menziona affatto questa lettera, il cui contenuto è del resto pienamente confermato da un altro importante documento, il memorandum di Martin Luther (un funzionario del Ministero degli Esteri) del 21 agosto 1942.
In questo documento, Luther ricapitola anzitutto i punti essenziali della politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei:
«Il principio della politica tedesca nei confronti degli Ebrei, dopo la presa del potere, consistette nel promuovere con ogni mezzo l’emigrazione ebraica. A tale scopo nel 1939 fu istituita dal Generalfeldmarschall Göring, nella sua qualità di incaricato del piano quadriennale, una Centrale del Reich per l’emigrazione ebraica, la cui direzione fu affidata al Gruppenführer Heydrich quale capo della Polizia di Sicurezza».
Dopo aver esposto la genesi e lo sviluppo del progetto Madagascar, che ormai era stato superato dagli eventi, Luther prosegue rilevando che la lettera di Göring del 31 luglio 1941 faceva seguito alla lettera di Heydrich del 24 giugno 1940 secondo la quale la questione ebraica non si poteva più risolvere per mezzo dell’emigrazione, ma richiedeva «una soluzione finale territoriale».
«Riconoscendo ciò – continua Luther – il Reichsmarschall Göring il 31 luglio 1941 incaricò il Gruppenführer Heydrich di curare, in collaborazione con le autorità centrali tedesche interessate, tutti i preparativi necessari per una soluzione totale della questione ebraica nella sfera d’influenza tedesca in Europa [für eine Gesamtlösung der Judenfrage im deutschen Einflussgebiet in Europa]. (Cfr. DIII 709 g). In base a quest’ordine il Gruppenführer Heydrich, il 20 gennaio 1942, convocò una conferenza di tutti gli organi tedeschi interessati, cui parteciparono per gli altri ministeri i sottosegretari, per il ministero degli Esteri io stesso. Alla conferenza il Gruppenführer Heydrich spiegò che l’incarico del Reichsmarschall Göring gli era stato affidato per ordine del Führer e che il Führer al posto dell’emigrazione aveva ormai autorizzato come soluzione l’evacuazione degli Ebrei all’Est [und dass der Führer anstelle der Auswanderung nunmehr die Evakuierung der Juden nach dem Osten als Lösung genehmigt habe]».
In base a quest’ordine, continua Luther, fu intrapresa l’evacuazione degli Ebrei dalla Germania. La destinazione era costituita dai territori orientali via Governatorato Generale:
«L’evacuazione nel Governatorato generale è un provvedimento provvisorio. Gli Ebrei saranno trasferiti ulteriormente nei territori orientali occupati appena ce ne saranno i presupposti tecnici [Der Abtransport nach dem Generalgouvernement ist eine vorläufige Massnahme. Die Juden werden nach den besetzten Ostgebieten weiterbefördert, sobald die technischen Voraussetzungen dazu gegeben sind]» .
Una circolare del 9 ottobre 1942 intitolata «Misure preparatorie per una soluzione del problema ebraico in Europa. Voci a proposito della situazione degli Ebrei all’Est» contenente «Informazioni confidenziali» (Vertrauliche Informationen) destinate ai funzionari del Partito, prendendo spunto dalle voci relative a «provvedimenti molto duri» nei territori orientali occupati che cominciavano a diffondersi in Germania e che avevano spesso un «carattere intenzionalmente tendenzioso», riassumeva le tappe e spiegava chiaramente il significato della «soluzione finale della questione ebraica»:
«[...]. L’intenzione di respingere completamente il nemico fuori del territorio del Reich. In considerazione dello spazio vitale molto limitato a disposizione del popolo tedesco, si sperava di risolvere principalmente questo problema affrettando l’emigrazione degli Ebrei.
Dall’inizio della guerra, nel 1939, queste possibilità di emigrazione sono diminuite sempre di più; d’altra parte, oltre allo spazio vitale del popolo tedesco è cresciuto continuamente anche il suo spazio economico, tanto che ora, considerato il gran numero di Ebrei residenti in questi territori, una espulsione totale mediante emigrazione non è più possibile. Poiché già la prossima generazione non vedrà più questa questione in modo realistico né, alla luce delle esperienze passate, così chiaramente, poiché inoltre tale questione, una volta posta, richiede una sistemazione, il problema generale deve essere risolto dalla generazione attuale. L’espulsione o la rimozione totale dei milioni di Ebrei residenti nello spazio economico europeo costituisce perciò un imperativo urgente nella lotta per la sicurezza dell’esistenza del popolo tedesco.
A cominciare dal territorio del Reich e passando poi agli altri territori europei compresi nella soluzione finale [in die Endlösung], gli Ebrei saranno progressivamente trasportati all’Est in grandi campi, in parte già esistenti, in parte ancora da costruire, da dove essi saranno impiegati per il lavoro oppure saranno portati ancora più a est [oder noch weiter nach dem Osten verbracht werden]» .
Riguardo a questo documento, Hilberg non sa dire altro che si trattava di «una spiegazione ufficiale delle deportazioni» (p. 488) o che rientrava in un preteso «processo di rimozione» da parte delle autorità tedesche (p. 1094).
In una relazione datata 14 dicembre 1942 e intitolata «Finanzierung der Massnahmen zur Lösung der Judenfrage» (Finanziamento dei provvedimenti per la soluzione della questione ebraica), il consigliere ministeriale Walter Maedel riassunse a sua volta nei seguenti termini la politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei:
«Il Reichsmarschall ha incaricato molto tempo fa il Reichsführer-SS e capo della Polizia tedesca di preparare i provvedimenti che serviranno per la soluzione finale della questione ebraica in Europa [Endlösung der europäischen Judenfrage]. Il Reichsführer-SS ha affidato l’attuazione del compito al capo della Polizia di Sicurezza e del Servizio di Sicurezza [Heydrich]. Questi, mediante provvedimenti speciali, ha favorito anzitutto l’emigrazione legale degli Ebrei nell’oltremare. Quando, allo scoppio della guerra, l’emigrazione nell’oltremare non è stata più possibile, egli ha intrapreso una graduale evacuazione degli Ebrei del territorio del Reich con la loro espulsione all’Est. Inoltre negli ultimi tempi all’interno del territorio del Reich sono stati istituiti ospizi per anziani (ghetti per anziani) per accogliere gli Ebrei, ad esempio a Theresienstadt. Per i particolari si rimanda alla nota del 21 agosto 1942. È imminente l’istituzione di altri ospizi per anziani nei territori orientali» .
Nell’aprile 1943 Richard Korherr, ispettore di statistica presso il Reichsführer-SS, redasse un rapporto intitolato «Die Endlösung der europäischen Judenfrage» (La soluzione finale della questione ebraica europea) nel quale sono riportati i seguenti dati:






Territorio Periodo di tempo da…
al 31.12.1942 emigrazione Eccedenza della mortalità

Vecchio Reich (con i Sudeti)
31.1.33
(29.9.38)
- 382.534
- 61.193

Ostmark 13.3.38
- 149.124
- 14.509

Boemia e Moravia
16.3.39
- 25.699
- 7.074

Territori orientali (con Bialystok) settembre 1939
(giugno 1940) - 334.673
Governatorato generale (con Lemberg)
settembre 1939
(giugno 1940) - 427.920
totale - 1.402.726

Dunque dal Vecchio Reich, dall’Austria e dalla Boemia-Moravia emigrarono 557.357 Ebrei, inoltre più della metà dei 762.593 Ebrei del Governatorato generale e dei territori orientali indicati cumulativamente da Korherr nelle rubriche «emigrazione» e «eccedenza della mortalità». Perciò il regime nazionalsocialista, dal 1933 al 1942, favorì o impose l’emigrazione di circa un milione di Ebrei dai territori sotto il suo controllo.


3. Distruzione o emigrazione?


Hilberg apre il capitolo ottavo («Le deportazioni») della sua opera con queste considerazioni:
«Le operazioni mobili di massacro nella Russia occupata erano il preludio di un’impresa più ampia che avrebbe coinvolto il resto dell’Europa e dell’Asse. In tutti i territori controllati dai Tedeschi stava per essere scatenata una “soluzione finale”.
L’idea di sterminare gli Ebrei aveva preso corpo in un lontano passato. Se ne può rintracciare un’allusione ancora molto velata nella lunga omelia di Martin Lutero contro gli Ebrei. [...].
Infine, nel 1939, Adolf Hitler affermò la possibilità di uno sterminio totale in modo infinitamente più esplicito rispetto ai suoi predecessori. Ecco quanto dichiarava nel suo discorso del gennaio 1939: “[...]. Oggi sarò di nuovo profeta: se la finanza ebraica internazionale dell’Europa e fuori d’Europa dovesse arrivare, ancora una volta, a far precipitare i popoli in una guerra mondiale, allora il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo, e dunque la vittoria del giudaismo, ma al contrario, la distruzione (Vernichtung) della razza giudea in Europa”.
Queste parole di Hitler vanno assai oltre le insinuazioni e le allusioni degli autori e degli oratori tedeschi dei periodi precedenti. Innanzitutto, la nozione di “distruzione” appariva ormai nel contesto di un’attesa ben definita: un’altra guerra mondiale. Non vi era ancora un progetto preciso, ma quelle parole ne lasciavano prevedere l’imminienza. Inoltre, Hitler non era solo un politicante: governava uno Stato. Aveva a sua disposizione parole e frasi, ma anche un apparato amministrativo. Era in grado non solo di parlare, ma di agire. E infine, Hitler era un uomo animato da un bisogno imperioso - si potrebbe parlare di compulsione: rendere esecutive le sue minacce. “Profetizzava”. Attraverso le parole, si preparava a passare all’azione. Sarebbero trascorsi solo sette mesi prima dell’inizio delle ostilità. La guerra fornì il contesto materiale e psicologico necessario per intraprendere un’azione radicale contro le comunità ebraiche che cadevano nelle mani dei Tedeschi.
Tuttavia, proprio mentre il regime intensificava la sua politica antisemita, venne intrapreso uno sforzo insolito e di un’ampiezza non comune, per diminuire la popolazione ebraica dell’Europa attraverso l’emigrazione di massa. Il progetto di espulsione più ambizioso di ogni altro, il “Piano Madagascar”, era allo studio soltanto un anno prima.
Gli Ebrei furono eliminati non appena si esaurirono le possibilità della politica di emigrazione»(p. 417).
Sulla pretesa - quantomeno discutibile - che «l’idea di sterminare gli Ebrei» risalisse in Germania, sia pure in una «allusione ancora molto velata», addirittura a Lutero mi soffermerò nel capitolo V.
Prima di esaminare il signignicato effettivo della “profezia” di Hitler, è bene rivolgere l’attenzione ai commenti di Hilberg.
Egli afferma che «in tutti i territori controllati dai Tedeschi stava per essere scatenata una “soluzione finale”», cioè, secondo la sua interpretazione, lo sterminio ebraico, che non «era ancora un progetto preciso», ma le parole di Hitler «ne lasciavano prevedere l’imminenza»: ma come poteva essere imminente uno sterminio per il quale non esisteva ancora un progetto preciso, dunque neppure una decisione?
Questa interpretazione sconclusionata riflette la contraddizione che lacerava Hilberg: lui, considerato il maggior esponente della corrente funzionalista, era in realtà un cripto-intenzionalista.
Sulla definizione di questi termini e sulla posizione di Hilberg ritornerò nel capitolo V.
Ancora più contraddittoria è la pretesa che, «mentre il regime intensificava la sua politica antisemita», vale a dire, mentre preparava la politica di sterminio, Hitler faceva intraprendere «uno sforzo insolito e di un’ampiezza non comune, per diminuire la popolazione ebraica dell’Europa attraverso l’emigrazione di massa»: in altri termini, Hitler tramava lo sterminio degli Ebrei, ma faceva nel contempo attuare una politica di emigrazione forzata di massa, e il presunto sterminio fu realizzato solo quando «si esaurirono le possibilità della politica di emigrazione»! Perciò se tali possibilità non si fossero esaurite, per Hilberg non ci sarebbe stato alcuno sterminio ebraico, ossia, in altri termini: Hitler non voleva affatto lo sterminio degli Ebrei per il semplice fatto di essere Ebrei.


4. La «profezia» di Hitler del discorso del 30 gennaio 1939


Nel discorso del 30 gennaio 1939 al Reichstag menzionato da Hilberg, Hitler dichiarò:
«Oggi voglio essere di nuovo un profeta: Se l’ebraismo finanziario internazionale dentro e fuori l’Europa dovesse riuscire a precipitare ancora una volta i popoli in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra e con ciò la vittoria dell’ebraismo, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa (sondern die Vernichtung der jüdischen Rasse in Europa)» .
Rilevo anzitutto che la traduzione del termine «Vernichtung» con «distruzione» è quantomeno inappropriata, perché questo termine allude univocamente ad uno sterminio biologico.
In secondo luogo, Hilberg cita le frasi che precedono, ma non il seguito del discorso, che spiega perfettamente i termini della minaccia di Hitler:
«Poiché il tempo in cui i popoli non ebrei erano indifesi di fronte alla propaganda volge alla fine. La Germania nazionalsocialista e l’Italia fascista posseggono quelle istituzioni che permettono, se necessario, di spiegare al mondo l’essenza di una questione che molti popoli conoscono istintivamente e che non è chiara loro solo scientificamente» .
Dunque l’ «annientamento della razza ebraica in Europa» consisteva semplicemente nell’ additare agli altri popoli le istituzioni tedesche e fasciste che promovevano la conoscenza scientifica della «questione ebraica».
Nel discorso del 30 gennaio 1941 al Reichstag Hitler ribadì:
«E non vorrei dimenticare il monito che ho già fatto una volta, il 1° settembre 1939 [recte: il 30 gennaio 1939], al Reichstag tedesco. Il monito, cioè, che, se il resto del mondo sarebbe stato precipitato dall’ebraismo in una guerra generale, l’intero ebraismo avrebbe cessato di svolgere il suo ruolo in Europa! (das gesamte Judentum seine Rolle in Europa ausgespielt haben wird!)» .
Se dunque l’ebraismo avrebbe cessato di svolgere il suo ruolo in Europa, la “Vernichtung” del 1939 non era una era «distruzione» fisica, ma un “annientamento” puramente politico.
Ciò è confermato dalle parole di Hitler nel discorso che tenne allo Sportpalast il 30 gennaio 1942:
«Ci rendiamo conto che questa guerra potrebbe terminare soltanto così, o i popoli ariani saranno sterminati (ausgerottet werden), o l’Ebraismo scomparirà dall’Europa (das Judentum aus Europa verschwindet). Il 1° settembre 1939 [recte: il 30 gennaio 1939], al Reichstag tedesco, ho già detto - ed io mi guardo dalle profezie avventate - che questa guerra non si concluderà come immaginano gli Ebrei, cioè che i popoli ariani europei saranno sterminati (ausgerottet werden), ma che il risultato di questa guerra sarà l’annientamento dell’Ebraismo (die Vernichtung des Judentums). [...]. E verrà l’ora in cui il peggiore nemico mondiale di tutti i tempi avrà di nuovo cessato il suo ruolo almeno, forse, per un millennio» .
Questa citazione conferma che la “Vernichtung” della razza ebraica in Europa del discorso del 30 gennaio 1939 non era uno sterminio biologico, perché qui si parla, in caso di vittoria, di scomparsa ebraica «dall’Europa», che, insieme alla cessazione del ruolo politico dell’ebraismo in Europa, si spiega soltanto con i piani di deportazione degli Ebrei nei territori orientali occupati, che erano considerati extra-europei.
Il 24 febbraio 1942 il Führer ritornò sull’argomento. Dopo aver affermato che la «cospirazione» del mondo plutocratico e del Cremlino miravano ad un solo e identico fine – «lo sterminio (die Ausrottung) dei popoli e delle razze ariani» - precisò:
«Oggigiorno le idee della nostra rivoluzione nazionalsocialista e di quella fascista hanno conquistato grandi e potenti Stati, e si adempirà la mia profezia che con questa guerra non verrà annientata l’umanità ariana, ma sarà sterminato l’Ebreo (nicht die arische Menschheit vernichtet, sondern der Jude ausgerottet wird)» .
Nelle sue annotazioni Henry Picker, il 21 luglio 1942 , registrò:
«Infatti – poiché egli [Hitler] con la fine di questa guerra avrà buttato fuori dall’Europa [aus Europa hinausgeworfen] anche l’ultimo Ebreo – il pericolo comunista sarà estirpato totalmente [mit Stumpf und Stiel ausgerottet ] dall’Oriente».
Questo significato figurato del verbo “ausrotten” appare – coll’uso del corrispondente sostantivo – anche nel discorso del 30 settembre 1942, in cui Hitler disse:
«Il 1° settembre 1939 [recte: il 30 gennaio 1939] a quella seduta del Reichstag ho detto due cose. In primo luogo…
e, in secondo luogo, che, se l’ebraismo avesse mai provocato una guerra mondiale internazionale per lo sterminio (zur Ausrottung) forse dei popoli ariani d’Europa, non sarebbero stati sterminati (ausgerottet werden) i popoli ariani, ma l’ebraismo» .
Nel discorso dell’8 novembre 1942 Hitler parafrasò così la sua “profezia” del 30 gennaio 1939:
«Vi ricorderete ancora della seduta del Reichstag nella quale dichiarai: se l’ebraismo si illude di poter provocare una guerra mondiale internazionale per lo sterminio (zur Ausrottung) delle razze europee, il risultato non sarà lo sterminio (die Ausrottung) delle razze europee, ma lo sterminio (die Ausrottung) dell’ebraismo in Europa!» .
Hitler spiegò poi di nuovo il senso di questa “Ausrottung”: il riconoscimento del pericolo ebraico da parte dei popoli europei e l’introduzione da parte di essi di una legislazione antiebraica simile a quella tedesca:
«In Europa questo pericolo è stato riconosciuto e gli Stati aderiscono uno dopo l’altro alla nostra legislazione» .
Infine, nel discorso del 24 febbraio 1943 Hitler ribadì:
«Questa lotta perciò non finirà, come si immagina, coll’annientamento (mit der Vernichtung) dell’umanità ariana, ma con lo sterminio (mit der Ausrottung) dell’ebraismo in Europa» .
Con ciò abbiamo anche la perfetta equivalenza dei termini “Vernichtung” e “Ausrottung”, entrambi applicati ai popoli europei.
Ricapitolondo, Hitler usava i termini «Vernichtung» e «Ausrottung» in senso figurato sia nei confronti dei popoli europei, sia nei confronti dell’ebraismo, il che è pienamente confermato dalle varie citazioni e dal loro contesto.
E che questa sia l’interpretazione corretta – se ci fosse bisogno di una ulteriore conferma – è dichiarato esplicitamente da uno storico insospettabile come Joseph Billig, già ricercatore preso il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Parigi:
«Il termine “Vernichtung” (annientamento, distruzione) indicava la volontà assolutamente negativa riguardo alla presenza ebraica nel Reich. In quanto assoluta, questa volontà si annunciava come pronta, se fosse stato necessario, a tutti gli estremi. Il termine in questione non significava che si era già arrivati allo sterminio e neppure l’intenzione deliberata di arrivar¬vi. Alcuni giorni prima del discorso citato [il discor¬so del 30 gennaio 1939], Hitler riceveva il ministro degli Esteri della Cecoslovacchia. Egli rimproverava al suo ospite la mancanza di energia del governo di Praga nei suoi sforzi di intesa con il Reich e gli raccoman¬dava, in particolare, un’azione energica contro gli Ebrei. A questo proposito, egli dichiarò a titolo di esempio: “Presso di noi, vengono sterminati” (bei uns werden vernichtet). Bisogna credere che Hitler, nel corso di una conversa¬zione diplomatica messa per iscritto negli archivi del Ministero degli affari esteri abbia fatto la confidenza di un massacro nel III Reich, il che, per di più, non era esatto a quell’epoca? Due anni dopo, il 30 gennaio 1941, Hitler rievocò la sua “profezia” del 1939. Ma, questa volta, ne precisò il senso come segue:“ ... e non voglio dimenticare l’indi¬cazione che ho già data una volta davanti al Reichstag, cioè che se il resto del mondo (andere Welt) sarà precipitato in una guerra, il Giudaismo avrà terminato completamente il suo ruolo in Europa...”. Nella sua conversazione con il Ministro cecoslovacco, Hitler evocò l’Inghilterra e gli Stati Uniti, che, secondo lui, potevano offrire delle regioni di insedia¬mento agli Ebrei. Nel gennaio 1941 egli indica che il ruolo degli Ebrei in Europa sarà liquidato e aggiunge che questa prospettiva si realizzerà, perché gli altri popoli ne comprenderanno la necessità presso di loro. In quest’epoca si credeva alla creazione di una riserva ebraica. Ma essa per Hitler era ammissibile soltanto fuori d’Europa. Abbiamo appena rilevato che il 30 gennaio 1941 Hitler annunciò semplicemente la liquidazione del ruolo degli Ebrei in Europa» .
Hilberg, dunque, mettendo la «profezia» di Hitler del 30 gennaio 1939 in relazione con «la possibilità di uno sterminio totale», ne stravolge completamente il significato.


