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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.
Gli "storici ufficiali " chiedono aiuto alla LEGGE!
(Erwin)
Se vince chi bleffa
Quali strategie contro il negazionismo?
di VALENTINA PISANTY
Sull'onda dell'indignazione generale suscitata (giustamente) dal
convegno negazionista tenutosi a Teheran lo scorso dicembre, il
ministro Mastella ha annunciato la presentazione, al prossimo
consiglio dei ministri del 27 gennaio, di un disegno di legge che
prevede la condanna
(anche con pene detentive) per chi neghi l'esistenza della Shoah.
Come è noto, leggi antinegazioniste sono attualmente in vigore in
Francia, in Germania, in Austria e in altri paesi europei.
Si tratterebbe perciò di estenderle al resto d'Europa, Italia
compresa.
I principali motivi di dissenso rispetto alla proposta di rendere il
negazionismo reato sono stati evidenziati dai circa 200 storici
italiani, capeggiati da Marcello Flores, che hanno sottoscritto un
appello in cui si fa presente che non solo una tale legge sarebbe
incompatibile con il principiodella libertà di espressione, ma che
essa offrirebbe ai negazionisti l'opportunità (del tutto immeritata)
di ergersi a difensori di questo principio.
Trovandomi d'accordo con la tesi di fondo dell'appello, mi limiterò
ad approfondirne alcuni risvolti.
A scanso di equivoci: è evidente che chiunque si premuri di mettere
in discussione l'esistenza della Shoah sia mosso da intenti più o
meno apertamente antisemiti.
Per quale altro motivo, infatti, ))))perdere il proprio tempo ((((a
tentare di sfatare un evento ultra-documentato che vede contrapposti
)))))una nutrita banda ((((( (i revisionisti!)
e una massa di vittime innocenti?
L'obiettivo dei negazionistiè di anestetizzare il trauma della Shoah
per mantenere viva la diffidenza nei confronti degli ebrei,
additandoli come gli artefici di quella che essi definiscono la
"menzogna di Auschwitz", e di lì delegittimare lo stato di Israele,
accusato di estorcere finanziamenti alla Germania sconfitta.
Non ci vuole molto per riconoscere in questa tesi l'ennesima
versione del mito della cospirazione ebraica, ovvero dell'idea che
da qualche parte vi sia una regia occulta che manipola l'intero
corso della storia. Tra i diversi stereotipi negativi che da sempre
alimentano l'antisemitismo, questo èsenz'altro il più odioso, il più
pericoloso e il più duro a morire.
Il problema non è pertanto di stabilire se i negazionisti meritino o
meno l'etichetta di antisemiti, e neppure – è ovvio – di discutere
della legittimità delle loro tesi, la cui totale infondatezza
storiografica è facilmente dimostrabile (si rimanda al sito
nizkor.org per una disamina
delle fallacie argomentative del negazionismo).
Piuttosto, bisogna chiedersi quali siano le strategie più efficaci
per combattere un fenomeno sociale che finora è stato relativamente
marginale, ma che in futuro potrebbe diffondersi e ispirare azioni
violentemente offensive: da questo punto di vista il convegno di
Teheran è stato molto istruttivo.
I sostenitori della linea dura ritengono che introdurre il reato di
negazionismo costituirebbe un'ottima occasione "per promuovere con
atti giuridici concreti la lotta alla xenofobia e
all'antisemitismo". Secondo Alessandro Ruben, presidente dell'Anti-Defamation
League Italia,una decisione in tal senso "costituirebbe una
straordinaria azione politica di contrasto nei confronti di quei
gruppi neonazisti e di tutti coloro che, dietro il principio della
libertà d'espressione,svolgono un'attiva campagna negazionista di
denigrazione e di propaganda di idee razziste e intolleranti" .
In effetti i negazionisti si sono spesso avvalsi del principio della
libertà di espressione per promuovere surrettiziamente le proprie
tesi, atteggiandosi a martiri perseguitati ogniqualvolta qualcuno ha
impedito loro di diffondere il veleno antisemita. Ed è vero che in
passato, in ossequio al detto (apocrifo) di Voltaire "odio quel che
dici ma morirei ecc.", alcuni illustri intellettuali di sinistra si
sono ingenuamente prestati al gioco negazionista.
È significativo a questo proposito il caso di Noam Chomsky, il quale
nel 1980 scrisse un breve saggio – Some Elementary Comment son the
Rights of Freedom of Expression – in cui, pur premettendo di non
conoscere e di non voler entrare nel merito delle tesi sostenute da
Faurisson, polemizzava con gli storici francesi che si opponevano al
suo diritto di esprimerle. Il testo di Chomsky venne successivamente
usato (senza il consenso dell'autore) come prefazione di uno dei
libri di Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de
falsifier l'histoire (1980), a cura di Serge Thion. Inutile
aggiungere che i negazionisti si sono avvalsi di questo scritto come
di una patente per legittimare le proprie tesi.
Ma il fatto che vi siano stati degli abusi nell'applicazione del
principio della libertà di espressione non è una ragione sufficiente
per buttare via il principio stesso. Anche perché sulla libertà di
espressione circola un equivoco che sarebbe il caso di chiarire una
volta per tutte. Il diritto di esprimere un'opinione (non importa
quanto sbagliata e perniciosa) non equivale al diritto di farsi
pubblicare dai media di proprio gradimento. Se qualcuno avvertisse
l'esigenza di sostenere che la terra è piatta, o che Napoleone ha
vinto a Waterloo, nulla gli impedirebbe di arrampicarsi su una
cassetta della frutta a Hyde Park, di ciclostilare volantini, o di
aprire un sito internet per proclamare la propria tesi eretica a
chiunque lo stia a sentire: ma ciò non vuol dire che costui abbia
diritto di accedere ai grandi media, o che questi abbiano il dovere
di concedergli uno spazio.
Quando si lamentano di non ricevere un'attenzione adeguata da parte
dei media, i negazionisti sfruttano questo equivoco, facendo passare
una (più che legittima) scelta redazionale come l'effetto di un
imbavagliamento voluto dalla solita lobby sionista-massonica.
È indispensabile tenere presente questa distinzione se non si vuole
cadere nel gioco dei negazionisti.
Al contrario, una legge come quella proposta da Mastella avrebbe
l'effetto di confondere ulteriormente i piani del discorso, offrendo
ai negazionisti la possibilità di ergersi al ruolo di vittime di una
prevaricazione di stato, anziché apparire come una setta di fanatici
giustamente marginalizzati dalla comunità storiografica che ne
riconosce gli evidenti limiti scientifici. Chiunque contestasse in
buona fede la legge in questione verrebbe automaticamente arruolato
– al di là delle sue intenzioni – dalla parte dei negazionisti, i
quali non esiterebbero a piegare a proprio vantaggio le
dichiarazioni in difesa della libertà di espressione, esattamente
come hanno fatto con Chomsky (e come prevedibilmente faranno con i
firmatari dell'appello a cui si accennava in apertura).
Non solo. Nella percezione comune si insinuerebbe il sospetto che la
storiografia della Shoah abbia avuto bisogno dell'intervento dello
stato per imporre la propria Verità ufficiale: ciò attiverebbe una
sceneggiatura del tipo Davide contro Golia, ed è noto che si tende a
simpatizzare con il ruolo del piccolo Davide, che i negazionisti si
accaparrerebbero. A sua volta verrebbe rinfocolato il vecchio
pregiudizio circa il presunto controllo ebraico dei centri di potere
e dei media, e tutto ciò alimenterebbe proprio quei fenomeni – il
negazionismo e l'antisemitismo – che si pretende di combattere.
Non mancano gli esempi di tale meccanismo, e dell'effetto boomerang
che esso genera. Ne citerò un paio, tra i tanti possibili.
Primo esempio. Nel gennaio 1995 un provider tedesco decide di
bloccare l'accesso al materiale proveniente dallo Zündelsite, un
sito canadese dai toni apertamente neonazisti e negazionisti: a
questo scopo viene oscurato il numero di IP (Internet Protocol) del
sito. Nel giro di 24 ore, diversi utenti americani cominciano a
scaricare il materiale censurato sul proprio computer, per poi
rilanciarlo in rete (con la tecnica detta di mirroring): si tratta
di un'operazione del tutto legale, in quanto è protetta dal Primo
Emendamento della Costituzione. Per bloccare queste copie, il
provider tedesco dovrebbe oscurare tutti i siti mirror, tra cui
quelli di parecchie università. Invece decide (ragionevolmente) di
desistere, e dopo appena una settimana lo Zündelsite è di nuovo in
rete in Germania, avendo nel frattempo acquistato una visibilità
molto maggiore di quanta non ne avesse in precedenza. Si noti
incidentalmente che solo un paio dei mirrorers condividono la
politica di Zündel: tutti gli altri agiscono esclusivamente in nome
del principio della libertà di espressione.
Secondo esempio. Nel novembre del 1995 il francese Roger Garaudy –
ex-comunista convertito al Cattolicesimo e poi all'Islam - pubblica
per i tipi della Vieille Taupe un libello dal titolo Les mythes
fondateurs de la politique israélienne. Si tratta di un pamphlet
velatamente negazionista, nel senso che le tesi di Faurisson vengono
presentate in modo indiretto e allusivo, tramite espedienti retorici
come la virgolettatura polemica delle espressioni "camere a
gas","genocidio", "olocausto" e "soluzione finale" per indurre il
lettore ad assumere un atteggiamento sospettoso nei confronti della
realtà dello sterminio. Ma l'idea di fondo resta che gli ebrei non
furono sistematicamente uccisi nei lager, i quali sarebbero stati
campi di lavoro forzato e non di sterminio, e che pertanto non ci fu
mai una volontà di genocidio da parte dei nazisti. Secondo Garaudy,
lo stato di Israele – con la connivenza delle potenze occidentali e
sovietiche, interessate a distogliere l'attenzione dai propri
crimini di guerra – sfrutterebbe il "mito dell'Olocausto" per
legittimare la propria politica espansionistica agli occhi
dell'opinione mondiale. Nel gennaio del 1996 la rivista Le Canard
enchaîné solleva la polemica e, in base alla legge Gayssot (la legge
che in Francia proibisce la negazione dei crimini contro l'umanità),
Garaudy viene processato – sarà condannato a pagare una multa di
120.000 franchi. Nel frattempo viene diramato l'annuncio che
l'anziano abbé Pierre (votato come il personaggio pubblico più amato
dai francesi) sostiene Garaudy sulla fiducia, pur non avendo letto
il suo libro. Le dichiarazioni dell'abbé Pierre destano notevole
scalpore, provocando prese di posizione enfatiche sul diritto alla
libertà di espressione che, ancora una volta, i negazionisti non
esitano a sfruttare.
Pubblicato dall'editore El Ghad el Arabi del Cairo, il pamphlet di
Garaudy viene recensito entusiasticamente da diverse testate arabe,
e lo stesso Garaudy viene accolto trionfalmente a Damasco, ad Amman,
a Beirut e a Teheran. Sull'onda di questo successo mediatico, altri
negazionisti prendono contatti con i paesi del Medio Oriente, dove –
svincolati dalla necessità di conferire un'apparenza neutrale ai
propri discorsi – sono liberi di adottare toni e posizioni
apertamente antisemite. È così che il negazionismo attecchisce in
Medio Oriente (dove prima non esisteva) e viene messo al servizio
della propaganda antisionista più grossolana e virulenta.
Ma se non è conveniente ricorrere alle vie legali per combattere il
negazionismo qual è la migliore linea di controffensiva per arginare
questo fenomeno?
La risposta è abbozzata nell'appello degli storici: "è la società
civile, attraverso una costante battaglia culturale, etica e
politica, che può creare gli unici anticorpi capaci di estirpare o
almeno di ridimensionare ed emarginare le posizioni negazioniste".
Per combattere un fenomeno pernicioso bisogna imparare a conoscerlo,
a individuarne le contraddizioni e i moventi nascosti, a smontarne
le strategie retoriche (talvolta sfacciate, altre volte più subdole
e insidiose) che vanno sempre considerate alla luce del contesto
culturale e comunicativo entro cui si manifestano. E il compito è
veramente difficile in una società dominata da un sistema di
comunicazione che predilige gli strilli alle analisi, la
semplificazione alla informazione corretta e circostanziata, la
rissa al dialogo, e tende a fare notizia solo di queste .
Golem L'indispenabile (n° 1 - gennaio 2007)
http://www.golemindispensabile.it/Puntata64/articolo.asp?id=2195&num=64&sez=718&tipo=&mpp=&ed=&as=
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |