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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.

Quando la storia viene presentata come lotta tra il 'bene' e il
'male'
di Mauro Manno
Un recente articolo del Sunday Times ci informa che Adolf Eichmann,
considerato il principale responsabile dell’olocausto, salvò 800
ebrei tenendoli segretamente al sicuro in un ospedale di Berlino
Secondo l’articolo, “questi ebrei sopravvissuti erano collaboratori,
spie o le mogli di tedeschi influenti sotto alta protezione nazista.
Altri ebrei costituivano il personale dell’ospedale, incaricati da
Eichmann di curare i malati”.
La storia della seconda guerra mondiale è presentata da USA e
Israele come la lotta tra il bene e il male, tra i più crudeli
carnefici di tutti i tempi, i nazisti, e le eterne vittime della
violenza razzista, gli ebrei. Secondo i dogmi della religione
dell’Olocausto, nella presentazione del secondo conflitto mondiale,
da una parte, vengono fatte scomparire le vittime non ebraiche, ben
più numerose, dall’altra, viene taciuta la documentata e
continuativa collaborazione tra una parte degli ebrei, i sionisti, e
tutti gli antisemiti europei, in particolare i nazisti. Questa
collaborazione sembrerebbe innaturale ma non lo è affatto. Discende
dal comune interesse di nazisti e sionisti di operare, in tutta
Europa, per la separazione tra non ebrei ed ebrei ed il
trasferimento di questi ultimi lontano dagli stati del continente
europeo verso altri continenti. Possiamo illustrare questa strategia
con le parole di un sionista, tra tanti, che collaborò strettamente
col nazismo:
“Per molti anni ho ritenuto che la completa separazione delle
attività culturali dei due popoli sia la condizione per rendere
possibile una collaborazione pacifica (…) a condizione che essa si
basi sul rispetto della nazione straniera [gli ebrei]. Le Leggi di
Norimberga (…) mi sembrano, se si escludono le disposizioni legali,
conformarsi interamente con il desiderio di una vita separata sulla
base del mutuo rispetto”.[1]
Questo signore si chiamava Georg Karesky e concluse la sua
vergognosa esistenza nello stato ebraico, da lui desiderato e
fondato assieme ai suoi simili separatori di “razze”. I palestinesi,
vittime di questa operazione congiunta di sionisti e antisemiti,
rappresentavano per i colonizzatori ancora un’altra “razza” da cui
essi volevano separarsi. Per questo, in concomitanza della
fondazione del loro stato (1948), provvidero a cacciarli dalla
Palestina con una enorme operazione di pulizia etnico-razziale.
La storia delle varie soluzioni territoriali per la costituzione di
uno stato ebraico è ormai abbastanza nota. Gli inglesi, prima della
Dichiarazione Balfour (1917), proposero a Herzl il trasferimento
degli ebrei in Uganda. Alcuni sionisti, contestualmente, proponevano
uno stato ebraico in Argentina. Il sionista Zangwil proponeva il
trasferimento in America del Nord. I sionisti che contavano, in
particolare i sionisti “socialisti”, rigettarono decisamente queste
soluzioni e insistettero per la costituzione di uno stato ebraico in
Palestina. Contro questa “soluzione” avevano messo in guardia due
importanti personalità ebraiche vissute prima della nascita
ufficiale del sionismo (primo congresso sionista di Basilea, 1896).
Ahad ha-Am, avvertiva che la Palestina era popolata dai palestinesi
e che la costituzione di uno stato ebraico su quella terra avrebbe
richiesto l’eliminazione del popolo palestinese. Egli proponeva
quindi, la fondazione, non di uno stato, ma di un centro religioso e
culturale ebraico a Gerusalemme, per la conservazione dell’ebraismo
più che degli ebrei, una specie di Vaticano ebraico. Ispirati da
questo centro, gli ebrei della diaspora avrebbero dovuto restare nei
paesi in cui vivevano, mantenendo viva la loro religione. Il secondo
personaggio, Leo Pinsker, proponeva un raggruppamento ebraico in una
parte della Russia meridionale, intorno ad Odessa, dove già gli
ebrei erano numerosi. Non in uno stato, ma in una comunità
indipendente, all’interno dell’impero zarista.
Altra soluzione territoriale fu proposta da Stalin, il quale
pressato dai sionisti col mal di mare, cioè quelli che temevano il
viaggio verso la Palestina, alla fine concesse agli ebrei una terra,
il Birobijan, nell’estremo Oriente russo, perché vi costruissero una
repubblica ebraica all’intero dell’Unione Sovietica. Molti ebrei
sovietici ed altri provenienti da diversi paesi emigrarono in
Birobijan, per costituire uno stato ebraico progressista. I sionisti
che non soffrivano di mal di mare e che si erano trasferiti o si
stavano trasferendo in Palestina, condannarono con forza questa
idea, perché il Birobijan avrebbe rappresentato una alternativa, una
soluzione concorrenziale.
I nazisti tra il 1933 e il 1940 accettarono la proposta sionista di
trasferire gli ebrei tedeschi in Palestina e solo in Palestina. Si
stabilì quindi una proficua collaborazione tra sionisti e nazisti a
questo fine. Karesky è solo un esempio di questa collaborazione. I
sionisti accettarono con entusiasmo le leggi razziali di Norimberga,
perché esse rappresentarono un sostanziale passo in avanti nel loro
progetto di stato ebraico in Medio Oriente. Questa naturale
collaborazione, fondata sull’idea della separazione degli “ariani”
dagli ebrei, vide anche la firma di un patto economico, noto come
Ha’avara.
Secondo questo patto, i tedeschi incoraggiavano l’emigrazione degli
ebrei in Palestina e gli ebrei, in cambio, acquistavano macchinari e
materiale agricolo tedesco. Fu costituita una banca comune,
sionistico-nazista, in cui gli emigranti tedeschi, prima di
emigrare, depositavano i loro denari che i nazisti incameravano come
compenso per i macchinari, i pezzi di ricambio, i concimi, ecc.,
esportati. A pagamento della “merce” ebraica acquistata dai sionisti
dalla Palestina, i nazisti ricevevano pure agrumi e altri prodotti
agricoli della colonia sionista.
Subito dopo l’inizio del secondo conflitto mondiale, i nazisti
capirono che l’emigrazione ebraica in Palestina li danneggiava. Essa
rafforzava l’Impero Britannico e rendeva impossibile una politica di
apertura, in funzione anti-inglese, verso gli arabi. Interruppero
quindi il patto economico Ha’avara, e l’ “esportazione” di ebrei in
Palestina. Cercarono di conseguenza un’altra soluzione territoriale
alla questione ebraica. In collaborazione con la Francia di Vichy,
proposero agli alleati che si permettesse l’emigrazione degli ebrei
europei in una colonia francese, questa volta in Africa: il
Madagascar. Gli alleati rifiutarono e non se ne fece nulla. La
partecipazione degli alleati a questa soluzione era indispensabile
perché la flotta inglese, come quella statunitense, controllava gli
oceani. L’Inghilterra controllava pure i territori africani da cui
si poteva accedere al Madagascar.
Mussolini, da parte sua, dopo aver appoggiato il sionismo e
favorito, con una linea marittima diretta tra Trieste e Haifa,
l’emigrazione sionista in Palestina, iniziata la guerra, propose che
gli ebrei costituissero una specie di stato all’interno della
colonia etiopica, di recente conquista. Questo stato all’interno
dello stato coloniale etiopico doveva sorgere nella regione dei
Falascià, popolazione etiopica semi-ebraizzata. La solita politica
del divide et impera con gli ebrei a guardia dei neri africani,
“razza” ancora più in basso della “razza” ebraica. Mussolini aveva
anche capito che per il controllo del Mediterraneo a cui aspirava,
una politica aperta verso gli arabi era indispensabile. Anche in
questo caso, comunque, i sionisti rifiutarono.
Fallita l’operazione Madagascar, per mancata collaborazione dei
britannici (e dei sionisti), i nazisti, essendo ormai iniziata la
guerra contro l’Unione Sovietica, pensarono ad un’altra soluzione
territoriale: la Siberia. Intanto gli ebrei sottomessi ai nazisti
erano diventati milioni. La maggior parte di essi infatti si trovava
nei paesi baltici, in Bielorussia e nella parte di Russia
conquistata. I nazisti pensarono che dopo la guerra e la sconfitta
dell’Unione Sovietica, tutti gli ebrei d’Europa potevano essere
trasferiti oltre gli Urali, dove potevano costruire il loro stato,
sottomesso al III Reich.
Ma l’Unione Sovietica non fu sconfitta e tutti gli ebrei raccolti
nei campi di concentramento furono usati come forza lavoro
praticamente gratuita. La stessa sorte toccò a milioni di non ebrei,
i soldati polacchi e russi fatti prigionieri ma anche gli italiani
catturati dopo l’8 settembre 1943 e
considerati disertori perché non aderivano alla Repubblica Sociale
Italiana.
Verso la fine della guerra, con i bombardamenti alleati e la
distruzione delle città tedesche, le condizioni dei campi
peggiorarono. Né si può immaginare che ciò non accadesse, dal
momento che lo stesso popolo tedesco viveva ormai nella miseria,
nella fame e nella violenza. La tragica fine di tanti ebrei nei
campi non può essere separata dalla morte di milioni di non ebrei e
dalla stessa morte dei tedeschi nelle città rase al suolo. Solo nel
bombardamento di Dresda da parte degli anglo-americani morirono 180
000 civili tedeschi, in meno di 48 ore.
A noi continuano a dirci che i nazisti volevano l'eliminazione dei
soli ebrei. Non ci hanno detto nulla delle altre vittime del
nazismo. Il 'giorno della memoria' è il giorno della memoria
ebraica. Per gli altri ci sono stati decenni di oblio, di
cancellazione, di silenzio. Non ci hanno detto che nella ricerca di
una soluzione territoriale i nazisti trovarono la fattiva
collaborazione dei sionisti. Non ci hanno detto che, perfino nei
campi di
concentramento, furono molti gli ebrei che collaboravano con i
tedeschi. Ne fa testimonianza il libro (poco o per niente
pubblicizzato) della storica ebrea Idith Zertal: Israele e la shoah,
la nazione e il culto della tragedia.[2] Nel suo racconto, riporta
gran parte dei processi ai collaboratori, emigrati in Israele dopo
la guerra e riconosciuti come torturatori e assassini di altri
ebrei.
Nei primi anni ’50, lo stato ebraico fu costretto ad emanare una
legge che permettesse, senza suscitare troppo clamore, di giudicare
questi criminali.
“Tutti i processati in base a questa legge, -- afferma la Zertal –
sino al processo di Adolf Eichmann celebrato nel 1961, furono
cittadini ebrei di recente immigrazione, individui miserabili e
meschini, sopravvissuti alla Shoah, che, al loro arrivo in Israele,
furono riconosciuti, talvolta casualmente, da altri sopravvissuti e
denunciati alle autorità di polizia. Il sistema giuridico israeliano
li processò in base alla stessa legge che, circa dieci anni dopo,
sarebbe servita per perseguire l’alto ufficiale delle SS Adolf
Eichmann”.[3]
Ironia della storia: sapevate che con la stessa legge sono stati
perseguiti Eichmann e i tanti ebrei collaborazionisti?
Ma la vergogna non finisce qui.
Simon Wiesenthal, il ‘cacciatori dei nazisti’, è morto onorato e
riverito nel suo letto. Un altro ebreo, meno noto, tale Solomon
Morel, vive ancora in Israele. Questi due signori, non lo si dice
mai, si sono macchiati di crimini orrendi e di crimini contro
l’umanità. Wiesenthal, in un primo momento, raccontò di essere stato
partigiano comunista nel 1943, di essere stato poi catturato dai
nazisti ma di aver salvato la pelle. Come partigiano (ebreo) sarebbe
stato immediatamente fucilato, ma si salvò ‘miracolosamente’.
Successivamente, nella sua autobiografia, raccontò di aver tentato
il suicidio ma di essere stato salvato dai tedeschi. Raccontò anche
di aver ricevuto, nel periodo di prigionia, “doppia razione di
cibo”. La verità è che egli collaborò con la Gestapo, denunciando
comunisti e altre persone coinvolte nella resistenza. Morel dal suo
canto è oggi ricercato dalla giustizia polacca per crimini contro
l’umanità ma viene protetto dal governo di Tel Aviv, che
naturalmente si guarda bene dal consegnarlo. Morel fu a capo di un
campo di concentramento per tedeschi. Il campo di Schwientochlowitz
funzionò dalla primavera del 1945 alla fine di quello stesso anno. I
prigionieri non erano nazisti, ma semplicemente tedeschi etnici,
gente i cui antenati avevano vissuto da secoli in Slesia, Prussia
orientale, Pomerania e che aveva l’unica colpa di trovarsi sulle
terre che i vincitori avevano assegnato alla Polonia dopo la guerra.
Nel campo della morte da lui comandato, Morel con gli altri
guardiani, quasi tutti ebrei polacchi, si dimostrò più crudele dei
nazisti. Maltrattò, torturò e uccise con le sue mani centinaia di
detenuti. Gli altri guardiani cercarono di emularlo e così migliaia
di tedeschi, colpevoli solo della loro origine etnica, furono
uccisi. La storia di Morel e del suo campo di sterminio è narrata
nel libro "Occhio per occhio" del giornalista ebreo americano John
Sack, il quale ha affermato che scriverlo gli è costato vergogna e
dolore.[4]
Adesso apprendiamo che il ‘maggiore rappresentante del male
assoluto’, Eichmann, salvò 800 ebrei. Alcuni di essi erano
effettivamente collaboratori e spie dei nazisti del tipo di Karesky
e Wiesenthal, altri erano semplicemente medici, infermieri o donne
ebree sposate con tedeschi.
La storia del II conflitto mondiale non è la storia della lotta tra
il ‘bene’ e il ‘male’. Se poi la si vuole assolutamente presentare a
questo modo, allora nel campo del male bisogna annoverare il
sionismo e tanti ebrei che collaborarono con i nazisti o che
commisero orrendi crimini contro l’umanità subito dopo la guerra. E
c’entrerebbero di diritto anche i responsabili anglo-americani della
distruzione di intere città tedesche, con oltre un milione di
vittime civili, e di Hiroshima e Nagasaki
La religione dell’olocausto e la presentazione semplicistica e
unilaterale della II Guerra Mondiale serve perfettamente, oggi, a
Israele e alla lobby ebraica per giustificare e nascondere i loro
crimini in Palestina e in Medio Oriente. Agli americani serve per
mantenere il loro traballante impero.
Nella più recente versione della religione olocaustica, Israele e
gli Stati Uniti hanno sostituito i nazisti con gli arabi o gli
islamici, per la conduzione di una guerra di civiltà che sta già
causando milioni di morti, in Iraq, in Palestina, in Libano.
Mauro Manno, 19 marzo, 2008
Erwin
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