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REVISIONISMO

Il revisionismo è essenzialmente un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista, come Cesare Saletta.


 




 


"Non era una questione di ragionamento: anch'io avrei seguito probabilmente l'istinto del gregge se non mi fossi sentito così debole: la paura è supremamente contagiosa, e il suo effetto immediato è di indurre una persona a cercare di fuggire."

Parole tratte dal libro di levi: se questo è un uomo
 


"Zwei linke Hände": "due mani sinistre", appellativo dato dai tedeschi agli ebrei italiani (contrassegnati dal numero centosettantaquattromila) per sottolineare la loro incapacità a lavorare ed arrangiarsi nel campo, in quanto "tutti avvocati, tutti dottori".

 

Primo Levi e qualche nota sulla sua persecuzione



In occasione delle celebrazioni scolastiche la
giornate della memoria , sono andato a consultare il pericolosissimo sito nazifascista
e negazionista"Wikipedia".

Alla voce "Primo Levi":

(...) Le leggi razziali hanno un determinante influsso indiretto sul suo
percorso universitario ed intellettuale. Scrive: "Nella mia famiglia si
accettava, con qualche insofferenza il fascismo. Mio padre si era iscritto
al partito di malavoglia ma si era pur messo la camicia nera. Ed io fui
balilla e poi avanguardista. Potrei dire che le leggi razziali restituirono
a me, come ad altri, il libero arbitrio."

Le leggi razziali precludono l'accesso allo studio universitario agli ebrei,
ma concedono di terminare gli studi a quelli che lo hanno già intrapreso.
Levi è in regola con gli esami, ma, a causa delle leggi razziali, ha
difficoltà a trovare un relatore per la sua tesi; si laurea comunque nel
1941 a pieni voti e lode, con una tesi in fisica. Il diploma di laurea
riporta la precisazione «di razza ebraica». In quel periodo suo padre si
ammala di tumore. Le conseguenti difficoltà economiche, e le leggi razziali
rendono affannosa la ricerca di un impiego



[NOTA MIA: non la guerra, che mi dicono che nel 1941 fosse già scoppiata:
comunque, a differenza del 2007, il posto lo trova.]



Nel 1942 si trasferisce a Milano avendo trovato un impiego migliore presso
una fabbrica svizzera di medicinali

[NOTA MIA: a Milano, nel 1942 assume un ebreo ?] .


Qui Levi assieme ad alcuni amici viene in contatto con ambienti
antifascisti militanti ed entra nel Partito d'Azione clandestino.



Nel campo di Auschwitz


Nel 1943 si inserisce in un nucleo partigiano operante in Val d'Aosta. Dopo
poco, nel dicembre 1943, viene arrestato dalla milizia fascista nel
villaggio di Amay sul versante verso Saint-Vincent del colle di Joux tra
Saint-Vincent e Brusson, e trasferito nel campo di transito di Fossoli
presso Modena. Il 22 febbraio 1944, Levi ed altri 650 ebrei, vengono stipati
su un treno merci (oltre 50 individui per vagone)

[NOTA MIA: la capacità di una carrozza passeggeri a un solo piano delle FFSS
va da 80 a 100 posti:ecco che cade il mito del tedesco organizzato]

e destinati al campo di concentramento di Auschwitz in Polonia. Levi
(registrato col numero 174 517)rimase in questo Lager per undici mesi,
fino alla liberazione da parte dell'armata rossa. Fu uno dei venti sopravvissuti
fra i 650 che eranoarrivati con lui al campo.
Levi attribuisce la sua sopravvivenza a una serie
di incontri e coincidenze fortunate. Innanzitutto, leggendo pubblicazioni
scientifiche durante i suoi studi, ha appreso un tedesco elementare. Poi
incontra Lorenzo Perrone, un civile occupato come muratore, che, esponendosi
a un grande rischio personale, gli fa avere regolarmente del cibo. In un
secondo momento, a causa della scarsezza di mano d'opera dovuta allo sforzo
bellico viene impiegato alla Buna, una fabbrica per la produzione di gomma
sintetica di proprietà del colosso chimico tedesco I.G. Farben. Infine, nel
gennaio del 1945, immediatamente prima della liberazione del campo da parte
dell'armata russa, si ammala di scarlattina e viene ricoverato nel "Ka-be"
(l'infermeria del campo) scampando così fortunosamente alla marcia di
evacuazione da Auschwitz (marcia della morte).


[NOTA MIA: sadici fino al midollo, questi nazisti. Con i russi alle porte
del campo -prenderanno il campo il 27 gennaio- e i rifornimenti ormai
interrotti, ricoverano il partigiano ebreo Levi in infermeria, per
impedirgli di partecipare all'ultima gita: e lo fanno pure guarire!]





Primo Levi: Se questo è un uomo. La Tregua


Ci riferiremo alla ristampa
identica alla precedente dell'Editore Einaudi dell'01/09/84, indicando fra
parentesi il n° delle pagine dalle quali abbiamo preso le notizie.

Ricordiamo che il Levi era stato deportato a Monovitz, il lager più grande
del complesso Auschwitz - Birkenau, situato a 7 Km ad Est della cittadina
di Auschwitz (pag. 231).
Il Levi, malgrado le discriminazioni razziali,nel 1941, si era laureato in
chimica all'Università di Torino "summa cun laude", all'età di 22anni (135).
Nel 1943 aveva messo in piedi una banda partigiana affiliata a "Giustizia e
libertà", ma era stato catturato dalla Guardia Nazionale Repubblicana il
13/12/43. Non era stato subito fucilato,anche se era un partigiano ebreo, ma
inviato in un campo di lavoro ad Auschwitz, ed adibito a lavori manuali
pesanti, poco adatti a lui, "debole
e maldestro", (20) tanto maldestro che si ferisce al piede sinistro durante
il lavoro (53).

Neanche ora viene ucciso ma inviato nell'infermeria denominata Ka-Be,
costituita da 8 baracche che "contengono permanentemente un decimo della
popolazione del campo" (55). Levi teme che il Ka-Be sia la camera a gas di
cui tutti parlano (58). Viene deriso dagli ebrei polacchi e dall'infermiere
che, vedendolo così magro, gli dice, "Tu ebreo spacciato,tu presto
crematorio, finito" (69). Gli viene assegnata la cuccetta n° 10,vuota. "La
vita del Ka-Be è vita di limbo... non fa freddo, non si lavora"(60).
Dopo un altro periodo di internamento viene selezionato ed inviato al
laboratorio chimico (174), dove "sto al coperto e al caldo e nessuno mi
picchia; rubo e vendo sapone e benzina, senza serio rischio. sto seduto
tutto il giorno, ho un quaderno e una matita... e perfino un libro sui
metodi analitici... e quando voglio uscire basta che avvisi" (178).


L'11 gennaio 1945 si ammala di scarlattina e viene nuovamente ricoverato in
Ka-Be, una cameretta assai pulita, dove sapeva "di avere diritto a quaranta
giorni di isolamento e quindi di riposo" (190), e dove riceveva forti dosi
di sulfamidici (191). Dopo 5 giorni di ricovero il barbiere lo informa che
tutti andranno via ed il medico gli conferma che quelli che potevano
camminare dovevano partire il giorno dopo, mentre gli altri sarebbero
rimasti in Ka-Be, assistiti dai malati meno gravi (193).

Levi si prepara a partire, ma un colloquio con Kosman, che aveva conoscenze fra "I
Preminenti", lo convince a restare (195).

Nella foga ora il Levi smentisce anche se stesso, quando aggiunge che il
libro aveva "incominciato a scriverlo là, in quel laboratorio tedesco pieno
di gelo, di guerra e di sguardi indiscreti" (221), dimenticando che prima
aveva scritto che stava al coperto ed caldo ed era libero di uscire quando
voleva (178).

Nella notte del 18 gennaio 1945, circa 20.000 sani, provenienti da vari
campi,partirono; rimase nel campo qualche ben consigliato. "Nella quasi
totalità,essi scomparvero durante la marcia di evacuazione". Nell'intero
Ka-Be erano rimasti forse in 800. Il mattino seguente fu fatta l'ultima
distribuzione di zuppa calda. L'impianto di riscaldamento era stato
abbandonato. "Fuori ci dovevano essere almeno 20 sotto lo zero" (196).

"Alcune torrette di guardia erano ancora occupate dalle SS....Fu fatta
ancora una distribuzione di pane (197). Alle 23 tutte le luci si spensero,
poi cominciò il bombardamento; anche "il campo era stato colpito". I malati
delle baracche colpite e minacciate dal fuoco chiedono ricovero, ma vengono
respinti dai loro compagni di prigionia. I tedeschi non c'erano più, le
torrette erano vuote (198). All'alba del giorno 19 Levi e due suoi compagni,
avvolti in coperte, escono per cercare viveri, trovano delle patate e una
stufa;

al rientro incontrano un tedesco in motocicletta che li ignora (198-201).

Il 20 gennaio "il campo era silenzioso.Altri spettri affamati si aggirano"
nel campo, "barbe ormai lunghe, occhi incavati" (203). In lontananza Levi
vedeva un lungo tratto di strada; vi passava a ondate la Wehrmacht in fuga
e tedeschi a cavallo, in bicicletta, a piedi, armati e disarmati. All'alba
del 21 gennaio la pianura era deserta. Anche i civili polacchi erano
scomparsi (205). Una indescrivibile sporcizia aveva invaso ogni reparto del
campo(206). Il 22 gennaio molti cadaveri furono accatastati in una trincea
(209); il 24 gennaio "il mucchio di cadaveri, di fronte alla nostra
finestra, rovinava ormai fuori dalla fosse. nel campo nessun ammalato
guariva, molti invece si ammalavano di polmonite e diarrea" (213). "Tutti si
dicevano a vicenda che i russi, presto, subito sarebbero arrivati"(216), ma
i russi arrivarono il 27 gennaio.

Solo uno del gruppo degli ammalati di scarlattina era morto nei dieci
giorni, ma altri cinque sono morti nell'infermeria russa provvisoria (218).

Levi ha ultimato il suo libro nel gennaio 1947, quando le notizie sulle
camere a gas e sul genocidio degli ebrei erano ormai di pubblico dominio, ma
essendosi limitato a riportare i fatti di cui aveva "diretta esperienza", ha solo
parlato genericamente di "selezioni" e di "andare in gas"; infatti non
conosceva "i dettagli delle camere a gas e dei crematori", che ha appreso
"soltanto dopo, quando tutto il mondo li ha appresi", cosi come non parla
dei Lager russi, perché non c'è stato (233). E' vero che Levi si trovava a
Monovitz e non a Birkenau, ma gli scambi di personale fra i vari campi erano
frequenti, e l'invio di molte migliaia di deportati nelle camere a gas, ogni
giorno, non poteva essere tenuto nascosto ad un attento osservatore.

Come mai il Levi, partigiano ebreo, debole e maldestro,quindi pericoloso per
i tedeschi e poco utile come lavoratore manuale, non solo è scampato alle
selezioni, ma è stato inviato in infermeria per due volte, la 2° volta
quando i russi stavano ormai avanzando verso Cracovia?

Levi tenta una giustificazione: "Entravano in campo quelli che il caso
faceva scendere da un lato del convoglio; andavano in gas gli altri" (20).

Questa giustificazione contrasta con tutte le altre testimonianze sullo
sterminio ebraico e fa a pugni con la logica di uno sterminio programmato su
vasta scala e con l'organizzazione tedesca. Le stesso Levi scrive che il
giorno dell'urgente sgombero del campo, "un maresciallo delle SS fece il
giro delle baracche. Nominò in ognuna un capo baracca scegliendo fra i non
ebrei rimasti, e dispose che fosse immediatamente fatto un elenco dei
malati, distinto in ebrei e non ebrei... e, nessun ebreo pensò seriamente di
vivere fino al giorno successivo" (197).

Quindi l'organizzazione tedesca era rimasta intatta sino all'ultimo momento,
e Levi e gli ebrei non venivano "selezionati" perché questi erano gli
ordini.

Infatti il Levi aveva incontrato due ragazzi ebrei giovanissimi, che erano in Lager da tre
anni (34). Nel campo le "SS ci sono sì, ma sono poche; e fuori dal campo, e
si vedono relativamente di rado: i nostri padroni effettivi sono i triangoli
verdi, i quali hanno mano libera sudi noi" (37). Io sono uno degli ebrei
italiani, tutti dottori, "che non sanno lavorare e si lasciano rubare il
pane e prendono schiaffi dalla mattina alla sera. persino gli ebrei polacchi
li disprezzano perché non sanno parlare yiddish" (59).

L'esame dei fatti vissuti dal Levi ci consente di mettere in dubbio che
esistesse un piano di sterminio degli ebrei, perché altrimenti lui,
partigiano ebreo, debole e maldestro non sarebbe potuto sfuggire alle
selezioni ed alle camere a gas, e non sarebbe stato curato in infermeria per
due volte, ricevendo forti dosi di sulfamidici, un medicinale scoperto nel
1935, e confermano quanto descritto dal vituperato partigiano francese Paul
Rassinier, deportato a Buchenwald, da cui era ritornato invalido al 100% +
5%, il cui mirabile volume "La menzogna di Ulisse" è stato prima ignorato e
poi bollato come nazista; confermano cioè che le violenze erano normalmente
eseguite dagli stessi deportati e non dalle SS, che erano poche e troppo
occupate.


Poiché Levi era stato internato nel Lager ai primi dì marzo 1944, col n°
174.517, il numero complessivo degli internati, bambini compresi, non deve
aver superato i 250.000, mentre gli storici ufficiali affermano che ad
Auschwitz sono stati inviati nelle camere a gas 4 milioni di deportati.

Il pregevole libro del Levi era stato rifiutato dai grandi editori e
stampato da una piccola casa editrice in 2.500 copie per cadere subito
nell'oblio.

Riteniamo che questa sia stata una fortuna perché così il testo non ha
subito manomissioni tali da eliminare le notizie che invece può fornirci.
Evidentemente allora la censura o l'autocensura non aveva raggiunto
l'attuale livello di perfezionamento. Solo nel 1958 il libro è stato edito
da Einaudi, e poi tradotto in sei lingue, ridotto per la radio e la
televisione ed infine adottato nelle scuole.

A questo punto però era necessario concedere qualcosa e perciò l'edizione
scolastica del 1976 è stata integrata con una appendice, nella quale si è
potuto colmare qualche "lacuna" del libro.


Tutti i tedeschi responsabili


Nell'appendice il Levi scrive che :


"come mia indole personale non sono facile all'odio"(222), ma "gli occhi azzurri e
i capelli biondi sono essenzialmente malvagi" (134).


"I tedeschi sono sordi e ciechi; chiusi in una corazza di
ostinazione e di deliberata sconoscenza... Fabbricano rifugi,
trincee,riparano i danni, costruiscono, combattono comandano, organizzano ed
uccidono. Che potrebbero fare? Sono tedeschi; non potrebbero fare
altrimenti" (177). Il popolo tedesco non ha tentato "di prendere le distanze
dal nazismo..., e di questa deliberata omissione lo ritengo pienamente
colpevole" (227). "Infatti, centinaia di migliaia di tedeschi furono
rinchiusi nei Lager fin dai primi mesi del nazismo... e tutto il paese lo
sapeva, e sapeva che nei Lager si soffriva e si moriva" (225).

Come spesso succede, per rimediare alle omissioni del suo libro, il Levi ora
esagera, senza badare alle contraddizioni, perché, se fosse vero che
centinaia di migliaia di tedeschi erano stati rinchiusi nei lager dal
nazismo, è evidente che l'opposizione sarebbe stata molto diffusa. Ma non è
vero. Secondo il volume "Hitler - pro e contro" edizioni Mondadori, gli
internati in Germania erano complessivamente 40.000. W. Schirer che, dopo la
guerra, ha avuto la mano, o meglio la penna, pesante, nella sua "Storia del
III Reich" ha affermato che, negli anni precedenti la guerra la popolazione
dei campi di concentramento nazisti non contò probabilmente più di
20.000-30.000 individui contemporaneamente. Anche Lord Russel ha affermato
che erano 20.000.

Nella foga ora il Levi smentisce anche se stesso, quando aggiunge che il
libro aveva "incominciato a scriverlo là, in quel laboratorio tedesco pieno
di gelo, di guerra e di sguardi indiscreti" (221), dimenticando che prima
aveva scritto che stava al coperto ed caldo ed era libero di uscire quando
voleva (178).

Sempre nell'appendice il Levi ci informa che nei lager era presente una
"esperienza cospirativa" che sfociava "in attività di difesa abbastanza
efficienti". Nei lager si riusciva "a ricattare e corrompere le SS", a
sabotare il lavoro",

"a comunicare via radio con gli alleati",

"fornendo loro notizie sulle orrende condizioni dei campi",

"a pilotare le selezioni mandando a morte le spie e i traditori"

e salvando prigionieri la cui sopravvivenza avesse per qualsiasi motivo importanza
particolare; a prepararsi anche militarmente a resistere", anche se ad Auschwitz una difesa
attiva o passiva era particolarmente difficile (229).


Nell'aprile del 1988, presso l'Istituto Gramsci di Genova, si era tenuta una
mostra sulla resistenza tedesca, dove fra l'altro, una foto scattata subito
dopo la liberazione di Buchenwald, mostrava la direzione clandestina del
campo, composta di rappresentanti di tutte le nazionalità, tutti
visibilmente in buone condizioni di salute (foto n° 270).

Anche il libretto "Mauthausen", distribuito ai visitatori all'ingresso del Lager,
conferma l'attiva presenza della direzione clandestina.

Nel campo erano internati gruppi "di criminali ai quali fino alla primavera
del 1944 erano state affidate quasi tutte le mansioni di direzione dei
deportati (Kapos, personale di blocco, ecc.).
L'allontanamento dei criminali da questi posti nell'ultimo periodo del
dominio nazionalsocialista era stato un importante successo
dell'organizzazione internazionale della resistenza dei deportati", creata
clandestinamente nel campo nell'estate del 1943.Il Comitato all'inizio del
1945 organizzò formazioni militari dirette da un colonnello austriaco e un
maggiore sovietico, ed assunse la direzione del campo il 4 maggio 1945. "Le
formazioni militari dei deportati disarmarono le unità SS, che non erano
ancora fuggite, e combatterono anche contro le unità SS in ritirata nei
pressi del campo e lungo il Danubio.

Il 7 maggio 1945 i deportati vennero definitivamente liberati dai soldati
dell'esercito USA". Quindi risulta confermato che i Lager negli ultimi
giorni o mesi, prima della loro occupazione o liberazione, erano in larga
misura gestiti dai Comitati clandestini, che erano in contatto con gli
alleati.

Le conclusioni che discendono dalla presenza nei campi dei Comitati
clandestini e dai fatti descritti dal Levi negli ultimi giorni di prigionia,
pur ripugnando alla coscienza di ogni uomo civile, e pur apparendo in un
primo tempo inaccettabili, risultano invece chiare ed inevitabili.

Il 18/01/45, le SS, sotto l'incalzare dell'armata russa, che aveva già occupato
Cracovia, 50 Km ad Est di Auschwitz e 43 Km di Monowitz, avevano abbandonato
il campo, in fretta ma ordinatamente, dopo aver fatto distribuire l'ultimo
rancio quotidiano, un'ulteriore razione di pane, e senza gasare o fucilare i
loro prigionieri, neanche gli ebrei che non potevano trasferire per le loro
condizioni di salute. All'alba del 21 la fuga dei tedeschi nei pressi del
campo era completamente finita ed anche i civili polacchi erano scomparsi.

Era logico attendersi che le sofferenze dei prigionieri fossero finite.
Invece no! Nel campo e nei dintorni i tedeschi non c'erano più, ed i
prigionieri che sotto la direzione delle SS avevano il medico, il dentista,
il barbiere, il diritto a 40 giorni di quarantena in caso di malattia
contagiosa, ed il rancio, ora, sotto la direzione dei Comitati clandestini,
erano liberi solo di morire di fame, di freddo e di stenti, mentre i
liberatori non arrivavano e si facevano sentire solo bombardando il campo
per accelerarne lo sfacelo.

Eppure certamente i russi sapevano che tutti i tedeschi, anche quelli
disarmati, erano fuggiti, perché già dal 22 avevano occupato la cittadina di
Auschwitz; anche se le loro pattuglie non fossero arrivate al campo, i
partigiani polacchi, o i civili polacchi che l'avevano abbandonato entro il
21(205), o le radio della direzione clandestina, o la ricognizione aerea
dovevano averli informati.

La prova che qualche pattuglia russa o di partigiani polacchi fosse arrivata
al campo almeno il 22 ce la fornisce lo stesso Levi, quando scrive che
"alcune SS forse disperse, ma armate" erano penetrate nel campo ed avevano
ucciso;"metodicamente, con un colpo alla nuca", tutti i 18 francesi che si
eramo stabiliti nel refettorio delle SS, "allineando poi i corpi contorti
sulla neve della strada" (209).

Naturalmente i prigionieri che attendevano i russi come liberatori hanno
pensato ai loro carcerieri ma noi possiamo esaminare criticamente questa
notizia. Ricordiamo che le SS avevano abbandonato il campo già da quattro
giorni e gli ultimi tedeschi erano stati visti fuggire verso occidente dal
giorno prima; era improbabile il sopraggiungere di altri tedeschi, in una
zona ormai occupata dalle truppe nemiche. Anche se dei tedeschi sbandati ed
armati avessero incontrato i francesi, al massimo li avrebbero posti in
fuga, probabilmente senza sparare, per evitare di richiamare l'attenzione di
qualche pattuglia nemica.

Non avevano nessun motivo di ucciderli sistematicamente tutti con un colpo
alla nuca, il classico metodo di esecuzione dei russi, ed ancor meno di
allinearli sulla strada, pronti per le fotografie dei liberatori,perdendo
tempo prezioso per la propria salvezza. Inoltre, se i corpi erano
"contorti", evidentemente erano stati trasportati ed allineati solo dopo che
era sopravvenuta la rigidità cadaverica, perché se fossero stati trascinati
subito dopo l'uccisione sarebbero rimasti distesi e non "contorti".

I tedeschi cioè, invece di mettersi in salvo, avrebbero prima perso del
tempo ad uccidere i francesi, inutilmente, poi ad attenderne la rigidità
cadaverica, ed infine a trascinarli ed allinearli sulla neve. Assurdo.
Ci sì può credere solo ricorrendo al "Credo quia absurdum". L'unica
spiegazione logica è che i francesi fossero incappati in una pattuglia di
militari russi o in una banda di partigiani polacchi i quali, non volendo
lasciare testimoni della loro presenza, li avevano eliminati, mentre per i
tedeschi il fatto di essere visti non aveva alcuna importanza.



Il suo libro "La Tregua"


(Primo Levi - La Tregua - Einaudi Nuovi Coralli -1971)


Primo Levi ci fornisce qualche ulteriore notizia nel suo libro "La Tregua",
dove racconta le sue peripezie dopo l'arrivo dei russi ad Auschwitz; è il
seguito di "Se questo è un uomo", ma è stato scritto nel 1962. I numeri fra
parentesi indicano le pagine delle citazioni.


Ora Levi ha scritto che "tutti i prigionieri sani furono evacuati, in
condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono
abbandonati a se stessi" (9); prima aveva scritto che nella quasi totalità
"erano scomparsi durante la marcia di evacuazione". Quindi Levi ci conferma
che non erano stati inviati nelle camere a gas. Levi aggiunge che
l'intenzione tedesca era "di non lasciare nei campi di concentramento
nessun uomo vivo, ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidità
dell'avanzata russa, indussero i tedeschi a prendere la fuga"... (9), ma ora
trascura il fatto che, secondo il suo stesso diario, i tedeschi avevano
sgomberato il campo il 18 gennaio, ordinatamente e metodicamente, e che il
campo era stato bombardato solo la notte successiva.

Se i tedeschi ne avessero avuto l'ordine e l'intenzione,avrebbero avuto
tutto il tempo di uccidere gli 800 malati, ci sarebbero voluti solo pochi
minuti per uccidere 800 malati riuniti nelle infermerie, prima o dopo il
bombardamento. Inoltre, poiché l'avanzata russa era effettivamente molto
rapida, tanto da costringere i tedeschi a sgomberare il campo rapidamente,
non si spiega perché i russi abbiano ritardato di 10 giorni l'effettiva
occupazione del Lager di Monowitz, avvenuta solo il 28
gennaio. Nell'infermeria del Lager di Buna-Monowitz erano rimasti in 800.

"Di questi circa cinquecento morirono delle loro malattie, di freddo e di
fame prima che arrivassero i russi, ed altri duecento, malgrado i soccorsi,
nei giorni immediatamente successivi". (9) Quindi questi 700 morti sono da
addebitare al ritardo nei soccorsi. Pochi giorni dopo i russi radunarono
tutti i superstiti in un "campo grande" di Auschwitz, dove era stato accolto
anche un bambino che non sapeva parlare, di cui nessuno sapeva nulla,
"Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato ad Auschwitz e non aveva mai
visto un albero... il cui minuscolo avambraccio era pure
stato segnato col tatuaggio di Auschwitz", e che morì ai primi di marzo. Non
era il solo bambino. "Ce n'erano altri, in condizioni di salute
relativamente buone: avevano costituito un loro piccolo "club"... Il più
autorevole membro del clan non aveva più di cinque anni, e si chiamava Peter
Pavel... Era un bel bambino biondo e robusto, dal viso intelligente e
impassibile". (26)

Quindi Levi ci conferma che ad Auschwitz c'erano anche dei bambini, tatuati
come gli altri internati, che non erano stati inviati nelle camere a gas con
le loro madri, e che rientravano nel numero complessivo degli internati,
anche se non erano utili come forza lavoro e dovevano essere sfamati.

Poiché Levi era stato internato nel Lager ai primi dì marzo 1944, col n°
174.517, il numero complessivo degli internati, bambini compresi, non deve
aver superato i 250.000, mentre gli storici ufficiali affermano che ad
Auschwitz sono stati inviati nelle camere a gas 4 milioni di deportati, fra
cui tutti i bambini. Quindi Levi, così
attento ed acuto nello studiare e giudicare i suoi compagni di prigionia e
di viaggio, in "La Tregua" non solo si dimostra nemico dei tedeschi, come è
logico per un ebreo, ma chiuso in un "fortilizio di sconoscenza voluta",per
usare le sue stesse parole..

Durante il viaggio di rimpatrio, il 15 ottobre, il treno di Levi era passato
per Monaco di Baviera, "fra il popolo dei Signori: ma gli uomini erano
pochi, molti mutilati, molti vestiti di stracci come noi. Mi sembrava che
ognuno avrebbe dovuto... ascoltare con umiltà il nostro racconto. Ma nessuno
accettò la contesa: erano sordi, ciechi e muti, asserragliati fra le loro
rovine come in un fortilizio di sconoscenza voluta, ancora forti, ancora
capaci di odio e di disprezzo, ancora prigionieri dell'antico nodo di
superbia e di colpa". Queste parole di Levi, cariche di odio, contro i
sopravvissuti all'olocausto
tedesco, ci fanno tornare alla memoria il giudizio espresso dal generale
Patton dopo la guerra, e cioè che quello tedesco era l'unico popolo decente
d'Europa.

Levi dimostra invece una marcata simpatia per i russi: "era agevole
ravvisare in loro, in ciascuno di quei visi rudi e aperti, i buoni soldati
dell'Armata Rossa, gli uomini valenti della Russia vecchia e nuova, miti in
pace e atroci in guerra, forti di una disciplina interiore nata concordia,
dall'amore reciproco e dall'amore di patria; una disciplina più forte,
appunto perché interiore, della disciplina meccanica e servile dei
tedeschi. Era agevole intendere, vivendo fra loro, perché quella e non
questa avesse alla fine prevalso". (122)

Questi giudizi non meritano commenti.

Quindi Levi, così attento ed acuto nello studiare e giudicare i suoi
compagni di prigionia e di viaggio, in "La Tregua" non solo si dimostra
nemico dei tedeschi, come è logico per un ebreo, ma chiuso in un "fortilizio
di sconoscenza voluta", per usare le sue stesse parole.

Il 19 ottobre Levi giunge a Torino: "la casa era in piedi, tutti i familiari
vivi... gli amici pieni di vita" (154). I tedeschi avevano giustamente
risparmiato i familiari di Levi.

Quante famiglie tedesche hanno potuto ritrovare tutti i familiari vivi, le
case intatte? Forse nessuna. Il loro massacro dopo i bombardamenti a tappeto
delle loro città, è continuato anche dopo la fine della guerra.


Conclusioni


Ma che facevano i
Comitati clandestini, i "Prominenti", che almeno in parte dovevano essere
rimasti nei Lager, tanto più che spesso era partito solo chi voleva partire?

Dalle pagine del Levi risulta che non si facevano né vedere né sentire, e
certo non dormivano, visto che un mese prima erano riusciti a far saltare un
crematorio di Birkenau (187), ed anzi, secondo il Kalendarium di
Auschwitz -Birkenau, il 26/01/45 era stato fatto saltare il Crematorio V, e
non certo ad opera delle SS. Come mai non si mettevano in contatto radio con
i russi o con gli alleati, ora che avevano completa
libertà d'azione? Non può esserci alcun dubbio che l'avessero fatto, ma
probabilmente avevano avuto disposizione di tacere e di collaborare alla
costruzione delle atrocità naziste.

La conclusione che si può trarre dal
libro del Levi è quindi una e una sola, e cioè che il degrado dei Lager si è
verificato solo dopo il loro abbandono da parte delle SS, sotto la regia ed
il controllo dei liberatori, e che i russi ne abbiano deliberatamente
ritardato la liberazione, in attesa del suo completo sfacelo, per entrarvi
solo il 27, dopo 9 giorni di completo abbandono, con cineprese e macchine
fotografiche.

Sarebbe interessante poter ricostruire, in un film documento, come i
liberatori seguivano dall'esterno lo stato di degrado del campo e la
consistenza dei cumuli di cadaveri, come era organizzato lo scambio di
informazioni con il Comitato clandestino all'interno del campo, come
programmavano gli interventi e le atrocità da costruire, come sceglievano il
momento più opportuno per "liberare" il lager.

Primo Levi è morto suicida nel 1987, senza apparenti motivi. Il suo suicidio
ha suscitato scalpore per la sua notorietà internazionale, e qualche psichiatra
ha sostenuto che Levi poteva essere salvato indagando sulle cause dei suoi
conflitti. Come abbiamo visto il Levi non ha tratto le conseguenze logiche
dei fatti avvenuti nel lager durante gli ultimi giorni della sua prigionia,
eppure gli argomenti che abbiamo discusso, e che lui non può aver ignorato,
devono aver pesato sulla sua coscienza.

Forse il Levi, dopo il ritorno dalla prigionia e per tutta la vita, è stato
lacerato fra il dovere, come uomo di gridare al mondo tutta la verità, ed il suo
dovere, come ebreo di tacerla nell'interesse del popolo d'Israele.

Mentre il mancato soccorso delle truppe russe agli insorti di Varsavia nel
settembre - ottobre del 1944 è stata criticata dagli occidentali, nessuna
critica è stata rivolta ai russi, o meglio ai sovietici per la ritardata
occupazione del Lager di Auschwitz.

Ciò può essere spiegato solo con un preventivo accordo o almeno un tacito
consenso, con scambio di cortesie dello stesso tipo. Non ci sono altre
spiegazioni logiche ed attendibili. Queste infamie devono essere attribuite
a tutti i capi responsabili della coalizione antitedesca.


 

 

Erwin

Erwin@thule-toscana.com