5. La politica nazionalsocialista di emigrazione-evacuazione ebraica secondo Hilberg


Hilberg riassume poi come segue la politica nazionalsocialista di emigrazione ebraica:
«Com’era facile prevedere, i primi piani di emigrazione forzata vennero elaborati nel 1938, dopo l’annessione dell’Austria. Quando Hitler arrivò al potere, la Germania contava circa 520000 Ebrei. Cinque anni dopo, l’emigrazione e la morte li avevano ridotti a 350000. Tuttavia, nel marzo 1938, quando i Tedeschi si impadronirono dell’Austria, ai 350000 Ebrei se ne aggiunsero altri 190000, portando il loro numero a 540000, cioè, oltre 15000 in più del dato di partenza. Era chiaro che non si poteva procedere. S’imponevano provvedimenti che andassero oltre l’ordinaria amministrazione.
È per questo che, soprattutto verso la fine del 1938, vediamo Shacht, Wohlthat e molti altri responsabili discutere con le democrazie occidentali dei mezzi per accelerare l’emigrazione ebraica»(p. 418).
In tale contesto Hilberg descrive tra l’altro gli sforzi del segretario di Stato agli Esteri Ernst von Weizsäcker per «convincere l’ambasciatore polacco Lipski a riprendersi i 40000 o 50000 Ebrei polacchi che vivevano nel Reich»(p. 419) e menziona l’incontro di Ribbentrop con il ministro francese degli Esteri Georges Bonnet sull’emigrazione ebraica, riguardo al quale il ministro degli Esteri tedesco disse:«Al signor Bonnet risposi che anche noi volevamo sbarazzarci dei nostri Ebrei, ma la difficoltà stava nel fatto che nessun Paese desiderava accoglierli»(p. 419).
Hitler, nel discorso del 30 gennaio 1939, commentò:
«È uno spettacolo vergognoso vedere come oggi il mondo democratico per intero pianga lacrime di pietà, ma poi, malgrado la sua manifesta promessa di aiuto, chiuda il cuore allo sventurato popolo ebreo torturato»(p. 420).
Hitler pensava ai risultati fallimentari della conferenza di Evian, che si era svolta dal 6 al 15 luglio 1938 nella nota località termale francese. La conferenza era stata organizzata per iniziativa del presidente Roosevelt al fine di aiutare le vittime delle persecuzioni nazionalsocialiste, in primo luogo degli Ebrei. Ma le buone intenzioni del Presidente statunitense apparvero dubbie fin dall’inizio:
«Alla sua conferenza stampa di Warm Springs, il presidente Roosevelt limitò già le possibilità di Evian dicendo che come sua conseguenza non erano previste revisioni né aumenti delle quote di immigrazione negli Stati Uniti. Nel suo invito a questa conferenza rivolto ai 33 Paesi, Roosevelt sottolineava che non ci si attendeva da nessun Paese che acconsentisse a ricevere un numero di immigrati superiore alle norme della sua legislazione in vigore».
Con tali premesse, la conferenza di Evian era destinata al fallimento già in partenza. Il suo risultato fu in effetti che «il mondo libero abbandonava gli Ebrei di Germania e d’Austria alla loro sorte spietata» .
Ecco invece l’incredibile commento di Hilberg:
«L’accusa [di Hitler] non era priva di fondamento: era un tentativo per coinvolgere le potenze alleate nel processo di distruzione, in qualità di complici passivi, ma consenzienti».
Così, all’inizio del 1939, quando lo scopo finale della politica tedesca verso gli Ebrei era «l’emigrazione di tutti gli Ebrei» che vivevano nel territorio del Reich, quando dunque il presunto sterminio non era stato né deciso né pianificato, il rifiuto delle future potenze alleate di accogliere gli emigranti ebrei diventa un tentativo di coinvolgimento in un «processo di distruzione» al quale nessuno aveva mai pensato!

Indi Hilberg riassume le misure adottate dal governo del Reich per favorire l’emigrazione ebraica, che culminarono nell’istituzione della Zentralstelle für jüdische Auswanderung (Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica) a Vienna il 26 agosto 1938 e della Reichszentrale für jüdische Auswanderung (Ufficio centrale del Reich per l’emigrazione ebraica) il 24 gennaio 1939(p. 420), ai quali si aggiunse una Zentralstelle für jüdische Auswanderung istituita a Praga il 15 luglio 1939 . Poi continua così:
«La politica dell’emigrazione rimase all’ordine del giorno finché non venne dichiarata la guerra. In seguito, la prima reazione alle vittorie riportate, in Polonia e in Francia, fu di punire questi due Paesi per l’atteggiamento adottato nei riguardi dell’emigrazione ebraica, inviando loro una parte di Ebrei a cui, in precedenza, era stato impedito di varcare i confini»(pp. 420-421).
Perciò Hitler - secondo l’interpretazione di Hilberg - dopo aver affermato «la possibilità di uno sterminio totale» nel discorso del 30 gennaio 1939 nel caso in cui l’ebraismo internazionale avesse precipitato i popoli in un’altra guerra mondiale, dopo che ciò (dal suo punto di vista) avvenne, invece di attuare la sua presunta minaccia, “punì” la Francia e la Polonia sconfitte inviando loro una parte degli Ebrei che avrebbe dovuto sterminare totalmente!

Dopo aver delineato correttamente il progetto Madagascar, Hilberg commenta:
«Il piano Madagscar fu l’ultimo importante tentativo destinato a “risolvere il problema ebraico” con l’emigrazione. Gli uffici della Polizia di sicurezza, il Ministero degli Esteri e il Governatorato generale nutrivano molte speranze e aspettative da questo progetto. Una volta sfumato, il piano sarebbe stato rimesso sul tappeto, ancora una volta, all’inizio di febbraio del 1941, nel quartier generale di Hitler. [...].
All’inizio, Hitler aveva pensato, viste le circostanze, essenzialmente agli Ebrei della Germania, ma ora l’obiettivo doveva essere l’eliminazione dell’influenza ebraica su tutta la sfera di potere dell’Asse»(p. 422)(corsivo mio).
Appunto questo, come ho spiegato sopra, significava la “Vernichtung” della razza ebraica in Europa del discorso di Hitler del 30 gennaio 1939. Ma se Hilberg ne era consapevole, perché ha interpretato fallacemente quel termine come «possibilità di uno sterminio totale»?

Hitler - riferisce Hilberg - aveva preso il progetto Madagascar molto sul serio.
«Quando Borman gli chiese come avrebbe fatto, in piena guerra, a trasportare gli Ebrei sull’isola, Hitler replicò che bisognava studiare la questione. Era pronto a mobilitare tutta la flotta tedesca per questa impresa, ma rifiutava di esporre i suoi equipaggi ai siluri dei sottomarini nemici. Ora pensava a ogni cosa, da un punto di vista diverso, e non certo con maggior simpatia (Er dachte über manches jetzt anders, nicht gerade freundlicher).
Mentre Hitler meditava, un sentimento di incertezza velava il meccanismo della distruzione»(p. 422).
Mentre Hitler era intento a meditare sul progetto Madagascar, per la realizzazione del quale era addirittura «pronto a mobilitare tutta la flotta tedesca», esisteva tuttavia un «meccanismo della distruzione» che nessuno aveva deciso e nessuno aveva pianificato: una sorta di entità metafisica dotata di esistenza propria che procedeva autonomamente verso il fine dello sterminio, indipendentemente dalla politica di emigrazione adottata dal governo del Reich!

Per rendere meno incerto il «sentimento di incertezza» che «velava il meccanismo della distruzione», Hilberg riporta poi senza commento citazioni di documenti che contengono i presunti termini «in codice» di «Evakuierung» (evacuazione), «Lösung der Judenfrage» (soluzione della questione ebraica) e «judenfrei» (sgombro di Ebrei). Con ciò, come ho già spiegato, egli insinua che tali documenti si riferissero al «meccanismo della distruzione»; nello stesso tempo, si esime dal dovere di spiegarli nel loro contesto storico. Esaminerò successivamente i casi più eclatanti di questo travisamento sistematico dei documenti. Qui rilevo soltanto che il termine «judenfrei» poteva sì essere usato in senso ingannevole, ma non come credeva Hilberg. Ad esempio, il Lemberger Zeitung del 17 ottobre 1942 riportò la seguente notizia:
«Lublino è la prima città del Governatorato generale che sia divenuta judenfrei ed ora ci si accinge a liberare anche i territori dei singoli distretti degli Ebrei, che hanno gettato nella confusione la vita economica di questo paese. Il primo distretto che non ha più Ebrei è Biala Podlaska. La procedura si svolge così: i capi del distretto fissano un luogo come zona di residenza (Wohngebiet) per tutti gli Ebrei del distretto. In questa sistemazione i due distretti di Biala Podlaska e Radzin hanno scelto di comune accordo una città come zona di residenza ebraica, cioè Miendzyrzec. Ma poiché questa località si trova nel territorio del distretto di Radzin, Biala Podlaska non ha più Ebrei» .
Secondo Y. Arad, gli Ebrei di Biala Podlaska erano stati deportati a Sobibór il 10 giugno 1942 e Treblinka tra il 26 settembre e il 6 ottobre; quelli di Radzyn Podlaski a Treblinka il 1° ottobre e quelli di Miedzyrzec Podlaski nel medesimo campo il 25-26 agosto , perciò il 17 ottobre 1942 in queste tre località non avrebbero dovuto esserci più Ebrei.

Continuando la sua esposizione, Hilberg scrive:

«Nel vicino Wartheland, prese corpo un movimento popolare che chiedeva l’eliminazione degli Ebrei».
Egli menziona poi la lettera dell’SS-Sturmbannführer Rolf-Heinz Höppner a Eichmann del 16 luglio 1941, secondo il quale «bisognava creare un campo capace di contenere 300000 individui [ebrei], con baracche per i laboratori di sartoria, fabbriche di scarpe, ecc.». Hilberg cita inoltre questo passo, cui allega anche il testo tedesco:
«Quest’inverno, diceva Höppner, rischiamo di non poter più nutrire tutti gli Ebrei. Dobbiamo dunque soppesare coscienziosamente il pro e il contro, e chiederci se la soluzione più umana non sia quella di farla finita con gli Ebrei che non possono essere utilizzati mediante un sistema rapido. Ad ogni modo, sarà certamente più accettabile che non lasciarli morire di fame (Es besteht in diesem Winter die Gefahr, dass die Juden nicht mehr sämtlich ernährt werden können. Es ist ernsthaft zu erwägen, ob es nicht die humanste Lösung ist, die Juden, soweit sie nicht arbeitseinsatzfähig sind, durch irgendein schnellwirkendes Mittel zu erledigen. Auf jeden Fall wäre diese angenehmer, als sie verhungern lassen) »(p. 423).
Per l’esattezza, «nicht arbeitseinsatzfähig» significa «inabili all’impiego lavorativo», «durch irgendein schnellwirkendes Mittel» significa invece «con qualche mezzo di rapido effetto».
Questa nota per gli atti (Aktenvermerk), che verteva sulla «Soluzione della questione ebraica» (Lösung der Judenfrage), comincia con queste parole:
«Nei colloqui [tenutisi] al governo provinciale del Reich, da varie parti è stata affrontata la soluzione della questione ebraica nel territorio della Warta. Viene proposta la seguente soluzione: ».
[«Bei den Besprechungen in der Reichsstatthalterei wurde von verschiedenen Seiten die Lösung der Judenfrage im Wartheland angeschnitten. Man schlägt dort folgende Lösung vor: »] .
La presentazione di Hilberg è dunque inesatta, perché qui non si tratta né di un «movimento popolare» (ma di proposte di SS locali), né di «eliminazione degli Ebrei», ma di eventuale uccisione di Ebrei inabili al lavoro come «soluzione più umana» rispetto ad una eventuale morte di fame.
Hilberg commenta:
«Se si dà ascolto alle parole di Höppner, il Reichsstatthalter non aveva ancora optato per una particolare soluzione, ma alla fine dell’anno, a Kulmhof, un campo della morte situato nella provincia (Gau), si sterminavano già gli Ebrei del Wartheland»(p. 423).
In tal modo egli cerca di inverare la presunta «eliminazione degli Ebrei» che attribuisce illecitamente al documento con un riferimento apodittico al presunto campo di sterminio di Kulmhof, sul quale ritornerò nel capitolo III,1.

Hilberg continua poi così il suo gioco degli equivoci:

«Il 7 giugno 1941, il Capo della Cancelleria del Reich, Lammers, indirizzava due lettere identiche ai Ministri dell’Interno e della Giustizia; in esse si limitava a dichiarare che Hitler non giudicava necessario quel provvedimento. Lammers, in seguito, indirizzò una terza lettera al suo omologo di Partito, Bormann, nella quale ripeteva il messaggio, aggiungendo una spiegazione confidenziale:
“Il Führer, scriveva, non ha accettato il provvedimento proposto dal ministro dell’Interno del Reich, essenzialmente perché ritiene che comunque, dopo la guerra, in Germania non ci saranno più Ebrei (Der Führer hat der vom Reichsminister des Innern vorgeschlagenen Regelung vor allem deshalb nicht zugestimmt, weil er der Meinung ist, dass es nach dem Krieg in Deutschland ohnedies keine Juden mehr geben werde)”.
Non serviva a niente, dunque, emanare un decreto di difficile applicazione, che avrebbe occupato molto personale, e che in linea di principio non avrebbe comunque fornito una soluzione al problema»(p. 424).
In tale contesto, il lettore è portato ad interpretare una tale scomparsa come risultato dello sterminio, anche perché, con la sua inutile citazione del testo tedesco, Hilberg sembra attribuire grande importanza al documento, ma egli non fa nulla per dissuaderlo da questa falsa interpretazione, spiegando che «dopo la guerra», secondo Hitler, gli Ebrei sarebbero stati altrove, vivi.
Già nell’agosto 1940 il Führer aveva manifestato l’intenzione di evacuare tutti gli Ebrei dall’Europa dopo la guerra . Secondo una nota della Cancelleria del Reich del marzo-aprile 1942, egli aveva dichiarato ripetutamente a Lammers «che voleva sapere rinviata a dopo la guerra la soluzione della questione ebraica» . Il 24 luglio 1942 Hitler, sia pure con linguaggio colorito, espresse di nuovo questa intenzione:
«Dopo la fine della guerra egli terrà un comportamento tanto rigoroso che abbatterà città dopo città se gli Ebrei non ne usciranno e non emigreranno in Madagascar o in un altro Stato nazionale ebraico» .

Lo stesso punto di vista, come vedremo successivamente, viene espresso nella cosiddetta «Braune Mappe».

Qui Hilberg, sempre attento a riferire tutte le fonti favorevoli alla sua tesi, trascura le dichiarazioni di Hans Lammers all’udienza dell’8 aprile 1946 del processo di Norimberga.
Nel 1943 sorsero voci secondo le quali gli Ebrei venivano uccisi. Lammers cercò di risalire alla fonte di tali voci, ma senza esito positivo, perché esse risultavano sempre fondate su altre voci, per cui giunse alla conclusione che si trattasse di propaganda radiofonica nemica.
Tuttavia, per chiarire la faccenda, egli si rivolse a Himmler, il quale negò che gli Ebrei venissero uccisi legalmente: essi venivano semplicemente evacuati all’Est e questo era l’incarico affidatogli dal Führer. Durante tali evacuazioni potevano certo verificarsi casi di morte tra persone vecchie o malate, potevano accadere disgrazie, attacchi aerei e rivolte, che Himmler era costretto a reprimere nel sangue a mo’ d’esempio, ma questo era tutto.
Allora Lammers andò da Hitler, che gli diede la stessa risposta di Himmler:

«Egli mi disse:“Deciderò successivamente dove andranno gli Ebrei; per il momento sono sistemati là”».

A questo punto il dott. Alfred Thoma, avvocato di Rosenberg, gli chiese:
«Himmler Le ha mai detto che la soluzione finale degli Ebrei dovesse aver luogo con il loro sterminio?
Lammers - Di ciò non si è mai fatto parola. Egli ha parlato soltanto di evacuazioni.
Thoma - Ha parlato soltanto di evacuazioni?
Lammers - Soltanto di evacuazioni.
Thoma - Quando ha sentito di questi cinque milioni di Ebrei che sono stati sterminati?
Lammers - L’ho sentito qui qualche tempo fa» .

Il capo della Cancelleria del Führer dichiarò dunque di aver saputo solo a Norimberga del presunto sterminio ebraico. Questa dichiarazione può essere discutibile, ma non può essere semplicemente omessa in un’opera come quella di Hilberg.
Come vedremo successivamente, una omissione simile si riscontra anche nella esposizione da parte di Hilberg della testimonianza di Hans Frank a Norimberga.
Hilberg adduce poi un altro documento:

«Verso la fine della primavera del 1941, gli uffici tedeschi della Francia occupata ricevevano ancora le domande di Ebrei che tentavano di emigrare. Il 20 maggio 1941, un responsabile della Gestapo di stanza presso l’Ufficio centrale della sicurezza del Reich, il Reichssischerheitshauptamt (RSHA), Walter Schellenberg, informò il comandante militare della Francia, che l’emigrazione degli Ebrei dalla zona posta sotto la sua responsabilità doveva essere vietata: i mezzi di trasporto erano pochi e la “soluzione finale della questione ebraica”, adesso, era molto vicina»(p.424).
Anche qui, in virtù del significato da lui attribuito a “Endlösung” a p. 289, egli lascia intendere che lo sterminio ebraico era molto vicino.
La fonte da lui citata è il documento NG-3104 (nota 27 a p. 851). In realtà, come ho spiegato sopra,
l’espressione «in considerazione della soluzione finale della questione ebraica senza dubbio prossima»(im Hinblick auf die zweifellos kommende Endlösung der Judenfrage) , non si riferiva ad fantomatico sterminio, ma al progetto Madagascar, la cui attuazione si considerava imminente.

Nella sua immaginaria ricostruzione della genesi del presunto sterminio, Hilberg introduce a questo punto la lettera di Göring a Heydrich che ho citato nel suo contesto storico nel paragrafo 2., e commenta:
«Con questa lettera, Heydrich prendeva in mano le redini del processo di sterminio» (p. 425).
Ma quale «processo di sterminio»? La lettera si riferiva al progetto Madagascar, come Hilberg sapeva bene, dal momento che, come abbiamo visto sopra, ha scritto che esso fu rimesso in duscussione all’inizio di febbraio del 1941 nel quartier generale di Hitler, che questi «era pronto a mobilitare tutta la flotta tedesca per questa impresa».
Al processo Zündel, Hilberg affermò che la risposta di Hitler a Bormann menzionata sopra implicava che il capitolo del progetto Madagascar era ormai chiuso , mentre, come ho documentato sopra, esso fu abbandonato ufficialmente solo all’inizio di febbraio 1942 .



6. Il “Führerbefehl” (l’ordine di sterminio di Hitler)


Dopo questi laboriosi e inani preparativi, finalmente Hilberg giunge al fatidico “ordine di sterminio”:

«Poi, un giorno, verso la fine dell’estate, Eichmann venne convocato nell’ufficio di Heydrich, dove il capo dell’RSHA gli disse: “Esco dalla casa del Reichsführer; il Führer ha ordinato adesso lo sterminio fisico degli Ebrei (Ich komme vom Reichsführer; der Führer hat nunmehr die physische Vernichtung der Juden angeordnet)»(p. 425).

La fonte, indicata nella nota 30 a p. 851, è: Ich, Adolf Eichmann. Ein historischer Zeugenbericht. A cura del dott. Rudolf Aschenauer. Druffel-Verlag, Leoni am Starnberger See, 1980, pp. 178-179 e 229-230. Nella stessa nota Hilberg precisa:

«Nelle sue memorie, Eichmann situa il colloquio verso la fine dell’anno (zur Jahreswende 1941-1942). Durante l’interrogatorio a opera della Polizia israeliana a Gerusalemme, sostenne, cosa che è più verosimile, che l’ordine di Hitler era arrivato due o tre mesi dopo l’attacco della Germania all’Urss: Jochen von Lang, Eichmann Interrogated, New York 1983, pp. 74-75. Höss, comandante di Auschwitz, si ricorda di essere stato convocato da Himmler d’estate, a proposito dello sterminio degli Ebrei. Höss afferma anche che Eichmann si recò poco dopo ad Auschwitz: Rudolf Höss, Kommandant in Auschwitz. Munich [Monaco] 1963 (trad. it. Comandante ad Auschwitz, Einaudi, Torino 1960) [...]. La cronologia degli eventi e il contesto storico portano a credere che Hitler abbia preso la decisione prima della fine dell’estate del 1942 [recte: 1941]».

È molto singolare che una questione di importanza fondamentale come quella della decisione del presunto sterminio ebraico da parte di Hitler, in un libro di oltre 1300 pagine, venga relegata da Hilberg in una nota. Forse non voleva attrarre troppo l’attenzione su questo punto? Ne avrebbe avuto comunque tutti i motivi.

La fonte da lui citata, alle pagine indicate, dice infatti:

«Verso la fine del 1941-inizio del 1942 il capo della Polizia di sicurezza e del Servizio di sicurezza, Heydrich, mi comunicò oralmente che il Führer aveva ordinato lo sterminio fisico del nemico ebreo» [Etwa um die Jahreswende 1941/42 teilte mir der Chef des Sipo und des SD, Heydrich, mündlich mit, daß der Führer die physische Vernichtung des jüdischen Gegners befohlen habe] .

Nella pagina seguente viene ribadita la medesima data:

«Nel menzionato periodo tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942 il capo della Polizia di sicurezza e del Servizio di sicurezza, Heydrich, mi comunicò, oltre all’ “ordine di sterminio fisico”... » [In der erwähnten Zeit zur Jahreswende 1941/42 teilte mir der Chef des Sipo und des SD, Heydrich, außer dem “physischen Vernichtungsbefehl”...mit...] .

Seguono, qualche riga dopo, le parole citate da Hilberg:

«Quando Heydrich mi disse: “Vengo dal Reichsführer; il Führer ha ormai ordinato lo sterminio fisico degli Ebrei...”» [Als Heydrich mir sagte “Ich komme vom Reichsführer; der Führer hat nunmehr die physische Vernichtung der Juden angeordnet...”] .
Nel secondo riferimento a questa fonte Eichmann ribadisce che «l’ordine di sterminio fisico fu dato dalla [dopo la] fine del 1941» (ab Ende 1941 die physische Vernichtung befohlen wurde) .

Nel corso degli interrogatori da parte della Polizia israeliana, Eichmann dichiarò che Heydrich gli aveva trasmesso il presunto ordine di sterminio di Hitler due o tre mesi dopo l’inizio della guerra contro l’Unione Sovietica, comunque nella tarda estate (Spätsommer) del 1941 .

Ma questa data non può essere considerata «più verosimile» dell’altra, perché è inserita in un contesto storico del tutto anacronistico.

Heydrich, infatti, avrebbe ordinato a Eichmann di andare a Lublino da «Globocnigg» [Globocnik], al quale Himmler aveva già impartito «adeguate direttive» (entsprechende Weisungen), per vedere a che punto era col suo compito.

Giunto a Lublino, Eichmann visitò un luogo di cui non ricordava il nome, forse Treblinka, in cui gli Ebrei venivano avvelenati (vergiftet) con i gas di scarico di un motore di sottomarino sovietico in una specie di chalet con due o tre stanze.

Ciò avvenne nella tarda estate o nell’autunno del 1941 .

Ma il primo dei «centri di sterminio» di Globocnik, Belzec, a detta di Hilberg, fu aperto nel marzo 1942 (p. 954), sicché egli sapeva bene che non poteva essere stato visitato da Eichmann nella tarda estate o nell’autunno del 1941.


Dunque nessuna delle due date proposte da Eichmann, considerate nel contesto del suo racconto, è attendibile. Per di più, la datazione di Höss è in ulteriore contraddizione con queste due datazioni contraddittorie.

Hilberg ha cercato di superare queste difficoltà confondendo a bella posta «decisione» e «ordine» di sterminio: Hitler avrebbe dunque preso la «decisione» dello sterminio prima della fine dell’estate del 1941, ma avrebbe impartito l’«ordine» relativo nella tarda estate di quell’anno. Tuttavia Höss parlò inequivocabilmente di «ordine».

Nella dichiarazione del 14 marzo 1946, egli (adottando il linguaggio dei suoi interrogatori), aveva affermato:

«Nel giugno 1941 mi fu ordinato di presentarmi da Himmler a Berlino ed egli mi disse, a senso, approssimativamente, quanto segue: “Il Führer ha ordinato la soluzione della questione ebraica in Europa” ».[Ich wurde nach Berlin im Juni 1941 zu Himmler befohlen, wo er dem Sinne nach ungefähr folgendes sagte: Der Führer hat die Lösung der Judenfrage in Europa befohlen] .
E nel suo affidavit del 5 aprile 1946, che Hilberg cita ripetutamente nel capitolo nono, Höss ribadì esplicitamente:

«Nel giugno 1941 ricevetti l’ordine di creare ad Auschwitz facilitazioni di sterminio» [Ich hatte den Befehl, Ausrottungserleichterungen in Auschwitz im Juni 1941 zu schaffen] .
Hilberg stesso lo dichiara esplicitamente a p. 1078:

«Gli ordini verbali vennero dati a tutti i gradi. Höss si vide assegnare la costruzione del suo campo di sterminio di Auschwitz, durante una conversazione con Himmler».

Per completare l’opera, Hilberg tace la dichiarazione dell’ex SS-Hauptsturmführer Dieter Wisliceny, che era stato rappresentante di Eichmann in Slovacchia, relativa a un ordine di sterminio scritto di Himmler risalente alla primavera del 1942, che Eichmann gli avrebbe mostrato in agosto . Già nell’udienza pomeridiana del 3 gennaio 1946 del processo di Norimberga, Wisliceny aveva precisato che questo presunto ordine di sterminio risaliva all’aprile 1942 . Nell’interrogatorio da parte del procuratore del Tribunale nazionale slovacco del 6 e 7 maggio 1946, Wisliceny confermò:

«Quest’ordine [di sterminio ebraico] era datato aprile 1942 e recava la firma di Himmler di proprio pugno, che conoscevo bene. Nell’ordine si diceva che gli Ebrei abili al lavoro dovevano essere provvisoriamente risparmiati dallo sterminio per essere impiegati per il lavoro nelle attività dei campi di concentramento. Questo era il contenuto dell’ordine» .

Nella nota 539 a p. 1074 Hilberg invoca l’ «Affidavit di Wisliceny del 29 novembre 1945. [Nazi] Conspiracy and Aggression cit., vol. VIII, p. 610». Wisliceny vi dichiarò di aver incontrato nel suo ufficio a Berlino nel luglio o agosto del 1942 Eichmann, il quale gli disse che, per ordine di Himmler, tutti gli Ebrei dovevano essere sterminati.

«Chiesi di vedere l’ordine - continua Wisliceny. Egli prese un raccoglitore dalla cassaforte e mi mostrò un documento segretissimo bordato di rosso che disponeva l’esecuzione immedita. Era indirizzato sia al Capo della Polizia di Sicurezza e del SD sia all’Ispettore dei campi di concentramento. La lettera diceva sostanzialmente quanto segue:
“Il Führer ha deciso che la soluzione finale della questione ebraica debba cominciare immediatamente. Designo il Capo della Polizia di Sicurezza e del SD e l’Ispettore dei campi di concentramento come responsabili dell’esecuzione di quest’ordine. I particolari del programma devono essere concordati dal Capo della Polizia di Sicurezza e del SD e dall’Ispettore dei campi di concentramento. Devo essere tenuto al corrente dell’esecuzione di quest’ordine”. L’ordine era firmato da Himmler e aveva la data di qualche giorno dell’aprile 1942» .

Dunque Hilberg conosceva bene questa dichiarazione e la sua omissione era intenzionale.

Riassumendo, il presunto ordine di sterminio sarebbe stato promulgato in un lasso di tempo che va dal giugno 1941 all’aprile 1942!

Queste dichiarazioni contraddittorie, nell’esposizione di Hilberg, rivestono un’importanza considerevole, perché da esse egli trae e insinua surrettiziamente come un dato di fatto l’arbitraria congettura della presunta decisione di sterminio da parte di Hitler prima della fine dell’estate del 1941, e di un presunto ordine di sterminio nella tarda estate, che gli permette poi di interpretare tutti i documenti successivi in funzione dello sterminio. In ciò, come direbbe van Pelt, egli realizza una “convergenza di prove” puramente fittizia tra i documenti travisati in base al «linguaggio in codice» e quelli travisati in base alla presunta decisione di sterminio.


7. L’obiettivo finale dell’emigrazione ebraica


In tale contesto rientrano anzitutto i documenti relativi alle prime deportazioni ebraiche, che per Hilberg miravano evidentemente allo sterminio:


«Adesso le deportazioni erano assai vicine. Il 28 settembre 1941, Himmler scrisse a Greiser per informarlo del desiderio di Hitler di epurare i territori del Reich-Protettorato e suggerì Lódz come luogo di destinazione di circa 60000 deportati»(pp. 425-426).

La trattazione di questo documento da parte di Hilberg è alquanto sbrigativa. La lettera in questione dice:

«Il Führer desidera che il Vecchio Reich e il Protettorato vengano svuotati e liberati il più presto possibile di Ebrei da Ovest verso Est. Io mi sono perciò impegnato a fondo per trasportare, possibilmente ancora quest’anno, gli Ebrei del Vecchio Reich e del Protettorato anzitutto come prima fase nei nuovi territori orientali passati due anni fa al Reich, per espellerli ancora più a est la prossima primavera.
Io mi propongo di ricoverare per l’inverno circa 60.000 Ebrei del Vecchio Reich e del Protettorato nel ghetto di Litzmannstadt, che, come sento, ha lo spazio per accoglierli.
La prego non solo di comprendere questo provvedimento, che comporterà sicuramente delle difficoltà per il Suo Gau, ma di appoggiarlo con tutte le forze nell’interesse generale del Reich. L’ SS-Gruppenführer Heydrich, che deve attuare questa emigrazione ebraica, si rivolgerà a Lei a tempo debito direttamente o attraverso l’ SS-Gruppenführer Koppe».
[«Der Führer wünscht, daß möglichst bald das Altreich und das Protektorat vom Westen nach dem Osten von Juden geleert und befreit werden. Ich bin daher bestrebt, möglichst noch in diesem Jahr die Juden des Altreichs und des Protektorats zunächst einmal als erste Stufe in die vor zwei Jahren neu zum Reich gekommenen Ostgebiete zu transportieren, um sie im nächsten Frühjahr noch weiter nach dem Osten abzuschieben.
Ich beabsichtige, in das Litzmannstätter Ghetto, das, wie ich höre, an Raum aufnahmefähig ist, rund 60.000 Juden des Altreichs und des Protektorats für den Winter zu verbringen. Ich bitte Sie, diese Maßnahme, die sicherlich für Ihren Gau Schwierigkeiten mit sich bringt, nicht nur zu verstehen, sondern im Interesse des Gesamtreiches mit allen Kräften zu unterstützen.
SS-Gruppenführer Heydrich, der diese Judenwanderung vorzunehmen hat, wird sich rechtzeitig unmittelbar oder über SS-Gruppenführer Koppe an Sie wenden»] .

Questo documento, che attesta la nuova politica nazionalsocialista di trasferimento ebraico nei territori orientali occupati, smentisce tra l’altro le insinuazioni di Hilberg circa la lettera di Höppner a Eichmann del 16 luglio 1941.

Hilberg passa poi a un altro documento:

«Il 10 ottobre, durante una riunione sulla “soluzione finale”, che si svolse nella sede del RSHA, Heydrich ipotizzò un’eventuale deportazione di 50000 Ebrei a Riga e a Minsk, e di altri ancora nei campi istituiti per i comunisti dagli Einsatzgruppen B e C, nelle zone militari dei territori sovietici occupati»(p. 426).
A p. 951 Hilberg riassume di nuovo questo documento («Polizia israeliana 1193»: nota 31 a p. 851 e 23 a p. 1050) nei seguenti termini:
«Il 10 ottobre 1941, durante una riunione sulla “soluzione finale” dell’RSHA, Heydrich dichiarò che Hitler desiderava liberare il Reich dagli Ebrei, in tutti i modi possibili, entro la fine dell’anno. Dopo di che il capo dell’RSHA discusse delle deportazioni imminenti in direzione di Lódz e nominò Riga e Minsk. Considerò anche la possibilità di spedire gli Ebrei nei campi di concentramento creati per i comunisti dall’Einsatzgruppen B e C nelle zone d’operazione».
La fonte è il documento d’accusa T/37(299) presentato dalla Polizia israeliana al processo Eichmann di Gerusalemme e accolto dalla Corte come documento 1193.
Rilevo anzitutto che la riunione in questione non riguardò la “soluzione finale”, ma la «soluzione di questioni ebraiche» (Lösung von Judenfragen). Il documento è infatti intitolato «Notizen aus der Besprechung am 10.10.41 über die Lösung von Judenfragen» (Annotazioni tratte dalla riunione del 10 ottobre 1941 sulla soluzione di questioni ebraiche) e anche la seconda riga conferma che la riunione era stata indetta per discutere le misure «für Lösung der Judenfragen» (per la soluzione di questioni ebraiche) nel Protettorato e in parte nel Vecchio Reich.
Poiché, secondo la sua fallace interpretazione, la “Endlösung” (soluzione finale) era sinonimo di sterminio ebraico, Hilberg lascia intendere al lettore che appunto questo fosse l’oggetto della riunione.
Anche la frase «Hitler desiderava liberare il Reich dagli Ebrei, in tutti i modi possibili, entro la fine dell’anno» è equivoca, perché il documento dice:
«Poiché il Führer desidera che ancora alla [entro la] fine dell’anno gli Ebrei siano portati fuori il più possibile dallo spazio tedesco,... ».[«Da der Führer wünscht, dass noch Ende d. J. möglichst die Juden aus dem deutschen Raum herausgebracht sind,... »].
Dunque non «in tutti i modi possibili», ma «il più possibile», cioè il maggior numero possibile di Ebrei. Questo piccolo errore serve a confermare la falsa idea già insinuata nel lettore con il travisamento dell’espressione “soluzione finale” summenzionato; in connessione con questa, infatti, l’espressione «in tutti i modi possibili» non può significare che: incluso il mezzo dello sterminio.
Parimenti fuorviante è la frase seguente: «Dopo di che il capo dell’RSHA discusse delle deportazioni imminenti in direzione di Lódz e nominò Riga e Minsk». A questo riguardo il documento dice:
«A causa dell’evacuazione sorsero delle difficoltà. Si prevedeva di cominciare il 15 ottobre, per far circolare i trasporti a poco a poco fino al 15 novembre, sino a 5.000 Ebrei - solo da Praga. Per il momento bisogna anche avere molto riguardo per le autorità di Litzmannstadt. Minsk e Riga devono ricevere 50.000 [Ebrei]. [...]. Nelle prossime settimane devono essere evacuati 5.000 Ebrei da Praga. Gli SS-Brigadeführer Nebe e Rasch potrebbero accogliere gli Ebrei nei campi per detenuti comunisti nella zona operativa. A ciò, secondo comunicazione dell’SS-Sturmbannführer Eichmann, si è già dato inizio». [«Wegen der Evakuierung entstanden Schwierigkeiten. Es war vorgesehen, damit am 15. Oktober 1941 etwa zu beginnen [sic], um die Transporte nach und nach bis zum 15. November abrollen zu lassen bis zur Höhe von etwa 5000 Juden – nur aus Prag. Vorläufig muss noch viel Rücksicht auf die Litzmannstädter Behörden genommen werden. Minsk und Riga sollen 50.000 bekommen. [...]. In den nächsten Wochen sollen die 5000 Juden aus Prag nun evakuiert werden. SS-Brif. Nebe und Rasch können in die Lager für kommunistische Häftlinge im Operationsgebiet Juden mit hineinnehmen ».
Heydrich menziona poi Theresienstadt, che definisce un «campo di raccolta provvisorio» (vorübergehenden Sammelager), sia pure con un’alta mortalità, dal quale l’evacuazione doveva poi proseguire «nei territori orientali» (in die östlichen Gebiete).
Il documento presenta la pianificazione delle future deportazioni ebraiche nei territori orientali dal Protettorato di Boemia e Moravia e in parte dal Vecchio Reich e non ha assolutamente nulla a che vedere con presunte intenzioni sterminatrici. Col suo oculato gioco degli equivoci, invece, Hilberg insinua che il documento sia la prova di tali presunte intenzioni.


