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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.

DOTTOR MENGELE
Di Mark Weber (1985)
Traduzione di Andrea Carancini
LEZIONI DALL’AFFARE MENGELE
Con l’eventuale eccezione di Hitler e Himmler, nessun uomo è stato
dipinto - negli anni passati - come la personificazione del Male
Nazista come il dr. Josef Mengele. La leggenda di Mengele ha fornito
la base per due romanzi che Hollywood ha trasformato in film di
successo: The Marathon Man di William Goldman e I ragazzi dal
Brasile di Ira Levin. In quest’ultimo film, Gregory Peck impersonava
un dr. Mengele implacabilmente maligno, che clonava dozzine di
piccoli Hitler nel quadro di un diabolico complotto nazista
ambientato in America Latina.
In innumerevoli articoli di giornali e riviste, Mengele viene
abitualmente accusato di aver spedito 400.000 persone alle camere a
gas mentre prestava servizio come medico capo ad Auschwitz-Birkenau
negli anni 1943 e 1944. L’uomo soprannominato l’Angelo della Morte
avrebbe condotto “esperimenti” raccapriccianti su vittime ebree
selezionate e si sarebbe deliziato con sadiche atrocità. Ad esempio,
secondo il U.S. News and World Report (datato 24 Giugno 1985) egli
godeva nel “dare caramelle a bambini che gettava poi vivi nei forni
mentre canticchiava Mozart e Wagner”. Il Washington Post (datato 8
marzo1985) riferì che Mengele “gettava abitualmente vivi i bambini
nei forni” e “ordinava alle donne in cinta di stendersi sulla
schiena per poi calpestarle fino a farle abortire”.
Questa campagna mediatica raggiunse l’apice nel Giugno del 1985
quando il nome di Mengele venne ripetuto quotidianamente sulle prime
pagine dei giornali e nelle trasmissioni serali dei telegiornali. Il
viso di Mengele campeggiava sulla copertina del settimanale
scandalistico People. La caccia che era stata portata avanti per
anni giunse finalmente al termine quando un gruppo internazionale di
esperti forensi identifico con certezza i resti mortali esumati da
una tomba brasiliana come quelli del dr. Josef Mengele. Grazie alle
testimonianze di parenti e amici del medico tedesco e ad una gran
quantità di materiale documentario si riuscì poi a stabilire che
Mengele era morto annegato nel Febbraio del 1979.
Se nessuna persona ragionevole intende giustificare o rendere
presentabili delle vere atrocità, senza riguardo per chi le abbia
commesse, un riguardo elementare per la decenza e la verità rende
necessario un altro sguardo, più attento, alla leggenda di Mengele.
Quanto c’è di vero nelle accuse?
L’accusa usuale che Mengele “mandò 400.000 ebrei nelle camere a gas
di Auschwitz” è una falsità basata in parte sul travisamento dei
fatti. E’ vero che, insieme ad altri medici del campo, Mengele
selezionava abitualmente persone abili al lavoro dai trasporti dei
nuovi arrivati. Gli scrittori dell’Olocausto affermano che tutti gli
ebrei che arrivavano ad Auschwitz e non erano in grado di lavorare
venivano immediatamente uccisi nelle camere a gas. La cifra dei
400.000 è semplicemente una valutazione congetturale del numero
degli ebrei inabili che arrivarono a Birkenau nel 1943 e nel
1944,quando Mengele era medico capo.
In realtà, un gran numero di ebrei inabili vennero ammessi al campo
e ivi internati. In accordo con altre prove, i registri tedeschi
ufficiali mostrano che una parte molto rilevante della numerosissima
popolazione ebraica di Birkenau – nel 1943 e nel 1944 – era inabile
al lavoro (vedi: G. Reitlinger, Final Solution [La Soluzione
Finale], p. 125; e A. Butz, Hoax [La mistificazione del ventesimo
secolo], p. 124).
Molti ebrei sopravvissero alla guerra grazie alle cure mediche
nell’ospedale del campo, che era sotto la supervisione generale del
dr. Mengele. Uno di questi ebrei era Otto Frank, padre della famosa
Anne Frank. Dopo essersi ammalato, Otto venne trasferito
all’ospedale, dove rimase fino all’arrivo ad Auschwitz delle truppe
sovietiche nel Gennaio del 1945. Quando i tedeschi evacuarono il
campo poco prima, essi si lasciarono dietro quelli che non potevano
muoversi, tra cui i detenuti malati e anziani, e un certo numero di
bambini. Le accuse più orripilanti fatte contro Mengele, come la
storiaccia che egli gettava vivi i bambini nei forni, sono fandonie
malate e assurde che contraddicono quello che si conosce della
personalità del dottore. Ad esempio, come riferì la rivista Time (in
data 24 Giugno 1985), Mengele “si dava talvolta a gesti di
galanteria: dopo aver inviato una dottoressa ebrea in cinta a
Cracovia per condurre delle ricerche in sua vece, Mengele le mandò
dei fiori per la nascita del suo bambino.”
E’ possibile, naturalmente, che Mengele possa aver ucciso dei
detenuti, sebbene i funzionari del campo che commettevano tali
crimini rischiavano punizioni severe. Ad esempio, il medico del
campo di Buchenwald, il dr. Waldemar Hoven, venne condannato a morte
da un tribunale di SS per aver ucciso dei detenuti.
Il columnist Jeffrey Hart ha scritto di dubitare di molte delle
storie sul “mostro Mengele” diffuse dai media. “Come storico
professionista raccomanderei una certa cautela per molti degli
aneddoti che vengono abitualmente accettati come fatti”, ha scritto
Hart. “La mia impressione è che molto di questo genere di cose
appartenga alla mitologia, escogitata come un genere di
metafora…dubito che la storia secondo cui egli uccise una donna
rompendole la gola con lo stivale sia vera. Ci vorrà molto tempo
prima che gli studiosi separino i fatti dalla finzione riguardo a
Mengele.” (Washington Times, 9 Luglio 1985).
Mentre Hart merita di essere elogiato per il suo cauto scetticismo
pubblico su una parte della mitologia di Mengele, egli mostrerebbe
un vero coraggio se guardasse all’intera storia dell’Olocausto con
lo stesso occhio indagatore. Qual è la sua “impressione” sulla
diceria popolare, convalidata a Norimberga, che i Tedeschi
ricavavano sapone dai cadaveri ebrei? E che dire delle storie sulle
gasazioni a Dachau, Buchenwald, Mauthausen e Auschwitz?
Le prove sembrano piuttosto chiare che Mengele, in realtà, condusse
ad Auschwitz delle ricerche mediche su alcuni detenuti. A questo
proposito è forse meritevole di menzione il fatto che il governo
americano condusse “esperimenti” simili sia durante che dopo la
seconda guerra mondiale. Medici militari americani infettarono dei
neri con batteri di sifilide senza il loro consenso come parte di
un’indagine riguardante nuovi modi di trattare le malattie veneree.
E durante gli anni ’50 la CIA finanziò esperimenti psichiatrici che
prevedevano l’LSD, la privazione del sonno, l’elettroshock e il
lavaggio del cervello di pazienti senza il loro consenso. Un
sopravvissuto, Louis Weinstein, viene ora descritto come una “cavia
umana, un povero relitto senza memoria né vita.” Il governo
americano è stato citato per risarcimento a nome di Weinstein e di
altre otto persone (Washington Post, 1 Agosto 1985, editoriale).
Un articolo imperfetto ma istruttivo su Mengele del prof. Robert Jay
Lifton della City University di New York è apparso il 21 Luglio del
1985 sul New York Times Magazine. Questo lungo saggio inizia notando
che “Mengele è stato a lungo il centro di quello che potrebbe essere
definito un culto per il demoniaco. Egli è stato visto come la
personificazione del male assoluto…” Ma, come Lifton spiega, egli
non era la “forza inumana o addirittura soprannaturale” ritratta dai
media.
Da giovane Mengele era normale, intelligente e serio. Durante i suoi
tre anni di servizio militare, la maggior parte passati al fronte
orientale, egli si dimostrò un soldato coraggioso e diligente, ed
ebbe cinque decorazioni, incluse le Croci di Ferro di Prima e
Seconda Classe. Come medico capo di Auschwitz-Birkenau, Mengele era
responsabile del grande staff di detenuti medici, la maggior parte
dei quali ebrei, che medicavano i detenuti.
Lifton fa notare che le testimonianze “oculari” su Mengele
dell’assai pubblicizzato processo su Auschwitz di Francoforte erano
piene di errori. Ad esempio, sebbene Mengele fosse solo uno dei
numerosi dottori del campo che effettuavano turni per decidere quali
detenuti fossero abili al lavoro e quali no, un ex detenuto ebreo
insistette al processo che il solo Mengele era sempre lì per le
selezioni. Quando il giudice commentò che “Mengele non poteva essere
stato lì tutto il tempo”, il testimone replicò: “Secondo me, sempre.
Notte e giorno.” Altri ex detenuti descrissero Mengele come di
“aspetto molto ariano”, o “alto e biondo”, sebbene egli fosse in
realtà di altezza media, con capelli scuri e carnagione scura.
Tra i molti miti circolati su Mengele, scrive Lifton, figurano le
dicerie che egli consigliava il Presidente del Paraguay Stroessner
su come sterminare gli indiani nativi di quel paese, e che egli
realizzò una fortuna in Sud America grazie ad un grande traffico di
droga condotto da ex nazisti.
Un attendibile documento d’epoca riguardante la personalità di
Mengele e il suo comportamento durante la sua permanenza ad
Auschwitz è la “Valutazione del Capitano SS dr. Josef Mengele”,
datata 19 Agosto 1944 (L’originale si trova a Berlino). Il rapporto
è molto lusinghiero:
"Il dr. Mengele ha un carattere aperto, onesto e solido. Egli è
assolutamente affidabile, integro e leale. Non manifesta alcuna
debolezza di carattere o cattive tendenze. La sua costituzione
emotiva e fisica è notevole. Durante il suo periodo di servizio nel
campo di concentramento di Auschwitz, ha impiegato le sue conoscenze
teoriche e pratiche per combattere violente epidemie. Con prudenza e
continua energia, e spesso nelle condizioni più difficili, ha
portato a termine tutti gli incarichi assegnati con piena
soddisfazione dei superiori. Si è mostrato capace di gestire ogni
situazione. Inoltre, ha utilizzato il poco tempo libero che aveva
per portare avanti con passione i suoi studi di antropologia. Il suo
contegno discreto e modesto è quello di un buon soldato. Grazie al
suo comportamento è particolarmente ben voluto dai suoi colleghi.
Egli tratta i subordinati con assoluta equità e con la necessaria
severità, ma nondimeno è straordinariamente ammirato e apprezzato.
Nel suo comportamento, nei risultati sul lavoro e nel suo
atteggiamento, il dr. Mengele mostra una concezione della vita
assolutamente solida e matura. E’ cattolico. Il suo modo di parlare
è spontaneo, disinvolto, convincente e vivace."
Il rapporto continua notando che Mengele aveva “contratto il tifo
mentre esercitava coscienziosamente i suoi doveri di medico ad
Auschwitz”. Elenca poi i premi che ricevette per coraggio e
dedizione e conclude che era meritevole di promozione.
Dopo essere giunto in Sud America per evitare di diventare un
imputato da “processo show”, Mengele visse per dieci anni in
Argentina e in Paraguay conservando il suo nome. Non ci sono prove
che abbia mai provato vergogna o senso di colpa per nessuna delle
cose che fece ad Auschwitz. Al contrario. In una lettera a suo
figlio Rolf egli scrisse: “Non ho la minima ragione per
giustificarmi o scusarmi di una qualunque delle mie decisioni o
azioni.” (Time, 1 Luglio 1985).
Tra le sue carte personali trovate dalla polizia brasiliana nel
Giugno del 1985 c’era un confuso scritto semibiografico intitolato,
in latino, Fiat Lux, apparentemente scritto da Mengele mentre si
trovava ancora in una fattoria bavarese poco dopo la fine della
guerra. Il contenuto dello scritto non è stato finora reso pubblico
(New York Times, 23 Giugno 1985).
Mengele parlò occasionalmente del suo passato con i coniugi Stammer,
una coppia con cui visse per 13 anni nella loro fattoria vicino a
San Paolo del Brasile. La signora Gitta Stammer ricordava che
Mengele aveva detto che gli ebrei erano un gruppo ostile che operava
contro la Germania e che i tedeschi li volevano fuori della loro
patria. Mengele insistette ripetutamente che egli non aveva commesso
alcun crimine, e che – al contrario – era divenuto vittima di grandi
ingiustizie (New York Times, 14 Giugno 1985; Baltimore Sun, 14
Giugno 1985).
Durante gli ultimi anni di vita Mengele visse con una coppia
austriaca, Wolfram e Liselotte Bossert, nella loro fattoria
brasiliana. Nel corso di un’intervista i Bossert espressero grande
ammirazione e un affetto speciale per il loro modesto ospite. In
risposta a una domanda sulle presunte atrocità di Mengele ad
Auschwitz, Wolfram Bossert disse: “Lo ammiro come persona per le sue
molte qualità, non per quello che ha commesso. E persino oggi esiste
il dubbio che si tratti di qualcosa di vero.” (Washington Post, 10
Giugno 1985).
Un amico di vecchia data sia del dr. Mengele che della sua famiglia
in Germania, Hans Sedlmeier, ha detto a un reporter: “Le potrei dire
quello che Mengele ha fatto, quello che ha fatto ad Auschwitz, e
quello che ha fatto dopo, ma non mi crederebbe. I giornali non
stamperanno la verità, perché non fa comodo agli ebrei…Mi rifiuto di
parlare sull’affare Mengele. I giornalisti hanno già scritto così
tante menzogne, e quello che la stampa ebraica ha detto…”
Evidentemente esasperato, non finì la frase. (New York Times, 13
Giugno 1985).
Nel loro trattamento sensazionalistico della storia di Mengele, i
media hanno ignorato quella che è probabilmente la lezione più
importante dell’intero affare. Fino all’estate del 1985, quando
venne stabilito definitivamente che Mengele era morto dal 1979, gli
“esperti dell’Olocausto” e i “cacciatori di nazisti” professionisti
insistevano solennemente che il dottore tedesco era vivo. La maggior
parte di loro affermava che egli si nascondeva in Paraguay.
La “cacciatrice di nazisti” israeliana Tuvia Friedman riferì verso
la fine del 1984 che Mengele era stato visto recentemente a Orlando
e a Tampa, in Florida, e a New Orleans (AP, 3 Ottobre 1984). Pochi
mesi dopo Friedman annunciò che sebbene egli avesse “grandi
proprietà” negli Stati Uniti, Mengele si trovava probabilmente in
Italia. Inoltre, il dottore fuggiasco era stato riconosciuto di
recente in una grande riunione nazista alle Bermuda (Jewish Week, 8
Febbraio 1985).
Stanley E. Morris, un funzionario federale coinvolto nelle indagini
del governo americano su Mengele, disse a un reporter lo scorso
Maggio che su Mengele “arrivano giornalmente tonnellate di
informazioni, la maggior parte inutili”. “Una lettera veniva da una
persona che affermava di aver visto Martin Bormann, Hitler e Mengele
viaggiare insieme in una decappottabile a Philadelphia”, egli disse
(New York Times, 28 Maggio 1985).
Verso la fine di Gennaio del 1985, il deputato americano Robert
Torricelli (democratico, del New Jersey) ritornò da una visita in
Paraguay con “notizie sbalorditive” secondo cui Mengele viveva in
una colonia tedesca sulle montagne del Paraguay (Newsweek, 4
Febbraio 1985).Citando due fonti presuntamente molto attendibili, il
London Sunday Times (10 Febbraio 1985) riferiva che Mengele viveva
“piuttosto apertamente” in Paraguay, trascorrendo molto del suo
tempo in una capanna di tronchi vicino il palazzo estivo del
Presidente Alfredo Stroessner. Il “cacciatore di nazisti” più famoso
di tutti, Simon Wiesenthal, annunciò di esser sicuro “al 100%” che
Mengele viveva in Paraguay e accusò che la famiglia di Mengele –
residente in Germania Ovest – sapeva bene dov’era (Newsweek, 20
Maggio 1985). Alla fine di Maggio del 1985, la taglia offerta da
Wiesenthal e dai governi di Israele e della Germania Ovest, dal
Centro Simon Wiesenthal e da altri per la cattura di Mengele
ammontava a 3.4 milioni di dollari.
L’”esperto dell’Olocausto” e “cacciatore di nazisti” di fama
internazionale Serge Klarsfeld accusò che “Mengele sta in Paraguay
sotto la protezione personale del presidente Stroessner”. Egli, un
avvocato ebreo parigino, precisò persino la sua residenza: “Mengele
vive in una grande villa privata fuori Asuncion, di proprietà di
Stroessner o di un amico del Presidente” (Newsweek, 20 Maggio 1985).
La moglie di Klarsfeld, Beate, volò in Paraguay alla fine di Maggio,
dove manifestò nel centro di Asuncion portando un cartello che
definiva il Presidente Stroessner un mentitore per aver affermato di
non sapere dove Mengele viveva. Mentre la televisione e i giornali
americani ricolmavano la signora Klarsfeld di elogi e solidarietà,
il popolo del Paraguay considerò il suo comportamento come offensivo
e vergognoso. Ella venne prontamente cacciata dal suo hotel.
Come il prosieguo degli eventi ha mostrato, non era Stroessner che
stava mentendo, ma casomai Klarsfeld e i suoi narcisisti compari.
Uno dei pochi che ha avuto il raro coraggio di condannare
pubblicamente la lampante irresponsabilità degli “esperti” nel caso
Mengele è stato Dane Bowen Jr., un professore di storia
all’Università di Lock Haven. In una lettera al New York Times (in
data 29 Giugno 1985) egli ha ammonito: “Sia i cacciatori di nazisti
professionisti che i politici americani che sono andati a caccia di
voti a spese di un paese straniero amico dovrebbero essere grandi
abbastanza da scusarsi pubblicamente per aver avventatamente
accusato il governo del Paraguay di “proteggere” Josef Mengele”.
Per anni, gli “esperti dell’Olocausto” e i “cacciatori di nazisti”
sono stati dipinti dai media come oracoli dal profondo intuito e
dalle informazioni attendibili. Essi sono trattati con un timore
reverenziale non concesso ad altre figure pubbliche, e anche le loro
accuse più sensazionali vengono accettate acriticamente e passate al
pubblico come fatti. Ma per tutti coloro interessati alla verità, il
drammatico finale della ricerca internazionale di Mengele ha
screditato gli “esperti” e ha evidenziato vistosamente la loro
incauta noncuranza dell’esattezza.
Sebbene la ricerca di Mengele appartenga ormai al passato, la caccia
frenetica ai “nazisti fuggitivi” continua. L’imperterrito Centro
Simon Wiesenthal di Los Angeles ha persino rilasciato una “lista dei
più ricercati”, completa di taglie. Tuttavia questo potrebbe
rivelarsi come un altro imbarazzante errore di calcolo perché in
cima alla lista si trova Leon Degrelle, il carismatico leader
politico belga, nonché eroe di guerra della legione Wallonia dei
volontari SS. Attualmente cittadino spagnolo, il forbito Degrelle
vive apertamente in Spagna da anni e gradisce le opportunità di
difendere le proprie opinioni. Le sue apparizioni alle televisioni
olandese e spagnola in anni recenti sono state, secondo tutti i
resoconti, altamente convincenti (le appassionanti memorie di guerra
di Degrelle, Campagna di Russia, sono state recentemente pubblicate
dall’Institute for Historical Review).
Appare evidente che sino a quando i revisionisti continueranno il
loro lavoro, non vi sarà rallentamento nella caccia – cui i media
sono assai sensibili – agli inafferrabili “nazisti fuggiaschi”.
Serge Klarsfeld ha candidamente ammesso al New York Times (3 Marzo
1985) che una parte dell’intensa attenzione per Mengele e altri
“criminali nazisti” negli anni recenti è dovuta alla necessità di
controbilanciare la sfida dei revisionisti all’ortodossia
dell’Olocausto.
Andrea Carancini
Erwin
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