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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.
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TREBLINKA: CAMPO DI STERMINIO O CAMPO DI TRANSITO?
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Di Jurgen Graf (2004)[1]
Alla fine di Novembre o all’inizio di Dicembre del 1995, durante una
passeggiata serale nel tardo e freddo autunno di Mosca, Carlo
Mattogno ed io avemmo un’ispirazione. Stavamo lavorando in due
archivi russi dove si trovavano documenti tedeschi dell’epoca di
guerra. Mentre il nostro principale obbiettivo di ricerca era il
campo di concentramento di Auschwitz, scoprimmo anche un bel po’ di
materiale su Treblinka nell’Archivio della Federazione Russa,
inclusi molte testimonianze oculari e rapporti delle commissioni
sovietiche. A dispetto dell’assenza di documenti tedeschi di prima
mano, decidemmo di scrivere un libro su Treblinka. Diverse
importanti indagini revisioniste di questo famoso “campo di puro
sterminio” erano già apparse. Udo Walendy aveva preparato una
critica dettagliata della versione ufficiale di Treblinka nel N°44
di Historische Tatsachen (Fatti Storici) indicando una serie di
impossibilità tecniche come pure di contraddizioni tra i testimoni
oculari. L’antologia Dissecting the Holocaust (Esaminare
l’Olocausto), che venne pubblicata nel 1994 da Ernst Gauss (alias
Germar Rudolf), conteneva tre saggi – di John Ball, Friedrich P.
Berg, e Arnulf Neumaier – che si occupavano in tutto o in parte di
Treblinka. Tutti questi autori, tuttavia, si limitavano a confutare
la versione ortodossa della “fabbrica della morte”, senza tentare di
scoprire una funzione alternativa di Treblinka.
Questo non è in alcun modo sorprendente: mentre ad Auschwitz e
Majdanek sono rimasti un gran numero di documenti, quelli su
Treblinka (come pure gli altri “centri di puro sterminio” Belzec,
Sobibor e Chelmno) sono praticamente scomparsi; né il visitatore
troverà alcuna traccia tangibile nei siti dei campi suddetti.
L’immagine attuale dei “centri di sterminio” è perciò basata solo su
testimonianze oculari. Non è una cosa facile scoprire la funzione
reale di questi campi in queste circostanze.
Fu principalmente per questa ragione che Mattogno ed io congelammo
temporaneamente il nostro progetto su Treblinka. Durante il corso di
un intenso viaggio in Polonia nell’estate del 1997, potemmo visitare
il sito di Treblinka, 80 chilometri ad Est di Varsavia, e prendemmo
un certo numero di foto, ma il nostro principale interesse era il
campo di concentramento di Majdanek.
Il nostro interesse per Treblinka si rinnovò alla fine del 1999,
quando il nostro amico australiano Fredrick Toben ci informò delle
indagini con il radar per il rilevamento del sottosuolo compiute dal
suo compatriota Richard Krege, un giovane ingegnere. Per mezzo di un
radar, che scopre irregolarità nella struttura del terreno e può
indicare elementi sotterranei come oggetti seppelliti e luoghi di
sepoltura, Krege ispezionò l’area di Treblinka, che, secondo i
testimoni oculari, conteneva gigantesche fosse comuni. Poiché si
ritiene che né Treblinka, né Belzec, Sobibor, o Chelmno abbiano
avuto crematori, i cadaveri da 750.000 a tre milioni di ebrei uccisi
(i numeri dipendono dall’autore) furono prima seppelliti in fosse
comuni, ma poi, dopo la primavera del 1943, disseppelliti e cremati
all’aperto in gigantesche griglie, presuntamente senza lasciare
traccia. Basandosi sui risultati preliminari ottenuti da diversi
giorni di ispezioni con il radar nell’Ottobre del 1999, Krege giunse
alla conclusione che il terreno nella zona delle presunte fosse
comuni risultava completamente intatto e che perciò le fosse non
sono mai esistite.
Questa era una notizia eccitante. Se i risultati di Krege erano
corretti, allora la storia del campo di sterminio era, con certezza
scientifica assoluta, finita, poiché la versione ufficiale di
Treblinka si regge e cade con l’esistenza di queste fosse. Contattai
velocemente l’ingegnere australiano per telefono per conoscere i
dettagli. Egli mi informò che i suoi dati erano incompleti:
ulteriori ispezioni sul posto erano necessarie. Egli progettò di
esaminare anche Belzec e Sobibor. Decidemmo di lavorare assieme.
Poiché l’affitto per due settimane dell’equipaggiamento del radar
era superiore ai mezzi di Krege, inviai una lettera richiedente
donazioni ai miei sponsor e amici, e riuscii a raccogliere l’importo
necessario. Il 21 di Agosto del 2000, sei giorni dopo il mio 49°
compleanno (a quell’epoca lasciai la mia patria, la Svizzera,
definitivamente), noi tre – Richard Krege, Carlo Mattogno ed io – ci
incontrammo a Cracovia. Tuttavia, Mattogno dovette ritornare in
Italia due giorni dopo a causa di una malattia in famiglia – che
fortunatamente risultò non essere seria – così Krege ed io
continuammo il viaggio verso il “campo di sterminio” da soli.
La nostra prima meta fu Auschwitz. Per il suo studio, Krege aveva
bisogno di un paragone tra Treblinka e un luogo dove fossero state
scavate fosse comuni al tempo della seconda guerra mondiale. Alcune
tra queste fosse sono ubicate ad Auschwitz-Birkenau, dove circa
20.000 vittime perirono durante una micidiale epidemia di tifo
petecchiale nel corso dell’estate e dell’autunno del 1942. Poiché la
capacità del vecchio crematorio nel campo principale era di gran
lunga insufficiente per la cremazione di tutte le vittime
dell’epidemia e i crematori di Birkenau non erano ancora stati
costruiti, i cadaveri furono per la maggior parte sepolti in fosse
comuni, che sono chiaramente visibili nelle foto aeree degli alleati
così come sono state pubblicate e analizzate da John Ball. Non
avemmo problemi nel trovare una delle fosse con il dispositivo del
radar; la conformazione e la vegetazione del terreno differivano
inequivocabilmente da quella delle aree adiacenti. Krege lavorò lì
per due giorni con il suo equipaggiamento. Poiché non avevo idea di
come funzionasse l’apparato, non potevo essere di grande aiuto, così
il mio compito in quel viaggio fu limitato al ruolo di interprete.
La tappa successiva fu Belzec, dove il mio collega trovò condizioni
ambientali ideali. Sebbene si presuma che circa 600.000 ebrei siano
stati gassati in questo campo minuscolo – vale a dire un decimo dei
famosi “sei milioni” – esso attira pochi visitatori, e le autorità
polacche non hanno ritenuto necessario costruirvi un museo. Così
Krege poté lavorare lì per giorni indisturbato, specie grazie al
fatto che Madre Natura ci sorrideva. Le condizioni furono differenti
a Sobibor: primo, c’è un museo all’entrata del campo, gli impiegati
del quale sono svelti a notare ogni attività non autorizzata
nell’area del campo e, secondo, come ci informò un giovane storico
polacco che lavorava nel museo, l’ubicazione esatta (o presunta)
delle fosse comuni è sconosciuta. Poiché questo storico conosceva
Mattogno e il sottoscritto come revisionisti dalla nostra precedente
visita del 1997, rinunciammo ad ogni segretezza e chiedemmo il
permesso di utilizzare il radar. L’uomo ci indirizzò ad un ufficio a
Varsavia per ottenere la necessaria approvazione; rinunciammo ad un
tentativo tanto inutile e continuammo in direzione di Treblinka.
Lì soggiornammo in una pensione ben tenuta ai margini della piccola
città di Ostrow, non lontano da Treblinka. Durante i giorni
successivi Krege lavorò instancabilmente con il suo radar,
controllando ogni metro quadrato di terreno nell’area delle presunte
fosse comuni. Poiché arrivavano continuamente bus con visitatori
(frequentemente israeliani), io stavo continuamente sulle spine.
Fortunatamente l’operosa attività del mio compagno non provocò
sospetti tra i pellegrini dell’Olocausto, e così lasciammo Treblinka
senza alcun imbarazzante incidente. Krege ritornò a casa via
Germania il giorno seguente, mentre il mio percorso mi condusse
ulteriormente ad Est – prima a Lemberg (Lviv), in Ucraina, dove
compii delle ricerche per diversi giorni nell’archivio locale, poi a
Mosca, e due mesi più tardi in oriente. Ma questa è un’altra storia.
Richard Krege presentò i risultati iniziali della sua ricerca,
esposti su diapositive, in due conferenze (nel Giugno del 2001 a
Washington e nel Gennaio del 2002 a Mosca). Mentre gli scatti presi
a Birkenau mostravano tracce di massicci sommovimenti del terreno,
comprovando la presenza di una precedente fossa comune, tutte le
tracce di simili sommovimenti del suolo sono assenti a Treblinka e
Belzec. La sola conclusione logica è che queste gigantesche fosse
comuni, contenenti fino a un milione e mezzo di cadaveri (secondo
l’Enciclopedia dell’Olocausto: 870.000 a Treblinka e 600.000 a
Belzec), non sono mai esistite. Questo semplice fatto è sufficiente
a far cadere la versione ufficiale dell’Olocausto come un castello
di carte.

Pianta di Treblinka, disegnata da Samuel Willenberg nel 1984 (da S.
Willenberg, Revolt in Treblinka, Zydowski Instytut Historyczny,
Warsaw, 1989, p. 6). Il libro di Mattogno e Graf include una
presentazione cronologica delle varie mappe del campo, pubblicate
dopo la guerra, che dimostra le molte inesattezze di tali mappe.
Treblinka: campo di sterminio o campo di transito? è in massima
parte opera di Carlo Mattogno, poiché egli ha scritto sette dei nove
capitoli. Io sono l’autore del primo e del quinto capitolo,
dell’introduzione e della conclusione; io ho anche tradotto i
capitoli di Mattogno in tedesco. La prima parte del libro include
una rassegna sia della storiografia ortodossa su Treblinka che di
quella revisionista, un’accurata analisi dell’origine della versione
ufficiale di Treblinka, una sistematica confutazione storica e
tecnica di tale versione che va molto oltre la precedente
storiografia revisionista, ed un esame dei processi aventi per
oggetto Treblinka in Germania ed Israele, nei quali praticamente
ogni principio di giustizia venne messo da parte. La seconda parte
del nostro libro stabilisce che Treblinka era un campo di transito,
attraverso il quale gli ebrei deportati da Varsavia ed altre città
polacche erano convogliati, in parte verso Est nei territori
sovietici occupati, in parte a Sud verso Majdanek e altri campi di
lavoro nel distretto di Lublino.
Secondo la storiografia ufficiale, agli ebrei che arrivavano veniva
detto che essi si trovavano in un campo di transito, dove essi
dovevano fare la doccia e i loro vestiti dovevano essere
disinfestati prima di continuare il viaggio. In tal modo, continua
la storia, gli ebrei venivano adescati ad entrare nelle camere a
gas. Noi sosteniamo che la prima parte della storia è corretta: gli
ebrei facevano la doccia, e i loro averi venivano posti nelle camere
di disinfestazione. Come si sa, le camere tedesche di
disinfestazione durante la guerra funzionavano spesso con il vapore.
Se questo fosse il caso di Treblinka, sarebbe la chiave della prima
versione del mito dello sterminio, secondo cui gli ebrei venivano
presuntamente uccisi a Treblinka con il vapore. Il 15 novembre del
1942, meno di quattro mesi dopo l’apertura del campo,
l’organizzazione della resistenza del ghetto di Varsavia pubblicò un
lungo rapporto intitolato Treblinka: eterno disonore della nazione
tedesca, nel quale veniva asserito che fino a quel momento due
milioni di ebrei (quasi 20.000 al giorno!) erano stati uccisi in
camere a vapore. Il rapporto continuava affermando che i cadaveri
erano stati sepolti nelle fosse comuni più grandi di sempre, e che
dopo lo sterminio di tutti gli ebrei “il fantasma della morte nelle
camere a vapore si ergeva davanti agli occhi dell’intero popolo
polacco.” Treblinka: eterno disonore venne preso assai seriamente
nel ghetto di Varsavia. La giornalista Eugenia Szaijn-Levin scrisse
nel suo diario le parole seguenti:
“Il peggio è la morte a Treblinka. In questi momenti siamo diventati
tutti consapevoli di Treblinka. Lì le persone vengono bollite vive.”
Dopo che l’Armata Rossa conquistò la regione attorno a Treblinka
nell’Agosto del 1944, le commissioni sovietiche d’indagine si misero
immediatamente a lavoro, riferendo che tre milioni di persone erano
state uccise nel campo. Tuttavia, il metodo di uccisione menzionato
non fu più il vapore, ma piuttosto il soffocamento ottenuto per
mezzo dell’estrazione dell’aria dalle camere della morte grazie ad
una pompa azionata da un motore diesel. Gradualmente il motore
diesel, che all’inizio aveva solo azionato la pompa, venne
trasformato nell’arma del delitto in sé stessa. L’autore dell’ultima
contraffazione della realtà di Treblinka fu il falegname ebreo
Yankiel Wiernik, che, nel Maggio del 1944, plagiò il rapporto della
resistenza del Novembre del 1942, sostituendo le “camere a vapore”
con le “camere a gas”.
E’ abbastanza probabile che a Treblinka ci fosse un motore diesel:
un generatore sarebbe stato necessario per fornire l’elettricità
richiesta, e un tale apparecchio era normalmente azionato da un
motore diesel. Poiché le esalazioni di un motore diesel puzzano
terribilmente, il tecnico dilettante Wiernik credé evidentemente che
queste esalazioni fossero un mezzo di sterminio appropriato. Questo
è un errore grossolano, poiché, come Friedrich P. Berg e altri
revisionisti hanno sottolineato, tali emissioni, a causa del loro
alto contenuto di ossigeno e al basso contenuto di monossido di
carbonio, sono poco adatte per l’uccisione di persone; ogni motore a
benzina sarebbe più efficiente.
Tra l’Agosto del 1944 e la fine del 1945, differenti metodi di
sterminio si contesero il predominio nella propaganda nera. I tre
menzionati più spesso erano il soffocamento tramite pompa
aspiratrice d’aria nelle camere della morte, le esalazioni diesel, e
il vapore. L’autore ebreo-sovietico Wassili Grossmann scrisse nel
suo rapporto horror L’inferno di Treblinka, che venne pubblicato in
numerose lingue nel 1945 (e secondo il quale il “filo spinato che
circondava la terra desolata di Treblinka catturò più vite umane di
tutti i mari e gli oceani messi insieme dall’inizio del genere
umano”), che tutte e tre le tecniche vennero utilizzate, ma
soprattutto la prima. Sebbene un documento sottoposto dalle autorità
polacche al tribunale di Norimberga nel Dicembre del 1945 affermava
che diverse centinaia di migliaia di ebrei erano stati uccisi a
Treblinka con il vapore (PS-3311), il giudice polacco Zdzislaw
Lukaszkiewicz, l’autore dei primi rapporti forensi su Treblinka,
decise per le esalazioni diesel, perché questo gli sembrava la più
credibile tra le varie tecniche di sterminio riferite dai testimoni.
Nel Febbraio del 1946 l’ex detenuto di Treblinka Samuel Rajzman, in
una testimonianza presentata a Norimberga, parlò solo di camere a
gas. Poiché il rapporto Gerstein, che a quell’epoca stava attirando
l’attenzione degli storici, menzionava anch’esso i motori diesel
come l’arma del delitto a Belzec e a Treblinka, la camera a gas
diesel divenne da quel momento un “fatto storico stabilito”, e le
altre varianti sparirono nel bidone della spazzatura della storia.
La cifra originale per le vittime di Treblinka, tre milioni, venne
abbandonata come troppo incredibile; negli anni seguenti furono
considerati soddisfacenti numeri molto più bassi.
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In totale, i vari testimoni elencarono i seguenti metodi di
sterminio per Treblinka:
1) esalazioni da un motore non specificato, con il veleno aggiunto
al carburante.
2) Una camera a gas mobile che viaggiava lungo le fosse comuni e vi
scaricava dentro i cadaveri.
3) Camere a gas con gas a reazione ritardata, che permetteva alle
vittime di camminare verso le fosse comuni, dove perdevano
conoscenza cadendovi dentro.
4) Calce viva versata in vagoni ferroviari; secondo questa versione
Treblinka fungeva solo come luogo di sepoltura.
5) Vapore bollente.
6) Corrente elettrica.
7) Fucilazione con mitragliatori.
8) Soffocamento mediante pompa aspiratrice d’aria.
9) Cloro gassoso.
10) Zyklon B
11) Esalazioni diesel.
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Questa totale confusione è naturalmente decisamente imbarazzante per
gli storici. Mentre i meno avventurosi, come Raul Hilberg, si sono
accontentati di ignorare tutte le tecniche di uccisione tranne il
motore diesel, gli scrittori più impudenti si sono abbassati a
falsificare le fonti storiche. Questo è vero specialmente per il
professore israeliano Yitzhak Arad, autore dell’opera “standard”
Belzec, Sobibor, Treblinka, i campi della morte dell’Operazione
Reinhard, nella quale le descrizioni del movimento di resistenza del
Novembre del 1942 sono riprodotte in dettaglio, ma le originali
“camere a vapore” sono sostituite ogni volta con il termine “camere
a gas”!
In breve: la versione ufficiale di Treblinka è un’ininterrotta
catena di assurdità. Questo, tuttavia, non risponde alla questione
dello scopo reale del campo. Alcuni revisionisti come Arthur Butz,
Robert Faurisson, Mark Weber, e Andrew Allen hanno ipotizzato molti
anni fa che Treblinka fosse un campo di transito. Mattogno
stabilisce meticolosamente, sulla base di numerosi documenti, la
politica nazionalsocialista del ristabilimento degli ebrei ad Est in
due capitoli, e nel capitolo finale fornisce prova dopo prova che
quegli ebrei che furono portati a Treblinka vennero in realtà
inviati oltre verso altre destinazioni. Per respingere l’obiezione
che, alla fine, non importa se gli ebrei furono gassati in Polonia o
fucilati più ad Est, Mattogno in un altro capitolo esamina
attentamente la tesi degli storici ortodossi, secondo cui gli
Einsatzgruppen perseguirono una politica di sterminio sistematico
degli ebrei nei territori orientali occupati, e dimostra che tale
accusa è insostenibile.
Che Treblinka funse, tra le altre cose, da campo di transito per
Majdanek e altri campi di lavoro nell’area di Lublino è ammesso
anche dagli storici ebrei Tatiana Berenstein e Adam Rutkowski. Nel
verdetto del processo Demjanjuk a Gerusalemme venne fatto il nome di
certi ex deportati ebrei che arrivarono a Majdanek dopo una breve
sosta a Treblinka. E’ più difficile provare che gli ebrei vennero
deportati da Treblinka nelle zone sovietiche occupate, ma almeno una
prova solidamente documentata esiste. Il 31 Luglio del 1942, una
settimana dopo l’apertura di Treblinka, il Reichskommissar per la
Russia Bianca, Wilhelm Kube, protestò animatamente con il
Reichskommissar per i territori orientali Heinrich Lohse contro il
trasferimento di 1000 ebrei da Varsavia a Minsk, sulla base che
questi ebrei rappresentavano un pericolo come potenziali portatori
di epidemie e come sostenitori dei partigiani. A quel tempo tutti
gli ebrei deportati da Varsavia arrivavano a Treblinka, così che
quei 1000 ebrei devono essere stati inviati attraverso tale campo a
Minsk. Quest’unico trasporto è già abbastanza per scuotere le
fondamenta della storia del “puro campo di sterminio”, nel quale
ogni ebreo eccetto una manciata di “lavoratori ebrei” veniva
immediatamente soppresso. Chiunque obbietti che questo trasferimento
è semplicemente un’eccezione deve chiedere a sé stesso quante altre
di tali eccezioni siano esistite.
Naturalmente molto è ancora oscuro: il numero esatto degli ebrei
trasportati a Treblinka, le destinazioni esatte di quelli che
vennero trasferiti da lì, il destino di quelli che sopravvissero
alle dure condizioni della guerra. Questa è la ragione per sperare
che la crescente accessibilità degli archivi nelle nuove nazioni che
sono scaturite dalla ex USSR renderanno possibile per gli storici
interessati alla verità di gettare più e più luce in questa
oscurità.
Il nostro libro contiene numerose foto e documenti ed è basato
sull’analisi della letteratura tedesca, polacca, francese, e inglese
pubblicata su Treblinka e su una intensa ricerca in molti archivi.
Carlo Mattogno ha basato la parte tecnica parzialmente su fonti
pre-belliche; egli cita, ad esempio, uno studio tossicologico
preparato da importanti esperti e pubblicato in Germania nel 1930,
che indica che già a quel tempo i tedeschi avevano una conoscenza
esatta del pericolo relativamente basso delle esalazioni diesel, che
smaschera la falsità del racconto delle camere a gas con esalazioni
diesel. Dubitiamo fortemente che i rappresentanti della storiografia
ortodossa potranno respingere il nostro libro con qualcosa di più
che procedimenti giudiziari e testimonianze, come quelle di Abraham
Bomba, che descrisse nel film di Claude Lanzmann Shoah come tagliava
i capelli di settanta donne nude in una camera a gas di metri 4x4.
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |