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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.

Morto di fame : Schindler
Il finale della Schindler list
GERUSALEMME - Non era neanche vecchio. Quando morì, nel 1974, a
Hildesheim, in Assia, Oskar Schindler, l'industriale tedesco che
salvò 1.200 ebrei dallo sterminio (oltre ai 1.100 della famosa lista
se ne aggiunsero altri cento negli ultimi mesi di guerra) aveva 66
anni, ma era solo, alcolizzato, indebitato e letteralmente senza un
soldo. Meditava l'ennesimo viaggio in Israele, in tutto ne fece 17,
l'unico posto al mondo dove era benvoluto e, soprattutto, dove,
grazie ai sussidi delle organizzazioni ebraiche e ai regali dei suoi
"salvati", che organizzarono per lui un "Fondo Schindler", poteva
mettere insieme il pranzo con la cena. Tutto questo è ulteriormente
chiarito da un carteggio, di cui per la prima volta il quotidiano
Maariv pubblica alcune lettere, che uno degli Schindlerjuden, come
ancora oggi vengono chiamati gli ebrei sottratti da Schindler ai
nazisti, il giudice della Corte Suprema israeliana Moshè Bejski ha
lasciato in eredità alla sua morte, avvenuta nel 2007, all'Istituto
Israeliano per la Storia dell'Olocausto Massuah.
Lo sfondo in cui s'inquadra la corrispondenza è quello di una
disfatta personale. Alla fine della guerra, Oskar Schindler e sua
moglie Emilie, che lo aveva coadiuvato nella sua opera di
salvataggio, erano letteralmente sul lastrico. Schindler non era
riuscito ad adattarsi alle condizioni della Germania "Anno Zero" e
tentò una serie di operazioni commerciali che fallirono miseramente,
al punto da ritrovarsi, come chiarisce in una delle lettere,
perseguito da 17 ordini di arresto Oppresso dai debiti, inseguito
dai creditori, Schindler si rivolse per la prima volta
all'organizzazione ebraica americana Joint Distribution Commettee
per ottenere un prestito di 5000 dollari con cui potersi recare in
Argentina.
Ma in Argentina, dove arriva nel 1949 assieme ad un gruppo di
sopravvissuti dell'Olocausto, le sue fortune non cambiano. E qualche
anno dopo è costretto a ritornare in Germania, lasciando Emilie, che
non aveva nemmeno i "soldi per comperarsi un paio di occhiali", a
sbrigarsela coi creditori. In questa situazione a chi può rivolgersi
per aiuto se non agli amici ebrei? "Caro Signor Bejski, spero che
Lei non s'arrabbi con me se le scrivo troppi rapporti interinali",
esordisce Schindler in una lettera del luglio 1963. L'industriale
tedesco ha continuato a ricevere gli aiuti del Fondo Schindler e,
con puntigliosa quanto scoraggiante tempestività, mette i suoi
benefattori al corrente della sua situazione debitoria, vagheggia
progetti improbabili, spera di poter risalire la china. Con largo
anticipo su Spielberg, che ne ha tratto un film a metà degli anni
Novanta, capisce che la sua storia può interessare il grande
pubblico. "Mi interessa particolarmente il fatto - scrive - che uno
degli amici stia tentando di presentare la mia vicenda alla
televisione di Los Angeles, cosa che senza dubbio potrebbe salvarmi
economicamente. "Ma nel frattempo - racconta - la situazione non è
semplice. Non ho pagato da molti mesi l'affitto della casa in cui
abito e la padrona non vede la cosa di buon occhio. Mi ha detto di
non capire perché non paghi dal momento che ho ricevuto molti soldi
dai miei amici americani".
L'uomo che Israele avrebbe insignito, assieme alla moglie Emilie,
dell'onorificenza di Giusto delle Nazioni era piuttosto malvisto in
patria. "È impossibile liberarsi della sensazione che tentino di
strapparmi il tappeto da sotto i piedi, nella speranza di vedermi
fuori dal paese". Moshè Bejski, che assieme a Itzhak Stern e Poldek
Pfefferberg fu tra i pochissimi componenti della lista ad essere a
conoscenza sin dal principio del piano orchestrato da Schindler per
salvare i "suoi" ebrei, si adoperò molto per togliere l'imprenditore
dai guai economici in cui s'era cacciato. E il tono delle lettere di
Schindler si fa sempre più amichevole (da "Caro signor Bejski" a
"Caro amico Dottor Bejski" a "Caro Moshè") e sempre più schietto.
"Per un lungo periodo sono stato costretto a dormire in alberghi a
buon mercato nelle vicinanze della stazione centrale e a chiedere in
prestito denaro da amici non ebrei, se non altro per poter mangiare
una modesta colazione. Oggi semplicemente scappo dal mio
appartamento prima dell'alba per sfuggire ai creditori e alla
polizia. Le giuro che persino nel Terzo Reich ho avuto meno paura".
Nel novembre del 1967, ma senza indicare il luogo, Schindler
annuncia a Bejski che tre settimane prima è stato trascinato fuori
dal letto "per dichiarare la bancarotta". Vorrebbe emigrare ma non
ha i soldi. "Economicamente parlando in Germania sono finito".
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |