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REVISIONISMO

Il revisionismo è essenzialmente un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista, come Cesare Saletta.

 

 



RIASSUNTO DI UNA MENZOGNA di ROBERT FAURISSON
 


Il mito dell’Olocausto o della Shoah è alla base della creazione, nel 1947-1948, dello Stato di Israele e col tempo ne è diventato la spada e lo scudo.

Per combattere questo mito e i suoi misfatti, il revisionismo è l’arma atomica del povero e del debole contro la Grande Menzogna dei ricchi e dei potenti di questo mondo.

Senza uccidere nessuno, il revisionismo potrebbe rovinare fino alla sue fondamenta una delle più pericolose menzogne storiche di tutti i tempi, quella del presunto genocidio degli ebrei (con milioni di “sopravissuti”!) e quella delle presunte camere a gas hitleriane (che, in realtà, non sono esistite né ad Auschwitz né altrove).

A partire dal 1945, proprio alla fine della Seconda Guerra mondiale, le potenze occidentali hanno visto accelerarsi la scomparsa delle loro colonie. E’ esattamente in questa epoca che, per effetto di un paradosso, si è assistito alla creazione ed al rafforzamento, in piena decolonizzazione generalizzata, di due fenomeni aberranti, entrambi avvenuti nel 1948: in Africa del Sud l’istituzione dell’Apartheid e, nel Vicino Oriente la creazione, con la forza, di un’entità territoriale, razzista e colonialista che si è qualificata “ Stato Ebraico “ e che si è dotata di un “ Esercito Ebraico “.

In Africa del Sud l’Apartheid ha provocato un tale movimento di rifiuto da parte di ciò che viene chiamata la “ Comunità Internazionale “ che è finito con la sua scomparsa. Ma lo Stato di Israele, questi si è mantenuto in terra di Palestina e oggi viene più che mai finanziato ed armato dalle grandi potenze occidentali, a partire dalla Germania e dagli Stati Uniti. E’ diventato persino una potenza militare.

L’anomalia che costituisce questa brutale colonizzazione della Palestina, in pieno movimento decolonizzante nel resto del pianeta, è facilmente spiegabile: nel 1945, ingannati dalla macchina propagandistica ebraica e sionista, i popoli del mondo occidentale si sono lasciati convincere che, durante il secondo conflitto mondiale, Hitler tentò di sterminare gli ebrei e ciò in modo particolarmente atroce e sistematico.

Hitler pare fosse riuscito a fare uccidere 6 milioni di ebrei innocenti, soprattutto in macelli chimici chiamati “ camere a gas “.

Nel 1947 il ragionamento dei membri dell’ONU, creato nel 1945, doveva essere stato un qualcosa del genere:


1) i tedeschi hanno inflitto agli ebrei europei la prova di un martorio senza precedenti

2) bisogna pertanto in tutti i modi venire in aiuto ai sopravissuti di questa comunità

3) conviene indennizzare questi ultimi con tutti i mezzi possibili

4) a sofferenze estreme, estremi rimedi:

non è certamente normale concedere ad un popolo, non fosse solo che per una parte di esso, una terra che appartiene ad un altro popolo, ma, per gli ebrei che hanno tanto sofferto, verrà fatta un eccezione a discapito dei Palestinesi.

Perché non a discapito dei criminali europei? Si chiedeva lo storico britannico Arnold Toynbee il quale credeva nell’Olocausto.

Di norma è proibito impossessarsi di un bene altrui, di cacciare un popolo dalla propria terra con la violenza, di tentare di asservirlo, di rifiutargli il diritto ad uno Stato, ad un esercito, ad una moneta, di imporgli una legge, di rinchiuderlo in riserve, di tenerlo in una prigione le cui mura sono ben più alte e terribili del “Muro di Berlino”.

E’ questo quindi che, dal 1948 ad oggi, in barba ai più elementari diritti, gli ebrei della Diaspora hanno fatto in terra di Palestina. Hanno disatteso tutte le promesse fatte all’ONU di rispettare, in parte, i diritti dei Palestinesi e, in seguito, hanno considerato insussistenti tutti i richiami all’ordine da parte delle Nazioni Unite.

Oggi colui che resiste loro con le armi, gli ebrei e i sionisti lo chiamano “terrorista”. Colui che denuncia il loro colonialismo lo dichiarano come “antisemita”. Colui infine che prova che il loro “Olocausto” o “Shoah” non è che un mito, lo denunciano come “negazionista” che animerebbe lo spirito diabolico del dubbio.

Terrorista, antisemita, negazionista, queste sono le parole che imprimono sulla fronte il marchio di Caino. Ma il dovere dello storico e del ricercatore è di andare a vedere da vicino la realtà che si nasconde dietro questi insulti.

E questa realtà è che gli ebrei e i sionisti hanno mentito e continuano a mentire.

Il loro presunto “Olocausto” è una menzogna storica dalla quale traggono un enorme profitto e che hanno bisogno di tutelare ad ogni costo.

Questa gigantesca menzogna, questa truffa dalle dimensioni quasi planetarie, aggravano sia la posizione dei sionisti che hanno rapinato e ucciso i Palestinesi, sia quella degli ebrei della Diaspora che sostengono il sionismo e lo finanziano.


Hitler ha effettivamente tentato di espellere gli ebrei dall’Europa. Ben altri paesi, prima della Germania, attraverso i millenni, avevano messo in atto l’espulsione degli ebrei dai loro propri territori. Sulle ragioni di questo rifiuto quasi universale si raccomanda la lettura della prima pagina del libro scritto dall’ebreo Bernard Lazare dal titolo “ L’antisemitismo, la sua storia e le sue cause”, pubblicato nel 1894.

In poche parole, per questo autore, è a causa del loro comportamento stesso, in qualsiasi luogo e tempo, che gli ebrei, prima bene accolti, hanno suscitato, alla lunga, l’impazienza e la rivolta delle genti che li ospitavano.

Prima e dopo la guerra, à più riprese e addirittura nell’Aprile 1945, Hitler e i dirigenti nazionalsocialisti hanno pubblicamente offerto agli Alleati di accogliere a casa loro gli ebrei d’Europa.

“ Prendeteli a casa vostra questi ebrei che ritenete così fantastici! Ve li regaliamo. Perché esitate?”

Questo era all’incirca il linguaggio nazionalsocialista.


Tranne rare eccezioni, gli Alleati risposero col silenzio o col rifiuto. Essi sapevano che Hitler non stava assolutamente sterminando gli ebrei.

Noi abbiamo, ad esempio, la prova documentaria che gli alti responsabili Alleati non credevano a queste storie strambe di camere a gas ed è per questo che, né durante né dopo la guerra, Churchill, De Grulle, Eisenhower, Stalin, Benes e altri non parlarono mai di queste mostruosità da Grand Guignol.

Hitler aspirava soltanto ad una “ soluzione finale TERRITORIALE della questione ebraica”.

Gli storici di corte sopprimono sistematicamente questo ingombrante aggettivo “territoriale”.

Essi preferiscono parlare solo di “soluzione finale” e grazie a questa scorciatoia abusiva essi danno da intendere che si trattava di una soluzione della questione ebraica tramite lo sterminio sistematico.

Hitler, in realtà, voleva vedere la creazione di un territorio per gli ebrei al di fuori dell’Europa, ma non in Palestina.

Tuttavia, nell’impossibilità materiale di sbarazzarsi di alcuni milioni di ebrei o di trovar loro un territorio durante la guerra, egli decise di sistemarne un certo numero (non tutti) in campi di concentramento o in campi di lavoro sperando di risolvere “la questione ebraica” dopo la fine del conflitto.

Malgrado gli sforzi profusi dall’amministrazione e dai medici dal punto di vista sanitario, scoppiarono tremende epidemie nei campi, specialmente di tifo.

Va detto che, da generazioni, il tifo imperversava in modo endemico tra gli ebrei dell’Est.

Negli ultimi mesi della guerra, sotto l’effetto dei bombardamenti anglo-americani e della penetrazione delle truppe sovietiche, la Germania ha vissuto un’apocalisse e, con la paralisi dei suoi mezzi di produzione e di comunicazione, il destino di tutti si aggravò notevolmente.

Quando gli Alleati liberarono i campi di concentramento o di lavoro, fotografarono con insistenza i morti e i moribondi, diffondendo nel mondo queste fotografie tenendo nascoste quelle che mostravano schiere di internati che, nonostante tutto, erano rimasti in buona salute.

Filmarono i forni crematori come se i tedeschi li avessero utilizzati per ucciderci degli esseri umani mentre questi forni servirono ad incenerire dei cadaveri: metodo più sano e più moderno dell’inumazione, soprattutto là dove regnavano rischi di epidemia e di contagio.

Gli alleati mostrarono anche delle camere a gas di disinfestazione come se queste fossero servite ad uccidere dei detenuti mentre, in realtà, furono utilizzate per la disinfestazione dei vestiti dai pidocchi e, di conseguenza, per tutelare la salute di tutti quanti.

Esibirono dei barattoli d’insetticida (Zyklon B) come se questo fosse stato impiegato per asfissiare degli esseri umani mentre questo prodotto serviva a uccidere le pulci, vettori del tifo.

Mostrarono montagne di capelli, di scarpe, di occhiali e di vestiti come se questi oggetti fossero appartenuti a dei “gassati”, mentre è risaputo che, in tutta l’Europa in guerra, sottoposta al blocco continentale e soffrendo di penuria e scarsità generalizzate, si procedeva al recupero e al riciclo di tutti i materiali possibili, compresi i capelli che servivano all’industria tessile dell’epoca.

Era quindi normale ritrovare, dentro e fuori dai campi, un certo numero di depositi o di laboratori dove si riciclavano questi oggetti e questi materiali.


In altre parole, ciò che la Germania, nazione moderna, aveva intrapreso per salvare la vita e assicurarsi sopravvivenza in tempo di guerra e di economia di guerra, gli Alleati sono riusciti, tramite un abile propaganda, a presentarlo come un’impresa di sterminio fisico di esseri umani.

Questa propaganda ha saputo sfruttare le vecchie superstizioni secondo le quali il medico, il chimico e lo scienziato sono più o meno collocati al Diavolo.

Distrutta, la Germania, non ebbe altra risorsa se non quella di sottomettersi alla volontà dei suoi vincitori.

Al processo di Norimberga e in altri cento processi, di grande spettacolo, le fu impedito di presentare la sua difesa e, senza delle vere prove, senza una vera perizia tecnica o scientifica, i suoi vincitori l’hanno dichiarata colpevole di abomini inverosimili.

Essa si è piegata, si è auto-accusata e, da 60 anni, i suoi dirigenti e le sue élites non cessano di praticare l’autoflagellazione imposta al grande vinto.

La Germania non ha scelta. Oggi, semmai un alto dirigente del paese denunciasse la menzogna dell’Olocausto, i clamori degli ebrei e l’indignazione mediatica assumerebbero proporzioni tali da decretare un embargo contro la Germania, le quotazioni della Borsa Tedesca precipiterebbero ed il paese andrebbe diritto verso la disoccupazione di massa e la rovina.



I revisionisti hanno ampiamente dimostrato che non è mai esistito, e non poteva esistere, un solo ordine di Hitler di uccidere gli ebrei.


Abbiamo la prova che, anche durante la guerra, soldati o ufficiali tedeschi colpevoli di assassinii, potevano essere deferiti alla corte marziale, essere condannati a morte e fucilati.

Ciò non esclude tuttavia che le truppe tedesche, prese di mira dal fuoco nemico, notoriamente da cecchini o partigiani, possano essersi lasciate andare ad eccessi o ad abomini nei confronti dei civili, come, d’altronde, tutti gli eserciti del mondo.

Nella Germania nazionalsocialista non è mai esistito né un ordine né una direttiva né una disposizione che prescrivesse lo sterminio degli ebrei.

Non è mai esistito nessun metodo di controllo di questa presunta impresa di sterminio, nessun preventivo di costi, nessun ufficio e nemmeno nessun responsabile incaricato di condurre una simile politica.

Il 20 Gennaio 1942, nella riunione di Berlino-Wannsee, 15 ufficiali tedeschi si sono intrattenuti discutendo vagamente per alcune ore di una politica di espulsione degli ebrei fuori dal territorio europeo e provvisoriamente, in attesa della fine della guerra, della messa a lavoro forzato di uomini e donne idonei a lavorare.

Sempre in occasione di questa riunione, si era prospettato per il dopoguerra una “rinascita” ebraica fuori dall’Europa avente come “cellula germinale” i migliori elementi ebraici che sarebbero sopravissuti alla deportazione ed al lavoro forzato.

Prima della guerra e ancora agli inizi della stessa, i tedeschi avevano seriamente prospettato la soluzione di insediare gli ebrei europei nell’isola di Madagascar.

Veniva qui ripresa un’idea che era stata studiata fin dal 1937 dalle autorità polacche, francesi, britanniche e addirittura dall’American Jewish Joint Distribution Committee, ma con l’intensificarsi della guerra dovettero rinunciare a questo progetto.

In merito all’insediamento di ebrei in Palestina, i tedeschi si opposero fermamente.

Ancora nel Gennaio 1944, in occasione delle trattative con i britannici, il Ministero Tedesco degli Affari Esteri, dichiarava agli inglesi che se essi volevano accogliere un convoglio di 5.000 ebrei, dei quali 85% bambini e 15% accompagnatori adulti, ciò poteva avvenire alla condizione di ospitarli definitivamente in Gran Bretagna CON INTERDIZIONE DI EMIGRARE IN PALESTINA:


“ il Governo del Reich non può prestarsi ad una manovra tendente a permettere agli ebrei di cacciare il nobile e valoroso popolo arabo dalla sua madre-patria, la Palestina.

Queste trattative potranno proseguire soltanto alla condizione che il governo britannico si dichiari pronto ad ospitare gli ebrei in Gran Bretagna e non in Palestina e che garantisca loro che potranno stabilirvisi definitivamente (sollecito di Von Tadden, del Gruppo Inland II del Ministero degli Affari Esteri, Berlino 29 Aprile 1944).

Documento repertoriato dagli Alleati col numero NG-1794 e riprodotto in francese da Henry Monneray, vecchio sostituto del pubblico ministero della delegazione francese al processo di Norimberga, nella sua opera: LA PERSECUTION DES JUIFS DANS LES PAYS DE L’EST.

Raccolta di documenti, Parigi, Edizioni del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, 1949, pag. 169-170.


Il 18 Gennaio 1945, Heinrich Himmler scrisse in una nota personale redatta in seguito ad un incontro col Presidente svizzero Jean- Marie Lusy che faceva da intermediario agli americani:


“ gli ho nuovamente precisato il mio punto di vista (sugli ebrei). Gli ebrei, da noi, sono assegnati al lavoro, compresi, ben inteso, lavori duri come la costruzione di strade, di canali, in ditte minerarie nelle quali c’è una forte mortalità.

In seguito alle discussioni in corso circa il miglioramento delle sorti degli ebrei, questi verranno assegnati a dei lavori normali ma dovranno, ben inteso, lavorare come ogni tedesco nell’industria degli armamenti. Il nostro punto di vista sulla questione ebraica è la seguente: non ci interessa in alcun modo la posizione adottata dall’America e dall’Inghilterra nei confronti degli ebrei.

Ciò che è chiaro è che noi non vogliamo averli in Germania o nel nostro spazio vitale a causa delle lunghe esperienze della guerra mondiale e su questo punto siamo intransigenti.

Se l’America vuole prenderseli noi ne saremo felici!

Dovrà essere escluso, e al riguardo esigeremo delle garanzie, che gli ebrei che lasceremo uscire tramite la Svizzera, possano essere inoltrati verso la Palestina. Sappiamo che gli arabi rifiutano gli ebrei tanto quanto noi tedeschi e non permetteremo l’indecenza di inviare altri ebrei a questo povero popolo che lo martirizzano “

(Documento originale con annotazioni manoscritte di Himmler riprodotto da Werner Maser, Norimberga, Tribunale dei Vincitori, Droener-Knaur, Muenchen-Zuerich, 1979, pag. 262-263).



Nella loro guerra comune contro i britannici ed il comunismo sovietico, Adolf Hitler e il Gran Muftì di Gerusalemme Haij Amin Al-Husseini, erano alleati. Formazioni di SS, come la Dicisione “ Handschar” (scimitarra) o “Skanderberg” erano, sia in gran parte che nella loro totalità, composte da musulmani e in vari punti dell’Europa, partendo dalla Francia, gruppi arabi parteggiavano per la Germania.

In Irak Rachid Ali e in India Chandra Bose (fondatore dell’Indian National Army) presero addirittura posizione a favore della Germania e contro la Gran Bretagna.

Oggi la propaganda ebraica e sionista tenta di infangare questi uomini come sta facendo col resto del mondo.

Essa accusa gli Alleati di essere rimasti indifferenti durante la guerra davanti al tragico destino degli ebrei, accusa i neutrali di non aver partecipato alla crociata contro la Germania, accusa il Vaticano, accusa il Comitato Internazionale della Croce Rossa, accusa gli ebrei che, durante la guerra, fecero parte dei “Consigli Ebraici” che intrattenevano rapporti con i tedeschi, accusa i sionisti del gruppo Stern che, nel 1941, proposero alla Germania un’alleanza militare contro la Gran Bretagna, accusa l’insieme dei sionisti stabilitisi in Palestina e la loro stampa per aver accolto con scetticismo, durante il conflitto, le voci che correvano circa i massacri di ebrei a Babi Yar o altrove e sulle camere a gas.


E’ venuto il tempo di farla finita con queste accuse che hanno le loro radici nel mito dell’Olocausto.

Fin dagli anni 80, noti storici o autori, dei quali alcuni di origine ebraica, hanno finito per rendersi conto della solidità dell’argomentazione revisionista, abbandonando, conseguentemente, interi pezzi del loro credo nella dottrina dell’Olocausto con le sue false “camere a gas” e le sue presunte “6 milioni di vittime”.

Parallelamente, alti rappresentanti del sionismo si sono visti poco a poco costretti ad abbandonare interi pezzi del loro credo nell’utopia del “Grande Israele”. Questi due credo, questi due miti, riuniti in uno solo, finiranno nella discarica della Storia.



Prof. ROBERT FAURISSON

 

Erwin

Erwin@thule-toscana.com