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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.
FOIBE: Giovanna Canzano intervista MARIA
VINCENZO DE LUCA
2 Ottobre 2007

Vorrei fare mia la tesi di Renzo De Felice, massimo storico italiano
del Novecento,
che nel 1991, poco prima della sua scomparsa, nell’intervallo del
concerto del pianista serbo Ivan Pogorelich in un teatro di Roma, mi
disse:
“…la Storia è un continuo Revisionismo…”,
alludendo al fatto che mano a mano che si rendono disponibili nuove
fonti di ricerca, siamo ovviamente in grado di modificare o
confermare quanto ritenuto vero in precedenza. Scrive Benedetto
Croce: “…la Storia è sempre contemporanea”, e in tal senso non ci
dovrebbero essere capitoli storici chiusi come “scatole cinesi”…
(Vincenzo Maria De Luca)
CANZANO - E’ uscito in questi giorni il tuo ultimo libro: “La
memoria non condivisa”, ancora tu ci parli delle foibe. Anche per te
una trilogia per completare la ricerca storica dopo: “Foibe, Una
tragedia annunciata” del 2000 e “Venezia Giulia 1943” del 2003
sempre per la casa editrice ‘Il Settimo Sigillo’?
DE LUCA - La questione della tragedia dei nostri confini orientali,
l’Istria e la Venezia Giulia dopo l’8 settembre 1943, è stata
sottaciuta quando non addirittura negata per interi decenni. A oltre
60 anni dalla fine dell’ultima guerra, oggi la liberatoria dal
segreto di Stato per molti archivi alleati, unitamente alla caduta
dei vari regimi comunisti dell’est europeo con lo scioglimento delle
relative polizie politiche, ci stanno finalmente consegnando
inesauribili fonti di notizie e “nuove verità” tali, da far
ipotizzare in un prossimo futuro una inedita rilettura di quanto è
avvenuto nel nostro recente passato e non ci hanno mai detto. Una
mole sorprendente di documentazione al servizio di ricercatori e
storici, che rende impossibile scrivere la parola “fine” su
questioni così dibattute e attuali. Con la mia “Trilogia Giuliana”
sento di avere analizzato molti aspetti interessanti della
repressione slavo-comunista, anti-italiana, operata nella Venezia
Giulia degli anni quaranta, ma il vibrante attacco sferrato dal
mondo accademico e della “cultura ufficiale” contro una analisi
revisionista della Storia in generale, mi porta a ritenere che ci
sia ancora molto da fare nella ricerca di quella verità che
Nietzsche definiva: “il sarcasmo dei vincitori”.
CANZANO - Hai accennato al Revisionismo. Qual è la tua posizione al
riguardo?
DE LUCA - In questi ultimi anni si parla di Revisionismo in senso
dispregiativo, associandolo al tentativo, più o meno velato, da
parte di storici di varia nazionalità di negare o almeno
ridimensionare l’olocausto ebraico durante l’ultima guerra. Vorrei
fare mia la tesi di Renzo De Felice, massimo storico italiano del
Novecento, che nel 1991, poco prima della sua scomparsa,
nell’intervallo del concerto del pianista serbo Ivan Pogorelich in
un teatro di Roma, mi disse: “…la Storia è un continuo
Revisionismo…”, alludendo al fatto che mano a mano che si rendono
disponibili nuove fonti di ricerca, siamo ovviamente in grado di
modificare o confermare quanto ritenuto vero in precedenza. Scrive
Benedetto Croce: “…la Storia è sempre contemporanea”, e in tal senso
non ci dovrebbero essere capitoli storici chiusi come “scatole
cinesi” o “sentenze definitive”, ma una visione più fluida della
Storia, meno preconcetta e politica, più aperta al confronto e alla
parificazione tra vincitori e vinti. Chi può arrogarsi il diritto di
stabilire nettamente quale sia il bene e quale il male? Il binomio
“vittoria militare uguale giustizia e verità” è fin troppo puerile.
Ha ragione chi vince o vince chi ha ragione? Su questo dovremmo
impegnarci noi storici e saggisti più che dividerci in sterili
discussioni sul numero dei morti in questo o in quell’altro
contesto.
La filosofia della “libbra di carne” di shakespeariana memoria, non
si addice alla Storia bensì alla polemica di parte. Se un merito và
ascritto al tanto criticato Revisionismo, tralasciando improbabili
nostalgie, è essenzialmente quello di porsi domande scomode e
affatto scontate. Basterà poi vedere in questi ultimi anni come si è
modificata la sensibilità storica collettiva su alcuni temi ritenuti
da sempre sacri, per lodare lo spirito “revisionista” di alcuni
studiosi.
Spinosa ad esempio, nel suo “Napoleone flagello d’Italia” edito da
Mondadori, attacca il mito di Bonaparte artefice della nostra unità
nazionale; e come si è modificato il giudizio sul Risorgimento, non
più sublimato come afflato di popolo bensì “riletto” nell’ottica di
una ben più concreta lotta d’interessi tra potentati separatisti. Si
è persino rivalutato il fenomeno del Brigantaggio nell’Italia
centro-meridionale, così come non è più tanto chiaro nell’ambito
della Rivoluzione Francese, se i cattivi fossero poi così cattivi ed
i buoni così buoni. Pare addirittura che Nerone non abbia incendiato
Roma… e la Resistenza partigiana italiana successiva all’8 settembre
1943 si sta finalmente incastonando in un ben più ampio contesto di
reale guerra civile legittima ed inevitabile in un paese diviso a
metà anziché ripercorrere gli obsoleti percorsi ideologizzati della
sollevazione di popolo contro il crudele invasore nazista. Per
tornare al tema di mia competenza, a chi ancora oggi parla degli
italiani infoibati in Venezia Giulia, come di fascisti raggiunti
dalla “dura lex” popolare, rispondo con le parole dell’ex Presidente
della Repubblica Ciampi, che in occasione della sua visita a Trieste
il 25 aprile 2002 ebbe a dire: “…le Foibe sono il simbolo di una
lotta etnica, scatenata da chi voleva ridurre l’italianità di queste
zone, facendo fuori il maggior numero possibile di italiani. Una
violenza che aveva orribili obiettivi. Tipo la Shoah”.
CANZANO - Quindi confermi in sostanza il tuo impegno nel campo del
Revisionismo storico?
DE LUCA - Quando ho iniziato nel 1995 lo studio e l’interpretazione
di quei tragici avvenimenti che furono le foibe, l’esodo e le
mutilazioni territoriali, successive al secondo conflitto mondiale,
che sconvolsero l’italianità di terre come la Venezia Giulia e
l’Istria, mi ero riproposto, per quanto mi fosse stato possibile, di
rendere merito e giustizia ad una intera generazione di nostri
connazionali, che nulla avevano più da chiedere se non il rispetto
della propria storia e dei propri valori, belli o brutti, giusti o
sbagliati che fossero. Italiani innocenti, laboriosi, miti ed
orgogliosi, la nostra meravigliosa gente giulia che aveva perso
tutto, spesso anche la vita, per rimanere libera in una libera
Patria senza il Comunismo. Via via che i miei libri venivano
pubblicati, e quindi uscivano recensioni e partecipavo a convegni,
mi sono accorto, mio malgrado, che venivo sempre più a trovarmi
schierato da una parte piuttosto che un’altra. Inizialmente la cosa
mi infastidiva poiché, con l’ingenuità del neofita, pensavo che la
Storia, più che la politica o la polemica, potesse servire ad unire
in nome della verità; al contrario anche la Storia, o meglio l’uso
improprio e speculativo della stessa, ha finito con il dividere più
che fondere insieme le coscienze. Ecco così che il mio sforzo per
fare luce su episodi dimenticati o mai analizzati è stato definito
“a priori” revisionista. E siccome arriva il momento in cui, al di
là di sfumature o dettagli, bisogna prendere una posizione
consapevole, allora ti dirò che, in virtù del mio impegno
anti-comunista, mi posso definire senz’altro uno storico
revisionista.
CANZANO - Proprio qui volevo portarti. Ho notato infatti che nei
tuoi libri, più che la contrapposizione tra italiani e slavi, è
demonizzata la rivoluzione proletaria-comunista di Tito, come
anticipatrice della “guerra fredda” che avrebbe poi diviso il mondo
in 2 blocchi contrapposti: il mondo libero a occidente e l’Unione
Sovietica a est. Tu critichi apertamente la Resistenza anti-fascista
e condanni il partito comunista italiano e Togliatti per le violenze
sugli italiani in Istria.
DE LUCA - Certamente. Chi può obiettare che ciò non sia vero? Chi
può in perfetta buona fede continuare a sostenere che il Comunismo
si battesse per la libertà? L’argomento è sconfinato e richiederebbe
fiumi d’inchiostro e di parole. Alcuni punti fermi sono
incontestabili. Perché si continua a ripetere che la seconda guerra
mondiale fu scatenata da Hitler con l’invasione della Polonia il 1°
settembre 1939 quando fu, in precedenza, il patto di non aggressione
russo-tedesco Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939 ad
ufficializzare l’inizio delle ostilità con la spartizione
sacrificale della stessa Polonia tra Germania e Unione Sovietica?
L’allora protocollo segreto tra Hitler e Stalin prevedeva che una
volta terminate le operazioni belliche tedesco-polacche sul fronte
occidentale, sarebbe intervenuta l’Armata Rossa nella Polonia
orientale a completare l’invasione del paese slavo. Cosa che
puntualmente si verificò il 17 settembre 1939 ed i sovietici non
solo fecero 250.000 prigionieri, ma furono solerti collaboratori dei
tedeschi nell’ostacolare il ripiegamento di ciò che rimaneva
dell’esercito polacco verso la Romania e l’Ungheria, da dove avrebbe
potuto in seguito riprendere la lotta al fianco degli alleati
occidentali contro la Germania. Perché si continua a parlare della
invasione di Hitler dei Paesi Bassi e della Norvegia a ovest e
nessuno ama o ha l’onestà intellettuale di ricordare cosa fa
contemporaneamente Stalin a est ai danni di Estonia, Lettonia e
Lituania, per non parlare dell’aggressione sovietica alla Finlandia
del novembre 1939? Chi parla solo e sempre degli eccidi nazisti, si
legga di Victor Zaslavsky, “Il massacro di Katyn” o, se crede, il
mio “Venezia Giulia 1943” sulla fucilazione di 15.000 ufficiali
polacchi da parte dell’NKVD o “Commissariato del Popolo per gli
Affari Interni” sovietico. Chi parla solo e sempre della Gestapo o
di via Tasso a Roma, si legga “Lubjanka” di Enzo Biagi, sottotitolo:
“Comunismo. Bilancio 80 milioni di morti”: “…il Comunismo non ha
avuto la sua Norimberga. Nessuno ha mai confessato di essere
responsabile o complice di quell’orrore, nessuno si è pentito”. Non
mi risulta che Biagi sia un revisionista. Per la cronaca la Lubjanka
fu la più bieca prigione stalinista, poi per anni sede della KGB
sovietica. Il campo di concentramento non lo ha inventato Hitler; è
Lenin che nel 1917 fa distendere per la prima volta i reticolati di
filo spinato per sistemare gli oppositori della Rivoluzione
d’Ottobre. Togliatti non fu forse un criminale quando nell’ottobre
1944, ben consapevole degli appetiti e dei livori slavi sul Friuli
orientale e l’Istria, si accorda con l’alto esponente titino Kardelj
per il passaggio sotto il comando slavo-comunista di tutti i
movimenti partigiani italiani per lo più composti da comunisti,
socialisti e progressisti? Il risultato fu che solo pochi reparti
tedeschi e quelli d’elite della Repubblica di Salò rimasero a farsi
trucidare lottando sino alla fine contro Tito per l’italianità di
quelle terre che né la Monarchia sabauda né la Resistenza
antifascista avevano voluto difendere e preservare. Quando
intellettuali politicamente schierati a sinistra come il bulgaro
Moni Ovadia ci parlano in televisione o dai palchi dei loro
spettacoli, del Comunismo come: “…storia di uomini, di idee, di
sacrifici, di dedizioni, di sofferenze e dolori che non può essere
archiviata nel bidone della spazzatura revisionista”, o che : “il
Comunismo non fu solo una storia di orrori…”, sarebbe fin troppo
semplice, quasi crudele, replicare a questi santoni da salotto,
ricordando loro il massacro di oltre 26 milioni di cinesi compiuto
sotto il regime di Mao Tse-Tung, tra il 1949 ed il 1965, come pure i
10 milioni di vittime russe delle grandi “purghe staliniane”
nell’URSS del 1936-1938 o i 2 milioni di cambogiani uccisi dai khmer
rossi di Pol Pot dal 1976 al 1979. Fermiamoci qui.
CANZANO - Accidenti, dalle Foibe a Pol Pot. Un bel salto. Un’ultima
domanda sul tuo recente libro “La memoria non condivisa”. Puoi dirci
in breve l’argomento e chi potrebbe esserne un potenziale lettore?
DE LUCA - Il mio lettore è innanzitutto un amante della Storia. Un
lettore che ama sapere la verità anche se scomoda, che crede che il
bene e il male non si possano salomonicamente distinguere e che non
crede sempre e solo ad un “male assoluto” e sempre e solo dalla
stessa parte. In questo libro esamino alcuni episodi cruciali che
caratterizzarono nel periodo 1914-1941 i difficili rapporti
economici, politici e sociali intercorsi tra italiani e slavi,
riportandone sia la versione ufficiale italiana che quella
irredentista slava, ovviamente su una solida base documentale. Il
tutto, attraverso la comparazione della qualità di vita della
minoranza sloveno-croata nel Regno d’Italia con quella della
minoranza italiana nel Regno di Jugoslavia. C’è poi uno studio molto
attento sulle molte organizzazioni terroristiche slave che operavano
contro l’Italia in quel periodo; il resoconto di processi del
Tribunale Speciale contro irredentisti slavi come Vladimir Gortan,
che all’epoca fecero scalpore ed ebbero eco internazionale e tanto,
tanto altro ancora. Buona lettura.
BIOBIBLIOGRAFIA
Vincenzo Maria DE LUCA è nato a Roma nel 1958, è laureato in
medicina e chirurgia. Appassionato di storia contemporanea, da
alcuni anni si dedica allo studio di quei tragici avvenimenti che
furono le foibe, l'esodo e le mutilazioni territoriali, successive
al secondo conflitto mondiale, che sconvolsero letteralmente
l'italianità di terre come la Venezia Giulia e l'Istria. Alterna
alla sua attività di medico quella di ricercatore storico,
soggiornando periodicamente a Trieste, Gorizia, e in Slovenia, dove
raccoglie in prima persona documentazioni e testimonianze
direttamente dai protagonisti, indipendentemente dalla loro
nazionalità e fede politica. E' socio della Società di studi Fiumani
di Roma, della Unione degli Istriani, libera provincia dell'Istria
in esilio, dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. E'
membro del Comitato scientifico del Centro Studi e Ricerche Storiche
"Silentes Loquimur" di Pordenone. Per la casa editrice ‘Il Settimo
Sigillo’ ha pubblicato: FOIBE, Una tragedia annunciata. 2000 E'
difficile trovare nei libri di storia un'esatta documentazione sulle
Foibe. Spesso leggiamo menzogne, falsità, approssimazioni. Questo
libro, dopo un excursus sulla storia della Venezia Giulia, ne
traccia una verità non di parte, al fine di far comprendere la
tragedia di quei popoli e del loro genocidio ed esodo a lungo
dimenticato VENEZIA GIULIA 1943, Prove tecniche di guerra fredda.
2003 La Venezia Giulia del 1943 è stato teatro non solo di una
guerra civile fra due fazioni in lotta, ma anche terra di conquista
da parte del IX Korpus tititno. Ciò che è accaduto in quel lembo
d'Italia, dalla nascita della Repubblica Sociale Italiana fino al
trattato di Osimo, è stata una vera e propria guerra fredda;
combattuta da due diverse concezioni politiche, da due opposte
visioni del mondo. Non si può comprendere la storia del dopoguerra
italiano e jugoslavo, fino alla crisi di fine secolo, se non si
comprende l'origine della questione friuliana e dalmata, e il dramma
dell'esodo di quelle popolazioni scacciate dalla propria terra.
L'eccidio di Porzus è il momento più significativo ed emblematico di
quella tragedia.
giovanna.canzano@email.it
338.3275925
Fonte: www.iniziativameridionale.it
Erwin
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