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REVISIONISMO

Il revisionismo è essenzialmente un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista, come Cesare Saletta.


 




 

E'per colpa del mito olocaustico che non possiamo serenamente discutere
del nazionalsocialismo e dei suoi lati positivi,quali il successo economico
dovute alle riforme del sistema bancario tedesco.


IL MIRACOLO HITLERIANO

Del resto, l'alluvione di capitali provenienti dagli Usa si era, nel 1933,
già prosciugata completamente. La crisi del 1929 a Wall Street, il
conseguente brutale arretramento dell'economia americana, il tracollo della
produzione industriale, la riduzione a un rivolo dei commerci
internazionali, segnò la fine della prima globalizzazione finanziaria. I
dollari in giro per il mondo furono richiamati in patria. Non solo gli Stati
Uniti, ma la Gran Bretagna - la potenza missionaria del vangelo del
liberismo - adotta il protezionismo, e impone forti dazi sulle importazioni.
Nello stesso tempo, rinuncia al suo ruolo di fornitore internazionale di
capitali. Passato il tempo in cui le imprese estere erano incoraggiate a
chiedere prestiti sul mercato finanziario di Londra; dal 1931, in forma non
ufficiale, si mette in vigore un embargo sulle emissioni di titoli esteri in
Inghilterra. Il mercato finanziario globale prima esaltato e promosso viene
ridefinito fuga di capitali, osteggiato e punito.

L'Inghilterra si ritira dal mondo. Si ritira, a dire il vero, nel vasto
confortevole mercato del suo impero coloniale. Grande importatrice di
materie prime, la Gran Bretagna beneficia del crollo dei prezzi mondiali di
queste; d'altra parte, fra le sue colonie vi sono alcuni dei massimi
produttori planetari di oro, il cui potere d'acquisto si rinforza col calo
dei prezzi mondiali (1). Londra gode dunque di due vantaggi: compra a poco
con oro rivalutato.

La deflazione mondiale fa sì che in Inghilterra il costo della vita
ribassi - fra il 1924 e il 1936 - di 16 punti, mentre i salari calano solo
di 2 punti. E' una situazione felice rispetto al resto del mondo, tanto più
che - con la deflazione - il governo britannico inaugura una politica di
credito facile (bisogna pur usare gli abbondanti capitali rientrati, e che
non possono andare all'estero), che stimola una sorta di ripresa, trainata
dal mercato interno. E tuttavia la sua disoccupazione resta,ostinata, sopra
il 10 per cento fino al 1939, quando la guerra innescherà il suo truce
modello di pieno impiego.

Nella grande America, il New Deal di Roosevelt non otterrà - a parte il suo
grande successo propagandistico - effetti migliori. Una severa politica di
dirigismo, grandi opere pubbliche pagate con un crescente disavanzo dello
Stato, l'aumento dei salari minimi, il sostegno dei prezzi agricoli, non
riescono ad aver veramente ragione della crisi.

Nel 1936, il potere d'acquisto degli agricoltori americani è di un terzo
inferiore a quello che avevano nel 1929: la disoccupazione generale, che era
del 3 per cento prima del '29, resta attestata al 19 per cento fino al 1938.
Fra ottobre 1937 e il marzo 1938 l'economia americana ricade in una
severissima recessione, e altri 4,5 milioni di lavoratori si trovano sulla
strada. "L'economia americana non ha ricominciato a riprendersi con le sue
sole forze, essa resta dipendente dalle iniezioni costanti di potere
d'acquisto alimentate dai deficit di bilancio", riconosce lo storico
francese dell'economia Jacques Nèré (2): "alla vigilia della seconda guerra
mondiale, il risanamento dell'economia statunitense resta incompleto e
precario".

In Francia, il Fronte Popolare decreta un aumento generale dei salari del
10-15%, accorcia la settimana lavorativa da 48 a 40 ore, insomma applica le
demagogie socialiste, senza restituire un alito di vita alla sua economia in
stagnazione. La Russia sovietica applica fino in fondo, con la nota ferocia
dottrinaria, l'economia di piano e collettivista, con i risultati disastrosi
che sappiamo.

Tutti gli esperimenti dirigisti, insomma, in qualche modo falliscono. Salvo
uno.

Quando Hitler sale al potere, la Germania soffre di una crisi industriale
enorme, paragonabile a quella americana, con la relativa gigantesca
disoccupazione. Ma a differenza degli Stati Uniti, per di più è gravata da
debiti esteri schiaccianti. Non solo il debito politico, il peso delle
riparazioni; anche il debito commerciale è pauroso. Le sue riserve monetarie
sono ridotte quasi a zero. Inoltre, s'è prosciugato totalmente il flusso dei
capitali esteri, che si presumevano necessari alla sua rinascita economica.
La Germania insomma non ha denaro,ha perso i suoi mercati d'esportazione, è
forzatamente isolata - dalla recessione mondiale - dal mercato globale.
Costretta a un'economia a circuito chiuso, nei suoi angusti confini.

Ma proprio da lì, comincia a rinascere. Come? Secondo Rauschning, i nazisti
"si basavano sulle idee sempliciste del loro fuehrer, e s'erano creati una
teoria monetaria che suonava pressappoco così: le banconote si possono
moltiplicare e spendere a volontà,purché si mantengano costanti i prezzi".

Hitler lo diceva con esplicita brutalità: "dopo l'eliminazione degli
speculatori e degli ebrei, si dispone di una sorta di moto perpetuo
economico, di circuito chiuso il cui movimento non si arresta mai. Il solo
motore necessario per questo meccanismo è la fiducia. Basta creare e
mantenere questa fiducia, sia con la suggestione sia con la forza o con
entrambe" (3)

Sono idee sempliciste. O anche assurde sul piano della teoria economica:
creare inflazione (stampare carta moneta) senza far salire i prezzi - e
senza ricorrere al razionamento dei consumi, alle tessere del pane, come
stava facendo Stalin negli stessi anni.

Eppure funzionano.

A causa del suo grande indebitamento estero, la Germania non può svalutare
la moneta: questa misura renderebbe più competitive le sue esportazioni, ma
accrescerebbe il peso del debito. Fra le prime misure del Terzo Reich c'è
dunque il riequilibrio del commercio, perché il deficit commerciale non può
più essere finanziato come si fa in periodi normali. Di fatto, la libertà di
scambio viene sostituita da Hitler da meccanismi inventivi. I creditori
della Germania vengono pagati con marchi (stampati apposta, moneta di Stato)
che però devono essere utilizzati solo per comprare in Germania merci
tedesche. Ben presto, questo sistema sviluppò, quasi spontaneamente, accordi
internazionali di scambio per baratto: la Germania non aveva più bisogno di
valuta estera (dollari o sterline) per comprare le materie prime di cui
necessitava, perché non vendeva né comprava più.

Per il grano argentino, dava in cambio i suoi (pregiati) prodotti
industriali; per il petrolio dei Rockefeller, armoniche a bocca e orologi a
cucù.

Prendere o lasciare, e le condizioni di gelo del mercato globale non
consentivano ai Rockefeller di fare i difficili.

Per i pochi commerci con esborso di valuta, il Reich impose agli importatori
tedeschi un'autorizzazione della Banca Centrale all'acquisto di divise
estere; il tutto presto fu facilitato da accordi diretti con gli
esportatori, che disponevano di quelle divise e le mettevano a disposizione.
I negozi sui cambi avvenivano dunque, "dopo l'eliminazione degli speculatori
e degli ebrei", senza che fosse necessario pagare il tributo ai banchieri
internazionali.

Controllo statale dei cambi e del commercio estero sono praticati nello
stesso periodo dall'Urss, con atroce durezza: ma con risultati miserandi. Il
controllo nazista dei cambi e dei commerci esteri invece, deve ammettere lo
storico, "dà alla politica economica tedesca una nuova libertà". Anzitutto,
perché il valore interno del marco (il suo potere d'acquisto per i
lavoratori) è stato svincolato dal suo prezzo esterno, quello sui mercati
valutari anglo-americani.

Lo Stato tedesco può dunque praticare politiche inflazioniste, stampando la
moneta di cui ha bisogno, senza essere immediatamente punito dai mercati
mondiali dei cambi (governati da speculatori ed ebrei) con una perdita del
valore del marco rispetto al dollaro. E il pubblico tedesco non riceve quel
segnale di sfiducia mondiale consistente nella svalutazione del cambio della
sua moneta nazionale.

Così, Hitler può stampare marchi nella misura che desidera per raggiungere
il suo scopo primario: il riassorbimento della disoccupazione. Grandi lavori
pubblici, autostrade e poi il riarmo, forniscono salari a un numero
crescente di occupati. I risultati sono, dietro le fredde cifre,
spettacolari per ampiezza e rapidità.

Nel gennaio 1933, quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono 6 milioni
e passa. A gennaio 1934, sono calati a 3,7 milioni. A giugno, sono ormai 2,5
milioni. Nel 1936 calano ancora, a 1,6 milioni. Nel 1938 non sono più di 400
mila.

E non sono le industrie d'armamento ad assorbire la manodopera. Fra il 1933
e il 1936, è l'edilizia ad impiegarne di più (più 209%), seguita
dall'industria dell'automobile (+ 117%); la metallurgia ne occupa
relativamente meno (+83%).

Nei fatti, la stampa di banconote viene evitata - o piuttosto dissimulata -
con geniali tecnicismi. Di norma, nel sistema bancario speculativo, le
banche creano denaro dal nulla aprendo dei fidi agli investitori; costoro,
successivamente servendo il loro debito (e anzitutto pagando gli interessi
alla banca), riempiono quel nulla di vera moneta - di cui la banca si
trattiene il suo profitto (4), estraendo il suo tradizionale tributo dal
lavoro umano. Ma naturalmente questo metodo genera inflazione, perché mette
in circolazione moneta aggiuntiva; e Hitler vuole - deve - risparmiare al
suo popolo, che ha già conosciuto l'esplosione inflattiva del 1922-23,
un'altra disastrosa esperienza del genere.

Nel sistema hideriano, è direttamente la Banca Centrale di Stato
(Reichsbank) a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non
lo fa aprendo a loro favore dei fidi; lo fa autorizzando gli imprenditori ad
emettere delle cambiali garantite dallo Stato. E' con queste promesse di
pagamento (dette' effetti MEFO ') che gli imprenditori pagano i fornitori.

In teoria, questi ultimi possono scontarle presso la Reichsbank ad ogni
momento, e qui sta il rischio: se gli effetti MEFO venissero presentati all'
incasso massicciamente e rapidamente, l'effetto finale sarebbe di nuovo un
aumento esplosivo del circolante e dunque dell'inflazione.

Di fatto, però questo non avviene nel Terzo Reich. Anzi: gli industriali
tedeschi si servono degli effetti MEFO come mezzo di pagamento fra loro,
senza mai portarli all'incasso; risparmiando così fra l'altro (non piccolo
vantaggio) l'aggio dello sconto. Insomma, gli effetti MEFO diventano una
vera moneta, esclusivamente per uso delle imprese, a circolazione
fiduciaria.

Gli economisti si sono chiesti come questo miracolo sia potuto avvenire, ed
hanno sospettato pressioni dello Stato nazista, magari tramite la Gestapo,
per mantenere il corso forzoso di questa semimoneta. Ma nessuna coercizione
in realtà fu esercitata. Gli storici non hanno trovato, alla fine, altra
risposta che quella che non vorrebbero dare: il sistema funzionava grazie
alla fiducia. L'immensa fiducia che il regime riscuoteva presso i suoi
cittadini, e le sue classi dirigenti.

Hanno detto che Hjalmar Schacht, il banchiere centrale del Reich, ebreo, che
è l'inventore del sistema, ha reso invisibile l'inflazione: gli effetti MEFO
erano un circolante parallelo che il grande pubblico non vedeva e di cui
forse nemmeno aveva conoscenza, e dunque privo di effetti psicologici.

In seguito Schacht (che fu processato a Norimberga ma, naturalmente,
assolto) spiegò - fumosamented'aver pensato che, se la recessione manteneva
inutilizzato lavoro, officine, materie prime, doveva esserci anche del
capitale parimenti inutilizzato nelle casse delle imprese; i suoi effetti
MEFO non avrebbero fatto che mobilitare quei fondi dormienti. Bisogna
correggere la modestia del geniale banchiere. Erano proprio i fondi a
mancare nelle casse, non l'energia, la voglia di lavorare, la capacità
attiva del popolo.

Schacht fece molto di più. Da ebreo, conosceva bene la frode fondamentale su
cui si basa il sistema del credito, e i lucri che consente l'abuso della
fiducia dei risparmiatori e degli attivi, che col loro lavoro riempiono di
vero denaro i conti di denaro vuoto, contabile, che la banca crea ex-nihilo.
Per una volta nella storia, un ebreo fece funzionare la frode a vantaggio
dello Stato - senza lucro - e del popolo. Non a caso, e senza nessuna
intenzione sarcastica, Hitler gratificòSchacht del titolo di "ariano
d'onore": mai definizione fu meglio meritata.

Un economista britannico, C.W. Guillebaud (5), ha espresso con altre parole
lo stesso concetto: "nel Terzo Reich, all' origine, gli ordinativi dello
Stato forniscono la domanda di lavoro, nel momento in cui la domanda
effettiva è quasi paralizzata e il risparmio è inesistente; la Reichsbank
fornisce i fondi necessari agli investimenti [con gli effetti MEFO, che sono
pseudo-capitale]; l'investimento rimette al lavoro i disoccupati; il lavoro
crea dei redditi, e poi dei risparmi, grazie ai quali il debito a breve
termine precedentemente creato può essere finanziato [ci si possono pagare
gli interessi] e in qualche misura rimborsato (6)".

Con il denaro creato dal nulla a beneficio del popolo, anziché degli
speculatori, la Germania - mentre il mondo gela nella recessione profonda
degli anni '30 - prospera. La massa dei salari, che ammontava a 32 miliardi
di marchi nel 1932, è salita nel 1937 a 48,5 miliardi: parecchio di più
della massa salariale del boom pre-1929 (42,4).

E qui gli economisti, i teorici del monetarismo e della mano invisibile del
mercato, aspettano al varco l'esperimento hitleriano: quell'abbondanza di
potere d'acquisto nelle tasche dei lavoratori provocherà una crescita
esponenziale dei consumi, e dunque una pressione al rialzo dei prezzi. Si
tenga conto che quel denaro è nelle mani di milioni di uomini e donne che
sono stati disoccupati per anni, e per anni hanno vissuto nella privazione:
la corsa agli acquisti di generi di consumo sarà dunque inarrestabile. Non
ci sarà alcuna creazione di risparmi indicata da Guillebaud. L'inflazione
sembra tanto più certa, in quanto nella Germania di Hitler, fra il 1932 e il
1937, la produzione di beni di consumo aumenta poco (+39%), specie in
confronto all'enorme aumento di beni di produzione, macchinari, strade,
fabbriche (+ 172%). Dunque il potere d'acquisto aggiuntivo si getterà a
comprare beni relativamente scarsi, accentuando la spinta all'inflazione.

Ebbene: in Germania, l'inevitabile inflazione non si verifica.

L'indice del costo della vita, pari a 120,6 nel 1932, è nel 1937 a 125,1: in
cinque anni l'inflazione sale di poco più che 4 punti.

Come mai? Alla ricerca del trucco, gli economisti si sono chinati sul
prelievo fiscale. Certo lo Stato nazista avrà sottratto agli operai una
parte notevole del loro nuovo potere d'acquisto con tributi gravosi. In
realtà, nella Germania del 1937 la percentuale del prelievo fiscale sul
reddito nazionale è pari al 27,6%, appena poco di più del 26% del 1933,
quando Hitler prende il potere. Del nuovo reddito creato dalla prosperità
indotta, il Reich non preleva che il 7,5%: un prelievo così mite non si è
visto mai, né prima né dopo, negli Stati più liberali. E di fatto, il
rispannio dei privati in quegli anni, praticamente, si quintuplica:
incoraggiato dallo Stato, ma non imposto coercitivamente.

I teorici devono dunque ricorrere a spiegazioni poco scientifiche: la
naturale frugalità gennanica, la sua innata disciplina. Per evitare un altro
tennine, che spiegherebbe di più: l'entusiasmo di un popolo spontaneamente
mobilitato per la propria rinascita, liberato dal giogo dei lucri bancari,
che ha capito perfettamente gli scopi dei suoi dirigenti, e vi collabora con
energia e creatività.

Va detto che lo stesso Schacht non credeva nel sistema che aveva messo in
moto col suo trucco contabile. Devoto allievo della dottrina classica,
previde che il miracolo artificiale si sarebbe sgonfiato: raggiunto il pieno
impiego, lo sfruttamento totale delle risorse, gli investimenti e le spese
pubbliche devono rallentare, perché da quel momento esso genera solo pura
inflazione. Così dettava l'economia classica: il serbatoio di manodopera è
inelastico, e ogni nuovo investimento compete offrendo sempre più alti
salari a una manodopera sempre più scarsa.

E' in base a questo dogma, notiamolo, che il liberismo supercapitalista
raccomanda la globalizzazione, l'internazionalizzazione dell'economia: per
attingere ai serbatoi di lavoro inutilizzato e a basso costo dei paesi non
sviluppati.

Dal '36 in poi, fra l'altro, le materie prime sui mercati mondiali
cominciano a rincarare, rendendo più difficile il gioco economico di Hitler.
E' proprio in quel momento che Schacht propone di dedicare somme maggiori
alle importazioni: e ciò non tanto per migliorare il tenore di vita dei
tedeschi ma - incredibilmente - per "migliorare i nostri rapporti con
l'estero" (7). Insomma: indebitiamoci un po' per far contenti gli usurai.

In quel momento invece Hitler incarica Goering, un Goering ancora giovane e
attivo, di lanciare il grande piano di sostituzione delle materie prime: ciò
che non si vuole importare deve essere rimpiazzato da surrogati (ersatze).
Così nascono i processi di fabbricazione della gomma e benzina sintetica
partendo dal carbone, brevetti che l'America - dopo la vittoria sul Reich -
si affretterà a sequestrare e a distruggere.

Di fatto, in quegli anni la Germania funziona ancor più di prima a vaso
chiuso. Come l'Unione Sovietica di Stalin riduce ulteriormente le sue
importazioni. In Unione Sovietica l'autarchia è raggiunta al prezzo di
carestie, atrocità poliziesche e concentrazionarie. I contemporanei, dunque,
suppongono che i tedeschi, messi da Hitler a lavorare per produrre beni non
consumabili, siano soggetti a severe privazioni, o almeno a un regime di
austerità. Se non da schiavi di una stato totalitario, almeno da monaci
guerrieri.

La realtà viene esposta da una tabella sui consumi annui' procapite ricavata
dal già citato Guillebaud:


consumi tedeschi annui a testa

1932
1937

farina (Kg)
44,6
55,4

carne
42,1
45,9

lardo
8,5
8,1

burro
7,5
8,9

margarina
7,8
5,4

latte (litri)
105,0
111,0

pesce
8,5
12,2

patate
191,0
174,0

zucchero
20,0
24,0

caffè
1,6
2,1

birra
51,4
62,9

La tabella rivela la stupefacente realtà: la qualità dell'alimentazione
tedesca migliora durante la dittatura hitleriana. Il tedesco mangia meno
margarina ma più burro; cala la dieta di patate (il cibo tedesco della
povertà) e aumentano farina, carne, pesce. Persino il consumo di caffè,
importato, è più abbondante. In Germania, l' autarchia funziona.

Gli studiosi del miracolo tedesco si consolano, retrospettivamente, con
l'idea che una simile economia a ciclo chiuso non avrebbe potuto espandersi
all'infinito. Che, se durò più del previsto, fu perché la Germania, con le
annessioni del 1939 e '40, ebbe a disposizione nuove fonti di lavoro e
materie prime. Forse.

Tuttavia, bisogna pur riconoscere che l'economia tedesca fu messa a regime
di mobilitazione totale solo dal 1943. Solo allora la Germania spinse a
fondo l'acceleratore. Albert Speer, il genio della mobilitazione economica
bellica, racconta (8) che nel 1943 - sotto gli incessanti, apocalittici
bombardamenti - la Germania fu ancora capace di produrre 5234 locomotive, il
doppio dell'anno precedente. Fra il , 41 e il '44 la produzione di munizioni
triplicò, quella dei pezzi per mezzi corazzati fu quintuplicata, pur con un
risparmio del 79% della manodopera e del 93% dell'acciaio impiegato
(rispetto al 1941), grazie a una razionalizzazione scientifica dei processi
produttivi.

E la mobilitazione della manodopera fu sempre ben lontana dalla
militarizzazione attuata in Inghilterra, dove "tutte le forze del lavoro
erano inquadrate in battaglioni, che venivano dislocati dove ce n'era
bisogno. Tutta la popolazione civile inglese, comprese le donne, era una
gigantesca armata mobile". In Inghilterra il 61 per cento delle donne era
nel' 44 impiegato nello sforzo bellico; in Germania, il 45 per cento.

Quanto ai beni di consumo, fatta 100 la produzione del 1939,in Gran Bretagna
era scesa nel 1942 a 79, in Germania era a 88. Ancora a metà della guerra,
il tenore di vita tedesco restava più alto di quello dei suoi nemici.

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Note:

l) E' un altro modo di esprimere lo stesso fenomeno, la deflazione.

2) J.Néré, La crise de 1929, Parigi, 1973, p.163.

3) H. Rauschning, Hitler mi ha detto, citato da Néré.

4) Si ricordi la definizione dell'Enciclopedia Britannica: "la banca lucra
gli interessi su tutto il denaro che crea dal nulla".

5) C.W. Guillebaud, The Economic Recovery oJ Germany, 1933-1939 (Londra,
1939).

6) Si noti che la banca non si preoccupa realmente del rimborso del capitale
che presta alle imprese; quel capitale è fittizio, al massimo è denaro dei
risparmiatori, ossia per la banca un passivo (perché è la banca a pagarvi
degli interessi). Quel che le interessa è che i debitori continuino a pagare
gli interessi: sono questi l'attivo della banca. A rigore, per la banca è
vantaggioso che il debito non venga estinto mai.

7) A Norimberga, Schacht potrà dire che intendeva, in realtà, sottrarre
risorse al riarmo.

8) A.Speer, Memorie del Terzo Reich, Milano, 1976, note a pag 629.






HITLER ECONOMISTA



A questo punto, è inevitabile porsi la domanda: è possibile che non solo la
guerra annichilatrice scatenata dalle potenze anglo-americane contro la
Germania, ma la storica satanizzazione del Reich, la sua permanente damnatio
memoriae, abbiano avuto come motivazione reale e occulta proprio i successi
economici ottenuti da Hitler contro il sistema finanziario internazionale?
E' la domanda più censurata della storia. E' la domanda-tabù. Non oseremmo
porla qui, se non l'avesse adombrata un avversario militare del Terzo Reich:
J.F.C. Fuller, generale britannico.

Fuller, scomparso nel 1966, geniale innovatore della guerra corazzata, è
considerato il Clausewitz inglese. Ha combattuto la Germania nella prima e
nella seconda guerra mondiale. Avversario, ma leale. In un cruciale capitolo
della sua opera principale, Storia militare del mondo occidentale (1),
Fuller delineò brevemente le ragioni dell' energica rinascita economica
della Germania sotto il Terzo Reich. Con limpida chiarezza.

Fuller attribuisce ad Hitler il seguente pensiero:

"la comunità delle nazioni non vive del fittizio valore della moneta, ma di
produzione di merci reali; la quale conferisce valore alla moneta. E' questa
produzione ad essere la vera copertura della valuta nazionale, non una banca
o una cassaforte piena d'oro"- Egli [Hitler] decise dunque

1) di rifiutare prestiti esteri gravati da interessi, e di basare la moneta
tedesca sulla produzione invece che sulle riserve auree.

2) Di procurarsi le merci da importare attraverso scambio diretto di beni -
baratto - e di sostenere le esportazioni quando necessario.

3) Di porre termine a quella che era chiamato 'libertà dei cambi', ossia la
licenza di speculare sulle {fluttuazioni delle) monete e di trasferire i
capitali privati da un paese all 'altro secondo la situazione politica.

4) Di creare moneta quando manodopera e materie prime erano disponibili per
il lavoro, anziché indebitarsi prendendola a prestito".

Fuller pare aver compreso perfettamente la frode fondamentale, il meccanismo
per cui la finanza estrae il suo tributo perpetuo dal lavoro umano. Infatti
scrive: "Hitler era convinto che, finché durava il sistema monetario
internazionale [...], una nazione, accaparrando l'oro, poteva imporre la
propria volontà alle nazioni cui l'oro mancava. Bastava prosciugare le loro
riserve di scambio, per costringerle ad accettare prestiti ad interesse, sì
da distribuire la loro ricchezza e la loro produzione ai prestatori".

E aggiunge: "la prosperità della finanza internazionale dipende dall
'emissione di prestiti ad interesse a nazioni in difficoltà economica;
l'economia di Hitler significava la sua rovina. Se gli fosse stato permesso
di completarla con successo, altre nazioni avrebbero certo seguito il suo
esempio, e sarebbe venuto un momento in cui tutti gli Stati senza riserve
auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così che non solo la
richiesta di prestiti sarebbe cessata e l'oro avrebbe perso valore, ma i
prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega ",

"Questa pistola finanziaria era puntata alla tempia, in modo particolare,
degli Stati Uniti, i quali detenevano il grosso delle riserve d'oro
mondiali, e perché il loro sistema di produzione di massa richiedeva
l'esportazione del dieci per cento circa dei loro prodotti per evitare la
disoccupazione. Inoltre, poiché i metodi brutali usati da Hitler contro gli
ebrei tedeschi aveva irritato i finanzieri ebrei americani, sei mesi dopo
che Hitler divenne cancelliere, Samuel Untermeyer, un ricco procuratore di
New York, gettò il guanto di sfida. Egli proclamò una 'guerra santa' contro
il nazionalsocialismo e dichiarò il boicottaggio economico sui beni,
trasporti e servizi tedeschi" .

Ciò a cui Fuller allude, nell' evocare la guerra santa ebraica contro il
nazionalsocialismo, è un evento preciso, che ebbe luogo al Madison Square
Garden il 6 settembre 1933.

Qui, la comunità ebraica di New York celebrò un vero e proprio rito di
maledizione, detto cherem o scomunica maggiore. "Furono accesi due ceri neri
e si soffiò tre volte nello shofar [l'antico corno di ariete ebraico] mentre
il rabbino B. A Mendelson pronunciava la formula di scumunica: 'a partire da
oggi, ci asterremo da qualunque commercio di materie prime provenienti dalla
Germania. Saremo vigilanti per quanto riguarda l'uso di merci tedesche [...]
La validità di tale decisione durerà fino alla fine del regime di Hitler,
allora il cherem avrà la nostra benedizione "'(2).

Samuel Untermeyer, membro influente del B'nai B'rith, ripeterà il 5 gennaio
1935 questa dichiarazione; annunciando un embargo totale sulle merci
tedesche "a nome di tutti gli ebrei, massoni [sic] e cristiani ".

Non è il caso di sorridere di questi rituali. Bisogna infatti ricordare che,
per lo stesso cristianesimo, la comunità ebraica è popolo sacerdotale:
titolare cioè del potere sacramentale di rendere efficaci i riti. Inoltre,
gli ebrei sono i primi a credere che i loro rabbini siano in grado di
lanciare maledizioni efficaci e forme di malocchio. Come il sacerdote
cattolico, con il sacramento dell'Ordine, riceve questo potere - e può
usarlo per scopi aberranti: le messe nere sataniste richiedono infatti un
sacerdote regolarmente ordinato per celebrare il rito inverso, che è per lo
più una ''fattura di morte" contro una persona -così gli ebrei sono convinti
di poter usare il loro potere sacerdotale in operazioni efficaci di magia
nera. L'accensione di candele nere nel rituale eseguito a New York implica,
o allude, a una sorta di fattura di morte, con evocazione delle forze infere (3).

In ogni caso, la comunità ebraico-finanziaria non trascurò di mettere in
atto anche misure più concrete.

E' certo che anche il finanziere Bernard Baruch si allarmò del sistema di
scambi internazionali diretti di merci, non mediati da trasferimenti
monetari, messo in attività da Hitler. In un colloquio che ebbe nel
settembre 1939 col presidente Roosevelt, Baruch raccomandò di "tenere i
nostri prezzi bassi per conservarci i clienti delle nazioni belligeranti. In
questo modo, il sistema di baratto tedesco sarà distrutto".

Non bastò, e si dovette ricorrere alla guerra. Il potere di Bernard Baruch
nel lanciare gli Stati Uniti nel conflitto anti-tedesco non può essere
sottovalutato da chi ne conosce le gesta. Nato in Texas nel 1876 (suo padre
fu membro del Ku Klux Klan), il miliardario Bernard Baruch è il prototipo
eterno del finanziere ebreo (4). Acquirente primario del debito pubblico
americano - ossia di fatto membro del ristretto gruppo di banchieri che
emettono la moneta Usa indebitandone il paese - Baruch divenne, in forza di
tale veste, il consigliere di sei presidenti, da Woodrow Wilson (1912) ad
Eisenhower (1950). Fu lui che convinse il presidente Wilson a far entrare
l'America nella Grande Guerra; soprattutto, lo convinse che lo sforzo
bellico necessitava di un organo onnipotente di pianificazione della
produzione industriale; e che quell' organo supremo doveva essere guidato da
un uomo solo. Quell'uomo era lui, Baruch.

Il War Industry Board, di cui fu a capo, impartì ogni ordinativo per
materiale bellico e logistico - dagli scarponi alle locomotive - ad ogni
azienda americana che lavorava per la guerra; non solo per armare e
rifornire le truppe americane, ma in buona misura anche quelle alleate. Come
denunciò nel 1919 la Commissione Investigativa del Congresso (guidata dal
senatore W.J.Graham) che indagò sui profitti che quell'organo rese
possibili, fu "un governo segreto...sette uomini scelti dal presidente hanno
concepito l'intero sistema di acquisti militari, programmato la censura
sulla stampa, creato un sistema di controllo alimentare... dietro porte
chiuse, mesi prima che la guerra fosse dichiarata" .

Insomma, Baruch instaurò - nel bel mezzo della democrazia americana, in un
clima politico e culturale totalmente diverso da quello dell'Europa
dell'est- il sistema di pianificazione socialista dell'economia,
perfettamente simile a quello che stava nascendo in Russia. Completo (come
poi in Unione Sovietica) di censura sulla stampa e razionamento alimentare.

Il sistema fu ripetuto, sempre grazie ai consigli che Baruch diede al
presidente F. D. Roosevelt, anche nella guerra contro Hitler: l'organo
pianificatore si chiamò War Production Board ed ebbe a capo una creatura di
Baruch, Harry Hopkins.

Anche allora fu di fatto abolito, senza dirlo, il libero mercato. La mano
invisibile cara ad Adam Smith fu sostituita da un'altra mano invisibile,
quella del piano e dei pianificatori, i commissari politici degli Usa,
ultimi decisori della domanda e dell'offerta. In fondo, per i banchieri,
liberismo o socialismo non fanno differenza: purché siano loro a
controllarli, e a profittarne.

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Note:

l) Major GeneraI J.F.C. Fuller, C.B., C.RE., D.S.O., A Military History oj
the Western World, Minerva Press, 1956, pp. 368 e segg.

2) Jewish Daily Bulletin, New Y ork, 6 gennaio 1935, citato da Emmanuel
Ratier, Misteri e segreti del B 'nai B 'rith, Verrua Savoia, 1995, p. 151.

3) Una fattura di morte come quella descritta sopra fu lanciata, da rabbini
fanatici, anche contro il primo ministro Itzhak Rabin, in seguito
assassinato da un fanatico ebreo, per la sua volontà di cedere una parte di
territorio ai palestinesi. Israel Shahak (Jewish Fundamentalism in Israel,
1999) ha diffusamente illustrato come i rabbini vendano ai loro seguaci
amuleti e minaccino maledizioni ai loro avversari anche politici; si tratta
di una vera simonia, la vendita dei poteri sacerdotali di cui sarebbero
depositari.

4) Per altre notizie sulla figura di B. Baruch, si veda il mio I fanatici
dell'Apocalisse, Rimini, 1995, p. 81.


tratto dal libro: schiavi delle banche -autore Blondet-
http://www.effedieffeshop.com/index.php
 

 

 

Erwin

Erwin@thule-toscana.com