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REVISIONISMO

Il revisionismo è essenzialmente un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista, come Cesare Saletta.


 

La repressione legale del revisionismo olocaustico e l'emergere di una questione ebraica

Cesare Saletta
 


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Questo scritto è dedicato alla memoria di J. G. Burg, ebreo rumeno di lingua tedesca, deportato con tutta la sua famigia a Majdanek, uno dei pionieri del revisionismo, e ad Henri Lewkowicz, messo sotto processo in Francia par una lettera privata in cui, prendendo le difese di Vincent Reynouard, colpito da licenziamento perché revisinista, affermava che l'avere avuto lui, Lewcowicz, entrambi i nonni paterni e una zia deportati da Parigi nel 1942 perché ebrei e morti nell'inferno dei lager non creava ostacolo al suo fermo convincimento dell'inesistenza delle camere a gas omicide.



I testi qui antologicamente raccolti non sonoz salvo l'ultimo, una novità assoluta per il lettore italiano. Glieli faceva conoscere nel lontano 1981 un volumetto (1) che obbediva ad un duplice intento: quello di ovviare alla frammentarietà dell'informazione giornalistica sulle discussioni suscitate in Francia dal caso di Robert Faurisson. il docente universitario che aveva ripreso e sviluppato originalmente le tesi già in precedenza sostenute. in una condizione di solitudine pressoché totale. da Paul Rassinier, vecchio e coraguioso uomo di sinistra; e quello di contrastare la massa strabocchevole di det`ormazioni consapevoli e di sfacciate calunnie di cui questa informazione si macchiava così come non ha mai cessato di macchiarsi poi ai danni di uno studioso dotato di un'onestà intellettuale a tutta prova e a quelli di coloro, pochissimi. che non gli negavano un sostegno che sentivano doveroso. Obiettivi che non potevano venir raggiunti se non in misura estremamente ridotta: ma l'iniziativa merita di venir ricordata come una delle rarissime manifestazioni di interesse per il revisionismo olocaustico avutesi nel nostro paese in ambienti del tutto estranei e opposti a quelli. di destra, nei quali fino ad allora era rimasta esotericamente confinata la conoscenza delle posizioni revisionistiche.

L'imponente e ininterrotta opera di discredito mediatico cui in Francia e nei maggiori paesi dell'Europa occidentale si sarebbe poi aggiunta. a rincalzo di essa e di una larga pratica di vessazioni amministrative e di violenze fisiche. una legislazione ad hoc

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diretta a ridurre al silenzio ogni voce critica sul tema olocaustico riusciva bensì, e riesce ampiamente tuttora, a coprire di fango i revisionisti e a stravolgere grottescamente le loro vedute e i loro propositi, ma non ad arrestare lo sviluppo delle loro indagini. Quale sia il risultato generale di queste indagini e quale la consistenza delle pseudoargomentazioni finora elaborate dalla storiografia ortodossa a supporto del mito lo si vedrà in maniera compendiosa dal testo recentissimo del quale si arricchisce questa nuova edizione. Ma lo si coglierà in maniera altrettanto suggestiva quando si consideri in tutto il suo significato la presa di posizione di Jacques Baynac, che è uno storico di professione, che è vicino al PCF e che nel suo antirevisionismo reca un accanimento di cui è indice l'avere egli cooperato con Nadine Fresco alla denuncia di Faurisson e di Pierre Guillaume dalle colonne di "Le Monde".

"Il 2 e 3 settembre 1996, "Le Nouveau Quotidien" (di Losanna) pubblica un lungo studio, molto informato, sul revisionismo alla luce, per così dire, del caso Garaudy-abbé Pierre. Baynac vi afferma che i revisionisti, che egli chiama "negazionisti", hanno ogni ragione di rallegrarsi di questo scandalo che "ha cambiato l'atmosfera in loro favore". Rileva che, tra gli avversari dei revisionisti, "lo scompiglio è succeduto alla costernazione", che Pierre Vidal-Naquet "è desolato", che Bernard-Henri Lévy "si smarrisce", che Pierre-André Taguieff "si spaventa" e che, dall'inizio del "caso Faurisson" nel 1978-79, gli storici hanno preferito farsi da parte: "si sono defilati". A questi storici rimprovera di aver fatto credito a Jean-Claude Pressac, un farmacista, uno "storico dilettante". E' del parere che, per provare l'esistenza delle camere a gas naziste, troppo si è fatto ricorso alle testimonianze, il che è "ascientifico". Quanto alle prove scientifiche, comincia col richiamare la constatazione fatta dallo storico ebreo americano Arno Mayer nel 1988: "le fonti di cui disponiamo per studiare le camere a gas sono insieme rare e poco sicure". Poi, spingendosi oltre, dice che bisogna aver la franchezza di riconoscere che, in
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fatto di documenti, di tracce o di altri elementi materiali provanti l'esistenza delle suddette camere a gas, non c'è semplicemente... nulla! Per finire, crede che ormai gli storici dovrebbero in futuro sforzarsi di esplorare un'altra via: poiché è decisamente impossibile provare che queste camere a gas sono esistite, Baynac suggerisce che gli storici cerchino di provare che è impossibile che non siano esistite ! " (2)

Come si noterà, il punto di vista di questo storico è un po' diverso da quello dell'ineffabile Vidal-Naquet, a sentire il quale "l'apporto dei "revisionisti" alle nostre conoscenze è pari alla correzione di qualche refuso in un lungo testo". La si può capire, la desolazione di questo singolare gauchiste che è anche commendatore della Legion d'onore: di essere desolato ha effettivamente qualche motivo, anche a parte il caso Garaudy-abbé Pierre... (3)

Tutto questo va tenuto ben presente da chi legge i testi che ora rimettiamo in circolazione e che, risalendo (a parte, come si è detto, I'ultimo) alla fine degli anni Settanta, non possono, evidentemente, non risultare datati. Essi avevano allora e conservano oggi il pregio di una netta formulazione di alcuni problemi essenziali, così che il riproporli dopo tanto tempo è operazione non già archeologica e retrospettiva, ma di chiarimento di base.

Il riproporli, inoltre, è iniziativa che si riveste di un senso tutto particolare nel momento in cui con il sostegno di Schindler's List in prima serata e senza interruzioni pubblicitarie, a edificazione di 12 milioni di cittadini televisionari, i quali, per di più, saranno indotti a considerare con una tal quale benevolenza il prossimo assalto del Congresso mondiale ebraico ai forzieri di qualche altra Svizzera I'estensione all'Italia della legislazione repressiva che da anni imperversa altrove, estensione che è essa stessa un riconoscimento dell'infittirsi delle voci critiche e dell'udienza che le tesi revisionistiche si sono dimostrate capaci di ottenere, ha cessato di formar materia di agevole e generica previsione ed è diventata un rischio incombente. A fine dicembre del '96 la violazione del recinto ebraico del cimitero romano di Prima Porta se impresa teppistica o atto di provocazione non sappiamo e probabilmente non sapremo mai, ma accadimento che non può non riportare alla mente il torbido affare di Carpentras e la speculazione che vi si

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imbastì attorno a danno dei revisionisti, neppur lontanamente implicabili nella vicenda ha fornito al senatore Athos De Luca, dei verdi, I'occasione di far noto come si stia "studiando un progetto di legge che prevede l'introduzione di un nuovo reato penale che configura il vilipendio delle deportazioni e dell'Olocausto" ("Resto del Carlino", 3 gennaio) (4). Naturalmente, non c'è revisionista al mondo che si sia mai sognato di vilipendere le deportazioni di ebrei ad opera dei nazisti durante la seconda guerra mondiale (5). Resta ciò che la prosa senatoriale designa come "vilipendio dell'Olocausto". Qui bisogna intendersi bene. I revisionisti non vilipendono l'olocausto: negano che ci sia stato, se con olocausto si vuole indicare uno sterminio pianificato (o, se non formalmente pianificato, rispondente però pur sempre ad una volontà e ad un indirizzo moventi da un disegno di massima generale e tendenzialmente unitario) ai danni dell'etnia ebraica il mezzo principale di attuazione del quale sarebbe consistito nelle "camere a gas" e il risultato del quale assommerebbe a milioni di morti (in questo momento, notiamolo di passata, si accenna a volerli far salire, questi milioni, dai rituali sei a sette) (6). E si può benissimo essere revisionisti e considerare con autentica ripugnanza la spietata persecuzione antiebraica di cui il regime nazista si è reso responsabile: una persecuzione che senza alcun dubbio si è tradotta, fuori dai campi, anche in massacri di ebrei, in numero, per fortuna, di gran lunga inferiore a quello o a quelli di cui favoleggia la vulgata sterminazionistica; di questi massacri andrebbero definiti quanto più rigorosamente possibile l'entità da una lato, il rapporto con i compiti propri alla repressione della lotta partigiana nei territori dell'Est dall'altro lato. I revisionisti, checché vadano strillando i sepolcri imbiancati che li bersagliano di infamie, non vilipendono un bel nulla. Se c'è chi vilipende, si tratterà di gente che a pretesto delle proprie mascalzonate prenderà il revisionismo con la stessa mancanza di scrupoli e con la stessa noncuranza della verità storica con le quali, se, contro il revisionismo, lo sterminio dei sei milioni passasse da mito, qual è, a certezza storica incontrovertibile, virerebbe di centottanta gradi e tesserebbe protervamente l'elogio delle deportazioni e dello sterminio. Per chiunque abbia un minimo di conoscenza della letteratura revisionistica tutto questo è assolutamente chiaro, anche se, com'è ovvio, la condizione richiesta perché sia assolutamente chiaro è che il chiunque non sia un

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minus habens programmato per bagolare di "pornografia negazionista". E allora?

E, allora, non occorre un acume speciale per comprendere che ciò che il senatore De Luca e consorti vogliono trasformare in reato penale non è altro che l'esercizio di un diritto costituzionalmente garantito quando questo diritto venga esercitato in un particolare caso. Il diritto è quello di rendere di pubblica ragione i risultati emergenti in qualsivoglia campo dello scibile da ciò che soggettivamente si giudica essere una corretta applicazione dei metodi critici propri alla ricerca in generale. Questo giudizio soggettivo è, beninteso, contestabile, ma solo sullo stretto terreno scientifico, cioè su un terreno che da due secoli la civiltà giuridica ha sottratto all'interferenza del potere pubblico, il quale su di esso non si riconosce competenza alcuna. Altrimenti siamo a Stalin che decreta il trionfo di Ljsenko e manda in galera Vavilov.

Il particolare caso che hanno in vista il senatore De Luca e i suoi congeneri (tra i quali duole di dover annoverare Claudio Magris, autore del rabido editoriale apparso il 14 luglio nel "Corriere della Sera") è definito dal concorso di due condizioni: la prima è che la questione presa in esame sia la tradizione dello sterminio di milioni di ebrei ad opera del nazismo, la seconda è che i risultati dell'esame non quadrino con la versione canonica. Così, per chi, avendo concluso al carattere mitologico di quella tradizione, alla nonstoricità dello sterminio (sterminio pianificato, realizzato per lo più mediante camere a gas, le vittime del quale ammonterebbero a vari milioni), credesse di poter esprimere nei modi consueti tale conclusione, si aprirebbero le porte di quelle stesse galere in cui ci si preoccupa di non fare entrare i pochi tra i ladri di regime che sono stati messi in pericolo di trovarvi momentanea ospitalità.

Si era mai veduta prima d'ora, qui da noi, dove pure si è veduto di tutto, stesa in nero su bianco una sconcezza paragonabile? Ma è quello che si vedrà quando il progetto di legge verrà presentato alle camere e quando un procedimento formalmente legale avrà conferito, come è molto probabile, forza di legge all'illegalità sostanziale consistente nella confisca di un elementarissimo diritto di libertà. -- In margine, un asterisco: saremo settari, proprio come deve pensare di noi chi è tanto bene informato delle cose nostre da incollarci la scempia qualifica di neobordighiani; saremo settari,

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ma non negheremo di avvertire una sorta di soddisfazione nel constatare che la carogna di turno salta fuori da una parte politica che viene correntemente accreditata come di tendenza libertaria.

Per indignarsi di fronte ad una così enorme prevaricazione non è necessario crediamo sia evidente essere revisionisti: è sufficiente essere dei liberali o dei democratici; è sufficiente respingere l'idea che in materia scientifica vale a dire, lo ripetiamo, in una materia avente la sua naturale ed esclusiva sede di discussione ed eventualmente di contestazione nel confronto tra quanti si occupino di temi alla cui trattazione essi applichino i metodi di indagine propri alle scienze positive lo Stato abbia una sua verità da imporre, così che l'espressione in qualsiasi sede (e non solo in quella scientifica) di una verità differente sia da considerarsi delittuosa e come tale perseguita penalmente.

Questa ondata di repressione e di illibertà non casca dal cielo. Non solo la sua ampiezza continentale, ma anche la sua palese difformità dagli indirizzi che connotano la legislazione dei paesi a democrazia formale denunciano quanto debbano essere potenti le sollecitazioni e le spinte che l'hanno suscitata. Passerà tempo, ma un giorno si farà luce, luce documentaria, sul gioco di pressioni che, al di là di talune prese di posizione pubbliche, si intravede sullo sfondo. Quel giorno non ci sarà da essere stupiti nel dover prendere atto del ruolo protagonistico svolto da quegli stessissimi centri alla petulanza, all'inframmettenza e verosimilmente ai ricatti dei quali andiamo debitori di un processo che nasce da un manifesto intento antirevisionistico e la cui celebrazione ha riproposto, in una pressoché generale acquiescenza, il clima e le scene che accompagnavano (e allora non si faticava a capirlo) i processi del '45 (7) e la cui vicenda, con il provvisorio finale di un ministro della giustizia intervenuto d'autorità a svuotare di ogni effetto la sentenza di un tribunale della Repubblica (finale successivamente al quale siamo ora ad un nuovo processo cui i media, con una sorprendente concordanza, sembrano pochissimo interessati), ha reso manifesto in quale conto l'esecutivo tenga le pronunce della magistratura quando, per una ragione o per l'altra, es se non corrispondano a desiderata che la magistratura può permettersi, almeno a volte, di disattendere, ma l'esecutivo, evidentemente, no (8).

Per continuare ad attenerci alla cronaca italiana: era un pezzo che la signora Zevi andava battendo sul tasto della necessità che

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si insegnasse la storia. Il latino è stato capito. Aggiungeremo che non era difficile da capire. Insegnare la storia: la formula è la più ampia, ma la signora Zevi ha in mente un'applicazione particolare. Insegnare la storia: sì, ma quale? Non, si deve presumere (sono troppe le cose che legittimano questa presunzione), la storia dell'impresa materiata di frode, di sopraffazione e di sangue con cui, dai suoi primi insediamenti fino all'attuale questione delle colonie e di Gerusalemme est, il sionismo si è appropriato di una terra che la sua propaganda osava presentare come "senza popolo", e dunque pronta ad accogliere "un popolo senza terra". Non quella che serba memoria della segreta, ma non abbastanza, soddisfazione con la quale l'establishment sionista ravvisò nelle misure persecutorie di cui erano vittime gli ebrei tedeschi prima, e poi gli ebrei di tutta l'Europa occupata, un elemento da cui avrebbe ricevuto impulso, e quale impulso!, l'immigrazione ebraica in Palestina. Non quella che fa parola delle intese a fini migratorl stabilite tra quell'establishment e il governo nazista fin dal 1933 e della cooperazione protrattasi per anni tra questo governo e l'organizzazione di Jabotinskij, alla quale era consentita la presenza in territorio tedesco sotto forma di corpi paramilitari. Non quella che ricorda le operazioni provocatorie cui il governo israeliano non mancò di ricorrere per forzare la mano a comunità che non sentivano alcun bisogno di trasferirsi nel nuovo Stato. Non quella che registra le costanti scelte di Israele a favore delle politiche più reazionarie, dall'Algérie francaise al regime sud-africano dell'apartheid e a quello di Fujimori. Non quella delle continue aggressioni militari perpetrate sotto pretesto di necessità difensive dall'"unico paese democratico del Medio Oriente". Non quella nella quale i nomi di Deir Yassin, di Cafr Kassem, di Sabra e Chatila definiscono la natura e le finalità della politica ininterrottamente seguita da tutti i governi israeliani, laburisti o conservatori, laici o religiosi che fossero. Non quella dello schiacciamento dell'Intifada e delle braccia dei dimostranti fracassate a colpi di pietra su disposizione di Rabin, luminosa figura di apostolo e martire della causa della pace. E neppure quella che celebra l'attenzione scrupolosa per le regole del diritto della quale ha dato prova memorabile la Corte Suprema israeliana quando i suoi spiriti liberali le hanno suggerito di non far mancare il suo alto avallo alla pratica della tortura correntemente inflitta ai palestinesi rinchiusi nelle carceri

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dello Stato sionista (Amnesty International, 14 agosto '96). All'insegnamento di questa storia non pare che la signora Zevi tenga in maniera particolare. Non diremmo probabile, inoltre, che lei, che pure è cittadina italiana, sia specialmente interessata, non che alI'insegnamento, all'approfondimento di vicende singolari, vicende cui sarebbe difficile negare una qualche rilevanza storica: ad esempio, quei contatti tra servizi segreti israeliani e Brigate Rosse sui quali per un istante, solo per un istante, sollevò il velo il pentito Pisetta; e niente, a dire il vero, lascia supporre che il suo sguardo si illumini di soddisfazione quando le accade di considerare il lavoro di un giudice pervicacemente animato dalla volontà di far luce sull'oscuro affare dell'Argo 16 caduto nel novembre del '73 a Marghera, a poche decine di metri dai serbatoi del micidiale fosgene, con il rischio di causare un disastro di proporzioni incalcolabili: quel giudice, infatti, se non intralciato, avrebbe parecchie probabilità di scoprire all'origine dell'affare nientemeno che il Mossad, nel qual caso "I'unico paese democratico del Medio Oriente" apparirebbe responsabile di un atto di terrorismo del tutto simile a quello per il quale, allegando un materiale il carattere probatorio di parte del quale sembra essere piuttosto controverso, gli Stati Uniti tengono da anni nel mirino la Libia di Gheddafi. Tutta questa è storia il cui insegnamento niente induce a pensare stia a cuore alla signora Zevi. Ciò che le sta a cuore è altro.

E' il mito del genocidio che la signora Zevi vuole martellato nelle teste degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado; e per questa funzione di imbonimento, estesa, s'intende, anche agli adulti, vanno utilizzate le possibilità offerte dai mezzi di comunicazione di massa. Questa la storia il cui insegnamento essa giudica così necessario e urgente, la storia che, dopo i Reitlinger, i Poliakov, i Friedländer, gli Hilberg e via elencando, ha ora il suo temporaneo Tucidide in quel Goldhagen a sentire il quale lo sterminio di milioni di ebrei e le modalità tecniche della sua attuazione avrebbe formato la materia di tutte le chiacchiere che si intrecciavano sui tram e nelle portinerie della Germania di Hitler: il che ci viene raccontato mentre gli altri storici di corte, di fronte all'impossibilità di esibire un solo ordine di esecuzione di quello sterminio che sia stato emanato dai vertici del III Reich, ci propongono suppergiù l'ipotesi di disposizioni sussurrate nell'orecchio lungo tutta la scala gerarchica sottostante ad un Hitler che probabilmente dai suoi complici

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si sarà fatto intendere a occhiate e a segni. -- Ora, perché l'edificante programma pedagogico accarezzato dalla signora Zevi un programma pedagogico di cui basta precisare i motivi e i presupposti per guadagnarsi, anche contro la più elementare verità, la taccia di antisemiti attinga il massimo della sua efficacia mistificatoria bisogna, prima di ogni altra cosa, farla finita con il revisionismo; e la signora, alla quale non fa difetto il senso delle cose reali, non deve fare il minimo assegnamento sull'eventualità che a tanto si possa davvero arrivare con le sole risorse di quell'acrimonia e di quella disonestà intellettuale delle quali stanno fornendo non inattesa prova i rechercheurs salariés e gli aspiranti vidalnaquet: specie, poi, se la già modesta portata dei servigi resi dall'onorevole compagnia riesce ulteriormente diminuita dalla goffaggine di qualche epigono che, con linguaggio e taglio mentale da inquisitore, bolla l'"ipocrita abilità" di chi "insinua dubbi", dice lui, "immotivati" sulla leggenda sterminazionistica (una leggenda aurea se mai ve ne fu una), ma sciupa poi l'effetto col mostrare di aver comicamente inteso alla rovescia il precetto dello psicopompo transalpino (epiteto che non corrisponde affatto ad una ridondanza polemica: il ruolo di Vidal-Naquet è quello di chi guida le anime nel regno della morte intellettuale).

Come dar torto alla signora Zevi? E, d'altra parte, come resisterle? Sono, evidentemente, le circostanze stesse che obbligano a far carne di porco della lettera e dello spirito del dettato costituzionale: all'imposizione del bavaglio non c'è davvero alternativa. -- Fatta la legge, si toccherà con mano che anche qui da noi i rechercheurs salariés e gli aspiranti vidalnaquet hanno pure loro una coscienza: una coscienza che permetterà loro di continuare a dedicarsi alla caccia alle streghe argomentando (si fa per dire) contro avversari posti dalla repressione nella pratica impossibilità di replicare agli attacchi cui saranno fatti segno. Il piccante starà in questo: che gli attacchi di quei messeri attacchi di una spudoratezza che mozza il respiro, intessuti come sono di deformazioni consapevoli, di illazioni infondate, di stravolgimenti ribaldi, di pure e semplici calunnie domani non serviranno ad altro che a designare questo o quel reprobo alla solerzia di qualche magistrato. E questo, questo sì che sarà un bellissimo vedere: una manciata di fanghiglia intellettuale piccoloborghese adibita ad una funzione siffatta, e che fingerà di non accorgersene (9). Tale sarà l'atmo

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sfera civile in cui dovremo vivere. In sottofondo si alterneranno le note di Bella ciao e dell'Hatikvà.

Ma non c'è bisogno di fare anticipazioni su di un avvenire che probabilmente non è lontano per sentirsi, con amarezza e malinconia, nella necessità di riconoscere che dal '67 e soprattutto dall'82 in qua va emergendo una questione ebraica i cui presupposti esistono fin dal 1948. In questa emersione gli avvenimenti alla cui precisazione storica si è impegnato il revisionismo olocaustico non intervengono se non come premessa, e premessa indiretta. E, considerata in sé, vi interviene solo marginalmente anche l'amplificazione di quegli avvenimenti a dimensioni di gran lunga sproporzionate alla loro pur indubitabile tragicità. Ma non v'è dubbio che la repressione legale ed extralegale del revisionismo è, invece, un fattore suscettibile sia di accelerare questa emersione, sia di agire quantunque non all'immediato, crediamo, e solo in concorso con altri fattori nel senso di portare la questione ad uno stato di acutezza al quale chi non sia malintenzionato può pensare solo con inquietudine.

Tutto questo non ci piace per più ragioni, mentre per opposte ragioni non potrà non piacere a chi, ad esempio, fa della diaspora l'elemento propulsivo e protagonistico di ciò che va sotto il nome di mondializzazione. Ma rimane il fatto che la responsabilità prima di ogni sviluppo in questo senso ricade con tutta evidenza su quanti, per ridurre al silenzio le voci scomode il levarsi delle quali, però, corrisponde all'esercizio di quei diritti di libertà la cui tutela ha parte essenziale nel conferire alle istituzioni carattere di democraticità formale , non esitano a promuovere una legge d'eccezione che farà scempio tanto di garanzie elementari quanto della più umile logica. Senza contare che con una legge d'eccezione si creerà un precedente molto pericoloso, quand'anche la cosa passasse, al pari di tante altre, inosservata dai più: il che è ben possibile, dato che a farne le spese saranno i famosi quattro gatti, sui casi dei quali la stampa si riterrà esentata, ci si può scommettere, dal dover fare informazione informazione corretta.

Circa lo sfregio inflitto alla logica, basterà riflettere un momento su questo: la storia svoltasi fino ad oggi consta di una quantità incommensurabile di eventi: di uno solo di questi eventi resterà, sì, libero (almeno in via di principio) I'esame, ma l'espressione pubblica delle conclusioni raggiunte attraverso l'esame sarà con-

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sentita soltanto a patto che esse siano conformi alla versione corrente. Salvo che, rincarando di ipocrisia, la legge non preveda la tutela delle versioni correnti di un solo genere di eventi, quelli cui si applica il concetto di genocidio: ma allora la differenza sarà soltanto di parata, e chi, occupandosi, poniamo, di storia quantitativa, fosse indotto dai suoi studi a ridimensionare anche drasticamente l'ammontare dei costi umani di fenomeni storici cruciali, quali la conquista delle Americhe, l'espansione coloniale in generale, la tratta dei negri, la scomparsa dei tasmaniani, la decimazione dei pellirosse, le stragi di armeni e di curdi, i massacri messi sul conto di Pol Pot, non avrà verosimilmente nulla da paventare: Temi non scomoderà né la bilancia né la spada. A meno che... a meno che, per convincere la platea che i revisionisti hanno torto marcio di pensare che il punto di vista delle istituzioni sia tale per cui tutti i genocidi sono eguali, ma ce ne è uno che a tal punto è più eguale degli altri che se ne vuol sottratta la tradizione sedicentemente storica ad ogni rea pretesa di sottoporla ad un controllo condotto con i metodi considerati di rigore nello specifico settore di ricerca scientifica a meno che, dicevamo, per convincere la platea che i revisionisti hanno torto marcio di pensar questo, qualcuno non ritenga di dover dare ogni tanto una zampata qua e là. Non si sa mai. In tal caso metterebbe conto di tentare un esperimento per vedere a quali conseguenze penali andrebbe incontro chi si cimentasse in un'operazione diretta a diffondere l'idea che si è inventato tutto di sana pianta, e che se lo è inventato perché membro di un accordellato nazista (accuse che gli antirevisionisti ripetono fino alla noia e senza recare l'ombra di una prova contro i revisionisti), quel James Bacque che ha coraggiosamente messa in luce una delle pagine più nere tra quelle scritte dai democratici vincitori della seconda guerra mondiale: il lento e premeditato sterminio per fame di poco meno di un milione di prigionieri tedeschi del quale si sono resi responsabili nel '45 statunitensi e francesi, dopo aver tolto agli sventurati ogni possibilità di tutela da parte della Croce Rossa Internazionale con il turpe machiavello di dichiararli non già, quali erano, prigionieri di guerra, ma personale nemico disarmato, categoria inventata per l'occorrenza.

In buona so stanza, dunque , qu ale che abbi a ad e s sere l a formulazione della legge, sarà uno solo l'evento la cui versione corrente formerà l'oggetto permanente di una protezione, più che eccezio-

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nale, unica: questo evento non è altro che la cosiddetta Shoà. Riguardo ad essa sarà obbligo far mostra di ritenere che, sulle finalità, sui modi di attuazione e sul numero di vite perdute, I'ultima parola intorno alla persecuzione nazista sia quella detta dai vincitori a Norimberga nel '45-46, quella riecheggiata a Gerusalemme nel '61, quella avallata e propalata da uno stuolo di storici autoproclamati le affermazioni dei quali al pari di quelle di cui constano le pretese verità giudiziarie che si vogliono anch'esse sottratte ad ogni controllo critico non v'è punto, si può dire, su cui non si infliggano una vicendevole smentita, per poi, però, mettersi all'unisono quando si tratta di asserire la realtà di quei dati essenziali in virtù dei quali la Shoà rappresenta, come da autorevole quanto superfluo riconoscimento di W. D. Rubinstein, il più importante tra gli strumenti a disposizione dello Stato sionista per la sua propaganda mondiale (10).

E con ciò a proposito della legge in gestazione si sarà detto tutto quando non ad uso dei quacquaracquà che nelle pagine di un revisionista si industriano di trovare qualsiasi appiglio, anche il più improbabile, anche il più pretestuoso, per accusarlo di ogni nefandezza immaginabile si sia aggiunta questa precisazione capitale: che noi, anche tenendo nel debito conto una posizione che la signora Zevi ha in comune con la totalità o quasi dei personaggi rappresentativi delle comunità israelitiche d'Europa, degli Stati Uniti e dell'Australia, e senza affatto escludere l'esistenza di un coordinamento nella messa in opera delle sollecitazioni in atto dovunque per arrivare alla persecuzione legale del revisionismo (quella illegale non abbisogna delle iniziative del senatore De Luca e dei suoi omologhi), non crediamo affatto che questo coordinamento che è ovvio e che, d'altro canto, discende naturalmente da premesse obiettive sia inquadrabile nel paradigma di quel complotto mondiale ebraico che esplicitamente o implicitamente, nella forma diretta di una cospirazione o in quella indiretta di una visione degli avvenimenti come asseritamente svolgentisi non altrimenti che se il loro svolgersi rinviasse ad una cospirazione, gioca il ruolo principale nei deliri dei più tra gli antisemiti.

Respinto che si sia, nella forma e nella sostanza, questo paradigma, che cosa rimane di quel pregiudizio antiebraico che viene immancabilmente diagnosticato in chiunque manifesti un atteggiamento eterodosso nei riguardi delle cose odierne dell'ebraismo, si

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tratti della storia demistificata della persecuzione hitleriana o della critica di un allineamento così automatico e così totale allo Stato sionista da trasformare la basilare distinzione tra ebreo e israeliano, tra ebrei e Israele, in un affare di buona volontà e, diciamolo pure, di costanza della ragione?

Parlando in via generale, il ruolo attuale del pregiudizio antiebraico quello effettivo, non quello immaginario di cui, senza il minimo discernimento, si fa carico a revisionisti e ad antisionisti viene decisamente sopravvalutato. Oggi una questione ebraica si sta profilando, eppure fino ad ora questo pregiudizio e i connessi stereotipi, di cui nessuno negherà la presenza, vi hanno una parte del tutto secondaria.

Il profilarsi di una questione ebraica è cosa di tale momento da esigere di venir presa in esame anche al di fuori di ogni discorso avente ad oggetto il revisionismo olocaustico. Separare i due temi ci riesce tanto più facile quanto più ci pare di dover escludere che tra i due ordini di problemi esista una relazione diretta. Esporremo brevemente, dunque, ciò che ci sembra doversi prendere in considerazione circa la genesi del fenomeno odierno e circa l'inessenzialità dell'intervento in esso sempre che intervento vi sia del famoso pregiudizio. La nostra refrattarietà alla dimensione emozionale propria agli elementi di fatto che dovremo richiamare ci consente di attenerci ad una linea di sostanziale oggettività, senza con ciò pretendere, s'intende, che il nostro sia l'occhio del naturalista che scruta il nido di formiche; e questa linea, se non ci preserva certo dal rischio di sbagliare, dovrebbe però ridurre la probabilità e anche l'entità dell'errore eventuale.

Anche se qui la cosa non corrisponde ad una stretta necessità, ragioniamo un momento, allora, su questa faccenda del pregiudizio, del pregiudizio in generale più precisamente: sull'uso che d'ordinario si fa della categoria "pregiudizio" , poi verremo al caso specifico del pregiudizio antiebraico. Confessiamo, dunque, che il mostrarci esenti da ciò che solitamente si definisce "pregiudizio" non è la cosa che ci preme di più. Vediamo di spiegarci.

Intorno a ciò che va sotto il nome di "pregiudizio" metterebbe conto di approfondire una riflessione il cui filo conduttore potrebbe enunciarsi così: ci si dimentica che troppo spesso quella di "pregiudizio" è una definizione del tutto impropria. A essere rigorosi, c'è pregiudizio quando il nostro modo di rapportarci ai singoli è in-[26]

fluenzato, non importa se negativamente o positivamente, dalle idee che ci siamo formate, o che magari abbiamo accolte bell'e fatte, intorno a quello che è o si reputa essere il loro aggregato d'appartenenza (il gruppo sociale, I'etnia, ecc.), nel presupposto che l'appartenenza abbia una funzione decisiva nel definire l'identità e il comportamento di questi singoli; quando, in altre parole, ai singoli, alla loro soggettività, solo in forza di questa appartenenza estendiamo le caratteristiche che ci sembrano inerire al loro aggregato d'origine, quasi che esso sia dotato di una personalità di cui la personalità dei singoli non sia che il riflesso o l'emanazione. E' solo per un'esigenza di chiarezza, e non con particolare riferimento al tema di cui ci andiamo occupando qui, che, detto questo, facciamo seguire quest'altra considerazione, la quale, del resto, nulla ha di peregrino: a proposito di ciò che il linguaggio usuale qualifica, o squalifica, come "pregiudizio" non sarebbe inopportuno domandarsi, almeno qualche volta, se il cosiddetto pregiudizio non sia, invece, un postgiudizio, ossia un giudizio che, giusto o sbagliato che sia, è però emesso a partire da una data esperienza del fenomeno cui il giudizio, appunto, si riferisce. Facciamo un esempio: la nozione di un'inferiorità intellettuale dei negri (negri, diciamo, e non neri, così come diciamo ciechi, e non non vedenti, e netturbini, e non operatori ecologici: la cultura del politically correct e l'insopportabile bigotteria lessicale che ne discende mettono capo giacché il linguaggio è tutto fuor che uno strumento inerte ad una metodica inabilitazione a guardar le cose in faccia, con gravi quanto ovvie ricadute incapacitanti sullo stesso agire politico), la nozione, dunque, di un'inferiorità intellettuale dei negri rispetto ai bianchi è, lo sappiamo tutti, estremamente diffusa; nel sentircene irritati, al di là di ogni questione circa la sua fondatezza o infondatezza, non siamo secondi a nessuno. Ora, noi non entriamo affatto nel merito, ma di certo non sarebbe irragionevole che si avesse presente come all'origine di essa non ci sia solo il famoso colore della pelle (11), non ci sia solo la difformità dei melanodermi da un aspetto che noi, per il solo fatto che è il nostro, si sia ingenuamente e autocentricamente portati a considerare come la norma. C'è anche questo, beninteso; ma l'esserci anche questo non può farci dimenticare che c'è anche dell'altro.

All'origine c'è la constatazione di modi di vita sociale il giudizio sui quali è inimmaginabile di poter eludere tirando in ballo il relativismo culturale al di là del limite (difficile da stabilire, non

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v'è dubbio) entro cui il relativismo culturale ha giustificazioni solidissime: perché, date per scontate tutte le considerazioni quelle pertinenti e quelle che pertinenti lo sono di meno che si sentono fare, sempre le stesse, nel caso dell'esempio addotto, un fatto rimane pur sempre, ed è questo: che il dato obiettivo che in un'ottica materialisticostorica fonda (con un criterio che può ritenersi valido solo a grandi linee e la cui utilizzazione richiede non uno, ma parecchi granelli di sale) una gerarchizzabilità dei cicli di civiltà (dei cicli piuttosto che delle singole civiltà), questo dato obiettivo -- il grado di sviluppo delle premesse tecniche del controllo dell'ambiente esterno -- designa quei modi di vita come realizzazioni di livello comparativamente ridottissimo rispetto a quelle conseguite dai leucodermi (magari anche con apporti degli stessi melano e degli xantodermi). E' da quella constatazione, e non dalla difformità somatica, che muove l'illazione (semplicistica, se si vuole, ma non così manifestamente infondata che la si possa scartare a priori; tant'è che, qualunque cosa si voglia far credere al riguardo, genetisti e psicologi sono tutt'altro che unanimi nell'infirmarla a vantaggio di quell'ambientalismo esclusivo che è così caro ai dottrinari della democrazia, magari indebitamente rimpannucciati in vesti marxiste), che muove, dicevamo, I'illazione circa una differenza nativa nel possesso di quelle capacità intellettuali delle quali sarebbe arduo negare la parte avuta nella creazione di quelle premesse: illazione che oggi è uso liquidare come "razzista", ma che lo stesso Marx faceva propria, e che d'altro canto non gli impediva, e questo è l'importante, di tener fermo alla sua visuale socialista. -- E con ciò noi leucodermi non abbiamo di che rallegrarci: abbiamo sviluppato e sviluppiamo, eccome, le premesse tecniche del controllo dell'ambiente, ma non quelle sociali: tanto poco il modo di produzione che connota il presente stadio della civiltà che è la nostra ci consente di controllare l'ambiente esterno, che abbiamo trasformato il mondo il nostro e quello degli altri in una sinistra pattumiera, giacché l'economia basata sul lavoro salariato, non che essere uno strumento a disposizione della specie, schiaccia la specie come una forza della natura estranea ed ostile, essendo proprio del capitalismo innescare anarchicamente processi che esso è poi incapace di dominare. E la parentesi può chiudersi qui.

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Non contesteremo. naturalmente, la persistenza di un generico pregiudizio negativo nei confronti degli ebrei. Esso consta di una serie di luoghi comuni, taluni dei quali non mancano di un nocciolo di verità. L'avarizia che a gran torto viene loro attribuita ci ricorda che genovesi e scozzesi condividono la medesima fama. Altrettanto si dica della loro pretesa avidità: si vada a parlare degli istriani nelle terre rivierasche dell'Alto Adriatico o dei marchigiani a Roma, piccoli trafficanti marittimi da sempre i primi, esattori pontifici per tradizione i secondi. E quanti secoli dovettero passare perché lombardo e caorsino non fossero più sinonimi di usuraio? L'auri sacra fames non può certo considerarsi caratteristica di un particolare gruppo umano, in una società in cui (come disse qualcuno che oggi non riscuote più quel l`avore del cólto e dell'inclita al quale non aveva mai aspirato) i cristiani sono diventati ebrei. Che nelle mani degli ebrei si concentri una ricchezza cospicua (il che non esclude! evidentemente, che ve ne siano di poveri) non pare proprio possa dirsi una favola. Lo stesso vale per l'influenza sociale che è loro ascritta: non si è mai visto, d'altronde, che avesse influenza sociale un gruppo a basso reddito; e nel caso specifico, inoltre, va tenuto conto della consolidata sovrarappresentazione ebraica nel giornalismo, nell'editoria, nell'università, nell'amministrazione, nelle prol`essioni liberali, nella finanza: fenomeno ragguardevole, talvolta impressionante (si pensi cos'è lo staff presidenziale di Clinton), ma del quale in generale non è difficile fornire, quanto alla sua origine, una spiegazione del tutto esente da quella particolare malevolenza che è propria dell'antisemitismo, mentre il punto delicato è oggi quello dell'uso fatto di questa possibilità di esercitare un'influenza (12). Superfluo, infine, sottolineare come la pratica dell'endogamia non possa dar luogo ad alcunché di diverso dalla generalizzata constatazione di una cura posta nel distinguersi e mantenersi separati dalla società in cui si vive, e questa cura non può non apparire singolare in una fase nella quale nel mondo euroamericano l'incidenza di preoccupazioni religiose sui comportamenti medl non è molto più che marginale. Di qui l'immagine dell'ebraismo come di una casta: immagine cui corrisponde una realtà che è il punto d'approdo obbligato di una rinuncia al proselitismo la quale è poco meno che bimillenaria.

E' probabile che nella Germania di Weimar il pregiudizio antiebraico fosse altrettanto generico: di lì a qualche anno l`u la cata-

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strofe. Dunque, che ci si inquieti di esso, e che ci si inquieti di ciò che può residuare dell'odium theologicum votato un tempo dalla cristianità ai discendenti dei deicidi, lo si comprende senza fatica. Ciò non toglie che oggi si tratti di un falso problema e che il perdervisi intorno non sia molto dissimile dall'operare di chi, per dirla con Gramsci, non riuscendo a prender sonno per il chiarore della luna piena si mettesse a correr dietro alle lucciole, nell'illusione che, scacciandole, il chiarore diminuirà. Questo falso problema nasconde il problema effettivo.

Una questione ebraica è esistita in passato, una questione ebraica va ponendosi oggi. Forse che ciò permette di parlare di un'unica, di un'eterna questione ebraica che si prolungherebbe, sempre eguale a se stessa, da una fase storica all'altra? Sappiamo bene che ciò corrisponde ad un sentire diffuso tra gli ebrei. E' a partire, tra l'altro, da questo sentire diffuso che si è elaborata una riflessione una propaggine della quale vorrebbe spiegare il fenomeno del supposto persistere di una questione identica a se stessa attraverso i tempi facendolo risalire al parallelo persistere nel mondo gentile di una norma costruita sul modello risultante dalla confluenza di due appartenenze: al sesso maschile e alla cultura maggioritaria; da cui la relegazione dell'ebreo, in quanto portatore di suoi tratti peculiari, in un'area di diversità diversità rispetto a quella norma, appunto che egli condividerebbe con la donna e con l'omosessuale, soggetti sottoposti alla medesima relegazione. Non solo v'è da dubitare che l'individuazione di un comun denominatore siffatto faccia compiere un reale passo avanti nella comprensione del problema, ma crediamo che questo puntare su una diversità che, assimilata ad altre diversità radicate, esse, in ruoli immodificabili (o in ciò che hanno di immodificabile certi ruoli), ha tutta l'aria di voler essere essenziale non sia che un diversivo inteso a far passare inosservata o, se osservata, a far apparire legittima in quanto conforme, si dice, ad un corrispondente diritto una diversità comportamentale abbastanza palese da cadere sotto la comune percezione e che meglio si può indicare con alterità, estraneità, separatezza, espressioni generali capaci di inquadrare il fenomeno concreto e di avviare così alla comprensione delle cause reali del suo proporsi odierno. Molto di frequente il quintessenziare ad oltranza, il trasformare (per riprendere un'immagine famosa) i cappelli in idee, non si prefigge

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altro fine che quello di distogliere l'attenzione dalla spontanea eloquenza delle cose, che disturba. Quel sentire diffuso corrisponde ad una tesi che, se è cara agli antisemiti, non lo è meno ai sionisti. Non è questo il solo punto in cui l'ottica degli uni collima con quella degli altri.

Il sionismo ha un interesse primario ad alimentare negli ebrei della diaspora una permanente condizione spirituale di insicurezza e precarietà, perché una condizione del genere è la sola che può propiziare il rafforzarsi in loro delle sollecitazioni scaturienti dal comune fondo religioso e culturale al mantenimento con Israele di un legame che, accortamente utilizzato, è la risorsa più preziosa tra quelle che lo Stato sionista può mettere a frutto. Per il sionismo il ghetto ha tuttora una funzione fondamentale: in ciò, e non solo in ciò, esso è l'erede di quei rabbini reazionari che nella fine delle interdizioni e nella parificazione legale degli ebrei a tutti gli altri, non più sudditi, ma cittadini, videro il principio della dissoluzione delI'ebraismo. Sparito il ghetto materialmente, è dunque necessario che esso continui a sussistere sul piano psicologico. Oggi esso non è meno effettivo che nei tempi andati; meno manifesto sì, ma non meno effettivo: è stato interiorizzato. La stagione che ha permesso ad un ebraismo ben remoto dal concepire se stesso come un corpo separato di arricchire i paesi di cu,i gli ebrei si sentivano cittadini a parte intera di quei maestri di ammirevole statura che in Italia si sono chiamati Alessandro D'Ancona, Graziadio Isaia Ascoli, Arnaldo Momigliano, Giorgio Levi Della Vida, si è chiusa; e la responsabilità prima di ciò non spetta al sionismo: spetta al dolorosissimo trauma recato dalla persecuzione. Il sionismo non ha fatto altro che raccoglierne i frutti. E ora c'è di nuovo il ghetto. Ma questo isolamento dalla società gentile una società gentile nella quale la belva può sempre ridestarsi! non può non riattivare in essa i vecchi pregiudizi. Anche se è ben possibile che la signora Zevi non abbia capito il gioco, è precisamente sul loro riattivarsi che punta il sionismo: i vecchi pregiudizi chiamati a nuova vita, mentre non sono tali da intaccare la posizione conseguita dall'ebraismo nell'ordine sociale presente, non possono che rendere anche più invalicabile la linea di separazione dalla società gentile (con ciò allontanando il pericolo dell'assimilazione) e più saldo il legame con Israele.

La propensione al "tanto peggio, tanto meglio" è una costante del sionismo. Oggi è del tutto verosimile che esso non vedrebbe

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come un fatto profittevole -- come invece vide negli anni Trenta -- il rinnovarsi di una politica di discriminazione antiebraica; ma se, per assurdo, un singolo Stato attuasse, quod deus avertat, una politica siffatta e ripristinasse per gli ebrei l'obbligo di portare su di sé ben visibile la stella di Davide, si può esser certi che, pur nelI'ambito di una valutazione negativa del significato e delle implicazioni della cosa, il punto di vista sionista sarebbe che non tutto il male viene per nuocere. I vecchi pregiudizi, inoltre, hanno questo di vantaggioso: che, per il solo fatto di esser lì, si prestano molto bene ad un mille volte ripetuto tour de main diretto a coinvolgere nella loro condanna che è fin troppo facile e alla quale nessuno o quasi ricuserebbe di sottoscrivere qualcosa che con essi non ha nulla a che fare. Questo qualcosa non è soltanto il rifiuto della politica di Israele e dei suoi miti di fondazione: è anche l'insieme delle prese di coscienza e dei giudizi la cui insorgenza nel mondo gentile è determinata da ciò che appaiono essere i comportamenti di comunità diasporiche alle quali l'esistenza stessa di uno Stato che ufficialmente si definisce ebraico, e per il quale l'ebraismo sarebbe una nazionalità, crea una situazione in cui fin troppo di frequente es se sembrano indistinguibili da colonie straniere (13): e colonie straniere, per un verso, dipendenti da uno Stato la cui politica, anche soltanto per quello che ne è generalmente conosciuto, non è fatta per conciliare larghe simpatie; per una altro verso, godenti di uno status giuridico e soprattutto di una condizione di fatto che si risolvono in una posizione complessiva di particolarissimo favore. Va detto che tutto ciò non sarebbe -- scordarsene o prescinderne sarebbe colpevole -- se una persecuzione inumana, ma non inesplicabile -- una persecuzione la cui tragicità i revisionisti non contestano, ma vogliono ricondotta alle sue dimensioni reali --, non avesse invertito il senso di marcia della ruota della storia interrompendo i processi di integrazione e assimilazione degli ebrei nelle società occidentali, obbligando a riscoprire la loro ebraicità i moltissimi tra loro che non annettevano più nessun significato sociale o religioso alle proprie origini e spianando la strada al sionismo, che delle sue fortune va debitore alla sventura. Non va dimenticato che in ambito ebraico, prima dell'esperienza della persecuzione, esso aveva riscosso e riscuoteva, sì, adesioni e appoggi, ma quasi esclusivamente come progetto di soluzione del problema rappresentato dalle masse di

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correligionari che vivevano in condizioni di straordinario disagio e soggetti a restrizioni di stampo medioevale nell'Europa dell'Est, soprattutto nell'impero zarista, e il cui flusso migratorio, quando si fosse rovesciato sull'Ovest del continente, vi avrebbe provocato una vera e propria ondata di antisemitismo. Del che si aveva trepida coscienza nell'ebraismo dei nostri paesi, e ad ogni buon conto Herzl in persona, rivolgendosi ai delegati del congresso sionistico di Londra del 1900, era stato al riguardo esplicito quanto più non si sarebbe potuto esserlo. Si può osservare qui che a mostrare quanto egli avesse ragione soccorre postumamente l'esempio di Israele, dove l'afflusso, ad esempio, dei falascià ha determinato reazioni che non sono, e pour cause, di antisemitismo, ma la cui natura è identica a quella delle reazioni paventate allora da Herzl e dalle nostre comunità ebraiche. E si deve qui ricordare quanto incidesse sul montare dell'antisemitismo nella Germania disperata del primo dopoguerra la presenza di quelli che anche gli ebrei germanizzati o i tedeschi di confessione ebraica solevano definire "ebrei selvaggi", gente che trasferiva le abitudini di vita e le consuetudini commerciali dello Shtetl in un paese moderno, il quale, per parte sua, non poteva non giudicarle aberranti, e indesiderabile quella presenza: si capisce che il nascente nazismo non chiedesse di meglio che intingere il suo biscotto in quella zuppa.

Ah, l'antisemitismo! Lo si può avere in orrore, e noi lo abbiamo in orrore, ma è così poco difficile capire da che cosa sia alimentato! Oggi che tante teste fine almanaccano dottamente sulle sue scaturigini e sul dipanarsi storico della tradizione antisemitica in Europa, fa un ben singolare effetto veder trascurate e neppure messe in linea di conto circostanze del genere (14). Chi parla mai di Adolphe Crémieux? Eppure non sarebbe fuori luogo rammentarsene. Nel 1870 la Terza Repubblica non aveva ancora tre settimane di vita quando Crémieux, uomo del '48 e magna pars dell'Alliance israélite universelle, chiamato da Gambetta a far parte del governo che con uno sforzo immane tentava la difesa militare di una Francia in cui stavano dilagando i prussiani, trovava che nulla fosse tanto urgente come l'estendere la cittadinanza metropolitana, da cui gli algerini erano e continuarono ad essere esclusi, ai soli ebrei d'Algeria (con il risultato, tra l'altro, di sollevare contro la Francia, proprio in quel momento, I'indignazione e la ribellione della generalità degli algerini, che prima d'allora con i loro conterranei ebrei

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non avevano problemi di rilievo e che dopo d'allora ne ebbero molti). Crémieux avrà inteso anche di fornire un punto d'appoggio alle autorità repubblicane locali in una congiuntura delicatissima; ma davvero ci s i chiederebbe un po' troppo se ci si vole s se far convinti che la peculiarità religiosoculturale di lui non avesse alcun rapporto con quell'iniziativa. La fava doveva servire, concediamolo pure, a prendere due piccioni: servì per uno solo, e sta bene. La questione, però, è perché mai per un ministro della Repubblica di piccioni dovessero essercene due invece che uno solo. Domanda si è proprio sicuri che Crémieux, sionista ante litteram (e tale nonostante il modello di rapporto con la società francese rappresentato dall'Alliance, ma anche in forza di quel modello), di antisemiti ne abbia fatti meno di un Drumont? Certo, Crémieux non aveva tradito: si era soltanto mostrato sensibile anche a imperativi che non erano quelli della funzione affidatagli. Ma che peso ha avuto un precedente come quello nel predisporre un buon numero di francesi a credere seriamente, un quarto di secolo più tardi, che Dreyfus avesse tradito davvero, che per lui ci si agitasse solo perché era un ebreo e che i dreyfusardi non fossero null'altro che marionette i cui fili stavano nelle mani di un syndicat juif? Ma di Crémieux non si parla: né di lui né del secondo piccione. Si parla, invece, di Drumont, ed è giusto parlarne; di Drumont... e di Voltaire! Di Voltaire, cui si fa colpa di aver mosso al giudaismo più chiuso e retrivo una critica animata dagli stessi motivi di fondo di quella che gli si fa un merito, e lo è, di aver mossa al cristianesimo (15); di Drumont, di Voltaire, e, procedendo a ritroso, si rimonta su su fino ad Agobardo: il che vuol dire passare al pettinino secoli e secoli di storia. E, dopo Drumont, ecco Maurras e Céline, per i quali, specie per Céline!, non occorre nessun pettinino, certo: sciovia storica di cui si pretenderebbe di mostrare la prosecuzione in Rassinier, Faurisson e la Vieille Taupe, tutta gente che con Agobardo, Drumont e quant'altri non ha nulla da spartire, checché blateri una propaganda che usa far carta straccia della logica e della verità gabellando per antisemitismo sia l'opposizione al sionismo e alla politica israeliana, sia l'impiego dei normali metodi e criteri di indagine storica nell'esame del dramma degli ebrei in Europa, sia i risultati che conseguono a tale impiego.

E così questa digressione ci riporta sul filo del ragionamento: perché quel passare al pettinino con il risultato, e anche, dispiace dirlo,

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l'intento, di una colpevolizzazione della storia, anche di quella remota, dei paesi di cui, alla fin fine, si è cittadini (salvo poi levare alte strida se Garaudy parla, oltre che dei cinquant'anni di performances militari e terroristiche di Israele, dei sacri macelli di biblica memoria) costaltro è se non una manifestazione di alterità? Da parte delle comunità ebraiche è un grosso errore permettere che quell'atteggiamento possa apparire come il loro. Ma è precisamente questa alterità che il sionismo ha teorizzato e va predicando! Esso, infatti, prima che programma della creazione di uno Stato e della tutela degli interessi di questo Stato, è interpretazione dell'ebraismo in termini di specifica nazionalità. Non menzioneremo se non di passata la circostanza che questa interpretazione è stata contestata dal bolscevismo non solo nelle sue implicazioni politiche, ma altresì nei suoi presupposti di merito, e ciò fin dai primissimi del Novecento (chissà che a qualche rechercheur salarié non venga in mente di tirar fuori "l'antisemitismo, socialismo degli imbecilli" anche a riguardo di Lenin? (16). E, quanto ai tempi successivi, giova ricordare che da parte del giovane regime sovietico la disponibilità a riconoscere lo statuto di minoranza nazionale statuto riconosciuto a quei segmenti di popolazioni che, viventi nei confini dell'ex impero zarista, avevano però fuori di questi un consistente nucleo nazionale di riferimento a quelli tra gli ebrei che fossero desiderosi di non staccarsi dal loro particolare nesso associativo e dalle forme tradizionali della loro cultura non suonava minimamente sconfessione dell'antecedente condanna del sionismo, anche di quello mitigato del Bund, ma rappresentava invece il ricorso ad una fictio iuris che introduceva un'equiparazione (già anticipata, del resto, dal Lenin delle Note critiche sulla questione nazionale) diretta a garantire allo sviluppo civile degli interessati quelle condizioni di libertà dalle quali soltanto poteva prendere avvio la loro graduale e autonomamente consentita integrazione alla società sovietica (17): linea, questa, che sarebbe poi stata rinnegata dal potere staliniano una prima volta nella seconda metà degli anni Venti, quando la creazione, peraltro derisoria, di una regione autonoma ebraica nel Birobigian veniva accompagnata dal lancio di quello che, a livello di enunciazioni, altro non era che un reazionario sionismo interno, e una seconda volta quando, tra il '48 e il '53, un antisemitismo di impronta medioevale fu dottrina ufficiosa del partito e dello Stato, a giustificazione dello scatenamento di

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un'ondata di quelle misure persecutorie dalle quali gli ebrei hanno tanto da soffrire e il sionismo tanto da guadagnare.

Ma torniamo alla pretesa sionista dell'ebraismospecifica nazionalità. E' permesso, alla luce di essa, domandarsi che ne sia delle comunità ebraiche, la cui posizione ufficiale è di adesione al sionismo, e quindi di appoggio senza riserve allo Stato sionista, e che, d'altro canto, vivono nella condizione formale di comunità a connotazione religiosa facenti parte di collettività storiche esprimentisi ciascuna con una sua propria nazionalità?

Se davvero si cerca di capire perché e come oggi si ponga una questione ebraica una questione ebraica che, se non ci si ferma a genericissimi comun denominatori, ha ben poco da spartire con quella del passato precapitalistico dei paesi a tradizione cristiana, ci si riesce senza incontrare soverchi ostacoli. Le cose che rendono inevitabile il suo porsi, a partire da Israele, dall'ideologia sionista e dallo spirito che Israele e l'ideologia sionista inducono nelle comunità, sono sotto gli occhi di tutti. Basta voler capire, volerlo sul serio, ed essere perciò disposti a prendere atto di realtà la considerazione delle quali, per motivi complessi che qui neppure possiamo richiamare, si è fatta inusuale per moltissimi di noi' (18).

Si deve, allora, aver chiaro che la nazionalità, qualsiasi nazionalità (anche la cosiddetta nazionalità padana, il cui disegnarsi nella testa di borghesi piccoli e medî desiderosi unicamente di pagare meno tasse ci ricorda però che, se in Europa gli Stati nazionali sono in crisi da mezzo secolo, non può, però, dirsi scomparsa la tendenza all'instaurarsi di nessi nazionali nuovi), ha, sì, una base obiettiva in assenza della quale non potrebbe costituirsi una base obiettiva che nel più dei casi si riassume in lingua e territorio, ed eccezionalmente (si veda la Svizzera, disomogenea sotto il profilo linguistico) può constare del solo territorio, ma è, con tutta evidenza, irriducibile a questa base obiettiva. Quest'ultima serve semplicemente di precondizione e di supporto ad un ininterrotto processo di identificazione collettiva, e questo processo mette capo ad un noi. Il noi è la nazionalità. La bellissima pagina con la quale Ernest Renan rispondeva da par suo all'interrogativo su cosa sia la nazione ha il torto di rappresentare questo noi come sostanziato di atti coscienti e volontari, come situantesi tutto nella consapevolezza dei singoli che partecipano di esso. Questa visione riflette solo una faccia del fenomeno. La grande forza, nel bene

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e nel male, di questo noi sta soprattutto nel situarsi di esso, che pure è cultura condivisa, al di sotto della sfera della piena coscienza, al livello dei riflessi. Ma quella pagina coglie il dato saliente quando associa analogicamente l'esistenza della nazione in quanto "plebiscito di tutti i giorni" all'esistenza dell'individuo in quanto "testimonianza perpetua di vita". Questo noi, nel suo esplicarsi quotidiano, richiama gli automatismi che formano l'orditura dei fenomeni naturali. Così, del "plebiscito di tutti i giorni" si potrebbe parlare come di un atto solenne che viene compiuto nell'inconsapevolezza.

Questo noi, in cui la cultura assimilata e come diventata istinto ha parte tanto larga e la consapevolezza parte tanto ristretta, ha questo che lo avvicina alla natura: è legge ignota per gran parte a se stessa. E non solo è legge generale: è arduo concepirla altrimenti che perenne. Non che siano tali le nazioni esistenti: sono nate e moriranno. "Tutto ciò che esiste è degno di perire". Ma anche quella cultura universale nella quale il socialismo vede il coronamento della lotta anticapitalistica, non che produrre un uomo standardizzato, conoscerà altri noi, posto che sarebbe sbagliato immaginare che i noi non possano avere altra forma storica di esistenza fuor che quella che essi ricevono nella società presente, dove la comunanza di lingua e di cultura si instaura tra classi antagonistiche; e li conoscerà in quanto darà luogo ad una fioritura di facies originate dall'azione di molteplici fattori operanti qui con una fisionomia, là con un'altra, giacché tra essi non potranno mancare quelli che esprimeranno una continuità con il diversificato sviluppo storico precedente, di cui nessuno può immaginare di far tabula rasa; e in corrispondenza a queste facies tenderanno a stabilirsi nuove affinità, così come in una popolazione morfologicamente omogenea il gioco senza posa delle mutazioni e delle selezioni, agendo diversificatamente da area ad area, tende a far affiorare una pluralità di tipi geografici.

Un riconoscimento dell'incidenza di questo noi sui comportamenti degli uomini è venuto dal marxismo, che nessuno sospetterà di un pur lontano cedimento nei confronti di qualsivoglia forma di ristrettezza nazionale; ma troppo spesso non si riflette su ciò che è implicito in tale riconoscimento. Se di fronte alle lotte per i diritti nazionali la posizione marxista è sempre stata di appoggio (critico quanto si vorrà, ma sempre appoggio), se l'Inter-

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nazionale comunista faceva propria la parola d'ordine del diritto dei popoli all'autodecisione, ciò non derivava soltanto dall'attribuzione a queste lotte di un carattere progressivo in quanto antiassolutistiche e antifeudali nel passato e in quanti aventi una potenzialità antimperialistica nel nostro secolo: in pari misura derivava, e deriva, dall'ammissione del fatto che la mancata soluzione dei problemi di libertà nazionale non può, di norma, non ostacolare potentemente il dispiegarsi della lotta di classe in seno all'elemento nazionale che vede negati i suoi diritti e non può non favorire in esso, per contro, le spinte al compattarsi delle classi in quella solidarietà verticale nel quadro della nazione che è già di per sé la prima vittoria dell'egemonia ideologica e politica borghese. Ora, se si deve individuare il motivo di fondo di questa ammissione, è impossibile non convenire che essa scaturisce da una realistica disponibilità a prendere atto della limitazione obiettiva di quel legame di classe che pure è uno dei dati fondativi dell'antropologia sociale marxista; è impossibile non convenire, cioè, che questa ammissione nasce dalla constatazione che il legame di classe è bensì il più generale, ma non il più profondo, e che la voce della classe può farsi sentire solo flebilmente e a gran fatica quando situazioni di oppressione nazionale permettono che a parlare alto sia la voce della nazionalità. Quell'ammissione rinvia all'elemento di fondo della inerenza a quel noi di una sorta di primordialità. Questo elemento di fondo avevano ragione di ritenerlo via via meno operante quelle generazioni di socialisti alle quali, nella fase anteriore al grande tornante del 1914, pareva ovvio che, con l'intensificarsi dell'antagonismo non solo potenziale, ma in atto tra proletariato e borghesia, tra queste classi la comunanza di carattere e di destino in ambito nazionale sarebbe andata mano a mano scomparendo. Allora era così, almeno come tendenza, anche se poi ci si ingannava sulla rapidità di questo processo e sulla sua irreversibilità; adesso il processo è interrotto, e non sappiamo per quanto tempo.

Da questa primordialità della quale faremmo volentieri a meno discende per una linea di classé una folla di problemi: quel che è sicuro è che è del tutto illusorio qualunque "superamento" di essi che si appoggi su di una volontaria cecità quanto ad essi e alla loro radice, così come, a scartare ogni presa in considerazione in sede che intenda essere di partito delle implicazioni politiche di questa radice, non vale il richiamo alle cento forme di opportuni-

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smo che hanno rovinosamente accampato la pretesa aberrante di rinchiudere nel quadro della nazione la prospettiva della trasformazione socialista. Questo richiamo non solo è giustificato: è strettamente indispensabile. Ciò che è inaccettabile è che se ne tragga motivo o pretesto per una di quelle pratiche che, in una politica rivoluzionaria, condannano a sicura impotenza chi vi indulge: la pratica dell'elusione di problemi che, per essere scomodi, non cessano però di essere reali.

Quel noi, nell'ordine sociale vigente, non è difficile traviarlo, lo sappiamo fin troppo bene: esso, infatti, è accessibile all'orgoglio. Ma non abbiamo il diritto di ritenerlo sprovvisto di buon senso; anzi, tutto sommato, è molto ragionevole. Non gli è sconosciuto un riflesso di autoconservazione, e non si vede come glielo si potrebbe rimproverare: molte delle sue difese sono state smantellate, ma ancora non si è riusciti a convincerlo che è suo dovere e obbligo considerare il proprio territorio come il luogo in cui si danno convegno le alluvioni etniche in arrivo dai quattro angoli del pianeta e che di fronte ad esse tutto quello che gli rimane da fare è ritirarsi in buon ordine. Non rifiuta la prospettiva delle trasformazioni: è restio ad accettarle quando sono traumatiche. Per la propria cultura non gli sembrerebbe fuori luogo quello stesso rispetto che gli viene zelantemente predicato per la cultura dei cingalesi e dei nigeriani. Si è abituato a controllare la propria aggressività nei riguardi degli altri noi. Vorrebbe, in ogni caso, che le delimitazioni fossero chiare. D'altronde, non gli sfugge che c'è noi e noi. Se non è ingannato, non sente estraneo a sé l'internazionalista appunto perché avverte che il noi trasversale dell'internazionalista, in quanto è il noi della solidarietà di classe al di sopra delle frontiere, non è della sua medesima natura, e proprio perciò non attenua in chi vi si riconosce la propria qualità di parte del suo noi originario, con il quale l'internazionalista ha al di fuori di ogni benché minima concessione al patriottardismo, di ogni dilatazione interclassistica di questo noi originario quel rapporto che sorge spontaneo tra l'uomo e le cose che sono parte di lui per il fatto stesso dell'essere lui parte di esse: rapporto che non ha alcunché di mistico e il cui senso generale è l'inseparabilità dell'uomo da quella particolare cultura dalla quale ha ricevuto gli strumenti per aprirsi al mondo. Del resto, questo noi di cui parliamo sa distinguere se stesso dalle espressioni ufficiali e dalle impalcature isti-

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tuzionali che gli sono state sovrapposte dal dominio di classe, né gli è precluso il riconoscimento del fatto che l'ostilità verso queste forme storiche non è ostilità verso di lui. Considera la religione un affare privato, e dal suo punto di vista non ha torto; se in materia religiosa possono nascere conflitti è soltanto a seguito di pratiche lesive della sua sensibilità e del suo, quale che sia, costume civile: la trasversalità delle fedi non è certo tra queste pratiche. Riconosce il diritto alla diversità; è portato a credere che questo diritto, se evocato in rapporto alla nazione, non può non trovare un limite nel diritto della nazione cioè del noi di essere altra cosa che un guscio vuoto pronto a dare ricetto ad un aggregato più o meno casuale delle più svariate diversità da ciò che essa è. Non è particolarmente geloso e a certe faccende presta attenzione solo ad intermittenza, e in definitiva c'è da rallegrarsi che sia così; ma, se le circostanze lo costringono a farvi caso, stenta a comprendere, e non ci riesce veramente mai, che dei concittadini che sono tali da tempo immemorabile, che godono degli stessi diritti di tutti gli altri, che esso è lieto di accogliere nel proprio seno, e che, d'altro canto, non sono obbligati a rimanervi, si sentano parte di un altro noi che pretende alla sua stessa natura, di un noi che si assume fondato su fattori di distinzione e di affmità che ricalcano quegli stessi fattori di distinzione e di affinità che lo hanno creato e lo fanno vivere, ma che li ricalcano con riferimento ad un'altra identità, ad un'identità che non è la sua. E la politica di Israele e del sionismo, e non essa soltanto, lo costringe, a tratti, a farvi caso.

Non c'è bisogno di andare a cercare più lontano le ragioni per le quali una questione ebraica si va, ci piaccia o non ci piaccia, delineando oggi.

Giugno-Luglio 1997

2/2

Note

1. [Andrea Chersi (a c.)l, Il caso Faurisson, A. Chersi, Castenedolo (Brescia), s.a. (1981). -- Di questo volumetto viene qui ripresa, in nuova traduzione, la scelta antologica, mentre i cappelli sono di nuova stesura.

2. Robert Faurisson, Bilan de l'affaire Garaudy/abbé Pierre. Samiszdat, 1o novembre 1996, p. 18.

3. Uno storico che, ben lungi dall'essere favorevole al revisionismo olocaustico, si permette però di non inchinarsi al verbo di Vidal-Naquet (secondo il quale "si discute sui revisionisti, non si discute con i revisionisti") è Giovanni Sabbatucci, allievo di De Felice e suo successore, crediamo, nella cattedra: " [...l D'ora innanzi si discuta sulle singole affermazioni degli storici [...l In genere si parla di "revisionismo" quando qualcuno mette in discussione una storia sacra. Ma allora, se esiste una storia sacra, è giusto che esista anche il revisionismo [...l è giunto il momento di rimettere in discussione sia le ragioni degli ortodossi sia quelle dei revisionisti. Fra questi ultimi, ad esempio, potremmo collocare coloro che negano l'Olocausto, come Irving e Faurisson [...l" ("Corriere della sera", 31 dicembre 1997; nostro il corsivo). L'operazione consistente nell'introdurre nel discorso Irving e Faurisson a titolo d'esempio, e affrettandosi a precisare che di essi "non si può certo dire che abbiano ragione", è, a modo suo esemplare: esemplare della cautela di cui uno studioso che dimostra di essere tutt'altro che pavido ritiene di dover circondare l'enunciazione di un punto di vista la cui ragionevolezza godrebbe di riconoscimento unanime quando si trattasse di un qualsiasi problema stonco che non fosse quello delle finalità, dei modi di attuazione e degli esiti della persecuzione antiebraica ad opera del nazismo.

Sabbatucci, del resto, non è, tra gli storici universitari italiani, il solo che non sta ai detti di Vidal-Naquet. In particolare ne abbiamo in mente un altro, che nessuno può accusare di essere di destra e che ha, sì, bruciato il suo granello d'incenso attaccando il revisionismo olocaustico, ma che si è segnalato per l'equilibno di qualche sua presa di posizione e del quale apprezziamo la volontà di non partecipare a imprese di demonizzazione. Crediamo di comprendere che egli pensi che, per dare diritto di cittadinanza ad una vi si on e non mitologi c a e non convenzi on ale dell a ston a degl i scorsi decenni, occorra preliminarrnente dispiegare un'azione di vasto respiro diretta a confortare di gran copia di esempi la nozione della non-eccezionalità, della normalità delle revisioni, anche eclatanti. Senonché il respiro è, per dir così, davvero troppo vasto e le cose sono considerate in maniera tanto indiretta da neanche venir evocate: e dunque le implicazioni di quello che egli scrive sfuggono del tutto, temiamo, ai più tra i suoi lettori. I quali, magari, apprendono una lezione di metodo, senza però che ciò scalfisca percettibilmente le loro resistenze intenori ad applicare il metodo appreso ad un determinato ordine di questioni che richiedono soltanto di venir studiate molto normalmente a livello della loro materialità.

4. L'organo dei verdi ha, sotto il tit. Antisemitismo romano, informato il suo pubblico in questi termini: "Serpeggia nuovamente un inquietante antisemitismo a Roma e dintorni. Athos De Luca si sta però già muovendo: al Senato i Verdi stanno predisponendo un disegno di legge che introduca nel nostro ordinamento, in analogia a quanto già fatto in Germania e Inghilterra, il reato nei confronti di chi vilipendia l'Olocausto e lo sterminio a opera dei nazisti." ("Notizie verdi", a. VII, n. 1, 18 gennaio '97; corsivo nostro). Qui, intanto, c'è qualcuno che vilipendia la lingua italiana.

Un'osservazione in margine: in Inghilterra la leggemuseruola non è ancora in vigore; tanto meno lo era in gennaio. Ne ha preannunciata una Tony Blair nel corso della campagna elettorale. In precedenza l'ipotesi di una repressione legale del revisionismo aveva destato qualche perplessità anche in seno alla comunità ebraica inglese.

Il darsi da fare del De Luca e del suo gruppo senatoriale va collegato a tutto un atteggiamento della direzione dei verdi inteso ad una captatio benevolentiae (specie in ambiente romano) la quale, se il gioco riuscisse, dirotterebbe verso il Sole che ride una manciata di voti di cui prima d'ora hanno beneficiato largamente i pannelliani, del cui numero era in passato il De Luca stesso. Parliamo di un atteggiamento della direzione dei verdi perché non v'è niente di casuale nella presa di posizione del portavoce, Manconi, di cui alla sua lettera apparsa nel "Corriere della Sera" dell'l 11 luglio, lettera che verte sulla delicata questione nella quale non entriamo in quanto non avente rapporto con il tema di cui ci stiamo occupando se nella circoncisione maschile, messa tangenzialmente in causa in un'interrogazione presentata da due senatori leghisti con il chiaro scopo di creare imbarazzo al governo, sia ravvisabile o meno una lesione dell'integrità fisica della persona, così come sono considerate, e sono, lesioni di tal natura le orribili pratiche della circoncisione femminile e dell'infibulazione, pratiche presenti nella tradizione di talune componenti dell'immigrazione extracomunitana.

5. E' solo per massiccia ignoranza, per inammissibile leggerezza o per pura e semplice disonestà che i revisionisti vengono correntemente tacciati di sostenere una tesi la cui assurdità è palese, la tesi dell'inesistenza dei campi di concentramento tedeschi. Tra i cento esempi che potremmo recare di formulazione di questa stoltissima accusa l'ultimo in ordine di tempo è quello offertoci da "Mosaico di pace", riv. mens. promossa da Pax Christi, aprile '97, p.12 (Francesco Comina - Cornelia Dell'Eva). Vale la pena di ricordare che il revisionismo olocaustico ha preso le mosse propno dall'analisi dell'istituzione concentrazionaria "normale" nella sua realizzazione nazista e che questa analisi, mettendo in ìuce i meccanismi sociali e sociologici dei processi selettivi ai quali era sottoposta, con conseguenze dramrnatiche, la gran massa dei detenuti, poneva il problema se i campi detti nel dopoguerra di sterminio avessero davvero avuto finalità di sterminio.

6. Pare un destino: quando sono quelle della demografia ebraica le cifre si mettono a ballare, anche quando si riferiscono alla consistenza presente di singole comunità. Nella "Repubblica" dell'8 ottobre '96 Furio Colombo se la prendeva con la nozione di lobby ebraica (non è il solo: di recente anche il presidente della Camera ha ammonito che si comincia col parlare di lobby ebraica e si finisce con Auschwitz) e con l'uso che di tale categona era stato fatto incidentalmente da alcuni media in quel torno di tempo. L'articolo merita di venir letto per intero: è una vera e propria manifestazione di disistima nella capacità di discernimento del pubblico cui era diretto. A questo pubblico il biancocrinito ciarlatano, ammannendo la favola di un ebraismo statunitense il cui peso sociale e politico sarebbe all'incirca quello di una piuma, si rivolgeva con ragionamentini da asilo infantile o da ricreatorio parrocchiale. E ricorreva all'argomento di una marginalità sancita e garantita dai numeri stessi: "Ebrei degli Stati Uniti? Tre milioni (3). Popolazione USA? Duecentossantotto milioni" (corsivo nostro). Ecco fatti sparire d'incanto almeno altri tre milioni di ebrei. E si noti il delizioso dettaglio del numero dato prima in lettere e poi in cifra. -- Non stiamo neppure ad entrare nel merito di questo pseudoargomento, con il quale si vorrebbe liquidare la fondatezza di un insieme di constatazioni che sono alla portata di tutti e che nell'82 Baget Bozzo sintetizzò felicemente quando, proprio sulle pagine di "Repubblica", rilevò che l'America non è in Israele, mentre Israele è in America.

7. A proposito di quel clima sarebbero parecchie le cose da dire. Non è questo il luogo per farlo. Non bisogna sottovalutare, d'altra parte, la capacità dell'opinione pubblica di afferTare per conto proprio, ad onta della manipolazione cui è sottoposta di continuo, I'essenziale della faccenda: non tutto l'essenziale, è vero, ma buona parte sì. Del che si è manifestata consapevole la signora Zevi, i cui interventi sono stati informati all'idea che occorresse, almeno nella forma, disebreizzare per quanto possibile la questione. C'è da chiedersi se si siano mossi completamente all'unisono con lei altri esponenti del suo ambiente. Le parole di Riccardo Pacifici, che ha carica comunitaria di consigliere (anzi, ora è vicepresidente) e che ha "guidato la rivolta" (cioè la gazzarra successiva alla sentenza del 1· agosto '96) e ha "condotto la trattativa" (ma chi ha autorizzato la trattativa aveva il potere di farlo?), sono state raccolte dall'"Unità" del 3 agosto. A seguito della "rivolta", dunque, "gli stessi giudici, I'avvocato difensore e lo stesso Priebke sono diventati ostaggio della folla inferocita, che aveva deciso di barricarsi in quel corridoio". Il Pacifici, allora, va a parlare con il presidente Quistelli "in rappresentanza della folla che aveva deciso di passare nel tribunale tutta la notte e di restare lì finché non si fosse ottenuto qualcosa" (a far ottenere qualcosa ci penserà poi il ministro della giustizia in persona, validamente coadiuvato dal sottosegretario alla Difesa Brutti). Quistelli invita il Pacifici a "far qualcosa per mandare via la gente, altrimenti [--dice--l dovete assumervi la responsabilità delle conseguenze " (ecco uno che non ha mangiato la foglia). Cosa risponde il Pacifici? "Ho detto che avrei accettato di far sgomberare se me lo avesse chiesto il mio rabbino". Il resto non interessa. Domanda: chi spiegherà mai a questo Pacifici, visto che né Flick né Brutti glielo hanno spiegato, che per strana che la cosa gli possa parere in questo paese, che è anche il suo e che desideriamo rimanga anche il suo, il sistema costituzionale non prevede in nessuna maniera che le leggi vigenti e le disposizioni emanate in applicazione delle stesse siano soggette all'exequatur del suo rabbino?

8. Non ci si può esimere dal rilevare con quanta frequenza, una volta emesso il verdetto subito svuotato di effetti pratici con manovra azzeccagarbugliesca, e poi cassato, si è sentita in bocca di fior di personaggi, ed enunciata come cosa ovvi a, la con siderazione che quello militare non era "il tribunale adatto". Il tribunale adatto? Stiamo scherzando? Ma i nostri "uomini d'ordine" la genìa che oggi occupa per intero la scena hanno un qualche sospetto, un sospetto anche vago, di che cosa sia il giudice naturale? La loro nozione di "Stato di diritto" è dunque tale da far credere loro seriamente che si possa, caso per caso, scegliere tra i vari tribunali presenti sulla piazza quello che dà maggiori garanzie di pronunciare la sentenza che toma gradita a lorsignori? Se verrà varata, come ci sembra probabile, la leggemuseruola contro i revisionisti, ne vedremo delle belle.

9. Circa i rechercheurs salariés si veda l'appendice, p. 38 s.

10. W. D. Rubinstein, in "National Review", 21 giugno 1979, p. 639, cit. da R. Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'Histoire. La question des chambres à gaz, La Vieille Taupe, 1980, p. 268. -- Del sociologo australiano si leggerà utilmente La sinistra, la destra e gli ebrei, tr. it., Il Mulino, 1994, libro che si raccomanda per la nettezza del linguaggio, esente da quell'ipocnsia che si direbbe di prammatica nella letteratura sionista ad uso dei gentili.

11. ... quel colore della pelle al quale, come a semplice livrea climatica comune a ceppi razziali differenti, annetteva così poca importanza Vacher de Lapouge, autore ignoto ai più, e, tra i più, a George Mosse, il cui libro sulla storia delle ideologie razzistiche in Europa non può essere considerato se non di livello mode stamente dilettanti stic o (c iò c he non ha impedito che la Laterza ne pubblicasse due edizioni). Vedi, di V. de L., Les Sélections sociales, Fontemoing, Paris, 1896, pp. 128-33. -- Per l'intelligibilità del richiamo che si fa alla scarsa importanza da lui annessa al colore della pelle (e di quello all'ignoranza del Mosse), preciseremo che Georges Vacher de Lapouge (1854-1936) la cui opera antroposociologica (i tratti fondamentali della quale egli enunciò ed elaborò al tempo in cui militava nel Parti ouvrier francais, il partito di Guesde e Lafargue) non è suscettibile di venire liquidata come puramente ideologica fu il maggior teorizzatore della superiorità dell'Homo Europaeus, il dolicocefalo-biondo-occhiceruleo originario del Nord del continente.

Rettifica

Ciò che pensavamo di ricordare di una remota lettura de Il razzismo in Europa. Dalle origini all'olocausto, di G. L. Mosse (Laterza, 1985), ci ha procurato un infortunio che è indispensabile segnalare al lettore: a quello, almeno, del presente estratto, perché, purtroppo, ci è impossibile estendere la segnalazione a quello de Il caso Faurisson e il revisionismo olocaustico. L'infortunio consiste nel fatto che un falso ricordo ci ha indotti a dichiarare ignoto al Mosse il nome stesso di Vacher de Lapouge (p. 43, nota 11).

Un controllo, ahinoi, fuori tempo massimo ci fa toccare con mano che, al contrario di quanto avevamo troppo leggermente affermato, al Mosse il nome del Lapouge, per essere noto, era noto (cap. IV, pp. 59-70): non molto più che il nome, dato che le pagine dedicate all'antroposociologo francese formicolano di fraintendimenti, di errori, di vere e proprie invenzioni. Al punto, aggiungiamo, da lasciar pensare che l'autore statunitense ne abbia scritto con il corredo di una conoscenza alla quale ci sembra da preferire la pura e semplice ignoranza; e così dev'esserci sembrato anche tanti anni orsono: e da qui il falso ricordo. Se si renderà necessario, torneremo sull'argomento.

12. In tema di influenza. Di recente la Mursia ha ritirato dal commercio un libro, opera di un cattolico conservatore, che aveva suscitato alti lai negli ambienti rappresentativi dell'ebraismo in Italia: Gli Ebrei e la Chiesa, 1933 - 1945, del sac. Vitaliano Mattioli, 1997; vedi il "Corriere della Sera", 16 luglio (Michele Brambilla). Questa la spiegazione ufficiale (la fornisce Sergio Bollani, addetto, nella circostanza, alle relazioni esteme della casa editrice): "Le critiche [al librol arrivano da fonti tali che non si può pensare che non siano motivate" (ibid.). Parole non proprio chiarissime. L'espressione critiche motivate sembra stare per critiche fondate. E la fondatezza loro non pare evincersi dal loro contenuto, dalle motivazioni che esse adducono. Se queste critiche hanno validità, non è tanto in sé e per sé che l'hanno, non è tanto per il loro argomentare stringente, quanto, piuttosto, deriva, la loro validità, dall'autorevolezza delle fonti da cui emanano, dall'impensabilità che fonti come quelle cui genericamente la dichiarazione del Bollani si riferisce abbiano mai a formulare critiche men che fondate. Il carattere motivato, fondato, di tali critiche carattere supposto in base all'autorevolezza riconosciuta alle loro fonti , questo carattere, dunque, a sua volta motiva il ritiro del libro che tanto era dispiaciuto. Rimangono avvolte nel mistero le fonti dell'autorevolezza delle fonti.

Se le cose stanno così (e come dubitarne, se è la Mursia stessa a dire che stanno così?), allora siamo noi, noi che scriviamo, a dover confessare che, nella nostra estraneità a certe faccende, eravamo le mille miglia lontani dal supporre che qui da ultimo la sfera di competenza delle banche avesse conosciuto un così straordinario allargamento da risultarne sostanzialmente mutata la ragion d'essere di questi istituti; da conferire a questi istituti indole preminente di centri di riferimento nelle cose della cultura; da erigerli, più specificamente, in autorità indiscusse in materia di studi storici. Nulla sapendo di questa felice metamorfosi, ci fuorviava (lo ammetteremo candidamente) un'idea superata di che cosa sia una banca, e questa idea superata ci faceva credere che l'intervento di una banca presso un'azienda editoriale non avesse precisamente la natura di un intervento culturale e che, anzi, fosse proprio questo ad assicurare all'intervento quell'efficacia di cui il caso del libro del Mattioli offre l'illustrazione. Piacevolmente sorpresi, prendiamo atto del nostro errore. Ci nmane, nondimeno, una curiosità: ma le banche si occupano ancora di danaro?

Quanto al libro in questione, il caso ce ne ha messo tra le mani una copia. Non sapremmo dire se questo studio possa in tutti i suoi aspetti venire considerato tipico della cultura del cattolicesimo conservatore; se lo fosse, bisognerebbe formarsi un'idea ben modesta di questa cultura. La trasandatezza, che pure è sorprendentemente accentuata, della scrittura è ancora l'inconveniente minore. La conoscenza della bibliografia è assai lacunosa per ciò che ha rapporto con vari elementi del quadro generale in cui si colloca la questione; il più spesso è superficiale la trattazione dei singoli punti "accessori". Testi cui non può accordarsi alcun credito figurano come fonti. Sullo sfondo ma non tanto sullo sfondo campeggia una concezione banalmente cospirazionistica della stona: sempre la stessa! dall'abate Barruel in poi. Date le premesse, è pressoché inevitabile che l'antigiudaismo del Mattioli, che è quello di sempre della chiesa preconciliare, veicoli contenuti del cui carattere antisemitico o, in altri casi, della cui prossimità all 'anti semiti smo non pare rendersi conto l'autore, che non si con s i dera antisemita e che probabilmente non lo è.

Detto questo, e constatato che la sopravvenuta indisponibilità del libro non è in nessun modo di nocumento agli studi, bisogna aggiungere che quelle che vanno segnalate, e lo abbiamo fatto, sono le circostanze in cui si è verificato il ritiro del libro dal commercio e la natura delle pressioni che hanno deciso la casa editrice a questo passo.

13. Un esempio tra i tanti, significativo perché lo traiamo non da comportamenti della sfera comunitaria ufficiale, da comportamenti dei rappresentanti, bensì da comportamenti dei rappresentati: la partecipazione emotiva come a cosa concernente il proprio Stato con la quale le elezioni israeliane del '96 sono state seguite in ambito romano. Al l'epoca la "Repubblica" pubblicò uno o due corrispondenze di grande suggestività.

14. Sull'eziologia dell'antisemitismo gente di sofisticata cultura ci racconta in tutta serietà che "il complesso di Edipo è vissuto e sperimentato dall'antisemita come un insulto narcisistico", che l'antisemita "proietta questo insulto sull'ebreo cui staffida il ruolo di padre", che "questa scelta dell'ebreo è determinata dal fatto che l'ebreo è nella situazione unica di rappresentare contemporaneamente il padre onnipotente e il padre castrato" (23o Congresso psicoanalitico internazionale, Stoccolma, 1963). Dobbiamo la citazione a P. B. Medawar, Difesa della scienza, Armando, 1978, p. 66.

15. A proposito di Voltaire. Cose che all'odierno lettore italiano nescono difficili da immaginare, da parecchio tempo sono diventate ordinaria amministrazione in Francia, che è forse il paese in cui l'insupportable police juive de la penseé (felice definizione coniata dalla defunta Annie Kriegel, antirevisionista a tutta prova ed ebrea essa stessa per nascita) imperversa più che in qualunque altro in Europa. Chi lo crederà? Oggi Voltaire viene sottoposto a censura! E la censura è occulta! Chi vuol leggere il Distionnaire philosophique ha a disposizione una sedicente édition intégrale (Livre de Poche) la quale intégrale non lo è per niente: il testo, infatti, vi è stato espurgato alla chetichella dei passi che non vanno a genio ai cento o duecento cólti tangheri che, con il favore di un insieme di circostanze, si sono autodelegati all'esercizio di quell'alta funzione di polizia. Il torto della comunità ebraica francese è quello di lasciar fare. E' vero che le attenuanti non le mancano (e ciò vale per tutte le comunità ebraiche d'Europa: non lo si ripeterà mai abbastanza); tuttavia, essa lascia fare al di là di ogni ammissibile misura. Oggi la Francia è il paese in cui il Betar (il corpo paramilitare sionista di tradizione jabotinskijana) può fare impunemente il buono e il cattivo tempo fin sulla soglia delle aule di tribunale ogni volta che vi si processa un revisionista: la gendarmeria finge di non vedere. Ed è altresì il paese in cui nell'86 (ignoriamo se ora le cose siano cambiate, nella forma se non nella sostanza) Francoise Fabius-Castro, consorte dell'allora primo ministro, in un'affollata assemblea dell'associazione Socialisme [!] et Judaisme, poteva dichiarare quanto segue: "Straordinaria novità nel comportamento politico, la sinistra [!] ha permesso a delle milizie ebraiche di installarsi in certi quartieri, in rue des Rosiers a Parigi, ma anche a Tolosa, a Marsiglia, a Strasburgo. Queste milizie hanno contatti regolari con il ministro degli Intemi" ("Le Monde", 7 marzo 1986; conferma con dettagli da parte dell'Agence télégraphique juive, 12 marzo). Va registrato lo sbigottimento di uno o due esponenti dell'ebraismo organizzato francese. Ma il ministro degli Interni si guardò bene dallo smentire o dal rettificare!

16. La definizione, cosiddetta di Bebel (ma in realtà dovuta al deputato democratico au stri aco F. Kronawetter) dell 'antisemitismo come "socialismo degli imbecilli", la tira fuori, anche in ciò sulla falsariga dell'inevitabile Vidal-Naquet, tale Guido Caldiron a proposito del revisionismo di sinistra italiano; vedi, del C., Liaisons romaines (titolo alludente a pretesi legami estrema sinistra estrema destra), nel volume collettaneo Négationnistes: les chiffonniers de l'histoire, Golias et Syllepse, 1997, pp. 179-92. Al revisionismo di sinistra questo autore considera in qualche modo non estranee il che è piuttosto comico le posizioni di quel professor Burgio riguardo al quale rinviamo il lettore a quanto rilevammo in appendice alla Menzogna di Ulisse, Graphos, p. 247 s., nota. -- Il citato volume collettaneo si direbbe (e per certe parti sicuramente è) una replica opposta da una cosca di antirevisionisti all'iniziativa concretatasi nella pubblicazione di un altro vol. collettaneo realizzato da un'altra cosca di antirevisionisti, Libertaires et "ultragauche" contre le négationnisme, Reflex, 1996; tra le due cosche si svolge un'aspra diatriba concemente il ralliement all'antirevisionismo operato da un gruppetto di brillanti nullità in fama di essere state vicine al revisionismo qualcosa come vent'anni or sono e il cui mea culpa viene giudicato soddisfacente dalla équipe di Libertaires, elusivo ed ambiguo da quella di Négationnistes. Di quest'ultima fa parte (come autore di due contributi e coautore di un terzo) un tizio che di recente (25 giugno) ha visto accolto ne "L'Humanité" un suo articoletto nel quale, in prosecuzione della diatriba, l'infamia è spinta al punto di abbozzare con riferimento a taluni scritti di uno che è, sì, del gruppetto, ma che revisionista non è mai stato un amalgama tra revisionismo olocaustico e pedofilia. Vedi Serge Thion, L'Ahuri des poubelles, 3 luglio 1997, che riporta in extenso il fecale articoletto.

17. E' necessario ricordare come, nonostante qualche episodica espressione dettata soprattutto se non, addirittura, esclusivamente dalla giusta esigenza di semplificare le cose all'estremo onde favorirne la comprensione da parte di masse paurosamente arretrate sotto il rapporto civile e culturale, e perciò esposte al rischio di prestare orecchio alle suggestioni antisemitiche e pogromiste che erano una costante della propaganda controrivoluzionaria, Lenin non abbia mai modificato il suo convincimento circa la natura nonnazionale dell'ebraicità. "Gli ebrei non sono una nazione", ripeteva nel '1920 parlando con il vecchio bolscevico Simon Dimanstein, che per molti anni ebbe una parte di primo piano nel lavoro comunista in ambiente ebraico sovietico e che sarebbe poi caduto vittima delle repressioni staliniane (Henri Slovès, L'Etat juif de l'Union Sovietique, Les Presses d'aujourd'hui, Paris, 1982, p. 66). Si noterà che questo giudizio veniva formulato in presenza di un ebraismo che, come quello dell'ex impero zarista, era, anche se ormai in decadimento, ancora dotato di un'unità linguistica e psicologica sconosciuta a quello dei paesi d'Occidente.

18. Dato che qui si sfiora il tema del rapporto tra nazionalità e Stato, v'è un punto del quale va fatta almeno menzione, e cioè che, detto nel modo più schematico, è la nazionalità a costituire la premessa temporale (e non solo temporale) dello Stato, non lo Stato a costituire la premessa temporale della nazionalità. Lo Stato è poi a sua volta un fattore di plasmazione della nazione e della nazionalità (cose che possono venir distinte visto che a volte la distinzione viene fatta solo a patto di tener presente che l'una non può esistere senza l'altra). Un buon esempio del ruolo dello Stato in tal senso lo fornisce proprio Israele, entro le cui istituzioni, e anche per effetto di esse, si è formata una nazionalità, un popolo, a partire da quell'entità subnazionale che sono sempre stati gli ebrei diasporici in generale (mentre per quelli dell'impero zarista non può escludersi che fino a buona parte dell'Ottocento fosse loro propria la qualità di na2ione incompleta nel senso renneriano dell'espressione, qualità che, in ogni caso, era poi andata evaporando nei quaranta o cinquant'anni che precedettero la Rivoluzione d'Ottobre per il decomporsi della struttura economica e sociale nei cui interstizi gli ebrei avevano trovato per secoli la loro nicchia ecologica). La vitalità nazionale del popolo sviluppatosi in Israele rappresenta un problema che solo il futuro può sciogliere; per noi è fuori discussione che, comunque sia sia formato, questo popolo, per il fatto stesso di esistere, possiede i normali diritti nazionali; e l'esercizio di questi dintti nessuno, almeno nell'essenziale, contesterebbe il giorno in cui venisse meno con tutte le conseguenze (esse sì, normalizzatrici) del caso I'egemonia ideologica e politica esercitata sulla nazione israeliana dall'imperialismo sionista (vedi Sionismo e Medio Oriente, Gruppo comunista internazionalista autonomo, Milano, 1984). -- Ma, tornando a Stato e nazionalità, il punto sopra ricordato è fondamentalissimo: è la preesistenza della nazionalità a dare ragione dell'esistenza dello Stato nazionale, non viceversa.

E questo punto è l'esatto contrario di ciò che si vide costretta a sostenere Fiamma Nirenstein quando, scoppiata da qualche settimana l'Intifada, alle obiezioni circa l'occupazione sionista della terra palestinese che le venivano mosse nel corso di un dialogo televisivo con un gruppo di studenti medl osò rispondere come segue: che quella terra aveva potuto venir legittimamente occupata perché un loro Stato i palestinesi non ce l'avevano. Il che significava negare ai palestinesi la qualità di popolo cioè di soggetto collettivo dotato del diritto di possesso della terra su cui si è formato e vive da secoli a causa dell'inesistenza di uno Stato palestinese! Posizione tutt'altro che nuova tra i sionisti (per la Meir, ad es., Stato o non Stato, i palestinesi non esistevano, punto e basta, mentre, a sentire il Nobel per la pace Begin, per esistere, esistevano, però erano "animali a due zampe"); ma posizione che ispirava una risposta, oltre che balorda, nschiosa per chi se la permetteva: permettendoselab infatti, la Nirenstein si metteva in condizione di sentirsi domandare come facessero i sionisti prima della nascita di Israele a essere, come pretendevano di essere, i rappresentanti di un popolo, se questo asserito popolo non aveva un proprio Stato nazionale, e dunque mancava di quello che propno lei aveva l'imprudenza, e l'impudenza, di indicare come il prerequisito necessario ai fini del possesso della qualità di popolo. Se la domanda le fosse stata posta, allora si sarebbe vista questa Nirenstein messa nell'obbligo di scegliere tra il tacere o l'espnmersi lei, a quel tempo (o. se non a quel tempo, di lì a non molto) direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Tel Aviv, e quindi funzionaria dello Stato italiano in termini tali da non consentire dubbi quanto alla iattanza sciovinistica e alla protervia razzistica dell'identitarismo sionista e della sua pretesa di prescrivere al mondo intero l'adozione di un intollerabile sistema di due pesi e due misure.

Qualche anno più tardi la direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Tel Aviv doveva sermoneggiare i suoi concittadini legali di allora in seguito essa si è trasferita in Israele sul pencolo che tra loro prendesse piede la figura del "razzista democratico"! (Vedi, di lei, Il razzista democratico, Mondadori, 1990; in sovracoperta, sotto il titolo, queste parole d'oro: "Il razzista è sempre l'altro. Ma se fossi razzista anch'io?": dubbio salutare, dal quale, evidentemente ma anche incomprensibilmente, I'autrice non si sentiva toccata.)

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Appendice
Un rechercheur salarié contro il revisionismo di sinistra


Se l'attenzione con cui li si legge non oltrepassa il livello che permette tutt'al più di formarsi un'idea generale, o, piuttosto, un'impressione di ciò che scrivono, se non si adoperano quattr'occhi, e ben aperti, i rechercheurs salariés (1) passeranno per gente di ineccepibile scrupolosità. Per pagine e pagine non c'è, nei loro lavori, affermazione, anche secondaria, anche ovvia, che non sia confortata da un puntuale richiamo alle fonti. Ma poi, com'è, come non è, ecco che ti imbatti in ciò che non ti aspettavi, e che non ti aspettavi perché un'acribia così ostentata pareva escludere ogni eventualità del genere: ti accorgi che il richiamo alle fonti è assente precisamente là dove sarebbe più necessario trovarlo. Un Pier Paolo Poggio, ad esempio, ha sentenziato -- senza che nulla di quello che aveva detto in precedenza e di quello che avrebbe detto in prosieguo giustificasse anche solo alla lontana un'asserzione siffatta -- che "non c'è un unico caso in cui ci sia stata la capacità, da parte di chi si proclama apertamente revisionista sulla questione delle camere a gas e della realtà effettuale del genocidio, di resistere ad uno slittamento progressivo sulle posizioni della destra, più o meno estrema" ("Marxismo [sicl oggi", ott.dic. '95): ebbene il lettore cercherà invano la menzione di una fonte qualsiasi, di una circostanza qualsiasi, che renda plausibile quella che è enunciata con la categoricità di una constatazione palmare. Invece, niente di niente. Stesso discorso per Francesco Germinario, sodale del Poggio in antirevisionismo e nell'appartenenza alla Fondazione Micheletti, presso la quale il secondo è, appunto, ricercatore. Di revisionismo negli ultimi tre anni

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questo Germinario ha scritto. purtroppo. in svariate riviste (ne "L'Utopia concreta", in "Marxismo [sicl oggi", nei "Quaderni bresciani" forse ne dimentichiamo qualcuna). Cose su cui non mette conto fermarsi. Ora è il quadrimestrale "Giano" ad ospitare nel n. 24 (2), aprile '97. pp 117-37 -- in un dossier dal titolo abbastanza singolare. che si direbbe tradire il sospetto che fino ad oggi la storioglafia ortodossa abbia trattato la cosidetta Shoà altrimenti che come un evento storico: Storicizzare l'"Olocausto" , un lavoro che prende ad argomento il revisionismo in Italia e un paragrafo del quale è dedicato al revisionismo di sinistma. Ottantasette note non sono poche da far seguire a quindici pagine e mezza di testo, e parecchie di queste note sono più che semplici rinvii a fonti Eppure, anche qui si ripropone il sorprendente fenomeno del nessun rinvio ad una fonte o ad una circostanza qualunque proprio là dove trovare un riferimento, e possibilmente dettagliato, corrisponderebbe alle più naturali aspettative sia di chi viene messo in causa. sia dello stesso lettore di "Giano": perché. alla fin fine, si deve presumere che un lettore pur incline, come dev'esserlo quello di "Giallo", ad un comune pensare e sentire, quanto meno in fatto di revisionismo, con il Germinario non percio rinunci alla propria autonomia di giudizio, e sia, dunque, desideroso di vedere adeguatamente giustificati i rilievi più gravi.

Con tutta evidenza, le citazioni che dovrebbero esserci e invece non ci sono, non ci sono perché i valentuomini non hanno un bel niente da citare. L'eclissi cul soggiace lo scrupolo dell'affermazione debitamente documentata è, dunque, un'eclissi forzosa. Fissato questo, ci si può domandare cosa mai li induca ad affermazioni a sostegno delle quali essi per primi sanno bene di non essere in grado di recare elemento alcuno.

La risposta va cercata nello sbilenco edif1cio a pretese argomentative tirato su da Vidal-Naquet in funzione antirevisionistica e in quell'immagine del revisionismo che costituisce la pietra angolare dell'edificio medesimo: quell'immagine che il guru transalpino mette in circolazione all'ingrosso e al dettaglio da poco meno di vent'anni e che tanto più facilmente viene accolta quanto più coincide con quella che si forma spontanea, avendovi il proprio terreno di cultura, nella testa di gente la quale vive nella persuasione di "essere di sinistra". E' con l'antirevisionismo del guru, infatti, che i Germinario e Poggio sono in sintonia, piuttosto che con quello (peraltro convergente a tutti gli effetti

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con il primo) dei Klarsfeld. Lanzmann e Wiesel, ad esclusiva ispirazione sionistica e scopertamente giudeocentrico. Non fu per caso che, posto di fronte alle perspicue e dettagliate contestazioni che gli erano state mosse da Carlo Mattogno, il quale, da quel conoscitore che è della materia, entrava nel merito di quelle questioni attinenti al tema olocaustico e soprattutto alla critica revisionistica su cui in precedenza il Germinario aveva allegramente, ma non innocentemente, spropositato, questi, nella stringente necessità di opporre una fìn de non recevoir, si appellò alla con segna di Vidal-Naquet, la quale cadeva a puntino per la funzione alibistica che era chiamata a svolgere ("Marxismo [sic] oggi". n. 3, sett.dic. '96). Ora, questa consegna, anziché far perno sul revisionismo, fa perno sui revisionisti: non si discute, dice l'antichista, con i revisionisti, si discute, tra antirevisionisti, sui revisionisti. Il precetto presuppone e sottende quella che il gros bonnet vorrebbe accreditare come una verità evidente di per sé, non bisognosa, dunque, di dimostrazioni: una verità apodittica: e questa pretesa verità apodittica si sostanzia in un'affermazione che concerne la natura del revisionismo. -- Quando ci si sarà chiariti su questa pietra angolare dello sbilenco edificio si comprenderà anche perché i giovani di studlo del gros bonnet, passando dal generale allo specifico, siano. anche loro, recisi nell'affermare ciò che, al pari di lui, sono nell'impossibilità di provare: del che, poi, sono consapevoli quanto lo è lui.

Com'è noto, per Vidal-Naquet e consorti i revisionisti altro non sarebbero che una "piccola banda abietta" dedita ad un'assidua opera di imbellettamento delle sembianze del regime hitleriano (e puntualmente il Germinario il suo lavoro lo intitola Le ciprie di Auschwitz ): scopo di quest'opera: la riabilitazione storica. politica, morale del regime nazista. Il perseguimento di questo scopo comporterebbe un vero e proprio sovvertimento della storia di appena ieri in ciò che essa avrebbe di più sicuro e meno controvertibile: lo sterminio di un numero variabile di milioni di ebrei, sterminio che, per essere stato sistematico, avrebbe corrisposto ad un piano (o all'equivalente di un piano) e rimanderebbe o ad una volontà unitaria o a più volontà convergenti. Esso sarebbe stato attuato soprattutto a mezzo di uno strumento caratteristico, quei giganteschi "mattatoi chimici" (Faurisson) che sarebbero state le camere a gas. -- Invitando a rifiutare il dibattito con i revisionisti e a discutere, invece, su di loro, Vidal-Naquet tende a due obiettivi. Da un lato vuole estromettere dal campo delle possibllità ogni confronto, perché a seguito di un confronto le ragiom su cui i revisionisti fanno poggiare le loro conclusioni giungerebbero, e non deformate, a piena conoscenza del pubblico, lo scetticismo dilaghereb-

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be e gli effetti ne riuscirebbero disastrosi per il mito olocaustico, il quale inevitabilmente finirebbe per apparire per quello che è: un mito. Dall'altro lato, e sempre in funzione della sopravvivenza del mito, egli vuol far passare l'idea che discutendo tra antirevisionisti si capisce sui revisionisti (ai quali trova comodo prestare quell'uniformità ideologlca che a essi, disomogenei ideologicamente come invece in realtà sono, non compete affatto) si discuterà il revixionismo stesso, e lo si discuterà nell'unica maniera in cui esso è suscettibile di venir discusso ossia ecco la pretesa verità apodittica che da poco meno di vent'anni il guru si industria di inchiodare nei cervelli come un puro e semplice prodotto ideologico integrante una falsificazione totale della storia, come il parto di certe teste politicamente motivate a partorirlo, e politicamente motivate a partorirlo perché si tratta delle teste di un certo numero di nazisti. I dati materiali e fattuali cui il revisionismo si richiama e che esso fa risalire a precise indagini non avrebbero in realtà altra sorgente fuor che quelle teste: chiunque abbia letto una sola pagina del Vidal-Naquet antirevisionista e vi abbia riflettuto appena un po' è in grado di rendere testimonianza del fatto che questo, e non altro, è il nucleo centrale, l'anima stessa dell'argomentare di lui, sempre che lo si possa definire un argomentare. Discutere sui revisionisti costaltro può significare se non discutere delle pretese loro ideologie, degli effetti dell'operare di queste pretese loro ideologie sulle loro teste? Quelle teste e quelle ideologie, ecco la sorgente. Invenzioni, insomma: il revisionismo come insieme di affermazioni menzognere rifacentisi a risultante sedicentemente fattuali, ma in realtà fittizie, simulate, alle quali i revisionisti vorrebbero conferire credibilità asserendole risalenti a ricerche empiriche di varia indole (di critica dei documenti, di fisica, di chimica, di demografia) le quali, invece, sono anch'esse simulate una messa in scena, il revisionismo, e nient'altro. Invenzioni, dunque, sulle quali, sui contenuti delle quali, non ha senso, dice il guru, aprire un discorso, mentre ha senso svolgerne uno sui revisionisti in quanto un discorso incentrato sui revisionisti metterà in rilievo la matrice ideologica nazista, ben s'intende del revisionismo e di quelle fantasie malevole che i revisionisti vorrebbero far passare per datl empmcamente accertati sul terreno dell'indagine storica e delle molteplici discipline sussidiarie dell'indagine storica.

Questo il verbo vidalnaquettiano. L'apporto di Vidal-Naquet alla campagna oscurantistica contro il revisionismo -- l'apporto palese, vogliamo dire, perché poi non si è gros bonnets per nulla, e ai gros bonnets sono accessibili sedi di intervento e opportunità di maneggi di cui Il pubbllco quasi mai ha notizia, e, quando l'ha, l'ha soltanto frammen-

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taria o indiretta -- consiste tutto nella non particolarmente geniale escogitazione di una formula strategica. L'esigenza che vi sta alla base è un'esigenza di elusione: si tratta, precisamente di eludere dei fatti, una quantità imponente di fatti portati alla luce dalle indagini revisionistiche; e a tal fine egli suggerice una formula la quale, mentre dà per inteso che i fatti, quei fatti, non sarebbero tali, e non sarebbero tali perché, molto semplicemente, inventati dalla "piccola banda abietta", farà valere una prassi che comporterà che gli "addetti ai lavori" (cioè, in questo caso, gente che per definizione si attiene alla versione canonica) non già parlino di essi che sono, appunto, i contenuti empiricamente fondati del revisionismo, i quali vengono, nella sostanza, totalmente evacuati dal discorso: meno se ne parla e meglio è, chiaramente , bensì vi si rifèriscano come se, anziché fatti, fossero, lo si è detto, prodotti ideologici, invenzioni ispirate da una data e ben individuata ideologia. -- E con ciò, con un mediocre giochetto che deve la propria fortuna non all'abilità del prestigiatore, ma ad uno stato di cose che fa sì che nelI'informazione e nell'università tutti coloro che si rendono conto che di un giochetto si tratta e che il re è nudo si guardino bene, pour cause, dal dare a divedere di essersene accorti con il giochetto, cioè, della fittizia riduzione, effettuata grazie al consensus omnium, di quei contenuti, che sono concreti e fattuali, a gratuite asserzioni informate all'odio per gli ebrei e sgorganti da una ben precisa matrice ideologica, e in pari tempo con il sottrarsi al confronto con i revisionisti su quei contenuti, confronto che la ripetibilità e, dunque, la controllabilità delle indagini da loro condotte renderebbero decisivo, e che proprio per questo va evitato a tutti i costi, ci si illude di liberarsi dell'incomodo: anche se oggi, a differenza dei rechercheurs salariés e di altri giullari e caudatari, probabilmente i Vidal-Naquet, i Bédarida ed eminenti personaggi di pari calibro si illudono meno di quanto si illudessero quindici o anche solo dieci anni fa. E' eloquente la circostanza che i più avvertiti tra gli antirevisionisti si siano persuasi che sarebbe indispensabile cambiare registro: indiretta ammissione di quanto, soprattutto negli ultimi vent'anni, la critica revisionista abbia scavato in lungo, in largo e in profondità, e di quanto, perciò, sia oggi traballante una leggenda la cui sopravvivenza era subordinata alla condizione che nessuno, mai, vi guardasse dentro con l'inconcepibile pretesa che i conti tornassero. Per la leggenda della donazione costantiniana, opportunamente richiamata dal Butz, risultò esiziale che, quando i tempi furono maturi. vi guardasse dentro il revisionista Lorenzo Valla. Anche lui era uno che voleva che i conti tornassero: non tornavano. Ha ragioni da vendere Vidal-Naquet quando dice che la revisione rientra nel normale operare dello

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storico. Il suo torto è di dimenticarsene quando la posta della revisione è quella certa posta. -- E vero che, dopo Lorenzo Valla, il papa si tenne Roma e annessi per altri quattro secoli. Il mito dello sterminio resterà in piedi molto meno.

Il Germinario fa ormai figura di esperto italiano di cose revisionistiche. Bisogna intendersi. Lo è, e solo in maniera assai parziale, di letteratura revisionistica, non di revisionismo. La differenza non è di poco momento. Ed ecco perché diciamo "solo in maniera assai parziale": il suo indagare nel campo della letteratura revisionistica è tutto puntato non sulla trattazione della tematica connessa al cosiddetto olocausto trattazione che caratteristicamente quella letteratura affronta a livello della materialità dei fatti (non vi sono segni che il problema del preteso sterminio lo interessi come tale e la sua informazione, piuttosto che sommaria, è rudimentale), bensì solo su quanto in essa gli sembra affetire al tessuto ideologico di cui il revisionismo non sarebbe che il prolungamento, all'ambito ideologico dal quale è dato per scontato che nasca il revisionismo olocaustico e/o nei quale si inscrivono la recezione di esso e gli sviluppi ideologici, per l'appunto, e politici cui la recezione dà luogo. Questo particolare taglio (esso sì, quanto di più ideologico vi possa essere) nella conoscenza di quella letteratura rinvia direttamente alla verità apodittica di Vidal-Naquet in comune con il quale il nostro rechercheur ha alcuni tratti dellaforma menti.s, come la superficialità e la carente dimestichezza con il rigore logico (3), anzi, si identifica immediatamente con essa, con la "verità", cioè, secondo cui il revisionismo apparterrebbe intrinsecamente alla sf`era ideologica e in essa si risolverebbe per intero e senza residui: le famose invenzioni, insomma. E' molto dubbio, tutto sommato, che egli abbia sentore di

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quanto il mito vacilli. L'avesse, e avesse conoscenza dell'effettiva portata delle acquisizioni conoscitive che lo fanno vacillare, ne sarebbe forse preoccupato, ma certo non scriverebbe diversamente da come scrive. Infatti, per lui, come per il gros bonnet e consorti, la leggenda ha carattere di verità politica, ed è di questa "verità" politica che va sostenuta la collimanza con la verità storica. Il corollario tacito di questa posizione è che, se la collimanza non c'è, tanto peggio per la verità storica. Quella che importa è la verità politica. E va bene. Ma al servizio di quale politica sta poi questa pretesa verità?

Sta al servizio del più convenzionale degli antifascismi. "Di sinistra"? Sì, "di sinistra", se si adoperano le parole nel significato conferito loro dall'uso corrente. Ma quanto sia realmente di sinistra questa "sinistra" è un altro paio di maniche. Non possiamo occuparcene ora, evidentemente. Ai nostri fini, qui, importa questo: che quella che veglia sulla sacra fiamma del più convenzionale degli antifascismi è una "sinistra" agli occhi della quale, stringi stringi, un nazismo che conservasse in pieno la sua indole di dittatura del grande capitale (e relative misure di stampo socialdemocratico, misure consentite dalla massiccia presenza del Made in Germany sul mercato mondiale e imposte dalla duplice necessità di rinvigorire la domanda interna e di assicurare al regime, al di là della pace sociale coatta, quel consenso di massa che la coazione non poteva assicurargli), un nazismo che conservasse perciò tutti i suoi caratteri socialmente, politicamente, culturalmente e

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moralmente regressivi, ma al tempo stesso venisse spogliato delle sue stigmate di più efferata inumanità a seguito di una riconosciuta insussistenza della più schiacciante tra le accuse che gli vengono rivolte un nazismo siffatto, privato di quella che non rammentiamo quale testa d'uovo nostrana definì la sua sostanza sterministica, non sarebbe più veramente nazismo: a tal punto lo sterminio degli ebrei viene percepito come elemento costitutivo dell'identità storica del nazismo, che la natura nazista del regime hitleriano garantisce da sola agli occhi di questa gente la storicità dello sterminio. E se mai si dovesse ammettere che vi è stata, sì, una vergognosa persecuzione antisemita, ma che essa non è sfociata in un tentativo di soppressione dell'intera etnia, il nazismo, appunto, non sarebbe nazismo, e allora per costoro crollerebbe il mondo.

Come ha messo in risalto Pierre Guillaume scrivendo di Pressac (che ora non è più tanto in auge, ma che solo due o tre anni fa veniva indicato come colui che aveva inferto un colpo mortale al revisionismo), anche a destra c'è gente che sente e pensa al medesimo modo. Ma nella cosiddetta sinistra è la regola; e questa regola è tutt'uno con l'accoglimento del postulato che stravolge il secondo conflitto mondiale di cui si fa passare in secondo o terzo o decimo piano la fondamentale natura interimperialistica in scontro tra civiltà e barbarie, e l'esito di questo scontro in provvidenziale vittoria del Bene sul Male assoluto.

I trionfatori del '45 e i loro eredi non potevano e non possono desiderare di più quanto ad interiorizzazione dell'impostura di cui hanno fatto serto alla loro crociata del '39-45 e che per almeno mezzo secolo ha dato loro titolo anche morale alla supremazia planetaria. Quanto addentro siano penetrate le radici dell'impostura lo dice l'antirevisionismo di un Vidal-Naquet proprio perché esso non è quello a fisionomia tribale di Klarsfeld e compagnia. E lo dice