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REVISIONISMO

Il revisionismo è essenzialmente un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista, come Cesare Saletta.

 

 

Revisionismo e antisemitismo
Il rapporto dei giapponesi con gli ebrei

di Massimiliano Crippa
 


19 agosto 2003. Il 29 aprile 1998 la NHK trasmetteva sul suo canale "Education" una puntata del programma "Views and Opinions". Il professor Watanabe Shouichi della Sophia University era venuto ad illustrare "una nuova prospettiva nelle relazioni tra giapponesi ed ebrei".
Watanabe sosteneva l'estraneità del Giappone alla politica di persecuzione degli ebrei ideata dai nazisti. Infatti, il governo giapponese aveva offerto asilo ad oltre 20.000 ebrei arrivati in Giappone attraverso la Siberia. Il Giappone, per far questo, aveva resistito alle proteste della Germania. Alcuni di questi ebrei si riunirono a Kobe, altri furono mandati a Shangai, a quel tempo occupata dalle truppe giapponesi. Secondo Watanabe, il Giappone è l'unica nazione che non solo non ha perseguitato gli ebrei, ma ha offerto loro anche un trattamento preferenziale.
La trasmissione suscitò molte proteste: era inconcepibile che una rete pubblica diffondesse ciò che, da più parti, veniva definito una falsificazione della storia. A dir la verità, quella non era la prima volta che il Giappone proponeva un atteggiamento ambiguo verso gli ebrei. E non era neanche il caso più eclatante.

Il caso Marco Polo

Nel numero del febbraio 1995 della rivista giapponese Marco Polo, uscito nelle edicole il 14 gennaio, era presente un articolo di dieci pagine che cercava di dimostrare l'inesistenza delle camere a gas nei lager nazisti. Era intitolato "Non c'è stata alcuna camera a gas nazista"(1). Per ironia della sorte, il 17 gennaio il Giappone veniva colpito dal terribile terremoto di Kobe, che causò 6.432 morti, mentre il 20 marzo la setta Aum Shinrikyou compiva il tristemente famoso attentato alla metropolitana di Tokyo, che causò 12 morti e oltre 5.000 intossicati per il gas sarin, realizzato proprio dai nazisti(2).
Marco Polo era una rivista piuttosto autorevole, che vendeva 250.000 copie al mese (agli inizi erano ben 500.000) ed era diretta ad un pubblico tra i 20 e i 40 anni. Il nome era stato scelto per dare un senso di "scoperta" e "internazionalizzazione". La rivista era pubblicata dal 1992 dalla Bungei Shunjuu, una delle più prestigiose firme dell'editoria giapponese con svariate testate fra settimanali e mensili(3), oltre ad una notevole produzione libraria. E' loro, ad esempio, l'edizione giapponese de Il diario di Anna Frank.
L'articolo in questione era stato scritto dal neurologo Nishioka Masanori e, per il tema trattato, era stato respinto da ben 60 testate nel corso degli anni. Fu accettato da Marco Polo nel giugno 1994, ma rimandato fino al gennaio 1995: ufficilamente per svolgere ulteriori ricerche sulle fonti riportate dall'autore e correggere attentamente il testo; più probabilmente per attendere il 50° anniversario della liberazione di Auschwitz (27 gennaio).
Secondo Nishioka, le camere a gas erano "propaganda, una delle tecniche psicologiche usate in tempo di guerra [...] niente più che una trasformazione, senza verifiche, delle storie del tempo di guerra in storia". Le camere a gas presenti ad Auschwitz e negli altri campi polacchi sarebbero state costruite dopo la guerra dal regime comunista. Nishioka non negava che gli ebrei siano morti in questi campi, ma lo furono per varie altre ragioni (lavoro pesante, denutrizione, malattia, etc.), non certo per le camere a gas. Non esisteva, sostanzialmente, una politica deliberata di sterminio.
Nishioka non voleva certo difendere il comportamento dei nazisti: anche se non vi furono omicidi di massa nelle camere a gas, è un fatto storico che la Gemania abbia discriminato e perseguitato gli ebrei in vari modi.
Nishioka citava i libri di molti studiosi, tra cui quelli di alcuni revisionisti: The Hoax of the Twentieth Century, di Arthur R. Butz; Auschwitz: A Judge Looks at the Evidence, di Wilhelm Stäglich; The Auschwitz Lie, di Thies Christophersen. I primi due autori sono nel comitato editoriale dell'Institute for Historical Review, di cui fanno parte anche Mark Weber e Theodore J. O'Keefe, anch'essi citati(4). Venivano citate anche fonti meno schierate, ma erano in minoranza. Nishioka sosteneva che nel 1975 fu lo stesso attivista ebreo e cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal a dichiarare che in Germania non c'erano camere a gas, che ce n'erano solo in Polonia, ammettendo implicitamente che si era mentito per anni su questi fatti.
Non è chiaro se Nishioka abbia svolto delle ricerche personalmente. Egli afferma di aver visitato i campi di concentramento polacchi di Auschwitz, Birkenau e Majdanek. Secondo Tom Brislin, Nishioka non ha mai visitato nessun campo, né parlato con sopravvissuti, carcerieri o liberatori.
In ogni caso, le proteste non tardarono a farsi sentire. Il Comitato contro l'antisemitismo in Giappone, un gruppo formato da residenti ebrei, lo scoprì e informò ambasciate e altre organizzazioni all'estero. Il 20 gennaio il governo israeliano, attraverso la propria ambasciata di Tokyo, presentò formale protesta al governo giapponese. Secondo il Primo Segretario Arie Dan, che l'articolo fosse stato pubblicato "su una rivista di primo piano diretta ai giovani e non sulla solita stampa scandalistica era un fatto molto grave, mai accaduto prima".
Abraham Foxman, direttore dell'americana Anti-Defamation League, chiese all'editore una ritrattazione nel numero seguente. Il Simon Wiesenthal Center di Los Angeles fu ancora più duro e avviò immediatamente una campagna internazionale di boicottaggio verso gli inserzionisti della casa editrice, riuscendo a persuadere aziende del calibro di Volkswagen, Cartier, Mitsubishi Motors e Mitsubishi Electric a sospendere le proprie campagne pubblicitarie, su tutte le pubblicazioni della Bungei.
La rivista cominciò col difendere la propria decisione di pubblcare l'articolo. Direttore della rivista dall'aprile 1994 era Hanada Kazuyoshi, giornalista conosciuto e rispettato, uno abituato al giornalismo investigativo, in particolare sulle sette religiose e altri argomenti delicati. Egli affermò che le prove portate da Nishioka mostravano, se non altro, che il punto di vista degli ebrei non era l'unico possibile e che comunque "nessun argomento dovrebbe essere considerato tabù". Egli offrì al Simon Wiesenthal Center e al governo israeliano lo stesso spazio precedentemente offerto a Nishioka, dieci pagine, per una replica, ma l'offerta fu rifiutata.
Il rabbino Abraham Cooper del Wiesenthal Center giustificò tale presa di posizione col fatto che proseguire il dibattito avrebbe finito col dare legittimità all'altro punto di vista. L'Ambasciata di Israele rispose invece che se la rivista aveva intenzione di prendere una posizione neutrale, da osservatore, in un processo dove vengono introdotti gli argomenti di entrambe le parti, l'offerta non poteva che essere respinta. Contemporaneamente, venne lanciata una campagna diffamatoria verso Nishioka.
Il governo giapponese fu il primo a prendere posizione e definì l'articolo di Marco Polo "estremamente inappropriato", ribadendo la propria posizione ufficiale sull'Olocausto.
Purtroppo la Bungei Shunjuu aveva già dovuto scusarsi più di una volta per articoli poco rispettosi, in particolare uno sui fatti di Nanchino scritto da un politico di spicco. Anche la sezione libri aveva tra i suoi titoli "Il piano dell'impero mondiale giudaico per invadere il Giappone". Non si può negare che la Bungei Shunjuu sia, politicamente parlando, conservatrice.
Il Giappone non aveva mai conosciuto un boicottaggio come quello messo in piedi dal Simon Wiesenthal Center. La casa editrice fu scossa dalle fondamenta, anche economicamente, e dovette capitolare in breve tempo. Il 2 febbraio Bungei Shunjuu indisse una conferenza stampa dove il presidente della casa editrice, Tanaka Kengo, si scusò formalmente per aver causato agli ebrei un "profondo dolore". Ma non era finita: si stava preparando un vero e proprio suicidio. Tanaka annunciò la chiusura della rivista, il ritiro fin dal 27 gennaio delle copie ancora in circolazione e la loro distruzione. Nel frattempo, ad Hanada era stato assegnato un incarico di secondo piano, che non gli avrebbe più permesso di pubblicare, mentre il resto della redazione era stato sparpagliato tra quelle delle altre pubblicazioni. Infine, Tanaka e un altro dirigente si autoimposerò un taglio dello stipendio come forma di ammenda. Tanaka lasciò anche la sua carica di Presidente, rimanendo comunque Amministratore Delegato. Come ciliegina, un folto gruppo di giornalisti della Bungei venne mandato a Los Angeles nel maggio di quell'anno, per partecipare ad un seminario sulla cultura e la storia ebraica organizzato dal Simon Wiesenthal Center.
Il rabbino Cooper, invitato alla conferenza stampa, non potè che ringraziare per l'azione "senza precedenti" e annunciò la chiusura della campagna di boicottaggio. La chiusura della rivista lasciò tutti, critici e ammiratori, senza parole. Né il governo israeliano, che si disse scioccato, né il Simon Wiesenthal Center avevano chiesto la sua chiusura.
Senza precedenti sembrò essere l'affronto alla libertà di stampa(5). Nishioka condannò l'accaduto dicendo che egli avrebbe accettato volentieri delle critiche, ma era amareggiato per il tentativo di imporre un bavaglio alla stampa(6). In Giappone ci furono dei tentativi di confutare i contenuti dell'articolo, ma soprattutto si espressero opinioni negative sul modo in cui fu gestito il problema, che negava in modo arrogante la libertà di stampa. Durante la conferenza stampa del 2 febbraio, un giornalista normalmente schierato a sinistra, Kimura Aiji, chiese di sapere esattamente in quali punti l'articolo di Nishioka era inesatto e difese il diritto alla ricerca della verità, sollevando gli applausi degli altri colleghi. Non furono pochi coloro che sospettarono una qualche forma di pressione occulta, interna o esterna, e non soltanto di natura economica.
Pochi mesi dopo il caso Marco Polo, quasi fosse una vendetta, Kimura pubblicò il primo libro revisionista giapponese sull'Olocausto, Aushubittsu no souten (Il dibattito su Auschwitz). La casa editrice Liberuta Press di Tokyo che l'aveva pubblicato era famosa per il suo schieramento a sinistra e le lotte ambientaliste contro il nucleare.
Kimura ha scritto anche parecchi altri libri, tra cui uno sulla Guerra del Golfo. Egli si era recato a Birkenau e ad Auschwitz, dove ha intervistato il direttore del Museo di Stato di Auschwitz, Franciszek Piper. Egli criticò l'accanimento verso i sostenitori del revisionismo, che si spingeva fino ad atti quasi terroristici come l'incendio della sede dell'Institute for Historical Review di Los Angelese nel 1984. Descrisse le leggi in vigore in Francia, Germania ed altri paesi, che impedivano il dissenso. L'Olocausto, concludeva l'autore, non può essere comunque una giustificazione per la politica che Israele porta avanti in Medio Oriente. Egli ha anche tradotto il libro di Roger Garaudy "Les Mythes fondateurs de la politique israelienne" che in Francia ha portato al processo e alla condanna del suo autore.
La chiusura della rivista Marco Polo è stato un episodio molto sfortunato, che rischia di ritorcersi contro le stesse vittime, creando uno stato di tensione e risentimento verso di loro. In una conferenza tenuta oltre un anno dopo (10 giugno 1996), Bungei Shunjuu accusò le organizzazioni ebraiche di essere "gruppi terroristici".
Esso ha trasmesso ai media giapponesi un messaggio forte e sbagliato: non dovete toccare il popolo ebraico. Il risultato è che da allora l'Olocausto viene ignorato dai mezzi di informazione(7).
Il caso Marco Polo ha finito col diventare una prova del potere di controllo che gli ebrei hanno sulla vita del Giappone; una conferma delle teorie antisemite sul complotto giudaico per controllare il mondo. Il rabbino Cooper non sembrava molto preoccupato di ciò e affermò che se, da quel momento in poi, non fossero state più pubblicate storie simili per paura della loro forza, sarebbe stato comunque un bene.

http://www.nipponico.com/dizionario/r/revisionismoantisemitismo.php

Erwin

Erwin@thule-toscana.com