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REVISIONISMO

Il revisionismo è essenzialmente un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista, come Cesare Saletta.


 


     
Elie Wiesel e le fosse incandescenti

 



In Legends of Our Time (New York, Avon Books, 1968, pp. 177-78), Elie Wiesel scriveva questo:

«Ogni ebreo, ogni parte di lui, dovrà procurarsi una zona di odio - un odio sano e virile - per ciò che il tedesco personifica e per ciò che è trasmesso nel tedesco. Agire altrimenti sarà tradire i morti».

Nel 1986 Elie Wiesel si vedeva consegnare il premio Nobel per la pace su proposta, come è noto, di 83 deputati del Bundestag. L'attribuzione di questo premio, pensavano i parlamentari, avrebbe costituito un grande incoraggiamento per tutti quelli che si impegnano in favore del processo di riconciliazione.

Nato nel 1928, Elie Wiesel fu internato ad Auschwitz dall'aprile 1944 al gennaio 1945. In La Nuit, la sua «testimonianza» apparsa nel 1958, egli non fa parola delle camere a gas (attenzione: le camere a gas appaiono però all'improvviso nella versione tedesca, Die Nacht zu begraben, Elischa,traduzione di Curt Meyer-Clason, pubblicata dalle edizioni Ullstein; ogni volta che nel testo originale appariva il termine «forno crematorio», Meyer-Clason traduceva con «camere a gas»). Wiesel non ha dunque potuto vedere le camere a gas, non più di quanto ne abbia sentito parlare, altrimenti Ie avrebbe certo menzionate.
 



 



In mancanza delle camere a gas, Wiesel ha visto ciò che, a parte lui, nessun altro ha visto:

«Non lontano da noi delle fiamme uscivano da un fosso, delle fiamme gigantesche: vi si bruciava qualcosa. Un camion si avvicinò al buco e vi versò il suo carico: erano dei bambini: dei neonati! Si, io lo avevo visto,I'avevo visto con i miei occhi... Dei bambini nelle fiamme. (È dunque strano se dopo quel momento il sonno fugge i miei occhi?)»

«Ecco dunque, noi andiamo: un poco più lontano si trovava un altro fosso,più grande, per gli adulti.[...] "Padre", gli dissi, "se è così, io non voglio più attendere. Io andrò verso i fili spinati elettrificati; è meglio che agonizzare per ore nelle fiamme".»

Ma l'interminabile agonia fra le fiamme fu risparmiata a Elie Wiesel senza che egli avesse il tempo di ricorrere ai fili elettrificati, perché:

«La nostra colonna non aveva che da superare una quindicina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Dieci passi ancora. Otto, sette. Camminiamo lentamente, come dietro ad un carro funebre, verso la nostra sepoltura. Quattro passi, tre passi: essa era là ora, vicino a noi, la fossa e le sue fiamme. Raccoglievo
tutte le mie forze per saltare fuori dalla fila e gettarmi sui fili spinati:
in fondo al mio cuore davo gli addii a mio padre, all'universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano in un mormorio alle mie labbra: "Ytgodal veyitkadhach, chmè raba..." Che il suo nome sia elevato e santificato... il mio cuore stava per scoppiare. Ecco, io mi trovavo di fronte all'Angelo della morte. [...] No. A due passi dalla fossa, ci venne ordinato di girare a sinistra e ci si fece entrare in una baracca»
(La Nuit, Editions de Minuit, 1958 pag. 57-60).

In prossimità della fine della guerra, dunque, oltre alle camere a gas la propaganda parlava di altri metodi di sterminio. Uno di questi consisteva nel bruciare le persone vive. Questa variante del mito dello sterminio si è mantenuta viva nell'ambiente ebraico fin verso il 1960. Come dice R. Faurisson, Elie Wiesel doveva scegliere fra due menzogne della propaganda alleata, e si premurò di scegliere la peggiore.

Nel gennaio del 1945 Elie Wiesel,detenuto ad Auschwitz,soffrì di un'infezione al piede.Cessò dunque di essere atto al lavoro.Fu ricoverato all'ospedale e subì una piccola operazione chirurgica.
Nel frattenpo l'Armata Rossa si avvicinava.I detenuti furono informati che le persone in buona salute sarebbero state evacuate e che i malati avrebbero potuto restare se lo avessero voluto.Elie e suo padre facevano parte dei malati.Cosa scelsero ? Di restare e attendere i loro liberatori ? No si aggiunsero volontariamente ai tedeschi.A quei tedeschi che avevano davanti ai loro occhi gettato dei bimbi nelle fiamme di una fossa dove avevano agonizzato per ore nelle fiamme,come si può leggere nel suo libro intitolato "la nuit".
Non c'è qualcosa di strano ?

La fonte è Wiesel stesso: "La notte", Giuntina, 1986, pp. 82-83.

Riporto i brani salienti:

" - Domani, subito dopo il tramonto, il campo si metterà in marcia. Blocco dopo blocco. I malati possono restare all'infermeria, non saranno evacuati.
Quell'annuncio ci dette da pensare. Le S.S. avrebbero lasciato qualche centinaia di detenuti a pavoneggiarsi nei blocchi-ospedale aspettando l'arrivo dei liberatori? Avrebbero permesso a degli ebrei di aspettare che suonasse la loro dodicesima ora? Evidentemente no.. [...]. Appresi dopo la guerra la sorte di chi era restato all'ospedale: furono liberati dai russi,semplicemente, due giorni dopo l'evacuazione".

Wiesel scelse la marcia di evacuazione sebbene avesse una ferita a un piede che non gli consentiva di calzare una scarpa ("Con una scarpa in mano - non potevo calzare il piede destro - correvo senza sentire né il dolore né il freddo").

I detenuti rimasti nel complesso Auschwitz-Birkenau furono circa 8.500, di cui circa 500 morirono negli ultimi giorni.

Si insegna ai ragazzi delle scuole che l'obiettivo di Hitler era lo sterminio degli ebrei e che tale decisione fu presa il 20 gennaio 1942 alla conferenza di Wannsee.Se ciò fosse vero non sarebbero 600000 gli ex detenuti dei lager sopravvissuti ma al massimo poche centinaia.
Infatti nel libro intitolato "Das judische Paradox"-1976-Nahum Goldmann che fu per parecchi anni presidente del Congresso Mondiale ebraico,scrive questo:"ma nel 1945 c'erano circa 600.000ebrei sopravvissuti nei campi di concentramento che nessun paese voleva accogliere".Vogliamo credere a una persona come Goldmann o da considerare un revisionista ?

Non dimentichiamo che il Terzo Reich era uno stato di polizia molto efficiente,come denunciato tante volte dagli antifascisti.

Tutti scampati per miracolo ?

Ma i miracoli a catena non sono più miracoli.


 

Erwin

Erwin@thule-toscana.com