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REVISIONISMO
Il revisionismo
storico:
Non afferma che non ci sia stata nessuna persecuzione degli
ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna privazione dei diritti
degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna deportazione degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stato nessun ghetto ebreo;
Non afferma che non ci sia stato nessun campo di concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun crematoio nei campi di
concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun ebreo morto per molte
ragioni;
Non afferma che non sia stata perseguitata nessun'altra minoranza,
come gli zingari, i testimoni di Geova, gli omosessuali, e i
dissidenti politici
Non afferma che le azioni suddette non siano state ingiuste.
RISPOSTA AD ADRIANA CHIAIA SUL “NEGAZIONISMO”
OLOCAUSTICO
Di Carlo Mattogno (2007)
In un articolo sul tristemente noto disegno di legge Mastella del
gennaio 2007 contro il “negazionismo” olocaustico, circa le presunte
olo-“confutazioni” dei miei argomenti storici, ho rilevato:
«Per quanto mi riguarda, all'inizio c'è stato qualche timido
tentativo di critica da parte degli storici, presto accantonato. Ad
essi sono subentrati nugoli di polemisti usa e getta che si sono
accaniti contro aspetti marginali di qualcuno dei miei scritti,
blaterando protervamente che le mie tesi erano “contestabilissime”,
ma scomparendo regolarmente dalla scena dopo la mia replica. Nel
libro “Olocausto: dilettanti nel web” (Effepi, Genova, 2005, pp.
118- 126) ho stilato l'elenco dei miei libri e articoli più
importanti che sono rimasti senza replica da parte di storici o
polemisti olocaustici - 23 titoli - e ho annotato i nomi di coloro
che si sono ritirati nell'ombra dopo le mie risposte - 38 autori - e
nel frattempo la lista si è allungata ulteriormente.
Nessuno ha mai confutato nessuna di queste tesi “contestabilissime”.
Non solo, ma sono io che ho confutato ad abundantiam i sostenitori
del nuovo dogma religioso olocaustico, dedicando loro sei libri:
- Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges
Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii
contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar, Padova, 1996, 322
pagine.
- L' “irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto
Rosso ad... Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Graphos,
Genova, 1998, 188 pagine.
- Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002,
182 pagine.
- Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005, 131 pagine.
- Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri
dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Effepi,
Genova, 2006, 80 pagine. [Riedizione ampliata: Ritorno dalla luna di
miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti
specialisti dell'anti-“negazionismo”. Con la replica alla “Risposta
a Carlo Mattogno” di Francesco Rotondi, 2007, 103 pagine, in:
http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.]
- Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”.
Effedieffe Edizioni, 2006, 179 pagine.
In totale: 1.082 pagine»[1].
Considerata la sfacciata malafede con cui l'articolo in questione è
stato “letto” dagli olo-propagandisti, qui la ripetizione non solo
iuvat, ma è addirittura necessaria.
Rammento dunque che in esso ho elencato i miei studi revisionistici,
i quali, oltre ai libri menzionati sopra, includono:
- su Auschwitz:
8 libri: 1.288 pagine,
25 articoli: 366 pagine,
complessivamente circa 1.650 pagine;
- su Belzec, Majdanek, Stutthof e Treblinka: quattro libri (tre in
collaborazione con Jürgen Graf): complessivamente 1.033 pagine;
- primi scritti:
11 libri: complessivamente 1.016 pagine.
Indi ho commentato:
«Da queste oltre 4.700 pagine i miei “critici” hanno estratto una
frase qua, qualche parola là (per di più, soltanto nei miei primi
scritti) e poi hanno preteso di confutarmi, di dimostrare mie
presunte metodologie capziose, mie fantasiose intenzioni occulte. Ma
neppure questo compito elementare è riuscito loro, donde
l'inevitabile appello alla “giustizia”»[2].
A questi polemisti usa e getta si è aggiunta recentemente Adriana
Chiaia, con uno scritto lungo e eterogeneo intitolato “Percorsi e
ricorsi storici: il negazionismo”[3]. Dei vari temi trattati
dall'autrice mi limiterò ad esaminare quello propriamente storico,
non senza aver prima rilevato una palese contraddizione di fondo
nella sua impostazione ideologica. Ella pretende incredibilmente che
le leggi antirevisioniste in virtù delle quali, ad esempio, in
Germania Ernst Zündel è stato condannato a cinque anni di
reclusione, Germar Rudolf a due anni e mezzo, e che imperversano non
meno funestamente, oltre che in Francia, in Austria e in Polonia,
«sono, per dirla con Gramsci, “la piccola bandiera” che, in realtà,
serve a colpire coloro che si oppongono alla lettura revisionista
della storia del XX secolo, coloro che sioppongono alla
falsificazione della storia del movimento operaio rivoluzionario e
comunista e alla criminalizzazione del comunismo e che, con rigorose
ricerche e pochi mezzi – al contrario dei revisionisti, che godono
dell’appoggio governativo e delle sovvenzioni dei padroni dei
maggiori mezzi di comunicazione – lavorano per ristabilire la verità
storica».
Adriana Chiaia illustra la sua singolare tesi con quest'esempio:
«Annie Lacroix-Riz, professoressa di storia contemporanea presso
l’Università di Parigi VII e storica di rinomanza internazionale è,
da anni, oggetto delle persecuzioni di un’organizzazione di
nostalgici dell’Ucraina e della Russia “bianche”. Questa
organizzazione, che è arrivata al punto di minacciarla fisicamente,
ha esercitato pressioni politiche su deputati francesi, e si è
rivolta perfino all’allora Presidente Chirac, affinché Annie Lacroix
fosse sanzionata dall’amministrazione dell’Università. Ci sono
voluti una vasta mobilitazione democratica di personalità della
cultura a livello internazionale, di associazioni e di militanti
antifascisti e l’intervento dei sindacati perché ciò non accadesse.
Il ‘crimine’ di Annie Lacroix-Riz consiste nelle sue ricerche
storiche che smantellano – su rigorose basi documentarie – il luogo
comune, ormai fatto proprio anche dagli ambienti scientifici, del
genocidio degli Ucraini, che sarebbe stato programmato e perpetrato
da Stalin durante la carestia che colpì l’URSS negli anni 1932-33.
Gli attacchi contro la professoressa Lacroix non sono, tuttavia,
terminati. Essi minacciano la sua sicurezza fisica e il suo posto di
lavoro e minano la serenità necessaria per le sue ricerche
storiche».
Se si sostituisse “Robert Faurisson” a “Annie Lacroix-Riz” si
otterrebbe un quadro ancora educorato della realtà, sia perché le
persecuzioni e le aggressioni fisiche subìte dallo storico francese
sono di gran lunga più gravi, sia perché in veste di persecutore non
ha agito una qualunque “organizzazione di nostalgici”, ma lo Stato
francese.
Mutatis mutandis, le parole di Adriana Chiaia si attagliano
perfettamente a Faurisson, il cui “crimine” «consiste nelle sue
ricerche storiche che smantellano – su rigorose basi documentarie –
il luogo comune, ormai fatto proprio anche dagli ambienti
scientifici, del genocidio degli Ebrei».
Per Adriana Chiaia il “negazionismo” è evidentemente a senso unico:
giusto e sacrosanto se si tratta di negare i crimini di Stalin,
ignobile e aberrante se entra in gioco il presunto olocausto.
Ciò premesso, vediamo quale sia il valore dei suoi argomenti.
Rilevo anzitutto che lo scritto di Adriana Chiaia è caratterizzato
da una profonda ignoranza dei cardini della storiografia olocaustica
(per non parlare di quella revisionistica); da una confusione tra la
persecuzione nazionalsocialista degli Ebrei - che nessuno nega - e
il preteso sterminio ebraico; dal conseguente ricorso a fonti non
solo di seconda mano, ma oltremodo datate e infine da argomentazioni
storiche insulse.
Nelle sue note campeggiano titoli come:
-William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore,
Torino, 1962;
- Enzo Collotti, La Germania nazista, Giulio Einaudi editore,
Torino, 1962;
- Walther Hofer, Il Nazionalsocialismo. Documenti 1933-1945,
Feltrinelli editore, Milano,1964.
Stranamente, ella non menziona le opere olocaustiche di L. Poliakov
e di G. Reitlinger, parimenti datate e accessibili in italiano, ma
almeno un po' più serie.
Per la verità Adriana Chiaia si appella anche ad un'opera meno
vetusta: il “Calendario” di Auschwitz di Danuta Czech, riguardo al
quale scrive:
«In un recente articolo apparso su il manifesto, Enzo Collotti,
storico che dal dopoguerra si è dedicato allo studio del nazismo e
autore di libri fondamentali sul tema, segnala quella che egli
chiama “una pietra miliare della storiografia su Auschwitz”. Si
tratta dell’opera della studiosa polacca, D. Czech, dal titolo
Kalendarium. Gli avvenimenti del campo di concentramento di
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, nella quale si ricostruisce con un
paziente lavoro di archivio (proveniente in gran parte dai documenti
originali tedeschi della gestione del lager, scampati alla
distruzione precedente all’arrivo dell’Armata Rossa) il processo con
cui ha preso forma la tragica macchina di morte del lager».
L'articolo in questione è datato 9 febbraio 2007, ma l'opera
recensita, il “Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945”, nella sua versione tedesca riveduta e
corretta risale al 1989[4], dunque Collotti ha impiegato diciotto
anni per accorgersi dell'esistenza di questa “pietra miliare della
storiografia su Auschwitz” - ha dovuto aspettare che l'opera fosse
disponibile in italiano!
Il “Calendario” di D. Czech è una cronaca che riporta giorno per
giorno gli avvenimenti principali della storia del campo di
Auschwitz. Esso è uno strumento storico utile per quanto riguarda i
fatti documentati, uno strumento puramente propagandistico per
quanto attiene alle asserzioni non documentate, che sono quelle più
importanti, in quanto riguardano le presunte gasazioni omicide. A
questo proposito, i riferimenti addotti da D. Czech possono forse
impressionare studiosi come Collotti, non certo chi tali riferimenti
conosce bene ed è in grado di verificarli. Mi spiego subito con
qualche esempio.
Adriana Chiaia ritiene opportuno soffermarsi su qualche passo
dell'articolo di Collotti:
«Riferendosi alla ricostruzione cronologica, che costituisce il
criterio dell’opera, Collotti scrive: “Dalle esecuzioni più
primitive [cioè le fucilazioni e le impiccagioni dei prigionieri
polacchi e russi, il primo trasporto di ebrei di varie nazionalità
essendo arrivato il 30 marzo 1942. N.d.r.] si passa con un crescendo
alla morte tecnologica (le gassazioni). La prima selezione con gas
ha luogo il 4 maggio 1942».
Collotti non ha neppure colto la sequenza fondamentale dei presunti
eventi che avrebbero condotto allo sterminio sistematico in “camere
a gas” omicide installate nei crematori di Birkenau. A tale epilogo
le SS - secondo il “Calendario” - sarebbero giunte attraverso tre
fasi intermedie:
- la prima gasazione omicida, presuntamente avvenuta nello
scantinato del Block 13 di Auschwitz (divenuto poi il Block 11 per
un cambiamento della numerazione) il 3-5 settembre 1941;
- l'utilizzazione della camera mortuaria (Leichenhalle) del
crematorio I di Auschwitz come camera a gas omicida (a partire dal
16 settembre 1941);
- la trasformazione di due case coloniche preesistenti nell'area di
Birkenau in camere a gas omicide (20 marzo e 30 giugno 1942)(i
cosiddetti “Bunker” 1 e 2[5]).
A ciascuna di queste fasi ho dedicato uno studio specifico basato su
una ricca documentazione di prima mano:
1) Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova, 1992, 190
pp.
Traduzione americana: Auschwitz: The First Gassing. Rumor and
Reality. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. Testo
accresciuto, riveduto e corretto. 159 pp.
2) Auschwitz: Crematorium I and the Alleged Homicidal Gassing.
Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. 138 pp.
3) The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History. Theses
& Dissertations Press, Chicago, 2004. 264 pp.
Come ho già rilevato altrove[6], lo studio olocaustico più
approfondito - o meno superficiale - su questi tre aspetti
essenziali della presunta politica di sterminio ebraico ad Auschwitz
è costituito dalle 33 pagine che vi ha dedicato Franciszek Piper -
direttore della sezione storica del Museo di Auschwitz[7]; i miei
tre studi summenzionati coprono circa 600 pagine e già questo
semplice confronto dimostra l'inconsistenza e l'inettitudine della
storiografia olocaustica sulla genesi e gli sviluppi del presunto
sterminio ebraico ad Auschwitz.
Sto ancora aspettando che qualche olo-storico o olo-propagandista si
pronunci su questi studi. Forse Collotti?
Quanto alla «prima selezione con gas» che ebbe presuntamente luogo
il 4 maggio 1942, D. Czech non sa fare di meglio che appellarsi a
due testimonianze, una del 1947 (processo Höss), l'altra del 1978! (Czeslaw
Ostankowicz).
I documenti infatti non confermano affatto questa presunta
“selezione”, anzi, se mai, la sfatano clamorosamente.
D. Czech non indica il numero dei “selezionati” e si limita a
riferire che, dopo la presunta gasazione, «la forza di questa
baracca ammonta a 1.200 detenuti»[8].
Una delle sue fonti, Czeslaw Ostankowicz, afferma invece che dalla
baracca furono selezionati 20 polacchi, alcuni francesi e 180 Russi
abili al lavoro, poco più di 200 persone, mentre «il resto dei 1.200
detenuti politici», dunque poco meno di 1.000 persone, furono gasati
il 4 e 5 maggio 1942[9].
Esiste un importante documento che smentisce questo presunto evento.
Si tratta dello Stärkebuch, il registro della forza del campo
maschile di Auschwitz che va dal 19 gennaio al 19 agosto 1942. Esso
registra la forza numerica all'appello del mattino e della sera, i
nomi dei detenuti nuovi arrivati e di quelli morti (oltre che di
quelli trasferiti e rilasciati). La presunta “selezione” avrebbe
riguardato detenuti immatricolati, perciò le presunte vittime devono
figurare in questo registro tra i “Verstorbene Häftlinge” (detenuti
morti). Dal 1° al 10 maggio 1942 la mortalità giornaliera nel campo
maschile fu la seguente[10]:
data
detenuti
prigionieri di guerra sovietici
1 maggio
134
185
2
53
185
3
64
183
4
89
182
5
87
182
6
144
182
7
89
179
8
135
176
9
61
174
10
49
172
Il tasso di mortalità prima del 4-5 maggio 1942 e dopo non subì
variazioni di rilievo, dunque nello Stärkebuch non c'è traccia dei
quasi 1.000 presunti gasati.. Le presunte vittime facevano parte
della forza del campo dello Stammlager Auschwitz, perciò, oltre che
in questo registro, dovrebbero apparire anche nel Leichenhallenbuch,
il registro della camera mortuaria del Block 28, che va dal 7
ottobre 1941al 31 agosto 1943. Per il periodo summenzionato essa
riporta infatti i seguenti decessi[11]:
data
detenuti
1 maggio
24
2 ''
15
3 ''
9
4 ''
31
5 ''
45
6 ''
28
7 ''
23
8 ''
25
9 ''
14
10 ''
12
Anche questo documento smentisce la presunta uccisione di poco meno
di 1.000 detenuti il 4 o 5 maggio 1942.
E - per favore - non mi si venga a parlare di una fantomatica
“doppia contabilità” delle SS, tesi insensata che dimostra soltanto
una spaventosa ignoranza della burocrazia di Auschwitz.
Nella stessa pagina in cui menziona la prima “selezione”, D. Czech
dà un altro saggio della sua professionalità. Ella ci informa che un
medico SS ordina nella farmacia del campo 3 kg di fenolo «che viene
usato all'ospedale dei detenuti per uccidere detenuti mediante
iniezioni di fenolo al cuore»[12]. Ma il riferimento riguarda solo
l'ordinazione: da che allora cosa D. Czech desume che questo fenolo
serviva a scopo omicida? Dal suo silenzio. Ella tace infatti che ad
Auschwitz furono effettuate migliaia di operazioni chirurgiche[13]
e, come è noto, il fenolo è un disinfettante energico che era stato
introdotto nelle operazioni chirurgiche fin dal 1867[14].
E che dire del fatto che ella ha occultato almeno 97.000 detenuti
trasferiti in altri campi nel 1944, creando così altrettanti finti
gasati?[15].
In uno dei miei libri citati sopra - Auschwitz: la prima gasazione -
ho esposto in uno speciale paragrafo “La metodologia storiografica
di Danuta Czech”, dimostrando come ella abbia inventato un racconto
fittizio e storiograficamente inconsistente sulla base di un mosaico
di dichiarazioni contraddittorie su tutti i punti essenziali: quelle
dei testimoni Kula, Krokowski, Koczorowski, Taul, Mylyk, Glinski,
Smuzewski, Banach e Kielar.
Riporto i punti salienti di quest'analisi:
«- Danuta Czech trae il numero dei detenuti malati selezionati (250)
dalla testimonianza di Kula, quello dei prigionieri russi (600)
dalle testimonianze di Krokowski, Koczorowski, Mylyk e Glinski;
tuttavia il testimone Krokowski afferma che i detenuti malati
selezionati furono 400, il testimone Smuzewski fornisce un totale di
980 vittime e il testimone Banach parla di 800 Russi, tra cui 120
detenuti politici.
- Danuta Czech scrive che la mattina del giorno dopo quello della
gasazione (4 settembre), Palitzsch aprì la porta «delle celle» e
constatò che «alcuni» prigionieri di guerra russi erano ancora vivi.
La fonte è la testimonianza di Kula, il quale però afferma che ciò
accadde il pomeriggio del giorno dopo (“Il 15 agosto[16], verso le 4
di pomeriggio, Palitzsch, con una maschera antigas...”); egli
precisa inoltre che Palitzsch aprì la porta “dei Bunker”, ossia
dello scantinato, non delle celle, e constatò che “le persone” -
evidentemente tutte, non alcune - che vi si trovavano erano ancora
vive.
- Danuta Czech asserisce inoltre che la notte del 4 settembre, cioè
ancora il giorno dopo quello della gasazione, Palitzsch adunò «20
detenuti della compagnia di punizione del Block 5a e tutti gli
infermieri dell'ospedale”, più altri due detenuti, i quali
cominciarono subito ad evacuare i cadaveri. Ma secondo il testimone
Kula, lo scantinato del Block 11 fu riaperto la sera del 16 agosto,
cioè due giorni dopo quello della gasazione [rispetto alla data
riferita da questo testimone]; anche il testimone Kielar afferma che
l'evacuazione dei cadaveri iniziò due giorni dopo, per l'esattezza
la sera del secondo giorno, mentre il testimone Glinski dichiara che
essa cominciò tre giorni dopo. Questo stesso testimone afferma
inoltre che tale operazione fu eseguita da circa 20 medici e
infermieri, che Danuta Czech trasforma in «20 detenuti della
compagnia di punizione del Block 5a”, mentre il testimone Banach
dichiara che essa fu eseguita da «alcune decine» di detenuti della
compagnia di punizione. Il testimone Glinski, che era infermiere,
asserisce che l'operazione fu compiuta soltanto da infermieri e
medici, mentre il testimone Banach, che era membro della compagnia
di punizione, dichiara che l'operazione fu eseguita soltanto dai
detenuti della compagnia di punizione. Dunque: infermieri o detenuti
della compagnia di punizione. Danuta Czech risolve elegantemente il
dilemma: infermieri e detenuti della compagnia di punizione!
- Danuta Czech scrive che i cadaveri dei gasati furono portati al
crematorio e cremati, ma il testimone Kula afferma che essi “non
furono cremati nel crematorio, ma furono portati in direzione di
Brzezinka [Birkenau], dove furono inumati”.
- Danuta Czech asserisce poi che il trasporto dei cadaveri al
crematorio durò due notti e si concluse la notte del 5 settembre. Ma
i testimoni Mylyk e Smuzewski affermano che questo lavoro fu
eseguito in una sola notte.
Si sarà notato che Höss non rientra nel novero dei testimoni citati
da Danuta Czech. La ragione è semplice: la sua testimonianza, alla
portata di tutti e controllabile da chiunque, è in contraddizione
troppo flagrante con il resoconto di Danuta Czech, perché egli
riferisce che lo Zyklon B provocò la morte immediata delle
vittime”»[17],
mentre la redattrice del “Calendario”, come ho accennato sopra,
pretende che la mattina del giorno dopo quello della gasazione
alcuni prigionieri di guerra russi erano ancora vivi.
D. Czech menziona la gasazione di centinaia di trasporti ebraici, a
partire da quella di un trasporto di Ebrei slovacchi in data 4
luglio 1942, ma senza mai fornire non dico la minima prova, ma
neppure il minimo indizio documentario a sostegno della sua pretesa.
Ella, come tutti gli storici olocaustici, presuppone
aprioristicamente che tutti i detenuti non immatricolati fossero
stati gasati. Nella prima edizione tedesca del suo “Calendario”[18]
figurano 91 trasporti di Ebrei provenienti dall’Ungheria tra il 2
maggio e il 18 ottobre 1944, da cui risultano immatricolate
complessivamente 29.159 persone. Quanto al destino delle persone non
immatricolate, D. Czech sentenziava invariabilmente: «Die Übrigen
wurden vergast» (i restanti furono gasati)[19].
Basandosi su questi dati, in un articolo apparso nel 1983, Georges
Wellers concluse che nel 1944 erano stati deportati ad Auschwitz
437.402 Ebrei ungheresi in 87 treni, di cui, secondo i suoi calcoli,
27.758 erano stati immatricolati e i restanti 409.644 erano stati
gasati immediatamente all'arrivo[20].
In realtà le deportazioni degli Ebrei ungheresi erano cessate l'8
luglio 1944. D. Czech fu successivamente costretta a riconoscere
questo fatto e anche ad ammettere che decine di migliaia di Ebrei
ungheresi furono accolti senza immatricolazione nei settori BIIe,
BIIc, BIIb e BIII di Birkenau, che nei documenti vengono designati «Durchgangslager
(campo di transito) KL Auschwitz II». Fatto notorio, perché già al
processo Höss un testimone tenuto in grande considerazione da D.
Czech, Otto Wolken, aveva dichiarato che nel 1944 le donne ungheresi
erano state accolte inizialmente nel campo BIIc, dove dovevano
dormire in due turni, poi nel Bauabschnitt (settore di costruzioni)
III, dove furono alloggiate in 50.000[21].
Nella seconda edizione tedesca del “Calendario” sono registrati
circa 25.000 detenuti non immatricolati che passarono per il “Durchgangslager”,
ma il numero effettivo è di almeno 98.600[22].
E che dire dei trasporti ebraici registrati da D. Czech tra il 5
maggio e il 18 agosto 1942 che sarebbero stati gasati interamente?
Del loro arrivo ad Auschwitz non esiste neppure il più vago indizio
documentario. Con questi finti trasporti la redattrice del
“Calendario” lucra oltre 22.200 finti gasati. In tale contesto, ecco
un altro esempio della sua serietà.
In data 8 novembre 1942 ella registra l'arrivo di due trasporti
ebraici (uno dal distretto di Zichenau, l'altro da quello di
Bialystok) con 1.000 Ebrei ciascuno, che sarebbero stati tutti
gasati all’arrivo[23]. Per entrambi i trasporti D. Czech indica come
fonte il diario del dott. Kremer (sul quale ritornerò sotto):
«Questa è la dodicesima azione speciale (Sonderaktion) alla quale il
dott. Kremer partecipa. (KL Auschwitz in den Augen der SS,op. cit.,
Diario di Kremer, p. 232)».
«Questa è la tredicesima azione speciale (Sonderaktion) alla quale
il dott. Kremer partecipa. (KL Auschwitz in den Augen der SS, op.
cit., ., Diario di Kremer, p. 232)»[24].
Questa fonte è smentita dall’opera stessa invocata da D. Czech. Nel
libro “Auschwitz in den Augen der SS” (edizione del 1997) si legge
infatti il seguente testo del diario del dott. Kremer:
«8 novembre 1942. Stanotte [ho] partecipato a due azioni speciali (Sonderaktionen)
con fosco tempo autunnale piovoso (dodicesima e tredicesima)».
Dunque il dott. Kremer non menziona né l’arrivo dei due trasporti,
né il numero dei deportati, che sono pertanto semplici invenzioni di
D. Czech.
In nota Jadwiga Bezwinska e D. Czech stessa (!) spiegano:
«Quel giorno furono internati Ebrei dal campo di concentramento di
Lublino (Majdanek); 25 uomini furono ammessi al campo come detenuti,
gli altri (non si sa quanti) furono gasati»[25].
Perciò D. Czech non ha mai avuto la minima prova dell’arrivo ad
Auschwitz dei due trasporti summenzionati, che devono dunque essere
considerati fittizi.
Spero che queste osservazioni siano sufficienti a dare un'idea di
che cosa sia in realtà questa presunta “pietra miliare della
storiografia su Auschwitz”.
Torniamo ad Adriana Chiaia, che continua così:
«Collotti riporta poi una citazione dal lavoro della Czech, che
annota per la data del 2 settembre 1942: “il medico del campo SS
Kremer scrive nel suo diario: ‘Presente per la prima volta ad
un’azione speciale; fuori alle 3 di notte. In confronto qui
l’Inferno di Dante mi sembra quasi una commedia. Non per niente
Auschwitz è definito campo di sterminio!’”. E Collotti
commenta:“potrebbe essere l’epigrafe dell’intero Kalendarium”».
Faurisson si era occupato in modo approfondito del diario del dottor
Johann Paul Kremer già nel 1980[26], ma Adriana Chiaia, che pretende
di confutarlo sul piano storico, non cita neppure di sfuggita le sue
osservazioni al riguardo.
L'interpretazione olocaustica di questo documento presuppone - anche
qui aprioristicamente e senza uno straccio di prova - che il termine
“Sonderaktion” (azione speciale) che vi appare varie volte sia un
“criptonimo” che designava le gasazioni omicide, al pari di altri
termini come “Sonderbehandlung” (trattamento speciale),
“Sonderbaumassnahme” (misura speciale), “Sondertransporte”
(trasporti speciali), “Sonderkeller” (scantinato speciale),
“Spezialeinrichtung” (installazione speciale).
In riferimento ad Auschwitz - come ho ricordato (invano) più volte
-, a questa presunta decifrazione gli olo-storici più preparati
hanno dedicato al massimo qualche riga. La spiegazione del nuovo
esperto mondiale di Auschwitz (dopo la morte di Jean-Claude Pressac),
Robert Jan van Pelt, è veramente prodigiosa, un vero capolavoro di
storiografia scientifica:
«Ogni volta che erano designati come installazioni di sterminio, i
crematori venivano denominati Spezialeinrichtungen (installationi
speciali) per la Sonderbehandlung (trattamento speciale) di
detenuti. L'ultimo termine si riferiva all'uccisione»[27].
E questo è tutto in un libro su Auschwitz di oltre 500 pagine!
I numerosi documenti che ho trovato a Mosca mostrano invece che
questi termini si riferivano a molti aspetti “normali” della vita
del campo di Auschwitz – dalla disinfestazione e immagazzinamento
degli effetti personali dei detenuti all’impianto di disinfestazione
di Birkenau (Zentralsauna), alle forniture di Zyklon B per la
disinfestazione, all’ospedale dei detenuti (Häftlingslazarett)
progettato nel settore BIII del campo di Birkenau, alla ricezione
dei deportati e alla selezione degli abili al lavoro, ma non avevano
in alcun caso una connotazione criminale, e la presunta
“decifrazione” proposta dalla storiografia olocaustica è
storicamente e documentariamente infondata. Ho presentato la
relativa dimostrazione, accompagnata da una selezione di 26
documenti, molti dei quali prima ignoti persino agli specialisti,
nel libro “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato[28].
Per fare un solo esempio, un documento del 18 dicembre 1942 menziona
una “Sonderaktion” (azione speciale) che consistette
nell'interrogatorio di tutti gli operai civili da parte della
Gestapo dopo uno sciopero(!) per le ferie natalizie[29]. All'epoca
infatti nel “campo di sterminio” lavoravano 950 operai civili[30].
Perfino il termine “Sonderkommando”, comunemente riferito ai
detenuti pretesamente addetti alle gasazioni nei crematori, è
fasullo, in quanto da un lato ad Auschwitz esistettero
documentariamente almeno undici “Sonderkommandos”, dall'altro
nessuno di questi si riferì mai al personale in questione, che
invece veniva chiamato “Krematoriumspersonal” (personale del
crematorio) oppure con il relativo numero di “Kommando”: ad esempio,
“206-B Heizer Krematorium I. u.II. 207-B Heizer Krematorium III. U.
IV.”[31].
È ben vero che l'annotazione del dott. Kremer summenzionata dice che
«in confronto a ciò l'inferno di Dante mi sembra una commedia»,
tuttavia Faurisson in questo contesto menziona una lettera di Kremer
datata 21 ottobre 1942 nella quale egli scrive tra l’altro:
«A dire il vero non ho ancora una risposta definitiva, ma mi aspetto
di poter essere di nuovo a Münster prima del 1° dicembre e di
volgere così le spalle definitivamente a questo inferno di Auschwitz,
dove oltre al tifo petecchiale ecc. ora appare anche il tifo»[32].
L’ “Inferno” di Auschwitz aveva dunque una inequivocabile relazione
con il tifo e le altre malattie che imperversavano al campo.
Veniamo infine al “campo di sterminio”. Rilevo subito che questa
traduzione è inesatta. Il testo tedesco è “das Lager der Vernichtung”,
“il campo dello sterminio”[33]. Il significato reale di questa
espressione si desume dal contesto storico.
Kremer ricevette l’ordine di trasferimento ad Auschwitz il 28 agosto
1942 e giunse al campo il giorno 30. La sua prima annotazione dopo
l’arrivo riguarda le malattie infettive che vi infuriavano:
«Al campo a causa di numerose malattie infettive (febbre
petecchiale, malaria, diarrea)[vige la] quarantena».(Im Lager wegen
zahlreicher
Infektionskrankenheiten (Fleckfieber, Malaria, Durchfälle)
Quarantäne)».
La quarantena era stata ordinata dal comandante Höss il 23 luglio
come “chiusura totale del campo” (vollständige Lagersperre). Kremer
arrivava nel momento in cui l’epidemia aveva raggiunto la massima
intensità.
Nel mese di agosto erano morti 8.600 detenuti. Per due volte, il 19
e il 20, la mortalità aveva superato la soglia dei 500 decessi al
giorno. Nella seconda metà del mese, dal 15 al 31, vi furono quasi
5.700 decessi, con una media giornaliera di oltre 330 decessi.
All’inizio di settembre la mortalità media aumentò ulteriormente. Il
1° settembre morirono 367 detenuti, il 2 settembre 431.
Il confronto con gli altri campi di concentramento mostra che
Auschwitz aveva un tasso di mortalità immensamente superiore. Nel
complesso Mauthausen-Gusen nell’agosto 1942 morirono 832 detenuti, a
Dachau 454 detenuti, a Buchenwald 335 detenuti, a Stutthof circa
300. Perfino il campo di Lublino-Majdanek, nonostante la sua
altissima mortalità di 2.012 detenuti, ebbe appena il 23% dei
decessi che vi furono ad Auschwitz. Il 2 settembre 1942, dunque, per
la sua altissima mortalità “naturale” (che non include le presunte
gasazioni omicide) rispetto agli altri campi, Auschwitz era davvero
“das Lager der Vernichtung” [34].
Quanto al significato delle “Sonderaktionen” cui partecipò il dott.
Kremer, qui posso soltanto accennare allo scenario generale in cui
si collocavano.
Gli Ebrei che venivano deportati ad Auschwitz nel quadro
dell'evacuazione nei territori orientali occupati (cioè i cosiddetti
trasporti RSHA), arrivati al campo, subivano una selezione: gli
abili al lavoro venivano immatricolati, gli inabili proseguivano il
loro viaggio verso l'Est. Ciò è detto esplicitamente nel rapporto di
Oswald Pohl, capo dell'Ufficio centrale economico e amministrativo
delle SS (SS-WVHA), a Himmler del 16 settembre 1942:
«Gli Ebrei abili al lavoro destinati alla migrazione verso l’Est
interromperanno dunque il loro viaggio e dovranno eseguire lavori
nell’ambito degli armamenti».
(Die für die Ostwanderung bestimmten arbeitsfähigen Juden werden
also ihre Reise unterbrechen und Rüstungsarbeiten leisten müssen”)[35].
La “ Ostwanderung” era appunto la deportazione ebraica all'Est.
Ad Auschwitz avvenivano selezioni anche tra i detenuti
immatricolati, ma non certo per le “camere a gas”. Ad esempio, il 27
maggio 1943 l’SS-WVHA ordinò al comandante del campo di Auschwitz di
trasferire al KL Lublino (Majdanek) «800 detenuti malati di malaria»
(800 Malariakranke Häfltinge)[36]. Un documento successivo, il
rapporto trimestrale del medico del campo di Auschwitz datato 16
dicembre 1943, spiega che tutti i malati di malaria nel 1943 furono
trasferiti al campo di Lublino perché esso si trovava in una zona
priva di zanzara anofele[37]. Tra il gennaio e il marzo 1944 al
campo di Lublino furono trasferiti circa 20.800 detenuti malati
provenienti dai campi di Buchenwald, Flossenbürg, Neuengamme,
Ravensbrück e Sachsenhausen, tra i quali circa 2.700 invalidi da
Sachsenhausen e 300 ciechi da Flossenbürg[38].
Uno dei significati del termine “Sonderaktion” era l’internamento di
un trasporto ebraico e tutte le operazioni di ricezione e di
smistamento connesse. In questo contesto generale il dott. Kremer
partecipò a varie “azioni speciali”, inclusi i due tipi di selezione
esposte sopra.
Lublino si trova circa 280 km circa a nord-est di Auschwitz: se le
“Sonderaktionen” che vi venivano attuate miravano alla “gasazione”
di detenuti malati, perché i malati di malaria del campo furono
inviati a Lublino? E perché 20.800 detenuti malati provenienti dai
campi del Reich andarono a est di Auschwitz senza subire alcuna “gasazione”?
Adriana Chiaia passa poi ad occuparsi dell'intervista concessa da
Faurisson nel 1979 a Storia Illustrata, che ella trae dal sito
aaargh[39].
Non c'è proprio dubbio: costei, nel campo storiografico, è rimasta
indietro di qualche decennio.
Indi ella espone i suoi nobili intenti:
«Nell’ambito di questo lavoro, mi limiterò a citare alcune risposte
di Faurisson al suo intervistatore confrontandole con fonti storiche
d’indiscutibile valore scientifico, allo scopo di metterle a
disposizione dei compagni e dei lettori (e sono la maggioranza) che,
assillati dai gravi problemi di lavoro e dalle sempre peggiori
condizioni di vita, non hanno il tempo per informarsi direttamente».
Indi cita vari brani dell'intervista in questione - tra i quali
questo: «I forni crematori costituivano un progresso dal punto di
vista sanitario nel caso di rischi di epidemie» - e osserva:
«Viene fatto di commentare, con amara ironia, che, per ovviare a
tale inquietudine, i nazisti provvidero alla ‘inumazione’ di
migliaia di cadaveri, gettati nelle fosse, in determinate
circostanze (quando: “Perfino le camere a gas risultarono
insufficienti e si dovette ricorrere alle fucilazioni in massa…”) e
nelle zone sovietiche occupate: vedi, ad esempio, il burrone di
Babij Jar, nelle vicinanze di Kiev, dove per giorni e giorni
funzionarono ininterrottamente le mitragliatrici, mentre venivano
ammucchiati, strato su strato, i cadaveri di almeno ventimila ebrei
e di persone di altre nazionalità».
Qui, a quanto pare, Adriana Chiaia vuole opporre la pratica ad
Auschwitz (anche) dell'inumazione a quella (soltanto) della
cremazione (ma a che scopo?). Come fonte (nota 10) ella cita
“William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore,
Torino, 1962, pp. 1048-1049”. Qui ella menziona evidentemente di
seconda mano, perché prende un grossolano abbaglio. Il testo da lei
citato non avvalora affatto la sua tesi:
«Perfino le camere a gas risultarono insufficienti e si dovette
ricorrere alle fucilazioni in massa secondo la tecnica degli
Einsatzkommando. I corpi venivano semplicemente buttati in fosse e
bruciati, alcuni solo parzialmente, e una livellatrice vi gettava
sopra della terra»[40].
Dunque qui non si tratta di inumazione, ma delle fantomatiche “fosse
di cremazione”[41].
Per quanto riguarda la storiella delle “fucilazioni in massa” quando
le presunte camere a gas di Auschwitz “risultarono insufficienti”,
essa (tra i testimoni fondamentali, quelli che asserivano di aver
fatto parte del cosiddetto “Sonderkommando”) fu sostenuta soltanto
da Miklos Nyiszli. Secondo la storiografia olocaustica attuale (non
quella di quarant'anni fa), l'eccedente delle presunte vittime che,
nell'estate del 1944, non trovava posto nei crematori di Birkenau,
fu gasata nel cosiddetto “Bunker 2” e cremata in “fosse di
cremazione” vicine, che in realtà non sono mai esistite. Secondo
Nyiszli, invece, in riferimento agli stessi luoghi e allo stesso
periodo, il “Bunker 2” non era affatto una struttura di gasazione,
ma un semplice spogliatoio per le vittime, che venivano uccise ad
una ad una con un colpo alla nuca sul ciglio di due inesistenti
“fosse di cremazione”.
Infine, l'unica prova materiale della fucilazione di “almeno
ventimila” vittime a Babi Jar è una fotografia sovietica che mostra
“Resti di scarpe e di vestiti di cittadini sovietici fucilati dai
Tedeschi”![42].
Adriana Chiaia continua poi la sua “confutazione”:
«Sulle ditte fornitrici del gas Zyklon (o Ciclon [quando mai! C.M.][43])
B (in quantità industriale) e sulle ditte specializzate nella
costruzione di forni crematori e delle relative attrezzature
(ascensori, carrelli trasportatori di cadaveri) esiste la
documentazione incontrovertibile degli originali delle relative
offerte, ordinazioni e fatture.
Per non parlare della responsabilità dei banchieri, che erano a
conoscenza dell’origine degli oggetti di valore sottratti ai
deportati (persino le protesi dentarie d’oro strappate ai
cadaveri!), vero e proprio bottino di guerra che veniva depositato
nelle banche, come risultò nel processo di Norimberga».
Sul primo punto ripeto ciò che ho già rilevato altrove[44]. Poiché
lo Zyklon B fu usato notoriamente in tutti i campi di concentramento
tedeschi a scopo di disinfestazione, come si potrebbe dedurre dalle
ordinazioni di questo insetticida che esso fu usato a scopo omicida?
Ad esempio, Kurt Gerstein esibì dodici fatture della Degesch a suo
nome relative alla fornitura di 2.370 kg di Zyklon B dal 16 febbraio
al 31 maggio 1944, 1.185 kg per Auschwitz e 1.185 kg per Oranienburg.
Da che cosa si può desumere che la fornitura di Zyklon B ad
Auschwitz sia la “prova” di uno sterminio in massa, dato che a
Oranienburg (Sachsenhausen) non fu attuato alcuno sterminio in massa
in camere a gas omicide a Zyklon B? Anche i forni crematori furono
installati e usati in tutti i campi di concentramento, sicché la
relativa “documentazione incontrovertibile” non dimostra nulla circa
il presunto sterminio in massa.
Per il secondo punto Adriana Chiaia (nota 11) rimanda di nuovo al
libro di Shirer menzionato sopra. Qui si tratta di una rapina
sistematica e su vasta scala effettuata su persone vive (all'arrivo
di un convoglio ebraico a Birkenau, i deportati dovevano abbandonare
i loro averi sulla cosiddetta rampa, che essi venissero
immatricolati o inviati senza immatricolazione nel “campo di
transito” o gasati. Ciò non prova affatto uno sterminio effettuato
in camere a gas.
Veniamo alla questione delle “protesi dentarie d’oro strappate ai
cadaveri”.
Nei crematori di Birkenau esisteva una “Häftlingszahnstation des
K.L. Auschwitz” (laboratorio dentistico dei detenuti) la quale
provvedeva alla rimozione dei denti d’oro dalla bocca dei cadaveri
prima della cremazione. Per ogni cadavere veniva redatto un rapporto
alla Sezione Politica del campo nel quale veniva indicato il numero
di matricola del detenuto, il numero e il tipo di metallo dei denti
estratti[45]. Negli archivi del Museo di Auschwitz sono conservati
numerosi rapporti dai quali risulta che, dal 16 maggio al 10
dicembre 1942, a 2.904 cadaveri di detenuti immatricolati furono
estratti 16.325 denti d'oro[46], ma non esiste un solo rapporto che
si riferisca all'estrazione di denti d'oro ad un detenuto non
immatricolato, cioè a un presunto gasato.
Dunque neppure l'oro dentario dei cadaveri dimostra uno sterminio in
camere a gas.
Ed ecco l'incredibile commento di Adriana Chiaia:
«Incurante di queste prove ineccepibili, il Faurisson spende pagine
e pagine per dimostrare l’impossibilità ‘tecnica’ dell’uso delle
camere a gas».
Le “prove ineccepibili” sarebbero gli argomenti insulsi che ho
discusso sopra!
Ella continua:
«Uno dei suoi argomenti è il pericolo mortale cui sarebbero stati
esposti i guardiani dei campi nell’estrarre dalle camere a gas i
cadaveri intrisi della sostanza velenosa. E qui arriva a falsificare
la testimonianza di Höss, uno dei comandanti del campo di Auschwitz,
quando sostiene, nella suddetta intervista, che, secondo le
testimonianze dei nazisti, “la squadra incaricata di ritirare i
cadaveri dalle ‘camere a gas’ penetrava nel locale sia
“immediatamente” sia “poco dopo” la morte delle vittime. “Io dico –
sentenzia Faurisson – che questo punto da solo costituisce la pietra
di paragone delle false testimonianze, perché vi è qui impossibilità
fisica”. Höss invece spiegò davanti ai giudici, con l’abituale
cinismo e con teutonica precisione, che “dopo venti o trenta minuti
quando il grande ammasso di carne nuda aveva cessato di contorcersi,
delle pompe aspiravano l’aria avvelenata, la grossa porta veniva
aperta e gli uomini del Sonderkommando intervenivano (si trattava di
ebrei ai quali era stata promessa salva la vita e un vitto adeguato
in cambio dei più macabri tra tutti i lavori. Immancabilmente e
regolarmente costoro venivano poi eliminati e sostituiti da nuove
squadre cui era riservato lo stesso destino. Le SS non volevano che
sopravvivessero persone che potessero parlare). Protetti da maschere
antigas e da stivali di gomma e maneggiando tubi di
gomma iniziavano la loro opera. Reitlinger l’ha così descritta: ‘Il
loro primo compito era togliere il sangue e gli escrementi prima di
staccare, mediante lacci e uncini, i morti aggrappati gli uni agli
altri, preludio alla macabra ricerca dell’oro, all’estrazione dei
denti e al taglio dei capelli, gli uni e gli altri essendo
considerati dai tedeschi materiali di importanza bellica. Poi il
trasporto ai forni, in ascensore o in vagoncini su binari, la macina
dei resti fino a ridurli in cenere fine, l’autocarro che portava
queste ceneri nelle acque del fiume Sola’”».(12)
Qui emerge tutto il dilettantismo di Adriana Chiaia. Procediamo con
ordine.
Il testo di Faurisson si riferisce alle testimonianze in generale,
non specificamente alle “testimonianze dei nazisti”:
«Terminerò con quello che chiamerei il criterio della falsa
testimonianza per ciò che concerne le “camere a gas”. Ho rilevato
che tutte queste testimonianze per vaghe o discordi che siano sul
resto, s'accordano almeno su un punto: la squadra incaricata di
ritirare i cadaveri dalla “camera a gas” penetrava nel locale sia
“immediatamente” sia “poco dopo” la morte delle vittime. Io dico che
questo punto da solo costituisce la pietra di paragone delle false
testimonianze, perchè vi è qui un'impossibilità fisica totale. Se
incontrate qualcuno che crede alla realtà delle “camere a gas”
domandategli come, secondo lui, vi si potevano estrarre i cadaveri
per far posto all'infornata successiva»[47].
Adriana Chiaia finge invece che Faurisson si riferisca in generale
alle “testimonianze dei nazisti” e in particolare alle dichiarazioni
di Höss, sulle quali invece Faurisson ha rilevato quanto segue:
«R. Höss scrive: “Una mezz'ora dopo aver lanciato il gas si apriva
la porta e si metteva in funzione l'apparecchio di ventilazione. Si
cominciava immediatamente a estrarre i cadaveri”. Richiamo la vostra
attenzione sulla parola “immediatamente”; in tedesco “sofort”. R.
Höss aggiunge che la squadra incaricata di estrarre 2000 cadaveri
dalla “camera a gas” e di manipolarli fino ai forni crematori faceva
questo lavoro “mangiando e fumando”. Dunque, se ben comprendo, senza
portare maschera antigas. Questa descrizione è un'offesa al buon
senso perchè implica la possibilità di entrare senza precauzione
alcuna in un locale saturo di acido cianidrico per manipolarvi (a
mani nude?) 2000 cadaveri cianidrizzati sui quali è probabile vi
siano resti del gas letale. Del gas deve indubbiamente restare sui
capelli (che pare venissero rasati dopo l'operazione), nelle mucose
e anche tra i cadaveri ammucchiati. Qual è quel ventilatore
superpotente capace di far sparire istantaneamente una tale quantità
di gas fluttuante nell'aria o sedimentato un po' ovunque? Anche se
un tale ventilatore esistesse, sarebbe comunque necessario un test
che, segnalando alla squadra la sparizione dell'acido cianidrico, la
avverta che il ventilatore ha effettivamente compiuto il suo lavoro
e che conseguentemente la via è libera. Ora, è evidente che nella
descrizione di Höss abbiamo a che
fare con un ventilatore magico che agisce istantaneamente e con una
tale perfezione da non lasciare adito né a timori né a verifiche.
Ciò che il semplice buon senso ci suggerisce è pienamente confermato
dai documenti tecnici afferenti allo Zyklon B e al suo impiego»[48].
L'argomento di Faurisson in relazione a Höss è questo, ma Adriana
Chiaia non l'ha neppure sfiorato.
L'accusa che qui Faurisson “arriva a falsificare la testimonianza di
Höss” è ridicola non solo nel contenuto, ma anche nella forma. In
effetti Adriana Chiaia non conosce affatto “la testimonianza di Höss”:
ciò che riporta come tale, non è altro che una parafrasi di Shirer[49]
di un riassunto di Reitlinger delle dichiarazioni di Nyiszli e di
Höss![50] Höss infatti ha scritto:
«Dopo una mezz'ora dal momento dell'immissione del gas, si aprivano
le porte e si azionavano gli apparecchi per la ventilazione. Quindi
si cominciava subito (sofort) a portare fuori i cadaveri»[51].
I detenuti addetti alle presunte camere a gas «mentre trascinavano i
cadaveri, mangiavano o fumavano»[52], esattamente ciò che ha scritto
Faurisson.
Dunque chi “arriva a falsificare” non è Faurisson, ma Adriana Chiaia.
Aggiungo che le parole di Höss summenzionate non furono pronunciate
dall'ex comandante di Auschwitz “davanti ai giudici”, ma nel carcere
di Cracovia, nel novembre 1946, vari mesi prima della celebrazione
del processo (11-29 marzo 1947).
Adriana Chiaia passa poi ad occuparsi di un «tema più generale su
cui si basa la concezione ‘teorica’ di Faurisson riguardo al
‘problema’ ebraico», che, appunto per questo, ha ben poco a che
vedere con la questione concreta del presunto sterminio ebraico. Mi
limiterò a segnalare solo qualche punto degno di nota.
La minaccia dello “sterminio (Vernichtung) della razza ebraica in
Europa” da parte di Hitler nel discorso al Reichstag del 30 gennaio
1939, come scrisse trent'anni fa lo storico ebreo Joseph Billig, non
implicava neppure l'intenzione deliberata di un atto reale:
«Il termine “Vernichtung» (annientamento, distruzione) indicava la
volontà assolutamente negativa riguardo alla presenza ebraica nel
Reich. In quanto assoluta, questa volontà si annunciava come pronta,
se fosse stato necessario, a tutti gli estremi. Il termine in
questione non significava che si era già arrivati allo sterminio e
neppure l’intenzione deliberata di arrivarvi. Alcuni giorni prima
del discorso citato [il discorso del 30 gennaio 1939], Hitler
riceveva il ministro degli Esteri della Cecoslovacchia. Egli
rimproverava al suo ospite la mancanza di energia del governo di
Praga nei suoi sforzi di intesa con il Reich e gli raccomandava, in
particolare, un’azione energica contro gli Ebrei. A questo
proposito, egli dichiarò a titolo di esempio: “Presso di noi,
vengono sterminati» (bei uns werden vernichtet). Bisogna credere che
Hitler, nel corso di una conversazione diplomatica messa per
iscritto negli archivi del Ministero degli affari esteri abbia fatto
la confidenza di un massacro nel III Reich, il che, per di più, non
era esatto a quell’epoca? Due anni dopo, il 30 gennaio 1941, Hitler
rievocò la sua “profezia” del 1939. Ma, questa volta, ne precisò il
senso come segue: “… e non voglio dimenticare l’ indicazione che ho
già data una volta davanti al Reichstag, cioè che se il resto del
mondo (andere Welt) sarà precipitato in una guerra, il Giudaismo
avrà terminato completamente il suo ruolo in Europa…”. Nella sua
conversazione con il Ministro cecoslovacco, Hitler evocò
l’Inghilterra e gli Stati Uniti, che, secondo lui, potevano offrire
delle regioni di insediamento agli Ebrei. Nel gennaio 1941 egli
indica che il ruolo degli Ebrei in Europa sarà liquidato e aggiunge
che questa prospettiva si realizzerà, perché gli altri popoli ne
comprenderanno la necessità presso di loro. In quest’epoca si
credeva alla creazione di una riserva ebraica. Ma essa per Hitler
era ammissibile soltanto fuori d’Europa. Abbiamo appena rilevato che
il 30 gennaio 1941 Hitler annunciò semplicemente la liquidazione del
ruolo degli Ebrei in Europa»[53]
e questo è anche il significato del termine “Vernichtung” nel
discorso del 30 gennaio 1939.
Sulla conferenza di Wannsee Adriana Chiaia scrive:
«“Il 20 gennaio 1942 Heydrich chiarì a un consesso di alti
funzionari delle SS gli obiettivi della Endlösung nei confronti di
11 milioni di ebrei d’Europa (…):
ossia il loro trasferimento in massa verso l’oriente russo e il loro
impiego come manodopera per conto del Terzo Reich. Ciò significava
semplicemente che erano state finalmente scelte le modalità pratiche
per l’eliminazione degli ebrei, ossia l’annientamento mediante il
lavoro”».
Qui Adriana Chiaia cita nientemeno che Enzo Collotti, il quale
presentava il “protocollo di Wannsee” come «un altro documento
esibito al processo di Norimberga»[54], mentre esso fu prodotto al
processo della Wilhelmstrasse (6 gennaio 1948-11 aprile 1949) come
documento NG-2586. Purtroppo la sua fonte, il libro di Léon Poliakov
e Josef Wulf “Das Dritte Reich und die Juden”[55], non lo aveva
specificato e il nostro specialista del nazionalsocialismo tirò a
indovinare. Chiudo questo argomento con una nota comica. Adriana
Chiaia scrive:
«Per il testo integrale del Protocollo di Wannsee e per l’elenco
dettagliato dei partecipanti alla seduta (resoconto indicato con
timbro: ‘Affare segreto’ del Reich) rimando alla nota 17».
La nota 17 si riferisce alle pp. 257-258 del libro di Walther Hofer
citato sopra. Ma qui c'è soltanto un breve estratto del protocollo
in questione, non già il suo testo “integrale”, che Adriana Chiaia
non ha mai visto, né in originale né in traduzione. Per sua
informazione, il testo integrale e originale del documento in
questione si trova nel libro du Robert M.W. Kempner “Eichmann und
Komplizen”[56].
Ancora un esempio della crassa ignoranza storica di Adriana Chiaia.
In riferimento alla famosa fotografia del bambino con le braccia
alzate nel ghetto di Varsavia, ella scrive:
«Secondo Faurisson, non si trattava di deportazione, ma di una
semplice misura di sicurezza “in occasione dell’arrivo a Varsavia di
una importantissima personalità tedesca”. E non basta, secondo le
assai discutibili fonti del ‘professore dell’Università di Lione’ –
come indica rispettosamente la nota redazionale – il ragazzo della
foto, portato in un posto di polizia fu in seguito rilasciato; non
fu ucciso e divenne un ricchissimo banchiere londinese [!]».
Nel 1978 un “London business man” si mise in contatto con la rivista
The Jewish Chronicle asserendo che il bambino in questione era lui e
che la fotografia era stata scattata nel 1941[57]. Faurisson si
limitò a riferire questa notizia.
Poi Adriana Chiaia ritorna molto maldestramente su Höss, scrivendo:
«Bisogna aggiungere che le ‘teorie’ di Faurisson, di cui abbiamo
dato solo alcuni esempi, costituiscono un monumento alla menzogna da
un lato e all’ omissione dall’altro.
Faurisson, che si fa in quattro per dimostrare l’inesistenza delle
camere a gas, ignora o finge di ignorare che ci furono altre forme
di gassazione: quelle con l’impiego delle esalazioni di monossido di
carbonio o dei gas di scarico dei motori dei camion trasformati in
furgoni a chiusura ermetica, dove venivano ammassate le vittime. Il
sadico comandante del campo di Auschwitz, Höss, ne parlò
diffusamente nel corso del processo di Norimberga. Con cinico
orgoglio professionale disse: “La ‘soluzione finale’ del problema
ebraico significava il completo sterminio di tutti gli ebrei
d’Europa. Mi fu dato l’ordine, nel giugno del 1941, di creare, ad
Auschwitz, installazioni per lo sterminio. A quel tempo nel
Governatorato generale della Polonia esistevano già altri campi di
sterminio: Belzec, Treblinka e Wolzek (…). Feci una visita a quello
di Treblinka per vedere come si procedeva allo sterminio. Il
comandante del campo di Treblinka mi disse di aver liquidato 80.000
persone nel corso di un semestre. (…) Egli usava monossido di
carbonio. Ma io non ritenni che i suoi metodi fossero molto
efficienti, per cui quando ad Auschwitz organizzai i locali per lo
sterminio usai il ciclon B, acido prussico in cristalli che veniva
fatto cadere nelle camere della morte da una piccola apertura…”».
La fonte (nota 18) è il solito Shirer. Adriana Chiaia non è riuscita
a capire neppure il riferimento da lui addotto[58]. Si tratta
infatti della
dichiarazione giurata di Höss del 5 aprile 1946 (documento PS-3868),
che non ha nulla a che fare con le sue succesive dichiarazioni «nel
corso del processo di Norimberga», cioè all'udienza del 15 aprile
1946.
La citazione di questo documento da parte di olo-storici e di
olo-propagandisti è un monumento alla malafede e all'ignoranza. Come
è noto, nel giugno 1941 nel Governatorato generale non esisteva
nessun presunto campo di sterminio: Belzec fu aperto nel marzo 1942,
Treblinka in luglio e Wolzek non è mai esistito. E poiché la pretesa
attività omicida con Zyklon B introdotta da Höss nel crematorio I di
Auschwitz dopo la sua presunta visita a Treblinka sarebbe iniziata,
secondo D. Czech, il 16 settembre 1941[59], la visita di Höss a
Treblinka si collocherebbe in un periodo anteriore a questa data.
Dunque Höss avrebbe avuto il miracoloso privilegio di visitare
Treblinka tredici mesi prima che fosse aperto! Non solo, ma nei sei
mesi precedenti, vi sarebbero state gasate 80.000 persone!
Come si vede, l'attendibilità di questa testimonianza è
assoluta![60]
Lascio per ultimo il testo che Adriana Chiaia dedica a me
personalemnte (quale onore!):
«Per fare un esempio, restando nell’ambito del nostro argomento,
‘navigando’ in quella discarica, ci si può imbattere nel sito di un
certo Carlo Mattogno, che si autodefinisce ‘l’unico negazionista
italiano’ e, pertanto, senz’ombra di modestia, sostiene che il
disegno di legge Mastella sia stato fatto appositamente contro di
lui. Questo signore, per non essere da meno dei suoi colleghi
stranieri, dei quali peraltro ripete ossessivamente le note tesi,
mette in discussione le finalità e l’esistenza di un forno
crematorio nella Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio sul
territorio italiano (gli altri, di Fossoli e di Borgo S. Dalmazzo,
furono concepiti come campi di raccolta di prigionieri da deportare
nei lager nazisti). Nella Risiera di San Sabba, definita dallo
storico triestino, Elio Apih, “un microcosmo delle forme e dei modi
della politica nazista di repressione e di sterminio…”, furono
trucidati migliaia di antifascisti italiani, sloveni, croati e
jugoslavi e di ebrei deportati per motivi razziali. I loro cadaveri
furono bruciati nel forno crematorio appositamente costruito. È una
verità incontrovertibile, tangibile per la sua ubicazione, per la
possibilità di verificarne le strutture; la sua funzione è
suffragata da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di
visibilità e notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti
illazioni e ridicole motivazioni ‘tecniche’. C’è da sottolineare che
la maggior parte dei suoi studi è pubblicata da case editrici e da
riviste d’ispirazione fascista e nazista, come: Sentinella d’Italia,
Avanguardia, L’uomo libero e Orion, a riprova di quanto sia sottile
la linea di confine tra negazionismo e fascismo».
Rilevo anzitutto che è piuttosto improbabile imbattersi in un mio
sito, dato che non ho alcun sito; Adriana Chiaia voleva dire che i
miei scritti sono ospitati in vari siti revisionistici.
L'affermazione secondo la quale mi autodefinirei “l’unico
negazionista italiano” - si noti, tra virgolette - è assurda già per
il fatto che rifiuto la sciocca etichetta di “negazionista”.
All'inizio ho stigmatizzato la lettura ipocrita - da parte degli
olo-propagandisti - del mio articolo sul disegno di legge Mastella.
Qui è il caso di approfondire un po' la questione. In questo scritto
ho affermato:
«Senza falsa modestia e senza presunzione, il revisionismo storico
in Italia sono io, Carlo Mattogno, perciò questo disegno di legge è
diretto contro di me»[61].
Come ho ricordato sopra, in quest'articolo ho elencato tutti i miei
scritti pubblicati fino ad ora, che abbracciano più di 4.700 pagine.
Nessuno storico revisionista, né in Italia, né nel mondo, ha al suo
attivo una produzione letteraria simile: è dunque “immodestia” da
parte mia pensare che il disegno di legge Mastella fosse diretto
contro di me? E se è così, allora, di grazia, contro chi era
diretto?
La trita accusa di Adriana Chiaia secondo la quale ripeterei
«ossessivamente le note tesi» è fin troppo palesemente falsa.
Nell'articolo in questione ho anche elencato gli archivi tedeschi,
polacchi, cechi, slovacchi, olandesi, bielorussi, russi, lituani,
ungheresi, ucraini, inglesi, francesi, svizzeri, statunitensi,
israeliani, svedesi dai quali proviene la mia documentezione: che
senso avrebbe per me ripetere più o meno “ossessivamente” tesi
altrui?
Eventualemente sono gli altri che ripetono le mie tesi.
Invece la scelta dell'oggetto della sua “confutazione” è frutto di
deliberata malafede: 4 pagine di un mio opuscolo del 1985(!) sulle
oltre 4.700 pagine dei miei scritti: una “critica” davvero
demolitrice!
E questa è la gente che va blaterando che sostenere le tesi
revisionistiche è come sostenere il sistema tolemaico o la piattezza
della terra!
Nel caso specifico, sottoscrivo tutto ciò che ho scritto riguardo al
presunto “forno crematorio” della Risiera, e potrei anche
approfondire ulteriormente, se ne valesse la pena. Mi limito invece
a riportare il testo del 1985 e ad aggiungere qualche considerazione
supplementare. Rilevo che Adriana Chiaia non cita né il titolo
dell'opuscolo, né il sito in cui esso appare, sebbene sia lo stesso
in cui ha trovato l'intervista a Storia Illustrata di Faurisson[62].
Il motivo del suo silenzio è facilmente comprensibile: voleva
evitare che qualche lettore curioso andasse a ficcare il naso in
questo scritto e scoprisse che i miei argomenti non sono
propriamente «stravaganti illazioni e ridicole motivazioni
“tecniche”».
Premetto che l'opuscolo in questione è una sorta di recensione del
libro di Ferruccio Fölkel “La Risiera di San Sabba”[63].
Prima di riportare il paragrafo relativo al “forno crematorio”,
rilevo ancora che la logica olocaustica di Adriana Chiaia è
veramente insondabile: il paragrafo precedente del mio opuscolo si
occupa infatti della presunta “camera a gas” della Risiera, che
contesto in modo radicale. Ma Adriana Chiaia si indigna per la mia
“negazione” del “forno crematorio”: devo desumere che anche lei
“nega” la “camera a gas”?
Ecco dunque ciò che ho scritto nel 1985:
«Forno crematorio
Anche riguardo al “forno crematorio” il Fölkel fornisce informazioni
esigue e contraddittorie.
“Il crematorio era stato predisposto sotto il livello del terreno e,
a detta dell'architetto Boico, era lungo 20 metri per 15; lo stesso
architetto è convinto che ci fosse il modo di bruciare almeno
cinquanta corpi alla volta” (pp. 26-27).
Esso era attiguo alla “camera a gas”:
“Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta
mascherata da un vecchio mobile” (p. 26).
Il testimone Gley fornisce la seguente descrizione:
“Sapevo che nella Risiera di Trieste esisteva un impianto di
cremazione. Questo impianto è stato costruito da Lambert, come la
maggior parte degli altri dello stesso genere nei campi di sterminio
e negli istituti per l'eutanasia. Quale camino era stata adoperata
una ciminiera già esistente nella Risiera.
Degli altri particolari tecnici dell'impianto ho solo una vaga idea.
Ai piedi del camino c'era un forno aperto di mattoni, della
grandezza di circa m. 2 x 2, che aveva una grande graticola di
acciaio. Secondo una mia valutazione, di volta in volta potevano
essere messe nel forno 8-12 salme. Il forno e il camino erano
aperti. Non c'era una porta di ferro. Era un impianto molto
primitivo, che adempiva al suo scopo grazie all'alto camino. C'era
un forte risucchio. Questa ciminiera si trovava in un capannone
nella parete di fronte” (p. 29).
Riguardo al crematorio, questo è tutto.
Osservazioni
Anzitutto una precisazione. L'espressione “forno crematorio” non
deve trarre in inganno: l'istallazione descritta non era un forno
crematorio vero e proprio, come quelli che si trovavano nei campi di
concentramento tedeschi, ma un semplice rogo.
Le dichiarazioni dell'architetto Boico e del testimone Gley sono
chiaramente contraddittorie. L'uno parla di un forno di metri 20 x
15 (= 300 metri quadrati), l'altro di un forno di metri 2 x 2 (= 4
metri quadrati)!
Il Fölkel fa risaltare ancora di più la contraddizione commentando
così la dichiarazione del testimone Gley:
“In realtà il forno era posto sotto il livello del terreno, era cioè
interrato ed era lungo, come ha riferito anche l'architetto Boico,
circa 20 metri per 15. Forse l'apertura sotterranea era grande circa
m. 2 x 2” (p. 29, nota 1).
Tale commento è alquanto oscuro. Il Fölkel intende dire che il forno
si trovava in un locale sotterraneo? Oppure che era costituito da
una semplice fossa?
Ritorneremo tra breve sulla questione.
Le testimonianze citate del Fölkel ingarbugliano ulteriormente la
cosa. Come si è visto, il testimone Paolo Sereni dichiara che “il
forno era istallato nel luogo adibito a garage” (p. 168), il quale,
secondo il Fölkel, era invece la “camera a gas”!
Francesco Sircelj asserisce che il forno era situato in una baracca:
“All'interno infatti la baracca era divisa in due parti.
Nell'ambiente più grande c'era una specie di magazzino, nell'altro,
al lato, dove all'esterno si ergeva l'alto camino della fabbrica, si
trovava invece il forno del crematorio” (p. 177).
Gottardo Milani fornisce una descrizione più o meno simile:
“Poi ho visto una SS - dicevano che fosse un ucraino - che nel
reparto più piccolo del capannone, dove c'era il forno crematorio,
tagliava con una mannaia i cadaveri” (p. 177).
C'era dunque un locale, in una “baracca” o in un “capannone”, diviso
in due parti: in quella più grande era sistemato un magazzino, in
quella più piccola si trovava il forno.
La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista presentata
fuori testo dal Fölkel genera una confusione ancora maggiore. Dalla
scala risulta che il “forno crematorio” (locale E) misurava
all'incirca metri 10,5 x 9,5 ed aveva perciò una superficie di circa
99,75 metri quadrati. Siccome il locale era diviso in due parti,
nella più piccola delle quali era istallato il forno, il locale di
incinerazione aveva una superficie necessariamente inferiore a 50
metri quadrati. Come è possibile allora che il “forno crematorio”
avesse una superficie di 300 metri quadrati?
Per quanto concerne la collocazione del forno, cioè del rogo, è
assolutamente ridicolo che esso fosse stato costruito in un locale
sotterraneo, senza contare che, in tale assurda eventualità,
quand'anche fosse stato distrutto coll'esplosivo, sarebbero rimasti
dei resti ben visibili: un locale sotterraneo di 300 metri quadrati
non può sparire nel nulla. Eppure lo stato architettonico della
Risiera è tale che si ignora persino dove fosse la ciminiera:
“Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino - mi
ha spiegato l'architetto Boico” (p. 143).
Anche una fossa di cremazione di 300 metri quadrati avrebbe lasciato
nel secondo cortile della Risiera tracce evidenti, che i Tedeschi
non avrebbero potuto cancellare, perchè fuggirono subito dopo aver
fatto saltare forno, garage e ciminiera (p. 31).
Dunque il forno non era situato né in un locale sotterraneo né in
una fossa. Dov'era allora? Evidentemente in superficie. Ma collocare
un forno di tal fatta, cioè un rogo, in una baracca o in un
capannone accanto a un magazzino era certamente il modo migliore per
far incendiare tutta la Risiera. Infatti la cremazione di un
cadavere in un forno crematorio a combustione diretta richiede
100-150 kg di fascine. Ciò significa che per cremare cinquanta
cadaveri in un forno aperto non tenendo conto della maggiore
dispersione del calore sono necessari 50-75 quintali di fascine. È
evidente che l'arsione di tale enorme quantità di legna in un locale
così piccolo (meno di 50 metri quadrati) sarebbe stato un vero
suicidio.
Bisogna inoltre notare la singolarità di questo forno, che, pur
avendo una superficie di incinerazione di 300 metri quadrati, poteva
cremare solo cinquanta cadaveri alla volta. Ciò significa che vi
veniva collocato un cadavere ogni 6 metri quadrati! La capacità di
cremazione indicata dal Boico dunque doppiamente ridicola.
Un altro problema è quello relativo alla evacuazione del furno.
Dalla piantina precedentemente menzionata risulta che il “forno
crematorio” era collegato al “camino” (la ciminiera della fabbrica)
da un condotto lungo circa nove metri e mezzo. Come poteva essere
evacuato il furno senza un potente impianto di tiraggio?
Conclusione
Del crematorio non si sa con certezza neppure dove fosse istallato.
Una cosa sola è certa: esso non poteva avere, se mai è esistito, le
dimensioni, la capacità di cremazione e la collocazione indicate
dall'architetto Boico»[64].
Ed ecco la “confutazione” di Adriana Chiaia:
«... I loro cadaveri furono bruciati nel forno crematorio
appositamente costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile
per la sua ubicazione, per la possibilità di verificarne le
strutture; la sua funzione è suffragata da mille prove, eppure un
cosiddetto storico, in cerca di visibilità e notorietà, tenta di
demolirla mediante stravaganti illazioni e ridicole motivazioni ‘tecniche’».
Se qui c'è una “verità incontrovertibile”, è proprio l'assoluta
impossibilità di verificare l'ubicazione o la struttura del presunto
forno, perché, come dice Ferruccio Fölkel,
«il forno crematorio, il famoso garage e la ciminiera, sono stati
fatti saltare in aria dai tedeschi la notte fra il 29 e il 30 aprile
1945, poco prima di lasciare il campo di San Sabba»[65],
e ancora:
«Oberhauser ha fatto saltare in aria il camino, il garage, il
crematorio la notte fra il 29 e il 30 di aprile. Verso le due, le
tre del mattino. Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva
il camino - mi ha spiegato l'architetto Boico»[66].
Dunque le affermazioni di Adriana Chiaia, le sue “mille prove”, sono
semplici frottole.
La sentenza del processo per la Risiera (29 aprile 1976) recita al
riguardo:
«Un dato processualmente certo è l'esistenza del forno crematorio
nel lager di San Sabba».
Questa “certezza” si basa però esclusivamente su testimonianze
(cinque), la più importante delle quali è quella del Gley citata
sopra[67]: nessun documento, nessun riscontro materiale. Questo sarà
pure un dato certo processualmente, ma storicamente non vale nulla.
Nella citazione riportata sopra ho parlato di “rogo”, ma anche
questo termine è improprio. L'impianto descritto dal Gley è infatti
una specie di barbecue gigante: per trovare un impianto simile nella
storia della cremazione, bisogna risalire al 1873, quando Lodovico
Brunetti sperimentò un apparato di cremazione basato sullo stesso
principio (unica differenza: una lamina di ferro al posto della
griglia). La cremazione di un cadavere richiedeva circa 6 ore[68].
Ma da allora, soprattutto in Germania, la tecnologia della
cremazione qualche passo avanti l'aveva fatto.
Se alla Risiera c'era proprio bisogno di un vero forno crematorio,
bastava inviarvi per ferrovia un forno crematorio mobile riscaldato
con nafta, come quello che appare nell'illustrazione. Impianti
simili si trovavano infatti in vari campi di concentramento.
Alla presunta «riprova di quanto sia sottile la linea di confine tra
negazionismo e fascismo» non vale neppure la pena di rispondere.
Chiudo con una risposta a Francesco Rotondi che vale per tutti gli
altri olo-dilettanti. Egli si chiede:
«Mi stupisce invece che colui che si autoproclama “senza falsa
modestia e senza presunzione, il revisionismo storico in Italia” si
prenda la briga di pubblicare prima un libro di 80 pagine quindi un
altro scritto di 103 pagine corredato da ben 89 note al solo scopo
di rispondere al phamphlet di un oscuro dilettante»[69],
come si autoproclama giustamente Rotondi, che ho messo a tacere
definitivamente con lo scritto Ritorno dalla luna di miele ad
Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”.
Con la replica alla “Risposta a Carlo Mattogno” di Francesco
Rotondi, 2007[70].
La domanda è pertinente: perché perdo tempo (molto meno di quanto si
possa credere, per la verità) con questa gente?
Per il piacere di smascherare le loro imposture. E anche perché non
mi piace essere denigrato da questi critici improvvisati. Infine
perché, dopo il defilamento degli storici, sono questi
olo-dilettanti - i Germinario, le Pisanty, i Vianelli, i Rotondi, le
Chiaie ecc. ecc. - che alimentano l'immagine parodistica del “negazionismo”,
e questo è un motivo più che sufficiente per occuparsi dei loro
olo-spropositi.
Carlo Mattogno.
Agosto 2007.

forno kori.
Forno crematorio mobile Hans Kori riscaldato con nafta da me
fotografato nel 1997.
© Carlo Mattogno.
[1] Una legge contro il revisionismo storico italiano? In: http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMLeggeMastella.pdf.
[2] Idem.
[3] In: http://www.politicaonline.net/percorsi/negazionismo.htm.
[4] Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989.
[5] Questo termine, insieme alle denominazioni di “casetta bianca” e
“casetta rossa”, furono creati durante le indagini del giudice
istruttore Jan Sehn ad
Auschwitz.
[6] Auschwitz. 27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2005: sessant'anni di
propaganda. Genesi, sviluppo e declino della menzogna
propagandistica delle camere a gas
[Testo del 2005 riveduto, corretto e aggiornato], p. 28.
In: http://www.aaargh.com.mx/ital/archimatto/CMausch45.pdf. Gennaio
2007.
[7] F. Piper, Die Vernichtungsmethoden, in: W. Dlugoborski, F. Piper
(a cura di), Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des
Konzentrations- und
Vernichtungslagers Auschwitz. Verlag des Staatlichen Museums
Auschwitz-Birkenau, Oswiecim, 1999, vol. III, pp. 137-169.
[8] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 206.
[9] Cz. Ostankowicz, Isolierstation - “Letzter” Block, in: Hefte von
Auschwitz. Verlag des Staatliches Auschwitz-Museums, n. 16, 1978,
pp. 175-176.
[10] Stärkebuch. Elaborazione statistica di Jan Sehn. AGK (Archivio
della Commissione centrale di inchiesta sui crimini contro il popolo
polacco - memoriale
nazionale, Varsavia), NTN, 92, p. 94.
[11] Leichenhallenbuch. Elaborazione statistica di Jan Sehn. AGK,
NTN, 92, p. 140.
[12] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 206.
[13] In due soli registri appositi che si sono conservati e che
coprono il periodo dal 10 settembre 1942 al 23 febbraio 1944 sono
riportate 11.246
operazioni chirurgiche. Henryk Swiebocki, Widerstand, in: Auschwitz
1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und
Vernichtungslagers Auschwitz,
op. cit., vol. IV, p. 330.
[14] Dott. Prof. Michele Giua e dott. Clara Giua-Lollini, Dizionario
di chimica generale e industriale. Unione Tipografico-Editrice
Torinese, Torino 1949,
vol. II, p. 238.
[15] C. Mattogno, Auschwitz: trasferimenti e finte gasazioni. I
Quaderni di Auschwitz, 3. Effepi, Genova, 2004, pp. 5-16.
[16] M. Kula, il testimone fondamentale di D. Czech, l'11 giugno
1945 dichiarò al giudice istruttore Jan Sehn: «Secondo le mie
informazioni, la prima
gasazione ebbe luogo la notte del 14-15 e il giorno del 15 agosto
1941 nei Bunker del Block 11. Ricordo con esattezza questa data,
perché essa coincise col
primo anniversario del mio arrivo al campo, e perché allora furono
gasati i primi prigionieri di guerra russi». (C. Mattogno, Auschwitz:
la prima gasazione,
op. cit., p. 84). Incurante di ciò, D. Czech invece fece risalire il
presunto evento al 3 settembre 1941!
[17] Auschwitz: la prima gasazione, op. cit., pp. 143-144.
[18] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau, pubblicato in: Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo
Panstwowego Muzeum w
Oswiecimiu, n. 2, 1959; 3, 1960; 4, 1961; 6,1962; 7 e 8, 1964.
[19] Hefte von Auschwitz, 7, 1964, p. 91 e seguenti.
[20] G. Wellers, Essai de détermination du nombre de morts au camp
d’Auschwitz, in: Le Monde Juif, ottobre-dicembre 1983, n.112, p. 147
e 153.
[21] AGK, NTN, 88, p. 46.
[22] C. Mattogno, Il numero dei morti ad Auschwitz. Vecchie e nuove
imposture. I quaderni di Auschwitz, n. 1. Effepi, Genova, 2004, p.
34.
[23] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 335.
[24] Idem, pp. 335-336.
[25] Auschwitz in den Augen der SS. Staatliches Museum
Auschwitz-Birkenau, 1997, p. 164.
[26] Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire.
La question des chambres à gaz. La Vieille Taupe, Parigi, 1980, pp.
13-64 e 103
-148.
[27] R. J. van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the
Irving Trial. Indiana University Press, Bloomington and
Indianapolis, 2002, p. 209.
[28] Edizioni di Ar, Padova, 2001.
[29] C. Mattogno, “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e
significato, op. cit., p. 135.
[30] Idem, p. 136.
[31] Idem, pp. 138-141.
[32] Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire,
op. cit., pp. 55-56.
[33] “Campo di sterminio” traduce il termine “Vernichtungslager”,
che non appare in nessun documento tedesco, essendo una creazione
della letteratura
antifascista tedesca.
[34] C. Mattogno, “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e
significato, op. cit., pp. 106-107.
[35] Rapporto di Pohl a Himmler del 16 settembre 1942 con
oggetto:“a) Rüstungsarbeiten. b) Bombenschäden”. Archivio Federale
di Coblenza, NS 19/14, pp.
131-133.
[36] APMO (Archivio del Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau),
D-AuI-3a/283.
[37] GARF (Archivio di Stato della Federazione Russa, Mosca),
7121-108-32, p. 97.
[38] Zofia Leszczynska, Transporty wiezniów do obozu na Majdanku
(Trasporti di detenuti al campo di Majdanek), in: Zeszyty Majdanka,
IV,1969, pp. 206-207.
Idem, Transporty i stany liczbowe obozu (Trasporti e forza
numerica), in: Tadeusz Mencel Ed., Majdanek 1941-1944. Wydawnictwo
Lubelskie, Lublin 1991, p.
117.
[39] http://www.vho.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html.
[40] W. L. Shirer, Storia del Terzo Reich. Piccola Biblioteca
Einaudi, Torino, 1969, p. 1475.
[41] Vedi al riguardo il mio studio Auschwitz: Open Air
Incinerations. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.
[42] Vedi il mio studio Olocausto: dilettanti nel web. Effepi,
Genova, 2005, p. 31 e documento 3 a p. 131.
[43] Adriana Chiaia trae questo termine da Shirer, che, secondo il
ben noto sproposito in auge nel dopoguerra, parla di «cristalli [!]
di ciclon B». W.L.
Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1475.
[44] Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle
prove”. Effedieffe Edizioni, Milano, 2006, p. 28.
[45] APMO, D-AuI-5/1-1801.
[46] Protocollo di Jan Sehn del 14 agosto 1945. Processo Höss, tomo
3, pp. 84-86.
[47] Camere a gas Verità o Menzogna? Intervista al Prof Faurisson.
Storia Illustrata, Agosto 1979, in:
http://www.vho.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html.
[48] Idem.
[49] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1473.
[50] G. Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio
degli Ebrei d'Europa. Casa Editrice Il Saggiatore, Milano, 1965, p.
183.
[51] Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf
Höss. Einaudi, Torino, 1985, p. 188. Testo tedesco: Kommandant in
Auschwitz.
Autobiographische Aufzeichnungen des Rudolf Höss. A cura di Martin
Broszat. Deutscher Taschenbuch Verlag, Monaco, 1981, p. 171.
[52] Idem, p. 134. Testo tedesco, p. 130.
[53] Joseph Billig, La solution finale de la question juive. Edité
par Serge et Beate Klarsfeld, Parigi, 1977, p. 51.
Sul reale significato dei termini “Ausrottung” e “Vernichtung” nei
discorsi di Hitler vedi il mio studio già citato Negare la storia?
Olocausto: la falsa
“convergenza delle prove”, pp. 88-93.
[54] Enzo Collotti, La Germania nazista. Piccola Biblioteca Einaudi,
Torino, 1969, p. 169.
[55] Verlag-GMBH, Berlin-Grunewald, 1955.
[56] Europa-Verlag, Zürich-Stuttgart-Wien, 1961, fuori testo tra le
pp. 132 e 148.
[57] A famous Holocaust Photo, in: http://www.deathcamps.org/occupation/gunpoint.html.
[58] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1507, nota
58.
[59] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 122.
[60] Sui presunti stermini con “esalazioni di monossido di carbonio
o dei gas di scarico dei motori dei camion trasformati in furgoni a
chiusura ermetica”
rimando ai seguenti studi:
- C. Mattogno, Belzec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle
indagini archeologiche e nella storia. Effepi Edizioni, Genova,
2006. 191 pp., 18
documenti.
- C. Mattogno, J. Graf, Treblinka. Extermination Camp or Transit
Camp? Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. 365 pp., 24
documenti, 11 fotografie.
- Pierre Marais, Les camions à gaz en question. Polémiques, Parigi,
1994.
[61] Una legge contro il revisionismo storico italiano? In: http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMLeggeMastella.pdf.
[62] La Risiera di San Sabba. Un falso grossolano, in: http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/sabba.html.
[63] Mondadori, Milano, 1979.
[64] La Risiera di San Sabba. Un falso grossolano, in: http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/sabba.html.
[65] F. Fölkel, La Risiera di San Sabba, op. cit., p. 31.
[66] Idem, p. 143.
[67] San Sabba. Istruttoria e processo per il Lager della Risiera.
ANED-Ricerche. Mondadori, Milano, 1988, vol. II, pp. 307-308.
[68] G.Pini, La crémation en Italie et à l’étranger de 1774 jusqu’à
nos jours. Ulrich Hoepli Editeur Libraire, Milano, 1885, p. 132.
[69] http://www.francorotondi.blogspot.com/
[70] http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.
Erwin@thule-toscana.com |