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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.
La centralità dell’«Olocausto» nel revisionismo
storico
Antonio Caracciolo
Nel maggio 1945 l’Europa perse la guerra e da allora ogni reale
indipendenza politica e futura capacità di autonomia nelle relazioni
internazionali. Il continente si trovò spartito in zone di
influenza, mascherate militarmente da due contrapposti patti
militari: quello di Varsavia ed il patto atlantico, facenti capo
l’uno all’Unione Sovietica e l’altro agli USA. Gli alleati erano e
sono detti eufemisticamente tali, ma trattasi in realtà dell’antico
rapporto di vassallaggio. Negli ultimi secoli vi era stato un
tentativo di unificazione politica continentale. In un mondo sempre
più globalizzato solo le entità politiche di notevoli dimensioni
possono avere una funzione egemone. L’Inghilterra fin dai tempi
della Grande Armada ha sempre ostacolato ogni processo di
unificazione continentale ed anche oggi fa di tutto per impedire che
l’Unione Europea si trasformi in qualcosa di più di un semplice
supermercato o unione doganale. Non è mia intenzione qui accingermi
in un’impresa di ricostruzione storica sul piano della narrazione
storica degli eventi, della loro analisi sul piano fattuale e
documentale. Un lavoro immenso che richiederebbe anni ed anni di
lavoro esclusivo. Questa premessa mi serve per la breve riflessione
che segue.
Non bastava aver sconfitto militarmente i principali Stati
continentali europei, cioè la Germania e l’Italia. Bisognava anche
distruggerli politicamente, moralmente, filosoficamente, instaurando
una nuova dittatura pedagogica per la quale i figli non sarebbero
più stati simili ai loro padri, la cui memoria doveva restare
infangata per l’eternità. Come ottenere ciò? Sfruttando il complesso
di colpa. Il cosiddetto Olocausto si prestava magnificamente allo
scopo. Occorreva gettare su nazismo e fascismo una colpa morale tale
da impedire qualsiasi raccordo funzionale con il proprio passato ed
ogni tentativo di protagonismo politico da parte degli Stati
debellati. L’Europa poteva e doveva essere o americana o sovietica,
ma non europea. Un’Europa, unita su base continentale, che fosse se
stessa era un evento geopolitico che doveva essere scongiurato. Il
modo migliore per ottenere ciò era di incidere sulla sua identità ed
autocoscienza, avvalendosi anche di una classe politica prodotta
allo scopo ed abbondantemente foraggiata. L’operazione «Olocausto»
si prestava e si presta magnificamente allo scopo.
Non è tuttavia facile imbrigliare il pensiero critico, che
all'inizio alberga in poche teste matte, ma poi lentamente si
trasforma in senso comune ed entra in ogni testa. Accade così che
incominciando in settori limitati ed in apparenza marginali si
incomincia a riconsiderare il recente passato e si scoprono verità
diverse da quelle ufficiali: il mito resistenziale rivela ormai a
pieno la sua dipendenza dall’invasione nemica senza la quale non
avrebbe avuto nessuna possibilità e consistenza, ma soprattuto si
svela sempre più di quale lacrime e quale sangue esso grondi. E
potremmo andare avanti di questo passo, giungendo ad una visione
radicalmente altra da quella imposta alle nostra menti da una vera e
propria dittatura pedagogica durata oltre mezzo secolo e puntellata
da leggi orribili che puniscono non più le azioni malvagia degli
uomini, ma il loro pensiero e perfino i loro sogni: a tanta barbarie
non si era ancora giunti. Questo processo di ribellione
intellettuale si chiama revisionismo storico.
Si svolge a macchie di leopardo e si tiene lontano dalla questione
centrale: il cosiddetto Olocausto. Non si tratta qui del pietismo,
spesso ipocrita, di fronte a vittime che non furono solo ebree, ma
che interessarono tutti gli strati sociali di un’epoca afflitta da
una guerra civile durata almeno venti anni, dal 1914 in poi e forse
fino ai nostri giorni. La questione centrale è la demonizzazione
degli anni fra le due guerre mondiali. Se gli europei scoprissero
come normale fisiologia storico-politica il fascismo ed il nazismo,
ne verrebbero incrinati i fondamenti di legittimità sui quali sono
stati costruiti tutti i governi del dopoguerra, siano essi di
destra, di centro o di sinistra: tutta un’identica pasta, o meglio
sempre la stessa casta. Ciò non può essere permesso. Ed ecco la
prigione pronta per chi di revisionismo in revisionismo si azzarda a
spingersi troppo oltre.
Confesso di non provare stima per i molti che fanno finta di
occuparsi di revisionismo, ma poi arretrano di fronte alla questione
principale che sovrasta ogni altra: il cosiddetto Olocausto. Il
terrore che incute è tale da far arretrare i tanti dilettanti della
storia, perfino dentisti che forse si sono stancati del loro lucroso
mestiere. Ma anche gli storici di mestiere si guardano bene dal
compromettere la loro posizione accademica e la loro carriera. Anzi
la loro funzione è spesso di natura conservatrice, concedendo
margini di dibattito e di rappresentatività sulle questioni ormai
indifendibili, come l’esatta statistica delle vittime
dell’«Olocausto», ma rafforzando i bastioni centrali di una visione
della storia volta a rappresentare come il Male Metafisico regimi
che hanno avuto il principale torto di essere stati sconfitti e di
aver perso in tal modo il loro fondamento di legittimità. Del resto,
in tutto l’arco della storia umana non vi è forma di governo che
abbia senso e ragione di esistere se non è più in grado di offrire
protezione ai suoi sudditi o cittadini. Dopo una sconfitta militare
non bisogna cercare altre ragioni oltre la sconfitta stessa per
accertare il venir meno della legittimità del suo potere. Ma come
reazione al pericolo rappresentato dal progetto Mastella, ho potuto
leggere manifesti di storici che rivendicano piena libertà di
ricerca per poter combattere meglio il cosiddetto negazionismo e
quindi più efficacemente mantenere una visione storica demonizzante
del passato recente. Assicuravano cioè la classe politica dominante
che avrebbero loro ben tenuto le posizioni sui fondamenti della
legittimazione storica del potere costituito sulle ceneri della
disfatta bellica. Il presente deve continuare ad apparire come una
cesura rispetto al passato, non come una naturale e fisiologica sua
continuità, nel bene e nel male, come è in ogni organismo sano, non
oppresso da incubi e turbe mentali.
Per capire di cosa parliamo basta ricordare casi come quello della
conduttrice televisiva tedesca, Eva ..., licenziata su due piedi per
aver detto che qualcosa di buono durante il nazismo è stato fatto.
Un libro come quello di Götz Aly su Lo stato sociale di Hitler, dove
appunto si deve riconoscere che qualcosa di buono è stato fatto, ha
potuto essere finanziato in quanto fin nel sottotitolo si riconosce
che si è però trattato di «Rapina, guerra razziale e
nazionalsocialismo». Il nostro Lampedusa ha enunciato un principio
ormai divenuto proverbio: cambiare tutto per non modificare nulla,
ossia cambiare qualcosa per non incidere sulla sostanza. Per questi
motivi non è sempre lodevole ogni libro che ormai si fregia come di
un merito della qualifica di revisionismo, quando poi si arresta
davanti alla questione centrale che abbiamo qui indicata. Questi
libri anziché avere un effetto liberatorio della memoria incatenata
sono in realtà il terreno preparatorio per isolare una questione
centrale intorno alla quale creare un consenso conservativo e
reazionario. Un simile revisionismo punta ad una normalità
compatibile con l'eccezione: di questo e quest’altro ci si può
occupare, ma di quell’altra questione assolutamente no e tutti
dobbiamo essere d’accordo sulla proibizione di legge per quel tipo
di ricerche, per le sue conseguenze filosofiche e soprattutto saremo
d’accordo nel comminare o accettare il carcere a quei pochi matti
che osano attraversare le colonne d’Ercole per affrontare l’ignoto
ed il proibito.
Ho da aggiungere una importante integrazione a questa mia
riflessione stesa di getto e senza quelle accuratezze formali che
hanno i testi definitivi. Chi ha la bontà di leggere questo mio
testo è pregato di prestare attenzione a quanto osservo. A proposito
del «cosiddetto Olocausto» il problema non è se le camere a gas
siano o no mai esistite e se “sterminio” in senso proprio vi è
stato. Chi ama e cerca la verità non ha paura della verità,
qualunque essa sia. La verità potrebbe perfino essere quella
ufficiale, ma questa volta confermata da una libera ricerca. Il
problema è invece costituito proprio dal fatto che è proibita la
libera ricerca e che si commina il carcere a chi non accetta la
verità ufficiale di Stato. La tragedia nella tragedia è proprio
questa: non un’altra! Personalmente, non definendomi e non volendo
essere uno storico di professione, ho già elementi sufficienti di
giudizio per una filosofia della storia del Novecento. Del resto, il
dato grezzo che lo storico esploratore di archivi è in grado di
offrire non parla da solo se non è sorretto da un’interpretazione.
Può perfino accadere che degli storici, magari dilettanti, non
comprendano neppure la portata dei dati che maneggiano. In questi
casi, diventa necessaria la riflessione propriamente filosofica. Ad
esempio, il problema costituito dai campi di concentramento durante
la seconda guerra mondiale è a mio avviso di pertinenza della
filosofia politica. Si è voluto caricare di significato un evento
deprecabile ma normale per colpevolizzare moralmente i popoli vinti
e per tenerli in eterno stato di soggezione politica e morale. La
stessa operazione si tenta oggi di applicare nelle guerre
mediorientali, ma quei popoli sanno resistere meglio a questo
aspetto della guerra guerreggiata più di quanto non abbiano fatto i
popoli europei, vilmente abbandonati e sacrificati dai loro ceti
intellettuali.
Antonio Caracciolo
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |