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STORIA E
BATTAGLIE
Benedetto Croce: Sul Tribunale di Norimberga
Ringrazio Andrea Carancini per la segnalazione di
questo discorso parlamentare di Benedetto Croce, che bisognerà
commentare adeguatamente ma del quale per adesso non indugio nella
sua pubblicazione. Tratto dal discorso parlamentare sul disegno di
legge Approvazione del “Trattato di pace fra le potenze Alleate ed
Associate e l’Italia”, firmato a Parigi il 10 Febbraio 1947.
(Assemblea costituente, seduta pomeridiana del 24 Luglio 1947). Il
discorso di Croce è da associare all’altro di Vittorio Emanuele
Orlando il 30 luglio 1947, da me pubblicato in Behemoth, n. 3, del
luglio-dicembre 1987, p. 27-40 con una nota di Teodoro Klitsche de
la Grange. Sarà qui forse il caso di rivisitare tutto il dibattito
parlamentare che si consumò in quell’estate del 1947. Noi siamo
figli di quella situazione storica.
Antonio Caracciolo
IL GIUDIZIO DI BENEDETTO CROCE SUL PROCESSO DI NORIMBERGA
BENEDETTO CROCE: DISCORSO PARLAMENTARE SUL DISEGNO DI LEGGE
(Assemblea costituente, seduta pomeridiana del 24 Luglio 1947)
CROCE.
Io non pensavo che la sorte mi avrebbe, negli ultimi miei anni,
riserbato un così trafiggente dolore come questo che provo nel
vedermi dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare, e
nell’essere stretto dal dovere di prendere la parola intorno ad
esso. Ma il dolore affina e rende più penetrante l’intelletto che
cerca nella verità la sola conciliazione dell’interno tumulto
passionale. Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l’abbiamo
perduta <>, anche coloro che l’hanno deprecata con ogni loro potere,
anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime,
consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando
la nostra Patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non
possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra Patria, né
dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte.
Ciò è pacifico quanto evidente.
Senonché il documento che ci viene presentato non è solo la
notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione o
indiscrezione, chiede e prende da noi, ma un giudizio morale e
giuridico sull’Italia e la pronunzia di un castigo che essa deve
espiare per redimersi e innalzarsi e tornare a quella sfera
superiore in cui, a quanto sembra, si trovano, coi vincitori, gli
altri popoli, anche quelli del Continente nero.
E qui mi duole di dover rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la
guerra è una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da
ogni ordinamento giuridico, e che in essa la ragion giuridica si
tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti, dall’una e
dall’altra parte intesi unicamente alla vittoria, dall’una e
dall’altra parte biasimati o considerati traditori se si astengono
da cosa alcuna che sia comandata come necessaria o conducente alla
vittoria. Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa
quel che si dica, o lo sa troppo bene, e cela l’utile, ancorché
egoistico, del proprio popolo o Stato sotto la maschera del giudice
imparziale. Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai
nostri giorni (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i
tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha
istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto nomi di
criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti,
abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo
non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro uomini e se ne
richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e
concludendo con ciò la guerra. Giulio Cesare non mandò innanzi a un
tribunale ordinario o straordinario l’eroico Vercingetorige, ma,
esercitando vendetta o reputando pericolosa alla potenza di Roma la
vita e l’esempio di lui, poiché gli si fu nobilmente arreso, lo
trascinò per le strade di Roma dietro il suo carro trionfale e indi
lo fece strozzare nel carcere. Parimenti si è preso oggi il vezzo,
che sarebbe disumano, se non avesse del tristemente ironico, di
tentar di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con
l’entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e
pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale
pretesa che neppure Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli
le guerre, rivendicherebbe a sé, perché egli non scruta le azioni
dei popoli nell’ufficio che il destino o l’intreccio storico di
volta in volta loro assegna, ma unicamente i cuori e i reni, che non
hanno segreti per lui, dei singoli individui. Un’infrazione della
morale qui indubbiamente accade, ma non da parte dei vinti, sì
piuttosto dei vincitori, non dei giudicati, ma degli illegittimi
giudici.
Noi italiani, che abbiamo nei nostri grandi scrittori una severa
tradizione di pensiero giuridico e politico, non possiamo dare la
nostra approvazione allo spirito che soffia in questo dettato,
perché dovremmo approvare ciò che sappiamo non vero e pertinente a
transitoria malsania dei tempi: il che non ci si può chiedere. Ma
altrettanto dubbio suscita questo documento nell’altro suo aspetto
di dettato internazionale, che dovrebbe ristabilire la
collaborazione tra i popoli nell’opera della civiltà e impedire, per
quanto è possibile, il rinnovarsi delle guerre.
Il tema che qui si tocca è così vasto e complesso che io non posso
se non lumeggiarlo sommariamente e in rapporto al solo caso
dell’Italia, e nelle particolarità di questo caso.
L’Italia dunque, dovrebbe, compiuta l’espiazione con l’accettazione
di questo dettato, e così purgata e purificata, rientrare nella
parità di collaborazione con gli altri popoli. Ma come si può
credere che ciò sia possibile, se la prima condizione di ciò è che
un popolo serbi la sua dignità e il suo legittimo orgoglio, e voi o
sapienti uomini del tripartito o quadripartito internazionale,
l’offendete nel fondo più geloso dell’anima sua, perché, scosso che
ebbe da sé l’Italia, non appena le fu possibile, l’infesto regime
tirannico che la stringeva, avete accettato e sollecitato il suo
concorso nell’ultima parte della guerra contro la Germania, e poi
l’avete, con pertinace volontà, esclusa dai negoziati della pace,
dove si trattava dei suoi più vitali interessi, impedendole di far
udire le sue ragioni e la sua voce e di suscitare a sé spontanei
difensori in voi stessi o tra voi? E ciò avete fatto per avere le
sorti italiane come una merce di scambio tra voi, per equilibrare le
vostre discordi cupidigie o le vostre alterne prepotenze, attingendo
ad un fondo comune, che era a disposizione. Così all’Italia avete
ridotto a poco più che forza di polizia interna l’esercito, diviso
tra voi la flotta che con voi e per voi aveva combattuto, aperto le
sue frontiere vietandole di armarle a difesa, toltole popolazioni
italiane contro gli impegni della cosiddetta Carta atlantica,
introdotto clausole che violano la sua sovranità sulle popolazioni
che le rimangono, trattatala in più cose assai più duramente che
altri Stati ex nemici, che avevano tra voi interessati patroni,
toltole o chiesta una rinunzia preventiva alle colonie che essa
aveva acquistate col suo sangue e amministrate e portate a vita
civile ed europea col suo ingegno e con dispendio delle sue tutt’altro
che ricche finanze, impostole gravi riparazioni anche verso popoli
che sono stati dal suo dominio grandemente avvantaggiati; e perfino
le avete come ad obbrobrio, strappati pezzi di terra del suo fronte
occidentale da secoli a lei congiunti e carichi di ricordi della sua
storia, sotto pretesto di trovare in quel possesso la garanzia
contro una possibile irruzione italiana, quella garanzia che una
assai lunga e assai fortificata e assai vantata linea Maginot non
seppe dare.
Non continuo nel compendiare gli innumeri danni ed onte inflitti
all’Italia e consegnati in questo documento, perché sono incisi e
bruciano nell’anima di tutti gli italiani; e domando se, tornando in
voi stessi, da vincitori smoderati a persone ragionevoli, stimate
possibile di avere acquistato con ciò un collaboratore in piena
efficienza per lo sperato nuovo assetto europeo. Il proposito
doveroso di questa collaborazione permane e rimarrà saldo in noi e
lo eseguiremo, perché risponde al nostro convincimento e l’abbiamo
pur ora comprovato col fatto: ma bisogna non rendere troppo più
aspro all’uomo il già aspro suo dovere, né dimenticare che al dovere
giova la compagnia che gli recano l’entusiasmo, gli spontanei
affetti, l’esser libero dai pungenti ricordi di torti ricevuti, la
fiducia scambievole, che presta impeto ed ali.
Noi italiani, che non possiamo accettare questo documento, perché
contrario alla verità, e direi alla nostra più alta coscienza, non
possiamo sotto questo secondo aspetto dei rapporti fra i popoli,
accettarlo, né come italiani curanti dell’onore della loro Patria,
né come europei: due sentimenti che confluiscono in uno, perché
l’Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formare la
civiltà europea e per oltre un secolo ha lottato per la libertà e
l’indipendenza sua, e, ottenutala, si era per molti decenni
adoperata a serbare con le sue alleanze e intese difensive la pace
in Europa. E cosa affatto estranea alla costante sua tradizione è
stata la parentesi fascistica, che ebbe origine dalla guerra del
1914, non da lei voluta ma da competizioni di altre potenze; la
quale, tuttoché essa ne uscisse vittoriosa, nel collasso che seguì
dappertutto, la sconvolse a segno da aprire la strada in lei alla
imitazione dei nazionalismi e totalitarismi altrui. Libri stranieri
hanno testé favoleggiato la sua storia nei secoli come una
incessante aspirazione all’imperialismo, laddove l’Italia una sola
volta fu imperiale, e non propriamente essa, ma l’antica Roma, che
peraltro valse a creare la comunità che si chiamò poi l’Europa e,
tramontata quell’egemonia, per la sua posizione geografica divenne
campo di continue invasioni e usurpazioni dei vicini popoli e stati.
Quei libri, dunque, non sono storia, ma deplorevole pubblicistica di
guerra, vere e proprie falsificazioni. Nel 1900 un ben più sereno
scrittore inglese, Bolton King, che con grande dottrina narrò la
storia della nostra unità, nel ritrarre l’opera politica dei governi
italiani nel tempo seguito all’unità, riconosceva nella conclusione
del suo libro che, al confronto degli altri popoli d’Europa,
l’Italia <>.
Ma se noi non approveremo questo documento, che cosa accadrà?
In quali strette ci cacceremo? Ecco il dubbio e la perplessità che
può travagliare alcuno o parecchi di voi, i quali, nel giudizio di
sopra esposto e ragionato del cosiddetto Trattato, so che siete
tutti e del tutto concordi con me ed unanimi, ma pur considerate
l’opportunità contingente di una formalistica ratifica.
Ora non dirò ciò che voi ben conoscete; che vi sono questioni che si
sottraggono alla spicciola opportunità e appartengono a quella
inopportunità opportuna o a quella opportunità superiore che non è
del contingente ma del necessario; e necessaria e sovrastante a
tutto è la tutela della dignità nazionale, retaggio affidatoci dai
nostri padri, da difendere in ogni rischio e con ogni sacrificio. Ma
qui posso stornare per un istante il pensiero da questa alta sfera
che mi sta sempre presente e, scendendo anch’io nel campo del
contingente, alla domanda su quel che sarà per accadere,
risponderei, dopo avervi ben meditato, che non accadrà niente,
perché in questo documento è scritto che i suoi dettami saranno
messi in esecuzione anche senza l’approvazione dell’Italia:
dichiarazione in cui, sotto lo stile di Brenno, affiora la
consapevolezza della verità che l’Italia ha buona ragione di non
approvarlo. Potrebbero bensì, quei dettami, venire peggiorati per
spirito di vendetta, ma non credo che si vorrà dare al mondo di
oggi, che proprio non ne ha bisogno, anche questo spettacolo di
nuova cattiveria, e, del resto, peggiorarli mi par difficile, perché
non si riesce a immaginarli peggiori e più duri.
Il governo italiano certamente non si opporrà all’esecuzione del
dettato; se sarà necessario, coi suoi decreti o con qualche suo
singolo provvedimento legislativo, la seconderà docilmente, il che
non importa approvazione, considerato che anche i condannati a morte
sogliono secondare docilmente nei suoi gesti il carnefice che li
mette a morte. Ma approvazione, no! Non si può costringere il popolo
italiano a dichiarare che è bella una cosa che esso sente come
brutta, e questo con l’intento di umiliarlo e di toglierli il
rispetto di sé stesso, che è indispensabile ad un popolo come a un
individuo, e che solo lo preserva dall’abiezione e dalla corruttela.
Del resto, se prima eravamo soli nel giudizio dato di sopra del
trattamento usato all’Italia, ora spiritualmente non siamo più soli:
quel giudizio si avvia a diventare un’opinio communis e ci viene
incontro da molti altri popoli e perfino da quelli vincitori, e da
minoranze dei loro parlamenti che, se ritegni molteplici non
facessero per ora impedimento, diventerebbero maggioranze. E fin da
ora ci si esorta a ratificare sollecitamente il Trattato per entrare
negli areopaghi internazionali, da cui siamo esclusi e nei quali
saremmo accolti a festa, se anche come scolaretti pentiti, e ci si
fa lampeggiare l’incoraggiante visione che le clausole di esso più
gravi e più oppressive non saranno eseguite e tutto sarà sottoposto
a revisione.
Noi non dobbiamo cullarci nelle facili speranze e nelle pericolose
illusioni e nelle promesse più volte trovate fittizie, ma contare
anzitutto e soprattutto su noi stessi; e tuttavia possiamo confidare
che molti comprenderanno la necessità del nostro rifiuto
dell’approvazione, e l’interpreteranno per quello che esso è: non
una ostilità contro il riassetto pacifico dell’Europa, ma, per
contrario un ammonimento e un contributo a cercare questo assetto
nei modi in cui soltanto può ottenersi; non una manifestazione di
rancore e di odio, ma una volontà di liberare noi stessi dal
tormento del rancore e dalle tentazioni dell’odio.
Signori deputati, l’atto che oggi siamo chiamati a compiere, non è
una deliberazione su qualche oggetto secondario e particolare, dove
l’errore può essere sempre riparato e compensato; ma ha carattere
solenne, e perciò non bisogna guardarlo unicamente nella difficoltà
e nella opportunità del momento, ma portarvi sopra quell’occhio
storico che abbraccia la grande distesa del passato e si volge
riverente e trepido all’avvenire. E non vi dirò che coloro che
questi tempi chiameranno antichi, le generazioni future dell’Italia
che non muore, i nipoti e pronipoti ci terranno responsabili e
rimprovereranno la generazione nostra di aver lasciato vituperare e
avvilire e inginocchiare la nostra comune Madre a ricevere
rimessamente un iniquo castigo; non vi dirò questo, perché so che la
rinunzia alla propria fama è in certi casi estremi richiesta
all’uomo che vuole il bene o vuole evitare il peggio; ma vi dirò
quel che è più grave, che le future generazioni potranno sentire in
sé stesse la durevole diminuzione che l’avvilimento, da noi
consentito, ha prodotto nella tempra italiana, fiaccandola. Questo
pensiero mi atterrisce, e non debbo tacervelo nel chiudere il mio
discorso angoscioso. Lamentele, rinfacci, proteste, che prorompono
dai petti di tutti, qui non sono sufficienti. Occorre un atto di
volontà, un esplicito: “no!” Ricordate che, dopo che la nostra
flotta, ubbidendo all’ordine del re ed al dovere di servire la
Patria, si fu portata a raggiungere la flotta degli alleati e a
combattere al loro fianco, in qualche loro giornale si lesse che tal
cosa le loro flotte non avrebbero mai fatto. Noi siamo stati vinti,
ma noi siamo pari, nel sentire e nel volere, a qualsiasi più
intransigente popolo della terra. (Applausi, congratulazioni).
http://civiumlibertas.blogspot.com/2007/09/benedetto-croce-sul-tribunale-di.html
Erwin
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