8. La conferenza di Wannsee

Hilberg afferma che la Conferenza di Wannsee fu convocata per risolvere:

«problemi spinosi come quello dei matrimoni misti, degli Ebrei che lavoravano nell’industria degli armamenti, e degli Ebrei stranieri»(p. 426).

Egli riporta poi il secondo capoverso (che contiene il termine “Endlösung”) della lettera di invito di Heydrich agli uffici interessati, datata 29 novembre 1941, ma non il primo, che fa riferimento all’incarico affidatogli da Göring il 31 luglio 1941:

«Il 31 luglio 1941 il Maresciallo del Reich della Grande Germania mi incaricò, coinvolgendo le autorità centrali interessate, di fare tutti i preparativi necessari sotto il profilo organizzativo, pratico e materiale per una soluzione totale [für eine Gesamtlösung] della questione ebraica in Europa e di presentargli in breve tempo un progetto complessivo al riguardo» .

Esiste dunque uno stretto nesso tra l’incarico di Göring e la conferenza di Wannsee, la quale, come ho già sottolineato, fu infatti convocata per informare le alte gerarchie del Partito del nuovo orientamento di tale politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei, cioè del fatto che all’emigrazione era ormai subentrata l’evacuazione degli Ebrei all’Est, e per discutere i problemi connessi.

Nell’esposizione che dedica alla conferenza di Wannsee, Hilberg inserisce come un inciso il memorandum intitolato «Domande e idee del Ministero degli Esteri, relative alla soluzione finale della questione ebraica in Europa», spiegando che:
«il memorandum era una sorta di calendario della deportazione, organizzato per ordine di priorità e che precisava quali paesi dovessero essere ripuliti per primi dagli Ebrei»(p. 427).
La fonte è: «Memorandum dell’Abteilung Deutschland sottoposto all’Unterstaatssekretär Luther (capo della divisione), 8 dicembre 1941, NG-2586-F»(nota 35 a p. 852).
Hilberg lo cita soltanto per l’espressione “soluzione finale”, che però non vi appare affatto. Il titolo del documento è infatti «Wünsche und Ideen des Auswärtigen Amts zu der vorgesehenen Gesamtlösung der Judenfrage in Europa». «Soluzione totale» (Gesamtlösung), dunque, non «soluzione finale» (Endlösung).

Incredibilmente, Hilberg menziona questo documento irrilevante del Ministero degli Esteri ma tace completamente il fondamentale memorandum di Luther del 21 agosto 1942.

Al processo Zündel, interrogato su questo documento, Hilberg dichiarò:

«Ci fu una fase in cui gli Ebrei furono deportati dalla Germania nel cosiddetto Governatorato Generale, nei ghetti, prima dell’istituzione dei centri di uccisione, prima dell’istituzione dei campi di morte. Ora, quando egli [Lammers] scrive questo memorandum, questi campi di morte hanno già cominciato l’attività, nel caso di uno di essi un mese prima, nel caso di altri due, parecchi mesi prima; ma egli scrive un memorandum - noi non conosciamo la data esatta di ciò che fu redatto - in cui egli riassume la storia [della politica nazionalsocilaista dal 1939 al 1942]. Un aspetto di questa storia fu il temporaneo trasferimento di Ebrei dalla Germania in ghetti della Polonia fino al momento in cui furono costruite camere a gas per ricerverli a scopo di gasazione».

L’avvocato Christie gli fece notare che il memorandum recava la data del 21 agosto 1942 e che esprimeva intenzioni future, al che Hilberg replicò che Luther era indietro rispetto alle informazioni che possedevano le SS, ossia non era al corrente degli ultimi sviluppi della politica ebraica nazionalsocialista .
La pretestuosità di queste spiegazioni risulta indubitabilmente dal fatto che Hilberg, nell’edizione definitiva della sua opera, non ha discusso gli aspetti fondamentali di questo importante documento, riconoscendo implicitamente in tal modo che esso è irriducibilmente contrario alla sua tesi .

Hilberg ritorna poi alla conferenza di Wannsee, che riassume così:

«Heydrich aprì la riunione annunciando che aveva pieni poteri per la preparazione della “soluzione finale del problema ebraico” in Europa; i suoi uffici avevano la responsabilità della direzione centrale della “soluzione finale”, indipendentemente dalle frontiere. Poi, Heydrich delineò un panorama della politica d’emigrazione e citò delle statistiche sul numero degli Ebrei emigrati. Al posto dell’emigrazione, proseguì, il Führer aveva dato il consenso (Genehmigung) in vista del trasferimento degli Ebrei all’est come prossima “possibilità di soluzione” (Lösungmöglichkeit)»(pp. 427-428).

Anche qui, egli si limita a riferire i passi che contengono la parola magica “Endlösung”.

Egli non menziona invece le cifre di queste «statistiche sul numero degli Ebrei emigrati»: 537.000 persone non è certo una cifra irrisoria. Egli tace anche il passo immediatamente successivo, che non si presta affatto alla sua interpretazione della “Endlösung”:

«Tuttavia queste azioni devono essere considerate unicamente delle possibilità di ripiego (Ausweichmöglichkeiten), qui però vengono già raccolte quelle esperienze pratiche che sono di grande importanza in relazione alla futura soluzione finale della questione ebraica (die im Hinblick auf die kommende Endlösung der Judenfrage von wichtiger Bedeutung sind)» .

Se dunque le azioni di evacuazione all’Est dovevano essere considerate delle «possibilità di ripiego» in vista della «futura soluzione finale della questione ebraica», come potevano essere azioni volte allo sterminio? Il significato di questa frase risulta chiaro dal confronto col seguente passo della cosiddetta «Braune Mappe» (Cartella Bruna), redatta da Rosenberg il 20 giugno 1941 e successivamente incorporata nella cosiddetta “Grüne Mappe” (Cartella Verde) del settembre 1942, paragrafo «Richtlinien für die Behandlung der Judenfrage» (Direttive per la trattazione della questione ebraica):
«Tutte le misure riguardanti la questione ebraica nei territori orientali occupati saranno prese in base al presupposto che la questione ebraica dopo la guerra troverà una soluzione generale per tutta l’Europa [die Judenfrage nach dem Kriege für ganz Europa generell gelöst werden wird]. Esse devono essere pertanto considerate misure parziali preparatorie e devono essere in accordo con le decisioni già prese in questo campo. D’altra parte le esperienze fatte nella trattazione della questione ebraica nei territori orientali occupati saranno orientative per la soluzione del problema complessivo, perché gli Ebrei di questi territori, insieme agli Ebrei del Governatorato generale, costituiscono il contingente più numeroso dell’ebraismo europeo. Sono comunque da evitare misure vessatorie come indegne di un Tedesco» .

Ed ecco come Hilberg descrive il destino degli Ebrei deportati secondo il documento:

«Heydrich spiegò che cosa si sarebbe fatto degli evacuati: sarebbero stati organizzati in enormi colonne di lavoro; con l’utilizzo di questa manodopera, gran parte di essa, senza dubbio, «si eliminerà da sé per il suo stato di insufficienza fisica»(wobei zweifellos ein Grossteil durch natürliche Verminderung ausfallen wird). I restanti (Restbestand) di questo processo di “selezione naturale” - cioè il nucleo più resistente degli Ebrei - dovrà essere “trattato di conseguenza” (wird entsprechend behandelt werden müssen), poiché la storia aveva mostrato come questi Ebrei portassero in sé i germi di una nuova rinascita giudea. Heydrich non si attardò su questo trattamento “di conseguenza”, ma noi sappiamo, in base al linguaggio dei rapporti degli Einsatzgruppen, che alludeva alla loro condanna a morte»(p. 428).

Riporto anzitutto il relativo passo:

«Sotto adeguata direzione, nel quadro della soluzione finale, gli Ebrei devono andare in modo appropriato all’impiego lavorativo all’Est. In grandi colonne di lavoro, con separazione dei sessi, gli Ebrei abili al lavoro vengono condotti in questi territori per costruire strade ; ciò facendo, senza dubbio una gran parte verrà meno per diminuzione naturale.
Coloro che eventualmente resteranno alla fine, poiché saranno senza dubbio la parte più resistente, devono essere trattati di conseguenza, perché questi, rappresentando una selezione naturale, in caso di liberazione, devono essere considerati la cellula germinale di una rinascita ebraica. (Vedi l’esperienza della storia)».
[«Unter entsprechender Leitung sollen nun im Zuge der Endlösung die Juden in geeigneter Weise im Osten zum Arbeitseinsatz kommen. In großen Arbeitskolonnen, unter Trennung der Geschlechter, werden die arbeitsfähigen Juden straßenbauend in diese Gebiete geführt, wobei zweifellos ein Großteil durch natürliche Verminderung ausfallen wird.
Der allfällig endlich verbleibende Restbestand wird, da es sich bei diesem zweifellos um den widerstandsfähigsten Teil handelt, entsprechend behandelt werden müssen, da dieser, eine natürliche Auslese darstellend, bei Freilassung als Keimzelle eines neuen jüdischen Aufbaues anzusprechen ist. (Siehe die Erfahrung der Geschichte)»] .

Il resonto di Hilberg presenta un errore e un’omissione.

Anzitutto «durch natürliche Verminderung» non significa «per il suo stato di insufficienza fisica», ma «per diminuzione naturale», cioè per mortalità naturale.
In secondo luogo, l’espressione omessa «in caso di liberazione»(bei Freilassung) esclude categoricamente la «condanna a morte» prospettata da Hilberg, rendendo palese che «entsprechend behandelt» significa semplicemente che questi Ebrei non dovevano essere liberati , e proprio questa è la ragione dell’omissione di Hilberg.

Egli riassume poi sommariamente il resto del documento menzionando accuratamente i passi in cui appare il termine “Endlösung” e aggiunge:

«Poco a poco, l’annuncio della “soluzione finale” filtrò tra i ranghi della burocrazia. Non tutti i funzionari vennero informati così in fretta. Il livello di conoscenza di un singolo individuo dipendeva dalla sua vicinanza con le operazioni di distruzione e dalla sua capacità di intuizione circa la natura del processo di sterminio. Questa comprensione, tuttavia, compariva raramente nei testi. Quando dovevano trattare di deportazione, i burocrati facevano ostinatamente allusione a una “migrazione” ebraica. Nella corrispondenza ufficiale, gli Ebrei rimanevano “senza fissa dimora”. Essi erano “evacuati” (evakuiert) e “reinsediati” (umgesiedelt, ausgesiedelt). Si “spostavano con destinazione sconosciuta” (wanderten ab) e “scomparivano” (verschwanden)»(p. 429).

Questa terminologia è estrapolata da documenti che Hilberg non indica.
Per l’esattezza, «ausgesiedelt» significa «trasferiti, evacuati» e «wanderten ab» corrisponde a «emigrarono». “Abwanderung” è infatti sinonimo di “Auswanderung”, emigrazione.
Giocando sulla abusiva identificazione tra “soluzione finale” e “processo di sterminio”, Hilberg tenta di spiegare con questa teoria della conoscenza graduale il fatto che i documenti successivi continuano a parlare di deportazione all’Est. Ma ciò che deve spiegare è ben altro. Egli ammette che, alla conferenza di Wannsee, Heydrich annunciò che «al posto dell’emigrazione, il Führer aveva dato il consenso (Genehmigung) in vista del trasferimento degli Ebrei all’est come ulteriore “possibilità di soluzione” (Lösungmöglichkeit)» e riconosce che gli Ebrei, secondo il documento, dovevano essere realmente trasferiti all’Est per essere impiegati in colonne di lavoro; insinua soltanto (illecitamente, omettendo l’espressione «in caso di liberazione») che i sopravvissuti alla «diminuzione naturale» sarebbero stati uccisi.

Questo nuovo orientamento della politica nazionalsocialista, subentrato all’emigrazione, fu comunicato alle autorità competenti - ed era dunque pienamente in vigore - il 20 gennaio 1942:

ma allora come può Hilberg pretendere che Hitler avesse già preso la decisione dello sterminio prima della fine dell’estate del 1941, e che alla fine del 1941 «a Kulmhof, un campo della morte situato nella provincia (Gau), si sterminavano già gli Ebrei del Wartheland»? Perché questi Ebrei non avrebbero dovuto rientrare in un progetto generale di trasferimento di tutti gli Ebrei europei all’Est?

Con tale nuovo orientamento contrastano anche le dichiarazioni di Frank, che Hilberg adduce a favore della sua tesi della «distruzione». Egli anticipa la questione con questa breve annotazione:

«Nel Governatorato generale, l’annuncio della riunione, anche se non se ne parlava, occupava i pensieri di tutti. Bruciante d’impazienza, Frank spedì a Berlino il segretario di Stato Bühler per sondare Heydrich. Dopo un colloquio personale con il capo dell’ RSHA, Bühler venne a conoscenza di tutto ciò che si doveva sapere»(p. 426).

Nella nota 33 a p. 851, Hilberg, rimandando allla testimonianza di Bühler al processo di Norimberga, spiega che essa:

«è incompleta e costituisce una fonte d’errore quanto al problema cruciale: fino a che punto venne messo al corrente della decisione? Il fatto che Bühler sia stato informato con precisione che bisognava “liquidare” gli Ebrei, viene sottolineato da Frank nel suo discorso ai principali responsabili di divisione, nel corso della riunione tenuta nel Governatorato generale il 16 dicembre 1941. Diario di Frank, PS-2233. Il discorso di Frank viene riportato testualmente».
Successivamente Hilberg fornisce un ampio riassunto del discorso di Frank in questione e ne cita i passi che dimostrerebbero che Bühler era stato «informato con precisione che bisognava “liquidare” gli Ebrei».

La prima citazione comincia così:

«Per ciò che concerne gli Ebrei, vi dirò con tutta franchezza che essi, in un modo o in un altro, devono essere liquidati» (p. 499).

Ma il testo tedesco dice:

«Mit den Juden - das will ich Ihnen auch ganz offen sagen - muß so oder so Schluß gamacht werden», cioè:
«Con gli Ebrei - voglio dirvelo molto apertamente - bisogna farla finita in un modo o nell’altro» .

La seconda citazione è questa:

«In ogni caso, dichiarò Frank, sta per cominciare una grande migrazione ebraica. Ma cosa farne degli Ebrei? Credete che verranno inviati nei villaggi dell’Ostland? Ecco cosa ci hanno detto a Berlino:“Perché tutte queste complicazioni (Scherereien)? Non abbiamo bisogno degli Ebrei, nell’Ostland o nel Reichskommissariat. Allora, liquidateli voi stessi. Devo chiedervi di sbarazzarvi di ogni sentimento di pietà. Dobbiamo sterminare gli Ebrei ovunque ne troveremo, e ovunque ce ne sarà la possibilità» (p. 500).

La terza e ultima citazione dice:

«Gli Ebrei per noi rappresentano anche bocche inutili da sfamare e molto insaziabili. Nel Governatorato generale, ci sono circa (la stima era decisamente esagerata) 2500000 Ebrei e - sommati ai Mischlinge danno un totale che si avvicina a 3500000 persone. Non possiamo certo fucilare o avvelenare questi 3500000 Ebrei, ma potremmo, tuttavia, adottare provvedimenti che, in un modo o nell’altro, portino al loro sterminio. Questi provvedimenti giganteschi saranno messi a punto da decisioni che verranno prese nel Reich. Il Governatorato generale, come il Reich, devono essere Judenfrei [sic]. Dove e come saranno realizzati questi progetti, sarà compito dei servizi che dobbiamo designare e istituire sul posto. In seguito, verrà stilato un rapporto sulle attività di questi servizi»(p. 500).

Hilberg pretende che Bühler si fosse recato a Berlino e avesse avuto un abboccamento con Heydrich prima della conferenza di Wannsee (per l’esattezza, prima del 16 dicembre 1941), perché a suo dire Frank bruciava d’impazienza di conoscerne qualche anticipazione. In realtà Bühler non fece affatto questo viaggio preliminare, ma presenziò esclusivamente alla conferenza. Hilberg lo sapeva perfettamente, giacché la relativa testimonianza a Norimberga di Bühler, che egli giudicava «incompleta» e «fonte d’errore», prese avvio proprio dal discorso di Frank summenzionato.

Nell’udienza del 23 aprile 1946, il dottor Alfred Seidl, difensore di Rudolf Hess e di Frank, chiese a Bühler:

«Il rappresentante dell’accusa ha presentato come elemento di prova un estratto del diario di Frank sotto il numero US-281 . È un discorso su questioni ebraiche. L’imputato dott. Frank tra l’altro vi ha dichiarato:

“Perciò riguardo agli Ebrei in linea di principio mi baserò soltanto sull’aspettativa che essi scompaiano. Essi devono andarsene. Ho intrapreso trattative allo scopo di espellerli all’Est”».

Qui apro una parentesi. Hilberg stesso menziona tali trattative, scrivendo:

«Il 13 ottobre 1941, Frank si intrattenne con il ministro dei territori dell’est occupati, Rosenberg. In questa occasione, sollevò la questione del trasferimento degli Ebrei dal Governatorato generale in direzione dei nuovi territori di competenza di Rosenberg. Questi rispose che per il momento un reinsediamento di quel genere non era prevedibile».

Questo resoconto non è proprio ineccepibile. Il relativo documento dice:

«Il governatore generale passò poi a parlare della possibilità dell’espulsione della popolazione ebraica del Governatorato generale nei territori orientali occupati. Il Reichsminister Rosenberg osservò che tali aspettative gli erano già state espresse dall’amministrazione militare di Parigi( ). Al momento però egli non vede ancora alcuna possibilità per l’attuazione di tali piani di trasferimento. Tuttavia per il futuro egli si è dichiarato pronto a favorire l’emigrazione ebraica all’Est, tanto più in quanto c’è già l’intenzione di mandare nei territori orientali scarsamente popolati soprattutto gli elementi asociali che ci sono all’interno del territorio del Reich»( ).

Torniamo alla testimonianza di Bühler, che continua così:

«In gennaio [1942] avrà luogo a Berlino un grande convegno su tale questione, alla quale manderò il signor segretario di Stato dott. Bühler. Questo convegno si dovrà tenere al Reichsicherheitshauptamt presso l’SS-Gruppenführer Heydrich. Comunque comincerà una grossa emigrazione ebraica (eine große jüdische Wanderung)”».
Questa anticipazione dei temi della conferenza è strettamente conforme alla realtà. Indi l’avvocato Seidl chiese a Bühler:

«Ora Le chiedo: fu inviato dal governatore generale a questo convegno? Ed eventualmente quale fu l’argomento di questo convegno? ».
Bühler rispose:
«Sono stato inviato a questo convegno e l’argomento di questo convegno erano questioni ebraiche. Devo premettere che le questioni ebraiche nel Governatorato generale fin dall’inizio furono trattate e gestite come campo di competenza dello Höherer SS- und Polizeiführer. Per quanto l’amministrazione statale si occupava di questioni ebraiche, lo faceva soltanto con la tolleranza e sotto il controllo della Polizia. Nel corso degli anni 1940-1941 furono portate nel Governatorato generale masse enormi di persone, soprattutto Ebrei, nonostante le obiezioni e le proteste del governatore generale e della sua amministrazione. Questo inatteso, impreparato e indesiderato trasporto della popolazione ebraica di altri territori mise l’amministrazione del Governatorato generale in una situazione estremamente difficile. L’alloggiamento di queste masse umane, il loro vettovagliamento e la loro assistenza sanitaria eccedevano quasi, o si può ben dire, certamente, le capacità del territorio. Particolarmente minacciosa era la diffusione della febbre petecchiale, non solo nei ghetti, ma anche tra la popolazione polacca e anche tra i Tedeschi del Governatorato generale. Sembrava che l’epidemia, partendo dal Governatorato generale, volesse diffondersi anche nel Reich e all’Est fino al fronte.
In tale situazione venne questo invito di Heydrich al governatore generale. Il convegno doveva svolgersi originariamente già a novembre, ma poi fu più volte rinviato e si dovrebbe essere svolto nel febbraio 1942.
Pregai Heydrich di concerdermi un colloquio privato a causa dei problemi particolari del Governatorato generale, ed egli mi ricevette. Gli descrissi nel corso di esso, tra molte altre cose, la situazione catastrofica che si era creata nel Governatorato generale in conseguenza del trasporto arbitrario di popolazione ebraica. Egli mi disse allora che proprio per questo aveva invitato a questo convegno il governatore generale. Il Reichsführer-SS aveva ricevuto dal Führer l’incarico di radunare tutti gli Ebrei d’Europa e di trasferirli nell’Europa nord-orientale, in Russia. Gli chiesi se ciò significava che sarebbe cessato l’ulteriore trasporto di popolazione ebraica nel Governatorato generale e se le molte decine di migliaia di Ebrei che vi erano stati portati senza il permesso del governatore generale sarebbero stati riportati via. Heydrich mi fece sperare entrambe le cose. Heydrich dichiarò inoltre che il Führer gli aveva impartito l’ordine di istituire come riserva [ebraica] la città del Protettorato di Theresienstadt, nella quale dovevano poi essere alloggiati gli Ebrei vecchi e malati e gli Ebrei deboli, che non potevano sopportare le fatiche di un trasferimento. Da questa comunicazione mi feci la convinzione certa che il trasferimento degli Ebrei, anche se non per amore degli Ebrei, ma piuttosto per la reputazione e la considerazione del popolo tedesco, si sarebbe svolta in modo umano. Il trasferimento degli Ebrei nel Governatorato generale fu successivamente attuato solo dalla Polizia» .

Le dichiarazioni di Bühler corrispondono pienamente al protocollo di Wannsee e ciò è tanto più importante in quanto, all’epoca della sua testimonianza, questo documento era ancora ignoto: esso fu esibito solo l’anno dopo, al processo della Wilhelmstraße.

Perciò non bisogna giudicare le dichiarazioni di Bühler alla luce di quelle di Frank, come fa Hilberg, ma le dichiarazioni di Frank alla luce di quelle di Bühler. E che le dichiarazioni di Frank fossero vane minacce personali e non reali intendimenti di Berlino, risulta dal fatto che, dopo la conferenza di Wannsee, quando fu informato da Bühler sul suo contenuto, egli non fece alcun commento minaccioso.

In contraddizione con la sua affermazione che «Frank spedì a Berlino il segretario di Stato Bühler per sondare Heydrich», Hilberg, nella nota 25 a p. 1051, scrive:
«Quando il governatore generale Frank era a Berlino (metà dicembre 1941), gli si disse che “non si poteva fare nulla con gli Ebrei nell’Ostland”».

Il riferimento è sempre al protocollo della seduta governativa del 16 dicembre 1941. Così da questo documento (il PS-2233) Hilberg desume la visita a Berlino una volta di Bühler, un’altra volta di Frank, ma entrambe le visite sono fittizie!

Quanto Frank si sentisse accusato dal suo diario, risulta da questo fatto riferito da David Irving:

«L’11 gennaio 1946 Alfred Seidl, avvocato di Hans Frank, si rivolse alla Corte affinché all’ex governatore generale della Polonia fosse permesso di usare i suoi diari, di cui aveva consegnato volontariamente oltre quaranta volumi alla Settima Armata. Questi volumi si trovavano allora nella sala dei documenti del tribunale, ma gli fu permesso di usare solo gli estratti che erano stati selezionati dall’accusa. Il permesso gli fu rifiutato» .

Questa selezione, che costituisce il documento PS-2233 , contiene tutti gli elementi di accusa più importanti, nessun importante elemento di difesa.


9. Goebbels e il presunto sterminio ebraico


A dimostrazione di questa pretesa conoscenza graduale nelle gerarchie nazionalsocialiste del presunto «processo di sterminio», Hilberg cita l’esempio di Goebbels:

«Quando scroprì che il capo delle SS e della Polizia di Lublino, Globocnik, costruiva dei centri della morte, Goebbels scrisse:
“Non rimarrà granché degli Ebrei...Un giudizio sta per abbattersi sull’Ebreo [che è] barbaro. La profezia che su di loro ha emesso il Führer, perché hanno causato la nuova guerra mondiale, inizia a compiersi nel modo più terribile”»(p. 429).
Il riferimento è ad un’annotazione del 27 marzo 1942 (nota 39 a p. 852).

Questo discorso dev’essere inquadrato nel suo contesto storico. Il 7 marzo, Goebbels scrisse:

«La questione ebraica deve essere ora risolta nel quadro di tutta l’Europa. In Europa ci sono ancora 11 milioni di Ebrei. Essi devono essere anzitutto concentrati all’Est. Eventualmente, dopo la guerra (nach dem Kriege), deve essere assegnata loro un’isola, forse il Madagascar. Comunque non ci sarà pace in Europa se gli Ebrei non saranno completamente estromessi (ausgeschaltet) dal territorio europeo…» .
La concentrazione all’Est di questi 11 milioni di Ebrei non implicava ovviamente il loro sterminio biologico, dato che, dopo la guerra, doveva essere assegnata loro un’isola. Non meno importante è il fatto che la cifra di 11 milioni è tratta dalla statistica che appare a p. 6 del protocollo di Wannsee. Goebbels infatti, come riferisce Hilberg, «aveva ricevuto una copia del verbale della riunione del 20 gennaio» (p. 442), dunque era bene al corrente dell’inizio della nuova politica di deportazione ebraica nei territori orientali comunicata da Heydrich nel corso della conferenza e sapeva anche che non costituiva un «programma di sterminio».

Improvvisamente, il 27 marzo 1942, nel diario di Goebbels appare la seguente annotazione:

«Cominciando da Lublino, gli Ebrei dal Governatorato generale vengono ora espulsi verso l’Est. Qui viene impiegata una procedura piuttosto barbara e che non si può descrivere più dettagliatamente e non rimarrà granché degli Ebrei. Nel complesso, si può stabilire che il 60% di essi devono essere liquidati, mentre solo il 40% possono essere impiegati nel lavoro. L’ex Gauleiter di Vienna, che conduce quest’azione, lo fa con sufficiente circospezione e anche con una procedura che non è troppo appariscente» .

Gli storici meno avveduti citano il brano per intero; Hilberg, invece, che è più sottile, evita l’imbarazzante riferimento al 40% di abili al lavoro (percentuale superiore perfino a quella di Auschwitz). Secondo la storiografia olocaustica, infatti, i tre campi di Globocnik (Belzec, Sobibór e Treblinka) erano campi di sterminio totale, senza alcuna “selezione” di detenuti per il lavoro e senza alcuna speranza di sopravvivenza per il 40% di Ebrei abili al lavoro.

Che cos’era accaduto dal 7 al 27 marzo 1942?

Certo, il 17 marzo era entrato in funzione il presunto campo di sterminio di Belzec, ma chi e quando aveva deciso di trasformare la politica di trasferimento degli Ebrei europei all’Est, per risolvere la questione ebraica «dopo la guerra», assegnando loro un’isola, in un programma di sterminio totale?

Le decisioni comunicate dall’SS-Hauptsturmführer Höfle il 16 marzo 1942 non contengono alcun riferimento al presunto programma di sterminio: Belzec vi era considerato un campo di transito per gli Ebrei inabili, che sarebbero stati deportati «oltre il confine» nei territori orientali.
La loro “liquidazione” annunciata da Goebbels può essere interpretata solo in questo senso.

I documenti sulla deportazione ebraica nell’area dei presunti campi di sterminio smentiscono inoltre che fosse stata attuata una «procedura piuttosto barbara».
Ecco qualche esempio .

Le direttive dell’ufficio governativo incaricato del trasferimento, trasmesse in allegato alle autorità locali dal consigliere amministrativo superiore distrettuale Weirauch, prescrivevano:

«L’Ufficio del distretto di Lublino, Sezione amministrazione interna e Sezione affari relativi alla popolazione e previdenza, è responsabile di fronte a me che gli Ebrei da trasferire ricevano in assegnamento nella misura del possibile alloggi sufficienti. Agli Ebrei da trasferire si deve permettere di poter portare con sé lenzuola e coperte. Si possono inoltre portare 25 kg a persona di altri bagagli e suppellettili domestiche. Gli Ebrei, dopo l’arrivo nei loro nuovi territori di insediamento (Siedlungsgebieten) devono essere sottoposti ad osservazione medica per tre settimane. Ogni caso di malattia sospetto di febbre petecchiale dev’essere comunicato immediatamente al competente medico distrettuale» .

Il 22 marzo fu eseguito un trasferimento di Ebrei da Bilgoraj a Tarnogrod, un paesino situato a 20 km a sud di questa città. Il relativo rapporto informa:

«Il 22 marzo è avvenuta una evacuazione di 57 famiglie ebraiche con complessive 221 persone da Bilgoraj a Tarnogrod. Ogni famiglia ha ricevuto un veicolo per portare con sé il mobilio necessario e i letti. Il controllo e la sorveglianza sono stati assicurati dalla Polizia polacca e dal commando del Servizio speciale. L’azione si è svolta secondo i piani senza infortuni. Gli evacuati sono stati alloggiati il giorno stesso a Tarnogrod» .

Il passo del diario di Goebbels riportato da Hilberg contiene un riferimento alla «profezia» di Hitler. Per corroborare le sue congetture arbitrarie, Hilberg ricorre a un altro espediente: la citazione del brano del discorso di Hitler del 30 settembre 1942 (p. 430) che ho riportato sopra e che attribuisce il termine «Ausrottung» (sterminio) anche ai popoli ariani d’Europa! Così realizza un’altra finta “convergenza di prove” sul presunto sterminio ebraico.



CAPITOLO II

Le deportazioni


1. Hilberg e gli Einsatzgruppen


1.1. L’ordine di sterminio


Prima di affrontare la questione delle deportazioni nei presunti «centri di sterminio», è necessario soffermarsi sulle dichiarazioni di Hilberg riguardo all’attività degli Einsatzgruppen. Egli infatti riassume così la sua tesi sul «processo di distruzione» degli Ebrei europei:

«La fase dello sterminio si realizzò attraverso due grandi operazioni. La prima cominciò con l’invasione dell’Unione Sovietica, il 22 giugno 1941. Piccole unità di SS e di Polizia avanzarono nei territori occupati, con il compito di uccidere sul posto tutta la popolazione ebraica. Trascorse poco tempo tra la messa in opera di questi massacri itineranti e l’avvio della seconda grande operazione, che sfociò nel trasferimento degli Ebrei dell’Europa centrale, occidentale e sudoccidentale nei campi muniti di camere a gas»(p. 289).

Il presupposto storiografico di questa tesi, per quanto riguarda la «prima grande operazione», è un presunto ordine di Hitler riguardo al quale, però, Hilberg non adduce alcuna prova.

Al processo Zündel l’avvocato Christie rilevò che, nella prima edizione della sua opera, a p. 177, Hilberg aveva scritto:

«Come scaturì la fase di uccisione? Fondamentalmente, abbiamo a che fare con due decisioni di Hitler. Un ordine fu dato nella primavera del 1941... Subito dopo l’inizio delle operazioni mobili nei territori sovietici occupati, Hitler impartì il suo secondo ordine» .
L’uno avrebbe riguardato gli Einsatzgruppen, l’altro i «centri di sterminio».

Riguardo al primo ordine, il dibattimento si svolse così:

«Christie - C’è una nota per indicare dov’è quest’ordine?
Hilberg - No. Questo è un passo introduttivo a un capitolo.
Christie - A p. 177?
Hilberg - Sì. Questo è un passo introduttivo a un capitolo di ottanta pagine.
Christie - Non vi ho chiesto che cos’è. Vi ho chiesto se c’è una nota.
Hilberg - No, qui non c’è una nota.
Christie - A quale ordine vi riferite?
Hilberg - In questo caso particolare[l’] ho elaborato, nella seconda edizione, poiché ci sono molte discussioni e controversie sulla natura di quest’ordine. Così potrei dirvi a che cosa mi riferisco non solo sulla base di ciò che fu pubblicato qui nel 1961, se voi desiderate ascoltare, ma sulla base della mia conoscenza fino ad oggi.
Christie - Quale fu l’ordine?
Hilberg - All’interno dell’alto comando dell’esercito fu elaborato un piano per il “trattamento di popolazioni” nei territori che sarebbero stati occupati in conseguenza dell’invasione dell’URSS. L’ordine fu sottoposto attraverso canali ad Adolf Hitler per l’approvazione. Egli indicò che desiderava che in questa direttiva si facessero certi tagli e cambiamenti. Noi abbiamo, e io l’ho citata qui, la direttiva datata marzo 1941. Scusate, parlo di una direttiva, non di un ordine di Hitler.
Christie - A me interessa ciò che si dice qui, un or