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REVISIONISMO
Il revisionismo
storico:
Non afferma che non ci sia stata nessuna persecuzione degli
ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna privazione dei diritti
degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna deportazione degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stato nessun ghetto ebreo;
Non afferma che non ci sia stato nessun campo di concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun crematoio nei campi di
concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun ebreo morto per molte
ragioni;
Non afferma che non sia stata perseguitata nessun'altra minoranza,
come gli zingari, i testimoni di Geova, gli omosessuali, e i
dissidenti politici
Non afferma che le azioni suddette non siano state ingiuste.
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UN DIFENSORE D'UFFICIO DI FLORENT BRAYARD: RUDY LEONELLI
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Carlo Mattogno
Il libro di Florent Brayard "Comment l'idée vint
à M.Rassinier. Naissance du révisionnisme", sia per il suo apparato
pseudoscientifico, sia, soprattutto, per l'avallo ufficiale ad esso
conferito da Pierre Vidal-Naquet, è apparso agli occhi dei creduli
propagandisti dell'olocaustismo come la confutazione radicale e
definitiva del revisionismo nella sua genesi storica. La pia
illusione è presto crollata sotto la critica revisionistica, che ha
messo in luce la totale inconsistenza delle tesi propugnate da
Brayard.
Per ciò che mi concerne, nel mio opuscolo "Rassinier, il
revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard" ho
dimostrato sulla base di dati di fatto oggettivi, verificabili da
tutti, che il libro di Brayard è fondato sulla malafede eretta a
sistema, che fa largo ricorso alle insinuazioni calunniose nel campo
politico e psicologico, al travisamento e alla falsificazione in
quello argomentativo.
La reazione degli apologisti nostrani, che si sono visti rompere le
uova nel paniere, non si è fatta attendere, ed ecco apparire
prontamente su "Altreragioni" la "risposta" di tale Rudy Leonelli,
uno dei tanti caudatari che hanno il compito di screditare il
revisionismo sul piano non già storiografico, bensì meramente
propagandistico, l'unico accessibile alla loro caratura
intellettuale.
Costui, che appartiene alla fitta schiera di coloro che sanno poco o
nulla non solo di revisionismo, ma perfino di olocaustismo, non
poteva ovviamente avventurarsi in un attacco frontale che avrebbe
svelato in modo troppo brutale la sua ignoranza storica; allora
ricorre ad un artificio subdolo: finge una recensione. Con il
pretesto di recensire il libro di Brayard, egli tenta dunque una
confutazione della critica revisionistica allo "storico" francese,
in particolare del mio opuscolo summenzionato. Con questo artificio,
l'autore si esime -- o crede di esimersi -- dal rispondere
seriamente al mio scritto sui problemi storico-tecnici dibattuti da
Brayard, i quali, insieme alle problematiche che suscita il rapporto
Gerstein -- si affretta a precisare -- "esulano dal presente lavoro"
(p.190), come a dire che lì, in sede di recensione, egli, purtroppo,
non può occuparsi di questi problemi! Considerata la competenza
specifica di questo apologeta di Brayard, si può esser certi che
egli, questi problemi, non li affronterà mai, in nessun'altra sede.
Contro tale eventualità, del resto, il signor Leonelli si è già
saggiamente premunito con un opportuno paralogismo sul quale
ritornerò successivamente. C'è perfino da chiedersi quanto, di
questi problemi, il nostro apologista abbia capito nel libro stesso
di Brayard, ma una cosa l'ha capita di sicuro: che questo libro, per
gli adoratori del vitello d'oro olocaustico, può essere una buona
arma contro il revisionismo, e per questo egli si autonomina
difensore d'ufficio di Brayard e si atteggia a fustigatore di coloro
che dissentono dalla buona novella proclamata dal maestro.
Com' era inevitabile, il risultato dei suoi sforzi non è né una
recensione del libro in oggetto, né una critica del mio opuscolo.
Tutto ciò che il difensore d'ufficio di Brayard riesce a scodellare
è un'abbondante piatto di rancida minestra vidalnaquetiana.
Per far capire subito chi è, egli comincia la sua "recensione"
travisando una citazione di Cesare Saletta:
"Nel testo che accompagna il comunicato incontriamo accorgimenti
come questo: si rimprovera al libro di Brayard di avere "omesso di
rammentare", nel contesto di osservazioni svolte a pag.45 del libro,
l'invalidità di "95% più un altro 10%" riportata da Rassinier. Ma
questo "resoconto" omette a sua volta di comunicare (e non
semplicemente di rammentare) al lettore che Brayard ha, fin
dall'introduzione, sottolineato l'invalidità del 100+5% riportata da
Rassinier in conseguenza delle torture seguite al suo arresto da
parte della Gestapo (p.30)" (p.183).
In realtà, se qui c'è qualcuno che "omette", questi è proprio il
signor Leonelli. In effetti Saletta, riassumendo le affermazioni di
Brayard, scrive:
"Rassinier era afflitto da un profondo senso di colpa, "indicibile e
pregnante per sempre": aveva avuto coscienza del fatto che il
trattamento usatogli a Dora era stato quello di un privilegiato, "in
definitiva sottoposto per poche settimane al regime ordinario dei
deportati"; per il resto, otto mesi e mezzo, in varie riprese, di
ricovero in infermeria e più di due mesi alle dirette dipendenze di
un ufficiale della SS (nel contesto di queste considerazioni il
Brayard omette di rammentare a chi lo legge che il trattamento
privilegiato -- anzi, "particolarmente" privilegiato --, sommandosi
alle sevizie subite nel corso degli undici giorni passati tra le
grinfie della Gestapo al tempo dell'arresto -- un rene fuori uso, la
mandibola fratturata, le mani schiacciate -, si era risolto per
Rassinier in un'invalidità, autentica, del 95% più un altro 10%)".
Dunque Saletta dice che Brayard "omette di rammentare" il fatto
dell'invalidità riportata da Rassinier "nel contesto di queste
considerazioni". Il signor Leonelli omette a sua volta di precisare
quale sia questo contesto, fornendone per di più un'indicazione di
pagina errata ("nel contesto di osservazioni svolte alla pag.45 del
libro [di Brayard]"), poiché il contesto cui si riferisce Saletta è
quello esposto dallo "storico" francese alle pp. 57-58. Se si mette
da parte la malafede, il senso dell'argomento di Saletta appare
chiaro: Brayard, mentre pretende che Rassinier abbia goduto di un
trattamento privilegiato durante la sua detenzione, omette di
rammentare che la sua invalidità fu effetto anche di questa
detenzione; ed è evidente che, se lo avesse rammentato, la sua
affermazione sarebbe parsa quantomeno dubbia perfino ad un minus
habens anti"negazionista". Quanto poi alla presunta omissione di
Saletta, non a caso egli usa il verbo "rammentare", il quale (se di
nuovo si mette da parte la malafede) significa che Brayard ha già
"comunicato". La cosa più grave, sulla quale il signor Leonelli
tace, è che Brayard, come rileva Saletta nel prosieguo del passo
citato sopra, vorrebbe individuare nel presunto "sentiment de
culpabilité" di Rassinier la genesi unica ed esclusiva della sua
attività revisionistica, senza tener conto del contesto
storico-politico in cui essa venne alla luce.
Il signor Leonelli, si volge poi al mio opuscolo "Rassinier, il
revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard".
Per mostrare quale sia l'onestà intellettuale del nostro critico,
premetto un riassunto molto sommario dei metodi di lavoro del suo
involontario cliente. Il ricorso a questo mezzo sarà forse noioso,
ma, con gente di tale risma, è necessario e inevitabile.
Per quanto riguarda gli "argomenti" che Brayard oppone a Rassinier,
nell'opuscolo in questione ho documentato tra l'altro:
1) la malafede di Brayard riguardo all'interpretazione del rapporto
Korherr (questione della deportazione nei campi di concentramento);
2) l'avallo di Brayard alla falsificazione storica di Georges
Wellers a proposito di "Evakuierung" e "Sonderbehandlung";
3) la falsificazione di Brayard relativa all'equivalenza tra
"evacuazione" e "sterminio";
4) la malafede di Brayard riguardo all'efficienza dei motori Diesel
a scopo omicida;
5) la malafede di Brayard riguardo alle presunte parole di Globocnik
riportate da Gerstein;
6) l'avallo di Brayard alla falsificazione storica di G. Wellers
relativa alle dimensioni dell'edificio di "gasazione" di Belzec;
7) la falsificazione storica di Brayard riguardo ai tre rapporti di
Gerstein del 6 maggio 1945;
8) la malafede di Brayard nel calcolo truffaldino relativo al numero
di persone contenute nelle "camere a gas";
9) la malafede di Brayard riguardo al racconto del visitatore
anonimo di Rassinier (Brayard spaccia per critiche contro Gerstein
quelle che Rassinier rivolge invece al racconto del visitatore);
10) la malafede di Brayard riguardo all'identificazione di questo
visitatore con Pfannenstiel;
11) l'avallo di Brayard alla falsificazione storica di G. Wellers
relativa all'invio da Belzec di un vagone con 3.000 kg di capelli
umani.
Ora, di tutte queste critiche il signor Leonelli ne menziona una
sola, ma non per contestarla, bensì per accettarla! Ciò facendo,
però, egli ne travisa il significato fornendo un altro eccellente
saggio della sua onestà. Egli scrive:
"Esulano dal presente lavoro contenziosi su peso e numero delle
vittime di gassaggi descritti in documenti e testimonianze. Registro
comunque il fatto (rilevato da Mattogno) che l'equazione proposta da
Brayard nella nota 3 a p.341 nell'intento di imprimere coerenza alle
precisazioni numeriche fornite da Gerstein è errata. [...].
Ma la rilevanza della nota nell'economia del testo di Brayard è
minima. Nell'ambito dello stesso capitolo IX, "Le mystérieux
compagnon de Kurt Gerstein", essa ha una collocazione periferica ed
è accessoria rispetto al nucleo dell'argomentazione di Brayard, che
verte sull'identificazione di Pfannenstiel. In mancanza di argomenti
forti contro questa identificazione, il signor Mattogno enfatizza un
errore laterale" (p.190, nota 7).
Il signor Leonelli mentisce sapendo di mentire.
Anzitutto, è falso che "la rilevanza della nota nell'economia del
testo di Brayard" sia "minima": è vero proprio il contrario, perché
in tale contesto la sua rilevanza è essenziale. Per gettare polvere
olocaustica negli occhi del lettore, con un piccolo trucco, il
signor Leonelli storna la sua attenzione dal contesto diretto al
contesto indiretto, l'intero capitolo in cui la nota in questione è
contenuta. Ora, se è vero che questa è "perfiferica" rispetto
all'argomento esposto nel titolo di tale capitolo, anzi,
propriamente con esso non ha nulla a che vedere, non è men vero che
Brayard ha escogitato la sua "doppia equazione" in difesa non già di
Pfannestiel, ma di Gerstein. Vediamo dunque qual è il contesto
diretto in cui essa appare.
Il problema fondamentale che cruccia Brayard, come prima aveva
crucciato tutti i difensori d'ufficio di Gerstein, è l'affermazione
del nostro "testimone oculare" secondo la quale nelle "camere a gas"
di Belzec, che misuravano m 5 x 4 o 5 x 5, furono pigiate 700-800
persone. Non è necessaria una "doppia equazione" brayardiana per
calcolare che ciò corrisponderebbe a una densità minima di 28
persone per metro quadrato e massima di 40 persone. Prima di Brayard,
Georges Wellers aveva tentato di risolvere l'enigma ingrandendo
d'autorità l'edificio delle "gasazioni" sulla base di misure
inventate di sana pianta. Ma con questa impostura egli era riuscito
ad aumentare la superficie delle "camere a gas" soltanto a 34 m2,
riducendo la densità delle vittime a 20-23 per metro quadrato.
Ancora troppo! Alle pp. 340-341 del suo libro, Brayard vuole dunque
"porre fine a questa polemica abbastanza sordida iniziata da
Rassinier", cioè vuole risolvere l'enigma. Dopo aver riassunto i
risultati - poco soddisfacenti - raggiunti da G. Wellers, Brayard,
per avvalorare i calcoli insensati addotti da Gerstein al fine di
giustificare dal punto di vista fisico-matematico la sua assurda
affermazione delle 700-800 persone su 20 o 25 metri quadrati,
presenta la propria "doppia equazione", la quale non è solo errata
nel risultato, ma è anche impostata in modo truffaldino, perché uno
dei due termini noti (70 kg, peso medio di un adulto) è
un'assunzione arbitraria di Brayard, l'altro (30 kg, peso medio
delle vittime delle "camere a gas" secondo K. Gerstein) è una sua
scelta parimenti arbitraria tra le tre cifre diverse che Gerstein
fornisce nei tre rapporti del 6 maggio 1945, che sono 30, 35 e 65
kg. Questa scelta mostra del resto apertamente la malafede di
Brayard, perché, per ragioni matematiche, solo con il valore "30"
egli poteva sperare di ingannare il lettore con il suo trucco
matematico.
Come si vede, nel suo vero contesto, la "rilevanza" della "doppia
equazione" di Brayard è tutt'altro che "minima".
Il signor Leonelli non si accontenta però di questa pia menzogna e
ve ne aggiunge un'altra, ancora più grave, affermando che io, con
una tattica di sostituzione, "in mancanza di argomenti forti" contro
la presunta identificazione del misterioso visitatore di Rassinier
con il prof. Pfannestiel operata da Brayard, avrei enfatizzato un
"errore laterale". In realtà, dopo aver liquidato la stolida pretesa
di Brayard di aver risolto definitivamente l'enigma fisico
sopraindicato, ho liquidato la sua non meno stolida pretesa di aver
risolto definitivamente l'enigma dell'identità del misterioso
visitatore di Rassinier. Anzitutto ho rilevato che questa presunta
identificazione era già stata supposta -- e dico semplicemente
supposta -- da G. Wellers, indi P.Vidal-Naquet, con la sua notoria
onestà intellettuale, aveva trasformato con un tocco di bacchetta
magica olocaustica la supposizione di G. Wellers in certezza
assoluta. L'ultimo venuto, Brayard, non ha saputo fare altro che
ripetere la mistificazione del maestro, aggiungendo di suo solo
un'altra menzogna. Vediamo come e perché. La lettera che il vero
Pfannestiel scrisse a Rassinier il 3 agosto 1963 dimostra
irrefutabilmente, per semplici ragioni cronologiche, che Pfannestiel
non era l'uomo che aveva fatto visita a Rassinier a Parigi due mesi
prima. Ciò contraddice ovviamente l'intangibile dogma
vidalnaquetiano. Come fare? Semplicissimo: basta proclamare -- senza
alcuna prova, senza alcun indizio -- che l'incontro di Rassinier con
il misterioso visitatore avvenne dopo tale lettera, nel settembre
1963, in Germania, e dichiarare poi sfrontatamente che, riguardo
alla data e al luogo dell'incontro, sia Rassinier, sia la moglie di
lui, hanno mentito!. Una identificazione" davvero ineccepibile!
Chi dunque enfatizza, anzi, inventa "in mancanza di argomenti forti"
a favore di questa "identificazione", è proprio Brayard, che, per
sostenerla, è costretto a ricorrere a una volgare menzogna. E il
signor Leonelli, dal canto suo, non solo avalla omertosamente questa
menzogna, ma, per sviare il lettore, ve ne aggiunge un'altra di
propria fattura!
Quanto alle altre critiche da me formulate a Brayard, il signor
Leonelli tace, non sa che cosa dire, non ha nulla da obiettare,
dunque ne accetta tacitamente il valore e la fondatezza.
E infatti, "in mancanza di argomenti forti" -- è proprio il caso di
dirlo -- egli si appiglia a una quindicina di righe del mio
opuscolo, le isola dal contesto, ne stravolge il significato e
dedica più di due pagine alla loro "confutazione" esponendo tre
"argomenti". Egli scrive:
"In materia di probità intellettuale, al fine di saggiare la probità
di tali precettori, scelgo un brano dal libretto negazionista contro
Brayard:
"Brayard non adduce una sola prova della presunta adesione di
Rassinier all'ideologia della destra: egli non solo non ha mai
rivendicato «la sua nuova appartenenza», ma ha sempre respinto con
durezza le accuse di collaborazionismo con ex SS (p.278) o di
appartenenza «ad un gruppo internazionale di tendenza fascista» come
«abominevole calunnia» (p.373). E non è un caso che, dopo che la
collaborazione a Rivarol con lo pseudonimo di Jean-Pierre Bermont
divenne di pubblico dominio, «una sola rivista, confidenziale,
quella dell'Associazione operaia anarchica, rinnovò a Rassinier la
sua fiducia e la sua fedeltà» (p.384). Ma forse anche questi operai
anarchici facevano parte dello stesso fantomatico «gruppo
internazionale di tendenza fascista» ! ".
Questa "critica" figura in uno scritto che ha perlustrato il libro
alla ricerca di ciò che Brayard "tace disonestamente" " (p.184).
Saggiamo dunque a nostra volta la "probità intellettuale" di questo
precettore anti-"negazionista".
Egli comincia col travisare lo scopo stesso della mia analisi del
libro di Brayard isolando dal contesto due parole e conferendo ad
esse un significato che non hanno. A p. 42 dell'opuscolo in
questione, mi sono limitato a rilevare:
"Dopo aver introdotto la sua argomentazione con questa menzogna,
Florent Brayard tace disonestamente che nei primi due documenti
Gerstein ha fornito indicazioni contraddittorie:...".
Si tratta della questione, cui ho accennato sopra, del peso medio
delle vittime delle "camere a gas", al quale Gerstein attribuisce
nei tre documenti tre valori diversi (30, 35 e 65 kg), tra i quali,
come si è detto, Brayard sceglie il valore più basso perché è
l'unico che gli consenta di ingannare il lettore con la sua "doppia
equazione"!
Riprendiamo la "critica" del signor Leonelli. Egli continua
asserendo:
"Limitandomi a questo brano, segnalo, a titolo d'esempio, alcune
cose che questa "confutazione" tace - dobbiamo presumere -
onestamente:
1. Il modo in cui la collaborazione di Rassinier al giornale
neofascista Rivarol "divenne -- come dice pudicamente il brano
sopraccitato -- di pubblico dominio" (p.184).
Indi il signor Leonelli riporta un passo del libro di Brayard che
contiene "il resoconto dell'incidente che decise l'esito del
processo", nel quale l'avvocato Rosenthal costringe Rassinier, che
prima negava, ad ammettere di aver collaborato a Rivarol con lo
pseudonimo di Jean-Paul Bermont, cosa che io non ho taciuto perché
la cosa mi creasse un qualche imbarazzo ("pudicamente", dice il
signor Leonelli), ma non ho menzionata soltanto perché essa è
assolutamente irrilevante rispetto al problema che ho sollevato, che
è quello del significato reale dell'avvicinamento di Rassinier alla
destra francese. Il passo riportato dal signor Leonelli non solo non
dimostra nulla circa il presunto "rinnegamento" politico di
Rassinier, ma, se mai, prova il contrario, tradendo il grave
imbarazzo di chi si senta scoperto in flagranza con il suo nemico
ideologico naturale, imbarazzo che Rassinier non avrebbe provato se
avesse "rinnegato" deliberatamente i suoi ideali.
Passiamo alla seconda "critica" del signor Leonelli:
"2. La presa di posizione degli organi anarchici meno confidenziali,
come quella di Le Monde Libertaire, organo della Fédération
anarchiste (Fa), riprodotta da Brayard a p.383" fu quella di una
netta presa di distanze da Rassinier ("noi non abbiamo niente a che
fare con questo personaggio che ci è totalmente estraneo") (p.185).
Qui al signor Leonelli, oltre che la buona fede, fa difetto anche la
logica. Con la citazione "criticata" dal nostro apologeta ho
soltanto voluto sottolineare che, dopo essere stato smascherato
(spero che il signor Leonelli trovi meno "pudico" questo verbo) come
collaboratore di Rivarol, Rassinier ebbe ancora l'appoggio morale
dell'Associazione operaia anarchica, la quale non credeva
evidentemente al presunto "rinnegamento" politico di Rassinier, e
questo è tutto. Il rimprovero del signor Leonelli è dunque un
semplice paralogismo, come se io avessi sostenuto che tutti gli
organi anarchici avessero dato il loro appoggio a Rassinier !
L'apologista di Brayard continua così con il terzo "argomento":
"3. Brayard non sostiene affatto, né in alcun modo suggerisce, che
l' Association ouvrière anarchiste sarebbe stata affiliata ad un
"gruppo internazionale di tendenza fascista""(p.185).
Alla dimostrazione di questo assunto egli dedica perfino parecchie
righe.
Qui le cose sono due: o il signor Leonelli è in malafede, e allora è
tutto chiaro, oppure argomenta sul serio, e allora bisogna pensare
che il suo intelletto sia sconvolto da gravi turbe vidalnaquetiane.
Come si fa a prendere sul serio una semplice boutade? Nel passo in
oggetto -- non si offendano i lettori di intelligenza normale per la
banalità della spiegazione, ma, a quanto pare, c'è qualche
caudatario anti"negazionista" che ne ha bisogno -- rilevando che
Rassinier era stato accusato di far parte di "un gruppo
internazionale di tendenza fascista" e ciò nonostante la rivista
dell'Associazione operaia anarchica "rinnovò a Rassinier la sua
fiducia e la sua fedeltà", ho lanciato la boutade che forse anche
questi operai anarchici facevano parte dello stesso gruppo.
Ma la cosa più sorprendente è che dalla "critica" di questa boutade,
il signor Leonelli si affretta a trarre -- sempre mantenendo la sua
integerrima probità intellettuale, s'intende -- un presunto
principio generale della mia metodologia storiografica:
"Questo tentativo di ripetere il raggiro mostra bene la consistenza
della pretesa indipendenza metodologica e argomentativa da Rassinier,
proclamata dagli epigoni " (p.185).
Incredibile ma vero, il signor Leonelli non misura la mia
indipendenza metodologica ed argomentativa dalle critiche
metodologiche e argomentative che rivolgo a Brayard e a Rassinier
stesso, ma da una mia boutade di due righe!
Non solo, ma su tale base più che risibile egli, incredibilmente,
costruisce poi il presunto "procedimento fisso" delle mie obiezioni:
"1. Si attribuisce all'autore "criticato" una tesi non sua (in
questo caso si riduce il lavoro di Brayard alla presentazione di un
"Rassinier in camicia bruna" che, nel brano in questione, si traduce
nel Rassinier affiliato ad un "fantomatico gruppo...",
un'affermazione del 1964 della Lica che non esprime l'impostazione
del libro di Brayard);
2. Conseguentemente alla falsa premessa, si "scoprono" nel testo
affermazioni che contrastano con la tesi abusivamente attribuita
all'autore;
3. Si chiude il paralogismo osservando che l'autore "si
contraddice", è "in malafede".
Il problema di Brayard è tutt'altro: il suo lavoro non si
contraddice, ma espone una contraddizione: Rassinier è l'uomo che
"non ha cambiato idea", l'eterno pacifista che sostiene il patto di
Monaco e - insieme - un ingranaggio del dispositivo discorsivo
revanscista dell'estrema destra europea del secondo dopoguerra" (pp.185-186).
In realtà è il signor Leonelli ad attribuire una "tesi non sua" a
Brayard, dicendo esattamente il contrario di ciò che lo "storico"
francese afferma: l'apologista gli fa dire infatti che Rassinier
"non ha cambiato idea", mentre lo "storico" parla della sua "nuova
posizione politica", afferma che egli "rivendica la sua nuova
appartenenza" politica e gli attribuisce perfino un "rinnegamento"
politico che era "deliberato".
Forse per amore di simmetria, il signor Leonelli, dall'alto della
sua probità intellettuale, attribuisce anche a me una tesi non mia,
isolando il mio passo citato sopra dal contesto e storpiandone
ancora una volta il significato, come se io avessi realmente
imputato a Brayard l'affermazione di un "Rassinier affiliato ad "un
fantomatico gruppo [internazionale di tendenza fascista]"".
Nonostante le assicurazioni che il signor Leonelli elargisce --
dobbiamo presumere -- onestamente, la contraddizione non è in
Rassinier, ma in Brayard, la cui malafede il suo difensore d'ufficio
ha d'altronde ammesso e sottoscritto non eccependo nulla alle mie
circostanziate dimostrazioni di essa nel campo argomentativo.
Imbaldanzito dai suoi stessi sofismi, il signor Leonelli, con la sua
consueta buona fede, si avventura poi in una "critica" più generale.
Nel mio opuscolo ho scritto che
"il libro di Florent Brayard rappresenta una nuova strategia di
attacco contro il revisionismo, al tempo stesso la radicalizzazione
e la copertura pseudoscientifica delle ignobili tesi sostenute da
Deborah Lipstadt".
Il signor Leonelli commenta:
"Questa nuova strategia consiste nel sottoporre ad esame critico i
testi e il percorso del padre fondatore del revisionismo, esaminando
non soltanto i lavori editi, ma un insieme di documenti sinora
sconosciuti, raccordando materiali dispersi, iniziando a ricomporre
le parti di un puzzle complesso, costruendo linee di
interpretazione, tracciando un articolato quadro d'insieme. [...].
Emerge qui il nucleo dogmatico della "scuola" negazionista: Brayard,
con inqualificabile sfrontatezza, ha osato contestare la pretesa
"correttezza" di Rassinier!" (pp.186-187).
Il difensore d'ufficio di Brayard a questo riguardo aggiunge:
"Venendo alla "correttezza" di Rassinier, per i negazionisti era
criticabile su un piano meramente ipotetico; ma nel momento in cui
essa, sottoposta ad un esame sistematico, dà evidenti segni di
cedimento, è brandita come un articolo di fede e mostra di essere
iscritta nell'intangibile e sacro spazio del non-opinabile. Più
semplicemente: con il libro di Brayard il negazionismo ha
irreversibilmente perduto la rendita di posizione che gli permetteva
di denunciare nei propri avversari la scarsa conoscenza di
Rassinier, godendo contemporaneamente dei benefici della stessa. Per
questo i negazionisti parlano di una nuova strategia di attacco"
(p.188).
Ecco un altro fulgido esempio della "probità intellettuale" del
nostro precettore.
Ligio al "procedimento fisso" di falsificazione vidalnaquetiano, che
consiste nell'attribuire questo procedimento di falsificazione
"all'autore "criticato"", ossia al perverso "negazionista", il
signor Leonelli comincia coll'imputare al revisionismo una tesi non
sua, inventando maldestramente il rimprovero revisionistico della
"scarsa conoscenza di Rassinier", come se Rassinier fosse non un
precursore, ma il portavoce ufficiale del revisionismo attuale, e il
valore dimostrativo di quest'ultimo si potesse misurare sul grado di
conoscenza dei libri di Rassinier! Questo paralogismo è basato sull'
osservazione di Saletta che
"l'antirevisionismo militante è affare di gente che con il tema non
ha neppure quel minimo di dimestichezza che le consentirebbe di
indicare senza svarioni il nominativo -- dicesi il semplice
nominativo -- di questo o di quell'eponente dell'indirizzo storico
che da essa viene votato all'esecrazione delle persone dabbene",
il che significa semplicemente che la bassa manovalanza dei padroni
del vapore ignora non solo le tesi, ma perfino l'ortografia dei
revisionisti, ma, ciò nonostante, ha l'impudenza di pontificare
contro di essi.
In tale contesto Saletta menziona lo svarione di Burgio, che scrive
"Raissinier". Su questa inezia il nostro apologista ricama il
grazioso paralogismo esposto sopra.
Indi il signor Leonelli, vero adoratore del verbo vidalnaquetiano,
tenta di scaricare sul revisionismo il proprio dogmatismo creando,
con l'artificio della "correttezza", la mendace immagine del
revisionista adoratore del verbo rassinieriano.
E quanto questa immagine sia mendace, quanto io abbia accettato le
tesi di Rassinier "come articolo di fede" risulta da ciò che ho
scritto in proposito nel mio opuscolo:
"Per quanto riguarda la metodologia e le argomentazioni di
Rassinier, non c'è dubbio che esse lascino spesso a desiderare, e
che le critiche di Florent Brayard siano spesso giuste (ma l'assenza
di rigore scientifico è un carattere tipico dell'epoca in cui
scriveva Rassinier e si riscontra in misura analoga anche nei suoi
avversari). Io stesso, undici anni or sono, in una delle mie prime
pubblicazioni, ho segnalato gli errori più importanti commessi da
Rassinier nella trattazione del rapporto Gerstein. Giuste sono anche
gran parte delle critiche che Florent Brayard rivolge all'analisi di
Rassinier della testimonianza di Rudolf Höss, della conferenza di
Wannsee, e qualche critica al suo studio statistico sulle perdite
ebraiche durante la seconda guerra mondiale".
E questa sarebbe una critica meramente ipotetica? Questa sarebbe
l'assunzione del verbo di Rassinier "come un articolo di fede"?
Di nuovo, il signor Leonelli mentisce sapendo di mentire. E, da buon
difensore d'ufficio, mentisce per proteggere il suo cliente. In tal
modo egli si presta al sordido gioco di Brayard, questo povero golem
di Vidal-Naquet che doveva semplicemente completare l'opera del suo
burattinaio; tentare di colpire in Rassinier l'intero revisionismo
attuale, cosa che nel mio opuscolo ho spiegato così:
"Qui la strategia di Florent Brayard, che del revisionismo attuale
sa poco o nulla, consiste nell'insinuare subdolamente che, se i
metodi e le argomentazioni del maestro erano dubbie, i metodi e le
argomentazioni dei discepoli lo sono ancora di più".
A questo riguardo ho poi spiegato che
"Rassinier è sì il fondatore del revisionismo attuale -- e ciò è
innegabile --, ma non nel senso in cui Pierre Vidal-Naquet è il
maestro di Florent Brayard e questi è suo discepolo. Rassinier ha
catalizzato l'attenzione di alcuni studiosi su un tema, ha indicato
una via, ma poi questi studiosi hanno proceduto per proprio conto,
verificando la sua metodologia e le sue argomentazioni e lasciandosi
alle spalle tutto ciò che in esse c'era di dubbio o di infondato. Il
revisionismo attuale dipende da Rassinier solo storicamente, non già
metodologicamente e argomentativamente, sicché sperare di abbatterlo
colpendo le tesi di Rassinier è una pia illusione".
Quanto poi alla tesi di Brayard, ho rilevato che il suo libro
"verte, apparentemente, su tre punti: le intenzioni, la metodologia
e le argomentazioni di Rassinier, in realtà, il punto veramente
essenziale è il primo, in quanto l'opera costituisce uno sforzo
immane quanto insulso di attribuire a Paul Rassinier l'etichetta di
neo-nazista, nella vana illusione di colpire, nel suo fondatore, il
revisionismo attuale. In questo disegno, le critiche che Florent
Brayard muove alla metodologia e alle argomentazioni di Rassinier --
critiche in parte giuste -- svolgono semplicemente una funzione
surrettizia di appoggio alla tesi principale: se Rassinier ha
commesso degli abusi in campo metodologico e argomentativo, ciò
dipende soltanto dal fatto che egli era un sordido neo-nazista,
naturalmente antisemita, che mirava unicamente a riabilitare il
nazismo falsificando la storia. E se il fondatore del revisionismo
era un falsario...".
Al signor Leonelli, che di revisionismo attuale sa meno di Brayard,
non è rimasto che defilarsi ed eludere la discussione con un
capzioso pretesto vidalnaquetiano:
"Notiamo a margine, che affrontare i presunti problemi posti dal
negazionismo non è un imperativo autoevidente, ma presuppone il
preliminare accertamento della correttezza dei "problemi" che il
revisionismo pretende di porre. In alternativa si può respingere la
legittimità e la plausibilità delle "problematizzazioni"
negazioniste" (p.188).
In termini più prosaici, "in mancanza di argomenti forti", davanti
ai problemi sollevati dal revisionismo è meglio far finta di niente
e tacere; se poi qualche sprovveduto olocaustista insiste, si dirà
che bisogna "respingere la legittimità e la plausibilità" di questi
"falsi" problemi, come ad esempio quello gersteiniano delle 28-40
persone per metro quadrato e altre simili inezie!
Con ciò egli dimostra di aver capito perfettamente sia il carattere
strumentale del libro di Brayard sia il significato delle mie
critiche; ha capito tanto bene la nuova strategia di attacco
inaugurata da P. Vidal-Naquet tramite il suo golem F. Brayard che
l'ha messa in atto egli stesso!
Il signor Leonelli non solo brandisce la "correttezza" di Brayard
"come un articolo di fede", ma gli attribuisce perfino virtù
taumaturgiche: le stesse opere di Rassinier, ci assicura il pio
apologista, "sono illegibili senza l'ausilio del lavoro di Brayard"!
(p.189).
Esponendo un esempio concreto del valore di questo "ausilio", il pio
apologista ci fornisce graziosamente un altro sublime saggio della
"probità intellettuale" dell'apostolo di P. Vidal-Naquet e sua
propria. Egli rileva:
"Ad esempio: Rassinier -- nell'ambito della tendenza a sminuire la
responsabilità delle SS nei lager -- insiste sulle responsabilità
della burocrazia concentrazionaria, designandola col termine
Häflingsführung".
Indi il signor Leonelli riporta un lungo brano di Brayard che
comincia così:
"Il problema della Häftlings-Führung domina la vita dei campi di
concentramento spiega [Rassinier] prima di darne la descrizione in
Passage de la ligne" (p.189).
Brayard rileva che il termine tedesco summenzionato, spiegato da
Rassinier come "direzione del campo tenuta dai detenuti stessi", è
un neologismo creato da questi "sul modello dell' SS-Führung
direzione SS, che Rassinier impiega per denominare la direzione del
campo in senso proprio" per giungere a stabilire "un'equivalenza tra
le SS e questi detenuti" (p.190). Il signor Leonelli commenta:
"L'indispensabile erudizione di Brayard mostra che il "problema
della Häftlingsführung" -- sul quale il negazionismo sinistrorso ha
lungamente discettato -- è viziato nella sua stessa formulazione.
Esiste il problema della stratificazione gerarchica dei prigionieri
nei campi, ma i termini in cui Rassinier, replicato dagli epigoni,
pretende di porlo sono letteralmente mistificanti" (p.190).
Naturalmente il nostro apologista passa sotto silenzio l'inezia che
l'argomento di Brayard è fondato esso stesso su una mistificazione:
Rassinier distingue nettamente la responsabilità subordinata di
questa "Häftlingsführung" da quella primaria ed essenziale delle SS,
precisando che queste, per dirigere i campi, erano "costrette a
prendere fra i detenuti il personale necessario alla sorveglianza e
all'organizzazione", mansioni, appunto, subordinate a quella della
direzione. Niente di nuovo, dunque: la solita tattica di attribuire
all'autore "criticato" una tesi non sua.
Per quanto riguarda "l'indispensabile erudizione" di Brayard, rilevo
che questo sprovveduto ignora che anche il termine SS-Führung è un
"neologismo": la direzione dei KL si chiamava in realtà
SS-Verwaltung!
Quanto poi questa "erudizione" si sposi con la "probità
intellettuale" di Brayard, si può desumere dal fatto che un
autorevole ex deportato comunista che ha scritto prima di Rassinier,
Eugen Kogon, nella sua opera classica sul sistema concentrazionario
tedesco ha parlato esplicitamente di una Häflings-Selbstverwaltung,
una "autoamministrazione dei detenuti" che corrisponde precisamente
alla Häflingsführung di Rassinier. Al suo apice, spiega Kogon, c'era
il Lagerälteste, cui erano subordinati il Rapportführer, la
Schreibstube, l'Arbeitsdienstführer, l'Arbeitseinsatzführer, i
Kapos. E che questo non fosse un anodino "problema della
stratificazione gerarchica dei prigionieri nei campi", come va
cianciando il signor Leonelli, appare chiaro da ciò che Kogon dice
riguardo al Lagerälteste:
"Un uomo sbagliato [falscher] in questa carica significava per il
campo una catastrofe [eine Katastrophe]",
perciò la Häflings-Selbstverwaltung un qualche peso sulle condizioni
di vita dei detenuti doveva pur averla.
Contrariamente a ciò che sostiene Brayard e che viene ripetuto dai
suoi apologisti, Rassinier non ha voluto sminuire le responsabilità
delle SS nella direzione dei campi di concentramento, ma mettere in
rilievo le obiettive responsabilità della Häflings-Selbstverwaltung.
Poiché, per le ragioni esposte da Rassinier, succedeva quasi sempre
che, quando i campi si erano sufficientemente organizzati, questa
Häflings-Selbstverwaltung finisse nelle mani dei detenuti politici,
cioè dei comunisti, non stupisce che certi anti"negazionisti"
sinistrorsi dalla coda di paglia abbiano accolto la spietata analisi
di Rassinier con malcelata indignazione. Ben vengano dunque le
mistificazioni di Brayard per occultare tali responsabilità !
Chiarita quale sia la "probità intellettuale" di Brayard e del suo
avvocato difensore, torniamo alla questione del significato della
nuova strategia anti"negazionistica" adottata dal golem di P.
Vidal-Naquet.
Costui ha cominciato con lo screditare i revisionisti attribuendo
loro metodi di lavoro e sofismi da lui stesso escogitati ed adottati
contro di essi; nel contempo egli si è messo vilmente al riparo da
un confronto diretto con Faurisson - che avrebbe inevitabilmente
smascherato i suoi artifici - proclamando il solenne principio che
si discute dei revisionisti ma non con i revisionisti. In mancanza
di argomenti seri, P. Vidal-Naquet ha inoltre avallato ufficialmente
la nota calunnia dell'origine neo-nazista e antisemita del
revisionismo, perfezionata poi da Deborah Lipstadt.
Sebbene questa calunnia sia stata propalata entusiasticamente dal
fitto stuolo dei fedeli caudatari, essa presentava tuttavia un punto
debole -- anzi, debolissimo -- che non poteva sfuggire
all'attenzione delle persone oneste: sul piano politico e
ideologico, il fondatore del revisionismo storico, Paul Rassinier,
aveva credenziali più che "in regola". A ciò si è aggiunto poi un
inconveniente imprevisto: dalla pubblicazione del rapporto Leuchter
(1988), la storiografia revisionistica ha fatto tali e tanti
progressi, ha spostato a tal punto il suo baricentro sul piano
tecnico e ha acquisito una tale documentazione sul piano storico da
sfuggire completamente di mano al grande golem dell'
anti"negazionismo" e ai suoi discepoli; quando infine, nel 1991, è
morto Georges Wellers, il vero cervello pensante di cui Pierre
Vidal-Naquet era una specie di passivo replicante che da esso traeva
la sua linfa vitale metodologico-argomentativa, egli ha subìto un
collasso mentale.
L'unica via per trarsi fuori dalle sabbie mobili in cui si era
impantanato l' "antinegazionismo" militante -- soprattutto francese
-- era di far finta che non fosse successo nulla, che il
revisionismo fosse ancora esclusivamente Rassinier e, al più,
Faurisson. Bisognava stornare l'attenzione del pubblico dal
revisionismo attuale al suo precursore, il quale, proprio per essere
stato un precursore, ha commesso inevitabilmente errori di giudizio
e di metodo; bisognava dunque sfruttare questi errori, inventarne
altri ricorrendo a trucchi e falsificazioni e ridurre poi il
revisionismo attuale alle "imposture" metodologiche e argomentative
di Rassinier create artificiosamente in questo modo; parallelamente
bisognava distruggere le sue troppo scomode credenziali
ideologico-politiche, dipingerlo come un cripto-fascista o un
cripto-nazista, ovviamente antisemita.
La nuova strategia è stata inaugurata da Deborah Lipstadt, che ha
vaneggiato di una sorta di congiura mondiale neo-nazista che avrebbe
forgiato il revisionismo come un'arma per riabilitare il nazismo.
Questa congiura avrebbe avuto in Maurice Bardèche l'ispiratore
occulto, in Rassinier l'esecutore materiale,sicché
"la negazione dell'olocausto di Rassinier non era altro che una
maschera per l'espressione di una forma classica di antisemitismo".
Brayard ha completato l'opera: il suo compito era quello di
perfezionare la nuova strategia, di darle una copertura
"scientifica", di indagare alla ricerca di un qualunque appiglio per
avallare la calunnia, sperando in tal modo di prendere i proverbiali
due piccioni con una fava.
Brayard non si è accontentato di ciò, ma ha voluto prendere un terzo
piccione, un po' più sfuggente: Faurisson. Ecco allora che, con i
medesimi artifizi sofistici, egli insinua che Faurisson, fin
dall'immediato dopoguerra, si diceva antisemita e nazista. La fonte
di questa insinuazione è al di sopra di ogni sospetto: l'autorevole
testimonianza -- risalente al 1981! -- di P. Vidal-Naquet!.
Come da copione, Brayard si è guardato bene dal fare il minimo
accenno allo sviluppo successivo del revisionismo; a leggere il suo
libro, il revisionsimo si incentra soltanto ed esclusivamente in
Rassinier e in Faurisson, e, come da copione, il golem di P.
Vidal-Naquet non fa il minimo accenno neppure alle tesi di
Faurisson, il suo unico scopo essendo quello di "scoprire" le sue
radici ideologiche naziste e antisemite.
L'operazione non è riuscita: Brayard ha cercato, ha scavato, ha
scandagliato la vita di Rassinier (e di Faurisson), ma non ha
trovato nulla. Non importa. Se non si trova, si insinua, si
ipotizza. Poi -- P. Vidal-Naquet insegna -- ci penseranno i
mestieranti dell'anti"negazionismo" a trasformare l'insinuazione o
l'ipotesi in "certezza assoluta"!
La "recensione" del signor Leonelli ne è la prova tangibile, tanto
tangibile che egli liquida sbrigativamente il mio compendio delle
attuali tesi revisionistiche di oltre 300 pagine con una sola
"critica", devastante: esso è stato pubblicato dalle Edizioni di Ar!
(p.191).
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