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STORIA E
BATTAGLIE
Fonte: Sintesi di dottrina della razza, Milano,
1941
La razza iperborea e le sue ramificazioni
di Julius Evola

Il limite che si può dare alla nostra dottrina della razza in fatto
di esplorazione delle origini cade nel punto, in cui la razza
iperborea dovette abbandonare, ad ondate successive, seguenti
itinerari diversi, la sede artica, per via del congelamento che la
rese inabitabile – nelle opere già citate si è già accennato a quel
che rende fondata l’idea, che la regione artica sia diventata quella
dei ghiacci eterni solo a partire da un determinato periodo: i
ricordi di quella sede, conservati nelle tradizioni di tutti i
popoli nella forma di miti varii, ove essa appare sempre come una
“terra del sole”, come un continente insulare dello splendore, come
la terra sacra del Dio della luce, e così via, sono già, nel
riguardo, abbastanza eloquenti. Ora, nel punto in cui si iniziarono
le emigrazioni iperboree perisotiche, la razza iperborea poteva
considerarsi, fra tutte, quella superiore, la superrazza, la razza
olimpica riflettente nella sua estrema purità la razza stessa dello
spirito. Tutti gli altri ceppi umani esistenti sulla terra in quel
periodo, nel complesso, sembra che si presentassero o come “razze di
natura”, cioè razze animalesche, o come razze divenute, per
involuzione di cicli razziali precedenti, “razze di natura”. Gli
insegnamenti tradizionali parlano in realtà di una civiltà o di una
razza antartica già decaduta al periodo delle prime emigrazioni e
colonizzazioni iperboree, i cui residui lemurici erano rappresentati
da importanti gruppi di razze negridi e malesiche. Un altro ceppo
razziale, distinto sia da quello iperboreo che da quello
antartico-lemurico, era quello che come razza bruno-gialla occupò
originariamente il continente eurasiatico (razza finnico-mongoloide)
e che come razza rosso-bruna ed anche, nuovamente, bruno-gialla
occupò sia una parte delle Americhe che terre atlantiche oggi
scomparse.
Sarebbe evidentemente assurdo tentare una precisa tipologia di
queste razze preistoriche e delle loro combinazioni primordiali
secondo caratteristiche esterne. Ad esse ci si deve riferire solo
per prevenire degli equivoci e potersi orientare fra le formazioni
etniche dei periodi successivi. Anche l’indagine dei crani fossili
può dirci ben poco, sia perché non dal solo cranio è caratterizzata
la razza, perfino la semplice razza del corpo, sia perché vi sono
ragioni per affermare fondatamente, che per alcune di tali razze dei
residui fossili non potettero conservarsi fino a noi. Il cranio
dolicocefalo, cioè allungato, unito ad un’alta statura e ad una
slanciata figura, al colorito biondo dei capelli, chiaro della
pelle, azzurro degli occhi, è, come è noto, caratteristico per gli
ultimi discendenti delle razze nordiche direttamente calate dalle
regioni artiche. Ma tutto ciò non può costituire l’ultima parola;
anche a volersi limitare all’ordine positivo, bisogna far
intervenire, per orientarsi, le considerazioni proprie al razzismo
di secondo grado. Infatti già si è detto che per la razza l’elemento
essenziale non è dato dalle semplici caratteristiche corporee e
antropologiche, ma dalla FUNZIONE e dal SIGNIFICATO che esse hanno
nell’insieme di un dato tipo umano. Dolicocefali di alta statura e
slanciata figura si trovano infatti anche fra le razze negridi, e
colorito bianco e occhi quasi azzurri si trovano fra gli Aino
dell’Estremo Oriente e le razze malesi, stando naturalmente, in tali
razze, a significare tutt’altro; né qui si deve pensare solo a delle
anomalie o a scherzi della natura, in certi casi potendosi trattare
di sopravvivenze somatiche spente di tipi procedenti da razze le
quali, nel loro remotissimo periodo zenitale, potevano avere
caratteri simili a quelli che, nell’epoca da noi considerata, si
trovarono invece concentrati nell’elemento nordico-iperboreo e, qui,
accompagnati, fino ad un’epoca relativamente recente, dal
significato e dalla razza interna corrispondente.
Quanto alle emigrazioni delle razze di origine iperborea, avendo
anche di esse parlato nei libri già citati, limitiamoci ad accennare
a tre correnti principali. La prima ha presa la DIREZIONE NORD-OVEST
SUD-EST raggiungendo l’India e avendo come suoi ultimi echi la razza
indica, indo-afgana e indo-brachimorfa della classificazione del
Peters. In Europa, contrariamente a quel che si può credere, le
tracce di tale grande corrente sono meno visibili o, almeno, più
confuse, perché si è avuta una sovrapposizione di ondate e quindi
una composizione di strati etnici successivi. Infatti, dopo questa
corrente della direzione nord-ovest sud-est (corrente nordico-aria
trasversale), una seconda corrente ha seguito la DIREZIONE
OCCIDENTE-ORIENTE, in molti suoi rami attraverso le vie del
Mediterraneo, creando centri che talvolta debbonsi considerare anche
più antichi di quelli derivati dalla precedente ondata trasversale,
per il fatto che qui non sempre si trattò di una emigrazione
forzata, ma anche di una colonizzazione operata prima della
distruzione o della sopravvenuta inabitabilità dei centri originari
della civiltà d’origine iperborea. Questa seconda corrente, col
relativo tronco di razze, possiamo chiamarla ario-atlantica, o
nordico-atlantica o, infine, atlantico-occidentale. Essa proviene in
realtà da una terra atlantica, in cui si era costituito un centro
che, in origine, era una specie di immagine di quello iperboreo.
Questa terra fu distrutta da una catastrofe, di cui parimenti si
ritrova il ricordo mitologizzato nelle tradizioni di quasi tutti i
popoli, ed allora ale ondate dei colonizzatori si aggiunsero quelle
di una vera e propria emigrazione.
Si è detto che la terra atlantidea conobbe in origine una specie di
fac-simile del centro iperboreo, perché i dati fino a noi per giunti
ci inducono a pensare ad una involuzione sopravvenuta sia dal punto
di vista della razza, sia dal punto di vista della spiritualità, in
questi ceppi nordici scesi già in epoche antichissime verso il sud.
Le mescolanze con gli aborigeni rosso-bruni sembrano, nel riguardo,
aver avuta una parte non indifferente e distruttiva, e se ne trova
un ricordo preciso nel racconto di Platone, ove l’unione dei “figli
degli dèi” – degli Iperborei – con gli indigeni è data come una
colpa, in termini, che ricordano quel che in altri ricordi mitici,
viene descritto come “caduta” della razza celeste – degli “angeli”
o, di nuovo, dei figli degli dèi, ben elohim – la quale si
congiunse, ad un dato momento, con le figlie degli uomini (delle
razze inferiori) commettendo una contaminazione significativamente
assimilata, da alcuni testi, al peccato di sodomia, di commercio
carnale con gli animali.
Il gruppo delle razze “arie”
Più recente di tutte è l’emigrazione della terza andata, che ha
seguito la DIREZIONE NORD-SUD. Alcuni ceppi nordici precorsero
questa direzione già in epoche preistoriche – sono quelli, per
esempio, che dettero luogo alla civiltà dorico-ahcea e che portarono
in Grecia il culto dell’Apollo iperboreo. Le ultime ondate sono
quelle della cosiddetta “migrazione dei popoli” avvenuta al decadere
dell’Impero romano e corrispondono alle razze di tipo propriamente
nordico-germanico. A questo riguardo, devesi fare una osservazione
molto importante. Tali razze diffusesi nella direzione nord-sud
discendono più direttamente da ceppi iperborei che per ultimi
lasciarono le regioni artiche. Per tale ragione, essi spesso
presentano, dal punto di vista della razza del corpo, una maggiore
purità e conformità al tipo originario, avendo avuto minori
possibilità di incontrare razze diverse. Lo stesso non può però
dirsi dal punto di vista della loro razza interna e delle loro
tradizioni. Il mantenersi più a lungo delle razze sorelle nelle
condizioni di un clima divenuto particolarmente aspro e sfavorevole
non poté non provocare in loro una certa materializzazione, uno
sviluppo unilaterale di certe qualità fisiche ed altresì di
carattere, di coraggio, di resistenza, costanza e inventività,
avente però come sua controparte una atrofia del lato propriamente
spirituale. Ciò si vede già presso gli Spartani; in maggior misura,
però, nei popoli germanici delle invasioni, che noi possiamo
continuare a chiamare “barbariche”; “barbariche”, però, non di
fronte alla civiltà romana degenerescente, in cui quei popoli
apparvero, ma di fronte ad un superiore stadio, da cui quelle razze
erano ormai decadute. Fra le prove di una tale interiore
degerescenza, o oscuramento spirituale, sta la relativa facilità con
cui tali razze si convertirono al cristianesimo e poi al
protestantesimo; per questa ragione, i popoli germanici nei primi
secoli dopo il crollo dell’impero romano d’Occidente, fino a
Carlomagno, non seppero opporre nulla d’importante, nel dominio
spirituale, alle forme crepuscolari della romanità. Essi furono
fascinati dallo splendore esteriore di tali forme, caddero
facilmente vittime del bizantinismo, non seppero rianimare quanto di
nordico-ario sussisteva, malgrado tutto, nel mondo mediterraneo, che
per il tramite di una fede inficiata, in più di un aspetto, da
influenze razziali semitico-meridionali, allorché esse, più tardi,
dettero forma al Sacro Romano Impero sotto segno cattolico. E’ così
che anche dei razzisti tedeschi, come il Günther, hanno dovuto
riconoscere che, volendo ricostruire la visione del mondo e il tipo
di spiritualità proprio alla razza nordica, ci si deve meno riferire
alle testimonianze contenute dalle tradizioni die popoli germanici
del periodo delle invasioni – testimonianze frammentarie, spesso
alterate da influssi estranei o decadute nella forma di
superstizioni popolari o di folklore – quanto alle forme superiori
spirituali proprie all’antica Roma, all’antica Ellade, alla Persia e
all’India, cioé di civiltà derivate dalle due prime ondate.
All’insieme delle razze e delle tradizioni generate da queste tre
correnti, trasversale l’una (ceppo degli ario-nordici), orizzontale
l’altra (cepo degli ario-germanici) si può applicare, non tanto per
vera conformità, ma piuttosto in base ad un uso divenuto corrente,
il termine “ario” o “ariano”. Volendo prendere in considerazione le
razze definite dagli studiosi più noti e riconosciuti di razzismo di
primo grado, possiamo dire, che il tronco della razza aria, avente
alla sua radice quella iperborea primordiale, si differenzia nel
modo seguente. Vi è anzitutto, come razza bionda, il ramo chiamato
in senso stretto “NORDICO”, che alcuni differenziano in sottoramo
TEUTONORDIDE, DALICO-FALICO, FINNO-NORDICO; lo stesso ceppo nel suo
miscuglio con le popolazioni aborigene sarmate ha dato poi luogo al
cosiddetto tipo EST-EUROPIDE e EST-BALTICO. Tutti questi gruppi
umani, dal punto di vista della razza del corpo, come si è
accennato, conservano una maggiore fedeltà o purità rispetto a ciò
che si può presumere esser stato il tipo nordico primordiale, vale a
dire iperboreo.
In secondo luogo, debbonsi considerare delle razze già più
differenziate rispetto al tipo originario, sia nel senso di fenotipi
di esso, vale a dire di forme, a cui le stesse disposizioni e gli
stessi geni ereditari han dato luogo sotto l’azione di un ambiente
diverso, sia di misto-variazioni, cioè, prodotte da più accentuata
mescolanza; si tratta di tipi, in prevalenza, bruni, di statura più
piccola, in cui al dolicocefalia non è di regola o non è troppo
pronunciata. Menzioniamo, utilizzando le terminologie più in voga,
la cosiddetta RAZZA DELL’UOMO DELL’OVEST (westisch), la RAZZA
ATLANTICA che, come l’ha definita il Fischer, è già da essa diversa,
la RAZZA MEDITERRANEA, da cui, a sua volta, si distingue, secondo il
Peters, la varietà dell’uomo euroafricano, o AFRICO-MEDITERRANEO,
ove la componente oscura ha maggior risalto. La classificazione del
Sergi, secondo la quale queste due ultime varietà, più o meno,
coincidono, è senz’altro da rigettarsi e, dal punto di vista del
razzismo pratico, soprattutto di quello italiano, è fra le più
pericolose. Parimenti equivoco è il chiamare, col Peters, PELASGICA
la razza mediterranea: in conformità col senso che tale parola ebbe
nella civiltà greca, bisogna considerare il tipo pelagico, in un
certo modo, a sé, soprattutto nei termini del risultato di una
degenerazione di alcuni antichissimi ceppi atlantico-ari stabilitisi
nel Mediterraneo prima dell’apparire degli Elleni. Specie dal punto
di vista della razza dell’anima si conferma questo significato dei “pelasgi”,
fra i quali rientra anche l’antica gente etrusca (Cfr. Bachofen, “La
razza solare” - studi sulla storia segreta dell’antico mondo
mediterraneo, Roma 1940).
In un certo modo a sé sta la RAZZA DINARIDE, perché, mentre essa, in
certi suoi aspetti, è maggiormente vicina al tipo nordico, in altri
mostra caratteri comuni con la razza armenoide e desertica, e, come
quella che alcuni razzisti definiscono propriamente razza alpina o
dei Vosgi, si mostra prevalentemente brachicefala: segno di incroci
avvenuti secondo altre direzioni. La RAZZA ARIA DELL’EST (ostisch)
ha, di nuovo, caratteri distinti, sia fisici che psichici, per cui
si allontana sensibilmente dal tipo nordico.
Non vi è nulla in contrario, dal punto di vista tradizionale,
assumere nella dottrina della razza di primo grado le precisazioni
che i varii autori fanno nei riguardi delle caratteristiche fisiche
e, in parte, anche psichiche, di tutti questi rami dell’umanità
aria. Solo che sulla portata di tutto ciò non bisogna farsi troppe
illusioni, nel senso di stabilire rigidi limiti. Così, benché non
bianche né bionde, le razze superiori dell’Iran e dell’India, e
benché non bianchi, molti antichi tipi egizi possono rientrare
senz’altro nella famiglia aria. Non solo: autori come il Wirth e il
Kadner, che hanno cercato di utilizzare i recenti studi sui gruppi
sanguigni per la ricerca razziale, sono stati indotti a ritenere più
vicini al tipo nordico primordiale alcuni ceppi nord-amerricani
pellirosse e alcuni tipi esquimesi, che non la maggior parte delle
razze arie indoeuropee ora accennate; e in quest’ordine di indagini,
ad esempio, risulta altresì, che il sangue nordico primordiale in
Italia ha un percento vicino a quello dell’Inghilterra, e
decisamente superiore a quello dei popoli ari germanici. Bisogna
dunque non fissarsi su degli schemi rigidi, e pensare che, salvo
casi abbastanza rari, la “forma” della superrazza originaria, più o
meno latente, impedita o sopraffatta, o estenuata, sussiste nel
profondo di tutte queste varietà umane e, date certe condizioni, può
tornare ad esser predominante e ad informar di sé un dato tipo, che
le si dimostri corrispondente, anche là dove meno si potrebbe
sospettare, cioè là dove gli antecedenti, secondo la concezione
schematica e statica della razza, avrebbero invece fatto sembrar
probabile l’apparizione di un tipo di razza, mettiamo, mediterranea,
o indo-afgana, o baltico-orientale. […]
Che cosa voleva dire “ario”
Veniamo ora al termine “ario”. Secondo la concezione oggi divenuta
corrente, ha diritto di dirsi “ario” chiunque non sia ebreo o di
razza di colore, né abbia avi di tali razze – in Germania, fino alla
terza generazione. Per gli scopi più immediati della politica
razziale, questa veduta può avere una certa giustificazione, nel
senso di punto di riferimento per una prima discriminazione. Su di
un piano più alto, ed anche in sede storica, essa appare invece
insufficiente, già per il fatto, che essa si esaurisce in una
definizione negativa, indicante quel che non si deve essere, non ciò
che si deve essere; per cui, soddisfatta la condizione generica di
non essere né negro, né Ebreo, né di colore, egual diritto a dirsi
ario avrebbe sia il più “iperboreo” degli Svedesi che un tipo
seminegroide delle regioni meridionali. D’altra parte, se si
confronta questo significato ridotto dell’arianità con quello che la
parola ebbe originariamente, vien quasi da pensare ad una
profanazione, perché la qualità aria, in origine, coincideva
essenzialmente con quella che, come si è accennato, la ricerca di
terzo grado può attribuire a schiere della razza restauratrice,
della “razza eroica”. Quindi il termine “ario” nella sua concezione
corrente odierna non può accettarsi che ai fini della circoscrizione
e separazione di una zona generale, all’interno della quale dovrebbe
però aver luogo tutta una serie di ulteriori differenziazioni,
qualora ci si voglia avvicinare, sia pure approssimativamente, al
livello spirituale corrispondente al significato autentico e
originario del termine in questione.
Il razzismo – è vero – nelle sue propaggini filologiche si è dato ad
una ricerca comparativa di parole, che nell’insieme delle lingue
indoeuropee contengono la radice ar di “ario” ed esprimono più o
meno qualità di un tipo umano superiore. Herus in latino e Herr in
tedesco significano “signore”, in greco aristos vuol dire eccellente
e areté virtù; in irlandese air significa onorare e nell’antico
tedesco la parola era vuol dire gloria – come in quello moderno Ehre
vuol dire onore, ecc., e tutte queste espressioni, come varie altre,
sembrano appunto trarsi dalla radice ar di ario. Inoltre questa
stessa radice il razzismo ha creduto di ritrovarla anche in Eran,
antico nome per la Persia, in Erin e Erenn, antichi nomi
dell’Irlanda, oltre che in molti nomi propri che ricorrono
frequentissimi nelle antiche stirpi germaniche. Tuttavia, da un
punto di vista rigoroso, il termine “ario” – da arya – con certezza
può solo esser riferito alla civiltà dei conquistatori preistorici
dell’India e dell’Iran. Nello Zend-Avesta, testo dell’antica
tradizione iranica, la patria originaria delle stirpi, a cui tale
tradizione fu propria, è chiamata airyanem-vaejo, significante “seme
della gente aria” e dalle descrizioni che se ne danno risulta
chiaramente, che essa fa tutt’uno con la sede artica iperborea.
Nella inscrizione di Behistun (520 a.C.) il gran Re Dario parla così
di sé stesso: “Io, re dei re, di razza aria” e gli “arii”, a loro
volta, nei testi s’identificano alla milizia terrestre del “Dio di
Luce”: cosa che ci fa già apparire la razza aria in un significato
metafisico, come quella che, senza tregua, in uno dei varii piani
della realtà cosmica, lotta incessantemente contro le forze oscure
dell’anti-dio, di Arimane.
Questo concetto spirituale dell’arianità si precisa nella civiltà
indù. Nella lingua sanscrita ar significa “superiore, nobile, ben
fatto” ed evoca anche l’idea di muovere come ascendere, portarsi in
alto. Con riferimento alla dottrina indù dei tre duna, una tale idea
propizia ravvicinamenti interessanti. La qualità “ar” va cioè a
corrispondere a rajas, che è la qualità delle forze ascendenti,
superiore e opposta a tamas, che è la qualità, invece, di tutto ciò
che cade, che va verso il basso, mentre qualità superiore a rajas è
sattva, la qualità propria a “ciò che è” (sat) in senso eminente –
si potrebbe dire, al principio solare nella sua olimpicità. Ciò può
dunque dare un senso del “luogo” metafisico proprio alla qualità
aria. Da questa radice ar, arya come aggettivo indica poi le qualità
di esser superiore, fedele, ottimo, stimato, di buona nascita; e
come sostantivo designa “chi è signore, di nobile stirpe, maestro,
degno di onore”: sono deduzioni in sede di carattere, in sede
sociale e, infine, di “razza dell’anima”.
Ciò dal punto di vista generico. In senso specifico arya però era
essenzialmente una designazione di casta: si riferiva
collettivamente all’insieme delle tre caste superiori (capi
spirituali, aristocrazia guerriera e “padri di famiglia” quali
proprietari legittimi, con autorità su di un certo gruppo di
consanguinei) nella loro opposizione alla quarta casta, alla casta
servile degli sudra – oggi forse si dovrebbe dire: alla massa
proletaria.
Ora, due condizioni definivano la qualità aria: la nascita e
l’iniziazione. Ari si nasce – tale è la prima condizione. L’arianità,
su tale base, è una proprietà condizionata dalla razza, dalla casta
e dall’eredità, essa si trasmette col sangue da padre a figlio e da
nulla può esser sostituita, così come il privilegio che, fino ad
ieri, in Occidente aveva il sangue patrizio. Un codice
particolarmente complicato, sviluppante una casistica fin nei più
minuti dettagli, conteneva tutte le misure necessarie per preservare
e mantenere pura questa eredità preziosa e insostituibile,
considerando non solo l’aspetto biologico (razza del corpo) ma anche
quello etico e sociale, il contegno, un dato stile di vita, diritti
e doveri, quindi tutta una tradizione di “razza dell’anima”,
differenziata poi per ciascuna delle tre caste arie.
Ma se la nascita è la condizione necessaria per essere ari, essa non
è anche sufficiente. La qualità innata va confermata per mezzo
dell’iniziazione, upanayana. Come il battesimo è la condizione
indispensabile per far parte della comunità cristiana, così
l’iniziazione rappresentava la porta attraverso la quale si entrava
a far parte effettiva della grande famiglia aria. L’iniziazione
determina la “seconda nascita”, essa crea il dvija, “colui che è
nato due volte”. Nei testi, arya appare sempre come sinonimo di
dvija, rinato, o nato due volte. Per cui, già con questo si entra in
un dominio metafisico, nel campo di una razza dello spirito. La
razza oscura, proletaria – sudra-varna – detta anche nemica – dasa –
non-divina o demonica – asurya-varna – ha solo una nascita, quella
del corpo. Due nascite, l’una naturale, l’altra sovrannaturale,
urànica, ha invece l’arya, il nobile. Come in varie occasioni
l’abbiamo ricordato, il più antico codice di leggi arie, il
Manavadharmasastra, va fino al punto di dichiarare, che chi è nato
ario non è veramente superiore allo sudra, al servo, prima di esser
passato attraverso la seconda nascita o quando la sua gente abbia
metodicamente trascurato il rito determinante questa nascita, cioè
l’iniziazione, l’upanayana (*).
Ma vi è anche la controparte. Atto e qualificato a ricevere
legittimamente l’iniziazione, in via di principio, non è chiunque,
ma solo chi è nato ario. Impartirla ad altri è delitto. Ci troviamo
dunque di fronte ad una concezione superiore e completa della razza.
Essa si distingue dalla concezione cattolica, perché ignora un
sacramento atto a somministrarsi a chiunque, senza condizioni di
sangue, razza e casta, tanto da condurre ad una democrazia dello
spirito. In pari tempo, essa supera anche il razzismo
materialistico, perché, mentre si soddisfa alle esigenze di esso ed
anzi si porta il concetto della purità biologica e della
non-mescolanza fino alla forma estrema relativa alla casta chiusa,
l’antica civiltà aria riteneva insufficiente la sola nascita fisica:
aveva in vista una razza dello spirito, da raggiungere – partendo
dalla salda base e dall’aristocrazia di un dato sangue e di una data
eredità naturale – per mezzo della ri-nascita, definita dal
sacramento ario. Ancor più in alto, la TERZA NASCITA, o, per usare
la designazione corrispondente delle tradizioni classiche, la
resurrezione attraverso la “morte trionfale”. Come supremo ideale,
l’antico ario considerava infatti la “via degli dèi” – deva-yana –
detta anche “solare” o “nordica”, lungo la quale si ascende e “non
si ritorna”, non la “via meridionale” del dissolversi nel ceppo
collettivo di una data stirpe, nella sostanza confusa di nuove
nascite (pitr-yana): cosa che già basta per immaginarsi in che conto
l’uomo ario poteva avere la cosiddetta rincarnazione, concezione,
questa, che, come si è detto, fu propria a razze estranee,
prevalentemente “telluriche” o “dionisiache”.
L’elemento solare ed eroico della antica razza aria
La doppia condizione della qualità aria fa capire, che queste
antiche civiltà presupponevano una specie di eredità sovrannaturale
latente nella razza aria del sangue, eredità, che però doveva esser
ridestata e portata dalla potenza all’atoo caso per caso, affinché
il singolo potesse farla davvero cosa sua. Questo era il significato
generale del sacramento ario nelle sue forme più alte. Considerando
però l’àpice della gerarchia aria, si può vedere facilmente che la
qualità primordiale latente da ridestare corrisponde essenzialmente
a quella della “razza solare” e che, quindi, l’ario, come colui che
a tale razza appartiene potenzialmente, ma che tuttavia deve
riconquistarla o restaurarla quale singolo, presenta esattamente i
tratti della razza da noi tecnicamente definita “eroica”.
Come si è accennato, la casta aria si ripartiva in altre tre e la
più alta l’abbiamo detta dei “capi spirituali”, giacché questa
espressione previene molti equivoci e ci permette anche di evitare
il problema alquanto complesso dei rapporti che nelle antiche
società arie d’origine iperborea esistevano fra la casta sacerdotale
– brahman – e quella guerriera – kshatram. La maggior parte degli
orientalisti, nel riferirsi alla prima là dove essa effettivamente
rappresentò il vertice della gerarchia aria, credono di vedervi una
specie di supremazia sacerdotale, cosa effettivamente errata.
Anzitutto sembra risultare dalle più antiche testimonianze che la
casta sacerdotale in origine faceva tutt’uno con quella
guerriero-regale, in piena corrispondenza con l’ufficio originario
della “razza solare”. In secondo luogo, anche a prescindere da ciò e
a limitarsi al soli brahmana (ai componenti della casta dei brahman)
come capi ari, non si può pensare ad una società retta da
“sacerdoti” e asservita ad isee “religiose”, come gli uni e le altre
vengono concepiti nella religione europea. Ciò, per due ragioni.
Anzitutto perché vi era l’anzidetta condizione del sangue. Peer
ragioni varie, la Chiesa dovette imporre al clero il celibato, col
che si rese impossibile una base razziale e ereditaria per la
dignità sacerdotale. Secondo la veduta cattolica – e ancor più
secondo quella protestante – per divenire sacerdote basta la
“vocazione” (concetto, qui, piuttosto vago), certi studi affini alla
filosofia e l’ossequio a certi precetti morali: non è richiesto
esser di razza di sacerdoti per esser ordinati sacerdoti. Questo è
il primo punto.
In secondo luogo, l’antica élite aria come “razza solare” ignorava
la distanza metafisica fra un Creatore e la creatura. I suoi
rappresentanti non apparivano come mediatori del divino (cioè nella
funzione che ha il sacerdote nelle civiltà lunari), bensì come essi
stessi nature divine. La tradizione li descrive come dominatori non
solo di uomini, ma anche di potenze invisibili, di “dèi”. Fra i
molti testi riprodotti nel nostro libro già spesso ricordato, a tale
riguardo, vi è p. es. questo: “Noi siamo dèi, voi [soltanto]
uomini”. Essi sono nature luminose e vengono paragonati al sole.Sono
costituiti “da una sostanza ignea radiante”, costituiscono l’
“apice” dell’universo e “sono oggetto di venerazione da parte delle
stesse divinità”. Non sono gli amministratori di una fede, ma i
possessori di una scienza sacra. Questa conoscenza è potenza e forza
trasfigurante. Agisce come un fuoco, che consuma e che distrugge
tutto ciò che per altri nele azioni potrebbe significare colpa,
peccato, costrizione – è qualcosa di simile al nietzschiano “al di
là del bene e del male”, ma su di un piano trascendente, non da
superuomo “bionda bestia” ma da superuomo “olimpico”. Poiché essi
“sanno” e “possono”, questi capi arii non hanno bisogno di
“credere”, non conoscono dogmi, nel dominio delle conoscenze
tradizionali essi sono infallibili.
E come non hanno dogmi, essi nemmeno costituiscono una “chiesa”;
esercitano direttamente, di persona, la loro autorità; non hanno
pontefici da venerare, perché, in un certo modo, ogni esponente
legittimo della loro casta è un “pontefice”, nel senso originario
della parola. Pontefice è colui che fa i ponti, che stabilisce i
contatti fra due rive, fra due mondi – fra l’umano e il superumano.
Esattamente perché questa era la funzione propria al brahman; e
poiché in una civiltà orientata in senso eminentemente eroico e
metafisico, come era il caso di quella dell’antica arianità, una
tale funzione appariva di suprema utilità ed efficacia – per questo
il capo spirituale, o brahmana, incarnava agli occhi delle altre
caste arie, per tacere di quelle servili non-arie, una autorità
illimitata e supremamente legittima.
Lo strumento “pontificale” – cioè di “collegamento” – per eccellenza
(in origine, prerogativa regale), era il RITO. Anche circa il rito
dovremmo, qui, ripetere cose da noi già dette in più di una
occasione. Il rito per l’uomo antico non era una vuota e
superstiziosa cerimonia. Vi si esprimeva invece una attitudine
virile e dominatrice di fronte al supersensibile, giacché, mentre la
preghiera è un chiedere, il rito, secondo questa veduta, è un
comandare e un determinare. Il rito è una specie di “tecnica
divina”, che si distingue da quella moderna, pel fatto che non agiva
in base alle leggi esterne dei fenomeni naturali ma influiva sulle
cause supersensibili di essi; in secondo luogo, perché la sua
efficacia era condizionata da una forza speciale e oggettiva,
supposta in chi doveva eseguire il rito. La mentalità moderna, che
vede tutto al rovescio, inclina notoriamente a riportare i riti alle
pratiche superstiziose dei selvaggi. La verità è invece, che le
pratiche dei selvaggi non sono che le forme degenerescenti dei veri
riti, i quali sono da spiegarsi e da capirsi su tutt’altra base.
Ora, se già nel modo di apparire come brahmana dela suprema casta
aria sono presenti tutti questi tratti, abbiamo ragioni sufficienti
per ammettere che nelle origini, ove il brahman e lo kshatram –
l’elemento sacerdotale e quello guerriero o regale – facevano tutt’uno,
la civiltà degli Iperborei scesi verso il Sud aveva al proprio
centro esattamente ciò che noi abbiamo definito spiritualità
olimpica o solare e che questa tradizione permase nelle fasi
successive, di parziale oscuramento di tale civiltà, per mezzo di
restaurazioni di tipo “eroico” in una élite o casta di capi
spirituali. Una indagine delle testimonianze corrispondenti della
più antica civiltà greca e romana condurrebbe agli stessi risultati.
L’elemento solare e regale, il senso della comunità di origine e di
vita con gli enti divini sono tratti in essa parimenti presenti.
Perciò, riassumendo, se lo si vuole spiegare con le vedute e le
tradizioni proprie alle civiltà, alle quali appartenne in via
rigorosa e provata, il termine “ario” si riferisce anzitutto, in
generale, ad una “razza dello spirito” di origine iperborea
impegnata in una specie di lotta metafisica e avente in proprio uno
speciale ideale dell’Imperium – il capo, come “re dei re” (Iran);
più in particolare, nella sua estrema purezza, esso comprende in
primo luogo l’ideale di un’alta purità biologica e di una nobiltà
della razza del corpo; in secondo luogo l’idea di una razza dello
spirito, di tipo “solare”, con tratti sacrali e simultaneamente
regali e dominatori: razza di veri superuomini, di fronte a tutto
ciò che di materialistico, di evoluzionistico e di “prometeico” si
trova invece nelle concezioni moderne del superuomo – anche a
prescindere, che queste altro non sono che “filosofia”, che teorie e
imaginazioni formulate da persone la cui razza, quasi sempre, è
tutt’altro che in ordine.
Se l’indagine relativa all’aristocrazia aria dei tempi primordiali
ci porta a tali altezze, venir, da esse, alle esigenze pratiche del
problema attuale della razza non è certo agevole. Il mondo
spirituale che la considerazione di terzo grado riporta alla luce
mediante un esame adeguato delle tradizioni e dei simboli antichi e
vede essenzialmente congiunto al più altpo retaggio ario-iperboreo,
per molti “ari” di oggi può sembrare inusitato e fantastico, per
altri addirittura incomprensibile. Richiamare in vita significati,
che millenni di storia han sepolto nei più profondi strati della
subcoscienza, a che essi destino forme nuove di sensibilità, non può
accadere dall’oggi al domani e, in ogni caso, è un’opera che va
associata ai compiti del razzismo pratico di primo e di secondo
grado, essendo necessario rimuovere in pari tempo ostacoli e
deformazioni che paralizzano, per così dire, perfino fisicamente, la
possibilità di ogni ritorno all’antico spirito ario.
Come pur stiano le cose, è esenziale che l’espressione “ario” oggi
non decada in una vuota parola d’ordine e sia la semplice
designazione di chiunque non sia proprio negro, ebreo o mongolo.
Occorre tener sempre presenti i supremi punti di riferimento, i
concetti-limite, le linee di vetta, perché è da esse che dipende il
senso di tutoo lo sviluppo, a partir dai primi gradi di esso. Ed
anche a tale riguardo può avvenire una scleta delle vocazioni: il
senso di qualcosa che, oggi, appare come una vetta lucente in
mitiche irraggiungibili lontananze, mentre può paralizzare gli uni e
indurli a “non perder tempo” in fantasticherie anacronistiche, può
destere negli altri una tensione creatrice, suscitatrice di
superiori possibilità.
(*) R. Guénon, in Etudes traditionelles, n. Marzo del 1940 ha
giustamente rilevato che l’iniziazione delle caste ariane non va
confusa con l’iniziazione in senso assoluto – diksha: ma la prima si
può dire che già contiene la potenzialità della seconda, la quale
peraltro può realizzarsi, nella gran parte dei casi, al momento
della morte concepita come “terza nascita” (vedi qui e pag. 139
[nell’ediz. del 1994. Ndc.]). L’iniziazione di casta è così
paragonabile al sacramento cristiano del battesimo, cui si
attribuisce un certo potere trasformativi, ma che viene distinto
dalla “seconda nascita” in senso mistico. Resta così, in ogni caso,
il valore di un “sacramento” – e inoltre è possibile che ad esso, in
tempi più antichi, corrispondesse proprio un rito iniziatico vero e
proprio.
Il presente brano è stato tratto da http://www.arctogaia.com
Erwin
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