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STORIA E
BATTAGLIE
L'irriducibile SS...
Ogni tanto una bella notizia si apre un varco e arriva sino a noi...

Paul Maria Hafner
«Auschwitz? Guardi: paragonata alle città tedesche distrutte dai
bombardamenti era un hotel a 10 stelle. Per non parlare di Dachau:
un campo per boy scout».
A 84 anni compiuti Paul Maria Hafner si considera ancora un
ufficiale delle Waffen-SS. E dell’ufficiale nazista ha conservato
intatte le idee: «Non ho alcun dubbio: Hitler è la personalità più
significativa della storia».Nell’elegante quartiere di Madrid dove
vive, lo conoscono per le sue abitudini salutiste:
vegetariano, nuota ogni giorno, e ogni giorno passeggia per almeno
un’ora con passo veloce e impettito. Al regista austriaco Günther
Schwaiger, che su di lui ha girato un documentario, presentato
all’ultimo festival di Locarno («Hafner’s Paradise», «Il paradiso di
Hafner»), ha detto di non essere pentito di nulla. Nel film viene
messo a confronto con un sopravvissuto dell’Olocausto. «Nei Lager ho
sofferto la fame per quattro anni», gli dice quest’ultimo. «Ma alla
fine mi sembra che lei sia sopravvissuto bene», è la sarcastica
risposta dell’ex SS.
«Certo, ho lavorato a Dachau e a Buchenwald», dice all’intervistatore.
Sulla natura dei sui compiti, però, tace. E sulla sua permanenza nei
due campi di concentramento non si sa altro. Più loquace e
compiaciuto, spiega oggi il regista del documentario, Hafner è su un
altro aspetto della sua vita: «Non sono riusciti a privarmi dei miei
diritti. Oggi vivo grazie a tre pensioni: una tedesca, una spagnola
e una italiana». L’assegno tedesco gli spetta come reduce di guerra,
quello spagnolo per gli anni di lavoro, dopo che Hafner aveva
trovato protezione nella Madrid di Franco. Quanto ai soldi che
arrivano ogni mese dalla Penisola, la spiegazione è semplice: Hafner,
«tedesco nell’anima», come si definisce, è cittadino italiano, e
alla cittadinanza non ha mai rinunciato. Nato in Alto Adige, a
Malles, in Val Venosta, ha lavorato a Bolzano dalla fine della
guerra fino a metà degli anni ’50. Quanto basta per una pensioncina.
La sua famiglia ha attraversato il destino toccato a molti
altoatesini di lingua tedesca. Alla fine degli anni ’30, dopo
l’accordo tra Mussolini e Hitler sulle cosiddette «Opzioni», metà
decide di restare in Val Venosta e diventare italiana, l’altra metà
di trasferirsi in Germania. Lui sceglie di frequentare il liceo a
Berlino e, dopo la maturità, di arruolarsi nel corpo scelto
hitleriano. Durante la guerra, le tappe in alcuni tra i più
famigerati campi di concentramento nazisti. «Alle mie domande ha
sempre risposto genericamente parlando di “incarichi” non meglio
specificati», dice l’autore del documentario. Alla caduta del Terzo
Reich il ritorno in Alto Adige con la speranza di far dimenticare il
passato. Uno sforzo evidentemente vano, vista la decisione di
trasferirsi nella più sicura penisola iberica. Qui si mantiene
lavorando in un primo tempo per una ditta tedesca, la Mannesmann;
poi importando maiali dalla Germania; infine realizzando e vendendo
macchine per produrre yogurt.Da anni, per motivi di sicurezza,
Hafner non lascia la Spagna. Parla spesso della sua Heimat, la valle
in cui è nato, e ostinatamente difende le sue terribili certezze:
«La storia degli ebrei nei campi è tutta propaganda».
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |