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REVISIONISMO
Il revisionismo
storico:
Non afferma che non ci sia stata nessuna persecuzione degli
ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna privazione dei diritti
degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stata nessuna deportazione degli ebrei;
Non afferma che non ci sia stato nessun ghetto ebreo;
Non afferma che non ci sia stato nessun campo di concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun crematoio nei campi di
concentramento;
Non afferma che non ci sia stato nessun ebreo morto per molte
ragioni;
Non afferma che non sia stata perseguitata nessun'altra minoranza,
come gli zingari, i testimoni di Geova, gli omosessuali, e i
dissidenti politici
Non afferma che le azioni suddette non siano state ingiuste.
Carlo Mattogno
articoli di revisionismo storico

Carlo Mattogno VS shlomo venezia
«LA VERITÀ SULLE CAMERE A GAS» ?
Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo
Venezia
Carlo Mattogno
Dicembre 2007
INDICE
1) Un testimone dell'ultima ora
2) Il titolo del libro
3) Le ragioni del silenzio
4) La deportazione ad Auschwitz
5) Il campo di quarantena BIIa
6) Il primo giorno nel “Sonderkommando”
7) Il “Bunker 2”
8) Il primo giorno di lavoro al “Bunker” secondo i compagni di
sventura di Venezia
9) Le “fosse di cremazione” nell'area del “Bunker 2”
10) Il recupero del grasso umano nelle “fosse di cremazione”
11) La camera a gas del crematorio III
12) Il trasporto dei cadaveri ai forni del crematorio III
13) Forni crematori e cremazione
14) I camini fiammeggianti
15) La rivolta del “Sonderkommando”
16) La salvezza
17) Epilogo
18) Conclusione
1) Un testimone dell'ultima ora
Shlomo Venezia, sedicente ex detenuto del cosiddetto
“Sonderkommando” di Birkenau, ha deciso di “parlare” solo nel 1992.
Di questa testimonianza mi ero già occupato nel 2002, in un articolo
intitolato “Un altro testimone dell'ultima ora: Shlomo Venezia”1. Le
fonti all'epoca disponibili erano scarne. Venezia aveva acquisito
una certa notorietà nel 1995, grazie a una sua intervista a cura di
Fabio Iacomini intitolata “La testimonianza di Salomone Venezia
sopravvissuto dei sonderkommando [sic]”2; sei anni dopo apparve una
sua “Testimonianza tenuta a S. Melania il 18 gennaio 2001 in
occasione della prima Giornata della memoria”3. Nel gennaio 2002,
Venezia concesse un’ intervista a Stefano Lorenzetto4, la quale,
nell'ottobre del 2002, fu riproposta con qualche lieve modifica, sul
settimanale “Gente”, col titolo “Io, ebreo, cremavo gli ebrei”5.
Nell'articolo summenzionato rilevavo:
«Shlomo Venezia, sedicente membro del cosiddetto “Sonderkommando”dei
crematori di Birkenau, come Elisa Springer, ha taciuto per quasi
Note:
1 In: Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi Edizioni, Genova,
2002, pp. 150-160.
2 In: Ragionamenti sui fatti e le immagini della storia. Mensile di
Storia Illustrata, giugno 1995, pp. 30-37.
3 Consultabile in: http://www.gliscritti.it/approf/shoa/shlomo/shlomo.htm.
4 «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di Auschwitz»,
in: Il Giornale, 13 gennaio 2002, p. 1 e 16.
5 Gente, n. 41, 10 ottobre 2002, pp. 77-79.
— 2 — 2
cinquant'anni, ma, a differenza di questa testimone, non ha (ancora)
scritto il suo “memoriale”»6.
Come previsto, Venezia ha finalmente colmato la lacuna nel 2007,
affidando le sue memorie a un libro: “Sonderkommando Auschwitz. La
verità sulle camere a gas.
Una testimonianza unica”7, che esaminerò dal punto di vista storico
anche alla luce delle sue precedenti dichiarazioni.
2) Il titolo del libro
Come ho rilevato più volte, l'attribuzione del termine
“Sonderkommando” al personale dei crematori di Auschwitz-Birkenau
non ha alcun fondamento storico.
Nessun documento giustifica quest'uso terminologico. Nei documenti
tedeschi il personale dei crematori viene chiamato
Krematoriumspersonal o viene indicato con il relativo numero di
commando, ad es. «206-B Heizer Krematorium I. u. II. 207-B Heizer
Krematorium III. u. IV.». Ad Auschwitz esistettero almeno undici “Sonderkommandos”
diversi che non avenano nulla a che vedere con i crematori8. Nel
2004 Carlo Saletti ha scritto:
«Il termine Sonderkommando, usato per indicare la squadra addetta
alla manutenzione e al funzionamento dei crematori, compare assai
raramente nei documenti ufficiali del Lager, dove si utilizza
piuttosto la denominazione Arbeitskommando [squadra di lavoro]
seguita dalla specificazione Heizer Krematorium [fochisti del
crematorio]. Esso, invece, è di uso comune presso il personale
nazista in servizio nel Lager e presso gli internati di Auschwitz»9.
L'ultima affermazione è vera soltanto in relazione alle
testimonianze successive alla fine della seconda guerra mondiale,
quando appunto il termine in questione si impose ufficialmente e
divenne di uso comune, esattamente come il termine “Bunker”10.
Questa osservazione non è ispirata al mio studio summenzionato, ma è
tratta dall'Opus Magnum del Museo di Auschwitz curata da W. D??ugoborski
e F. Piper11. L'unico caso ivi menzionato di presenza del termine
“Sonderkommando” in un documento - il “Dienstplan für Dienstag” del
18 agosto 1944, menziona sì il termine, ma nulla dimostra che esso
si riferisca al personale dei crematori12. Pertanto il termine “Sonderkommando”,
come sinonimo di personale dei crematori, non compare «assai
raramente nei documenti ufficiali del Lager»: non vi compare mai.
Note:
6 C. Mattogno, Olocausto: dilettanti a convegno, op. cit., p. 150.
7 Rizzoli, Milano, 2007.
8 C. Mattogno, “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e
significato. Edizioni di Ar, Padova, 2000,pp. 138-141.
9 Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del
Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), a cura di Carlo
Saletti. Ombre Corte, Verona, 2004, nota 2 a p. 15
10 Vedi § 7.
11 Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations-
und Vernichtungslagers Auschwitz.Verlag des Staatlichen Museums
Auschwitz-Birkenau, O??wi??cim, 1999, volume III, Vernichtung
(sterminio), redatto da F. Piper, note 359 e 360 a p. 213.
12 Vedi al riguardo il mio commento in “Sonderbehandlung” ad
Auschwitz. Genesi e significato, op. cit.,p. 139.
— 3 — 3
3) Le ragioni del silenzio
Prima di esaminare le dichiarazioni di Venezia, è bene soffermarsi
sulle ragioni che lo hanno indotto a tacere «fino al 1992, 47 anni
dopo la Liberazione»!13. Al riguardo egli ha spiegato: «Per tutti
questi anni non abbiamo parlato, neppure col mio amico, sebbene lui
sapesse che il padre lavorava dove stavo io, ed è stato ucciso. Non
avevamo il coraggio di tornare su questi argomenti. Ma ad un certo
punto, di fronte a certi fatti, abbiamo deciso che era necessario. È
stato qualche anno fa, quando a
Roma hanno segnato le stelle di Davide su alcuni negozi, sono
comparse sui muri scritte come “juden raus”, “ebrei ai forni”, e si
sono cominciati a vedere i
naziskin. Per qualcuno possono essere ragazzate, cose di poco conto,
ma per noi che le abbiamo vissute, vedere di nuovo insorgere queste
cose è inaccettabile. È
stata la spinta per incominciare…»14.
Nel libro, Venezia ha scritto:
«Ho iniziato a raccontare quello che avevo visto e vissuto a
Birkenau molto tempo dopo, non perché non ne volessi parlare, ma per
il fatto che le
persone non volevano ascoltare, non volevano crederci. Quando uscii
dall'ospedale, mi ritrovai con un ebreo e cominciai a parlare. A un
tratto mi resi
conto che, invece di guardarmi, guardava dietro di me qualcuno che
gli faceva dei segni. Mi girai e vidi uno dei suoi amici che gli
diceva con i gesti che ero
completamente matto. Da quel momento in poi non ho voluto più
raccontare. Per me parlarne era una sofferenza e quando mi trovavo
di fronte a persone che non
mi credevano mi dicevo che era inutile. Solo nel 1992, quarantasette
anni dopo la mia liberazione, ho ricominciato a parlarne. Il
problema dell'antisemitismo
riprendeva a manifestarsi in Italia e sui muri si vedevano sempre le
croci uncinate...Nel dicembre 1992 sono tornato per la prima volta
ad Auschwitz. [...].
Oggi, quando sto bene, sento il bisogno di testimoniare, ma è
difficile. Sono una persona molto precisa, che ama le cose chiare e
ben fatte. Quando vado a parlare
in una scuola e il professore non ha preparato abbastanza i suoi
allievi, la cosa mi ferisce profondamente. Nell'insieme, comunque,
testimoniare nelle scuole mi
procura molte soddisfazioni»15.
In un'altra intervista, dopo aver parlato delle scritte antisemite
sui muri di Roma,dichiarò:
«Allora sentii che era mio dovere raccontare l'Olocausto come l'ho
visto con i miei occhi»16.
Queste motivazioni non sono convincenti. Esse non spiegano anzitutto
perché neppure i parenti stretti di Venezia, il fratello Maurice e
il cugino Dario, suoi compagni
di sventura nel “Sonderkommando”, abbiano taciuto come lui. Ma,
soprattutto, esse 13 Testimonianza tenuta a S. Melania il 18 gennaio
2001 in occasione della prima Giornata della
memoria, art. cit.
Note:
14 «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei
sonderkommando», art. cit., p. 37.
15 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 176-177.
16 «Io, ebreo, cremavo gli ebrei», art. cit., p. 77.
— 4 — 4
appaiono futili di fronte al “dovere di testimoniare”, che dovrebbe
essere giudiziario e storico, oltre che etico. Venezia infatti,
inspiegabilmente, non ha fatto nessuna
dichiarazione ufficiale, non ha reso alcuna deposizione giurata, non
ha partecipato ad alcun processo contro i suoi persecutori: non al
processo Eichmann di Gerusalemme
(aprile 1961-maggio 1962), non al processo Auschwitz di Francoforte
(dicembre 1963- agosto 1965), non al processo Auschwitz di Vienna
contro F. Ertl e W. Dejaco
(gennaio-marzo 1972); egli non ha contribuito alla condanna dei suoi
carcerieri, né ha illuminato gli storici sul presunto processo di
sterminio ad Auschwitz. Perché? Soltanto
perché qualche conoscente lo aveva preso per matto?
L'altro cugino di Venezia, Yakob Gabbai, invece parlò. All'inizio
degli anni Novanta concesse una lunga intervista allo storico
israeliano Gideon Greif, il quale la
pubblicò nel 199517. Questi intervistò altri tre sedicenti compagni
di sventura di Venezia, che lo nominarono esplicitamente: Josef
Sackar, immatricolato col numero
18273918, Shaul Chasan, 18252719 e Léon Cohen, 18249220, a sua volta
menzionato esplicitamente da Venezia21. Il raffronto tra queste
testimonianze e quella di Venezia,
come si vedrà, è molto istruttivo.
4) La deportazione ad Auschwitz
Venezia, nato a Salonicco nel 1923, fu arrestato ad Atene il 25
marzo 1944 e successivamente deportato a Birkenau, dove giunse l’11
aprile. Cosa curiosa, nel suo
“Libro della memoria”, Liliana Picciotto Fargion elenca, tra gli
Ebrei italiani deportati, tre persone con cognome Venezia nate a
Salonicco, ma non Shlomo22, sebbene fosse
cittadino italiano23.
A Birkenau, il testimone fu immatricolato con il numero 182727. L’11
aprile 1944 giunse in effetti ad Auschwitz dalla Grecia un trasporto
di 2.500 Ebrei di cui
furono immatricolati 320 uomini (182440-182759) e 328 donne
(76856-77183)24.
Nel libro egli menziona esattamente il numero dei detenuti
immatricolati25, che all'epoca non poteva conoscere. È dunque chiaro
che questa informazione è tratta dal
Kalendarium di Auschwitz.
Il cugino di Venezia, Y. Gabbai, di cui egli parla ripetutamente,
giunse ad Auschwitz con il medesimo trasporto e fu immatricolato col
numero 18256926, ma, a
suo dire, all'arrivo furono selezionati 700 uomini27. Evidentemente
non conosceva il Kalendarium di D. Czech.
Note:
17 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen “Sonderkommandos” in Auschwitz. Böhlau Verlag, Colonia,
Weimar, Vienna, 1985, pp. 125-166. Qui egli si presentò col nome
Jaacov Gabai.
18 Idem, pp. 1-48. A p. 9 sono nominati i fratelli Venezia.
19 Idem, pp. 220-255. Shlomo Venezia è menzionato a p. 245.
20 Idem, pp. 256-285.
21 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 68.
22 Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli Ebrei
deportati dall’Italia (1943-1945). Mursia,Milano, 1991, p. 599.
23 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 19.
24 Danuta Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945.Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg,
1989, p. 754.
25 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 52.
26 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit, p. 130.
27 Idem, p. 129.
— 5 — 5
Venezia racconta come segue ciò che accadde all'arrivo al campo:
«Invece il gruppo in cui ci ritrovammo io, mio fratello e i miei
cugini venne inviato a piedi fino a Auschwitz I»28.
Ma il cugino Y. Gabbai descrisse lo stesso evento in tutt'altro
modo:
«Dal trasporto furono scelti 700 uomini, tra di essi mio fratello ed
io, che poi dovettero ancora percorre a piedi tre chilometri29 verso
Birkenau»30.
Inoltre a Venezia il numero 182727 fu tatuato il giorno stesso
dell'arrivo31, al cugino Y. Gabbai, invece, il numero precedente
182569 fu tatuato inspiegabilmente
«dopo alcuni giorni»32.
In relazione al campo di Auschwitz, Venezia afferma:
«All'interno del campo, immediatamente sulla sinistra, si trovava il
blocco 24: era il bordello dei soldati e di qualche privilegiato non
ebreo»33.
Questo bordello era invece destinato esclusivamente ai detenuti. In
un rapporto del Lagerarzt del KL Auschwitz del 16 dicembre 1943 si
legge al riguardo:
«In ottobre nel Block 24 è stato istituito un bordello con 19 donne.
Prima del loro impiego le donne sono state visitate per Wa. R.34 e
Go.35. Queste visite
vengono ripetute ad intervalli regolari. L’accesso al bordello è
consentito ai detenuti ogni sera, dopo l’appello. Durante l’orario
di visita [al bordello] devono
essere sempre presenti un detenuto medico e un detenuto infermiere
che eseguono le misure sanitarie ordinate. Alla sorveglianza
provvedono un medico
SS e un infermiere SS»
[«Im Oktober wurde im Block 24 ein Bordell mit 19 Frauen errichtet.
Vor ihrem Einsetzen wurden die Frauen auf Wa. R. und auf
Go. untersucht. Diese Untersuchungen werden in regelmässigen
Abständen wiederholt. Der Zutritt ins Bordell ist den Häftlingen
allabendlich, nach dem
Appell gestatten. Während der Besuchzeit ist immer ein Häftlingsarzt
und Häftlingspfleger anwesend, die die angeordneten sanitären
Massnahmen
durchführen. Die Überwachung besorgt ein SS-Artz und ein S.D.G.»]36.
Note:
28 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 52.
29 La cosiddetta vecchia rampa (una banchina di legno) in cui si
scaricavano i trasporti si trovava a poche centinaia di metri dal
campo di Birkenau.
30 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit, p. 129.
31 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 58.
32 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit, p. 130.
33 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 52.
34 “Wassermannsche Reaktion”: una reazione chimica per individuare
la sifilide scoperta dal batteriologo August Wassermann (1866-1925).
35 “Gonorrhöe”, gonorrea.
36 Rapporto trimestrale dell’ SS-Lagerarzt del KL Auschwitz I all’SS-WVHA,
Amt DIII, del 16 dicembre 1943. GARF, 7121-108-32, pp. 95-96.
— 6 — 6
5) Il campo di quarantena BIIa
Il giorno dopo Venezia fu inviato nel campo BIIa di Birkenau, dove
doveva restare in quarantena per quaranta giorni. Egli racconta che,
qualche giorno dopo,
«ci fecero prendere un carro, come quelli che si utilizzavano per
trasportare il fieno. Dovevamo trainarlo noi al posto dei cavalli.
Raggiungemmo
una baracca che si trovava alla fine della quarantena, la chiamavano
Leichenkeller, la camera dei cadaveri.
Quando aprimmo la porta un odore atroce ci prese alla gola: la puzza
dei corpi in decomposizione. Non ero mai passato davanti a quella
baracca, e solo
allora appresi che serviva da deposito per i cadaveri dei detenuti
morti durante la quarantena, prima che venissero portati al
Crematorio per essere bruciati. Un
gruppetto di prigionieri passava tutte le mattine nelle baracche per
recuperare i corpi di quelli che erano morti durante la notte. I
cadaveri potevano poi rimanere
a marcire nel Leichenkeller quindici o venti giorni, e quelli sul
fondo erano spesso in uno stato di decomposizione avanzato, a causa
del caldo»37.
In realtà nel campo di quarantena BIIa non esisteva alcuna camera
mortuaria.
Delle 19 baracche che lo componevano, 14 servivano da alloggio per i
detenuti, 3 contenevano lavatoi e latrine, una l'infermeria e una la
cucina. Nell'aprile-maggio 1944,
12 baracche furono adibite a ospedale per i detenuti, nessuna a
camera mortuaria38.
La permanenza di cadaveri nelle camere mortuarie di Birkenau per
«quindici o venti giorni» non ha alcuna base reale, il che rende
ulteriormente insostenibile il
racconto di Venezia.
Il 4 agosto 1943 l'SS-Sturmbannführer Karl Bischoff, capo della
Zentralbauleitung, rispose all' SS-Hauptsturmführer Eduard Wirths,
medico della
guarnigione di Auschwitz, che aveva richiesto la costruzione di
camere mortuarie in muratura:
«L’SS-Standartenführer dott. Mrugowski, nel corso del colloquio del
31luglio, ha dichiarato che i cadaveri devono essere portati nelle
camere mortuarie
dei crematori due volte al giorno, e precisamente al mattino e alla
sera. Perciò la costruzione separata di camere mortuarie nelle
singole sottosezioni diventa
superflua».
[«SS-Standartenführer Mrugowski hat bei der Besprechung am 31.7
erklärt, daß die Leichen zweimal am Tage, und zwar morgens und
abends in die
Leichenkammern der Krematorien überführt werden sollen, wodurch sich
die separate Erstellung von Leichenkammern in den einzelnen
Unterabschnitten erübrigt»]39.
Il 25 maggio 1944 il dott. Wirths inviò una lettera al comandante
del campo di Auschwitz in cui si dice:
Note:
37 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 66-67.
38 Irena Strzelecka, «Das Quarantänelager für männliche Häftlinge in
Birkenau (BIIa)», in: Hefte von Auschwitz. Verlag Staatliches
Auschwitz-Museum, 1997, p. 71, 73 e 115.
39 Lettera di Bischoff a Wirths del 4 agosto 1943 con oggetto «Hygienische
Sofortmassnahmen im KGL: Erstellung von Leichenhallen in jedem
Unterabschnitt». RGVA, 502-1-170, p. 262.
— 7 — 7
«Nelle infermerie dei detenuti dei campi del KL Auschwitz II ogni
giorno vi è naturalmente un certo numero di cadaveri, il cui
trasporto ai crematori è
invero regolamentato e avviene due volte al giorno, al mattino e
alla sera». [«In den Häftlingsrevieren der Lager des KL Auschwitz II
fallen naturgemäß täglich
eine bestimmte Anzahl von Leichen an, deren Abtransport zu den
Krematorien zwar eingeteilt ist und täglich 2 mal, morgens und
abends, erfolgt»]40.
Il trasporto dei cadaveri ai crematori «al mattino e alla sera»
spiega perché il “Sonderkommando” era suddiviso in due turni di
lavoro, uno diurno e uno notturno,
come affermò anche Venezia:
«Noi facevamo turni dalle 8 alle 20 oppure dalle 20 alle 8»41;
«lavoravamo in due turni, uno di giorno e uno di notte»42.
Per quanto riguarda la denominazione della presunta baracca, Venezia
confonde con quella della camera mortuaria seminterrata del
crematorio II/III: “Leichenkeller”
significa appunto “scantinato per i cadaveri”; tutte le altre camere
mortuarie di Birkenau erano infatti al livello del suolo. Come
vedremo, Venezia afferma di essere stato
assegnato al cosiddetto “Sonderkommando” del crematorio III, ma,
fatto alquanto curioso, non nomina mai il termine “Leichenkeller”
proprio quando lo dovrebbe
menzionare: il “Leichenkeller 1” era infatti la presunta camera a
gas omicida.
In fatto di terminologia errata, Venezia, ripetendo ciò che aveva
già detto nel 1995 43, afferma che i detenuti, ad Auschwitz,
venivano chiamati «pezzi» (Stücke)44.
Nessun documento noto attesta quest’uso linguistico. Per contro, in
migliaia di documenti i detenuti sono chiamati, appunto, “detenuti”
(Häftlinge); a volte sono
indicati soltanto con il numero di matricola, a volte anche con il
loro nome45. Nessun altro testimone del “Sonderkommando” e nessuno
dei compagni di sventura di Venezia
conferma questa pretesa denominazione di «Stücke» . Suo cugino Y.
Gabai dichiarò:«Non c'erano nomi al campo, solo numeri»46.
Venezia continua la sua narrazione così:
«Alla fine della terza settimana di quarantena, si presentarono
degli ufficiali tedeschi che solitamente non si facevano vedere qui,
poiché il
mantenimento dell'ordine era affidato ai Kapos. Gli ufficiali si
fermarono davanti alla nostra baracca e ordinarono al Kapo di
disporci in fila, come per
Note:
40 Lettera di Wirths a Höss del 25 maggio 1944 con oggetto «Bau von
Leichenkammern im KL Auschwitz II». RGVA, 502-1-170, p. 264. Per un
approfondimento della questione rimando al mio studio «The Morgues
of the Crematoria at Birkenau in the Light of Documents», in: The
Revisionist, vol. 2, n. 3,agosto 2004, pp. 271-294.
41 «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di
Auschwitz», art. cit.42 Idem, p. 94.
43 «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei
sonderkommando», art. cit., p. 34.
44 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 105.
45 Vedi ad esempio le liste di detenuti con nome e numero di
matricola che ho pubblicato alle pp. 169-172 nel mio studio La
“Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz”. Edizioni di
Ar,
Padova, 1998.
46 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 130.
— 8 — 8
l'appello. Ognuno di noi dovette dichiarare che mestiere faceva e
sapevamo tutti che bisognava mentire. Quando arrivò il mio turno
sostenni di essere barbiere,
mentre Léon Cohen, un amico greco che era sempre con noi, disse di
essere dentista, sebbene in realtà lavorasse in banca. Pensava che
lo avrebbero messo in
uno studio dentistico a fare le pulizie, almeno sarebbe stato al
caldo. Io ero convinto invece che in questo modo avrei raggiunto i
prigionieri che lavoravano
nella Zentralsauna. Avevo visto che il lavoro non era troppo
difficile e poi si stava al caldo. In realtà non accadde quello che
immaginavamo. Il tedesco scelse
ottanta persone, tra cui me, mio fratello e i miei cugini»47.
Ma nell'intervista di Stefano Lorenzetto i prescelti erano 70 48.
Ecco il racconto di Y. Gabbai del medesimo episodio:
«Dopo venti giorni - dunque il 12 maggio 1944 - ci fu un'altra
selezione,più rigorosa della prima: vennero due medici con due
sottufficiali. Dovemmo
sfilare nudi. Un medico tedesco ci visitò, senza dire una parola, e
scelse i 300 più robusti e più sani».49
Al riguardo J. Sackar riferì:
«Da lì ci portarono nella quarantena: Abschnitt BIIa. Vi restammo
tre settimane. [...]. Una sera, quando erano arrivati i primi
trasporti dall'Ungheria,
si effettuò di nuovo una selezione e furono presi 200-220 Greci del
nostro trasporto e fummo portati in blocchi speciali, se non erro,
n. 11 e 13»50.
I primi trasporti di Ebrei ungheresi arrivarono ad Auschwitz il 17
maggio 194451.
S. Chasan raccontò:
«Restammo due settimane nella “quarantena”. [...]. I Tedeschi
vennero semplicemente nella “quarantena” e presero 200 uomini
robusti per il lavoro»52.
Infine, L. Cohen dichiarò:
«Restammo un mese nella quarantena. Un giorno nel blocco giunsero un
medico ebreo e uno tedesco per la “visita”. Poiché conoscevo il
tedesco, i miei
compagni mi incaricarono di tradurre per loro. Andai dai medici e
dissi loro che non ci dovevano assegnare al Sonderkommando. Alcuni
giorni dopo arrivò un
giovane Tedesco, di circa trent'anni, che parlava francese. [...].
Allora mi disse che aveva bisogno di 200 uomini robusti per lavori
di caricamento presso la
ferrovia. [...]. L'uomo ritornò il mattino seguente e disse: “Tutti
i Greci con me!”. Eravamo circa 150 persone»53.
Note:
47 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 68-69.
48 «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di
Auschwitz», art. cit.
49 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit, p. 130.
50 Idem, p. 9.
51 Vedi al riguardo il mio studio La deportazione degli ebrei
ungheresi del maggio 1944. Un bilancio provvisorio. Effepi, Genova,
2007, p. 47.
52 Idem, p. 228.
53 Idem, p. 265.
— 9 — 9
Dalla “Quarantäne-Liste” (Lista della quarantena) risulta che il 13
aprile 1944 furono accolti nel campo BIIa 320 Ebrei provenienti da
Atene con i numeri di matricola
182440-182759 che furono alloggiati nel Block 12; la quarantena
scadeva l’11 maggio, ma 30 detenuti furono trasferiti il 5 maggio54,
pertanto Venezia - che rimase solo tre
settimane in quarantena - doveva far parte di questo gruppo, sebbene
adduca la cifra di70 o 80 detenuti.
In riferimento alla baracca del “Sonderkommando”, egli aggiunge:
«Comunque non ci rimasi molto; nel giro di una settimana fummo
trasferiti nel dormitorio del Crematorio»55.
Ciò sarebbe dunque avvenuto intorno alla metà di maggio del 1944. Ma
secondo, Filip Müller, un altro sedicente membro del
“Sonderkommando”, ciò accadde «alla fine
di giugno»(Ende Juni)56.
6) Il primo giorno nel “Sonderkommando”
Venezia, con i 30 o 70 o 80 o 150 o 200-220 o 300 prescelti fu
condotto nel campo BIId «verso due baracche che pur essendo dentro
al campo erano isolate da tutte
le altre con filo spinato» in cui si trovava il cosiddetto
“Sonderkommando”57.
«La mattina dopo – racconta il testimone – verso le sette, ci
portarono al crematorio III, che era circondato da un reticolato di
filo spinato con la corrente
a seimila volts. Dietro al reticolato correva una palizzata alta tre
metri. Da fuori non potevano [sic] vedere nulla di quello che
accadeva dentro, si vedeva solo la
cima dei camini. Appena entrati dentro il kapò, per non metterci
subito a contatto con la realtà, ci disse di rimanere fuori nel
cortile ad estirpare l’erba ed
altri lavori del genere [sic]. Ad un certo punto notai che
l’edificio aveva una finestra ad altezza d’uomo, e spinto dalla
curiosità decisi di vedere che cosa
succedeva in questo crematorio. Mi avvicinai a quella finestra e
vidi una stanza piena di morti, così aggrovigliati che sul principio
non riuscivo a capire, non
come quelli che avevamo visto nella baracca58, ma morti da poco,
ancora tutti in carne. Non ci volevo credere»59.
«La mattina dopo» è il 6 maggio 1944. All’epoca il crematorio III
(al pari del crematorio II) non era circondato da alcuna «palizzata
alta tre metri» che impedisse la
vista dei rispettivi cortili, come risulta in particolare dalla
fotografia n.153 dell’Album di Auschwitz, che mostra la metà est e
buona parte del cortile del crematorio III, ben
visibile perché era circondato soltanto da una recinzione di filo
spinato60. Questa fotografia appare anche nel libro di Venezia, con
una didascalia ingannatrice: «Gruppo
Note:
54 Quarantäne-Liste. APMO, D-AuII-3/1, p. 5.
55 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 72.
56 F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und
Gaskammern von Auschwitz, op. cit.,p. 236.
57 Secondo la versione ufficiale, il “Sonderkommando” era alloggiato
nel Block 13 del campo BIId.
58 Il testimone si riferisce ad una baracca adibita a camera
mortuaria.
59 «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei
sonderkommando», art. cit., p. 35.
60 L’Album d’Auschwitz. Editions du Seuil, Parigi, 1983, p. 177.
— 10 — 10
di donne e bambini - ebrei ungheresi - in procinto di entrare nel
crematorio II»61. Le fotografie dell'Album di Auschwitz scattate
successivamente dimostrano infatti che
questo gruppo di persone percorse la Hauptstrasse (strada
principale) oltrepassando i crematori II e III e, attraverso la
Ringstrasse (strada circolare)62 si fermò nel boschetto
nei pressi del laghetto situato a est del crematorio IV63.
La storia della palizzata è tratta dal libro di F. Müller, che
scrisse:
«In precedenza Moll qui [presso il Bunker] e nei cortili dei
crematori IV e V aveva fatto innalzare una barriera visiva alta
circa 3 metri di lunghi pali
conficcati, bastoni e rami secchi, per impedire a coloro che si
trovavano al di là di gettare sguardi indiscreti sui luoghi dello
sterminio»64.
Evidentemente Venezia non ha capito bene questo passo, perché
attribuisce al crematorio II o III ciò che F. Müller riferiva al
“Bunker” e ai crematori IV e V.
Stando nel cortile del crematorio, Venezia notò «che l’edificio
aveva una finestra ad altezza d’uomo». Raccontata così, la storia è
piuttosto ingenua, perché lungo tutto
l’intero perimetro esterno del crematorio si trovavano la bellezza
di 47 finestre ad altezza d’uomo65. C’era solo l’imbarazzo della
scelta. Nel libro, Venezia ritorna sull'
episodio scrivendo:
«Il primo giorno al Crematorio rimanemmo nel cortile senza entrare
nell'edificio. A quei tempi lo chiamavamo Crematorio I; non sapevamo
ancora
dell'esistenza del primo Crematorio di Auschwitz I. Tre scalini
portavano all'interno ma, invece di farci entrare, il Kapo ci fece
fare un giro intorno. Un
uomo del Sonderkommando venne a dirci quello che dovevamo fare:
togliere le erbacce e pulire un po' il terreno. Non si trattava di
cose molto utili;
probabilmente i tedeschi volevano tenerci sotto osservazione prima
di farci lavorare all'interno del Crematorio. Quando tornammo il
giorno dopo ci fecero
fare le stesse cose. Sebbene ce lo avessero vietato formalmente,
spinto dalla curiosità mi avvicinai al fabbricato per guardare dalla
finestra cosa accadeva
all'interno. Arrivato abbastanza vicino da dare un'occhiata, rimasi
paralizzato: al di là del vetro vidi corpi ammucchiati, gli uni
sugli altri, cadaveri di persone
ancora giovani. Tornai verso i miei compagni e raccontai loro cosa
avevo visto.
Andarono quindi a guardare pure loro, con discrezione, senza che il
Kapo se ne accorgesse. Tornavano con il volto distrutto, increduli.
Non osavano pensare a
quello che poteva essere successo. Compresi solo più tardi che quei
cadaveri erano il “surplus” di un convoglio precedente. Non erano
stati bruciati prima
dell'arrivo del nuovo convoglio, e li avevano messi lì per fare
spazio nella camera a gas»66.
Note:
61 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 120.
62 La denominazione delle strade si trova anche nella «Pianta di
Birkenau» pubblicata alle pp.56-57 del libro di Venezia.
63 L’Album d’Auschwitz, op. cit., fotografia 152 a p. 176 e 174-189,
pp. 194-205. Vedi al riguardo il mio studio La deportazione degli
ebrei ungheresi del maggio 1944.
Un bilancio provvisorio, op. cit., pp. 36-38 e 66-67.
64 F. Müller, Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von
Auschwitz, op. cit., 1979, p. 200.
65 Vedi il disegno 936 del crematorio II (e III) del 15 gennaio 1942
in: J.-C. Pressac, Auschwitz:Technique and operation of the gas
chambers.
The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, pp.268-269. Vedi
anche la fotografia del crematorio III pubblicata in Sonderkommando
Auschwitz, op. cit.,p. 73.
— 11 — 11
Rilevo anzitutto che, in questa versione, la scena si svolge al
crematorio II invece che al crematorio III. Venezia vi ha inoltre
rinunciato alla storia insostenibile della
«palizzata alta tre metri». Aggiungo che le finestre del crematorio
erano doppie ed erano tutte protette da una inferriata, dettagli non
trascurabili che non potevano sfuggire a un
osservatore esterno.
Secondo un altro sedicente membro del “Sonderkommando”, Henryk
Tauber, al pianterreno del crematorio II il locale denominato
“Waschraum und Aufbahrungsraum”
(sala di lavaggio e di composizione della salma), verso il quale si
apriva il montacarichi,veniva usato nel marzo-aprile 1943 come
«deposito dei corpi»67.
Ma anche se si volesse estendere questa funzione al crematorio III e
al maggio 1944, resterebbe comunque il caso straordinario che
Venezia, tra le 22 finestre che si
aprivano in quella facciata del crematorio, sarebbe andato a
curiosare proprio alla coppia di finestre del locale in questione.
Per F. Müller questo locale era usato per le esecuzioni68. Di tale
presunto uso,però, Venezia non sa nulla: per lui le esecuzioni con
colpo alla nuca venivano effettuate
nella sala forni, vicino all'«angolo dell'ultimo forno»69, né egli
accenna all'impiego di un locale al pianterreno per depositarvi un
“surplus” di cadaveri.
La storia del «“surplus” di un convoglio precedente» è del resto
smentita dal Kalendarium di Auschwitz, secondo il quale l'ultima
gasazione prima del 6 maggio
1944 fu eseguita il 2 maggio, ma le presunte 2.698 vittime70, in
base alla capacità di cremazione addotta da Venezia71, sarebbero
state cremate in meno di due giorni; d'altra
parte, la prima gasazione successiva a quella data, sarebbe avvenuta
il 13 maggio72. Nel libro, «la mattina dopo» diventa «qualche giorno
dopo il nostro arrivo»73, ma ciò non
modifica la conclusione che scaturisce dal suo racconto: Venezia nel
crematorio II o III non poté vedere il gruppo di cadaveri di
presunti gasati.
Il cugino di Venezia narrò l'evento in questo modo:
«All'inizio della settimana, il lunedì 15 maggio, il gruppo fu
diviso. Gli uni andarono al crematorio II [= III], noi fummo portati
al crematorio I [= II].
Nel nostro gruppo c'erano soprattutto Ebrei greci, tra i quali
Michel Ardetti, Josef Baruch di Corfù, i fratelli Cohen, Shlomo e
Maurice Venezia, io e mio
fratello Dario Gabai, Leon Cohen, Marcel Nagari e Daniel ben
Nachmias. Ci dissero che la prima notte non dovevamo ancora
lavorare, solo osservare.
Note:
66 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 72-73.
67 Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del
Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., pp.
66-67.
68 F. Müller, Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von
Auschwitz, op. cit., p. 287, pianta del crematorio II/III
(erroneamente indicato come IV/V), locale 12.
69 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 99.
70 D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op.cit., p. 764.
71 Vedi § 13.
72 D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op.cit., p. 773.
73 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 66.
— 12 — 12
Ricordo che verso le 17 e 30 arrivò un trasporto dall'Ungheria74. I
lavoratori anziani dissero che noi nuovi arrivati dovevamo guardare
bene, giacché entro
pochi minuti essi [i deportati] non sarebbero più stati vivi. Non ci
credevamo.
Dopo poco tempo ci ordinarono di seguire giù i lavoratori, per
vedere che cosa accadeva lì. Questo era ormai il nostro lavoro, ci
fu detto. Fuori c'era [scritto]
“Docce”, in polacco, tedesco, russo e inglese.
[Domanda] Che cosa vide quando, per la prima volta, la porta della
camera a gas si aprì davanti a Lei?
[Gabbai] Vidi cadaveri, uno sopra l'altro. C'erano circa 2.500
corpi»75.
Per J. Sackar, S. Chasan e L. Cohen, invece, il primo giorno di
lavoro i nuovi detenuti del “Sonderkommando” furono portati
direttamente al “Bunker”, come vedremo nel paragrafo 8.
7) Il “Bunker 2”
Nell’intervista pubblicata da “Il Giornale”, Venezia ha raccontato
la sua prima giornata di lavoro nel cosiddetto “Sonderkommando”
senza menzionare affatto
l'aneddoto relativo al crematorio:
«L’indomani [il 6 maggio 1944] ci fecero attraversare un boschetto.
Arrivammo davanti a una casupola di contadini. Guai a chi si muoveva
o fiatava.
Tutti fermi in un angolo ad aspettare. All’improvviso sentimmo delle
voci in lontananza: erano intere famiglie, con bambini piccoli e
nonni. Li costrinsero a
denudarsi al freddo. Poi li fecero entrare nella casetta. Arrivò un
furgone con le insegne della Croce Rossa: scese un Ss, con un
attrezzo aprì uno sportellino e
fece cadere all’interno una scatola di roba, circa due chili. Chiuse
e se ne andò.
Dieci minuti dopo fu aperta una porta dalla parte opposta
all’ingresso. Il capo ci chiamò a tirar fuori le salme. Dovevamo
buttarle dentro il fuoco in una specie di
piscina a 15 metri di distanza»76.
Questa narrazione si riferisce al cosiddetto “Bunker 2”, una casa
contadina pretesamente trasformata in camera a gas omicida nel 1942.
In realtà questa presunta
installazione di sterminio, come ho dimostrato in uno studio
specifico77, non è mai esistita. Essa non appare mai in nessun
documento tedesco né col nome “Bunker” né
con qualunque altro nome, neppure “criptato”.
La Commissione di inchiesta sovietica, che svolse la sua attività ad
Auschwitz nel febbraio-marzo 1945, ignorava completamente il termine
“Bunker”: essa usò sempre
l'espressione “camera a gas” (, gazovaja kamera) n. 1 e 2. Il
testimone per eccellenza, Szlama Dragon, nella sua prima deposizione
resa davanti ad un giudice
istruttore sovietico il 26 febbraio 1945, parlò parimenti di
“gazokamera n. 1 e 2” e dichiarò esplicitamente che questa era la
denominazione ufficiale. Anche H.
Tauber, nella sua deposizione del del 27 e 28 febbraio 1945, riferì
soltanto di “camere a
Note:
74 Come ho già accennato, i primi trasporti dall'Ungheria arrivarono
ad Auschwitz il 17 maggio.
75 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit, pp. 130-131.
76 «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di
Auschwitz», art. cit.
77 C. Mattogno, The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus
History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004.
Mattogno : Considerazioni storiche sulla testimonianza di Shlomo
Venezia
— 13 — 13
gas” ( gazovie kameri). Il termine “Bunker” apparve per la prima
volta nella deposizione di Stanis??aw Jankowski (anch'egli sedicente
membro del
“Sonderkommando) del 16 aprile 194578.
Venezia ignorava che, secondo la versione ufficiale, questo “Bunker”
fu rimesso in funzione in occasione dell’arrivo degli Ebrei
ungheresi ad Auschwitz (perché le
“camere a gas” dei crematori non riuscivano a smaltire le vittime),
dunque non prima del 17 maggio 1944. La stessa cosa vale per la
presunta «piscina» di cremazione. D.
Czech afferma infatti che Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz,
nel quadro dei preparativi per il presunto sterminio degli Ebrei
ungheresi, ordinò di riattivare il
“Bunker 2” in data 9 maggio 194479. F. Müller scrive al riguardo che
«all'inizio di maggio nell'area dei crematori apparve dapprima il
comandante del campo Höss e
alcuni giorni dopo l'Hauptscharführer Moll»80, il quale ordinò di
scavare «cinque fosse dietro il crematorio V». F. Müller aggiunge:
«Anche nell'area del Bunker V ogni giorno si recò un numero molto
consistente di detenuti per scavarvi parimenti delle fosse»81.
Il periodo è proprio quello del presunto invio di Venezia al “Bunker
2”: all'epoca,dunque, egli, eventualmente, avrebbe potuto assistere
solo allo scavo di fosse, non già
allo spettacolo di fosse ardenti. Inoltre, come ho rilevato sopra,
allora non arrivò neppure un trasporto di Ebrei che potessero
esservi gasati.
Venezia ignorava anche che il presunto “Bunker 2”, secondo Sz.
Dragon, era suddiviso in quattro locali, e aveva 4 porte di entrata
e 4 di uscita, nonché 5 aperture di
introduzione dello Zyklon B. Per D. Paisikovic, invece, esso aveva 3
locali82, mentre in base al rilevamento topografico del Museo di
Auschwitz del 29 luglio 1985, esso
comprendeva 7 locali83.
D’altra parte, l’espressione «denudarsi al freddo»84 non solo non
conviene al periodo (6 maggio), ma è anche in contrasto con la
versione ufficiale, secondo la quale
presso il “Bunker 2” furono costruite tre baracche nelle quali le
vittime si spogliavano.
Qui apro una parentesi. Lo storico Marcello Pezzetti, nello scritto
“La Shoah, Auschwitz e il Sonderkommando” allegato al libro di
Venezia, invece di segnalare
questo errore, cerca di coprirlo asserendo:
«In questo periodo di massima capacità di messa a morte del campo,
le autorità naziste misero di nuovo in funzione il Bunker 2 (senza
baracche spogliatoio accanto e
il cui interno venne diviso in due parti... »85.
Note:
78 Idem, p. 75.
79 D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op.cit., p. 769.
80 F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und
Gaskammern von Auschwitz, op. cit.,p.198.
81 Idem, p. 200.
82 C. Mattogno, The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus
History, op. cit., p. 210.
83 Idem, p. 220.
84 Tuttavia i cadaveri, nel «Leichenkeller», erano in decomposizione
«a causa del caldo». Vedi § 5. Allo stesso modo, durante
l'evacuazione su vagoni aperti,
nel gennaio 1945, quando il freddo era «insostenibile» - almeno 20
gradi sotto zero, riferisce Primo Levi (Se questo è un uomo.
Einaudi, Torino,
1984, p. 196) - un cadavere morto nel vagone di Venezia, il giorno
dopo, «cominciava a puzzare tremendamente».
85 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 199.
— 14 — 14
Ma il testimone F. Müller, che è certamente un po' più importante di
Venezia, al riguardo ha scritto che «gli spogliatoi in cui le
vittime si dovevano togliere i vestiti
prima della gasazione si trovavano in tre baracche di legno»86.
Anche Sz. Dragon ha confermato che, alla riattivazione del “Bunker
2”, «sono state costruite delle altre
baracche»87.
M. Pezzetti è smentito perfino dalla pianta di Birkenau riprodotta
nel libro, in cui il “Bunker 2” (designato “M 2”) appare corredato
di due baracche spogliatoio!88
Tornando alle dichiarazioni di Venezia, gli sportelli a tenuta di
gas delle camere di disinfestazione (e delle presunte camere a gas
omicide) non si aprivano «con un
attrezzo», ma con un semplice chiavistello a farfalla. Il testimone
confonde con i barattoli di Zyklon B, i quali, appunto, si aprivano
con un attrezzo speciale, che si
chiamava “Schlageise”.
Non è poi chiaro come Venezia abbia potuto stabilire che nella
«casupola» fossero stati introdotti «circa due chili» di Zyklon B,
perché questo era confezionato in
barattoli di vario formato, da 100 a 1.500 grammi di acido
cianidrico, che egli però nondescrive mai.
Nel libro, Venezia racconta in modo più prolisso il medesimo
aneddoto. Riporto i passi essenziali:
«Arrivammo davanti a una casetta che veniva chiamata, come ho saputo
più tardi, Bunker 2 o “casa bianca” e proprio in quel momento il
mormorio si fece più intenso.
Il Bunker 2 era una piccola fattoria con il tetto ricoperto di
frasche. Ci ordinarono di metterci su un lato della casa, vicino
alla strada che passava lì
davanti, da dove non potevamo vedere niente, né a destra né a
sinistra»89.
Due pagine dopo, viene riprodotto un disegno del sedicente membro
del “Sonderkommando” David Olère risalente al 1945, che mostra il
“Bunker 2”90. Vi
appare una casa (il presunto “Bunker 2”) con una porta al centro
della facciata, una finestrella al centro del fianco visibile e un
tetto ricoperto apparentemente di frasche. In
realtà, secondo la deposizione di Sz. Dragon del 10-11 maggio
194591, il tetto era di paglia92, cosa confermata il 10 agosto 1964
da D. Paisikovic93.
Note:
86 F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und
Gaskammern von Auschwitz, op. cit.,p. 212.
87 Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del
Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p.
45.
88 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 56-57. La casetta
ribattezzata “Bunker 2” si trovava al di fuori del campo, circa 200
m a ovest della Zentralsauna.
89 Idem, p. 74.
90 Idem, p. 76.
91 Sulle contraddittorie e insensate dichiarazioni di Sz. Dragon,
incluse quelle rese ai Sovietici, vedi il mio studio The Bunkers of
Auschwitz.
Black Propaganda versus History, op. cit., pp. 71-83.
92 Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del
Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p.
42.
93 C. Mattogno, The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus
History, op. cit., pp. 106-110 e documento 15 a p. 210, che
riproduce un disegno del “Bunker 5”
eseguito dal testimone in cui appare la didascalia «dach kryty
s??om??», tetto ricoperto di paglia.
— 15 — 15
Aggiungo che il disegno di Sz. Dragon del “Bunker 2”94 è in aperto
contrasto con quello di D. Olère, che presenta per di più parecchi
elementi di fantasia95, mentre quello
di D. Paisikovic è in contrasto con entrambi96. Perciò il
particolare del «tetto ricoperto di frasche» è il frutto di un
fraintendimento del disegno di D. Olère.
Venezia dice poi che arrivarono 200-300 vittime: «Le persone vennero
costrette a spogliarsi davanti alla porta». Nessuna menzione delle
apposite baracche-spogliatoio neppure qui.
Nel seguito della narrazione scompare sia l'accenno all'SS che «con
un attrezzo aprì uno sportellino», sia il riferimento ai «circa due
chili» di Zyklon B.
Venezia aggiunge:
«Quanto a noi, ci ordinarono di andare dietro la casa da dove,
all'arrivo, avevo notato provenire uno strano bagliore. Mentre ci
avvicinavamo mi resi
conto che si trattava della luce del fuoco che bruciava nelle fosse,
a una ventina di metri di là»97.
In precedenza egli aveva menzionato una sola fossa, «una specie di
piscina», o «un fossato tipo piscina»98: qui, invece, parla di
«fosse», al plurale, senza curarsi di dire
neppure quante erano. La cosa in effetti era piuttosto ardua,
perché, al riguardo, i testimoni oculari si contraddicono a vicenda,
asserendo che esse erano 1, 2 o 4, che
erano lunghe 50 o 30 metri, larghe 10 o 6 metri e profonde 3 o 4
metri99.
Venezia ignorava anche che, nel 1944, il “Bunker 2” (secondo altri
testimoni) era stato ribattezzato “Bunker V” (F. Müller) o “Bunker
5” (D. Paisikovic), sicché Jean-
Claude Pressac prese la salomonica decisione di denominarlo “Bunker
2/V”100.
8) Il primo giorno di lavoro al “Bunker” secondo i compagni di
sventura di Venezia
A questo riguardo, J. Sackar raccontò quanto segue sulla sua prima
giornata nel “Sonderkommando”:
«Del primo giorno mi ricordo bene. Eravamo nel campo D [BIId] e una
sera ci portarono dietro all'edificio dell'ultimo crematorio [hinter
das letzte
Krematoriumsgebäude], dove vidi le atrocità più orribili della mia
vita. La sera era arrivato un piccolo trasporto. Noi non dovevamo
lavorare; ci avevano portato
là affinché ci abituassimo a guardare. C'era una fossa scavata,
chiamata “Bunker”, per cremare i cadaveri. Dalle camere a gas i
cadaveri venivano portati
a questi “Bunker”, vi venivano buttati dentro e bruciati nel
fuoco»101.
Note:
94 Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del
Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p.
54.
95 C. Mattogno, The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus
History, op. cit., pp. 88-92.
96 Idem, pp. 106-110 e 210-211.
97 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 75.
98 «Testimonianza tenuta a S. Melania il 18 gennaio 2001 in
occasione della prima Giornata della memoria», art. cit.
99 Vedi al riguardo il mio studio Auschwitz: Open Air Incinerations.
Theses & Dissertations Press,Chicago, 2005, pp. 13-23.
100 J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas
chambers, op. cit., p. 171.
101 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz , op. cit., pp. 9-10.
— 16 — 16
L' «ultimo crematorio» era il crematorio V, perciò il testimone
localizzava il “Bunker 2” nel cortile esterno di questo crematorio!
Alla domanda: «Può descrivere il “Bunker”?», il testimone rispose:
«Sì, era una grossa fossa, dove si portavano e si gettavano i
cadaveri. Le fosse erano scavi profondi, giù, sul fondo, veniva
accatastata la legna. Dalle
camere a gas si portavano qui i cadaveri e si gettavano nelle fosse.
Le fosse erano tutte fuori, all'aperto. C'erano alcune fosse, nelle
quali bruciavano i cadaveri»102.
Per J. Sackar dunque il “Bunker 2” non era una casa contadina
trasformata in impianto di gasazione, bensì una «grossa fossa» nella
quale si cremavano i cadaveri
delle vittime assassinate nelle camere a gas del crematorio V!
Quest' idea olocausticamente strampalata appare anche nelle
testimonianze dei suoi compagni di sventura.
S. Chasan, infatti, sempre in relazione alla prima giornata di
lavoro, asserì:
«Camminammo e camminammo. Strada facendo chiedevamo: “Dove
lavoreremo?”. La risposta era: “Nella fabbrica”. Finalmente
giungemmo in un
boschetto. Ci guardammo intorno nel boschetto e che vedemmo? Una
piccola casa contadina, una capanna isolata. Ci avvicinammo, vi
arrivammo e quando fu
aperta la porta, vidi una cosa orribile. Dentro era tutto pieno di
cadaveri di un trasporto, più di 1.000 cadaveri. L'intero locale,
tutto pieno di cadaveri»103.
Questa «casa contadina» aveva dunque una sola camera a gas con una
sola porta.
Come ho già rilevato, ciò è in contrasto con le testimonianze di Sz.
Dragon e D.Paisikovic, a loro volta contraddittorie.
Ma anche per S. Chasan il “Bunker” non era la «casa contadina»,
bensì una fossa:
«Dovevano tirare fuori i cadaveri. Lì c'era un bacino, una fossa
profonda che era chiamata “Bunker”»104.
Alla domanda dell'intervistatore:«Dove si trovava questo bacino?»,
il testimone ribadì:
«Veniva chiamato “Bunker”. Ora, quando sono ritornato ad
Auschwitz,non ho trovato né la fossa né la casa. Doveva trovarsi
dietro al crematorio IV [=V]»105.
Perciò anche S. Chasan localizzava il “Bunker 2” nel cortile del
crematorio V.
Ed ecco infine il racconto di L. Cohen:
«I Tedeschi non ci portarono alle costruzioni degli impianti di
cremazione,ma alle fosse di cremazione. Là vidi parecchi carrelli
accanto alle fosse e molto
vicino una costruzione con una piccola porta. Poi mi fu chiaro che
vi si
Note:
102 Idem, p. 10.
103 Idem, p. 228.
104 Idem.
105 Idem, p. 229.
— 17 — 17
asfissiavano le persone con il gas. Aspettammo fuori circa 15
minuti, poi, per ordine dei Tedeschi, dovemmo aprire le porte. I
cadaveri caddero fuori a mucchi
e noi cominciammo a caricarli sui carrelli. Erano piccoli carrelli
aperti come quelli delle miniere. Di gran lunga più piccoli dei
vagoni ferroviari. I cadaveri
furono portati alle fosse. Nelle fosse i cadaveri furono disposti
così: uno strato di cadaveri di bambini e di donne106, sopra uno
strato di legna; poi uno strato di
cadaveri di uomini, e così via, finché la fossa, profonda tre metri
buoni, non era completamente piena. Indi i Tedeschi versavano della
benzina nella fossa. La
mescolanza di corpi morti e legna bruciava in modo
fiammeggiante»107.
Ricapitolando sommariamente, per Venezia i nuovi detenuti del
“Sonderkommando” furono condotti prima al crematorio II oppure al
crematorio III,
dove videro dei cadaveri da una finestra, ma non fu consentito loro
di entrare nella camera a gas; Y. Gabai afferma invece che il 15
maggio 1944 essi furono portati al
crematorio II, dove nella camera a gas videro i cadaveri di 2.500
ebrei ungheresi di un trasporto che arrivò a Birkenau solo due
giorni dopo. Il testimone non dice nulla del
lavoro al “Bunker 2”. J. Sackar asserisce che i detenuti furono
diretti nel cortile esterno del crematorio V, dove c'era una fossa
che era chiamata “Bunker”. S. Chasan fa
dichiarazioni simili. L. Cohen, invece, che non conosceva neppure la
denominazione “Bunker”, definisce la presunta installazione di
sterminio semplicemente «una
costruzione». Egli introduce nella sua narrazione i «carrelli» per
trasportare i cadaveri alle fosse, indubbiamente molto più comodi
del sistema descritto da Venezia:
«Trasportare un cadavere in due su quel terreno fangoso dove i piedi
affondavano non era facile, ma da soli era quasi impossibile...
»108.
-S. Chasan, arrivato al “Bunker 2”, lo trovò già pieno di 1.000
cadaveri.
-L.Cohen, invece, dovette aspettare 15 minuti prima di vedere i
cadaveri.
-Venezia, non si sa come, riuscì anche a vedere le vittime vive, che
però non erano 1.000, ma 200-300:
«Curioso come sempre, mi avvicinai per capire cosa stesse succedendo
e vidi intere famiglie che aspettavano davanti alla capanna:
giovani, donne,
bambini. Due, trecento pesrone in tutto»109.
Infine,
- secondo J. Sackar, i nuovi membri del “Sonderkommando” non
lavorarono al “Bunker”, ma si limitarono a guardare,
-mentre per Venezia essi furono costretti a rimuovere i cadaveri
dalla camera a gas e gettarli in fosse ardenti,
-per L.Cohen, invece, dovettero disporli a strati in una fossa
vuota.
Concludo questa breve panoramica con un'altra testimonianza oculare,
quella di Miklos Nyiszli, sedicente medico del “Sonderkommando”
nello stesso periodo in cui vi
lavorava Venezia. Egli scrisse che il “Bunker 2”, da lui mai
chiamato in questo modo,ma descritto come «una lunga costruzione
decrepita dal tetto di stoppia», «una casa
contadina», non era una installazione di gasazione, ma un semplice
«spogliatoio» per le vittime ebree, che non morivano in una camera a
gas, bensì con un colpo alla nuca sul
ciglio di due enormi “fosse di cremazione”110.
Note:
106 Una concessione alla leggenda della fantastica combustibilità
dei cadaveri delle donne, espressa così da H. Tauber: «I corpi delle
donne bruciavano
meglio e più in fretta di quelli degli uomini. Per questo motivo,
cercavamo il corpo di una donna, quando un carico bruciava male, per
metterlo nel forno e
accelerare l'incenerimento». Testimoni della catastrofe. Deposizioni
di priogionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau
(1945), op. cit., p. 76.
107 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz , op. cit., pp. 266-267.
108 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 78.
109 Idem, p. 74.
110 M. Nyiszli, Medico ad Auschwitz. Longanesi, Milano, 1977, pp.
72-73.
— 18 — 18
9) Le “fosse di cremazione” nell'area del “Bunker 2”
L'esistenza di “fosse di cremazione” nella primavera-estate del 1944
nell'area del “Bunker 2” è uno dei temi ricorrenti della
memorialistica su Auschwitz. L. Cohen - per
restare ai nostri testimoni - ci informa che «la fossa» (die Grube)
era profonda «tre metri buoni»111, mentre secondo S. Chasan «la
fossa era molto profonda, credo circa
quattro metri»112.
Ma nessuna delle fotografie aeree scattate dall'aviazione americana
e inglese nel 1944 mostra “fosse di cremazione” o fumo in
quest'area113.
Per di più, all'epoca, la falda freatica dell'area di Birkenau si
trovava a 1,2 metri dal livello del suolo114, perciò la cremazione
sarebbe avvenuta nell'acqua!
Un rapido accenno anche alle “fosse di cremazione” del cortile del
crematorio V.
A loro conferma, nel libro di Venezia sono riprodotte due
fotografie.
La prima mostra «uomini del Sonderkommando presso una delle fosse
comuni del Crematorio V»115. La didascalia è doppiamente errata. Dal
punto di vista olocaustico,
poiché nella fotografia appare del fumo, si dovrebbe parlare di
“fossa di cremazione”, come si fa comunemente. La relativa nota del
libro asserisce che «alla fine della
primavera del 1944 cinque erano le fosse di cremazione a cielo
aperto intorno al Crematorio V»116, ma ciò è arbitrario e falso.
Arbitrario perché le testimonianze dei sedicenti ex membri del
“Sonderkommando” sono contraddittorie: le presunte fosse erano
- 2 per S. Jankowski,
- 3 per C.S. Bendel,
-3 per H. Tauber secondo la deposizione resa ai Sovietici,
- 5 secondo la deposizione da lui resa a J. Sehn e anche per Sz.
Dragon e F. Müller117.
Ogni testimone,inoltre, attribuiva ad esse dimensioni e capacità
contrastanti118.
Falso perché in quest'area esistette un solo sito di cremazione con
una superficie di circa 50 metri quadrati. Questo unico sito appare
sia nella fotografia menzionata sopra,
sia nella fotografia aerea di Birkenau scattata dagli Inglesi il 23
agosto 1944, che è appunto la seconda fotografia del libro sul tema
delle “fosse di cremazione”119. La
colonna di fumo che si vede accanto al crematorio V proviene proprio
da questo sito,come ho dimostrato in base a ingrandimenti delle
fotografie disponibili120.
Note:
111 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 267.
112 Idem, p. 229.
113 C. Mattogno, Auschwitz: Open Air Incinerations, op. cit., pp.
43-68.
114 Idem, pp. 33-34. Vedi anche il mio articolo
«“Verbrennungsgruben” und Grundwassenstand in Birkenau», in:
Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung,
anno 6, n. 4, dicembre 2002, pp. 421-424.
115 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 80.
116 Idem, p. 223, nota 18.
117 Ma al processo Auschwitz F. Müller aveva menzionato solo «due
grosse fosse»(zwei große Gruben).Bernd Naum, Auschwitz.
Bericht über die Strafsache gegen Mulka u. a. vor dem Schwurgericht
Frankfurt. Athäneum Verlag, Francoforte sul Meno-Bonn, 1965, p. 334.
118 C. Mattogno, Auschwitz: Open Air Incinerations, op. cit., pp.
13-23.
119 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 100.
120 C. Mattogno, Auschwitz: Open Air Incinerations, op. cit.,
documemti 23-28, pp. 106-111.
— 19 — 19
Secondo F. Müller, le pretese cinque “fosse di cremazione” di
quest'area dovevano misurare metri 40-50 x 8 x 2 di profondità121,
perciò la loro superficie complessiva
avrebbe dovuto essere mediamente di 1.800 metri quadrati. Le
fotografie aeree di Birkenau mostrano invece un solo sito di
cremazione di circa 50 metri quadrati.
Naturalmente, anche le “fosse” di F. Müller sarebbero state piene
d'acqua almeno per il 60% della loro profondità.
10) Il recupero del grasso umano nelle “fosse di cremazione”
Nell'intervista apparsa su “Il Giornale”, Venezia, incredibilmente,
riferisce l'assurda storia del recupero del grasso umano nella
«piscina»:
«Sì, ma la prima notte mi adibirono a questo crematorio all’aperto.
Intorno c’era uno scolo in pendenza dove si raccoglieva l’olio che
colava dalla pira.
Dovevo raccattarlo e ributtarlo sui cadaveri per farli bruciare più
in fretta. Lei non ha idea di che combustibile sia il grasso
umano»122.
E nel libro ripete:
«Le fosse erano in pendenza; il grasso umano prodotto dai corpi che
bruciavano colava lungo il fondo fino a un angolo, dove era stata
scavata una
specie di conca per raccoglierlo. Quando il fuoco minacciava di
spegnersi, gli uomini prendevano un po' di grasso dalla conca e lo
versavano sui corpi per
ravvivare la fiamma. Una cosa del genere l'ho vista solo qui, nelle
fosse del Bunker 2»123.
Questa storia, inventata nell’immediato dopoguerra, ha ricevuto la
sua sanzione ufficiale da F. Müller, che l’ha ricamata in modo molto
minuzioso. Secondo lui,
tuttavia, le presunte “fosse di cremazione” erano provviste di due
canaletti larghi 25-30 cm che, dal centro della fossa, correvano in
pendenza lungo l’asse centrale e
sboccavano in due buche più profonde nelle quali si raccoglieva il
grasso umano liquido, che veniva raccolto con un secchio e gettato
sul rogo124.
Come ho dimostrato in uno studio specifico125, questa storiella è
insensata già per il fatto che, mentre la temperatura di accensione
degli idrocarburi leggeri che si formano
dalla gasificazione dei cadaveri è di circa 600°C, la temperatura di
accensione dei grassi animali è di 184°C, perciò in un tale impianto
il grasso umano brucerebbe
immediatamente. Anche perché la temperatura di accensione del legno
stagionato è di 325-350°C. Inoltre, se - per qualcuno dei tanti
miracoli di cui sono costellate le vite dei
“sopravvissuti” del “Sonderkommando” – il grasso umano liquido
avesse potuto colare attraverso le fiamme sul fondo della fossa,
scorrere sulle braci ardenti e defluire nelle
fosse di raccolta laterali, Venezia, insieme a F. Müller, avrebbe
dovuto attingerlo sul
ciglio di una “fossa di cremazione” in cui c’era un immenso rogo che
bruciava ad una temperatura minima di 600°C!
Note:
121 F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und
Gaskammern von Auschwitz, op.cit., p. 207 e 211.
122 «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di
Auschwitz», art. cit.
123 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 77.
124 F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und
Gaskammern von Auschwitz, op.cit., pp. 207-208.
125 C. Mattogno, «Verbrennungsexperimente mit Tierfleisch und
Tierfett. Zur Frage der
Grubenverbrennungen in den angeblichen Vernichtungslagern des 3.
Reiches», in: Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno
7, n. 2, luglio 2003, pp. 185-194.
— 20 — 20
11) La camera a gas del crematorio III
All'inizio, a Fabio Iacomini, Venezia aveva raccontato di essere
stato assegnato al crematorio III126. A Stefano Lorenzetto, invece,
disse: «Ero addetto al Krematorium 2, il
più grande dei quattro127 funzionanti a Birkenau»128. Nel libro egli
ritorna sulla prima versione:
«La tregua non durò a lungo: il giorno dopo dovemmo ricominciare a
lavorare e io fui mandato con un gruppetto di una quindicina di
persone al Crematorio III»129.
Nelle piante di Birkenau e nella documentazione ufficiale - a
cominciare dai rapporti esplicativi (Erläuterungsberichte)130 e dai
preventivi di costo (Kostenanschläge
o Kostenvoranschläge)131 del campo e dalla “Deliberazione di
consegna” (Übergabeverhandlung) di queste installazioni132, i
crematori di Birkenau sono
normalmente denominati II, III, IV e V; in pochi documenti appare la
denominazione I,II, III e IV. Ma Venezia non ha mai accennato a
questa duplice numerazione, che
evidentemente gli era ignota, perciò non si può credere che, nelle
sue testimonianze, egli abbia adottato l'una o l'altra a seconda
delle circostanze, cosa che sarebbe comunque
deplorevole.
Com'era fatta la camera a gas?
Sorprendentemente, nel libro Venezia non la descrive affatto: non
indica le sue dimensioni, la sua posizione nell'edificio, come vi si
accedeva, come era allestita all'interno,
se era divisa in due locali (come afferma H.Tauber) o se era un
locale unico (come dichiara M. Nyiszli).
Qui egli ha anche perduto un'ottima occasione per chiarire
definitivamente,coll'autorità della sua testimonianza oculare, uno
dei punti più importanti e più
controversi del presunto processo di sterminio nei crematori II e
III: la struttura dei presunti dispositivi per introdurre lo Zyklon
B nella camera a gas.
-Erano dei semplici tubi vuoti di lamiera a sezione quadrata con
fori su ogni faccia, come dice M.Nyiszli?133
-Avevano al loro interno «una spirale» per distribuire uniformemente
lo Zyklon B, coma afferma F. Müller?134
-Oppure non erano di lamiera, ma di retemetallica, e avevano una
sezione quadrata di 70 cm di lato, come testimonia M. Kula (il
sedicente costruttore dei congegni)135,
-o di 35 cm, come sostiene J. Sackar136,
-o di 25 cm, come dichiara K. Schultze?137
Note:
126 Vedi § 6.
127 Affermazione priva di senso, avendo i crematori II e III la
medesima pianta, sia pure speculare.
128 «Io, ebreo, cremavo gli ebrei», art. cit., p. 77.
129 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 80.
130 Ad es. l'Erläuterungsbericht zum Ausbau des
Kriegesgefangenenlagers der Waffen-SS in Auschwitz O.S. del 30
settembre 1943. RGVA, 502-2-60, p. 81.
131 Ad es. il Kostenvoranschlag zum Ausbau des
Kriegesgefangenenlagers der Waffen-SS in Auschwitz del 1° ottobre
1943. RGVA, 502-2-60, pp. 89-90.
132 Ad es. quella del crematorio II del 31 marzo 1943. RGVA,
502-2-54, p. 77.
133 M. Nyiszli, Medico ad Auschwitz, op. cit., p. 39.
134 F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und
Gaskammern von Auschwitz, op.cit., p. 96.
135 Processo Höss, tomo 2, pp. 99-100.
— 21 — 21
- E se erano di rete metallica, al loro interno avevano un corto
«cono di diffusione» e di recupero dello Zyklon B che si inseriva
nella parte
alta del dispositivo, come asserisce Kula,
- o un «cestello» che si tirava su «con l'aiuto di un filo di
ferro», come riferisce H. Tauber?138
- Oppure, come raccontò S. Chasan, si trattavava di tubi metallici
rotondi, pieni di fori, che però non arrivavano fino a terra, ma
avevano in basso uno spazio libero per recuperare i granuli di
Zyklon B?139
-O, come narra J. Weiss, «erano colonne per i ventilatori,
attraverso cui veniva immesso il gas»?140
- Oppure, secondo la descrizione di J. Erber, i dispositivi avevano
insieme tutte queste caratteristiche: erano tubi di ferro
(Eisenrohre) ma, nello stesso tempo, «erano
circondati da una rete d’acciaio» e avevano al loro interno un
«contenitore di lamiera»(Blechbehälter) che si poteva tirare su con
una corda?141
Al riguardo Venezia non dice assolutamente nulla: dalla sua
testimonianza oculare
-non si apprende come erano fatti i presunti dispositivi per
introdurre lo Zyklon B,
- quanti erano,
-come erano dislocati,
-neppure se esistevano realmente!
E a giudicare dal fatto
che, a suo dire, lo Zyklon B veniva semplicemente «buttato a terra»
nella camera a gas- come vedremo sotto - egli non sapeva nulla di
tali dispositivi.
Per avere una magra descrizione della presunta camera a gas, bisogna
ritornare indietro alla sua testimonianza del 1995:
«Questa era una grande sala, sul soffitto c'era una doccia finta
ogni metro»142, o alla testimonianza del gennaio 2001, non meno
laconica:
«La gente così era convinta di andare a fare la doccia e, infatti,
c'era una grande stanza con tante docce finte»143.
Queste affermazioni richiedono un chiarimento.
La deliberazione di consegna (Übergabeverhandlung) del crematorio
III all'amministrazione del campo datata 24 giugno 1943 assegna «14
Brausen» (docce) al
Leichenkeller 1, la presunta camera a gas, omicida144. Queste docce,
a partire da Pressac, vengono considerate “finte”. La realtà è ben
diversa. Esse erano l'attuazione di
un progetto precedente ben documentato.
Il 16 maggio 1943, Bischoff inviò a Hans Kammler, Amtsgruppenschef C
dell’SS-WVHA, un «Rapporto sulle misure adottate per l'attuazione
del programma
speciale ordinato nel KGL [campo per prigionieri di guerra]
Auschwitz dall'SSBrigadeführer e Generalmajor der Waffen-SS dott.
ing. Kammler» (Bericht über die
getroffenen Massnahmen für die Durchführung des durch
SS-Brigadeführer und
Note:
136 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 33.
137 «Protokolle des Todes», in: Der Spiegel, n. 40/1993, p. 162.
138 Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del
Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), p. 65.
139 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 237.
140 The Buchenwald Report. Translated, edited and with an
introduction by David A. Hackett. Westview Press. Boulder, San
Francisco, Oxford, 1995, p. 168.
141 Gerald Fleming, Hitler und die Endlösung. Limes Verlag,
Wiesbaden e Monaco, 1982, p. 204.
142 «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei
sonderkommando», art. cit., p. 35.
143 «Testimonianza tenuta a S. Melania il 18 gennaio 2001 in
occasione della prima Giornata della memoria», art. cit.
144 RGVA, 502-2-54, pp. 77-78.
— 22 — 22
Generalmajor der Waffen-SS Dr. Ing. Kammler angeordneten
Sonderprogrammes im KGL. Auschwitz) nel quale, al punto 6 si legge:
«Impianto di disinfestazione. Per la disinfestazione dei vestiti dei
detenuti è previsto in ciascuna delle singole parti del campo del
BAII145 un impianto di
disinfestazione Organizzazione Todt. Per poter eseguire una
disinfestazione corporea ineccepibile per i detenuti, nei due bagni
per i detenuti esistenti nel
BAI vengono montate caldaie di riscaldamento e boiler affinché per
l'impianto doccia esistente sia disponibile acqua calda. Inoltre si
prevede di montare
serpentini di riscaldamento nell'inceneritore dei rifiuti del
crematorio III per ottenere tramite essi l'acqua [calda] per un
impianto doccia da costruire nel
seminterrato del crematorio III. Riguardo all'esecuzione della
costruzione per quest'impianto si è discusso con la ditta Topf und
Söhne di Erfurt».
[«Entwesungsanlage. Zur Entwesung der Häftlingskleider ist jeweils
in den einzelnen Teillagern des BAII eine OT-Entwesungsanlage
vorgesehen. Um eine
einwandfreie Körperentlausung für die Häftlinge durchführen zu
können,werden in den beiden bestehenden Häftlingsbädern im BAI
Heizkessel und
Boiler eingebaut, damit für die bestehende Brauseanlage warmes
Wasser zur Verfügung steht. Weiters ist geplant, im Krematorium III
in dem
Müllverbrennungsofen Heizschlangen einzubauen, um durch diese das
Wasser für eine im Keller des Krematoriums III zu errichtende
Brauseanlage zu
gewinnen. Bezüglich Durchführung der Konstruktion für diese Anlage
wurde mit der Firma Topf & Söhne, Erfurt, verhandelt»]146.
Le docce, dunque, erano vere147.
Nel libro, Venezia si limita a dire:
«Dopo essersi svestite, le donne entravano nella camera a gas e
aspettavano, pensando di trovarsi in una sala docce, coi rubinetti
in alto[?]»148.
Oltre alle presunte docce finte, in precedenza Venezia aveva
menzionato soltanto la porta della presunta camera a gas:
«Allora chiudevano la porta, che era fatta come quella delle celle
frigorifere, con un piccolo oblò per vedere dentro»149.
«Infine chiudevano la porta, simile a quella dei frigoriferi dei
macellai, una doppia porta con al centro uno spioncino per vedere
dentro»150.
Nel libro, Venezia ha aggiunto soltanto che la porta «all'interno
era protetta da alcune sbarre in ferro per evitare che le vittime
rompessero il vetro»151, particolare che
però è tratto da un disegno di D. Olère, sul quale ritornerò
successivamente - che mostra appunto la porta aperta della camera a
gas con lo spioncino protetto internamente da una
Note:
145 Bauabschnitt II, settore di costruzione II.
146 RGVA, 502-1-83, p. 311.
147 Per un approfondimento della questione rimando al mio studio già
citato «The Morgues of the Crematoria at Birkenau in the Light of
Documents».
148 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 85.
149 «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei
sonderkommando», art. cit., p. 35.
150 «Testimonianza tenuta a S. Melania il 18 gennaio 2001 in
occasione della prima Giornata della memoria», art. cit.
151 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 89.
— 23 — 23
griglia quadrata152. Il disegno, a sua volta, si ispira liberamente
alla porta a tenuta di gas con uno spioncino munito all'interno di
una griglia emisferica di protezione che fu
trovata nel 1945 nel Bauhof (magazzino dei materiali) di Auschwitz,
come appare nelle fotografie riportate da Pressac153. Senza
approfondire, mi limito a rilevare che la porta
del Leichekeller 1 (presunta camera a gas) del crematorio III fu
costruita senza griglia diprotezione.
La lettera di Bischoff alle officine DAW (Deutsche Ausrüstungswerke)
del 31marzo 1943 fa riferimento ad un'ordinazione del 6 marzo
concernente «una porta a gas
(Gastür)154 100/192 per il Leichenkeller 1 del crematorio III, BW
30a» la quale doveva «essere costruita esattamente secondo il tipo e
le dimensioni della porta del seminterrato
(Kellertür) del crematorio II antistante, con spionicino di vetro da
8 mm con guarnizione di gomma e ferramenti (mit Guckloch aus
doppelten 8 - mm - Glas mit
Gummidichtung und Beschlag)»155. Riguardo alla porta del crematorio
II, nella sua deposizione del 24 maggio 1945 davanti al giudice
istruttore J. Sehn, H. Tauber, che
aveva visto questa porta nel Bauhof156, dichiarò che la porta della
presunta camera a gas aveva una finestrella che all'interno «era
protetta da una griglia metallica in forma di
mezza luna», ma poiché essa veniva regolarmente danneggiata dalle
vittime, «lo spioncino è stato nascosto da una tavola o una placca
di metallo»157.
Venezia si dilungua invece nella descrizione del processo di
gasazione e dell'aspetto delle vittime. Al riguardo egli afferma:
«Alla fine arrivava il tedesco con il gas. Prendeva due prigionieri
del Sonderkommando per sollevare la botola dall'esterno, al di sopra
della camera a
gas, e introduceva lo Zyklon B. Il coperchio, in cemento, era molto
pesante. Il tedesco non si sarebbe mai preso la briga di sollevarlo
da solo; lo facevamo in
due. Qualche volta io, qualche volta altri»158.
Questa affermazione è in radicale contrasto con tutte quelle più
accreditate.
Ad esempio,
-il testimone F. Müller riferì che lo Zyklon B era versato da due
«disinfettori»SS159.
- Ancor più chiaramente il testimone M. Nyiszli, che Venezia
menziona nel libro come «medico ebreo ungherese assistente di
Mengele»160, affermò:
-«In questo preciso istante si sente il rombo di un'automobile. È
una macchina di lusso, che reca l'insegna della Croce Rossa
internazionale. Ne
scendono un ufficiale ss e und S.D.G. Senitätsdienstgefreiter
(sottufficiale del Servizio di Sanità)161. Il sottufficiale porta
quattro scatole di latta verde. Avanza
Note:
152 Idem, p. 82.
153 J.-C- Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas
chambers, op. cit., p. 50, 232 e 486.
154 Ho spiegato la funzione di questa porta e del locale (il
Leichenkeller 1) nell'articolo già citato «The Morgues of the
Crematoria at Birkenau in the Light of Documents».
155 J.-C- Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas
chambers, op. cit., p. 436.
156 Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del
Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p.
82.
157 Idem, p. 65.
158 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 87.
159 F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und
Gaskammern von Auschwitz, op.cit., p. 183.
160 Idem, p. 131. Successivamente Venezia si dimentica di lui,
scrivendo: «Un medico ebreo che faceva parte del Sonderkommando mi
disse che
bisognava incidere per far uscire il pus» (p. 143). Ma questo
«medico ebreo» era appunto M.Nyiszli.
161 SDG significa Sanitätsdienstgrade, designazione degli infermieri
SS del servizio sanitario.
— 24 — 24
sul prato dove, ogni trenta metri162, dei piccoli camini di cemento
spuntano dal suolo. Dopo essersi messa la maschera antigas, solleva
il coperchio del
comignolo, anch'esso di cemento. Apre una scatola e ne versa il
contenuto, una materia granulosa violacea, nella bocca del
camino»163.
Ed ecco la relativa testimonianza di H. Tauber:
«[L'SS-Rottenführer] Scheimetz apriva i barattoli con l'aiuto di
cesorie particolari e di un martello, poi versava il contenuto nella
camera a gas e
chiudeva l'apertura [dei piccoli camini] con un coperchio di
cemento. Come ho già detto, c'erano quattro di questi piccoli
camini. In ognuno di loro Scheimetz
versava il contenuto di un barattolo più piccolo di Zyklon. Erano
recipienti avvolti con un'etichetta gialla. Prima di aprirli,
Scheimetz indossava una
maschera antigas. Aveva la maschera addosso quando apriva i
barattoli con il [sic] Zyklon e versava il contenuto nei piccoli
camini della camera a gas. Oltre a
Scheimetz, altre SS svolgevano questo compito, ma ho dimenticato i
loro nomi»164.
Ciò è in ulteriore contrasto con la seguente affermazione di
Venezia:
«Alcuni sostengono che le SS portassero maschere antigas, ma io non
ho mai visto tedeschi portarne, né per versare il gas né per aprire
la porta»165.
Venezia ignora incredibilmente la storia dei piccoli camini esterni
per l'introduzione dello Zyklon B nella camera a gas, in quanto
parla di una semplice
«botola» evidentemente installata sul soffitto del locale, che aveva
un coperchio di cemento. Questo particolare proviene dalla
deposizione di H. Tauber166. E,
menzionando «la botola», egli mostra di non sapere neppure che le
presunte aperture per lo Zyklon B nel Leichenkeller 1 dei crematori
II e III dovevano essere quattro.
Il riempimento della camera a gas da parte delle SS descritto da
Venezia contiene un evidente controsenso:
«Gli uomini venivano invece mandati nella camera a gas alla fine,
quando la sala era già piena. I tedeschi facevano entrare per ultimi
una trentina di uomini
robusti in modo tale che, incalzati dalle botte, massacrati come
animali, non avevano altra scelta che spingere in avanti gli altri
per entrare e sottrarsi ai
colpi»167.
Ma gli «uomini robusti», per definizione olocaustica, non venivano
mandati alla camera a gas, bensì al lavoro.
Ed ecco la descrizione dei cadaveri nella camera a gas:
Note:
162 M. Nyizsli afferma che la presunta camera a gas, un locale lungo
30 metri, aveva una lunghezza di 200 metri. M. Nyiszli, Medico ad
Auschwitz, op. cit., p. 37 e 39.
163 Idem, p. 39.
164 Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del
Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p.
74.
165 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 87.
166 Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del
Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p.
66.
167 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 87.
— 25 — 25
«Li trovavamo aggrappati gli uni agli altri, ognuno alla ricerca
disperata di un po' d'aria. Il gas, buttato a terra, sviluppava
degli acidi [sic] dal basso; tutti
cercavano di raggiungere l'aria, anche se dovevano salire gli uni
sugli altri fino a quando anche l'ultimo moriva»168.
Questa scena è tratta, molto improvvidamente, dalla testimonianza di
M. Nyiszli.
Questi infatti ha scritto:
«I cadaveri non sono coricati un po' dappertutto, in lungo e in
largo, per la sala, ma pigiati in un ammasso alto fino al soffitto.
La spiegazione è nel fatto che
il gas inonda dapprima gli strati inferiori dell'aria e sale
lentamente verso l'alto.
È questo che obbliga i disgraziati a pestarsi, a montarsi l'uno
sull'altro. Qualche metro più su, il gas li raggiungerà un po' più
tardi»169.
Il testimone aveva costruito questa scena fittizia sul presupposto
che il gas impiegato a scopo omicida fosse non già acido cianidrico
(il principio attivo dello
Zyklon B), ma «cloro sotto forma granulata»170, ed è noto che il
cloro ha una densità maggiore di quella dell'aria171, sicché se
questo gas fosse stato immesso nella camera,
avrebbe appunto inondato dapprima gli strati inferiori dell'aria e
sarebbe salito lentamente verso l'alto. Ma, come ha rilevato lo
storico Georges Wellers172,
«i vapori dell' acido cianidrico sono più leggeri dell'aria, perciò
salgono in alto nell'atmosfera»173,
proprio il contrario di ciò che è stato asserito da M. Nyiszli. La
scena da lui descritta e ripresa da Venezia è pertanto completamente
inventata.
In questa non-descrizione della camera a gas, l'aspetto più
incredibile, come ho rilevato sopra, è l'assenza di qualunque
riferimento ai presunti congegni di rete metallica
per l'introduzione dello Zyklon B. Ormai da anni i ricercatori
revisionisti hanno dimostrato che questi presunti congegni sono un
semplice espediente letterario senza
alcuna base documentaria e materiale174. Venezia, invece di
contraddirli, almeno sul piano testimoniale, su questo punto
fondamentale della storia delle gasazioni omicide
nei crematori II e III di Birkenau, non sfiora neppure la questione!
Venezia non dice praticamente nulla neppure sul sistema di
ventilazione del Leichenkeller 1. Tutto ciò che si riesce a sapere
dalla sua testimonianza è che, dopo che
Note:
168Idem, p. 83.
169 M. Nyiszli, Medico ad Auschwitz, op. cit., pp. 40-41. Questa
storia fantastica era già stata precedentemente ripresa, con un
ardito plagio, da F. Müller
Cfr. C. Mattogno, Auschwitz: un caso di plagio. Edizioni. La Sfinge,
Parma 1986; Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Edizioni di Ar,
Padova
1996, pp. 59-62.
170 Idem, p. 39.
171 Il cloro, rispetto all'aria a 0°C, ha densità di 2,49.
172 G. Wellers, morto nel 1991, fu direttore di un laboratorio di
ricerche alla Facoltà di Medicina di Parigi dal 1956 e Assessore del
Decano della Facoltà dal 1968 al 1974.
173 G. Wellers, «Die zwei Giftgase», in: Nationalsozialistische
Massentötungen durch Giftgas. Eine Dokumentation. A cura di Eugen
Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl e altri.
S. Fischer Verlag,Francoforte sul Meno, 1983, p. 283.
174 Vedi al riguardo il mio studio già citato «The Elusive Holes of
Death».
— 26 — 26
era stata accesa la ventilazione, «per una ventina di minuti si
udiva un intenso ronzio,come una macchina che aspirava l'aria»175 e
che «il ventilatore continuava a purificare
l'aria»176(corsivo mio).
Ma l'impianto di ventilazione del Leichenkeller 1 constava di due
ventilatori, uno premente che soffiava l'aria (Belüftung), l'altro
aspirante che la evacuava (Entlüftung).
La cosa più sorprendente è comunque il fatto che, mentre la presunta
camera a gas del crematorio III, per accedervi, richiedeva circa
venti minuti di ventilazione
meccanica, in quella del “Bunker 2”, che non era fornita di impianto
di ventilazione, si poteva entrare subito dopo l'apertura della
porta:
«Dieci minuti dopo fu aperta una porta dalla parte opposta
all’ingresso. Il capo ci chiamò a tirar fuori le salme»177.
Ancora più incredibilmente, Venezia non parla mai di maschere
antigas, senza le quali i detenuti del “Sonderkommando” sarebbero
rimasti a loro volta gasati: certamente
nel “Bunker 2”, molto probabilmente nel crematorio III.
F. Müller al riguardo ha scritto:
«Mentre i morti venivano portati fuori dalla camera a gas, i
trasportatori di cadaveri dovevano indossare maschere antigas,
perché i ventilatori non potevano
aspirare completamente il gas. Soprattutto tra i morti si trovavano
sempre resti del gas tossico che si liberava durante lo sgombero
della camera a gas»178.
Un'ultima osservazione. Venezia afferma:
«La svestizione durava un'ora, un'ora e mezzo, spesso anche due
ore,dipendeva dalle persone: più anziani c'erano, più tempo ci
voleva e i primi a
entrare nella camera a gas potevano rimanervi in attesa per più di
un'ora»179.
Ed ecco la relativa dichiarazione di L. Cohen:
«[Domanda] Quanto restavano le persone nello spogloatoio?.[Cohen]
Circa 20 minuti, talvolta una mezz'ora»180.
12) Il trasporto dei cadaveri ai forni del crematorio III
Venezia descrive così il trasporto dei cadaveri ai forni:
«Alla fin fine la cosa più semplice era usare un bastone e tirare il
corpo da sotto la nuca. Si vede in un disegno di David Olère. Con
tutte le persone anziane
mandate a morire, non ci mancavano certo i bastoni»181.
Note:
175 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 89.
176 Idem, p. 93.
177 Idem, p. 77. Vedi § 7.
178 F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und
Gaskammern von Auschwitz, op.cit., p. 186.
179 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 95.
180 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 269.
181 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 81.
— 27 — 27
Il disegno in questione è riprodotto nella pagina seguente del
libro. Esso mostra l'ingresso della presunta camera a gas, con la
porta aperta (munita di spioncino protetto
da una griglia quadrata, di cui ho già parlato); un detenuto è al
lavoro all'ingresso, un altro trascina con la mano sinistra il
cadavere di una donna, con la destra, per un
braccio, quello di un bambino verso i forni. Nella parte sinistra
del disegno si vede lo spigolo dell'ultimo forno a tre muffole. In
questo disegno è evidente che lo strumento
con cui il detenuto summenzionato trascina la donna non può essere
un bastone da passeggio, perché esso, nella mano del detenuto,
presenta una curvatura a uncino, che
invece, secondo l'affermazione di Venezia, dovrebbe avvolgere la
nuca della donna. Lo strumento è più verosimilmente una cinghia
stretta al collo della donna. La cinghia è
infatti menzionata, in diverse varianti, da altri testimoni. M.
Nyiszli, ad esempio, ha scritto:
«Fissano di nuovo le cinghie ai polsi dei morti e li trascinano
sugli appositi scivoli che li scaricheranno direttamente davanti ai
forni»182.
La scena descritta è chiaramente falsa, perché pone la presunta
camera a gas al pianterreno, in comunicazione diretta con la sala
forni. Il locale si trovava invece
notoriamente nel seminterratto (Kellergeschoss) del crematorio, e
Venezia stesso parla del montacarichi usato per trasportare i
cadaveri dalla presunta camera a gas alla sala
forni183.
Tuttavia, incredibilmente, né Venezia, né M. Pezzetti hanno rilevato
questo grossolano errore architettonico.
Sempre a proposito del trasporto dei cadaveri, Venezia aggiunge:
«Nel disegno di David Olère, si vede un corridoio d'acqua davanti ai
forni che serviva per trasportare più facilmente i corpi tra il
montacarichi e i forni.
Buttavamo dell'acqua in quel rigagnolo e i cadaveri scivolavano
senza troppi sforzi»184.
Questo «corridoio d'acqua» richiama lo «scivolo» menzionato da M.
Nyiszli.
Il disegno in questione appare nella pagina seguente del libro185.
Per ora ne esamino solo la parte destra. Su quella sinistra, che
mostra la tecnica di caricamento di una muffola,
ritornerò successivamente. A destra dunque, si vede l'apertura del
montacarichi con una porta a due ante aperta.
Qui si impone una breve digressione. Venezia scrive che «il
montacarichi non aveva porte; un muro ne bloccava un lato e, in
alto, i cadaveri venivano scaricati
dall'altro lato»186. Questa descrizione non è solo in contrasto col
disegno di Olère, ma, cosa molto più grave, col disegno del
montacarichi che fu installato nel crematorio III.
Si tratta del disegno 5037 redatto dalla ditta Gustav Linse
Spezialfabrik f.[ür] Aufzüge (fabbrica speciale di montacarichi) di
Erfurt il 25 gennaio 1943 che ha l'intestazione
«Lasten-Aufzug bis 750 kg Tragkraft für Zentralbauleitung der Waffen
SS,Auschwitz/O.S.» (Montacarichi fino a 750 kg di portata per la
Zentralbauleitung der
Note:
182 M. Nyiszli, Medico ad Auschwitz, op. cit., p. 42.
183 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 91.
184 Idem.
185 Vedi documento 1.
186 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 91.
— 28 — 28
Waffen SS, Auschwitz Alta Slesia)187. Esso mostra che il
montacarichi aveva una porta a due ante su entrambi i lati. Una si
apriva verso la sala forni, l'altra verso il locale
denominato “Waschraum und Aufbahrungsraum” di cui ho già parlato.
Torniamo al disegno di Olère. A partire dal montacarichi, lungo la
parete della sala forni con le finestre, sul pavimento corre una
striscia larga approssimativamente un
metro e mezzo188. Su di essa non vi sono cadaveri; un mucchio di
cadaveri appare invece tra essa e i forni. Questa striscia si
trovava in realtà nel crematorio II. Nella sua
sala forni, davanti a ogni muffola, nel pavimento, erano installate
originariamente tre paia di rotaie collegate a due rotaie di
caricamento dei forni (Gleis zur Beschickung der
Öfen) che erano disposte perpendicolarmente alle prime fino al
montacarichi (Aufzug).
Sulle rotaie scorreva il carrello di introduzione dei cadaveri, che
si chiamava “Sarg-Einführungs-Vorrichtung”, dispositivo di
introduzione della bara. Nel marzo 1943 fu
deciso di sostituire questo dispositivo con più pratiche «barelle
per cadaveri»(Leichentragen)189. Le rovine della sala forni del
crematorio II presentano ancora le
rotaie che erano collocate davanti alle muffole; le rotaie di
caricamento che andavano fino al montacarichi furono invece divelte
e i relativi solchi nel pavimento in cui erano
alloggiate delimitano appunto una striscia di cemento che sembra uno
scivolo. Nel crematorio III fu deciso fin dalla fine di settembre
del 1942 di sostituire il carrello di
caricamento dei cadaveri con le barelle190, perciò nella sala forni
non furono installate rotaie e non c'era alcuno “scivolo” davanti al
montacarichi.
La narrazione di Venezia si ispira anche ad altri disegni di Olère.
Il racconto delle vittime che, non riuscendo a camminare, venivano
trasportate ai crematori con camion e venivano buttate giù
ribaltando il cassone, «come sabbia da
scaricare e loro cadevano uno sopra l'altro»191, è un semplice
commento del relativo disegno di Olère, presentato come «donne
selezionate nel campo, scaricate davanti al
Crematorio III»192.
La storia assurda che, a suo dire, gli era stata riferita da alcuni
uomini del “Sonderkommando”, secondo la quale «nel Crematorio V i
camion scaricavano
direttamente le vittime, ancora in vita, nelle fosse che bruciavano
a cielo aperto»193, proviene parimenti da due disegni di Olère non
pubblicati nel libro di Venezia. Essi
recano la seguente didascalia: «SS che gettano dei bambini vivi in
una fossa ardente (Bunker 2/V)». I due disegni (il primo è la bozza
del secondo) mostrano la parte
posteriore di un autocarro sul ciglio di una “fossa di cremazione”
ardente; il cassone, pieno di bambini, è inclinato verso la fossa e
da esso un soldato SS, parimenti sul ciglio
della fossa, afferra i bambini e li getta dentro; un altro soldato,
ancora sul ciglio della fossa, saluta col braccio teso. Nella
realtà, i due soldati, a causa del calore irraggiato dal
rogo, sarebbero bruciati vivi, mentre il serbatoio dell'autocarro
sarebbe esploso in pochi minuti.
Note:
187 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945.
Feltrinelli, Milano, 1994,documento 25 fuori testo.
188 Come si desume dal rapporto coll'apertura del montacarichi, che
era larga m 2,10.
189 Aktenvermerk di Kirschnek del 25 marzo 1943. APMO, BW 30/25, p.
8.
190 Lettera della Topf alla Zentralbauleitung del 30 settembre 1942.
APMO, BW 30/34, p.114 e BW30/27, p. 30.
191 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 98.
192 Idem, p. 96.
193 Idem, p. 100.
— 29 — 29
Venezia parla di due Tedeschi che stavano sulla porta della camera a
gas194:perché proprio due? Perché il relativo disegno di D. Olère
mostra, appunto, due Tedeschi195.
Il ritratto dell'SS-Unterscharführer Johann Gorges196 eseguito da D.
Olère197,suggerisce a Venezia questa descrizione:
«Alto, il viso largo, ma non ricordo il nome. Assomigliava a una
delle SS disegnate da David Olère»198.
L'idea è tratta da F. Müller, che descrive fisicamente «Gorges»,
affermando tra l'altro che era alto (un metro e ottanta
centimetri)199.
L'aneddoto della bambina trovata viva nella camera a gas, che
Venezia espone con ricchezza di particolari, fa parte dei topoi
letterari di questo genere di narrativa, come
quello dei parenti incontrati nella camera a gas200. Ad esempio, M.
Nyiszli dedica un intero capitolo a questo aneddoto: in questo
racconto, si tratta di una ragazza201.
Venezia riferisce invece del ritrovamento di una bambina di due
mesi, viva, nella camera a gas202.
13) Forni crematori e cremazione
Venezia non fornisce alcuna descrizione né della sala forni, né dei
forni crematori:
non dice neppure quanti erano, meno che mai come erano strutturati e
come funzionavano.
L'unica cosa che racconta a questo riguardo, è il caricamento di una
muffola di un forno:
«Davanti a ogni muffola tre uomini si occupavano di infornare i
cadaveri. I corpi erano disposti su una specie di barella, uno per
la testa e uno per i piedi.
Due uomini, ai lati della barella, la sollevavano con l'aiuto di un
lungo pezzo di legno inserito dal di sotto. Il terzo uomo, di fronte
al forno, impugnava i manici
e infornava la barella. Doveva far scivolare i corpi e riprenderla
velocemente,prima che il ferro si scaldasse troppo. Gli uomini del
Sonderkommando avevano
preso l'abitudine di versare dell'acqua sulla barella prima di
disporvi i corpi, per evitare che si incollassero al ferro
incandescente, altrimenti il lavoro diventava
ancora più difficile: bisognava staccare i corpi con una forca e dei
pezzi di pelle rimanevano attaccati»203.
Questa narrazione è il risultato di un'incauta fusione del disegno
di D. Olère che appare nella pagina seguente del libro con un'eco
del relativo racconto di H. Tauber. Il
Note:
194 Idem, p. 85.
195 Idem, p. 88.
196 L'ortografia è incerta: F. Piper dà le varianti Gorges, Gorger,
Goger e Gorgies.
197 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., 106.
198 Idem, p. 105.
199 F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und
Gaskammern von Auschwitz, op.cit., p. 147.
200 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 127. Qui il parente è il
cugino del padre, Léon Venezia.
201 M. Nyiszli, Medico ad Auschwitz, op. cit., pp. 98-103.
202 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 129-130.
203 Idem, p. 91.
— 30 — 30
disegno è quello che ho già esaminato in relazione al presunto
«corridoio d'acqua», che si trova nella parte destra204. A sinistra
appare appunto la scena di tre detenuti che
introducono dei cadaveri nella muffola centrale di un forno con la
Leichentrage. Questa scena non può corrispondere alla realtà.

DISEGNO OLERE.........
Documento 1: Disegno di David Olère del 1945. Da: David Olère. A
Painter in the Sonderkommando at Auschwitz. The Beate Klarsfeld
Foundation, New York, 1989, p. 57.
Anzitutto le dimensioni dell'apertura della muffola e
conseguentemente dei forni sono assolutamente spropositate. Il
culmine della volta della porta della muffola supera
di gran lunga le teste dei tre detenuti, mentre in realtà si trovava
ad appena 132 centimetri dal pavimento205. Se D. Olère avesse
rappresentato la muffola con le sue
dimensioni reali, non avrebbe potuto raffiguare la scena del
caricamento contemporaneo di tre cadaveri. D'altra parte, un tale
carico avrebbe anche ostacolato il processo di
combustione: i cadaveri avrebbero ostruito sia le aperture
intermuffola attraverso le
Note:
204 Vedi documento 1.
205 Vedi il documento 2.
— 31 — 31
quali i gas provenienti dai gasogeni affluivano dalle muffole
laterali in quella centrale,sia le aperture della griglia di questa
stessa muffola, attraverso le quali i gas combusti si
immettevano nel condotto del fumo sottostante.
In secondo luogo, il disegno mostra fiamme e fumo che escono dalla
muffola aperta, ma ciò era impossibile, perché fumo e fiamme erano
risucchiati immediatamente
dal tiraggio del camino, nella muffola centrale tanto più
intensamente in quanto le aperture del condotto di scarico del forno
a 3 muffole collegato al camino si trovavano
proprio in essa, nel cenerario sottostante. La muffola centrale del
forno a 3 muffole si apriva a destra: di conseguenza il detenuto
disegnato a destra che sorregge la barella si
sarebbe trovato davanti al lato interno della porta di introduzione
della muffola, che aveva una temperatura di esercizio di 800°C.
Questo detenuto, che, al pari dei suoi due
compagni, appare a torso nudo, si sarebbe dunque ustionato
mortalmente.
Inoltre la tecnica di caricamento esposta nel disegno è errata. Il
forno a 3 muffole era dotato di due rulli di scorrimento
(Laufrollen), fissati ad un telaio ribaltabile
imperniato su un’asta di fissaggio (Befestigungs-Eisen) rotonda
saldata alle barre di ancoraggio del forno sotto le porte delle
muffole. Questi rulli servivavo inizialmente per
lo scorrimento all'interno della muffola della trave di caricamento
del carrello di introduzione dei cadaveri, successivamente per lo
scorrimento della Leichentrage, i cui
tubi laterali, larghi quanto i rulli, vi venivano appunto appoggiati
sopra per permettere alla barella di scorrere facilmente all'interno
della muffola. Ciò è appunto quanto
riferisce Tauber, il quale però aggiunge che l'operazione era
eseguita da sei detenuti, non da tre. La tecnica esposta nel disegno
di Olère avrebbe comunque richiesto almeno
quattro detenuti, perché il detenuto addetto alla barella non
avrebbe potuto, da solo, «far scivolare i corpi» sulla griglia di
argilla refrattaria della muffola. Questo, come dice
Tauber, era compito di un altro detenuto, che doveva tenere fermi i
cadaveri con un raschiatoio mentre la barella veniva estratta dalla
muffola206.

DOCUMENTO 2..........
Documento 2: Esponenti del Congresso degli Stati Uniti davanti ai
forni del crematorio di Buchenwald nel 1945, da:
http://www.vho.org/GB/Books/thottc/Image29.jpg.
In primo piano, a sinistra, si vede la muffola centrale del primo
forno con la porta aperta.
Note:
206 Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del
Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p.
75.
— 32 — 32
I rulli permettevano ai due detenuti che sollevavano la barella con
una sbarra di ferro (non con «un lungo pezzo di legno», come Venezia
ha malamente desunto dal
disegno di D. Olère) di restare a distanza di sicurezza dalla porta
spalancata della muffola evitando loro di ustionarsi.
La cosa più sorprendente è che D. Olère, nel quinto forno crematorio
a 3 muffole,ha disegnato correttamente sia l'asta di fissaggio, sia
i rulli di scorrimento!
Venezia, infine, ispirandosi molto liberamente al racconto di
Tauber, ha dimenticato di precisare che l'acqua versata sulla
barella doveva essere saponata:
«Si faceva sciogliere del sapone nell'acqua, in maniera che i corpi
scivolassero meglio sulla barella»207.
Passiamo alla questione essenziale della capacità di cremazione dei
forni.
Nella sua prima dichiarazione, Venezia al riguardo ha affermato:
«Dopo queste operazioni i cadaveri venivano gettati sul
montacarichi, che li portava al piano terra dove c’erano le bocche
dei crematori. Qui altri
prigionieri li inserivano, due, tre alla volta nei forni. Dopo venti
minuti rimaneva solo cenere e pezzi delle ossa più grandi»208.
Questi dati - 3 cadaveri in 15 muffole in 20 minuti per 24 ore -
sono tratti dalla testimonianza di M. Nyiszli:
«Sono messi per tre su una specie di carrozzina costruita in lamiera
d'acciaio. [...]. L'incinerazione dura venti minuti»209.
Ciò corrisponde ad una capacità di cremazione massima teorica di (3
x 15 x 24 x60/20 =) 3.240 cadaveri.
In aperta contraddizione con ciò, nell’intervista pubblicata da “Il
Giornale” e da “Gente”, Shlomo Venezia ha dichiarato:
«[Domanda] I forni quante ore al giorno funzionavano?
[Venezia] Ventiquattro su 24. Noi facevamo turni dalle 8 alle 20
oppure dalle 20 alle 8. Cremavamo 550-600 ebrei al giorno»210.
Dunque la capacità di cremazione massima dei forni del crematorio
III era di 600 cadaveri in 24 ore, e tra 600 e 3.240 la differenza
non è poca! Venezia afferma inoltre
che «la camera a gas aveva una capienza di circa 1.400 persone, ma i
nazisti arrivavano a stiparne 1.700»211,
Note:
207 Idem.
208 «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei
sonderkommando», art. cit., p. 36.
209 M. Nyiszli, Medico ad Auschwitz, op. cit., p. 43.
210 «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di
Auschwitz», art. cit.; «Io, ebreo, cremavo gli ebrei», art. cit., p.
79.
211 «Io, ebreo, cremavo gli ebrei», art. cit., p. 77.
— 33 — 33
perciò per cremare un carico di gasati erano necessari (1.700 : 600
=) quasi 3 giorni (in realtà quasi 6 giorni), ed egli lo ha anche
dichiarato esplicitamente:
«In media, l'intero processo di eliminazione di un convoglio durava
72 ore.
Uccidere la gente era una cosa veloce, più lungo era bruciare i
cadaveri: non c'era un minuto di stasi»212.
Così egli ha confermato la capacità di cremazione massima di 600
cadaveri in 24 ore.
Ma nel libro Venezia ha scritto:
«I Crematori IV e V erano più piccoli dei Crematori II e III; i
forni funzionavano meno bene e avevano una capacità inferiore. Le
fosse
permettevano di accelerare il ritmo di eliminazione dei cadaveri:
bruciare settecento corpi in forni così piccoli era un'operazione
lunga, tanto più che i
forni non funzionavano correttamente. Da noi, invece, potevano
entrare fino a milleottocento persone»213.
La capacità di cremazione del crematorio tipo II/III addotta dal
testimone, dunque,prima scende da 3.240 a 550-600 e poi risale a
1.800 cadaveri in 24 ore, senza alcuna
spiegazione.
Qui è interessante sapere che cosa dichiararono i compagni di
sventura di Venezia.
- Suo cugino Y. Gabai disse che in ogni muffola si caricavano
quattro cadaveri (vier Leichen), che bruciavano completamente in
mezz'ora, sicché la capacità del crematorio
III era di (4 x 15 x 24 x 60/30 =) 2.880 cadaveri in 24 ore214.
- J. Sackar affermò:
«Nel forno il fuoco [sic] era così caldo che i cadaveri bruciavano
immediatamente [sofort] e vi si potevano introdurre continuamente
altri cadaveri».
Questa fantastica cremazione immediata faceva sì che, in tutti i
crematori di Birkenau, si potessero cremare «quasi 20.000 uomini
[sic] al giorno»!215
Il quantitativo spettante al crematorio III, considerato che il
numero complessivo delle muffole era di 46, di cui 15 si trovavano
in questo crematorio, ammontava a
([20.000 : 46] x 15) circa 6.500 cadaveri in 24 ore.
- S. Chasan asserì invece che in ogni muffola si caricavano «tra due
e cinque cadaveri» e la cremazione durava mezz'ora, perciò «ogni
mezz'ora si potevano cremare
da 50 a 75 cadaveri», ossia, al massimo, appunto (75 : 15 =) 5
cadaveri cadaveri per muffola. Ciò significa 150 cadaveri in un'ora
e 3.600 in 24 ore.
Riassumo le affermazioni dei testimoni su questo aspetto cruciale
del presunto processo di sterminio nella seguente tabella:
Note:
212 Lorenzo Fazzini, «Il caso. Dopo la conferenza di Teheran
sull'Olocausto, parla l'unico sopravvissuto del Sonderkommando di
Auschwitz vivente in Italia», in:
http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2007_01_03/agora.html.
213 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 102.
214 G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der
jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 131.
215 Idem, pp. 40-41.
— 34 — 34
-Venezia 1° 3.240
-Venezia 2° 550-600
-Venezia 3° 1.800
-Gabai 2.880
-Sackar 6.500
-Chasan 3.600
Non c'è bisogno di ricordare che i testimoni si riferivano agli
stessi impianti nello stesso periodo.
Tuttavia, nel corso degli interrogatori cui furono sottoposti da
ufficiali del servizio di controspionaggio sovietico, gli ingegneri
della Topf Kurt Prüfer e Karl Schultze, che
avevano progettato l'uno il forno a 3 muffole, l'altro la sua
soffieria, dichiararono unanimamente che in tale impianto la
cremazione di un solo cadavere in una muffola
richiedeva un'ora216 e questa era appunto la capacità reale che
risulta da altre fonti concordanti217. Pertanto la capacità di
cremazione massima teorica del crematorio
modello II/III era di (15 x 24 =) 360 cadaveri in 24 ore. Dico
“teorica” perché i forni crematori non potevano funzionare
continuativamente 24 ore su 24, come spiegherò subito.
Nella sua intervista apparsa su “Gente”, la domanda «I forni quante
ore al giorno funzionavano?» è formulata così: «I forni erano sempre
accesi?». La risposta è la stessa:
«Ventiquattro ore su 24»218. Questa è un'altra assurdità
termotecnica, perché i forni di Birkenau, essendo riscaldati con
coke, richiedevano una sosta giornaliera per la pulizia
delle griglie dei gasogeni. Ciò era esplicitamente prescritto dalle
istruzioni di servizio del forno a 2 e a 3 muffole della Topf, la
ditta costruttrice:
«Ogni sera bisogna liberare le griglie dei gasogeni dalle scorie ed
estrarre la cenere». [«Jeden Abend müssen die Generatorroste von den
Koksschlacken
befreit und die Asche herausgenommen werden»]219.
Ma ciò fu anche dichiarato dal prof. Roman Dawidowski, perito
dell'accusa al processo Höss, e accettato dal giudice istruttore J.
Sehn, il quale scrisse che i forni
crematori di Auschwitz-Birkenau richiedevano ogni giorno «un
intervallo di tre ore per pulire i gasogeni dalle scorie»220.
Note:
216 Interrogatorio di K. Prüfer del 5 marzo 1946; interrogatorio di
K. Schultze del 4 marzo 1946. Vedi J.Graf, «Anatomie der
sowjetischen Befragung der Topf-Ingenieure.
Die Verhöre von Fritz Sander, Kurt Prüfer, Karl Schultze und Gustav
Braun durch Offiziere der sowjetischen Antispionageorganisation
Smersch (1946/1948)», in: Vierteljahreshefte für freie
Geschichtsforschung, anno 6, n. 4, dicembre 2002,pp. 404 e 413-414.
217 Vedi al riguardo il mio studio «The Crematoria Ovens of
Auschwitz and Birkenau», in: Dissecting the Holocaust. The Growing
Critique of “Truth” and “Memory”.
A cura di Ernst Gauss [Germar Rudolf].Theses & Dissertations Press,
Chicago, 2003, pp. 373-412.
218 «Io, ebreo, cremavo gli ebrei», art. cit., p. 78.
219 J.A. Topf & Söhne, Betriebsvorschrift des koksbeheizten
Topf-Doppelmuffel-Einäscherungsofen, 26 settembre 1941. APMO, BW
11/1/3, p.2-3; J.A. Topf & Söhne,
Betriebsvorschrift des koksbeheizten
Topf-Dreimuffel-Einäscherungsofen. Marzo 1943, in: J.-C. Pressac,
Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit., p.
222.
220 J. Sehn, O??wi??cim-Brzezinka (Auschwitz-Birkenau) Concentration
Camp. Wydawnictwo Prawnicze,Varsavia, 1961, p. 137.
— 35 — 35
Aggiungo che la previsione del consumo di coke dei crematori di
Birkenau stilata da un impiegato civile della Zentralbauleitung di
Auschwitz il 17 marzo 1943
presupponeva un funzionamento dei forni di 12 ore al giorno221.
Venezia afferma inoltre che le ceneri dei cadaveri
«venivano portate ad una spianata di cemento dietro al crematorio,
dove le ossa dovevano essere sminuzzate dai prigionieri con degli
attrezzi simili a quelli usati
per battere i sampietrini»222.
Questa storia è tratta dalla testimonianza di F. Müller, che ha
scritto:
«Per poter eliminare rapidamente e senza dare nell’occhio le ceneri
provenienti dai crematori e dalle fosse, Moll fece cementare presso
il crematorio,
accanto alle fosse, una superficie di circa 60 x 16 metri, sulla
quale le ceneri delle fosse furono poi finemente polverizzate per
mezzo di mazzeranghe»223.
Tuttavia per F. Müller tale presunta «spianata di cemento» si
trovava esclusivamente «nel cortile interno del crematorio V»224,
mentre Venezia la colloca nel
cortile del crematorio III. In realtà una tale «spianata di cemento»
non è mai esistita né nel cortile del crematorio V né in quello del
crematorio III: di essa non esiste traccia
nelle fotografie aeree americane di Birkenau del 1944, in
particolare in quelle, molto chiare, del 31 maggio 1944225, né
esistono resti architettonici in loco.
Nel libro, Venezia ha rinunciato alla storia della «spianata di
cemento», scrivendo in modo vago:
«Le ossa venivano frantumate prima di essere mescolate con le
ceneri.
L'operazione avveniva nel cortile del Crematorio, dietro l'edificio.
Nel Crematorio III il luogo per triturare le ceneri si trovava
all'angolo, vicino
all'ospedale e al campo degli zingari. Le ceneri sminuzzate e
passate più volte al setaccio come quello dei muratori, venivano poi
trasportate su una piccola carriola»226.
Ma anche il riferimento alla carriola è tratto dalla testimonianza
di Müller227 .
14) I camini fiammeggianti
Nella sua prima intervista, Venezia ha raccontato la trita storiella
dei camini fiammeggianti:
Note:
221 J.-C. Pressac, Auschwitz : Technique and operation of the gas
chambers, op. cit., p. 224, fac simile del documento.
222 «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei
sonderkommando», art. cit., pp. 36-37.
223 F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und
Gaskammern von Auschwitz, op.cit., p. 212.
224 Idem, p. 211.
225 C. Mattogno, Auschwitz: Open Air Incinerations, op. cit., pp.
101-107.
226 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 93.
227 F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und
Gaskammern von Auschwitz, op.cit., p. 222. Il trasporto delle ceneri
avveniva «mit Schubkarren», con carriole.
— 36 — 36
«Dalla finestra si vedevano delle fiamme, era una cosa spaventosa,
da un camino uscivano le fiamme… […].
Noi ancora non sapevamo niente, avevamo visto le fiamme e ci avevano
detto che c’erano i crematori…»228.
Come ho rilevato ripetutamente, la storia dei camini fiammeggianti è
una assurdità tecnica229. Probabilmente il testimone ne ha avuto
sentore, perché in seguito non l’ha
più ripetuta. Nell’intervista pubblicata da “Il Giornale”, egli ha
dichiarato: «All’arrivo però notai subito quel fumo che usciva dai
camini»230.
Venezia non menziona questa storia fantasiosa neppure nel libro, ma
qui appare un disegno di Olère che rappresenta «il Crematorio II in
attività» col camino fiammeggiante!231.
In compenso, Venezia racconta un'altra storia che riguarda il camino
del crematorio III:
«Il lavoro non doveva mai fermarsi, lavoravamo in due turni, uno di
giorno e uno di notte. Una catena continua, ininterrotta. Soltanto
una volta fummo
costretti a sospendere il lavoro per due giorni a causa di un
problema alla ciminiera. Per il troppo calore alcuni mattoni si
erano fusi e avevano ostruito la
canna fumaria. Per i tedeschi perdere due giorni di lavoro era un
dramma. Un giovane ebreo polacco, coperto di sacchi per proteggersi
dalla fuliggine e dal
calore, aprì lateralmente la base del camino ed estrasse i mattoni
lucidi,incrostati di grasso umano che causavano il problema»232.
Questo racconto è irreale e anche piuttosto ingenuo. Anzitutto il
camino non aveva «la canna fumaria», ma «le canne fumarie»: tre. In
secondo luogo, ciascuna aveva una
sezione di cm 80 x 120 e in ogni canna fumaria si immetteva un
condotto del fumo di identiche dimensioni. Perciò «alcuni mattoni»
non avrebbero ostruito nulla. In terzo
luogo, quando si verificavano dei guasti, l'amministrazione del
campo si rivolgeva alla ditta Topf se essi riguardavano i forni,
alla ditta Koehler se si riferivano ai condotti del
fumo e al camino, che erano stati costruiti da essa. Ad esempio, il
9 maggio 1944 il Bauleiter del KL II (Birkenau) chiese al comando
del campo un «permesso di accesso ai
crematori I-IV» (Genehmigung zum Betreten der Krematorien I-IV) per
la ditta Koehler,perché essa era incaricata di «lavori urgenti di
riparazione nei crematori» (mit
dringenden Instandesetzungsarbeiten bei Krematorien beauftragt
ist)233.
Ma se proprio un detenuto doveva entrare nel camino, non avrebbe
aperto «lateralmente la base del camino [?]», ma piuttosto la porta
di pulizia (Reinigungstür)
che si trovava alla base del camino e di cui Venezia, evidentemente,
non sapeva nulla.
Infine, nei forni crematori, che funzionavano con una temperatura di
esercizio di 800°C, il grasso dei cadaveri bruciava completamente
nelle muffole, sicché nel camino
non si potevano trovare mattoni «incrostati di grasso umano».
Note:
228 «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei
sonderkommando», art. cit., p. 34.
229 C.Mattogno, «Flammen und Rauch aus Krematoriumskaminen», in:
Vierteljahreshefte für freie Geschichts-forschung, anno 7, n. 3-4,
dicembre 2003, pp. 386-391.
230 «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di
Auschwitz», art. cit.
231 Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 84.
232 Idem, p. 94.
233 Lettera del Bauleiter del Lager II alla Kommandantur des K.L.II
Birkenau del 9 maggio 1944. RGVA,502-1-83, p. 377.
— 37 — 37
Venezia parla inoltre di una «sala del camino» che descrive come
segue:
«Così di tanto in tanto, quando potevo fare una pausa e far
continuare gli altri per un po' senza di me, salivo in quella
piccola stanza quadrata e suonavo
l'armonica per rilassarmi o mi appoggiavo semplicemente al davanzale
della finestra per prendere aria. Quella piccola sala, con una
finestra e al centro il
grande condotto del camino in mattoni, quadrato, era il mio
rifugio»234.
Ma la «sala del camino» era il “Müllverbrennungsraum”, il locale in
cui si trovava l'incineritore per le immondizie
(Müllverbrennungsofen) e l'imponente camino, che del
resto non era quadrato, ma rettangolare (misurava circa m 4 x 2,5);
non si trattava ovviamente di una «piccola stanza», perché aveva
all'incirca dimensioni di m 10 x 8,
inoltre aveva 4 finestre e 2 finestrelle. Dall'altra parte del
camino, verso la sala forni,separate da un muro, c'erano tre piccole
stanze quadrate. Quella centrale, nel crematorio
II, era destinata originariamente ad alloggiare uno d |