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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.
"La legge Gayssot e’ una regressione
giuridica di molti secoli"
Silvia Cattori intervista Jean Bricmont
di Silvia Cattori
21 giugno 2007
Fonte: voltairenet
Professore di Fisica Teorica alla Università Cattolica di Lovanio,
in Belgio, Jean Bricmont è anche scrittore. E’ un acceso difensore
della libertà d’espressione, quali che siano le idee difese, fino a
che non cadono nell’insulto o nella diffamazione. Egli ritorna sulla
censura come mezzo di oppressione dei deboli e di potere per i
potenti, come nel caso del dibattito sulle caricature di Maometto e
cita il caso Chomsky, la legge Gayssot e il pericolo che questa
rappresenta per la libertà di espressione.
Silvia Cattori: in un recente articolo [1] lei ha attirato
l’attenzione dei lettori sulle derive giuridiche nelle quali le
leggi anti-terrorismo stanno conducendo le nostre società. Prendeva
l’esempio di Bahar Kimyongur, condannato il 27 Marzo 2007 a cinque
anni di prigione in Belgio per delitto d’opinione. Il caso di questo
giovane lascia supporre che ogni persona che diffonde un testo a
difesa del diritto a resistere di ogni popolo sottomesso alla
violenza di un occupante - come i Palestinesi, gli Iracheni, gli
Afgani - potrebbe trovarsi incolpato per associazione terroristica?
Jean Bricmont: più precisamente Bahar Kimyongur, cittadino belga di
origine turca, è stato condannato per appartenenza ad
un’organizzazione turca, considerata terrorista dalle autorità
belghe, il DHKP-C. Ma la principale “prova “ che si ha della sua
appartenenza è il fatto che egli ha tradotto comunicati di questo
organismo in seno al suo ufficio di informazione che aveva dei beni
al sole a Bruxelles, fino al 2004, momento in cui si sono introdotte
nuove leggi antiterrorismo. Questi comunicati – tranne uno che
spiega o, se si vuole, “giustifica“ un attentato in Turchia che è
“andato male“ nel senso che ha fatto più vittime di quelle che erano
nell’obiettivo – riguardano principalmente la situazione nelle
prigioni turche, situazione che denuncia anche Amnesty. Ma
giustificare la violenza “necessaria“ o scusare i “danni
collaterali“ rimane, checché se ne pensi, un’opinione, largamente
condivisa del resto da coloro che fanno l’apologia della politica
americana o israeliana. Il fatto è che Bahar Kimyongur è stato
condannato senza che fosse accusato di aver partecipato ad alcuna
azione violenta. Ne concludo che le leggi antiterroriste conducono,
a causa del “delitto di appartenenza“, a criminalizzare le
espressioni delle opinioni. Per quanto riguarda gli altri movimenti
di cui lei parla è sufficiente, effettivamente, che se ne registrino
alcune sulla lista delle organizzazioni “terroriste“ perché semplici
espressioni di solidarietà con costoro divengano passibili di
sanzioni penali.
Silvia Cattori : lei ha consacrato diversi testi molto pertinenti
alla libertà di espressione [2] Si prende cura di distinguere
diritto e morale. Nota che la censura è sempre esercitata da coloro
che hanno il potere – e che godono della libertà di espressione –
contro coloro che non ce l’hanno. Domandandosi in nome di quali
principi le persone che possono esprimersi potrebbero avere il
diritto d’impedire di farlo ad altri, lei è condotto a constatare
che ogni censura presenta grandi pericoli e non può alla fine essere
giustificata. Può riassumere qui i principali argomenti della sua
riflessione?
Jean Bricmont: per definizione la censura è sempre esercitata da
coloro che hanno il diritto di esprimersi ed impediscono agli altri
di farlo. In generale, si giustifica la censura dicendo che non si
possono lasciare esprimere principi “orribili“. Il problema
principale è che è impossibile applicare questo genere di idee in
modo imparziale, come i principi del nostro diritto esigono. E’
sufficiente percorrere una biblioteca e leggere i classici del
pensiero occidentale – dalla Bibbia ad Hegel, per esempio – per
trovare appelli all’omicidio, al genocidio, alla guerra santa, testi
di un razzismo straordinario ecc [3]. Io sfido i partigiani della
censura a darmi dei principi sui quali basare questo e che, se
applicati imparzialmente, non condurrebbero a chiudere una buona
parte delle nostre biblioteche. Ma in queste biblioteche si trovano
opere “canonizzate“ che non saranno censurate. Lo saranno solo
autori oggi marginali; dunque la censura è sempre l’arma dei forti
contro i deboli. E’ abbastanza tragico constatare che tanta gente
“di sinistra“ pensa, non di meno, di poterla utilizzare.
Questo fatto è illustrato attraverso la commedia – non c’è altra
parola da usare – che si è recitata, recentemente, attorno alle
caricature antimusulmane [4]. In primo luogo, bisogna sottolineare
che le caricature non sono argomenti; è già un abuso farle passare
per una “critica della religione“. E poi, queste caricature
stigmatizzano una comunità (e avevano evidentemente per scopo di
farla reagire, in modo da emarginarla ancora un po’) . Siccome è una
comunità definita dalla sua religione, si utilizzano argomenti
“laici“ per far intendere che non si tratta di razzismo; tuttavia
rimane che si tratta di una comunità umana. Ora, uno dei grandi
progressi culturali di questi ultimi decenni, è che sia diventato
maleducato prendersi gioco di un gruppo umano quale che esso sia:
omosessuali, donne, arabi, neri ecc. ( anche i belgi ). E’ quello
che le persone che vogliono tornare ai bei vecchi tempi dove ci si
poteva apertamente prendere gioco dei gruppi deboli chiamano il
“politicamente corretto“.
Evidentemente, penso che se alcune persone hanno una mentalità
particolarmente arretrata da questo punto di vista, come Charlie
Hebdo, per esempio [5], devono essere liberi di esprimersi. Ma, come
se avessero il sostegno di tutta la classe politica ed
intellettuale, non c’è mai stato il minimo dubbio che le azione
promosse contro di loro non arriveranno allo scopo, il che fa sì che
le grida emesse in quest’occasione “per difendere la libertà
d’espressione“ fossero perfettamente ipocrite. Allorché ci sono
persone in Francia che si fanno tacere, che si perseguono o che si
emarginano (principalmente grazie all’accusa di antisemitismo, e non
penso solo ai negazionisti, ma a gente come Edgar Morin o Pascal
Boniface) , in quel caso si sentono molto meno i “difensori della
libertà d’espressione “ che si sono mobilitati per Charlie Hebdo
[6].
Silvia Cattori: si può lasciare un avversario insultare, umiliare,
profanare senza limiti? Difendere la libertà di dire tutto non
comporta dei rischi?
Jean Bricmont: bisogna distinguere gli insulti personali o le
diffamazioni, contro le quali possono essere evidentemente esprsse
doglianze, e le asserzioni a carattere generale sulla storia, le
idee, o le religioni. Che vi siano rischi nella libertà
d’espressione è evidente; ma tutta la storia della censura mostra
che anche questa ne comporta. Lo scopo del diritto è di difendere il
minore dei mali, non di stabilire la perfezione, che non è di questo
mondo.
Per quel che concerne il diritto alla profanazione, questo diritto
evidentemente esiste. Non c’è che da vedere il modo in cui musulmani
o cristiani “fondamentalisti“ sono regolarmente insultati. Ciò è
possibile solo perché questi ultimi sono deboli. E’ per contro
rischioso prendersi gioco di ciò che si potrebbe chiamare la
religione laica dell’Occidente, sapendo che siamo buoni e che
dobbiamo intervenire un po’ dappertutto nel mondo, soprattutto nelle
nostre ex colonie, per arrestare nuovi genocidi e nuovi Hitler.
Silvia Cattori: nel quadro della sua riflessione sui principi ed i
limiti della libertà d’espressione, si è interessato ad una
controversia che ha opposto, alla fine degli anni settanta, il suo
amico Noam Chomsky a Pierre Vidal-Naquet. Su cosa si incentrava la
controversia, e quali punti di principio riguardanti la libertà di
espressione contribuì a chiarire?
Jean Bricmont: non sono sicuro si possa parlare di “controversia“,
perché questo suppone posizioni ben definite e io non so bene quali
posizioni avesse Vidal-Naquet. Allorché Faurisson, che era
professore di letteratura a Lione, ha reso pubbliche le sue vedute
sulle camere a gas (sostiene che non sono mai esistite) , è stato
rapidamente sospeso dall’insegnamento e perseguitato in modi
diversi. Circolava allora una petizione, che chiamava a difendere i
suoi diritti, siglata da 500 persone, di cui Chomsky. Questa
petizione era neutra per quanto concerneva la validità delle
affermazioni di Faurisson; quello che Vidal-Naquet aveva giudicato
“scandaloso“ e ciò che aveva portato Chomsky ad un lungo scambio
epistolare con Vidal-Naquet era altro. Ma evidentemente, come fa
notare Chomsky, allorché si difende la libertà d’espressione di
qualcuno, si lascia da parte il contenuto dei testi incriminati.
Difendere un’espressione d’opinione non equivale a giudicarla.
Discutere del substrato renderebbe d’altro canto impossibile una
tale difesa, e non sarebbe che mancanza di tempo per esaminarli,
magari perché sono scritti in russo o in cinese. Chomsky ha, d’altro
canto, firmato numerose petizioni per dissidenti nei paesi dell’est,
sia ignorando i loro punti di vista, sia conoscendoli bene ed
essendo in totale disaccordo con essi, ma senza mai, di certo,
esprimere la minima opinione a riguardo. In quel caso questo non gli
è mai stato rimproverato, almeno in occidente.
Chomsky ha in seguito dato ad uno dei suoi amici dell’epoca Serge
Thion – che conosceva a causa della loro comune opposizione alla
guerra del Vietnam – uno scritto corto che riprendeva i suoi
argomenti in merito alla libertà d’espressione. Gli ha detto di
farne quel che voleva. Ma Thion si era, all’epoca, avvicinato a
Faurisson e ha messo questo testo come “Avviso“ all’inizio di
“Memorie a difesa“ pubblicato da Faurisson per rispondere alle
persecuzioni giudiziarie di cui era oggetto. Ciò ha avuto per
risultato che Chomsky è stato ostracizzato in Francia per lungo
tempo ed in certi ambienti continua ad esserlo.
Poiché Vidal-Naquet si era in principio opposto alle leggi che
reprimono la libertà d’espressione, come la legge Gayssot, non si
può dire che ci fosse veramente una “controversia“ tra lui e Chomsky.
Semplicemente, Chomsky adottava un atteggiamento di principio, che
consisteva nel difendere la libertà d’espressione anche per le
persone con cui è in disaccordo, mentre Vidal-Naquet esprimeva, al
contrario, la sua “indignazione“ in diversi modi, ma senza adottare
una posizione ben definita (per esempio in favore della censura).
Bisogna dire che questa postura è abbastanza frequente tra i
“democratici“ che sono una volta contro la censura e l’altra contro
e si oppongono realmente, o – cosa che faceva anche Vidal-Naquet,
così come Finkielkraut – che negano che vi sia censura allorché
qualcuno è perseguito davanti i tribunali per le sue opinioni.
Silvia Cattori: ci sono parole, come “rosso-nero”, “antisemita”, “negazionista”,
“revisionista”, che ritornano sovente nel dibattito politico. E’
così che, durante gli anni di guerra e di terribili atrocità nel
Medio Oriente, che hanno messo la responsabilità di Israele al
centro del dibattito, abbiamo visto le associazioni moltiplicare gli
appelli alla vigilanza [7] contro una pretesa avanzata
dell’”antisemitismo”. Queste parole spauracchio non sono usate come
armi per soffocare la voce, distruggere la carriera e la reputazione
di coloro che denunciano in maniera forte la politica di apartheid e
di pulizia etnica condotta dallo Stato d’Israele? Questo modo di
ostracizzare, non è l’illustrazione della regressione, preoccupante,
della libertà d’espressione? Si tratta di una situazione che tocca,
particolarmente, la Francia?
Jean Bricmont : non commenterò gli esempi che lei cita, ma l’idea
generale è corretta: se si vuole eliminare qualcuno dal dibattito,
lo si taccia sia di “stalinismo”, sia di “antisemita–nazi–negazionismo”;
“rosso – nero” ha il vantaggio di combinare le due accuse. Si può
anche veder accusare uno di aver incontrato qualcuno che è
negazionista/staliniano o di aver delle simpatie per il soggetto X,
eccetera. O, ancora, di “mancare di vigilanza” di fronte al
“fascismo”; evidentemente, questa vigilanza si esprime con molto
meno forza allorché un uomo politico israeliano – come Avigdor
Lieberman [8] – mantiene propositi apertamente razzisti e raccomanda
l’epurazione etnica, od allorché un uomo politico americano – come
John Hagee [9] – propone di distruggere la moschea di Al–Aqsa. Le
cose che si pensa suscitino maggiormente la nostra disapprovazione
sono le “piccole frasi” di Le Pen, che, contrariamente alle persone
succitate, è allontanato da ogni potere e, in particolare, da
qualsiasi arma di distruzione di massa.
Silvia Cattori: in questo contesto, cosa pensa lei dell’uso che si
fa della legge Gayssot? [10]
Jean Bricmont: il significato della legge Gayssot non viene,
principalmente, dal suo contenuto – proibire di mettere in
discussione alcuni aspetti del processo di Norimberga – ma dalla sua
semplice esistenza. In effetti, questa legge va contro ogni
principio del nostro diritto. E’ una vera e propria “lettre de
cachet “ (n.d.t.: lettera con sigillo reale, recante un ordine di
imprigionamento od esilio), una regressione giuridica di molti
secoli. Attraverso la sua stessa esistenza, questa legge subordina
la libertà di espressione e di pensiero alle istituzioni giuridiche
che la applicano ed ai gruppi che esigono la sua applicazione. Una
volta ammesso un tale principio, è grande il rischio di veder
estendere la sua applicazione al di là del suo oggetto originario,
il processo di Norimberga. Delle aggiunte, delle interpretazioni
abusive, rischiano di minacciare altre opinioni, come si vede con il
dibattito a proposito del colonialismo o del genocidio degli Armeni.
Infine, esercita una sottile intimidazione, mostrando la forza dei
gruppi di espressione sionisti, che non esitano ad identificare la
critica ad Israele con l’”antisemitismo” e, per questa via, con la
negazione della “soluzione finale”. E’ un segnale indiretto, che
mostra come la difesa dei diritti dei Palestinesi rischi di
scontrarsi con dei gruppi di pressione capaci di distruggere la
reputazione e persino la carriera dei loro avversari, per non
parlare delle persecuzioni giudiziarie più o meno arbitrarie, anche
se costoro accettano, come sono, in generale, pronti a fare,
l’integralità del processo di Norimberga.
Ma c’è un problema più profondo di questa legge, dal sapore della
predisposizione d’animo, di cui uno degli effetti è proprio
l’accettazione di questa legge da parte della sinistra. E’ l’idea
che si rifiuti di parlare con X o con Y perché costoro sarebbero
“razzisti”, “fascisti”, “nazionalisti”, “giustificanti
l’ingiustificabile”, o che so io. L’argomento che si propone più
spesso è che, se si parla con lui, si “legittima” il nemico. Io
rifiuto radicalmente questo genere di atteggiamento – ho già parlato
ad un gruppo musulmano “radicale”, dibattuto con un “nuovo
filosofo”, discusso in una sinagoga, in un tempio protestante, così
come ad una radio cattolica, mi sono confrontato con rappresentanti
del partito democratico e del partito repubblicano americani,
eccetera.
E’, evidentemente, quando si discute con gli avversari, non con gli
amici, che si è obbligati ad affinare gli argomenti e, qualche
volta, a ritornare sulle proprie posizioni. Supponiamo che io
discuta con Le Pen (cosa che non farei mai, perché non sono
competente in materia di immigrazione, che è il suo principale
cavallo di battaglia); io sono sicuro che mi si rimprovererebbe di
legittimarlo; ma agli occhi di chi? Rappresenta circa il 20% dei
francesi, ed io sono solo un semplice individuo.
A sinistra si fa come se l’essenziale non fosse l’opinione pubblica
realmente esistente, che bisogna cercare di influenzare – attraverso
l’argomentazione ed il dibattito – ma una divinità, agli occhi della
quale noi siamo i buoni, e che sarebbe offesa se cominciassimo a
parlare con i “cattivi”. Il risultato di questa mentalità è un clima
di intolleranza nella sinistra, soprattutto dell’estrema sinistra,
che fa sì che si dibatta molto poco, anche con persone che non sono
poi così lontane da noi, e che gli argomenti non cessino di
indebolirsi e le idee di divenire dogmi. E, più gli argomenti si
indeboliscono, più si ha paura del dibattito. E intanto, il nostro
avversario si rafforza.
Silvia Cattori: non si è rapportati all’utilizzo dei metodi mafiosi
nel quadro di questa “lotta contro l’antisemitismo” che serve,
largamente, di copertura ad altri obiettivi? La posta in gioco non è
forse il controllo dell’informazione? Le persone o i gruppi che
gettano l’accusa sugli altri invocando la lotta contro il fascismo,
non adottano, in realtà, delle metodiche fasciste?
Jean Bricmont: la “lotta contro l’antisemitismo” si persegue, ai
giorni nostri, un po’ come la “lotta all’anticomunismo” che si
perseguiva nei paesi dell’Est, con, temo, gli stessi risultati.
Voglio dire che, al posto di dibattere e di argomentare, si
intimidisce, si cita avanti i Tribunali, si fanno tacere le persone,
eccetera. Si gioca sulla cattiva coscienza. Tutto questo funziona
perfettamente, per un po’ di tempo. Ma tutti coloro che hanno
studiato almeno un po’ la storia delle monarchie assolute, delle
religioni di stato o dei partiti unici avranno dei dubbi sulla
permanenza dei risultati di questa strategia. Bisogna ascoltare non
solo ciò che viene detto pubblicamente, ma anche ciò che si dice in
privato, nelle strade e nei bar, e che nessuno può controllare.
Utilizzare la “lotta contro l’antisemitismo” per proteggere Israele
è doppiamente criminale: da una parte, per i Palestinesi, ma anche
per le persone di origine giudaica che rischiano, a lungo andare, di
essere vittime di una tale strategia.
Silvia Cattori: se queste leggi sono ingiuste, allorché permettono
ad una maggioranza di gettare il sospetto o la calunnia su una
minoranza, perché nessun partito non si è mai opposto? Come può
essere che nessun gruppo si sia mobilitato per rifiutare tali
anatemi, e cambiare o eliminare queste leggi? Per aver largamente
contribuito ad introdurle, la sinistra non ha una particolare
responsabilità?
Jean Bricmont : bella domanda. Io penso che alcuni uomini politici
si siano opposti alla legge Gayssot, Toubon per esempio, se non mi
sbaglio. Ma non ne conosco a sinistra. Il problema viene dalla
metodologia dell’antifascismo. Sessant’anni dopo la fine della
guerra, molte persone – soprattutto nell’estrema sinistra – adorano
giocare agli eroi prendendo grandi posture “antifasciste”. Il che
porta un buon numero di persone ad approvare metodi diciamo
fascistoidi (la censura) per combattere persone deboli ed emarginate
(come Faurisson) mentre i nostri antenati, che erano realmente
antifascisti, dovevano affrontare avversari ugualmente potenti e
feroci, e, in particolare, si scontravano, nei paesi fascisti od
occupati, contro una censura permanente.
Ciò detto, io penso che vi sia un partito che si è sempre opposto a
queste leggi e che ne ha chiesto l’abrogazione: il Fronte Nazionale.
Mi si dirà che è perché sono, segretamente, negazionisti. Ma la
reazione è diversa, poco importa quali siano le loro intenzioni. Ciò
che è tragico e che, per parafrasare Chomsky, torna a rendere un
triste omaggio alle vittime della “soluzione finale”, è aver creato
una situazione ove il monopolio della difesa della libertà di
espressione è lasciata ai “fascisti”.
Silvia Cattori: nel caso della guerra contro la Serbia, non vi è
stata una campagna che associava i Serbi agli orrori del nazismo per
poter giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, i
bombardamenti della NATO e che permetteva, poi, di ostracizzare
tutti coloro che contestavano questa guerra?
Jean Bricmont: evidentemente, è sempre la stessa cosa. I Serbi erano
deboli, isolati, si poteva dire qualsiasi cosa nei loro confronti,
sempre prendendo posizioni eroiche di lotta contro questo “fascismo
che ritorna” [11]. Per contro, se lei compara la politica
israelo-americana a quella di Hitler – a torto, secondo me – è
immediatamente accusato di banalizzare il nazismo.
Silvia Cattori: ritorniamo su questa questione degli amalgami. Si è
associato Milosevich ad Hitler, per fare la guerra ai Serbi, poi
Saddam Hussein ad Hitler. E, oggi, apparentemente è il turno
dell’Iran. Deformare ciò che dicono le persone, associarle al
nazismo, non prepara ogni volta l’opinione pubblica ad aderire ad
una nuova guerra? Non si sentono, ogni giorno, giornalisti
martellare che il presidente iraniano ha chiamato a “cancellare
Israele dalla carta geografica” a dispetto del fatto che – testo
farsi alla mano – è stato dimostrato che le sue parole dicevano
“Khomeiny ha detto che questo regime che occupa Gerusalemme deve
sparire dalle pagine del tempo” [12], il che era tutt’altra cosa.
Risultato, l’idea si è installata come una “verità”: “Ahmadinejad,
negazionista e novello Hitler, si appresta ad annientare Israele con
le armi nucleari”. Queste deformazioni sono intenzionali, secondo
lei? Non divengono altrettanto efficaci che se brandissero l’accusa
di “negazionismo”? Un ristabilimento della libertà di espressione su
argomenti divenuti tabù sarebbe suscettibile di fornire un antidoto
a simili derive?
Jean Bricmont : la censura basata sulla legge Gayssot in Francia ha
giocato un ruolo chiave in questa faccenda. Prima di tutto, non vedo
perché i negazionisti dovrebbero andare a riunirsi in Iran, se
potessero farlo liberamente – e nella generale indifferenza – a
Parigi. E poi, veda un istante le cose dal punto di vista iraniano;
io di questo ho discusso con degli iraniani. In Occidente, si ripete
loro, dal mattino alla sera, che “noi” siamo superiori a loro,
perché rispettiamo i diritti dell’uomo, e loro no [13]. Come evitare
che essi si impadroniscano della legge Gayssot, e di altre leggi
simili, che violano manifestamente l’articolo 19 della Dichiarazione
Universale – quello che garantisce la libertà di espressione – per
fornire una risposta tattica? Basta pensare cinque minuti alla
psicologia umana per capire questo. Tutto ciò potrebbe rimanere al
livello di una disputa ideologica, o anche verbale, se la macchina
della propaganda occidentale, alternata sovente da “movimenti per la
pace” o “della difesa dei diritti dell’uomo” non se ne impossessasse
per impedire ogni movimento di opposizione ad una possibile guerra
contro l’Iran, come è successo per la guerra contro l’Irak. Se, un
domani, l’Iran fosse attaccato “a sorpresa”, sono certo che una
buona parte della sinistra occidentale resterà muta, ed accuserà
ogni persona che protesta di “complicità” con la “negazione
dell’olocausto” o con la “volontà di cancellare Israele della carta
geografica”.
Per quanto mi riguarda, nel mondo di oggi, con la sua moltitudine di
problemi – riscaldamento climatico, crisi dell’agricoltura,
militarizzazione dello spazio, esaurimento delle risorse – che non
hanno nulla a che vedere con il fascismo, ciò che le persone pensano
della “seconda guerra mondiale” (come della prima, di Stalin o di
Napoleone) è l’ultimo dei miei pensieri. Bisogna distinguere le
domande che possono avere un qualche interesse storico dalle domande
che hanno un interesse politico e che, per definizione, riguardano
il presente.
Certamente, lo studio della storia può chiarire il presente, ma
bisogna evitare di voler semplicemente rivivere il passato,
“combattendo contro il fascismo”, o “lottando contro il
totalitarismo” [14], o ancora conducendo, in eterno, guerre
coloniali. Se degli individui avessero nel loro programma politico
di restaurare, nel mondo attuale, il fascismo, o lo stalinismo, o il
colonialismo, così come sono esistiti in passato, allora ciò avrebbe
effettivamente avuto un significato politico, ma sarebbero dei
folli, e non effettivamente pericolosi.
C’è una perniciosa tendenza nella psicologia umana che ci spinge a
voler “risolvere” i problemi del passato e, ciò facendo, a crearne
degli altri. Si può pensare al modo in cui i Tedeschi hanno imposto
condizioni molto dure alla Francia dopo la sconfitta del 1870, che
era, per loro, un modo per “risolvere” la minaccia che aveva
rappresentato Napoleone; ma queste condizioni sono state una delle
fonti della prima guerra mondiale; ciò ha condotto al Trattato di
Versailles, che è stato un modo, per i Francesi, di “risolvere” il
problema del nazionalismo tedesco. Invece di risolvere, il Trattato
ha invece incoraggiato il nazismo. Dopo il 1945, si è “risolto” il
problema delle persecuzioni antiebraiche, sparite, essenzialmente,
all’epoca, creando lo Stato di Israele, il che non ha fatto che
generare nuovi problemi che restano irrisolti ai giorni nostri.
A proposito dell’Iran, ciò che bisogna sottolineare prima di tutto è
che l’Occidente, con la sua politica dalla vista corta e la sua sete
di petrolio, ha fatto rovesciare Mossadegh nel 1953 ed ha sostenuto,
in quel Paese, una dittatura impopolare quale quella dello Shah, il
cui rovesciamento nel 1979 ha portato al potere i Mullah che le
anime candide amano tanto denunciare al giorno d’oggi. Mi sembra che
questo, unito al disastro che gli Stati Uniti hanno creato in Irak,
dovrebbe essere sufficiente a incitarci ad un po’ più di modestia
riguardo ai nostri interventi “umanitari”.
D’altro canto, mi auguro effettivamente che la scienza finisca per
“vincere le tenebre” – religiose – per riprendere la bella divisa
dell’Università Libera di Bruxelles, coma ha fatto da noi, dopo
molti anni di lotta. Io penso che alla fine ce la farà, anche nel
mondo musulmano. Ma la sola cosa che possiamo fare per avanzare in
questa direzione è offrire una cooperazione sincera allo sviluppo
economico e culturale nel terzo mondo, disarmare e cessare le nostre
ingerenze e le nostre minacce. Ovverosia, fare più o meno l’opposto
di ciò che le persone che danno prova di “vigilanza contro il
fascismo” contro l’Iran propongono di fare. Il loro atteggiamento
non è, per me, che un modo di darsi grandi arie di superiorità a
buon mercato.
Silvia Cattori: la sua maniera di soffermarsi su queste questioni,
che toccano i diritti fondamentali, il rispetto e la dignità delle
persone, è abbastanza rara. Lei pensa che oggi la maggioranza delle
persone sia in grado di percorrere la stessa direzione della sua
riflessione? E’ possibile immaginare che coloro che, da tempo, fanno
mestiere dell’ostracismo, della demonizzazione e della
disumanizzazione dei loro avversari cambieranno la loro ottica?
Jean Bricmont : io non penso affatto che la mia posizione sia
“rara”. E’ rara nella “bolla” , come direbbe Jean–François Kahn, del
mondo politico–mediatico, ed intellettuale. Ma l’uomo della strada
è, in generale, ostile alla politica israeliana, vede molto bene le
manovre dei gruppi di pressione che impediscono di discutere
apertamente, ed è perfettamente d’accordo con la libertà di
espressione, una volta che la distinzione fra calunnie o
diffamazioni e manifestazione del pensiero sia chiarita. D’altro
canto, quando io discuto di libertà di espressione con i giovani,
non ho alcun problema. Ne ho con le persone della mia generazione,
quelle del ’68, ma anche quelle del “dispiacere e della pietà”, una
generazione che ha dapprima utilizzato gli orrori della guerra per
rivoltarsi a buon mercato contro la generazione precedente e che, in
seguito, ha utilizzato la mitologa dell’antifascismo per
discreditare ogni politica indipendente della Francia, e
giustificare il suo progressivo allineamento alla politica americana
ed israeliana, politiche che rischiano davvero di tuffare nuovamente
il mondo in disastri senza fine e in orrori che abbiamo giurato di
non far accadere mai più.
Note
[1] Il pendio scivoloso delle leggi anti terrorismo, Jean Bricmont e
Lieven De Cauter. Le Soir (Bruxelles), 27 Marzo 2007. Disponibile
su: http://www.michelcollon.info/. [indietro]
[2] Jean Bricmont ha codiretto con Julie Franck il Cahier de L’Herne
dedicato a Noam Chomsky (Parigi, 2007), dove si può ronvenire una
discussione dettagliata delle posizioni di Chomsky su
quest’argomento e della sua implicazione nell’« l’affaire Faurisson
». [indietro]
[3] Cosa si propone di fare con le seguenti proposte (per prendere
un esempio su un milione) : “mi ricordo di aver letto che un
ecclesiastico faceva suonare a mezzanotte una campana per ricordare
(agli Indiani d’America) il compimento dei loro doveri coniugali,
infatti, lasciando a loro l’iniziativa, neanche quello sarebbe
venuto loro in mente”. Oppure: “Il negro rappresenta l’uomo naturale
in tutta la sua barbarie e la sua assenza di disciplina. Per
comprenderlo, dobbiamo abbandonare ogni modo di vedere europeo. Non
dobbiamo pensare né ad un Dio personale, né ad una legge morale;
dobbiamo fare astrazione di ogni spirito di rispetto e moralità, di
ogni cosa che si chiami sentimento, se vogliamo sondare la sua
natura…non possiamo trovare nulla, nel suo carattere, che si accordi
con l’umano”? Esse sono dovute al filosofo Hegel, e si possono
trovare in ogni buona biblioteca (probabilmente anche in URSS, con
il tempo): Georg W.F. Hegel: La ragione nella Storia. Introduzione
alla filosofia della storia, nuova traduzione, introduzione e note
di Kostas Papaioannou, Paris, ed.10/18, 1965, p. 234 e 251.
[indietro]
[4] « La storia nascosta delle “caricature di Maometto” », di
Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 febbraio 2007. [indietro]
[indietro]
[5] http://www.acrimed.org/article2596.html [indietro]
[6] « Vendere lo “scontro di civiltà” a sinistra », di Cédric Housez,
Réseau Voltaire, 30 agosto 2005 [indietro]
[7] Jacques Julliard, Questo fascismo che ritorna, Paris, Seuil,
1991 [indietro]
[8] «Vertice storico per suggellare l’alleanza dei guerrieri di Dio»
e « Può esserci un Ministro non ebreo in Israele?», Réseau Voltaire,
17 ottobre 2003 e 12 gennaio 2007. [indietro]
[9] « Il CUFI : 50 milioni di evangelici a sostegno di Israele », di
Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 14 agosto 2006. [indietro]
[10] Ricordiamo qui la posizione di Réseau Voltaire a questo
proposito. L’associazione si è pronunciata per un’abrogazione della
legge Gayssot ed un ritorno al diritto comune: alcuni testi
negazionisti si discostano dalla libera critica storica, altri
mirano ad insultare le vittime o le loro famiglie e si discostando
dal generale diritto di cronaca. [indietro]
[11] Jacques Julliard, Questo fascismo che ritorna, Paris, Seuil,
1991 [indietro]
[12] Vedere per esempio: The Mossadegh Project :
http://www.mohammadmossadegh.com/, così come il blog di Juan
Cole « Informed Comment » :
http://www.juancole.com/2006/05/). Per un’analisi politica, si
veda : Diana Johnstone, Chirac paralizzato sull’ l’Iran, su
http://www.michelcollon.info/ ed anche « Come Reuters ha
partecipato ad una campagna di propaganda contro l’Iran », Réseau
Voltaire, 14 novembre 2005 [indietro]
[13] Ho criticato nel dettaglio tale strumentalizzazione dei diritti
umani in Imperialismo umanitario, Aden, Bruxelles, 2005. Vedi «
Difesa del Diritto Internazionale », di Jean Bricmont, Réseau
Voltaire, 11 gennaio 2006. [indietro]
[14] Choc da civilizzazione : la vecchia storia del “ nuovo
totalitarismo “, di Cédric Housez, Réseau Voltaire, 19 settembre
2006. [indietro]
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Fonte: voltairenet
http://www.pasti.org/bricmont.html
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |