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REVISIONISMO

Il revisionismo è essenzialmente un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista, come Cesare Saletta.

 

 


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Lager di Theresienstadt (campo per famiglie)
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Helga Weissova, una testimonianza da Theresienstadt

 


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Premessa:

nella lettura del seguente testo tenere sempre presente ciò che la FAVOLA OLOCAUSTICA afferma:

1) I bambini venivano subito gasati.

2) Le donne inabili al lavoro ,subito gasate.

Qui di seguito, il testo di una "lezione" tenuta dalla "testimone" Helga Weissova, sopravvissuta al ghetto di Theresienstadt.


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"Io sono nata a Praga, la capitale della Repubblica Ceca e tuttora abito lì....

Nel mio Paese, che adesso corrisponde alla Repubblica Ceca, fu costruito un campo di transito, un campo di raccolta, un ghetto, dove portavano tutti gli Ebrei del mio Paese, e dopo anche di altri paesi, come la Germania.

Questo ghetto era solo il primo punto del nostro viaggio, era un cosiddetto campo di transito, cioè la prima fermata del nostro percorso dove sono passate più di 80000 persone; di queste 80000 persone 15000 erano ragazzi. Questi sono numeri che avrete già letto e che forse sapete già, ma spesso i numeri non dicono molto se pensiamo che solo 100 di questi 15000 ragazzi sono sopravvissuti e una di questi sono io.


Quando avevo 6 o 7 anni e facevo la prima elementare, c'è stato il mio primo incontro con quello che si chiamava ANTISEMITISMO cioè un atteggiamento contrario e ostile agli Ebrei e all'Ebraismo: un'altra ragazza disse a quelli che giocavano con me che quella era un Ebrea e che gli Ebrei avevano ucciso Cristo e che quindi non dovevano giocare con me.



Per quanto riguarda la guerra, veniva razionato il vitto; non c'era un'alimentazione libera ma c'erano delle tessere, ogni famiglia aveva diritto a una certa razione di cibo, le nostre famiglie avevano un diritto limitato e a noi davano molto meno da mangiare, quindi, tutto quello che dicevo prima si inquadra in un contesto generale di limitazione della libertà. La situazione non si fermava e peggiorava, ma fino a quel punto le famiglie abitavano insieme.Poi dopo incominciarono le deportazioni, però i nazisti si muovevano in maniera molto furba.

Chiaramente non ci hanno detto che Terezin fosse un campo di transito, di passaggio, ma ci avevano semplicemente detto che era una città di concentramento dove mandavano tutti gli Ebrei.
Quando dovevamo partire dalle nostre case dovevamo anche lasciare i nostri beni, avevamo il diritto di portare 50 kg di bagaglio. Ci hanno mandato in questa città di concentramento, però abbiamo capito subito, all'arrivo, che era una menzogna e anche l'illusione di poter stare ancora insieme ai propri genitori era una menzogna, era quello che i nazisti ci avevano raccontato, ma in realtà non era così. Come prima cosa all'arrivo separarono le famiglie.

Terezin era una fortezza, quindi dal punto di vista nazista era molto comoda per alloggiarci e per controllarci. Questa fortezza era piena di vari edifici molto grandi come le caserme che venivano utilizzate per metterci tutti gli internati. Come prima cosa separarono i padri: c'erano delle caserme particolari dove andavano gli uomini adulti. I bambini stavano con le madri e i ragazzi maschi con più di 14 anni andavano nella caserma degli uomini adulti.

Terezin prima di diventare un ghetto, era una città dove abitavano 7000 persone, era una città normale; una volta mandati via questi civili e arrivati noi Ebrei nello stesso spazio dove prima abitavano in 7000 ci abitavamo in 60000. Dopo il trasloco forzato di questi 7000 civili che chiaramente dovevano lasciare questa cittadina per fare spazio a noi e per toglierci ogni tipo di comunicazione con gli altri, noi venimmo divisi in queste caserme e io non ho più potuto vivere con mio padre, alcune volte potevamo vederci ma mai abbiamo potuto vivere insieme.
Vi potete immaginare che in questa cittadina non si stava molto comodi, non c'era molto spazio: si dormiva per terra, i letti erano a castello a 3 piani, per chi li aveva; anche dal punto di vista igienico la situazione non era migliore: mancavano l'acqua e i bagni.
Si dormiva e si abitava ovunque: nelle cantine, nelle soffitte, nella stalle; ho dormito anche in una stalla dove normalmente stavano i cavalli. Dovete immaginare che i servizi non erano scadenti, erano proprio assenti, questo portava grossi problemi, molta gente si ammalava e c'erano proprio delle vere epidemie. I bambini erano le persone più esposte essendo nella fase della crescita e non ancora adulti e robusti; quando c'erano delle malattie come la tubercolosi, il tifo e l'epatite, le prime persone ad ammalarsi erano proprio loro.

Esisteva un tipo di autogoverno, di autogestione all'interno di questo campo, si trattava di un consiglio ebraico che tentava in qualche modo di rimandare a questa situazione molto grave; per esempio si tentava di organizzare degli edifici per ragazzi, quindi io andai ad abitare alla fine in una caserma dove risiedevano solo ragazze dai 10 ai 16 anni.

A me piace molto ricordare questo gruppo, questo collettivo di ragazze, c'era una solidarietà fortissima; il consiglio ebraico aveva inventato questa particolare struttura per i giovani, in modo di proteggerli di più, aveva quindi messo in piedi questa colonia per ragazze all'interno del ghetto, e lì abbiamo imparato anche la tolleranza, non solo la solidarietà. Infatti stando molto strette in condizioni pietose, c'era una grande necessità di tolleranza varso gli atteggiamenti comportamenti degli altri, in quel collettivo ho trovato delle amicizie che altrimenti avrei fatto fatica a trovare, e sono amicizie che durano tuttora, con quelle che sono sopravvissute.

Eravamo in una stanza in 30 bambine e potete immaginare che se non ti sopporti, se non vivi la tolleranza è molto difficile sopravvivere.
Ameno 1 su 30 era sempre ammalato e quando uno è ammalato ha bisogno di riposo, quindi si doveva imparare il rispetto per gli ammalati, facendo poca confusione stando calme, stando in silenzio. Oppure, quando una di noi riceveva un pacco si divideva fra tutte.
Quando dico che qualcuno riceveva dei pacchi, non immaginatevi dei pacchi come i regali di oggi, ma arrivava per esempio del pane, sembra una cosa da poco invece per noi era fondamentale e visto che era fondamentale potete immaginarvi che senso di amicizia ci vuole quando uno ti dà una fetta del suo pane e quando tu dai agli altri il tuo pane.

La scuola era vietata, dovevamo lavorare, quindi quando avevo 14 anni in questo ghetto io dovevo lavorare nell'agricoltura e produrre verdura per i nazisti. Dovevamo produrre verdure fresche che a noi erano vietate. Negli intervalli del lavoro, oppure dopo, alla sera, noi autorganizzavamo anche dei momenti di apprendimento, momenti di scuola: era vietato e quindi ci voleva sempre qualcuno che facesse il palo, ma tentavamo di non perdere la nostra cultura. Quello che era invece permesso era l'artigianato e il disegno, quindi tanti di noi facevano i disegni.

C'era una signora, un'insegnante d'arte che organizzava le ore di disegno con i bambini, insegnava a disegnare. Chiaramente i disegni che i bambini facevano erano un ricordo alla vita precedente, erano una descrizione della vita prima del ghetto piuttosto che un racconto del ghetto. I disegni dei bambini riportano fiori,animali, il sole. Non tutti i bambini avevano ricordi, molti sono arrivati così piccoli che crescendo in quel campo, non avevano forti ricordi alla vita fuori dal ghetto, quindi davvero non avevano mai visto ad esempio delle farfalle perché appunto sono entrati troppo piccoli nel ghetto, dove queste cose non si vedevano più. Per noi, questa attività del disegno era molto importante come aiuto per sopravvivere in queste condizioni, ma non a tutti piaceva il disegno, altri facevano poesia, altri un giornalino. Visto che dopo gran parte dei bambini sono stati ulteriormente deportati verso i campi di sterminio, questi disegni, poesie, giornali sono l'unica testimonianza che esiste di loro. Alcuni ragazzi stavano nel ghetto per pochi mesi, altri ci stavano diversi anni, fino a 3 anni. Verso la fine tutti siamo stati spostati verso est. A noi non dicevano dove ci portavano, si diceva solo del trasporto verso est, non ci avevano detto che il trasporto andava ad Auschwitz. Anche io ho fatto questo trasporto, quando si arrivava in questo campo che non era più di transito, ma di sterminio, come prima cosa all'arrivo c'era la selezione. Gente come noi o come voi, fino ai 15 anni circa, non avevo molta possibilità di sopravvivere, perchè non si era ancora adatti al lavoro. Quindi i bambini sotto i 15 anni erano senza speranze. Non so il motivo, non ho mai capito bene il perché, essendo sotto i 15 anni, sono stata scelta per il lavoro e non mi hanno mandata alla camera a gas.
Per questo posso essere qua con voi, oggi, a raccontarlo, anche se per me non è molto facile parlare, perché penso al gruppo di 15.000 ragazzi di Terezin..., ma ritengo importante parlare di loro.
Questi disegni che facevo, li passavo ad un mio zio che li ha nascosti dentro a una doppia parete a Terezin e sono forse gli unici della vita quotidiana del campo, non esistono riprese fotografiche che parlino della quotidianità di quel luogo; quindi, quando dopo la guerra sono stati recuperati, si sono rivelati utili anche come documento storico sulla vita del ghetto".

http://www.annesdoor.com/ricordare.html

 

Erwin

Erwin@thule-toscana.com