|
REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.
La religione dell’olocausto? Nasce con la Bibbia
Gilad Atzmon
Pubblichiamo ampi stralci del fondamentale saggio di Gilad Atzmon, «Purim
special - from Esther to AIPAC», apparso su Counterpunch il 3-4
marzo 2007.
Atzmon, israeliano di nascita dove ha combattuto militarmente per
Israele, ha scelto oggi di vivere a Londra, da europeo e non da
ebreo. E’ un noto sassofonista jazz. Il suo ultimo CD, «Exile», che
riecheggia i motivi polemici di questo suo scritto, è stato definito
dalla BBC il miglior disco jazz dell’anno.
L’ebraicità è un concetto assai vasto.
Si riferisce a una cultura con molte facce, tanti gruppi distinti,
diverse credenze, campi politici opposti, etnie differenti.
Ma questa gente così diversa si identifica come «ebreo», e ciò
sorprende. […]
Cercherò di identificare il legame collettivo, intellettuale,
spirituale e mitico, che rende l’ebraicità una identità così
potente.
[…] La ebraicità si autodetermina come razziale, ma il popolo
ebraico non forma un gruppo etnico omogeneo.
Alcuni la intendono come la continuazione del giudaismo, inteso come
religione. […]
Ma molti sono atei, e anche oppositori del giudaismo e di ogni fede,
e tuttavia mantengono l’identità ebraica, anzi ne sono estremamente
orgogliosi.
Che cosa costituisce l’ebraicità?
E’ una forma di religione, un’ideologia o uno «stato della mente»?
E se la giudaità è una religione, bisogna chiedersi: in che cosa
credono i suoi seguaci?
In che cosa si differenzia dal cristianesimo, dall’Islam e dal
giudaismo?
Se l’ebraismo è un’ideologia, allora c’è da chiedersi: per che cosa
si batte quest’ideologia?
E’ monolitica? Promuove un nuovo ordine mondiale? Reca un messaggio
universale per l’umanità intera, o è una manifestazione di precetti
tribali?
Se poi l’ebraicità è uno stato mentale, bisogna chiedersi se è una
mentalità razionale o irrazionale.
E se sta nel rango delle cose inesprimibili, o si può esprimere.
Io suggerisco di considerare la remota possibilità che l’ebraismo
sia uno strano ibrido, di religione, di ideologia e di mentalità
insieme.
La religione olocaustica
Yeshayahu Leibowitz, il filosofo che era anche un ebreo osservante,
disse una volta ad Uri Avneri (figura storica del pacifismo
israeliano, ndr): «La religione ebraica è morta due secoli fa. Oggi
nulla unisce gli ebrei nel mondo, a parte l’olocausto».
Il filosofo Leibowitz , nato in Germania, è stato il primo a vedere
che l’olocausto è diventato la religione degli ebrei.
L’olocausto è ben più che una narrazione storica, contiene anzi
molti elementi di una religione.
Ha i suoi grandi sacerdoti (Elie Wiesel, Simon Wiesenthal, ecc.), i
suoi profeti (Shimon Peres, Benjamin Netanyahu e tutti quelli che
«profetizzano» l’ imminente giudeocidio da parte dell’Iran). Ha i
suoi comandamenti e dogmi («Mai più», «Sei milioni» e così via).
Ha i suoi rituali (Giorno della Memoria, pellegrinaggi ad Auschwitz).
Ha i suoi santuari e templi, Yad Vashem, il museo dell’olocausto e
oggi l’ONU.
Come non bastasse, la religione dell’olocausto è mantenuta viva da
una potente rete economica e da infrastrutture finanziare globali
(«l’industria dell’ olocausto» di cui parla Norman Finkelstein).
Fatto altamente significativo, è tanto coerente da imporre
l’identità del nuovo «anticristo» (i «negazionisti»), e tanto
potente da perseguirli per legge (norme contro il negazionismo).
I dotti obietteranno che l’olocausto non è una religione perché non
contempla l’esistenza di un Dio da adorare e da amare.
Io mi permetto di obiettare: l’olocausto è precisamente la religione
che incorpora la visione del mondo laico e progressista d’oggi.
Ha trasformato l’amore di sé in una convinzione dogmatica, in cui il
fedele osservante adora sé stesso.
In questa religione, gli ebrei adorano «l’Ebreo».
E’ l’adorazione esclusiva dell’ego mio, in quanto soggetto di
sofferenza infinita che avanza verso la propria auto-redenzione. […]
Marc Ellis, il teologo ebraico, coglie nel segno; «La teologia
dell’olocausto», dice, «comporta tre temi che sussistono in tensione
dialettica: sofferenza e liberazione, innocenza e riscatto, unicità
e normalizzazione».
Tale religione pone l’Ebreo nel ruolo centrale dentro il suo proprio
universo ego-centrico.
Il «sofferente» e l’«innocente» marcia verso il «riscatto» e la sua
«liberazione».
E’ ovvio che Dio resti fuori dal gioco: è stato licenziato perché ha
fallito la sua missione storica, non era lì a salvare gli ebrei.
Nella nuova religione, l’Ebreo diventa il nuovo dio degli ebrei,
tutto si gioca sull’ebreo che riscatta sé stesso. […]
Nello stesso tempo, l’olocausto funziona come interfaccia
ideologica.
Fornisce al seguace un logos, un discorso.
A livello cosciente fornisce una visione del passato e del presente
che sembra storica e fattuale, ma non si ferma qui: definisce anche
la lotta futura.
Dà la visione del futuro ebraico.
Contemporaneamente, nell’inconscio, riempie il soggetto ebraico
dell’angoscia più definitiva: la paura della distruzione dell’Io.
Un’ottima ricetta per una religione vincente. […]
E’ interessante notare che la religione dell’olocausto si estende
molto al di là della comunità ebraica.
Essa è missionaria; eleva santuari in terre lontane.
Anzi vediamo che questa religione emergente sta già diventando il
nuovo ordine mondiale: è l’olocausto che oggi viene usato come alibi
per incenerire l’Iran con bombe atomiche.
Chiaramente l’olocausto serve al discorso politico israeliano , ma
fa appello anche ai goym, specie a quelli che sono impegnati a
massacrare spietatamente «nel nome della libertà».
Siamo tutti soggetti a questa religione: solo che alcuni sono i suoi
credenti, gli altri semplicemente soggetti al suo potere.
I negatori dell’olocausto sono soggetti alla persecuzione da parte
dei gran sacerdoti della religione. La religione dell’olocausto
costituisce oggi «il Reale» per l’Occidente.
Non siamo autorizzati a toccarlo, a guardarci dentro.
Proprio come gli israeliti, che sono obbligati ad adorare il loro
YHWH, ma non autorizzati a porgli domande. […]
Io sostengo che la religione dell’olocausto esisteva già molto tempo
prima delle «soluzione finale» (1942), ben prima della Kristalnacht
(1938), prima delle leggi razziali di Norimberga (1936) e ben prima
che l’American Jewish Congress dichiarasse una guerra economica
contro la Germania nazista (1933); anzi, prima che Hitler fosse nato
(1889).
La religione dell’olocausto è antica quanto gli ebrei.
In un articolo recente ho parlato del «Disordine da Stress
Pre-traumatico» come tipica sindrome ebraica.
In questo stato clinico, lo stress è il risultato di un evento
fantasmatico-immaginario che può avvenire nel futuro, che non è mai
avvenuto.
Al contrario del «Disordine da Stress Post-traumatico», che è una
reazione ad un evento traumatico che ha avuto luogo nel passato [è
il PSTD, che colpisce i soldati traumatizzati dalla guerra] nello
«Stress Pre-Traumatico» lo stress deriva da un evento potenziale
«immaginario».
Qui, la fantasia di un terrore futuro dà forma alla realtà presente.
La dialettica della paura domina l’esistenza e la mente ebraica
molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Questa paura è sfruttata politicamente dai capi ebraici fin dai
giorni dell’emancipazione; ma è molto più antica della storia
ebraica moderna.
Di fatto, è l’eredità del Tanach (la Bibbia ebraica) che ha posto
gli ebrei nello stato pre-traumatico. E’ la Bibbia ebraica che ha
posto la vita ebraica nel binario dell’innocenza-sofferenza e della
persecuzione-riscatto.
Più specificamente, la paura del giudeocidio è intessuta nello
spirito, nella cultura e nella letteratura ebraiche.
In questo senso, io affermo che è la religione dell’olocausto che ha
trasformato gli antichi israeliti in ebrei.
Sono sempre più numerosi gli studiosi biblici che mettono in
discussione la storicità della Bibbia.
Niels Lechme, nel suo saggio «I Cananei e la loro terra», dice che
la Bibbia è stata per la maggior parte «scritta dopo l’esilio
babilonese (circa 300 avanti Cristo) e che questi testi rielaborano,
e in gran parte inventano, la precedente storia israelita in modo da
riflettere e legittimare le esperienze di coloro che sono tornati
dall’esilio babilonese».
In altri termini, essendo scritta da profughi tornati a casa, la
Bibbia incorpora una dura ideologia dell’esilio in una narrativa
storica.
Analogamente all’ideologia sionista primitiva che considerava
l’assimilazione come una minaccia mortale (1), «le comunità raccolte
sotto il comando dei sacerdoti di YHVH (al tempo dell’esilio
babilonese) vedevano l’assimilazione come un’apostasia; non solo
come una morte sociale per se stessi in quanto giudei, ma come un
tentato deicidio. Essi decisero di persistere in un impegno assoluto
ed esclusivo a YHVH, sicuri che Egli li avrebbe fatti tornare alla
terra da cui erano stati cacciati. La prescritta purezza di sangue
fu il mezzo di salvaguardare i confini della nazione, il divieto dei
matrimoni misti il mezzo per mantenerla. I sacerdoti crearono anche
una serie di precetti esclusivizzanti che separavano il popolo dai
suoi vicini: oltre ad un surrogato del culto del Tempio, anche un
calendario religioso distinto, che li rendeva capaci di vivere
ritualmente in un ritmo temporale diverso dai gruppi umani con cui
condividevano lo spazio. Questo serviva a mantenere la differenza,
senza impedire loro di commerciare, e dunque di arricchire, tra i
babilonesi».
Ecco perché l’ebraicità fiorisce in esilio, ma perde la sua forza
quando diventa un fatto domestico. Essendo incentrata su
un’ideologia di sopravvivenza collettiva da emigrati, l’ebraicità è
al suo meglio nell’esilio; ma allo stesso tempo, ciò che mantiene
l’identità collettiva ebraica è la paura. Come nell’odierna
religione dell’olocausto, l’ebraicità impianta la paura del
giudeocidio al centro della psiche ebraica, e offre i mezzi
spirituali, ideologici e pratici per convivere con questa paura.
Il Libro di Ester
Il Libro di Ester è la storia biblica alla base della festa di Purim,
probabilmente la celebrazione ebraica più gioiosa.
Il libro narra la storia di un tentato giudeocidio e di come gli
ebrei riuscirono a cambiare il loro fato. Gli ebrei riescono, nel
libro, non solo a
salvarsi, ma anche a vendicarsi.
La storia ha luogo nel terzo anno di regno di Assuero, che è
identificato di solito con il re persiano Serse.
E’ una storia di palazzo, di complotti e di una bella regina ebrea,
Ester, che sventa il giudeocidio all’ultimo istante.
Nel racconto, re Assuero ripudia la sua sposa Vashti, perché essa ha
rifiutato di «visitarlo» durante una festa.
Tra le candidate ad essere la nuova moglie di Assuero c’è Ester.
Nel frattempo, il primo ministro di Assuero, Haman, complotta per
ottenere dal re un editto che ordini di ammazzare tutti gli ebrei,
senza sospettare che Ester è ebrea.
Ester, con suo cugino Mordechai, salva il popolo.
A rischio della vita, la donna avverte Assuero del complotto omicida
di Haman.
Haman e i suoi figli vengono impiccati sulla forca alta cinquanta
cubiti che Haman aveva preparato per il cugino Mordechai.
Mordechai prende il posto di Haman, diventa lui primo ministro.
Poiché Assuero non può annullare il suo proprio decreto che sanziona
lo sterminio degli ebrei, il re emana un altro editto che consente
agli ebrei di prendere le armi per uccidere i loro nemici, ciò che
essi fanno.
La morale della storia è chiara: per sopravvivere, gli ebrei devono
infiltrarsi nei corridoi del potere. Quando si ha nella testa Ester
e Purim, il concetto di «lobby ebraica» e l’AIPAC (American-Israeli
Political Committee) appaiono come radicati in una profonda
ideologia biblica e culturale.
Ma questo racconto, ancorchè presentato come fatto storico, è
contestato dagli studiosi biblici. La mancanza di riscontri nella
storia persiana, quale è conosciuta dalle fonti classiche, ha
indotto gli studiosi a concludere che essa è per lo più, o anche
totalmente, inventata.
Ossia: la morale è chiara, ma il tentato genocidio è finto.
Il Libro di Ester mette i suoi seguaci nello stato di «Stress
Pre-Traumatico»: trasforma una fantasia di distruzione in una
ideologia di sopravvivenza.
E’ l’allegoria degli ebrei perfettamente «assimilati» che scoprono
di essere vittime di «antisemitismo», ma sono in posizione buona per
salvare se stessi e i loro connazionali giudei.
Si noti: il Libro di Ester nella versione ebraica è uno dei soli due
libri biblici dove non si fa menzione di Dio (l’altro è il Cantico
dei Cantici).
Nel Libro di Ester sono gli ebrei che credono in se stessi, nel loro
potere, nella loro unicità, nella loro astuzia, nella loro abilità
nel complotto, nella loro capacità di soverchiare interi regni e
salvare se stessi.
In un articolo intitolato: «La lezione di Purim: fare lobby contro
il genocidio, allora ed oggi», Rafael Medoff scrive: «La festa di
Purim celebra gli sforzi di ebrei influenti nel Campidoglio
dell’antica Persia per sventare il genocidio del popolo ebraico… Ciò
che non è a tutti noto è che un uguale lavoro di lobby ebbe luogo
nei tempi moderni, a Washington, nel culmine dell’olocausto».
Medoff lumeggia le analogie tra l’azione di lobby di Ester in Persia
e i suoi moderni correligionari nel governo di Franklin Delano
Roosevelt al culmine della seconda guerra mondiale.
«La Ester degli anni ’40 a Washington fu Henry Morgenthau jr., un
ricco ebreo di origine tedesca, assimilato al punto da voler essere
considerato ’un americano al cento per cento’. Grazie al fatto che
non mise in rilievo la sua ebraicità, divenne amico, consigliere e
poi ministro del Tesoro di Roosevelt».
Medoff identifica anche un Mordechai moderno: «Un giovane sionista
di Gerusalemme, Peter Bergson (vero nome Hillel Kook) che organizzò
una serie di campagne di protesta per trascinare gli Stati Uniti a
salvare gli ebrei da Hitler. Le inserzioni suo giornali e le
manifestazioni di piazza del gruppo di Bergson resero l’opinione
pubblica consapevole dell’olocausto, specie quando riuscì a portare
400 rabbini a marciare davanti alla Casa Bianca la vigilia di Yom
Kippur 1943».
L’assimilato Morgenthau, come Ester l’assimilata, e l’osservante
uniscono le forze con chiari ed esclusivi interessi giudeo-centrici
in mente.
«Le pressioni di Mordechai convinsero Ester a parlare al re», scrive
Medoff: «Le pressioni di Bergson convinsero Morgenthau ad andare dal
presidente con un rovente rapporto di 18 pagine intitolato ’Rapporto
al Ministro sull’inazione di questo governo riguardo allo sterminio
degli ebrei’».
E «come il lobbying di Ester ebbe successo, anche l’azione di lobby
di Morgenthau ebbe fortuna. Una risoluzione del Congresso, scritta
da Bergson, che chiedeva un’azione di soccorso da parte degli USA,
fu approvata dalla Commissione Esteri del Senato. Il che rese
possibile a Morgenthau di dire a Roosevelt: ’Deve attivarsi molto
rapidamente, altrimenti lo farà il Congresso’».
Mancavano dieci mesi alle elezioni: l’ultima cosa che Roosevelt
voleva era un pubblico scandalo sulla questione dei rifugiati.
In pochi giorni il presidente fece quel che il Congresso chiedeva,
creando con decreto il War Refugee Board, agenzia di «Stato
americana per salvare gli ebrei da Hitler». […]
Su ciò che gli ebrei devono fare per salvare il loro popolo, gli
ebrei hanno idee diverse.
I neocon credono che sia bene trascinare l’America e l’Occidente in
una guerra senza fine contro l’Islam.
Emmanuel Levinas invece crede che gli ebrei devono porsi
all’avanguardia della lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia…
[In ogni caso] è un atteggiamento pericoloso.
Lo è specialmente quando l’American Jewish Congress si impegna in
una vastissima operazione di lobby per la guerra contro l’Iran.
Quando si analizza l’opera e l’influenza della lobby ebraica, AIPAC
e altri gruppi di pressione, sulla politica americana, bisogna
tenere in mente il Libro di Ester.
L’AIPAC non è una lobby fra le altre: è il moderno Mordechai, in
linea con l’ideologia biblica.
Ma i Mordechai almeno si identificano facilmente; sono le Ester,
quelli che lavorano per Israele dietro le quinte, che è più
difficile identificare…
Ahmadinejad è l’attuale figura di Haman-Hitler.
L’AIPAC è Mordechai.
Bush è ovviamente Assuero.
Ma Ester può essere chiunque, dall’ultimo neocon a Cheney e oltre.
L’olocausto è dunque l’essenza del disordine pre-traumatico
collettivo ebraico, ed esso è molto anteriore alla Shoah.
Essere ebreo è infatti guardare «l’altro» come un nemico, non un
fratello.
Essere ebreo significa essere costantemente in allarme.
Essere ebreo significa introiettare il Libro di Ester: dunque,
significa puntare agli snodi più decisivi del potere capaci di
influenzare l’egemone.
Essere ebreo significa collaborare col potere egemonico del momento.
Lo storico marxista americano Lenni Brenner ha illuminato la
collaborazione tra i sionisti e il nazismo.
Nel suo libro «Zionism in the age of dictators», fornisce un sunto
del libro del rabbino Joachim Prinz, pubblicato nel 1937, dopo che
Prinz ebbe lasciato la Germania per l’America.
[Nel libro] sono riportati brani di un memorandum che la centrale
sionista tedesca ZVfD spedì al Partito Nazionalsocialista il 21
giugno 1933: «Noi sionisti non ci facciamo alcuna illusione sulla
difficoltà della condizione ebraica, che consiste essenzialmente in
attività lavorative anormali e nella mancanza di radici nella
propria tradizione… Con la fondazione del nuovo Stato, che è basato
sul principio di razza, noi vogliamo adeguare la nostra comunità
nella struttura totalitaria in modo che anche per noi, nella sfera a
noi assegnata, sia possibile un’attività fruttuosa per la Patria.
[…] Anche noi siamo contro i matrimoni misti. Anche noi vogliamo
mantenere la purezza del gruppo giudaico. Perciò crediamo nella
possibilità di una onesta relazione di lealtà tra un ebraismo
cosciente della sua specificità come gruppo e lo Stato tedesco».
Brenner si indigna di questa lettera di rabbi Prinz: «Questo
documento», scrive, «è il tradimento degli ebrei di Germania scritto
nei tipici clichè sionisti: attività occupazionali anormali,
intellettuali sradicati bisognosi di rigenerazione e così via. Con
esso i sionisti tedeschi offrivano una calcolata collaborazione tra
sionismo e nazismo, giustificata dal fine di uno Stato ebraico: non
daremo battaglia a te, ma a quelli che ti resistono».
Ma Brenner non riesce a vedere l’ovvio: rabbi Prinz e il ZVfD non
erano traditori, ma ebrei della più bell’acqua.
Essi seguivano alla lettera il codice culturale ebraico, il Libro di
Ester.
Essi assunsero il ruolo di Mordechai: cercarono di collaborare con
quello che avevano identificato, sena sbagliare, come il vero potere
emergente.
[…] Prinz resta un autentico genuino ebreo, che incorpora la
filosofia da emigrato dell’ebreo: in Germania sii tedesco, in
America sii americano.
Sii flessibile, adattati e adotta un relativismo etico.
Prinz, devoto seguace di Mordechai, capiva che ciò che è buono per
gli ebrei è, semplicemente, buono.
Dal suo punto di vista, collaborare con Hitler era la cosa giusta da
fare, in attesa di una Ester da trovare.
Per questo è del tutto naturale che rabbi Prinz sia stato nominato
poi presidente del Jewish American Congress.
Il fatto di aver «collaborato con Hitler» non gli è stato di alcun
ostacolo nel divenire un grosso leader della comunità americana, per
l’ovvia ragione che, dal punto di vista ebraico, egli fece la cosa
giusta.
Quando impariamo a guardare all’ebraicità come una coltura di
esiliati, possiamo comprenderla come una continuità collettiva
basata su una fantasia di orrore.
Questo e solo questo è la religione dell’olocausto, ed è antica
quanto gli ebrei.
Prinz prevedeva un giudeocidio, e perciò agi nel modo appropriato
dal punto di vista ebraico.
Il fatto è che il sionismo prometteva di trasformare gli ebrei in
«israeliti», ossia di fare dei giudei un popolo come gli altri
popoli.
Per questo il sionismo denunciava e combatteva la mentalità tipica
degli ebrei della diaspora.
E il sionismo ha fallito, com’era predestinato.
La ragione è evidente: all’interno di una cultura che è incentrata
metafisicamente sull’ideologia dell’esiliato, il suo vittimismo, le
sue paure e fantasie di annientamento, un sereno ritorno a casa è
l’ultima cosa da aspettarsi.
Il sionismo avrebbe dovuto liberarsi dalla religione dell’olocausto.
E questo è precisamente quello che non può fare.
Essendo «esilico» fino al midollo, il sionismo, per mantenere il
feticcio dell’identità ebraica, ha dovuto antagonizzare i
palestinesi nati sul posto. […]
Gilad Atzmon
Nota
1) Qui Gilad Atzmon tocca il paradosso insolubile che gli ebrei
pongono al resto del mondo. Se il popolo tra il quale vivono li
accetta cordialmente, «siate nostri concittadini con pienezza di
diritti e doveri uguali ai nostri», il popolo ebraico denuncia un
losco tentativo di assimilazione, che vive come un giudeocidio, in
quanto porta ai matrimoni misti e alla graduale sparizione
dell’identità giudaica. Ma se quel popolo li tratta com’essi
vogliono, ossia come un’entità «separata» e a parte, essi gridano
alla «discriminazione», all’antisemitismo, e pretendono uguali
diritti; anzi più che uguali, in quanto sono «vittime» di
«oppressione». Chiedono il ghetto, e poi se ne lamentano
ferocemente. Non c’è modo di accontentare gli ebrei: comunque si
agisca, essi vedono nelle azioni dei goym la prova di un odio celato
o aperto contro di loro, la volontà di annientarli. Come ha
documentato in modo insuperabile Solgenitsyn («Due secoli insieme»,
Edizioni Controcorrente) questa pretesa impossibile da soddisfare ha
finito per distruggere il regime zarista. Persino gli ebrei
rivoluzionari che entrarono nel partito social-rivoluzionario
marxista - portatore di un’ideologia per eccellenza «cosmopolita» e
antinazionale - vi
entrarono in quanto Bund, organizzazione socialista riservata ai
soli ebrei. «Accettavano di essere membri del partito russo, ma a
condizione che quest’ ultimo non interferisse per nulla nei loro
affari». E tuttavia, ottenuta questa autonomia, gli ebrei del Bund
pretesero di più: nel 1902 vollero aderire al Partito «in forma
federale, godendo di piena indipendenza persino nelle questioni di
programma», con la motivazione - incredibile, detto da socialisti
rivoluzionari - che «il proletariato ebreo è una parte del popolo
ebreo, il quale occupa un posto a parte tra le nazioni». A questo
punto, anche Lenin vide rosso (pagina 298). Infatti questo
atteggiamento è la radice, ben nota agli psichiatri, delle più
comuni psico-patologie: tipicamente la madre che colpevolizza il
figlio piccolo («Mi fai soffrire», «Non mi ami abbastanza») e nello
stesso tempo manda il messaggio contrastante («Non mi stare
appiccicato», «Sii indipendente»), rende «pazzo» quel figlio.
Così gli ebrei rendono «pazzi» i popoli fra cui vivono: ieri i russi
(pogrom) e i tedeschi, oggi i palestinesi. Ma essi stessi, gli
ebrei, danno segno di fondamentale «pazzia». Come ben documenta
Atzmon, l’ebraismo è in fondo una psicopatologia da emigrato
perpetuo, che proietta sugli altri il proprio problema psichico
insolubile.
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |