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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.
Gli eletti mentitori
di Maurizio Blondet - 15/03/2007

Eliezer Wiesel, scrittore rumeno ebreo sopravvissuto all'Olocausto,
che ha scritto le sue memorie e le sue esperienze in numerosi libri.
Ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 1986.
Nel luglio 2006, quando Israele aggredì il Libano, spiegò di averlo
fatto dopo che un gruppo Hezbollah era penetrato in territorio
israeliano e aveva «rapito» un suo soldato, un innocuo soldatino con
le orecchie a sventola.
Molti bravi giornalisti avanzarono una versione contraria: il
soldatino era stato catturato durante un’incursione di Tsahal in
territorio libanese, in violazione della sovranità.
Lo scrissero e lo documentarono la brava giornalista svizzera Silvia
Cattori che vive in Palestina, lo ripetè Seymour Hersch.
Lo dissero altri: Matthew Kalman sul San Francisco Chronicle del 21
luglio 2006, riferì che ufficiali israeliani erano venuti in USA a
presentare i piani d’attacco in Libano ben un anno prima
dell’aggressione, proiettando al Pentagono tanto di mappe e una
presentazione PowerPoint.
Thierry Meyssan riferì anche che gli USA avevano messo a
disposizione di Tsahal un massiccio sostegno logistico
all’operazione programmata.
Tutti costoro (e noi che riportammo i loro articoli) furono trattati
da mentitori e antisemiti.
L’omoisraeliano Pezzana ci segnalò alla vendetta dei militanti
sionisti e invocò, come al solito, la polizia: l’«informazione
corretta» era solo quella ufficiale degli aggressori giudaici,
quella della Nirenstein e di Introvigne (1) o di Guzzanti, questi
eroi della «verità»: Israele era l’aggredito e la vittima, Hezbollah
l’aggressore.
Ora Ehud Olmert, davanti alla commissione Winograd, l’entità
israeliana che indaga sulla conduzione disastrosa della guerra a
Hezbollah, ha ammesso di aver dato il suo placet all’attacco ben
quattro mesi prima.
Vari piani gli erano stati presentati dal generale Dan Halutz, e lui
ne aveva scelto uno.
Da attuare alla prima occasione, alla prima provocazione
propagandisticamente presentabile.
Dunque «Informazione corretta» era scorretta e menzognera, la
Nirenstein e Introvigne hanno mentito diffondendo la propaganda del
Mossad, e la verità era quella dei liberi giornalisti che non si
lasciano intimidire.
Essi sono stati diffamati da mentitori professionali e dai loro
volonterosi carnefici.
Ad essere condannato per diffamazione è stato il Centro Simon
Wiesenthal: questo organo della psicopolizia giudaica aveva accusato
(ed esposto alle vendette sioniste) il Comitato di beneficenza e
sostegno ai palestinesi (CBSP) di raccogliere fondi che poi versava
alle famiglie di attentatori suicidi palestinesi.
Il CBSP ha querelato: la sua attività consiste nell’assistenza a 3
mila bambini palestinesi orfani, o resi orfani da Israele.
Un tribunale di Parigi ha condannato il Wiesenthal riconoscendolo
colpevole di «grave diffamazione».
E lo ha condannato a pagare… un euro simbolico.
Certo se a risultare diffamato fosse stato il centro Wiesenthal, il
risarcimento non sarebbe stato così simbolico.
Il Wiesenthal avrebbe preteso e ottenuto la rovina economica dei
suoi diffamatori.
Ma tuttavia, la corretta informazione può trarre alcune doverose
conclusioni.
La prima: il Centro Wiesenthal, dopo essersi dedicato per oltre
mezzo secolo alla caccia di «criminali nazisti» con la cui cattura
teneva viva la cosiddetta «memoria», anziché sciogliersi per
esaurimento del suo scopo sociale, si è riconvertito come megafono
della propaganda e delle menzogne di Israele.
La seconda: la comprovata capacità di diffamare e mentire
coscientemente del Centro Wiesenthal getta un’ovvia ombra sulle sue
attività precedenti.
Quanti innocenti il centro Wiesenthal ha diffamato come sterminatori
nazisti?
Quanti ne ha fatti incarcerare e condannare a torto?
Fino a che punto i delitti e gli stermini e le gassazioni di cui
questi presunti criminali sono stati accusati non sono mai avvenuti?
Il Wiesenthal, adattandosi a diffondere le menzogne propagandistiche
di uno Stato-canaglia, ha colpito la stessa «memoria» della shoah.
E’ stato colto sul fatto a strumentalizzare l’evento sacrale
dell’unica religione rimasta.
Una specie di simonia del «politicamente corretto».
Non a caso, «Simon» Wiesenthal.
Elie Wiesel è senza dubbio, come ha scritto Gilad Atzmon, il più
noto gran sacerdote della religione olocaustica, una bella carriera
al servizio della «memoria».
Ma anche lui è stato beccato a far simonia - smercio delle cose
sacre.
Un suo spot è stato diffuso in cinque cinema parigini, fra le
pubblicità di Audi e Renault e i clip dei «prossimamente».
Nello spot appare il gran sacerdote Wiesel che incita gli spettatori
a «essere duri con l’Iran», a impedire «il ritorno alla barbarie»
rappresentato da Teheran e dalla sua inesistente bomba atomica,
mantenendo aperte «tutte le opzioni» (il bombardamento dell’Iran, da
tempo già pianificato e in attesa dell’opportuna provocazione).
Lo spot di Wiesel fa parte della grande campagna su scala mondiale
lanciata dal ministero degli Esteri israeliano, allo scopo di
restaurare l’immagine di vittima di Israele, alquanto scossa dalla
feroce aggressione in Libano.
La promozione mediatica è stata affidata a una Foundation for the
Defense of Democracies, ente di propaganda creato da Ariel Sharon
dall’11 settembre (diavolo di un Arik, pensava a tutto prima).
Questo ente di propaganda ha arruolato personalità intellettuali di
ogni genere.
Già nel settembre 2006, i volonterosi cooperatori hanno pubblicato
su Le Monde, Figaro e Le Point un appello a «impedire la barbarie»
iraniana.
Un altro appello alla distruzione dell’Iran è stato diffuso in
ottobre: noto con dolore che tra i firmatari c’è Rémy Brague, un
cattolico molto ascoltato dal Papa.
Il 30 novembre, Henry-Lévi ripeteva l’appello su Le Point; il 7
dicembre, Elie Wiesel sempre su Le Point; il 15 dicembre è arrivato
Pascal Bruckner su La Croix.
Questi salvatori di Israele sono stati poi ricevuti dal ministro
francese degli Esteri, a cui avranno ripetuto che Teheran delenda
est.
Tutti i media ufficiali e ufficiosi d’Occidente cantano in questo
coro.
Ma non bastava.
Di qui lo spot di Wiesel.
I cinque cinema in cui è stato trasmesso sono di proprietà ebraica.
(2)
Il guaio è che in Francia esistono leggi che vietano
l’indottrinamento dei giovani e la propaganda di guerra fatta
nell’interesse di uno Stato straniero; di più, lo spot ideologico è
stato imposto ad un pubblico venuto a vedere un film.
Ragion per cui varie associazioni hanno elevato una querela di
fronte alla Procura.
Vedremo Wiesel condannato e costretto a pagare un euro?
Importa poco, perché l’eccesso di zelo sacerdotale ha già nuociuto
alla causa che vuol sacralizzare. Wiesel si dice un sopravvissuto
dell’olocausto, e racconta continuamente in conferenze - è il suo
mestiere - i suoi giorni di prigionia ad Auschwitz e a Birkenau.
Oggi possiamo chiederci: sarà vero?
Fino a che punto i suoi racconti riflettono la realtà o sono invece
propaganda israeliana?
Bisogna chiederselo anche perché in questi giorni a Parigi esce, con
enorme grancassa, il libro di un altro sopravvissuto che racconta i
suoi dolori ad Auschwitz.
Il sopravvissuto si chiama Shlomo Venezia, nato nel 1923 a
Salonicco.
«Con una memoria stupefacente per un uomo di 83 ann» scrive basito
Le Monde, Venezia «racconta, precisa, corregge», confermando punto
per punto la sacra storia ben nota: i forni crematori, le camere a
gas dove «spingendo bene si facevano entrare 1.600 uomini, anche
1.700; ci mettevano da dieci e dodici minuti a morire».
Il fatto è che Shlomo, di questa sua esperienza, non ha parlato
nemmeno coi familiari.
Non ci riusciva, dice Le Monde. «Ci ha messo cinquant’anni per
poterne parlare». (3)
Shlomo Venezia dice di aver deciso di uscire dal suo silenzio nel
1992, vedendo le scritte antisemite sulle tribune degli stadi
italiani, e per replicare alle «campagne revisioniste».
Nel 1992. ma prudentemente, tace per altri 15 anni.
Intanto i sopravvissuti che lo hanno conosciuto muoiono ad uno ad
uno, non saranno lì a confermare la sua prodigiosa memoria.
Perché Shlomo Venezia, ad Auschwitz, era membro di un Sonderkommando,
ossia di quei prigionieri che, in cambio di migliori razioni,
selezionavano gli altri ebrei per le camere a gas, e li portavano a
destinazione.
L’estrema ambiguità di queste «vittime» Sonderkommando giustifica e
spiega la reticenza e il silenzio di chi prese parte ai lavori di
allora.
Bisogna elaborare bene il loro ruolo di vittime.
E non è facile.
Anche l’ex ministra Simone Veil, un’altra sopravvissuta, sente
l’imbarazzo, e nella prefazione al libro di Venezia si sente in
dovere di avanzare una giustificazione: «Che vale un po’ più di pane
e di riposo quando si hanno tutto il giorno le mani nella morte?».
A chi fa la domanda?
Noi goym non abbiamo il diritto di rispondere se non nei termini
della dogmatica consacrata, delle giaculatorie prescritte.
Lo chieda ai sopravvissuti, se ce ne sono ancora.
Alcuni di loro rifiutarono quella razione di pane in più.
Dei Sonderkommando non avevano, diciamo, una buona opinione.
L’indimenticabile Israel Shahak rifiutava di vedere in quei
Sonderkommando delle «vittime» allo stesso suo titolo, e mi spiegò a
modo suo il lungo silenzio di tanti sopravvissuti, che cominciarono
ad esporre le loro «memorie» solo dopo la guerra dei Sei Giorni,
1967.
Arrivati in Israele, questi sopravvissuti di Auschwitz ammutolirono,
perché videro che la classe dirigente sionista, che comandava su
Israele, era composta in gran parte di collaborazionisti e
Sonderkommando.
Questi avevano salvato sé e le loro famiglie selezionando i più
poveri per salvare i ricchi, i non-sionisti militanti, gli
antisionisti per salvare i sionisti: lo facevano per Eichmann, gli
facilitarono il lavoro.
In cambio, Eichmann fece caricare quei suoi collaboratori e i loro
cari sugli ultimi convogli, destinazione in braccio agli Alleati.
Gli ex internati videro di essere comandati dai Sonderkommando, e
ammutolirono.
Non so se sia vero.
Ma Shahak era stato a Belsen, aveva il diritto al revisionismo; e
gli ci volle comunque tutto il coraggio del grande veritiero che
era.
Quello che abbiamo diritto di chiederci ora è se la memoria di
Venezia Shlomo è fedele.
O se il suo libro esce nell’ambito della grande campagna per
migliorare l’immagine di Israele.
Perché la spiegazione di Shahak può anche spiegare perché, ora, lo
stato d’Israele ha un presidente della repubblica che violentava le
segretarie, un capo di stato maggiore che speculava in Borsa
vendendo le sue azioni un’ora prima di attaccare il Libano (un
insider trading della morte), perché Olmert e decine di altri
governanti sono sotto indagine per corruzione, stupri, menzogne.
Era normale, nei Sonderkommando.
Magari non ha fatto che continuare la tradizione, l’ambasciatore
israeliano in Salvador, Tsuriel Raphael, trovato in stato di
incoscienza alcoolica completamente nudo, a parte alcune bardature
acquistabili nel reparto «sadico-anale» dei porno-shop: una palla di
gomma in bocca, molti «giocattoli sessuali», manette e altri ausilii
per sesso estremo.
L’ambasciatore anal-sadico non fa che seguire la traccia luminosa
del suo capo di Stato, il lubrico Katsav, altra «vittima» del
complotto antisemita (l’ha detto lui).
La vita nei campi era triste, e i Sonderkommando non tralasciavano
mai un’occasione di svago.
O forse è per questo che il Consiglio per i diritti umani dell’ONU,
a Ginevra, ha messo sotto inchiesta permanente Israele per le
continue violazioni che continua a commettere nei Territori: azioni
che uno speciale rapporto ONU, risultato di investigazioni sul
campo, paragona all’apartheid che fu in vigore in Sudafrica.
O magari, è da quella tradizione che viene la «rivelazione» di
Leonid Nevzlin, già amministratore delegato della Yukos ed oggi
presidente del museo della Diaspora a Tel Aviv: ossia che Alexander
Litvinenko, l’ex KGB avvelenato col polonio a Londra, era andato in
Israele con documenti segreti atti a diffamare Vladimir Putin.
Probabilmente, si intuisce, Litvinenko agiva su commissione pagata
degli «oligarchi», i mafiosi ebreo-russi che Putin ha avuto la colpa
di privare del maltolto.
Lo sostiene l’agenzia mossaddiana Debka, sulla base di quel che ha
detto lo stesso Nevzlin: oligarca sovietico, Sonderkommando a Mosca
nei bei tempi, ed oggi «sopravvissuto» e custode di uno dei musei
della «memoria», proprio come i governanti israeliani della prima
ora.
Questo lo diceva Shahak.
Noi abbiamo almeno il diritto di farci domande su questa memoria,
così ben organizzata e coordinata con la campagna israeliana in
corso: quanto c’è di vero, nella «memoria»?
Quanto è falso, menzogna e cinica strumentalizzazione - da
Sonderkommando - delle sofferenze altrui?
Naturalmente ora ci aspettiamo che Pezzana, su «Informazione
Corretta», segnali anche questo articolo «antisemita» e un po’ forse
«negazionista», a chi di dovere, poliziotti o picchiatori:
apprendiamo infatti che è stato pestato a sangue il mite rabbino
Friedman, di Neturei Karta, il coraggioso che è andato alla
conferenza di Teheran non già per «negare l’olocausto» - di cui ha
confermato la realtà - ma per denunciarne la strumentalizzazione che
ne fanno i sionisti.
Già i figli di Friedman sono stati cacciati dalla scuola ebraica in
cui studiavano.
Ora il capo dei picchiatori, Jehuda Meshi-Zahav, si è vantato con
Maariv: «Gli abbiamo dato una bella ripassata, come non facevamo da
tempo. Gli abbiamo strappato il cappello e il cappotto, perché
almeno non avesse l’aspetto di un ebreo». (4)
Costui appartiene ad un gruppo di autodifesa chiamato ZAKA, ed è
stato onorato, dopo l’azione, affidandogli la lettura della Torah
nella sinagoga.
Dunque sono ancora all’opera, i Sonderkommando; continuano a fare
quel che hanno appreso nei lager; Israele è un Sonder-governo in
piena, gioiosa attività.
Pezzana dunque si riposi, non ha più bisogno di denunciare le verità
che scriviamo come menzogne antisemite.
Sono già tanti quelli che ci pensano, ormai anche Bernard Henry e
Wiesel… ubi major minor cessat.
Il giornalismo di propaganda non fa per lui, del resto.
Torni alla sua antica passione.
Un detto latino invitava il ciabattino a non parlare di nulla
superiore alle suole, di cui è esperto: «ne sutor supra crepidam».
Lo stesso invito rivolgiamo a lui: «Pezzana nec supra culum». (5)
E’ il campo, glielo riconosciamo volentieri, dove può ancora
insegnarci molto.
Maurizio Blondet
Note
1) Introvigne ha recentemente scritto su Cristianità un dotto studio
sul complottismo: chi dubita della versione ufficiale sull’11
settembre è secondo lui un malato mentale. Nessuna indagine compie
Introvigne su quel che dicono i «complottisti», e se per caso
qualcosa di quello che dicono sia vero; la sua indagine verte sulla
condizione psichiatrica che il dubbio rivelerebbe. Introvigne, che
un tempo era un anticomunista, sa bene da chi ha preso a prestito
questo metodo - erano gli aguzzini del KGB a chiudere i dissidenti
non in prigione, ma in manicomio. Critica il regime? Non può che
essere un paranoico. Francamente degradante, il riuso di un simile
argomento da psico-polizia da parte di un proclamato cattolico.
2) «Cinq cinémas parisiens diffusen un appel de Elie Wiesel à la
guerre», Réseau Voltaire, 13 marzo 2007.
3) Henry Tincq, «Les mains dans la mort», 8 marzo 2007.
4) «Iranian Holocaust denial conference attendee neaten», Jewish
Telegraphic Agency, 12 marzo 2007.
5) Il termine «culum», anzichè il più aulico «anum», è attestato in
Catullo. Il quale si chiede, nel carmen 97, se ad un certo Emilio è
meglio «olfacere os an culum», dal momento che l’alito della bocca
non è migliore di quel che spira dal «culum». La parola è più
adatta, quando si tratta di Pezzana. A lui spetta, per competenza,
di sciogliere l’enigma catulliano.
Erwin
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