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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.

Robert Faurisson risponde a sei domande della giornalista italiana
Giovanna Canzano ( 5 febbraio 2008 )
1 Quali sono per Lei le conquiste più significative del revisionismo
storico?
[Come preambolo, mi permetta una puntualizzazione: io mi trovo ad
essere, per prima cosa, cittadino britannico e, in secondo luogo,
cittadino francese e voglio che sia ben chiaro che è esclusivamente
nella mia qualità di cittadino britannico, e dunque come uomo
libero, che io risponderò alle Sue domande].
A condizione di sostituire la parola “conquiste” con quella di
“vittorie”, Lei troverà una risposta a questa Sua prima domanda in
un testo che ho intitolato proprio “The Victories of Revisionism” (Teheran,
11 dicembre 2006). Vi enumero venti delle nostre vittorie. Sul piano
strettamente scientifico e storico, queste vittorie sono state così
importanti, sia per numero che per ampiezza, che non è rimasta
pietra su pietra dell’edificio di menzogne costruito dalla religione
de “l’Olocausto”. Sul piano mediatico, per converso, il nostro
scacco è cocente poiché – è giocoforza il constatarlo – malgrado la
nostra presenza su Internet, con l’Aaargh-VHO, Radio Islam e
parecchi altri siti revisionisti, il grande pubblico sembra ignorare
quasi tutto dei nostri successi, come pure della sconfitta dei
nostri avversari.
Prendiamo il caso dell’ebreo americano Raul Hilberg; egli è il
Number One degli storici di quello che viene diffusamente chiamato
“Olocausto” o “Shoah” e a cui, per parte sua, preferisce dare il
nome di “la distruzione degli ebrei d’Europa”. È nel 1961 che egli
ha pubblicato la sua prima versione di The Destruction of the
European Jews. All’epoca, sosteneva con sussiego la tesi secondo la
quale Adolf Hitler aveva dato due ordini di sterminare gli ebrei
d’Europa (p. 177). Questi ordini, dei quali, curiosamente, egli non
indicava né le date né i rispettivi contenuti, erano stati, secondo
lui, seguiti da istruzioni diverse, che sfociavano, da un lato, nei
massacri sistematici di ebrei condotti in Russia dagli
Einsatzgruppen, e, dall’altro, alla costruzione dei “campi di
sterminio” (sic) in Polonia o in Germania, in particolare ad
Auschwitz . Sempre a suo dire, al fine di perpetrare questo crimine
specifico e senza precedenti, i Tedeschi avrebbero inventato ed
utilizzato delle armi anch’esse specifiche e senza precedenti,
chiamate sia “furgoni a gas”, sia “camere a gas” (utilizzando, in
particolare, l’insetticida Zyklon B). Ma, anno dopo anno, sotto la
pressione della critica revisionista che gli chiedeva delle prove e
non delle sedicenti testimonianze, R. Hilberg ha dovuto battere in
ritirata. Nel 1983, egli ha finito con il dichiarare che, a ben
riflettere, questo gigantesco massacro non era stato concertato
(come dapprima egli aveva scritto) ma si era prodotto
spontaneamente, in seno alla vasta burocrazia tedesca, “per un
incredibile incontro degli spiriti, per una consensuale trasmissione
del pensiero” (“by an incredible meeting of minds, a consensus-mind
reading by a far-flung bureaucracy”). Nel gennaio del 1985,
all’inizio del primo dei due grandi processi intentati da alcune
organizzazioni ebraiche canadesi contro il revisionista Ernst Zündel,
a Toronto, noi gli abbiamo fatto confermare sotto giuramento questo
suo strano discorso. Nel corso dello stesso anno, nella seconda
edizione della sua opera, egli ha, ancora una volta, esposto la
nebulosa teoria secondo la quale la distruzione degli ebrei d’Europa
si era prodotta per un fenomeno di generazione spontanea, e si era
sviluppato tramite trasmissione del pensiero. Egli precisava che
l’impresa criminale in questione si era sviluppata senza un piano,
senza un organismo speciale, senza direttive né autorizzazioni
scritte, senza ordini, senza spiegazioni, senza budget, senza perciò
lasciare delle tracce per lo storico. Donde, a ben comprendere,
l’impossibilità per lo storico di produrre delle prove. Egli ha
concluso: “In ultima analisi, la distruzione degli Ebrei non si
realizzò solo [sic] in esecuzione delle leggi e degli ordini, ma
come conseguenza di una disposizione dello spirito, di un accordo
tacito, di una consonanza e di un sincronismo” (La Distruzione degli
Ebrei d’Europa, Torino, Einaudi Tascabili, 1995 e 1999, vol. 1, p.
53 * ; nell’originale: “In the final analysis, the destruction of
the Jews was not as much a product of laws and commands as it was a
matter of spirit, of shared comprehension, of consonance and
synchronization”, The Destruction of the European Jews, New York,
Holmes & Meier, 1985, p. 55). Ora, in tutta la storia del mondo, non
si conosce un solo crimine dalle proporzioni gigantesche che si sia
prodotto per opera dello Spirito Santo, e che, pur non lasciando
alcuna traccia della propria concezione, dei suoi preparativi o
della sua organizzazione, abbia, come surplus, prodotto alcuni
milioni di “miracolati” che sono sfuggiti al supposto massacro.
Già nel 1978/1979, nel giornale Le Monde, avevo dimostrato che
l’esistenza delle pretese camere a gas hitleriane si scontrava con
una radicale impossibilità tecnica, ed avevo sfidato la parte
avversa a mostrare come un omicidio di massa, quale è il preteso
genocidio degli ebrei, fosse stato tecnicamente possibile. In una
dichiarazione comune firmata da 34 storici ed autori francesi, fra
cui Léon Poliakov, Pierre Vidal-Naquet, Fernand Braudel e Jacques Le
Goff, mi si era risposto: “Non bisogna chiedersi come tecnicamente
un tale assassinio di massa sia stato possibile; esso è stato
tecnicamente possibile poiché ha avuto luogo” (Le Monde, 21 febbraio
1979). Ciò è quel che si chiama, nello stesso tempo, confessare la
propria impotenza ed imporre agli altri il rispetto di un tabù. In
fondo, R. Hilberg ha conosciuto, nel 1983-1985, uno smarrimento ed
un’umiliazione simili a quelle che avevano subito in Francia, dal
1979, i suoi 34 colleghi o amici. Se Lei vuole degli altri esempi
riguardo alle concessioni a cui abbiamo costretto i sostenitori
della tesi del genocidio degli ebrei e delle camere a gas naziste,
Si rifaccia ai diciotto altri casi che io ho riportato nel mio testo
dell’11 dicembre 2006. Non tralasci, soprattutto, quello di
Jean-Claude Pressac, un personaggio che era stato sostenuto e
decantato dalla coppia Klarsfeld [Serge e la moglie Beate – NdT].
Dopo molteplici pubblicazioni in favore della tesi ufficiale, J.-C.
Pressac ha finito, il 15 giugno 1995, col firmare, sotto forma di
risposta scritta ad un questionario di Valérie Igounet, una sorta
d’atto di capitolazione a tutto tondo in cui egli ha riconosciuto
che la documentazione della tesi dello sterminio era “marcia”,
irrimediabilmente “marcia”, e che era votata agli “immondezzai della
storia”. Questo atto di capitolazione ci è stato nascosto per cinque
anni. Il testo non ci è stato rivelato che nell’anno 2000; esso è
stato difatti riprodotto, con un piccolissimo carattere tipografico,
all’estrema fine di un ponderoso libro precisamente firmato da
Valérie Igounet: Histoire du négationnisme en France (pp. 651-652).
Per quel che riguarda il numero dei morti ad Auschwitz, preteso
“campo di sterminio” (denominazione creata dagli Americani) situato
al centro di un supposto sistema di liquidazione fisica degli ebrei,
la verità ufficiale non ha smesso di subire delle revisioni verso il
basso: fino all’inizio del 1990, questo numero era fissato a 4 000
000 di ebrei e di non ebrei; nel 1995, esso è precipitato a 1 500
000; poi, è stato successivamente di 1 100 000, di 800 000, di 700
000 e di 600 000; nel 2002, con Fritjof Meyer, redattore capo dello
Spiegel, il numero è sceso a 510 000. Rimangono, agli storici
ufficiali, vale a dire agli autori non perseguiti giudiziariamente
per i loro scritti, ancora da fare dei progressi per raggiungere la
cifra reale di circa 125 000. È in effetti a questa cifra che,
probabilmente, è giunto il numero dei morti, in circa cinque anni,
nei 39 campi del complesso di Auschwitz, devastato, specialmente nel
1942, da delle terribili epidemie di tifo che hanno ucciso dei
detenuti, dei guardiani e perfino alcuni capo medici preposti alla
salute dei detenuti.
2 Potrebbe riassumere per noi, brevemente, le persecuzioni fisiche e
giudiziarie che ha dovuto subire per avere espresso in pubblico le
Sue tesi storiche?
La mia sorte è stata la seguente: una decina di aggressioni, circa
trent'anni di processi, perquisizioni, una fiumana di condanne
giudiziarie, sequestri alla mia banca, una carriera spezzata,
ignobili ritorsioni su mia moglie e sui miei figli; il tutto per
istigazione o con la piena approvazione delle autorità mediatiche,
politiche, universitarie. E questo con le fanfare e in un’atmosfera
da caccia alla volpe, con appelli all’omicidio e con un’ondata di
lordura e fango lanciati da ogni parte sulla mia persona. Il capo
dell’ordine degli avvocati di Parigi, Christian Charrière-Bournazel,
ritiene che gli scritti o i discorsi di Faurisson non siano che
fango e lordura e si auto-descrive come “sacro spazzino”.
Ma, nella disgrazia, ho avuto fortuna. Fino ad ora, il mio
revisionismo non mi è costato un solo giorno di prigione. La mia
sorte è invidiabile se la paragono a quella dei revisionisti che, in
Germania, in Austria, in Francia, in Belgio, in Spagna, in Svizzera,
in Svezia o in Canada sono stati gettati in carcere. Sono trascorsi
giusto cinque anni oggi da che, il 5 febbraio 2003, la polizia
americana ha tolto Ernst Zündel a sua moglie, nella loro casa del
Tennessee, per metterlo in prigione e poi per estradarlo al Canada
che, a sua volta, l’ha consegnato alla Germania. I suoi processi,
prima a Toronto e poi a Mannheim, si sono svolti in condizioni
rivoltanti. Il suo internamento a Toronto, durante due anni, e stato
degno di Guantánamo e di Abou Graib. Nessuno può dire se questo
giusto, questo eroe, uscirà un giorno di prigione e potrà ritrovare
sua moglie, i suoi figli e i suoi nipoti.
3 La conferenza revisionista che si è tenuta a Teheran nel dicembre
2006 ha provocato un’ondata di indignazione mondiale; ha avuto anche
delle ricadute positive?
Mi permetta una rettifica. La conferenza di Teheran non può né deve
essere qualificata come “revisionista”. La verità è che era aperta a
tutti, ivi compresi i revisionisti. Essa ha fatto conoscere al mondo
intero l’esistenza del revisionismo, ma senza riuscire a spezzare la
morsa della censura che si è ovunque ed immediatamente richiusa,
facendo in modo che il grande pubblico continuasse ad ignorare quali
sono precisamente i nostri argomenti e le nostre conclusioni. Un po’
ovunque nel mondo occidentale, si è gridato alla bestemmia. Di
ritorno al loro paese d’origine, alcuni partecipanti alla conferenza
si sono trovati esposti alla repressione, in particolare uno
Svedese, un Australiano e due dei sei coraggiosi rabbini
antisionisti che avevano fatto la trasferta: il grande rabbino
d’Austria e un rabbino di Manchester. Per la mia modesta parte, sono
stato fatto oggetto di una inchiesta giudiziaria voluta all’epoca da
Jacques Chirac; sono stato convocato due volte dalla polizia
giudiziaria. La seconda volta, ben recentemente, sono stato posto in
stato di fermo, mentre la mia casa veniva perquisita. Vi invito a
venire al processo che si sta così preparando, ma la cui data non è
stata ancora fissata. Riservo ai miei giudici e al procuratore una
dichiarazione di cui si ricorderanno. Oggi stesso, apprendo appena
che in un altro affare (quello di un’intervista concessa a “Sahar”,
stazione della radio-televisione iraniana), la corte di cassazione
ha confermato che dovrò versare 18 000 euro fra ammenda e di diverse
indennità.
4 Cosa ne pensa dell’avvenire del revisionismo e, in particolare,
dei tentativi di introdurre in Italia una legge antirevisionista
come quella francese?
L’avvenire del revisionismo mi sembra compromesso, e quello dei
revisionisti mi appare particolarmente cupo. La sorte che ci attende
potrebbe essere paragonabile a quella dei pagani dopo il trionfo del
cristianesimo, nel quarto secolo della nostra era: la progressiva
cancellazione. Temo l’estensione di una legge antirevisionista su
scala europea. Ma, deve saperlo, è possibile reprimere il
revisionismo senza istituire, tuttavia, una legge specifica in
questo senso. Consideri, ad esempio, il comportamento degli Stati
Uniti, del Canada, dell’Australia e della Nuova Zelanda nei diversi
casi particolari: oltre a quello di Ernst Zündel, quelli di Germar
Rudolf, di Fredrick Töben e di Joel Hayward (quest’ultimo,
semi-revisionista d’origine ebraica, ha salvato la pelle e la
propria carriera universitaria solo rinnegando sé stesso). In
Francia, ancor prima della specifica legge del 1990 (“legge
Fabius-Gayssot”), non ci si è fatto scrupolo di perseguire
penalmente dei revisionisti e condannarli sul piano giudiziario.
“Chi vuole annegare il proprio cane lo accusa d’avere la rabbia”.
Chi vuole attaccare un revisionista l’accuserà indifferentemente di
“danni contro terzi”, per “diffamazione”, per “incitazione all’odio
razziale”, per “apologia di reato”, di “offesa ai diritti
dell’uomo”, di “terrorismo” o di qualsiasi altro crimine o delitto.
Personalmente, io sono stato condannato nei Paesi-Bassi per danni a
terzi e per violazione della proprietà letteraria! In un’opera
sull’impostura del “Diario di Anna Frank” ero stato indotto a citare
abbondantemente degli estratti da questo sedicente diario; il
tribunale olandese ha deciso che, così facendo, avevo commesso una
sorta di furto a danno degli aventi diritto di Anna Frank, ed ha
anche stabilito che, seminando il dubbio sull’autenticità della
suddetta opera, avevo compiuto un’offesa contro due fondazioni
(rivali nello Shoah-Business!), una situata in Svizzera e l’altra
nei Paesi Bassi, che difendono, entrambe, la memoria di Anna Frank.
Inoltre, il tribunale ha avvalorato la tesi per cui io avevo
costretto il Museo Anna Frank di Amsterdam a spendere dei soldi per
preparare il personale a rispondere alle domande poste dai
visitatori che potevano essere rimasti turbati dai miei argomenti.
Capita che delle brave persone dichiarino: “Io confido nella
giustizia del mio paese”. Personalmente, reso edotto dall’esperienza
della storia, io non vedo come si possa fare affidamento su dei
magistrati. La gran parte dei giudici ha la docilità dei buoni e
tranquilli ragazzi nati da buoni e tranquilli genitori. In materia
di processi per revisionismo, se confido nei magistrati, è piuttosto
per la loro propensione a schernire, all'occorrenza, la più
elementare giustizia. In Francia, tre volte ho querelato per
diffamazione; tre volte i giudici hanno riconosciuto che avevo
ragione, pur tuttavia hanno respinto la mia domanda perché, ogni
volta, hanno decretato che il mio diffamatore era “in buona fede”.
L’ultimo esempio al proposito è quello del processo che ho dovuto
intentare a Robert Badinter perché questo personaggio aveva osato
dire alla televisione: “Io ho fatto condannare Faurisson per essere
un falsario della storia”. I giudici hanno deciso che R. Badinter
aveva “fallito nel suo tentativo di produrre prove”, vale a dire che
si era mostrato incapace di giustificare le sue asserzioni; essi
hanno riconosciuto che questo vecchio avvocato e ex-ministro (della
Giustizia) mi aveva diffamato, ma hanno aggiunto, senza fornirne la
prova, che il mio diffamatore era stato “in buona fede” e mi hanno
condannato a versargli 5 000 euro, somma che, per me, in questo
processo, si è aggiunta a ben altre spese; io ho versato questi 5
000 euro ma, non avendo altro denaro, ho rinunciato a interporre
appello. Tutti i giornali che hanno dato notizia della vicenda hanno
spiegato ai loro lettori che R. Badinter, che aveva detto: “Io ho
fatto condannare Faurisson per essere un falsario della storia”,
aveva vinto il processo, e che Faurisson aveva dovuto inchinarsi di
fronte al verdetto; essi hanno nascosto, o occultato, il fatto che
R. Badinter mi aveva diffamato, sia pure “in buona fede”.
5 Lei ha spesso paragonato le presunte armi di distruzione di massa
di Saddam Hussein alle camere a gas hitleriane: può chiarire questo
concetto?
Il 23 giugno 2003 avevo redatto un articolo dedicato all’arresto, a
Vienna, di un revisionista: l’ingegnere chimico e specialista delle
camere a gas di decontaminazione Wolfgang Fröhlich, che, per altro,
sconta attualmente una pena di sei anni e cinque mesi di prigione.
In questo articolo, avevo ricordato l’offensiva condotta dai
politici americani Rudy Giuliani e George W. Bush contro dei
“revisionisti” che, già da un bel pezzo, avevano scoperto che le
armi di distruzione di massa attribuite a Saddam Hussein
semplicemente non esistevano affatto. Il 16 giugno 2003, Bush aveva
condannato “un mucchio di storia revisionista attualmente in marcia”
(“a lot of revisionist history now going on”). Io avevo colto
l’occasione per tracciare un parallelo fra F. D. Roosevelt e G. W.
Bush, da una parte, e Adolf Hitler e Saddam Hussein dall’altra.
Scrivevo:
Nel gennaio 1944, il presidente Roosevelt, manipolato da Henry
Morgenthau Jr, suo segretario di Stato al tesoro, creò il Consiglio
dei Rifugiati di Guerra (War Refugee Board o WRB), che avrebbe
fabbricato un rapporto, divenuto poi tristemente famoso, su: “I
campi di sterminio tedeschi – Auschwitz e Birkenau”. Nel settembre
2001, il presidente Bush, manipolato da Paul Wolfowitz, creò
l’Ufficio dei Piani Speciali (Office of Special Plans o OSP), che
poi si mise a costruire dei falsi rapporti sulle armi di distruzione
di massa dell’Irak (Weapons of Mass Destruction ou WMD). Questo
ufficio è diretto da Abram Shulsky. In seno a questo stesso ufficio
i quattro responsabili incaricati dei rapporti su queste armi di
distruzione di massa si auto-designano con il nome di “la cabala”
[ebraica]! Seymour Hersh, giornalista americano di fama, ne ha fatto
la rivelazione in un lungo articolo del New Yorker datato al 12
maggio [2003] e, in Francia, Jacques Isnard l’ha riportato su Le
Monde del 7 giugno, a pagina 7.
Io allora concludevo:
Medesime menzogne. Medesimi mentitori. Medesimi beneficiari.
Medesime vittime. Sembra dunque che sia necessario un medesimo
lavoro revisionista.
In seguito, Le Monde del 17 giugno aveva pubblicato in prima pagina
un articolo intitolato ironicamente: “Saddam era un malvagio, dunque
aveva delle armi proibite”. Il giorno dopo ho mandato al giornale,
affinché la pubblicasse, una lettera il cui contenuto si limitava ad
una frase: “Hitler era malvagio, dunque aveva delle camere e dei
furgoni a gas”, ma, come ci si poteva aspettare, la mia impertinente
missiva non è stata pubblicata.
6 Da alcuni anni a questa parte, il revisionismo si trova ad essere
comunemente chiamato “negazionismo” in quanto si dice che esso abbia
un carattere eminentemente distruttivo. Lei che cosa ne pensa?
“Negazionismo” è un barbarismo e, a coloro che mi danno del “negazionista”,
io potrei ribadire, forgiando a mia volta un barbarismo, che essi
sono degli “affermazionisti”. Nel Faust di Goethe, Mefistofele è “lo
spirito che sempre nega”. Ora, i revisionisti non sono affatto
diabolici; non negano nulla, e soprattutto non negano l’evidenza. Al
termine delle loro ricerche, essi si limitano ad affermare che
quella convinzione, largamente diffusa, non è che un’illusione.
Galileo non negava nulla; egli constatava l’esistenza di un errore o
di una superstizione ed insisteva affinché, in un ambito particolare
della conoscenza, l’astronomia, si rivedesse, correggesse o
revisionasse ciò che fino ad allora era stato creduto esatto e che,
a suo avviso, era falso. Il revisionismo è POSITIVO, talvolta anche
positivista. Esso preconizza la riflessione, la verifica, lo sforzo,
il lavoro, la ricerca. E poi si trova ad essere anche un UMANESIMO :
offre agli uomini un mezzo per intendersi al di là di ogni
appartenenza ad un gruppo nazionale, politico, religioso o
professionale. Esso rigetta l’argomentazione basata sul principio
d'autorità. Per i revisionisti, ciò che affermano eruditi,
professori, magistrati non è necessariamente esatto o conforme alla
realtà, e deve poter essere sottoposto ad esame. Il revisionismo ce
ne avverte: ciò che l’opinione pubblica ribadisce indefinitamente,
fino alla noia, potrebbe non essere che una leggenda, una credenza
infondata. Attenzione alla calunnia! Prima di ripetere che la
Germania ha commesso il crimine più atroce di tutti i tempi, e di
aggiungere che quasi tutto il resto del mondo è stato il complice di
questo crimine sia partecipandovi, sia distogliendo lo sguardo,
dobbiamo esigere delle prove. Con quale diritto si afferma che la
patria di Goethe e di Beethoven si è disonorata al punto da
costruire dei mattatoi chimici per asfissiarvi milioni d’uomini, di
donne e di bambini? Con quale diritto tante istituzioni ebraiche si
permettono di accusare confusamente di complicità in questo crimine
il Papa Pio XII, il Comitato internazionale della Croce Rossa,
Roosevelt, Churchill, de Gaulle, Stalin, gli alleati della Germania
(ivi compresi i Giapponesi, il Grand Mufti di Gerusalemme, gli Indù
liberi di Chandra Bose) e i paesi neutrali, a cominciare dalla
Svizzera? È davvero possibile che solo gli ebrei e i loro amici
abbiano visto chiaro, mentre il resto del mondo, o poco ci manca,
sarebbe stato accecato dall’odio o dall’ignoranza? Il canadese David
Matas, avvocato provetto e un’autorità in seno al “B’nai B’rith”
(una specie di frammassonneria esclusivamente ebraica, con
ambasciatori presso l’ONU ed altre organizzazioni internazionali),
ha dichiarato, il 27 gennaio 2008: “L’Olocausto è stato un crimine
di cui quasi ogni paese del globo è stato complice” (“The Holocaust
was a crime in which virtually every country in the globe was
complicit”). Mi sembra che, nel momento in cui i revisionisti
vengono a sostenere, al termine delle loro ricerche, che D. Matas si
inganna o ci inganna, evocando in questo modo il preteso genocidio
degli ebrei, dovremmo almeno prestare attenzione a queste ricerche,
invece di interdirle con “la forza ingiusta della legge”. Chi, in
questa vicenda, Le sembra mantenere un comportamento normale ed
UMANO? A parer Suo, è questo D. Matas e i suoi potenti amici, oppure
il germano-canadese Ernst Zündel, il quale deve proprio a questa
gente di essere stato mandato in prigione per così tanti anni? Per
riprendere le Sue parole, io dirò dunque che, a mio sentire, lungi
dall’avere “un carattere eminentemente distruttivo”, il revisionismo
è dotato di un carattere COSTRUTTIVO ed eminentemente UMANO.
All’ateo che io sono, permetta la seguente riflessione: la religione
de “l’Olocausto” non è che un avatar della religione
veterotestamentaria. Alla pari di quest’ultima, essa è inumana.
Insegna l’odio, la crudeltà, la sete di vendetta e la violenza. Essa
ci tratta tutti come Palestinesi; si burla dell’uomo, e cerca di
farci ingoiare le storie più balorde che ci siano. E deve, difatti,
far così: come Le ho detto, sul piano della storia e della scienza
o, in una parola, della ragione, gli Hilberg e i Pressac sono stati
ridotti a zero dai revisionisti. Allora, disperando per la causa, e
per propria inclinazione, i sostenitori dell’Olocausto si sono
rivolti ai Claude Lanzmann, agli Elie Wiesel, ai Marek Halter, agli
Steven Spielberg, vale a dire a dei narratori di storie ebraiche,
che hanno in orrore la scienza storica. Essi del resto non lo
nascondono affatto. E. Wiesel, che è il più grande dei nostri falsi
testimoni, ha finito con lo scrivere nelle sue memorie: “È meglio
che le camere a gas restino chiuse agli sguardi indiscreti. E
all’immaginazione” (Tous les fleuves vont à la mer…, Le Seuil, 1994,
p. 97). Quanto a Claude Lanzmann, che ha finito con il confessare
d’avere pagato, e caro, i suoi “testimoni” tedeschi per il film
Shoah, egli ha sempre proclamato il suo odio per gli storici e per i
loro documenti, giungendo ad affermare che, se avesse scoperto un
film che mostrava una scena di gassazione degli ebrei, lo avrebbe
distrutto. Questa tipologia di commercianti è a favore dei racconti,
dei romanzi, delle novelle, dei film, del teatro, degli spettacoli
d’ogni genere, e parteggia anche per il kitsch, purché questo serva
ciò che essi chiamano la Memoria. Essi sono a favore de “la Mémoria”
tale e quale la si scrive ad Hollywood, allo Yad Vashem o in quelle
Disneyland che stanno diventando, progressivamente, tutti questi
musei degli orrori che proliferano ad Auschwitz, a Berlino, a
Washington o in cento altri punti del globo. Costoro privilegiano i
metodi hollywoodiani e le prassi scenografiche più disoneste e
disdegnano apertamente la storia. Si interessano all’arte di
suscitare delle emozioni. Questa gente segue le ricette dello “story-telling”,
vale a dire l’arte di imbastire una buona storia, dove il lettore o
lo spettatore, gustando simultaneamente il piacere dell’indignazione
contro i cattivi nazisti e quello della commiserazione per i poveri
ebrei, potrà abbandonarsi al pianto. La letteratura olocaustica
rigurgita di racconti di orrori e di miracoli degni dell’Antico
Testamento, con le sue storie delle Piaghe d’Egitto, del Mar Rosso,
delle Mura di Gerico o di Giosué che ottiene che il sole si fermi in
modo che gli ebrei possano compiere un massacro. Si tratta lì di una
lunga tradizione ebraica, la cui parola d’ordine è: “Niente Storia
ma delle storie”. In un testo datato al 15 giugno 2006 ed
intitolato: “Mémoire juive contre l’histoire (ou l’aversion juive
pour tout examen critique de la Shoah)” (“Memoria ebraica contro la
storia [o l’avversione ebraica per ogni esame critico della Shoah]”),
raccontavo della disavventura toccata al più prestigioso storico
israeliano, Ben Zion Dinur, nato Dinaburg (1884-1973). Fondatore
dell’Istituto Yad Vashem, egli ha avuto l’audacia di preconizzare la
diffidenza dell’ambito scientifico rispetto alle innumerevoli
“testimonianze” dei “sopravissuti” o “miracolati”; voleva
verificarne l’autenticità; così facendo, ha provocato contro di sé
una temibile campagna che l’ha costretto, alla fine, a dimettersi
dalla direzione dello Yad Vashem.
A partire dal 1995-1996, gli storici de “l’Olocausto” hanno
definitivamente ceduto il passo ai servitori della Memoria. Nel
1996, una sorta di Pressac in sedicesimo, Robert Jan van Pelt,
universitario canadese, sarà stato l’ultimo storico ebreo a tentare
di difendere la tesi de “l’Olocausto” sul piano scientifico. Dopo
questa data, gli specialisti dell’argomento hanno moltiplicato le
pubblicazioni in cui ognuno di loro fornisce la propria particolare
interpretazione de “l’Olocausto”, ma senza più tentare di
dimostrare, in via preliminare, che vi sia stato effettivamente un
genocidio degli ebrei e delle camere a gas naziste. Per contro,
siamo intossicati con una letteratura strabiliante, nello stile dei
racconti di Misha Defonseca, di Shlomo Venezia o di quel consacrato
burlone di Padre Patrick Desbois: una bambinella ebrea, adottata dai
lupi, attraversa con loro l’intera Europa alla ricerca dei suoi
genitori deportati ad Auschwitz; i camini dei crematori lanciano,
giorno dopo giorno, notte dopo notte, delle fiamme verso il cielo
(mentre un solo fuoco di ciminiera avrebbe interrotto per lungo
tempo ogni attività di cremazione); quando i Tedeschi decidono di
giustiziare dei grandi gruppi d’ebrei, mobilitano dei bambini ai
quali ordinano di battere su delle casseruole per coprire il rumore
delle fucilate e le grida delle vittime; “Noi eravamo trenta
fanciulle ucraine che dovevano, a piedi nudi, pigiare i corpi degli
Ebrei e gettarvi sopra una fine coltre di sabbia, in modo che gli
altri Ebrei potessero adagiarvisi” (Padre Patrick Desbois, Porteur
de mémoires / Sur les traces de la Shoah par balles, Michel Lafon,
2007, pp. 115-116); “Poi, un altro giorno, in un altro villaggio,
qualcuno che, bambino, era stato requisito per scavare una fossa ci
racconta che una mano uscita dal suolo si è appiccicata alla sua
pelle” (pp. 92-93); “[Samuel Arabski] ci ha spiegato, con lo sguardo
colmo di terrore, che la mano di un Ebreo uscita dalla fossa è
venuta ad afferrare la sua pelle” (p. 102). Non si finirebbe mai di
enumerare queste fantasmagorie che sono disonorevoli per chi le
inventa, le stampa o ne fa dei film, e che degradano, allo stesso
tempo, coloro che sono indotti a leggerne il racconto, o a vederne
la rappresentazione.
Da parte mia, prendendo atto del fatto che, in questi ultimi dieci
anni, la storiografia de “l’Olocausto” si è ridotta essenzialmente a
queste sotto-produzioni, ho l’impressione che il mio ruolo sia sul
finire. Ho 79 anni. Non consacrerò quel poco di vita che mi resta a
dimostrare l’assurdità, sempre più grossolana, del commercio o
dell’industria de “l’Olocausto”. I revisionisti l’hanno già
ampiamente provata: La storia del preteso sterminio degli Ebrei e
delle pretese camere a gas naziste è un’impostura che ha aperto la
strada ad una gigantesca truffa politico finanziaria, di cui i
beneficiari principali sono lo Stato di Israele e il sionismo
internazionale, e le cui vittime principali sono il popolo tedesco –
ma non i suoi governanti – e l’intero popolo palestinese. Sono
giunto a questa conclusione nel 1980. Al giorno d’oggi, 5 febbraio
2008, non devo cambiarla di un iota.
Per riassumere in una frase il bilancio personale degli ultimi
trent’anni da me già consacrati al revisionismo storico, dirò che io
ho semplicemente voluto, con dei mezzi risibili, servire una causa
ingrata: quella della scienza storica. Non ho nient’altro da dire a
mia difesa.
Le sono grato di avermi accordato la parola. Il primo giornalista
che abbia voluto darmela per davvero è stato uno dei Suoi
connazionali. Si chiamava Antonio Pitamitz. Era nel 1979, sul
mensile Storia Illustrata, poi scomparso. Oggi, un professore
universitario si batte aspramente perché mi sia accordato il diritto
di esporre le mie vedute – delle vedute che egli forse per parte sua
non condivide – e si tratta ancora di un Italiano. Lei lo conosce:
si chiama Claudio Moffa.
F I N E
* Questa traduzione della frase di Hilberg, con "non ... solo in
esecuzione delle leggi..." per rendere "not as much a product of
laws...", è errata; una versione più esatta e fedele è: “In ultima
analisi, la distruzione degli Ebrei era non tanto il prodotto di
un'esecuzione delle leggi e degli ordini quanto un affare di
disposizione dello spirito, di una comprensione condivisa, di una
consonanza e di un sincronismo” (NdT).
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |