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REVISIONISMO
Il revisionismo è essenzialmente
un metodo di ricerca storica, la normale metodologia storiografica
applicata da tutti gli storici a tutte le epoche della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto
di questa corrente storiografica è un socialista francese, Paul
Rassinier, ex combattente nella "resistenza" francese e detentore di
decorazioni e medaglie per l'attività antinazista svolta durante
l'occupazione tedesca della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di
sinistra: infatti la principale casa editrice che pubblica scritti
revisionisti è la sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista
svedese Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori
revisionisti americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in
Italia esistono revisionisti dell'area della sinistra comunista,
come Cesare Saletta.
La repressione legale del revisionismo
olocaustico e l'emergere di una questione ebraica
Cesare Saletta
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Questo scritto è dedicato alla memoria di J. G. Burg, ebreo rumeno
di lingua tedesca, deportato con tutta la sua famigia a Majdanek,
uno dei pionieri del revisionismo, e ad Henri Lewkowicz, messo sotto
processo in Francia par una lettera privata in cui, prendendo le
difese di Vincent Reynouard, colpito da licenziamento perché
revisinista, affermava che l'avere avuto lui, Lewcowicz, entrambi i
nonni paterni e una zia deportati da Parigi nel 1942 perché ebrei e
morti nell'inferno dei lager non creava ostacolo al suo fermo
convincimento dell'inesistenza delle camere a gas omicide.
I testi qui antologicamente raccolti non sonoz salvo l'ultimo, una
novità assoluta per il lettore italiano. Glieli faceva conoscere nel
lontano 1981 un volumetto (1) che obbediva ad un duplice intento:
quello di ovviare alla frammentarietà dell'informazione
giornalistica sulle discussioni suscitate in Francia dal caso di
Robert Faurisson. il docente universitario che aveva ripreso e
sviluppato originalmente le tesi già in precedenza sostenute. in una
condizione di solitudine pressoché totale. da Paul Rassinier,
vecchio e coraguioso uomo di sinistra; e quello di contrastare la
massa strabocchevole di det`ormazioni consapevoli e di sfacciate
calunnie di cui questa informazione si macchiava così come non ha
mai cessato di macchiarsi poi ai danni di uno studioso dotato di
un'onestà intellettuale a tutta prova e a quelli di coloro,
pochissimi. che non gli negavano un sostegno che sentivano doveroso.
Obiettivi che non potevano venir raggiunti se non in misura
estremamente ridotta: ma l'iniziativa merita di venir ricordata come
una delle rarissime manifestazioni di interesse per il revisionismo
olocaustico avutesi nel nostro paese in ambienti del tutto estranei
e opposti a quelli. di destra, nei quali fino ad allora era rimasta
esotericamente confinata la conoscenza delle posizioni
revisionistiche.
L'imponente e ininterrotta opera di discredito mediatico cui in
Francia e nei maggiori paesi dell'Europa occidentale si sarebbe poi
aggiunta. a rincalzo di essa e di una larga pratica di vessazioni
amministrative e di violenze fisiche. una legislazione ad hoc
[14]
diretta a ridurre al silenzio ogni voce critica sul tema olocaustico
riusciva bensì, e riesce ampiamente tuttora, a coprire di fango i
revisionisti e a stravolgere grottescamente le loro vedute e i loro
propositi, ma non ad arrestare lo sviluppo delle loro indagini.
Quale sia il risultato generale di queste indagini e quale la
consistenza delle pseudoargomentazioni finora elaborate dalla
storiografia ortodossa a supporto del mito lo si vedrà in maniera
compendiosa dal testo recentissimo del quale si arricchisce questa
nuova edizione. Ma lo si coglierà in maniera altrettanto suggestiva
quando si consideri in tutto il suo significato la presa di
posizione di Jacques Baynac, che è uno storico di professione, che è
vicino al PCF e che nel suo antirevisionismo reca un accanimento di
cui è indice l'avere egli cooperato con Nadine Fresco alla denuncia
di Faurisson e di Pierre Guillaume dalle colonne di "Le Monde".
"Il 2 e 3 settembre 1996, "Le Nouveau Quotidien" (di Losanna)
pubblica un lungo studio, molto informato, sul revisionismo alla
luce, per così dire, del caso Garaudy-abbé Pierre. Baynac vi afferma
che i revisionisti, che egli chiama "negazionisti", hanno ogni
ragione di rallegrarsi di questo scandalo che "ha cambiato
l'atmosfera in loro favore". Rileva che, tra gli avversari dei
revisionisti, "lo scompiglio è succeduto alla costernazione", che
Pierre Vidal-Naquet "è desolato", che Bernard-Henri Lévy "si
smarrisce", che Pierre-André Taguieff "si spaventa" e che,
dall'inizio del "caso Faurisson" nel 1978-79, gli storici hanno
preferito farsi da parte: "si sono defilati". A questi storici
rimprovera di aver fatto credito a Jean-Claude Pressac, un
farmacista, uno "storico dilettante". E' del parere che, per provare
l'esistenza delle camere a gas naziste, troppo si è fatto ricorso
alle testimonianze, il che è "ascientifico". Quanto alle prove
scientifiche, comincia col richiamare la constatazione fatta dallo
storico ebreo americano Arno Mayer nel 1988: "le fonti di cui
disponiamo per studiare le camere a gas sono insieme rare e poco
sicure". Poi, spingendosi oltre, dice che bisogna aver la franchezza
di riconoscere che, in
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fatto di documenti, di tracce o di altri elementi materiali provanti
l'esistenza delle suddette camere a gas, non c'è semplicemente...
nulla! Per finire, crede che ormai gli storici dovrebbero in futuro
sforzarsi di esplorare un'altra via: poiché è decisamente
impossibile provare che queste camere a gas sono esistite, Baynac
suggerisce che gli storici cerchino di provare che è impossibile che
non siano esistite ! " (2)
Come si noterà, il punto di vista di questo storico è un po' diverso
da quello dell'ineffabile Vidal-Naquet, a sentire il quale
"l'apporto dei "revisionisti" alle nostre conoscenze è pari alla
correzione di qualche refuso in un lungo testo". La si può capire,
la desolazione di questo singolare gauchiste che è anche
commendatore della Legion d'onore: di essere desolato ha
effettivamente qualche motivo, anche a parte il caso Garaudy-abbé
Pierre... (3)
Tutto questo va tenuto ben presente da chi legge i testi che ora
rimettiamo in circolazione e che, risalendo (a parte, come si è
detto, I'ultimo) alla fine degli anni Settanta, non possono,
evidentemente, non risultare datati. Essi avevano allora e
conservano oggi il pregio di una netta formulazione di alcuni
problemi essenziali, così che il riproporli dopo tanto tempo è
operazione non già archeologica e retrospettiva, ma di chiarimento
di base.
Il riproporli, inoltre, è iniziativa che si riveste di un senso
tutto particolare nel momento in cui con il sostegno di Schindler's
List in prima serata e senza interruzioni pubblicitarie, a
edificazione di 12 milioni di cittadini televisionari, i quali, per
di più, saranno indotti a considerare con una tal quale benevolenza
il prossimo assalto del Congresso mondiale ebraico ai forzieri di
qualche altra Svizzera I'estensione all'Italia della legislazione
repressiva che da anni imperversa altrove, estensione che è essa
stessa un riconoscimento dell'infittirsi delle voci critiche e
dell'udienza che le tesi revisionistiche si sono dimostrate capaci
di ottenere, ha cessato di formar materia di agevole e generica
previsione ed è diventata un rischio incombente. A fine dicembre del
'96 la violazione del recinto ebraico del cimitero romano di Prima
Porta se impresa teppistica o atto di provocazione non sappiamo e
probabilmente non sapremo mai, ma accadimento che non può non
riportare alla mente il torbido affare di Carpentras e la
speculazione che vi si
[16]
imbastì attorno a danno dei revisionisti, neppur lontanamente
implicabili nella vicenda ha fornito al senatore Athos De Luca, dei
verdi, I'occasione di far noto come si stia "studiando un progetto
di legge che prevede l'introduzione di un nuovo reato penale che
configura il vilipendio delle deportazioni e dell'Olocausto" ("Resto
del Carlino", 3 gennaio) (4). Naturalmente, non c'è revisionista al
mondo che si sia mai sognato di vilipendere le deportazioni di ebrei
ad opera dei nazisti durante la seconda guerra mondiale (5). Resta
ciò che la prosa senatoriale designa come "vilipendio
dell'Olocausto". Qui bisogna intendersi bene. I revisionisti non
vilipendono l'olocausto: negano che ci sia stato, se con olocausto
si vuole indicare uno sterminio pianificato (o, se non formalmente
pianificato, rispondente però pur sempre ad una volontà e ad un
indirizzo moventi da un disegno di massima generale e
tendenzialmente unitario) ai danni dell'etnia ebraica il mezzo
principale di attuazione del quale sarebbe consistito nelle "camere
a gas" e il risultato del quale assommerebbe a milioni di morti (in
questo momento, notiamolo di passata, si accenna a volerli far
salire, questi milioni, dai rituali sei a sette) (6). E si può
benissimo essere revisionisti e considerare con autentica ripugnanza
la spietata persecuzione antiebraica di cui il regime nazista si è
reso responsabile: una persecuzione che senza alcun dubbio si è
tradotta, fuori dai campi, anche in massacri di ebrei, in numero,
per fortuna, di gran lunga inferiore a quello o a quelli di cui
favoleggia la vulgata sterminazionistica; di questi massacri
andrebbero definiti quanto più rigorosamente possibile l'entità da
una lato, il rapporto con i compiti propri alla repressione della
lotta partigiana nei territori dell'Est dall'altro lato. I
revisionisti, checché vadano strillando i sepolcri imbiancati che li
bersagliano di infamie, non vilipendono un bel nulla. Se c'è chi
vilipende, si tratterà di gente che a pretesto delle proprie
mascalzonate prenderà il revisionismo con la stessa mancanza di
scrupoli e con la stessa noncuranza della verità storica con le
quali, se, contro il revisionismo, lo sterminio dei sei milioni
passasse da mito, qual è, a certezza storica incontrovertibile,
virerebbe di centottanta gradi e tesserebbe protervamente l'elogio
delle deportazioni e dello sterminio. Per chiunque abbia un minimo
di conoscenza della letteratura revisionistica tutto questo è
assolutamente chiaro, anche se, com'è ovvio, la condizione richiesta
perché sia assolutamente chiaro è che il chiunque non sia un
[17
minus habens programmato per bagolare di "pornografia negazionista".
E allora?
E, allora, non occorre un acume speciale per comprendere che ciò che
il senatore De Luca e consorti vogliono trasformare in reato penale
non è altro che l'esercizio di un diritto costituzionalmente
garantito quando questo diritto venga esercitato in un particolare
caso. Il diritto è quello di rendere di pubblica ragione i risultati
emergenti in qualsivoglia campo dello scibile da ciò che
soggettivamente si giudica essere una corretta applicazione dei
metodi critici propri alla ricerca in generale. Questo giudizio
soggettivo è, beninteso, contestabile, ma solo sullo stretto terreno
scientifico, cioè su un terreno che da due secoli la civiltà
giuridica ha sottratto all'interferenza del potere pubblico, il
quale su di esso non si riconosce competenza alcuna. Altrimenti
siamo a Stalin che decreta il trionfo di Ljsenko e manda in galera
Vavilov.
Il particolare caso che hanno in vista il senatore De Luca e i suoi
congeneri (tra i quali duole di dover annoverare Claudio Magris,
autore del rabido editoriale apparso il 14 luglio nel "Corriere
della Sera") è definito dal concorso di due condizioni: la prima è
che la questione presa in esame sia la tradizione dello sterminio di
milioni di ebrei ad opera del nazismo, la seconda è che i risultati
dell'esame non quadrino con la versione canonica. Così, per chi,
avendo concluso al carattere mitologico di quella tradizione, alla
nonstoricità dello sterminio (sterminio pianificato, realizzato per
lo più mediante camere a gas, le vittime del quale ammonterebbero a
vari milioni), credesse di poter esprimere nei modi consueti tale
conclusione, si aprirebbero le porte di quelle stesse galere in cui
ci si preoccupa di non fare entrare i pochi tra i ladri di regime
che sono stati messi in pericolo di trovarvi momentanea ospitalità.
Si era mai veduta prima d'ora, qui da noi, dove pure si è veduto di
tutto, stesa in nero su bianco una sconcezza paragonabile? Ma è
quello che si vedrà quando il progetto di legge verrà presentato
alle camere e quando un procedimento formalmente legale avrà
conferito, come è molto probabile, forza di legge all'illegalità
sostanziale consistente nella confisca di un elementarissimo diritto
di libertà. -- In margine, un asterisco: saremo settari, proprio
come deve pensare di noi chi è tanto bene informato delle cose
nostre da incollarci la scempia qualifica di neobordighiani; saremo
settari,
[18]
ma non negheremo di avvertire una sorta di soddisfazione nel
constatare che la carogna di turno salta fuori da una parte politica
che viene correntemente accreditata come di tendenza libertaria.
Per indignarsi di fronte ad una così enorme prevaricazione non è
necessario crediamo sia evidente essere revisionisti: è sufficiente
essere dei liberali o dei democratici; è sufficiente respingere
l'idea che in materia scientifica vale a dire, lo ripetiamo, in una
materia avente la sua naturale ed esclusiva sede di discussione ed
eventualmente di contestazione nel confronto tra quanti si occupino
di temi alla cui trattazione essi applichino i metodi di indagine
propri alle scienze positive lo Stato abbia una sua verità da
imporre, così che l'espressione in qualsiasi sede (e non solo in
quella scientifica) di una verità differente sia da considerarsi
delittuosa e come tale perseguita penalmente.
Questa ondata di repressione e di illibertà non casca dal cielo. Non
solo la sua ampiezza continentale, ma anche la sua palese difformità
dagli indirizzi che connotano la legislazione dei paesi a democrazia
formale denunciano quanto debbano essere potenti le sollecitazioni e
le spinte che l'hanno suscitata. Passerà tempo, ma un giorno si farà
luce, luce documentaria, sul gioco di pressioni che, al di là di
talune prese di posizione pubbliche, si intravede sullo sfondo. Quel
giorno non ci sarà da essere stupiti nel dover prendere atto del
ruolo protagonistico svolto da quegli stessissimi centri alla
petulanza, all'inframmettenza e verosimilmente ai ricatti dei quali
andiamo debitori di un processo che nasce da un manifesto intento
antirevisionistico e la cui celebrazione ha riproposto, in una
pressoché generale acquiescenza, il clima e le scene che
accompagnavano (e allora non si faticava a capirlo) i processi del
'45 (7) e la cui vicenda, con il provvisorio finale di un ministro
della giustizia intervenuto d'autorità a svuotare di ogni effetto la
sentenza di un tribunale della Repubblica (finale successivamente al
quale siamo ora ad un nuovo processo cui i media, con una
sorprendente concordanza, sembrano pochissimo interessati), ha reso
manifesto in quale conto l'esecutivo tenga le pronunce della
magistratura quando, per una ragione o per l'altra, es se non
corrispondano a desiderata che la magistratura può permettersi,
almeno a volte, di disattendere, ma l'esecutivo, evidentemente, no
(8).
Per continuare ad attenerci alla cronaca italiana: era un pezzo che
la signora Zevi andava battendo sul tasto della necessità che
[19]
si insegnasse la storia. Il latino è stato capito. Aggiungeremo che
non era difficile da capire. Insegnare la storia: la formula è la
più ampia, ma la signora Zevi ha in mente un'applicazione
particolare. Insegnare la storia: sì, ma quale? Non, si deve
presumere (sono troppe le cose che legittimano questa presunzione),
la storia dell'impresa materiata di frode, di sopraffazione e di
sangue con cui, dai suoi primi insediamenti fino all'attuale
questione delle colonie e di Gerusalemme est, il sionismo si è
appropriato di una terra che la sua propaganda osava presentare come
"senza popolo", e dunque pronta ad accogliere "un popolo senza
terra". Non quella che serba memoria della segreta, ma non
abbastanza, soddisfazione con la quale l'establishment sionista
ravvisò nelle misure persecutorie di cui erano vittime gli ebrei
tedeschi prima, e poi gli ebrei di tutta l'Europa occupata, un
elemento da cui avrebbe ricevuto impulso, e quale impulso!,
l'immigrazione ebraica in Palestina. Non quella che fa parola delle
intese a fini migratorl stabilite tra quell'establishment e il
governo nazista fin dal 1933 e della cooperazione protrattasi per
anni tra questo governo e l'organizzazione di Jabotinskij, alla
quale era consentita la presenza in territorio tedesco sotto forma
di corpi paramilitari. Non quella che ricorda le operazioni
provocatorie cui il governo israeliano non mancò di ricorrere per
forzare la mano a comunità che non sentivano alcun bisogno di
trasferirsi nel nuovo Stato. Non quella che registra le costanti
scelte di Israele a favore delle politiche più reazionarie, dall'Algérie
francaise al regime sud-africano dell'apartheid e a quello di
Fujimori. Non quella delle continue aggressioni militari perpetrate
sotto pretesto di necessità difensive dall'"unico paese democratico
del Medio Oriente". Non quella nella quale i nomi di Deir Yassin, di
Cafr Kassem, di Sabra e Chatila definiscono la natura e le finalità
della politica ininterrottamente seguita da tutti i governi
israeliani, laburisti o conservatori, laici o religiosi che fossero.
Non quella dello schiacciamento dell'Intifada e delle braccia dei
dimostranti fracassate a colpi di pietra su disposizione di Rabin,
luminosa figura di apostolo e martire della causa della pace. E
neppure quella che celebra l'attenzione scrupolosa per le regole del
diritto della quale ha dato prova memorabile la Corte Suprema
israeliana quando i suoi spiriti liberali le hanno suggerito di non
far mancare il suo alto avallo alla pratica della tortura
correntemente inflitta ai palestinesi rinchiusi nelle carceri
[20]
dello Stato sionista (Amnesty International, 14 agosto '96).
All'insegnamento di questa storia non pare che la signora Zevi tenga
in maniera particolare. Non diremmo probabile, inoltre, che lei, che
pure è cittadina italiana, sia specialmente interessata, non che
alI'insegnamento, all'approfondimento di vicende singolari, vicende
cui sarebbe difficile negare una qualche rilevanza storica: ad
esempio, quei contatti tra servizi segreti israeliani e Brigate
Rosse sui quali per un istante, solo per un istante, sollevò il velo
il pentito Pisetta; e niente, a dire il vero, lascia supporre che il
suo sguardo si illumini di soddisfazione quando le accade di
considerare il lavoro di un giudice pervicacemente animato dalla
volontà di far luce sull'oscuro affare dell'Argo 16 caduto nel
novembre del '73 a Marghera, a poche decine di metri dai serbatoi
del micidiale fosgene, con il rischio di causare un disastro di
proporzioni incalcolabili: quel giudice, infatti, se non
intralciato, avrebbe parecchie probabilità di scoprire all'origine
dell'affare nientemeno che il Mossad, nel qual caso "I'unico paese
democratico del Medio Oriente" apparirebbe responsabile di un atto
di terrorismo del tutto simile a quello per il quale, allegando un
materiale il carattere probatorio di parte del quale sembra essere
piuttosto controverso, gli Stati Uniti tengono da anni nel mirino la
Libia di Gheddafi. Tutta questa è storia il cui insegnamento niente
induce a pensare stia a cuore alla signora Zevi. Ciò che le sta a
cuore è altro.
E' il mito del genocidio che la signora Zevi vuole martellato nelle
teste degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado; e per questa
funzione di imbonimento, estesa, s'intende, anche agli adulti, vanno
utilizzate le possibilità offerte dai mezzi di comunicazione di
massa. Questa la storia il cui insegnamento essa giudica così
necessario e urgente, la storia che, dopo i Reitlinger, i Poliakov,
i Friedländer, gli Hilberg e via elencando, ha ora il suo temporaneo
Tucidide in quel Goldhagen a sentire il quale lo sterminio di
milioni di ebrei e le modalità tecniche della sua attuazione avrebbe
formato la materia di tutte le chiacchiere che si intrecciavano sui
tram e nelle portinerie della Germania di Hitler: il che ci viene
raccontato mentre gli altri storici di corte, di fronte
all'impossibilità di esibire un solo ordine di esecuzione di quello
sterminio che sia stato emanato dai vertici del III Reich, ci
propongono suppergiù l'ipotesi di disposizioni sussurrate
nell'orecchio lungo tutta la scala gerarchica sottostante ad un
Hitler che probabilmente dai suoi complici
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si sarà fatto intendere a occhiate e a segni. -- Ora, perché
l'edificante programma pedagogico accarezzato dalla signora Zevi un
programma pedagogico di cui basta precisare i motivi e i presupposti
per guadagnarsi, anche contro la più elementare verità, la taccia di
antisemiti attinga il massimo della sua efficacia mistificatoria
bisogna, prima di ogni altra cosa, farla finita con il revisionismo;
e la signora, alla quale non fa difetto il senso delle cose reali,
non deve fare il minimo assegnamento sull'eventualità che a tanto si
possa davvero arrivare con le sole risorse di quell'acrimonia e di
quella disonestà intellettuale delle quali stanno fornendo non
inattesa prova i rechercheurs salariés e gli aspiranti vidalnaquet:
specie, poi, se la già modesta portata dei servigi resi
dall'onorevole compagnia riesce ulteriormente diminuita dalla
goffaggine di qualche epigono che, con linguaggio e taglio mentale
da inquisitore, bolla l'"ipocrita abilità" di chi "insinua dubbi",
dice lui, "immotivati" sulla leggenda sterminazionistica (una
leggenda aurea se mai ve ne fu una), ma sciupa poi l'effetto col
mostrare di aver comicamente inteso alla rovescia il precetto dello
psicopompo transalpino (epiteto che non corrisponde affatto ad una
ridondanza polemica: il ruolo di Vidal-Naquet è quello di chi guida
le anime nel regno della morte intellettuale).
Come dar torto alla signora Zevi? E, d'altra parte, come resisterle?
Sono, evidentemente, le circostanze stesse che obbligano a far carne
di porco della lettera e dello spirito del dettato costituzionale:
all'imposizione del bavaglio non c'è davvero alternativa. -- Fatta
la legge, si toccherà con mano che anche qui da noi i rechercheurs
salariés e gli aspiranti vidalnaquet hanno pure loro una coscienza:
una coscienza che permetterà loro di continuare a dedicarsi alla
caccia alle streghe argomentando (si fa per dire) contro avversari
posti dalla repressione nella pratica impossibilità di replicare
agli attacchi cui saranno fatti segno. Il piccante starà in questo:
che gli attacchi di quei messeri attacchi di una spudoratezza che
mozza il respiro, intessuti come sono di deformazioni consapevoli,
di illazioni infondate, di stravolgimenti ribaldi, di pure e
semplici calunnie domani non serviranno ad altro che a designare
questo o quel reprobo alla solerzia di qualche magistrato. E questo,
questo sì che sarà un bellissimo vedere: una manciata di fanghiglia
intellettuale piccoloborghese adibita ad una funzione siffatta, e
che fingerà di non accorgersene (9). Tale sarà l'atmo
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sfera civile in cui dovremo vivere. In sottofondo si alterneranno le
note di Bella ciao e dell'Hatikvà.
Ma non c'è bisogno di fare anticipazioni su di un avvenire che
probabilmente non è lontano per sentirsi, con amarezza e malinconia,
nella necessità di riconoscere che dal '67 e soprattutto dall'82 in
qua va emergendo una questione ebraica i cui presupposti esistono
fin dal 1948. In questa emersione gli avvenimenti alla cui
precisazione storica si è impegnato il revisionismo olocaustico non
intervengono se non come premessa, e premessa indiretta. E,
considerata in sé, vi interviene solo marginalmente anche
l'amplificazione di quegli avvenimenti a dimensioni di gran lunga
sproporzionate alla loro pur indubitabile tragicità. Ma non v'è
dubbio che la repressione legale ed extralegale del revisionismo è,
invece, un fattore suscettibile sia di accelerare questa emersione,
sia di agire quantunque non all'immediato, crediamo, e solo in
concorso con altri fattori nel senso di portare la questione ad uno
stato di acutezza al quale chi non sia malintenzionato può pensare
solo con inquietudine.
Tutto questo non ci piace per più ragioni, mentre per opposte
ragioni non potrà non piacere a chi, ad esempio, fa della diaspora
l'elemento propulsivo e protagonistico di ciò che va sotto il nome
di mondializzazione. Ma rimane il fatto che la responsabilità prima
di ogni sviluppo in questo senso ricade con tutta evidenza su
quanti, per ridurre al silenzio le voci scomode il levarsi delle
quali, però, corrisponde all'esercizio di quei diritti di libertà la
cui tutela ha parte essenziale nel conferire alle istituzioni
carattere di democraticità formale , non esitano a promuovere una
legge d'eccezione che farà scempio tanto di garanzie elementari
quanto della più umile logica. Senza contare che con una legge
d'eccezione si creerà un precedente molto pericoloso, quand'anche la
cosa passasse, al pari di tante altre, inosservata dai più: il che è
ben possibile, dato che a farne le spese saranno i famosi quattro
gatti, sui casi dei quali la stampa si riterrà esentata, ci si può
scommettere, dal dover fare informazione informazione corretta.
Circa lo sfregio inflitto alla logica, basterà riflettere un momento
su questo: la storia svoltasi fino ad oggi consta di una quantità
incommensurabile di eventi: di uno solo di questi eventi resterà,
sì, libero (almeno in via di principio) I'esame, ma l'espressione
pubblica delle conclusioni raggiunte attraverso l'esame sarà con-
[23]
sentita soltanto a patto che esse siano conformi alla versione
corrente. Salvo che, rincarando di ipocrisia, la legge non preveda
la tutela delle versioni correnti di un solo genere di eventi,
quelli cui si applica il concetto di genocidio: ma allora la
differenza sarà soltanto di parata, e chi, occupandosi, poniamo, di
storia quantitativa, fosse indotto dai suoi studi a ridimensionare
anche drasticamente l'ammontare dei costi umani di fenomeni storici
cruciali, quali la conquista delle Americhe, l'espansione coloniale
in generale, la tratta dei negri, la scomparsa dei tasmaniani, la
decimazione dei pellirosse, le stragi di armeni e di curdi, i
massacri messi sul conto di Pol Pot, non avrà verosimilmente nulla
da paventare: Temi non scomoderà né la bilancia né la spada. A meno
che... a meno che, per convincere la platea che i revisionisti hanno
torto marcio di pensare che il punto di vista delle istituzioni sia
tale per cui tutti i genocidi sono eguali, ma ce ne è uno che a tal
punto è più eguale degli altri che se ne vuol sottratta la
tradizione sedicentemente storica ad ogni rea pretesa di sottoporla
ad un controllo condotto con i metodi considerati di rigore nello
specifico settore di ricerca scientifica a meno che, dicevamo, per
convincere la platea che i revisionisti hanno torto marcio di pensar
questo, qualcuno non ritenga di dover dare ogni tanto una zampata
qua e là. Non si sa mai. In tal caso metterebbe conto di tentare un
esperimento per vedere a quali conseguenze penali andrebbe incontro
chi si cimentasse in un'operazione diretta a diffondere l'idea che
si è inventato tutto di sana pianta, e che se lo è inventato perché
membro di un accordellato nazista (accuse che gli antirevisionisti
ripetono fino alla noia e senza recare l'ombra di una prova contro i
revisionisti), quel James Bacque che ha coraggiosamente messa in
luce una delle pagine più nere tra quelle scritte dai democratici
vincitori della seconda guerra mondiale: il lento e premeditato
sterminio per fame di poco meno di un milione di prigionieri
tedeschi del quale si sono resi responsabili nel '45 statunitensi e
francesi, dopo aver tolto agli sventurati ogni possibilità di tutela
da parte della Croce Rossa Internazionale con il turpe machiavello
di dichiararli non già, quali erano, prigionieri di guerra, ma
personale nemico disarmato, categoria inventata per l'occorrenza.
In buona so stanza, dunque , qu ale che abbi a ad e s sere l a
formulazione della legge, sarà uno solo l'evento la cui versione
corrente formerà l'oggetto permanente di una protezione, più che
eccezio-
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nale, unica: questo evento non è altro che la cosiddetta Shoà.
Riguardo ad essa sarà obbligo far mostra di ritenere che, sulle
finalità, sui modi di attuazione e sul numero di vite perdute, I'ultima
parola intorno alla persecuzione nazista sia quella detta dai
vincitori a Norimberga nel '45-46, quella riecheggiata a Gerusalemme
nel '61, quella avallata e propalata da uno stuolo di storici
autoproclamati le affermazioni dei quali al pari di quelle di cui
constano le pretese verità giudiziarie che si vogliono anch'esse
sottratte ad ogni controllo critico non v'è punto, si può dire, su
cui non si infliggano una vicendevole smentita, per poi, però,
mettersi all'unisono quando si tratta di asserire la realtà di quei
dati essenziali in virtù dei quali la Shoà rappresenta, come da
autorevole quanto superfluo riconoscimento di W. D. Rubinstein, il
più importante tra gli strumenti a disposizione dello Stato sionista
per la sua propaganda mondiale (10).
E con ciò a proposito della legge in gestazione si sarà detto tutto
quando non ad uso dei quacquaracquà che nelle pagine di un
revisionista si industriano di trovare qualsiasi appiglio, anche il
più improbabile, anche il più pretestuoso, per accusarlo di ogni
nefandezza immaginabile si sia aggiunta questa precisazione
capitale: che noi, anche tenendo nel debito conto una posizione che
la signora Zevi ha in comune con la totalità o quasi dei personaggi
rappresentativi delle comunità israelitiche d'Europa, degli Stati
Uniti e dell'Australia, e senza affatto escludere l'esistenza di un
coordinamento nella messa in opera delle sollecitazioni in atto
dovunque per arrivare alla persecuzione legale del revisionismo
(quella illegale non abbisogna delle iniziative del senatore De Luca
e dei suoi omologhi), non crediamo affatto che questo coordinamento
che è ovvio e che, d'altro canto, discende naturalmente da premesse
obiettive sia inquadrabile nel paradigma di quel complotto mondiale
ebraico che esplicitamente o implicitamente, nella forma diretta di
una cospirazione o in quella indiretta di una visione degli
avvenimenti come asseritamente svolgentisi non altrimenti che se il
loro svolgersi rinviasse ad una cospirazione, gioca il ruolo
principale nei deliri dei più tra gli antisemiti.
Respinto che si sia, nella forma e nella sostanza, questo paradigma,
che cosa rimane di quel pregiudizio antiebraico che viene
immancabilmente diagnosticato in chiunque manifesti un atteggiamento
eterodosso nei riguardi delle cose odierne dell'ebraismo, si
[25]
tratti della storia demistificata della persecuzione hitleriana o
della critica di un allineamento così automatico e così totale allo
Stato sionista da trasformare la basilare distinzione tra ebreo e
israeliano, tra ebrei e Israele, in un affare di buona volontà e,
diciamolo pure, di costanza della ragione?
Parlando in via generale, il ruolo attuale del pregiudizio
antiebraico quello effettivo, non quello immaginario di cui, senza
il minimo discernimento, si fa carico a revisionisti e ad
antisionisti viene decisamente sopravvalutato. Oggi una questione
ebraica si sta profilando, eppure fino ad ora questo pregiudizio e i
connessi stereotipi, di cui nessuno negherà la presenza, vi hanno
una parte del tutto secondaria.
Il profilarsi di una questione ebraica è cosa di tale momento da
esigere di venir presa in esame anche al di fuori di ogni discorso
avente ad oggetto il revisionismo olocaustico. Separare i due temi
ci riesce tanto più facile quanto più ci pare di dover escludere che
tra i due ordini di problemi esista una relazione diretta. Esporremo
brevemente, dunque, ciò che ci sembra doversi prendere in
considerazione circa la genesi del fenomeno odierno e circa l'inessenzialità
dell'intervento in esso sempre che intervento vi sia del famoso
pregiudizio. La nostra refrattarietà alla dimensione emozionale
propria agli elementi di fatto che dovremo richiamare ci consente di
attenerci ad una linea di sostanziale oggettività, senza con ciò
pretendere, s'intende, che il nostro sia l'occhio del naturalista
che scruta il nido di formiche; e questa linea, se non ci preserva
certo dal rischio di sbagliare, dovrebbe però ridurre la probabilità
e anche l'entità dell'errore eventuale.
Anche se qui la cosa non corrisponde ad una stretta necessità,
ragioniamo un momento, allora, su questa faccenda del pregiudizio,
del pregiudizio in generale più precisamente: sull'uso che
d'ordinario si fa della categoria "pregiudizio" , poi verremo al
caso specifico del pregiudizio antiebraico. Confessiamo, dunque, che
il mostrarci esenti da ciò che solitamente si definisce
"pregiudizio" non è la cosa che ci preme di più. Vediamo di
spiegarci.
Intorno a ciò che va sotto il nome di "pregiudizio" metterebbe conto
di approfondire una riflessione il cui filo conduttore potrebbe
enunciarsi così: ci si dimentica che troppo spesso quella di
"pregiudizio" è una definizione del tutto impropria. A essere
rigorosi, c'è pregiudizio quando il nostro modo di rapportarci ai
singoli è in-[26]
fluenzato, non importa se negativamente o positivamente, dalle idee
che ci siamo formate, o che magari abbiamo accolte bell'e fatte,
intorno a quello che è o si reputa essere il loro aggregato
d'appartenenza (il gruppo sociale, I'etnia, ecc.), nel presupposto
che l'appartenenza abbia una funzione decisiva nel definire
l'identità e il comportamento di questi singoli; quando, in altre
parole, ai singoli, alla loro soggettività, solo in forza di questa
appartenenza estendiamo le caratteristiche che ci sembrano inerire
al loro aggregato d'origine, quasi che esso sia dotato di una
personalità di cui la personalità dei singoli non sia che il
riflesso o l'emanazione. E' solo per un'esigenza di chiarezza, e non
con particolare riferimento al tema di cui ci andiamo occupando qui,
che, detto questo, facciamo seguire quest'altra considerazione, la
quale, del resto, nulla ha di peregrino: a proposito di ciò che il
linguaggio usuale qualifica, o squalifica, come "pregiudizio" non
sarebbe inopportuno domandarsi, almeno qualche volta, se il
cosiddetto pregiudizio non sia, invece, un postgiudizio, ossia un
giudizio che, giusto o sbagliato che sia, è però emesso a partire da
una data esperienza del fenomeno cui il giudizio, appunto, si
riferisce. Facciamo un esempio: la nozione di un'inferiorità
intellettuale dei negri (negri, diciamo, e non neri, così come
diciamo ciechi, e non non vedenti, e netturbini, e non operatori
ecologici: la cultura del politically correct e l'insopportabile
bigotteria lessicale che ne discende mettono capo giacché il
linguaggio è tutto fuor che uno strumento inerte ad una metodica
inabilitazione a guardar le cose in faccia, con gravi quanto ovvie
ricadute incapacitanti sullo stesso agire politico), la nozione,
dunque, di un'inferiorità intellettuale dei negri rispetto ai
bianchi è, lo sappiamo tutti, estremamente diffusa; nel sentircene
irritati, al di là di ogni questione circa la sua fondatezza o
infondatezza, non siamo secondi a nessuno. Ora, noi non entriamo
affatto nel merito, ma di certo non sarebbe irragionevole che si
avesse presente come all'origine di essa non ci sia solo il famoso
colore della pelle (11), non ci sia solo la difformità dei
melanodermi da un aspetto che noi, per il solo fatto che è il
nostro, si sia ingenuamente e autocentricamente portati a
considerare come la norma. C'è anche questo, beninteso; ma l'esserci
anche questo non può farci dimenticare che c'è anche dell'altro.
All'origine c'è la constatazione di modi di vita sociale il giudizio
sui quali è inimmaginabile di poter eludere tirando in ballo il
relativismo culturale al di là del limite (difficile da stabilire,
non
[27]
v'è dubbio) entro cui il relativismo culturale ha giustificazioni
solidissime: perché, date per scontate tutte le considerazioni
quelle pertinenti e quelle che pertinenti lo sono di meno che si
sentono fare, sempre le stesse, nel caso dell'esempio addotto, un
fatto rimane pur sempre, ed è questo: che il dato obiettivo che in
un'ottica materialisticostorica fonda (con un criterio che può
ritenersi valido solo a grandi linee e la cui utilizzazione richiede
non uno, ma parecchi granelli di sale) una gerarchizzabilità dei
cicli di civiltà (dei cicli piuttosto che delle singole civiltà),
questo dato obiettivo -- il grado di sviluppo delle premesse
tecniche del controllo dell'ambiente esterno -- designa quei modi di
vita come realizzazioni di livello comparativamente ridottissimo
rispetto a quelle conseguite dai leucodermi (magari anche con
apporti degli stessi melano e degli xantodermi). E' da quella
constatazione, e non dalla difformità somatica, che muove
l'illazione (semplicistica, se si vuole, ma non così manifestamente
infondata che la si possa scartare a priori; tant'è che, qualunque
cosa si voglia far credere al riguardo, genetisti e psicologi sono
tutt'altro che unanimi nell'infirmarla a vantaggio di quell'ambientalismo
esclusivo che è così caro ai dottrinari della democrazia, magari
indebitamente rimpannucciati in vesti marxiste), che muove,
dicevamo, I'illazione circa una differenza nativa nel possesso di
quelle capacità intellettuali delle quali sarebbe arduo negare la
parte avuta nella creazione di quelle premesse: illazione che oggi è
uso liquidare come "razzista", ma che lo stesso Marx faceva propria,
e che d'altro canto non gli impediva, e questo è l'importante, di
tener fermo alla sua visuale socialista. -- E con ciò noi leucodermi
non abbiamo di che rallegrarci: abbiamo sviluppato e sviluppiamo,
eccome, le premesse tecniche del controllo dell'ambiente, ma non
quelle sociali: tanto poco il modo di produzione che connota il
presente stadio della civiltà che è la nostra ci consente di
controllare l'ambiente esterno, che abbiamo trasformato il mondo il
nostro e quello degli altri in una sinistra pattumiera, giacché
l'economia basata sul lavoro salariato, non che essere uno strumento
a disposizione della specie, schiaccia la specie come una forza
della natura estranea ed ostile, essendo proprio del capitalismo
innescare anarchicamente processi che esso è poi incapace di
dominare. E la parentesi può chiudersi qui.
[28]
Non contesteremo. naturalmente, la persistenza di un generico
pregiudizio negativo nei confronti degli ebrei. Esso consta di una
serie di luoghi comuni, taluni dei quali non mancano di un nocciolo
di verità. L'avarizia che a gran torto viene loro attribuita ci
ricorda che genovesi e scozzesi condividono la medesima fama.
Altrettanto si dica della loro pretesa avidità: si vada a parlare
degli istriani nelle terre rivierasche dell'Alto Adriatico o dei
marchigiani a Roma, piccoli trafficanti marittimi da sempre i primi,
esattori pontifici per tradizione i secondi. E quanti secoli
dovettero passare perché lombardo e caorsino non fossero più
sinonimi di usuraio? L'auri sacra fames non può certo considerarsi
caratteristica di un particolare gruppo umano, in una società in cui
(come disse qualcuno che oggi non riscuote più quel l`avore del
cólto e dell'inclita al quale non aveva mai aspirato) i cristiani
sono diventati ebrei. Che nelle mani degli ebrei si concentri una
ricchezza cospicua (il che non esclude! evidentemente, che ve ne
siano di poveri) non pare proprio possa dirsi una favola. Lo stesso
vale per l'influenza sociale che è loro ascritta: non si è mai
visto, d'altronde, che avesse influenza sociale un gruppo a basso
reddito; e nel caso specifico, inoltre, va tenuto conto della
consolidata sovrarappresentazione ebraica nel giornalismo,
nell'editoria, nell'università, nell'amministrazione, nelle
prol`essioni liberali, nella finanza: fenomeno ragguardevole,
talvolta impressionante (si pensi cos'è lo staff presidenziale di
Clinton), ma del quale in generale non è difficile fornire, quanto
alla sua origine, una spiegazione del tutto esente da quella
particolare malevolenza che è propria dell'antisemitismo, mentre il
punto delicato è oggi quello dell'uso fatto di questa possibilità di
esercitare un'influenza (12). Superfluo, infine, sottolineare come
la pratica dell'endogamia non possa dar luogo ad alcunché di diverso
dalla generalizzata constatazione di una cura posta nel distinguersi
e mantenersi separati dalla società in cui si vive, e questa cura
non può non apparire singolare in una fase nella quale nel mondo
euroamericano l'incidenza di preoccupazioni religiose sui
comportamenti medl non è molto più che marginale. Di qui l'immagine
dell'ebraismo come di una casta: immagine cui corrisponde una realtà
che è il punto d'approdo obbligato di una rinuncia al proselitismo
la quale è poco meno che bimillenaria.
E' probabile che nella Germania di Weimar il pregiudizio antiebraico
fosse altrettanto generico: di lì a qualche anno l`u la cata-
[29]
strofe. Dunque, che ci si inquieti di esso, e che ci si inquieti di
ciò che può residuare dell'odium theologicum votato un tempo dalla
cristianità ai discendenti dei deicidi, lo si comprende senza
fatica. Ciò non toglie che oggi si tratti di un falso problema e che
il perdervisi intorno non sia molto dissimile dall'operare di chi,
per dirla con Gramsci, non riuscendo a prender sonno per il chiarore
della luna piena si mettesse a correr dietro alle lucciole,
nell'illusione che, scacciandole, il chiarore diminuirà. Questo
falso problema nasconde il problema effettivo.
Una questione ebraica è esistita in passato, una questione ebraica
va ponendosi oggi. Forse che ciò permette di parlare di un'unica, di
un'eterna questione ebraica che si prolungherebbe, sempre eguale a
se stessa, da una fase storica all'altra? Sappiamo bene che ciò
corrisponde ad un sentire diffuso tra gli ebrei. E' a partire, tra
l'altro, da questo sentire diffuso che si è elaborata una
riflessione una propaggine della quale vorrebbe spiegare il fenomeno
del supposto persistere di una questione identica a se stessa
attraverso i tempi facendolo risalire al parallelo persistere nel
mondo gentile di una norma costruita sul modello risultante dalla
confluenza di due appartenenze: al sesso maschile e alla cultura
maggioritaria; da cui la relegazione dell'ebreo, in quanto portatore
di suoi tratti peculiari, in un'area di diversità diversità rispetto
a quella norma, appunto che egli condividerebbe con la donna e con
l'omosessuale, soggetti sottoposti alla medesima relegazione. Non
solo v'è da dubitare che l'individuazione di un comun denominatore
siffatto faccia compiere un reale passo avanti nella comprensione
del problema, ma crediamo che questo puntare su una diversità che,
assimilata ad altre diversità radicate, esse, in ruoli
immodificabili (o in ciò che hanno di immodificabile certi ruoli),
ha tutta l'aria di voler essere essenziale non sia che un diversivo
inteso a far passare inosservata o, se osservata, a far apparire
legittima in quanto conforme, si dice, ad un corrispondente diritto
una diversità comportamentale abbastanza palese da cadere sotto la
comune percezione e che meglio si può indicare con alterità,
estraneità, separatezza, espressioni generali capaci di inquadrare
il fenomeno concreto e di avviare così alla comprensione delle cause
reali del suo proporsi odierno. Molto di frequente il
quintessenziare ad oltranza, il trasformare (per riprendere
un'immagine famosa) i cappelli in idee, non si prefigge
[30]
altro fine che quello di distogliere l'attenzione dalla spontanea
eloquenza delle cose, che disturba. Quel sentire diffuso corrisponde
ad una tesi che, se è cara agli antisemiti, non lo è meno ai
sionisti. Non è questo il solo punto in cui l'ottica degli uni
collima con quella degli altri.
Il sionismo ha un interesse primario ad alimentare negli ebrei della
diaspora una permanente condizione spirituale di insicurezza e
precarietà, perché una condizione del genere è la sola che può
propiziare il rafforzarsi in loro delle sollecitazioni scaturienti
dal comune fondo religioso e culturale al mantenimento con Israele
di un legame che, accortamente utilizzato, è la risorsa più preziosa
tra quelle che lo Stato sionista può mettere a frutto. Per il
sionismo il ghetto ha tuttora una funzione fondamentale: in ciò, e
non solo in ciò, esso è l'erede di quei rabbini reazionari che nella
fine delle interdizioni e nella parificazione legale degli ebrei a
tutti gli altri, non più sudditi, ma cittadini, videro il principio
della dissoluzione delI'ebraismo. Sparito il ghetto materialmente, è
dunque necessario che esso continui a sussistere sul piano
psicologico. Oggi esso non è meno effettivo che nei tempi andati;
meno manifesto sì, ma non meno effettivo: è stato interiorizzato. La
stagione che ha permesso ad un ebraismo ben remoto dal concepire se
stesso come un corpo separato di arricchire i paesi di cu,i gli
ebrei si sentivano cittadini a parte intera di quei maestri di
ammirevole statura che in Italia si sono chiamati Alessandro
D'Ancona, Graziadio Isaia Ascoli, Arnaldo Momigliano, Giorgio Levi
Della Vida, si è chiusa; e la responsabilità prima di ciò non spetta
al sionismo: spetta al dolorosissimo trauma recato dalla
persecuzione. Il sionismo non ha fatto altro che raccoglierne i
frutti. E ora c'è di nuovo il ghetto. Ma questo isolamento dalla
società gentile una società gentile nella quale la belva può sempre
ridestarsi! non può non riattivare in essa i vecchi pregiudizi.
Anche se è ben possibile che la signora Zevi non abbia capito il
gioco, è precisamente sul loro riattivarsi che punta il sionismo: i
vecchi pregiudizi chiamati a nuova vita, mentre non sono tali da
intaccare la posizione conseguita dall'ebraismo nell'ordine sociale
presente, non possono che rendere anche più invalicabile la linea di
separazione dalla società gentile (con ciò allontanando il pericolo
dell'assimilazione) e più saldo il legame con Israele.
La propensione al "tanto peggio, tanto meglio" è una costante del
sionismo. Oggi è del tutto verosimile che esso non vedrebbe
[31]
come un fatto profittevole -- come invece vide negli anni Trenta --
il rinnovarsi di una politica di discriminazione antiebraica; ma se,
per assurdo, un singolo Stato attuasse, quod deus avertat, una
politica siffatta e ripristinasse per gli ebrei l'obbligo di portare
su di sé ben visibile la stella di Davide, si può esser certi che,
pur nelI'ambito di una valutazione negativa del significato e delle
implicazioni della cosa, il punto di vista sionista sarebbe che non
tutto il male viene per nuocere. I vecchi pregiudizi, inoltre, hanno
questo di vantaggioso: che, per il solo fatto di esser lì, si
prestano molto bene ad un mille volte ripetuto tour de main diretto
a coinvolgere nella loro condanna che è fin troppo facile e alla
quale nessuno o quasi ricuserebbe di sottoscrivere qualcosa che con
essi non ha nulla a che fare. Questo qualcosa non è soltanto il
rifiuto della politica di Israele e dei suoi miti di fondazione: è
anche l'insieme delle prese di coscienza e dei giudizi la cui
insorgenza nel mondo gentile è determinata da ciò che appaiono
essere i comportamenti di comunità diasporiche alle quali
l'esistenza stessa di uno Stato che ufficialmente si definisce
ebraico, e per il quale l'ebraismo sarebbe una nazionalità, crea una
situazione in cui fin troppo di frequente es se sembrano
indistinguibili da colonie straniere (13): e colonie straniere, per
un verso, dipendenti da uno Stato la cui politica, anche soltanto
per quello che ne è generalmente conosciuto, non è fatta per
conciliare larghe simpatie; per una altro verso, godenti di uno
status giuridico e soprattutto di una condizione di fatto che si
risolvono in una posizione complessiva di particolarissimo favore.
Va detto che tutto ciò non sarebbe -- scordarsene o prescinderne
sarebbe colpevole -- se una persecuzione inumana, ma non
inesplicabile -- una persecuzione la cui tragicità i revisionisti
non contestano, ma vogliono ricondotta alle sue dimensioni reali --,
non avesse invertito il senso di marcia della ruota della storia
interrompendo i processi di integrazione e assimilazione degli ebrei
nelle società occidentali, obbligando a riscoprire la loro ebraicità
i moltissimi tra loro che non annettevano più nessun significato
sociale o religioso alle proprie origini e spianando la strada al
sionismo, che delle sue fortune va debitore alla sventura. Non va
dimenticato che in ambito ebraico, prima dell'esperienza della
persecuzione, esso aveva riscosso e riscuoteva, sì, adesioni e
appoggi, ma quasi esclusivamente come progetto di soluzione del
problema rappresentato dalle masse di
[32]
correligionari che vivevano in condizioni di straordinario disagio e
soggetti a restrizioni di stampo medioevale nell'Europa dell'Est,
soprattutto nell'impero zarista, e il cui flusso migratorio, quando
si fosse rovesciato sull'Ovest del continente, vi avrebbe provocato
una vera e propria ondata di antisemitismo. Del che si aveva trepida
coscienza nell'ebraismo dei nostri paesi, e ad ogni buon conto Herzl
in persona, rivolgendosi ai delegati del congresso sionistico di
Londra del 1900, era stato al riguardo esplicito quanto più non si
sarebbe potuto esserlo. Si può osservare qui che a mostrare quanto
egli avesse ragione soccorre postumamente l'esempio di Israele, dove
l'afflusso, ad esempio, dei falascià ha determinato reazioni che non
sono, e pour cause, di antisemitismo, ma la cui natura è identica a
quella delle reazioni paventate allora da Herzl e dalle nostre
comunità ebraiche. E si deve qui ricordare quanto incidesse sul
montare dell'antisemitismo nella Germania disperata del primo
dopoguerra la presenza di quelli che anche gli ebrei germanizzati o
i tedeschi di confessione ebraica solevano definire "ebrei
selvaggi", gente che trasferiva le abitudini di vita e le
consuetudini commerciali dello Shtetl in un paese moderno, il quale,
per parte sua, non poteva non giudicarle aberranti, e indesiderabile
quella presenza: si capisce che il nascente nazismo non chiedesse di
meglio che intingere il suo biscotto in quella zuppa.
Ah, l'antisemitismo! Lo si può avere in orrore, e noi lo abbiamo in
orrore, ma è così poco difficile capire da che cosa sia alimentato!
Oggi che tante teste fine almanaccano dottamente sulle sue
scaturigini e sul dipanarsi storico della tradizione antisemitica in
Europa, fa un ben singolare effetto veder trascurate e neppure messe
in linea di conto circostanze del genere (14). Chi parla mai di
Adolphe Crémieux? Eppure non sarebbe fuori luogo rammentarsene. Nel
1870 la Terza Repubblica non aveva ancora tre settimane di vita
quando Crémieux, uomo del '48 e magna pars dell'Alliance israélite
universelle, chiamato da Gambetta a far parte del governo che con
uno sforzo immane tentava la difesa militare di una Francia in cui
stavano dilagando i prussiani, trovava che nulla fosse tanto urgente
come l'estendere la cittadinanza metropolitana, da cui gli algerini
erano e continuarono ad essere esclusi, ai soli ebrei d'Algeria (con
il risultato, tra l'altro, di sollevare contro la Francia, proprio
in quel momento, I'indignazione e la ribellione della generalità
degli algerini, che prima d'allora con i loro conterranei ebrei
[33]
non avevano problemi di rilievo e che dopo d'allora ne ebbero
molti). Crémieux avrà inteso anche di fornire un punto d'appoggio
alle autorità repubblicane locali in una congiuntura delicatissima;
ma davvero ci s i chiederebbe un po' troppo se ci si vole s se far
convinti che la peculiarità religiosoculturale di lui non avesse
alcun rapporto con quell'iniziativa. La fava doveva servire,
concediamolo pure, a prendere due piccioni: servì per uno solo, e
sta bene. La questione, però, è perché mai per un ministro della
Repubblica di piccioni dovessero essercene due invece che uno solo.
Domanda si è proprio sicuri che Crémieux, sionista ante litteram (e
tale nonostante il modello di rapporto con la società francese
rappresentato dall'Alliance, ma anche in forza di quel modello), di
antisemiti ne abbia fatti meno di un Drumont? Certo, Crémieux non
aveva tradito: si era soltanto mostrato sensibile anche a imperativi
che non erano quelli della funzione affidatagli. Ma che peso ha
avuto un precedente come quello nel predisporre un buon numero di
francesi a credere seriamente, un quarto di secolo più tardi, che
Dreyfus avesse tradito davvero, che per lui ci si agitasse solo
perché era un ebreo e che i dreyfusardi non fossero null'altro che
marionette i cui fili stavano nelle mani di un syndicat juif? Ma di
Crémieux non si parla: né di lui né del secondo piccione. Si parla,
invece, di Drumont, ed è giusto parlarne; di Drumont... e di
Voltaire! Di Voltaire, cui si fa colpa di aver mosso al giudaismo
più chiuso e retrivo una critica animata dagli stessi motivi di
fondo di quella che gli si fa un merito, e lo è, di aver mossa al
cristianesimo (15); di Drumont, di Voltaire, e, procedendo a
ritroso, si rimonta su su fino ad Agobardo: il che vuol dire passare
al pettinino secoli e secoli di storia. E, dopo Drumont, ecco
Maurras e Céline, per i quali, specie per Céline!, non occorre
nessun pettinino, certo: sciovia storica di cui si pretenderebbe di
mostrare la prosecuzione in Rassinier, Faurisson e la Vieille Taupe,
tutta gente che con Agobardo, Drumont e quant'altri non ha nulla da
spartire, checché blateri una propaganda che usa far carta straccia
della logica e della verità gabellando per antisemitismo sia
l'opposizione al sionismo e alla politica israeliana, sia l'impiego
dei normali metodi e criteri di indagine storica nell'esame del
dramma degli ebrei in Europa, sia i risultati che conseguono a tale
impiego.
E così questa digressione ci riporta sul filo del ragionamento:
perché quel passare al pettinino con il risultato, e anche, dispiace
dirlo,
[34]
l'intento, di una colpevolizzazione della storia, anche di quella
remota, dei paesi di cui, alla fin fine, si è cittadini (salvo poi
levare alte strida se Garaudy parla, oltre che dei cinquant'anni di
performances militari e terroristiche di Israele, dei sacri macelli
di biblica memoria) costaltro è se non una manifestazione di
alterità? Da parte delle comunità ebraiche è un grosso errore
permettere che quell'atteggiamento possa apparire come il loro. Ma è
precisamente questa alterità che il sionismo ha teorizzato e va
predicando! Esso, infatti, prima che programma della creazione di
uno Stato e della tutela degli interessi di questo Stato, è
interpretazione dell'ebraismo in termini di specifica nazionalità.
Non menzioneremo se non di passata la circostanza che questa
interpretazione è stata contestata dal bolscevismo non solo nelle
sue implicazioni politiche, ma altresì nei suoi presupposti di
merito, e ciò fin dai primissimi del Novecento (chissà che a qualche
rechercheur salarié non venga in mente di tirar fuori
"l'antisemitismo, socialismo degli imbecilli" anche a riguardo di
Lenin? (16). E, quanto ai tempi successivi, giova ricordare che da
parte del giovane regime sovietico la disponibilità a riconoscere lo
statuto di minoranza nazionale statuto riconosciuto a quei segmenti
di popolazioni che, viventi nei confini dell'ex impero zarista,
avevano però fuori di questi un consistente nucleo nazionale di
riferimento a quelli tra gli ebrei che fossero desiderosi di non
staccarsi dal loro particolare nesso associativo e dalle forme
tradizionali della loro cultura non suonava minimamente sconfessione
dell'antecedente condanna del sionismo, anche di quello mitigato del
Bund, ma rappresentava invece il ricorso ad una fictio iuris che
introduceva un'equiparazione (già anticipata, del resto, dal Lenin
delle Note critiche sulla questione nazionale) diretta a garantire
allo sviluppo civile degli interessati quelle condizioni di libertà
dalle quali soltanto poteva prendere avvio la loro graduale e
autonomamente consentita integrazione alla società sovietica (17):
linea, questa, che sarebbe poi stata rinnegata dal potere staliniano
una prima volta nella seconda metà degli anni Venti, quando la
creazione, peraltro derisoria, di una regione autonoma ebraica nel
Birobigian veniva accompagnata dal lancio di quello che, a livello
di enunciazioni, altro non era che un reazionario sionismo interno,
e una seconda volta quando, tra il '48 e il '53, un antisemitismo di
impronta medioevale fu dottrina ufficiosa del partito e dello Stato,
a giustificazione dello scatenamento di
[35]
un'ondata di quelle misure persecutorie dalle quali gli ebrei hanno
tanto da soffrire e il sionismo tanto da guadagnare.
Ma torniamo alla pretesa sionista dell'ebraismospecifica
nazionalità. E' permesso, alla luce di essa, domandarsi che ne sia
delle comunità ebraiche, la cui posizione ufficiale è di adesione al
sionismo, e quindi di appoggio senza riserve allo Stato sionista, e
che, d'altro canto, vivono nella condizione formale di comunità a
connotazione religiosa facenti parte di collettività storiche
esprimentisi ciascuna con una sua propria nazionalità?
Se davvero si cerca di capire perché e come oggi si ponga una
questione ebraica una questione ebraica che, se non ci si ferma a
genericissimi comun denominatori, ha ben poco da spartire con quella
del passato precapitalistico dei paesi a tradizione cristiana, ci si
riesce senza incontrare soverchi ostacoli. Le cose che rendono
inevitabile il suo porsi, a partire da Israele, dall'ideologia
sionista e dallo spirito che Israele e l'ideologia sionista inducono
nelle comunità, sono sotto gli occhi di tutti. Basta voler capire,
volerlo sul serio, ed essere perciò disposti a prendere atto di
realtà la considerazione delle quali, per motivi complessi che qui
neppure possiamo richiamare, si è fatta inusuale per moltissimi di
noi' (18).
Si deve, allora, aver chiaro che la nazionalità, qualsiasi
nazionalità (anche la cosiddetta nazionalità padana, il cui
disegnarsi nella testa di borghesi piccoli e medî desiderosi
unicamente di pagare meno tasse ci ricorda però che, se in Europa
gli Stati nazionali sono in crisi da mezzo secolo, non può, però,
dirsi scomparsa la tendenza all'instaurarsi di nessi nazionali
nuovi), ha, sì, una base obiettiva in assenza della quale non
potrebbe costituirsi una base obiettiva che nel più dei casi si
riassume in lingua e territorio, ed eccezionalmente (si veda la
Svizzera, disomogenea sotto il profilo linguistico) può constare del
solo territorio, ma è, con tutta evidenza, irriducibile a questa
base obiettiva. Quest'ultima serve semplicemente di precondizione e
di supporto ad un ininterrotto processo di identificazione
collettiva, e questo processo mette capo ad un noi. Il noi è la
nazionalità. La bellissima pagina con la quale Ernest Renan
rispondeva da par suo all'interrogativo su cosa sia la nazione ha il
torto di rappresentare questo noi come sostanziato di atti coscienti
e volontari, come situantesi tutto nella consapevolezza dei singoli
che partecipano di esso. Questa visione riflette solo una faccia del
fenomeno. La grande forza, nel bene
[36]
e nel male, di questo noi sta soprattutto nel situarsi di esso, che
pure è cultura condivisa, al di sotto della sfera della piena
coscienza, al livello dei riflessi. Ma quella pagina coglie il dato
saliente quando associa analogicamente l'esistenza della nazione in
quanto "plebiscito di tutti i giorni" all'esistenza dell'individuo
in quanto "testimonianza perpetua di vita". Questo noi, nel suo
esplicarsi quotidiano, richiama gli automatismi che formano
l'orditura dei fenomeni naturali. Così, del "plebiscito di tutti i
giorni" si potrebbe parlare come di un atto solenne che viene
compiuto nell'inconsapevolezza.
Questo noi, in cui la cultura assimilata e come diventata istinto ha
parte tanto larga e la consapevolezza parte tanto ristretta, ha
questo che lo avvicina alla natura: è legge ignota per gran parte a
se stessa. E non solo è legge generale: è arduo concepirla
altrimenti che perenne. Non che siano tali le nazioni esistenti:
sono nate e moriranno. "Tutto ciò che esiste è degno di perire". Ma
anche quella cultura universale nella quale il socialismo vede il
coronamento della lotta anticapitalistica, non che produrre un uomo
standardizzato, conoscerà altri noi, posto che sarebbe sbagliato
immaginare che i noi non possano avere altra forma storica di
esistenza fuor che quella che essi ricevono nella società presente,
dove la comunanza di lingua e di cultura si instaura tra classi
antagonistiche; e li conoscerà in quanto darà luogo ad una fioritura
di facies originate dall'azione di molteplici fattori operanti qui
con una fisionomia, là con un'altra, giacché tra essi non potranno
mancare quelli che esprimeranno una continuità con il diversificato
sviluppo storico precedente, di cui nessuno può immaginare di far
tabula rasa; e in corrispondenza a queste facies tenderanno a
stabilirsi nuove affinità, così come in una popolazione
morfologicamente omogenea il gioco senza posa delle mutazioni e
delle selezioni, agendo diversificatamente da area ad area, tende a
far affiorare una pluralità di tipi geografici.
Un riconoscimento dell'incidenza di questo noi sui comportamenti
degli uomini è venuto dal marxismo, che nessuno sospetterà di un pur
lontano cedimento nei confronti di qualsivoglia forma di
ristrettezza nazionale; ma troppo spesso non si riflette su ciò che
è implicito in tale riconoscimento. Se di fronte alle lotte per i
diritti nazionali la posizione marxista è sempre stata di appoggio
(critico quanto si vorrà, ma sempre appoggio), se l'Inter-
[37]
nazionale comunista faceva propria la parola d'ordine del diritto
dei popoli all'autodecisione, ciò non derivava soltanto
dall'attribuzione a queste lotte di un carattere progressivo in
quanto antiassolutistiche e antifeudali nel passato e in quanti
aventi una potenzialità antimperialistica nel nostro secolo: in pari
misura derivava, e deriva, dall'ammissione del fatto che la mancata
soluzione dei problemi di libertà nazionale non può, di norma, non
ostacolare potentemente il dispiegarsi della lotta di classe in seno
all'elemento nazionale che vede negati i suoi diritti e non può non
favorire in esso, per contro, le spinte al compattarsi delle classi
in quella solidarietà verticale nel quadro della nazione che è già
di per sé la prima vittoria dell'egemonia ideologica e politica
borghese. Ora, se si deve individuare il motivo di fondo di questa
ammissione, è impossibile non convenire che essa scaturisce da una
realistica disponibilità a prendere atto della limitazione obiettiva
di quel legame di classe che pure è uno dei dati fondativi
dell'antropologia sociale marxista; è impossibile non convenire,
cioè, che questa ammissione nasce dalla constatazione che il legame
di classe è bensì il più generale, ma non il più profondo, e che la
voce della classe può farsi sentire solo flebilmente e a gran fatica
quando situazioni di oppressione nazionale permettono che a parlare
alto sia la voce della nazionalità. Quell'ammissione rinvia
all'elemento di fondo della inerenza a quel noi di una sorta di
primordialità. Questo elemento di fondo avevano ragione di ritenerlo
via via meno operante quelle generazioni di socialisti alle quali,
nella fase anteriore al grande tornante del 1914, pareva ovvio che,
con l'intensificarsi dell'antagonismo non solo potenziale, ma in
atto tra proletariato e borghesia, tra queste classi la comunanza di
carattere e di destino in ambito nazionale sarebbe andata mano a
mano scomparendo. Allora era così, almeno come tendenza, anche se
poi ci si ingannava sulla rapidità di questo processo e sulla sua
irreversibilità; adesso il processo è interrotto, e non sappiamo per
quanto tempo.
Da questa primordialità della quale faremmo volentieri a meno
discende per una linea di classé una folla di problemi: quel che è
sicuro è che è del tutto illusorio qualunque "superamento" di essi
che si appoggi su di una volontaria cecità quanto ad essi e alla
loro radice, così come, a scartare ogni presa in considerazione in
sede che intenda essere di partito delle implicazioni politiche di
questa radice, non vale il richiamo alle cento forme di opportuni-
[38]
smo che hanno rovinosamente accampato la pretesa aberrante di
rinchiudere nel quadro della nazione la prospettiva della
trasformazione socialista. Questo richiamo non solo è giustificato:
è strettamente indispensabile. Ciò che è inaccettabile è che se ne
tragga motivo o pretesto per una di quelle pratiche che, in una
politica rivoluzionaria, condannano a sicura impotenza chi vi
indulge: la pratica dell'elusione di problemi che, per essere
scomodi, non cessano però di essere reali.
Quel noi, nell'ordine sociale vigente, non è difficile traviarlo, lo
sappiamo fin troppo bene: esso, infatti, è accessibile all'orgoglio.
Ma non abbiamo il diritto di ritenerlo sprovvisto di buon senso;
anzi, tutto sommato, è molto ragionevole. Non gli è sconosciuto un
riflesso di autoconservazione, e non si vede come glielo si potrebbe
rimproverare: molte delle sue difese sono state smantellate, ma
ancora non si è riusciti a convincerlo che è suo dovere e obbligo
considerare il proprio territorio come il luogo in cui si danno
convegno le alluvioni etniche in arrivo dai quattro angoli del
pianeta e che di fronte ad esse tutto quello che gli rimane da fare
è ritirarsi in buon ordine. Non rifiuta la prospettiva delle
trasformazioni: è restio ad accettarle quando sono traumatiche. Per
la propria cultura non gli sembrerebbe fuori luogo quello stesso
rispetto che gli viene zelantemente predicato per la cultura dei
cingalesi e dei nigeriani. Si è abituato a controllare la propria
aggressività nei riguardi degli altri noi. Vorrebbe, in ogni caso,
che le delimitazioni fossero chiare. D'altronde, non gli sfugge che
c'è noi e noi. Se non è ingannato, non sente estraneo a sé
l'internazionalista appunto perché avverte che il noi trasversale
dell'internazionalista, in quanto è il noi della solidarietà di
classe al di sopra delle frontiere, non è della sua medesima natura,
e proprio perciò non attenua in chi vi si riconosce la propria
qualità di parte del suo noi originario, con il quale
l'internazionalista ha al di fuori di ogni benché minima concessione
al patriottardismo, di ogni dilatazione interclassistica di questo
noi originario quel rapporto che sorge spontaneo tra l'uomo e le
cose che sono parte di lui per il fatto stesso dell'essere lui parte
di esse: rapporto che non ha alcunché di mistico e il cui senso
generale è l'inseparabilità dell'uomo da quella particolare cultura
dalla quale ha ricevuto gli strumenti per aprirsi al mondo. Del
resto, questo noi di cui parliamo sa distinguere se stesso dalle
espressioni ufficiali e dalle impalcature isti-
[39]
tuzionali che gli sono state sovrapposte dal dominio di classe, né
gli è precluso il riconoscimento del fatto che l'ostilità verso
queste forme storiche non è ostilità verso di lui. Considera la
religione un affare privato, e dal suo punto di vista non ha torto;
se in materia religiosa possono nascere conflitti è soltanto a
seguito di pratiche lesive della sua sensibilità e del suo, quale
che sia, costume civile: la trasversalità delle fedi non è certo tra
queste pratiche. Riconosce il diritto alla diversità; è portato a
credere che questo diritto, se evocato in rapporto alla nazione, non
può non trovare un limite nel diritto della nazione cioè del noi di
essere altra cosa che un guscio vuoto pronto a dare ricetto ad un
aggregato più o meno casuale delle più svariate diversità da ciò che
essa è. Non è particolarmente geloso e a certe faccende presta
attenzione solo ad intermittenza, e in definitiva c'è da rallegrarsi
che sia così; ma, se le circostanze lo costringono a farvi caso,
stenta a comprendere, e non ci riesce veramente mai, che dei
concittadini che sono tali da tempo immemorabile, che godono degli
stessi diritti di tutti gli altri, che esso è lieto di accogliere
nel proprio seno, e che, d'altro canto, non sono obbligati a
rimanervi, si sentano parte di un altro noi che pretende alla sua
stessa natura, di un noi che si assume fondato su fattori di
distinzione e di affmità che ricalcano quegli stessi fattori di
distinzione e di affinità che lo hanno creato e lo fanno vivere, ma
che li ricalcano con riferimento ad un'altra identità, ad
un'identità che non è la sua. E la politica di Israele e del
sionismo, e non essa soltanto, lo costringe, a tratti, a farvi caso.
Non c'è bisogno di andare a cercare più lontano le ragioni per le
quali una questione ebraica si va, ci piaccia o non ci piaccia,
delineando oggi.
Giugno-Luglio 1997
2/2
Note
1. [Andrea Chersi (a c.)l, Il caso Faurisson, A. Chersi, Castenedolo
(Brescia), s.a. (1981). -- Di questo volumetto viene qui ripresa, in
nuova traduzione, la scelta antologica, mentre i cappelli sono di
nuova stesura.
2. Robert Faurisson, Bilan de l'affaire Garaudy/abbé Pierre.
Samiszdat, 1o novembre 1996, p. 18.
3. Uno storico che, ben lungi dall'essere favorevole al revisionismo
olocaustico, si permette però di non inchinarsi al verbo di
Vidal-Naquet (secondo il quale "si discute sui revisionisti, non si
discute con i revisionisti") è Giovanni Sabbatucci, allievo di De
Felice e suo successore, crediamo, nella cattedra: " [...l D'ora
innanzi si discuta sulle singole affermazioni degli storici [...l In
genere si parla di "revisionismo" quando qualcuno mette in
discussione una storia sacra. Ma allora, se esiste una storia sacra,
è giusto che esista anche il revisionismo [...l è giunto il momento
di rimettere in discussione sia le ragioni degli ortodossi sia
quelle dei revisionisti. Fra questi ultimi, ad esempio, potremmo
collocare coloro che negano l'Olocausto, come Irving e Faurisson [...l"
("Corriere della sera", 31 dicembre 1997; nostro il corsivo).
L'operazione consistente nell'introdurre nel discorso Irving e
Faurisson a titolo d'esempio, e affrettandosi a precisare che di
essi "non si può certo dire che abbiano ragione", è, a modo suo
esemplare: esemplare della cautela di cui uno studioso che dimostra
di essere tutt'altro che pavido ritiene di dover circondare
l'enunciazione di un punto di vista la cui ragionevolezza godrebbe
di riconoscimento unanime quando si trattasse di un qualsiasi
problema stonco che non fosse quello delle finalità, dei modi di
attuazione e degli esiti della persecuzione antiebraica ad opera del
nazismo.
Sabbatucci, del resto, non è, tra gli storici universitari italiani,
il solo che non sta ai detti di Vidal-Naquet. In particolare ne
abbiamo in mente un altro, che nessuno può accusare di essere di
destra e che ha, sì, bruciato il suo granello d'incenso attaccando
il revisionismo olocaustico, ma che si è segnalato per l'equilibno
di qualche sua presa di posizione e del quale apprezziamo la volontà
di non partecipare a imprese di demonizzazione. Crediamo di
comprendere che egli pensi che, per dare diritto di cittadinanza ad
una vi si on e non mitologi c a e non convenzi on ale dell a ston a
degl i scorsi decenni, occorra preliminarrnente dispiegare un'azione
di vasto respiro diretta a confortare di gran copia di esempi la
nozione della non-eccezionalità, della normalità delle revisioni,
anche eclatanti. Senonché il respiro è, per dir così, davvero troppo
vasto e le cose sono considerate in maniera tanto indiretta da
neanche venir evocate: e dunque le implicazioni di quello che egli
scrive sfuggono del tutto, temiamo, ai più tra i suoi lettori. I
quali, magari, apprendono una lezione di metodo, senza però che ciò
scalfisca percettibilmente le loro resistenze intenori ad applicare
il metodo appreso ad un determinato ordine di questioni che
richiedono soltanto di venir studiate molto normalmente a livello
della loro materialità.
4. L'organo dei verdi ha, sotto il tit. Antisemitismo romano,
informato il suo pubblico in questi termini: "Serpeggia nuovamente
un inquietante antisemitismo a Roma e dintorni. Athos De Luca si sta
però già muovendo: al Senato i Verdi stanno predisponendo un disegno
di legge che introduca nel nostro ordinamento, in analogia a quanto
già fatto in Germania e Inghilterra, il reato nei confronti di chi
vilipendia l'Olocausto e lo sterminio a opera dei nazisti."
("Notizie verdi", a. VII, n. 1, 18 gennaio '97; corsivo nostro).
Qui, intanto, c'è qualcuno che vilipendia la lingua italiana.
Un'osservazione in margine: in Inghilterra la leggemuseruola non è
ancora in vigore; tanto meno lo era in gennaio. Ne ha preannunciata
una Tony Blair nel corso della campagna elettorale. In precedenza
l'ipotesi di una repressione legale del revisionismo aveva destato
qualche perplessità anche in seno alla comunità ebraica inglese.
Il darsi da fare del De Luca e del suo gruppo senatoriale va
collegato a tutto un atteggiamento della direzione dei verdi inteso
ad una captatio benevolentiae (specie in ambiente romano) la quale,
se il gioco riuscisse, dirotterebbe verso il Sole che ride una
manciata di voti di cui prima d'ora hanno beneficiato largamente i
pannelliani, del cui numero era in passato il De Luca stesso.
Parliamo di un atteggiamento della direzione dei verdi perché non
v'è niente di casuale nella presa di posizione del portavoce,
Manconi, di cui alla sua lettera apparsa nel "Corriere della Sera"
dell'l 11 luglio, lettera che verte sulla delicata questione nella
quale non entriamo in quanto non avente rapporto con il tema di cui
ci stiamo occupando se nella circoncisione maschile, messa
tangenzialmente in causa in un'interrogazione presentata da due
senatori leghisti con il chiaro scopo di creare imbarazzo al
governo, sia ravvisabile o meno una lesione dell'integrità fisica
della persona, così come sono considerate, e sono, lesioni di tal
natura le orribili pratiche della circoncisione femminile e dell'infibulazione,
pratiche presenti nella tradizione di talune componenti
dell'immigrazione extracomunitana.
5. E' solo per massiccia ignoranza, per inammissibile leggerezza o
per pura e semplice disonestà che i revisionisti vengono
correntemente tacciati di sostenere una tesi la cui assurdità è
palese, la tesi dell'inesistenza dei campi di concentramento
tedeschi. Tra i cento esempi che potremmo recare di formulazione di
questa stoltissima accusa l'ultimo in ordine di tempo è quello
offertoci da "Mosaico di pace", riv. mens. promossa da Pax Christi,
aprile '97, p.12 (Francesco Comina - Cornelia Dell'Eva). Vale la
pena di ricordare che il revisionismo olocaustico ha preso le mosse
propno dall'analisi dell'istituzione concentrazionaria "normale"
nella sua realizzazione nazista e che questa analisi, mettendo in
ìuce i meccanismi sociali e sociologici dei processi selettivi ai
quali era sottoposta, con conseguenze dramrnatiche, la gran massa
dei detenuti, poneva il problema se i campi detti nel dopoguerra di
sterminio avessero davvero avuto finalità di sterminio.
6. Pare un destino: quando sono quelle della demografia ebraica le
cifre si mettono a ballare, anche quando si riferiscono alla
consistenza presente di singole comunità. Nella "Repubblica" dell'8
ottobre '96 Furio Colombo se la prendeva con la nozione di lobby
ebraica (non è il solo: di recente anche il presidente della Camera
ha ammonito che si comincia col parlare di lobby ebraica e si
finisce con Auschwitz) e con l'uso che di tale categona era stato
fatto incidentalmente da alcuni media in quel torno di tempo.
L'articolo merita di venir letto per intero: è una vera e propria
manifestazione di disistima nella capacità di discernimento del
pubblico cui era diretto. A questo pubblico il biancocrinito
ciarlatano, ammannendo la favola di un ebraismo statunitense il cui
peso sociale e politico sarebbe all'incirca quello di una piuma, si
rivolgeva con ragionamentini da asilo infantile o da ricreatorio
parrocchiale. E ricorreva all'argomento di una marginalità sancita e
garantita dai numeri stessi: "Ebrei degli Stati Uniti? Tre milioni
(3). Popolazione USA? Duecentossantotto milioni" (corsivo nostro).
Ecco fatti sparire d'incanto almeno altri tre milioni di ebrei. E si
noti il delizioso dettaglio del numero dato prima in lettere e poi
in cifra. -- Non stiamo neppure ad entrare nel merito di questo
pseudoargomento, con il quale si vorrebbe liquidare la fondatezza di
un insieme di constatazioni che sono alla portata di tutti e che
nell'82 Baget Bozzo sintetizzò felicemente quando, proprio sulle
pagine di "Repubblica", rilevò che l'America non è in Israele,
mentre Israele è in America.
7. A proposito di quel clima sarebbero parecchie le cose da dire.
Non è questo il luogo per farlo. Non bisogna sottovalutare, d'altra
parte, la capacità dell'opinione pubblica di afferTare per conto
proprio, ad onta della manipolazione cui è sottoposta di continuo,
I'essenziale della faccenda: non tutto l'essenziale, è vero, ma
buona parte sì. Del che si è manifestata consapevole la signora Zevi,
i cui interventi sono stati informati all'idea che occorresse,
almeno nella forma, disebreizzare per quanto possibile la questione.
C'è da chiedersi se si siano mossi completamente all'unisono con lei
altri esponenti del suo ambiente. Le parole di Riccardo Pacifici,
che ha carica comunitaria di consigliere (anzi, ora è
vicepresidente) e che ha "guidato la rivolta" (cioè la gazzarra
successiva alla sentenza del 1· agosto '96) e ha "condotto la
trattativa" (ma chi ha autorizzato la trattativa aveva il potere di
farlo?), sono state raccolte dall'"Unità" del 3 agosto. A seguito
della "rivolta", dunque, "gli stessi giudici, I'avvocato difensore e
lo stesso Priebke sono diventati ostaggio della folla inferocita,
che aveva deciso di barricarsi in quel corridoio". Il Pacifici,
allora, va a parlare con il presidente Quistelli "in rappresentanza
della folla che aveva deciso di passare nel tribunale tutta la notte
e di restare lì finché non si fosse ottenuto qualcosa" (a far
ottenere qualcosa ci penserà poi il ministro della giustizia in
persona, validamente coadiuvato dal sottosegretario alla Difesa
Brutti). Quistelli invita il Pacifici a "far qualcosa per mandare
via la gente, altrimenti [--dice--l dovete assumervi la
responsabilità delle conseguenze " (ecco uno che non ha mangiato la
foglia). Cosa risponde il Pacifici? "Ho detto che avrei accettato di
far sgomberare se me lo avesse chiesto il mio rabbino". Il resto non
interessa. Domanda: chi spiegherà mai a questo Pacifici, visto che
né Flick né Brutti glielo hanno spiegato, che per strana che la cosa
gli possa parere in questo paese, che è anche il suo e che
desideriamo rimanga anche il suo, il sistema costituzionale non
prevede in nessuna maniera che le leggi vigenti e le disposizioni
emanate in applicazione delle stesse siano soggette all'exequatur
del suo rabbino?
8. Non ci si può esimere dal rilevare con quanta frequenza, una
volta emesso il verdetto subito svuotato di effetti pratici con
manovra azzeccagarbugliesca, e poi cassato, si è sentita in bocca di
fior di personaggi, ed enunciata come cosa ovvi a, la con
siderazione che quello militare non era "il tribunale adatto". Il
tribunale adatto? Stiamo scherzando? Ma i nostri "uomini d'ordine"
la genìa che oggi occupa per intero la scena hanno un qualche
sospetto, un sospetto anche vago, di che cosa sia il giudice
naturale? La loro nozione di "Stato di diritto" è dunque tale da far
credere loro seriamente che si possa, caso per caso, scegliere tra i
vari tribunali presenti sulla piazza quello che dà maggiori garanzie
di pronunciare la sentenza che toma gradita a lorsignori? Se verrà
varata, come ci sembra probabile, la leggemuseruola contro i
revisionisti, ne vedremo delle belle.
9. Circa i rechercheurs salariés si veda l'appendice, p. 38 s.
10. W. D. Rubinstein, in "National Review", 21 giugno 1979, p. 639,
cit. da R. Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent
de falsifier l'Histoire. La question des chambres à gaz, La Vieille
Taupe, 1980, p. 268. -- Del sociologo australiano si leggerà
utilmente La sinistra, la destra e gli ebrei, tr. it., Il Mulino,
1994, libro che si raccomanda per la nettezza del linguaggio, esente
da quell'ipocnsia che si direbbe di prammatica nella letteratura
sionista ad uso dei gentili.
11. ... quel colore della pelle al quale, come a semplice livrea
climatica comune a ceppi razziali differenti, annetteva così poca
importanza Vacher de Lapouge, autore ignoto ai più, e, tra i più, a
George Mosse, il cui libro sulla storia delle ideologie razzistiche
in Europa non può essere considerato se non di livello mode stamente
dilettanti stic o (c iò c he non ha impedito che la Laterza ne
pubblicasse due edizioni). Vedi, di V. de L., Les Sélections
sociales, Fontemoing, Paris, 1896, pp. 128-33. -- Per
l'intelligibilità del richiamo che si fa alla scarsa importanza da
lui annessa al colore della pelle (e di quello all'ignoranza del
Mosse), preciseremo che Georges Vacher de Lapouge (1854-1936) la cui
opera antroposociologica (i tratti fondamentali della quale egli
enunciò ed elaborò al tempo in cui militava nel Parti ouvrier
francais, il partito di Guesde e Lafargue) non è suscettibile di
venire liquidata come puramente ideologica fu il maggior
teorizzatore della superiorità dell'Homo Europaeus, il
dolicocefalo-biondo-occhiceruleo originario del Nord del continente.
Rettifica
Ciò che pensavamo di ricordare di una remota lettura de Il razzismo
in Europa. Dalle origini all'olocausto, di G. L. Mosse (Laterza,
1985), ci ha procurato un infortunio che è indispensabile segnalare
al lettore: a quello, almeno, del presente estratto, perché,
purtroppo, ci è impossibile estendere la segnalazione a quello de Il
caso Faurisson e il revisionismo olocaustico. L'infortunio consiste
nel fatto che un falso ricordo ci ha indotti a dichiarare ignoto al
Mosse il nome stesso di Vacher de Lapouge (p. 43, nota 11).
Un controllo, ahinoi, fuori tempo massimo ci fa toccare con mano
che, al contrario di quanto avevamo troppo leggermente affermato, al
Mosse il nome del Lapouge, per essere noto, era noto (cap. IV, pp.
59-70): non molto più che il nome, dato che le pagine dedicate all'antroposociologo
francese formicolano di fraintendimenti, di errori, di vere e
proprie invenzioni. Al punto, aggiungiamo, da lasciar pensare che
l'autore statunitense ne abbia scritto con il corredo di una
conoscenza alla quale ci sembra da preferire la pura e semplice
ignoranza; e così dev'esserci sembrato anche tanti anni orsono: e da
qui il falso ricordo. Se si renderà necessario, torneremo
sull'argomento.
12. In tema di influenza. Di recente la Mursia ha ritirato dal
commercio un libro, opera di un cattolico conservatore, che aveva
suscitato alti lai negli ambienti rappresentativi dell'ebraismo in
Italia: Gli Ebrei e la Chiesa, 1933 - 1945, del sac. Vitaliano
Mattioli, 1997; vedi il "Corriere della Sera", 16 luglio (Michele
Brambilla). Questa la spiegazione ufficiale (la fornisce Sergio
Bollani, addetto, nella circostanza, alle relazioni esteme della
casa editrice): "Le critiche [al librol arrivano da fonti tali che
non si può pensare che non siano motivate" (ibid.). Parole non
proprio chiarissime. L'espressione critiche motivate sembra stare
per critiche fondate. E la fondatezza loro non pare evincersi dal
loro contenuto, dalle motivazioni che esse adducono. Se queste
critiche hanno validità, non è tanto in sé e per sé che l'hanno, non
è tanto per il loro argomentare stringente, quanto, piuttosto,
deriva, la loro validità, dall'autorevolezza delle fonti da cui
emanano, dall'impensabilità che fonti come quelle cui genericamente
la dichiarazione del Bollani si riferisce abbiano mai a formulare
critiche men che fondate. Il carattere motivato, fondato, di tali
critiche carattere supposto in base all'autorevolezza riconosciuta
alle loro fonti , questo carattere, dunque, a sua volta motiva il
ritiro del libro che tanto era dispiaciuto. Rimangono avvolte nel
mistero le fonti dell'autorevolezza delle fonti.
Se le cose stanno così (e come dubitarne, se è la Mursia stessa a
dire che stanno così?), allora siamo noi, noi che scriviamo, a dover
confessare che, nella nostra estraneità a certe faccende, eravamo le
mille miglia lontani dal supporre che qui da ultimo la sfera di
competenza delle banche avesse conosciuto un così straordinario
allargamento da risultarne sostanzialmente mutata la ragion d'essere
di questi istituti; da conferire a questi istituti indole preminente
di centri di riferimento nelle cose della cultura; da erigerli, più
specificamente, in autorità indiscusse in materia di studi storici.
Nulla sapendo di questa felice metamorfosi, ci fuorviava (lo
ammetteremo candidamente) un'idea superata di che cosa sia una
banca, e questa idea superata ci faceva credere che l'intervento di
una banca presso un'azienda editoriale non avesse precisamente la
natura di un intervento culturale e che, anzi, fosse proprio questo
ad assicurare all'intervento quell'efficacia di cui il caso del
libro del Mattioli offre l'illustrazione. Piacevolmente sorpresi,
prendiamo atto del nostro errore. Ci nmane, nondimeno, una
curiosità: ma le banche si occupano ancora di danaro?
Quanto al libro in questione, il caso ce ne ha messo tra le mani una
copia. Non sapremmo dire se questo studio possa in tutti i suoi
aspetti venire considerato tipico della cultura del cattolicesimo
conservatore; se lo fosse, bisognerebbe formarsi un'idea ben modesta
di questa cultura. La trasandatezza, che pure è sorprendentemente
accentuata, della scrittura è ancora l'inconveniente minore. La
conoscenza della bibliografia è assai lacunosa per ciò che ha
rapporto con vari elementi del quadro generale in cui si colloca la
questione; il più spesso è superficiale la trattazione dei singoli
punti "accessori". Testi cui non può accordarsi alcun credito
figurano come fonti. Sullo sfondo ma non tanto sullo sfondo
campeggia una concezione banalmente cospirazionistica della stona:
sempre la stessa! dall'abate Barruel in poi. Date le premesse, è
pressoché inevitabile che l'antigiudaismo del Mattioli, che è quello
di sempre della chiesa preconciliare, veicoli contenuti del cui
carattere antisemitico o, in altri casi, della cui prossimità all 'anti
semiti smo non pare rendersi conto l'autore, che non si con s i dera
antisemita e che probabilmente non lo è.
Detto questo, e constatato che la sopravvenuta indisponibilità del
libro non è in nessun modo di nocumento agli studi, bisogna
aggiungere che quelle che vanno segnalate, e lo abbiamo fatto, sono
le circostanze in cui si è verificato il ritiro del libro dal
commercio e la natura delle pressioni che hanno deciso la casa
editrice a questo passo.
13. Un esempio tra i tanti, significativo perché lo traiamo non da
comportamenti della sfera comunitaria ufficiale, da comportamenti
dei rappresentanti, bensì da comportamenti dei rappresentati: la
partecipazione emotiva come a cosa concernente il proprio Stato con
la quale le elezioni israeliane del '96 sono state seguite in ambito
romano. Al l'epoca la "Repubblica" pubblicò uno o due corrispondenze
di grande suggestività.
14. Sull'eziologia dell'antisemitismo gente di sofisticata cultura
ci racconta in tutta serietà che "il complesso di Edipo è vissuto e
sperimentato dall'antisemita come un insulto narcisistico", che
l'antisemita "proietta questo insulto sull'ebreo cui staffida il
ruolo di padre", che "questa scelta dell'ebreo è determinata dal
fatto che l'ebreo è nella situazione unica di rappresentare
contemporaneamente il padre onnipotente e il padre castrato" (23o
Congresso psicoanalitico internazionale, Stoccolma, 1963). Dobbiamo
la citazione a P. B. Medawar, Difesa della scienza, Armando, 1978,
p. 66.
15. A proposito di Voltaire. Cose che all'odierno lettore italiano
nescono difficili da immaginare, da parecchio tempo sono diventate
ordinaria amministrazione in Francia, che è forse il paese in cui l'insupportable
police juive de la penseé (felice definizione coniata dalla defunta
Annie Kriegel, antirevisionista a tutta prova ed ebrea essa stessa
per nascita) imperversa più che in qualunque altro in Europa. Chi lo
crederà? Oggi Voltaire viene sottoposto a censura! E la censura è
occulta! Chi vuol leggere il Distionnaire philosophique ha a
disposizione una sedicente édition intégrale (Livre de Poche) la
quale intégrale non lo è per niente: il testo, infatti, vi è stato
espurgato alla chetichella dei passi che non vanno a genio ai cento
o duecento cólti tangheri che, con il favore di un insieme di
circostanze, si sono autodelegati all'esercizio di quell'alta
funzione di polizia. Il torto della comunità ebraica francese è
quello di lasciar fare. E' vero che le attenuanti non le mancano (e
ciò vale per tutte le comunità ebraiche d'Europa: non lo si ripeterà
mai abbastanza); tuttavia, essa lascia fare al di là di ogni
ammissibile misura. Oggi la Francia è il paese in cui il Betar (il
corpo paramilitare sionista di tradizione jabotinskijana) può fare
impunemente il buono e il cattivo tempo fin sulla soglia delle aule
di tribunale ogni volta che vi si processa un revisionista: la
gendarmeria finge di non vedere. Ed è altresì il paese in cui
nell'86 (ignoriamo se ora le cose siano cambiate, nella forma se non
nella sostanza) Francoise Fabius-Castro, consorte dell'allora primo
ministro, in un'affollata assemblea dell'associazione Socialisme [!]
et Judaisme, poteva dichiarare quanto segue: "Straordinaria novità
nel comportamento politico, la sinistra [!] ha permesso a delle
milizie ebraiche di installarsi in certi quartieri, in rue des
Rosiers a Parigi, ma anche a Tolosa, a Marsiglia, a Strasburgo.
Queste milizie hanno contatti regolari con il ministro degli Intemi"
("Le Monde", 7 marzo 1986; conferma con dettagli da parte dell'Agence
télégraphique juive, 12 marzo). Va registrato lo sbigottimento di
uno o due esponenti dell'ebraismo organizzato francese. Ma il
ministro degli Interni si guardò bene dallo smentire o dal
rettificare!
16. La definizione, cosiddetta di Bebel (ma in realtà dovuta al
deputato democratico au stri aco F. Kronawetter) dell 'antisemitismo
come "socialismo degli imbecilli", la tira fuori, anche in ciò sulla
falsariga dell'inevitabile Vidal-Naquet, tale Guido Caldiron a
proposito del revisionismo di sinistra italiano; vedi, del C.,
Liaisons romaines (titolo alludente a pretesi legami estrema
sinistra estrema destra), nel volume collettaneo Négationnistes: les
chiffonniers de l'histoire, Golias et Syllepse, 1997, pp. 179-92. Al
revisionismo di sinistra questo autore considera in qualche modo non
estranee il che è piuttosto comico le posizioni di quel professor
Burgio riguardo al quale rinviamo il lettore a quanto rilevammo in
appendice alla Menzogna di Ulisse, Graphos, p. 247 s., nota. -- Il
citato volume collettaneo si direbbe (e per certe parti sicuramente
è) una replica opposta da una cosca di antirevisionisti
all'iniziativa concretatasi nella pubblicazione di un altro vol.
collettaneo realizzato da un'altra cosca di antirevisionisti,
Libertaires et "ultragauche" contre le négationnisme, Reflex, 1996;
tra le due cosche si svolge un'aspra diatriba concemente il
ralliement all'antirevisionismo operato da un gruppetto di brillanti
nullità in fama di essere state vicine al revisionismo qualcosa come
vent'anni or sono e il cui mea culpa viene giudicato soddisfacente
dalla équipe di Libertaires, elusivo ed ambiguo da quella di
Négationnistes. Di quest'ultima fa parte (come autore di due
contributi e coautore di un terzo) un tizio che di recente (25
giugno) ha visto accolto ne "L'Humanité" un suo articoletto nel
quale, in prosecuzione della diatriba, l'infamia è spinta al punto
di abbozzare con riferimento a taluni scritti di uno che è, sì, del
gruppetto, ma che revisionista non è mai stato un amalgama tra
revisionismo olocaustico e pedofilia. Vedi Serge Thion, L'Ahuri des
poubelles, 3 luglio 1997, che riporta in extenso il fecale
articoletto.
17. E' necessario ricordare come, nonostante qualche episodica
espressione dettata soprattutto se non, addirittura, esclusivamente
dalla giusta esigenza di semplificare le cose all'estremo onde
favorirne la comprensione da parte di masse paurosamente arretrate
sotto il rapporto civile e culturale, e perciò esposte al rischio di
prestare orecchio alle suggestioni antisemitiche e pogromiste che
erano una costante della propaganda controrivoluzionaria, Lenin non
abbia mai modificato il suo convincimento circa la natura
nonnazionale dell'ebraicità. "Gli ebrei non sono una nazione",
ripeteva nel '1920 parlando con il vecchio bolscevico Simon
Dimanstein, che per molti anni ebbe una parte di primo piano nel
lavoro comunista in ambiente ebraico sovietico e che sarebbe poi
caduto vittima delle repressioni staliniane (Henri Slovès, L'Etat
juif de l'Union Sovietique, Les Presses d'aujourd'hui, Paris, 1982,
p. 66). Si noterà che questo giudizio veniva formulato in presenza
di un ebraismo che, come quello dell'ex impero zarista, era, anche
se ormai in decadimento, ancora dotato di un'unità linguistica e
psicologica sconosciuta a quello dei paesi d'Occidente.
18. Dato che qui si sfiora il tema del rapporto tra nazionalità e
Stato, v'è un punto del quale va fatta almeno menzione, e cioè che,
detto nel modo più schematico, è la nazionalità a costituire la
premessa temporale (e non solo temporale) dello Stato, non lo Stato
a costituire la premessa temporale della nazionalità. Lo Stato è poi
a sua volta un fattore di plasmazione della nazione e della
nazionalità (cose che possono venir distinte visto che a volte la
distinzione viene fatta solo a patto di tener presente che l'una non
può esistere senza l'altra). Un buon esempio del ruolo dello Stato
in tal senso lo fornisce proprio Israele, entro le cui istituzioni,
e anche per effetto di esse, si è formata una nazionalità, un
popolo, a partire da quell'entità subnazionale che sono sempre stati
gli ebrei diasporici in generale (mentre per quelli dell'impero
zarista non può escludersi che fino a buona parte dell'Ottocento
fosse loro propria la qualità di na2ione incompleta nel senso
renneriano dell'espressione, qualità che, in ogni caso, era poi
andata evaporando nei quaranta o cinquant'anni che precedettero la
Rivoluzione d'Ottobre per il decomporsi della struttura economica e
sociale nei cui interstizi gli ebrei avevano trovato per secoli la
loro nicchia ecologica). La vitalità nazionale del popolo
sviluppatosi in Israele rappresenta un problema che solo il futuro
può sciogliere; per noi è fuori discussione che, comunque sia sia
formato, questo popolo, per il fatto stesso di esistere, possiede i
normali diritti nazionali; e l'esercizio di questi dintti nessuno,
almeno nell'essenziale, contesterebbe il giorno in cui venisse meno
con tutte le conseguenze (esse sì, normalizzatrici) del caso I'egemonia
ideologica e politica esercitata sulla nazione israeliana
dall'imperialismo sionista (vedi Sionismo e Medio Oriente, Gruppo
comunista internazionalista autonomo, Milano, 1984). -- Ma, tornando
a Stato e nazionalità, il punto sopra ricordato è fondamentalissimo:
è la preesistenza della nazionalità a dare ragione dell'esistenza
dello Stato nazionale, non viceversa.
E questo punto è l'esatto contrario di ciò che si vide costretta a
sostenere Fiamma Nirenstein quando, scoppiata da qualche settimana
l'Intifada, alle obiezioni circa l'occupazione sionista della terra
palestinese che le venivano mosse nel corso di un dialogo televisivo
con un gruppo di studenti medl osò rispondere come segue: che quella
terra aveva potuto venir legittimamente occupata perché un loro
Stato i palestinesi non ce l'avevano. Il che significava negare ai
palestinesi la qualità di popolo cioè di soggetto collettivo dotato
del diritto di possesso della terra su cui si è formato e vive da
secoli a causa dell'inesistenza di uno Stato palestinese! Posizione
tutt'altro che nuova tra i sionisti (per la Meir, ad es., Stato o
non Stato, i palestinesi non esistevano, punto e basta, mentre, a
sentire il Nobel per la pace Begin, per esistere, esistevano, però
erano "animali a due zampe"); ma posizione che ispirava una
risposta, oltre che balorda, nschiosa per chi se la permetteva:
permettendoselab infatti, la Nirenstein si metteva in condizione di
sentirsi domandare come facessero i sionisti prima della nascita di
Israele a essere, come pretendevano di essere, i rappresentanti di
un popolo, se questo asserito popolo non aveva un proprio Stato
nazionale, e dunque mancava di quello che propno lei aveva
l'imprudenza, e l'impudenza, di indicare come il prerequisito
necessario ai fini del possesso della qualità di popolo. Se la
domanda le fosse stata posta, allora si sarebbe vista questa
Nirenstein messa nell'obbligo di scegliere tra il tacere o l'espnmersi
lei, a quel tempo (o. se non a quel tempo, di lì a non molto)
direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Tel Aviv, e quindi
funzionaria dello Stato italiano in termini tali da non consentire
dubbi quanto alla iattanza sciovinistica e alla protervia razzistica
dell'identitarismo sionista e della sua pretesa di prescrivere al
mondo intero l'adozione di un intollerabile sistema di due pesi e
due misure.
Qualche anno più tardi la direttrice dell'Istituto italiano di
cultura di Tel Aviv doveva sermoneggiare i suoi concittadini legali
di allora in seguito essa si è trasferita in Israele sul pencolo che
tra loro prendesse piede la figura del "razzista democratico"!
(Vedi, di lei, Il razzista democratico, Mondadori, 1990; in
sovracoperta, sotto il titolo, queste parole d'oro: "Il razzista è
sempre l'altro. Ma se fossi razzista anch'io?": dubbio salutare, dal
quale, evidentemente ma anche incomprensibilmente, I'autrice non si
sentiva toccata.)
[49]
Appendice
Un rechercheur salarié contro il revisionismo di sinistra
Se l'attenzione con cui li si legge non oltrepassa il livello che
permette tutt'al più di formarsi un'idea generale, o, piuttosto,
un'impressione di ciò che scrivono, se non si adoperano quattr'occhi,
e ben aperti, i rechercheurs salariés (1) passeranno per gente di
ineccepibile scrupolosità. Per pagine e pagine non c'è, nei loro
lavori, affermazione, anche secondaria, anche ovvia, che non sia
confortata da un puntuale richiamo alle fonti. Ma poi, com'è, come
non è, ecco che ti imbatti in ciò che non ti aspettavi, e che non ti
aspettavi perché un'acribia così ostentata pareva escludere ogni
eventualità del genere: ti accorgi che il richiamo alle fonti è
assente precisamente là dove sarebbe più necessario trovarlo. Un
Pier Paolo Poggio, ad esempio, ha sentenziato -- senza che nulla di
quello che aveva detto in precedenza e di quello che avrebbe detto
in prosieguo giustificasse anche solo alla lontana un'asserzione
siffatta -- che "non c'è un unico caso in cui ci sia stata la
capacità, da parte di chi si proclama apertamente revisionista sulla
questione delle camere a gas e della realtà effettuale del
genocidio, di resistere ad uno slittamento progressivo sulle
posizioni della destra, più o meno estrema" ("Marxismo [sicl oggi",
ott.dic. '95): ebbene il lettore cercherà invano la menzione di una
fonte qualsiasi, di una circostanza qualsiasi, che renda plausibile
quella che è enunciata con la categoricità di una constatazione
palmare. Invece, niente di niente. Stesso discorso per Francesco
Germinario, sodale del Poggio in antirevisionismo e
nell'appartenenza alla Fondazione Micheletti, presso la quale il
secondo è, appunto, ricercatore. Di revisionismo negli ultimi tre
anni
[50]
questo Germinario ha scritto. purtroppo. in svariate riviste (ne
"L'Utopia concreta", in "Marxismo [sicl oggi", nei "Quaderni
bresciani" forse ne dimentichiamo qualcuna). Cose su cui non mette
conto fermarsi. Ora è il quadrimestrale "Giano" ad ospitare nel n.
24 (2), aprile '97. pp 117-37 -- in un dossier dal titolo abbastanza
singolare. che si direbbe tradire il sospetto che fino ad oggi la
storioglafia ortodossa abbia trattato la cosidetta Shoà altrimenti
che come un evento storico: Storicizzare l'"Olocausto" , un lavoro
che prende ad argomento il revisionismo in Italia e un paragrafo del
quale è dedicato al revisionismo di sinistma. Ottantasette note non
sono poche da far seguire a quindici pagine e mezza di testo, e
parecchie di queste note sono più che semplici rinvii a fonti
Eppure, anche qui si ripropone il sorprendente fenomeno del nessun
rinvio ad una fonte o ad una circostanza qualunque proprio là dove
trovare un riferimento, e possibilmente dettagliato,
corrisponderebbe alle più naturali aspettative sia di chi viene
messo in causa. sia dello stesso lettore di "Giano": perché. alla
fin fine, si deve presumere che un lettore pur incline, come dev'esserlo
quello di "Giallo", ad un comune pensare e sentire, quanto meno in
fatto di revisionismo, con il Germinario non percio rinunci alla
propria autonomia di giudizio, e sia, dunque, desideroso di vedere
adeguatamente giustificati i rilievi più gravi.
Con tutta evidenza, le citazioni che dovrebbero esserci e invece non
ci sono, non ci sono perché i valentuomini non hanno un bel niente
da citare. L'eclissi cul soggiace lo scrupolo dell'affermazione
debitamente documentata è, dunque, un'eclissi forzosa. Fissato
questo, ci si può domandare cosa mai li induca ad affermazioni a
sostegno delle quali essi per primi sanno bene di non essere in
grado di recare elemento alcuno.
La risposta va cercata nello sbilenco edif1cio a pretese
argomentative tirato su da Vidal-Naquet in funzione
antirevisionistica e in quell'immagine del revisionismo che
costituisce la pietra angolare dell'edificio medesimo:
quell'immagine che il guru transalpino mette in circolazione
all'ingrosso e al dettaglio da poco meno di vent'anni e che tanto
più facilmente viene accolta quanto più coincide con quella che si
forma spontanea, avendovi il proprio terreno di cultura, nella testa
di gente la quale vive nella persuasione di "essere di sinistra". E'
con l'antirevisionismo del guru, infatti, che i Germinario e Poggio
sono in sintonia, piuttosto che con quello (peraltro convergente a
tutti gli effetti
[51]
con il primo) dei Klarsfeld. Lanzmann e Wiesel, ad esclusiva
ispirazione sionistica e scopertamente giudeocentrico. Non fu per
caso che, posto di fronte alle perspicue e dettagliate contestazioni
che gli erano state mosse da Carlo Mattogno, il quale, da quel
conoscitore che è della materia, entrava nel merito di quelle
questioni attinenti al tema olocaustico e soprattutto alla critica
revisionistica su cui in precedenza il Germinario aveva
allegramente, ma non innocentemente, spropositato, questi, nella
stringente necessità di opporre una fìn de non recevoir, si appellò
alla con segna di Vidal-Naquet, la quale cadeva a puntino per la
funzione alibistica che era chiamata a svolgere ("Marxismo [sic]
oggi". n. 3, sett.dic. '96). Ora, questa consegna, anziché far perno
sul revisionismo, fa perno sui revisionisti: non si discute, dice
l'antichista, con i revisionisti, si discute, tra antirevisionisti,
sui revisionisti. Il precetto presuppone e sottende quella che il
gros bonnet vorrebbe accreditare come una verità evidente di per sé,
non bisognosa, dunque, di dimostrazioni: una verità apodittica: e
questa pretesa verità apodittica si sostanzia in un'affermazione che
concerne la natura del revisionismo. -- Quando ci si sarà chiariti
su questa pietra angolare dello sbilenco edificio si comprenderà
anche perché i giovani di studlo del gros bonnet, passando dal
generale allo specifico, siano. anche loro, recisi nell'affermare
ciò che, al pari di lui, sono nell'impossibilità di provare: del
che, poi, sono consapevoli quanto lo è lui.
Com'è noto, per Vidal-Naquet e consorti i revisionisti altro non
sarebbero che una "piccola banda abietta" dedita ad un'assidua opera
di imbellettamento delle sembianze del regime hitleriano (e
puntualmente il Germinario il suo lavoro lo intitola Le ciprie di
Auschwitz ): scopo di quest'opera: la riabilitazione storica.
politica, morale del regime nazista. Il perseguimento di questo
scopo comporterebbe un vero e proprio sovvertimento della storia di
appena ieri in ciò che essa avrebbe di più sicuro e meno
controvertibile: lo sterminio di un numero variabile di milioni di
ebrei, sterminio che, per essere stato sistematico, avrebbe
corrisposto ad un piano (o all'equivalente di un piano) e
rimanderebbe o ad una volontà unitaria o a più volontà convergenti.
Esso sarebbe stato attuato soprattutto a mezzo di uno strumento
caratteristico, quei giganteschi "mattatoi chimici" (Faurisson) che
sarebbero state le camere a gas. -- Invitando a rifiutare il
dibattito con i revisionisti e a discutere, invece, su di loro,
Vidal-Naquet tende a due obiettivi. Da un lato vuole estromettere
dal campo delle possibllità ogni confronto, perché a seguito di un
confronto le ragiom su cui i revisionisti fanno poggiare le loro
conclusioni giungerebbero, e non deformate, a piena conoscenza del
pubblico, lo scetticismo dilaghereb-
[52]
be e gli effetti ne riuscirebbero disastrosi per il mito
olocaustico, il quale inevitabilmente finirebbe per apparire per
quello che è: un mito. Dall'altro lato, e sempre in funzione della
sopravvivenza del mito, egli vuol far passare l'idea che discutendo
tra antirevisionisti si capisce sui revisionisti (ai quali trova
comodo prestare quell'uniformità ideologlca che a essi, disomogenei
ideologicamente come invece in realtà sono, non compete affatto) si
discuterà il revixionismo stesso, e lo si discuterà nell'unica
maniera in cui esso è suscettibile di venir discusso ossia ecco la
pretesa verità apodittica che da poco meno di vent'anni il guru si
industria di inchiodare nei cervelli come un puro e semplice
prodotto ideologico integrante una falsificazione totale della
storia, come il parto di certe teste politicamente motivate a
partorirlo, e politicamente motivate a partorirlo perché si tratta
delle teste di un certo numero di nazisti. I dati materiali e
fattuali cui il revisionismo si richiama e che esso fa risalire a
precise indagini non avrebbero in realtà altra sorgente fuor che
quelle teste: chiunque abbia letto una sola pagina del Vidal-Naquet
antirevisionista e vi abbia riflettuto appena un po' è in grado di
rendere testimonianza del fatto che questo, e non altro, è il nucleo
centrale, l'anima stessa dell'argomentare di lui, sempre che lo si
possa definire un argomentare. Discutere sui revisionisti costaltro
può significare se non discutere delle pretese loro ideologie, degli
effetti dell'operare di queste pretese loro ideologie sulle loro
teste? Quelle teste e quelle ideologie, ecco la sorgente.
Invenzioni, insomma: il revisionismo come insieme di affermazioni
menzognere rifacentisi a risultante sedicentemente fattuali, ma in
realtà fittizie, simulate, alle quali i revisionisti vorrebbero
conferire credibilità asserendole risalenti a ricerche empiriche di
varia indole (di critica dei documenti, di fisica, di chimica, di
demografia) le quali, invece, sono anch'esse simulate una messa in
scena, il revisionismo, e nient'altro. Invenzioni, dunque, sulle
quali, sui contenuti delle quali, non ha senso, dice il guru, aprire
un discorso, mentre ha senso svolgerne uno sui revisionisti in
quanto un discorso incentrato sui revisionisti metterà in rilievo la
matrice ideologica nazista, ben s'intende del revisionismo e di
quelle fantasie malevole che i revisionisti vorrebbero far passare
per datl empmcamente accertati sul terreno dell'indagine storica e
delle molteplici discipline sussidiarie dell'indagine storica.
Questo il verbo vidalnaquettiano. L'apporto di Vidal-Naquet alla
campagna oscurantistica contro il revisionismo -- l'apporto palese,
vogliamo dire, perché poi non si è gros bonnets per nulla, e ai gros
bonnets sono accessibili sedi di intervento e opportunità di maneggi
di cui Il pubbllco quasi mai ha notizia, e, quando l'ha, l'ha
soltanto frammen-
[53]
taria o indiretta -- consiste tutto nella non particolarmente
geniale escogitazione di una formula strategica. L'esigenza che vi
sta alla base è un'esigenza di elusione: si tratta, precisamente di
eludere dei fatti, una quantità imponente di fatti portati alla luce
dalle indagini revisionistiche; e a tal fine egli suggerice una
formula la quale, mentre dà per inteso che i fatti, quei fatti, non
sarebbero tali, e non sarebbero tali perché, molto semplicemente,
inventati dalla "piccola banda abietta", farà valere una prassi che
comporterà che gli "addetti ai lavori" (cioè, in questo caso, gente
che per definizione si attiene alla versione canonica) non già
parlino di essi che sono, appunto, i contenuti empiricamente fondati
del revisionismo, i quali vengono, nella sostanza, totalmente
evacuati dal discorso: meno se ne parla e meglio è, chiaramente ,
bensì vi si rifèriscano come se, anziché fatti, fossero, lo si è
detto, prodotti ideologici, invenzioni ispirate da una data e ben
individuata ideologia. -- E con ciò, con un mediocre giochetto che
deve la propria fortuna non all'abilità del prestigiatore, ma ad uno
stato di cose che fa sì che nelI'informazione e nell'università
tutti coloro che si rendono conto che di un giochetto si tratta e
che il re è nudo si guardino bene, pour cause, dal dare a divedere
di essersene accorti con il giochetto, cioè, della fittizia
riduzione, effettuata grazie al consensus omnium, di quei contenuti,
che sono concreti e fattuali, a gratuite asserzioni informate
all'odio per gli ebrei e sgorganti da una ben precisa matrice
ideologica, e in pari tempo con il sottrarsi al confronto con i
revisionisti su quei contenuti, confronto che la ripetibilità e,
dunque, la controllabilità delle indagini da loro condotte
renderebbero decisivo, e che proprio per questo va evitato a tutti i
costi, ci si illude di liberarsi dell'incomodo: anche se oggi, a
differenza dei rechercheurs salariés e di altri giullari e
caudatari, probabilmente i Vidal-Naquet, i Bédarida ed eminenti
personaggi di pari calibro si illudono meno di quanto si illudessero
quindici o anche solo dieci anni fa. E' eloquente la circostanza che
i più avvertiti tra gli antirevisionisti si siano persuasi che
sarebbe indispensabile cambiare registro: indiretta ammissione di
quanto, soprattutto negli ultimi vent'anni, la critica revisionista
abbia scavato in lungo, in largo e in profondità, e di quanto,
perciò, sia oggi traballante una leggenda la cui sopravvivenza era
subordinata alla condizione che nessuno, mai, vi guardasse dentro
con l'inconcepibile pretesa che i conti tornassero. Per la leggenda
della donazione costantiniana, opportunamente richiamata dal Butz,
risultò esiziale che, quando i tempi furono maturi. vi guardasse
dentro il revisionista Lorenzo Valla. Anche lui era uno che voleva
che i conti tornassero: non tornavano. Ha ragioni da vendere
Vidal-Naquet quando dice che la revisione rientra nel normale
operare dello
[54]
storico. Il suo torto è di dimenticarsene quando la posta della
revisione è quella certa posta. -- E vero che, dopo Lorenzo Valla,
il papa si tenne Roma e annessi per altri quattro secoli. Il mito
dello sterminio resterà in piedi molto meno.
Il Germinario fa ormai figura di esperto italiano di cose
revisionistiche. Bisogna intendersi. Lo è, e solo in maniera assai
parziale, di letteratura revisionistica, non di revisionismo. La
differenza non è di poco momento. Ed ecco perché diciamo "solo in
maniera assai parziale": il suo indagare nel campo della letteratura
revisionistica è tutto puntato non sulla trattazione della tematica
connessa al cosiddetto olocausto trattazione che caratteristicamente
quella letteratura affronta a livello della materialità dei fatti
(non vi sono segni che il problema del preteso sterminio lo
interessi come tale e la sua informazione, piuttosto che sommaria, è
rudimentale), bensì solo su quanto in essa gli sembra affetire al
tessuto ideologico di cui il revisionismo non sarebbe che il
prolungamento, all'ambito ideologico dal quale è dato per scontato
che nasca il revisionismo olocaustico e/o nei quale si inscrivono la
recezione di esso e gli sviluppi ideologici, per l'appunto, e
politici cui la recezione dà luogo. Questo particolare taglio (esso
sì, quanto di più ideologico vi possa essere) nella conoscenza di
quella letteratura rinvia direttamente alla verità apodittica di
Vidal-Naquet in comune con il quale il nostro rechercheur ha alcuni
tratti dellaforma menti.s, come la superficialità e la carente
dimestichezza con il rigore logico (3), anzi, si identifica
immediatamente con essa, con la "verità", cioè, secondo cui il
revisionismo apparterrebbe intrinsecamente alla sf`era ideologica e
in essa si risolverebbe per intero e senza residui: le famose
invenzioni, insomma. E' molto dubbio, tutto sommato, che egli abbia
sentore di
[55]
quanto il mito vacilli. L'avesse, e avesse conoscenza dell'effettiva
portata delle acquisizioni conoscitive che lo fanno vacillare, ne
sarebbe forse preoccupato, ma certo non scriverebbe diversamente da
come scrive. Infatti, per lui, come per il gros bonnet e consorti,
la leggenda ha carattere di verità politica, ed è di questa "verità"
politica che va sostenuta la collimanza con la verità storica. Il
corollario tacito di questa posizione è che, se la collimanza non
c'è, tanto peggio per la verità storica. Quella che importa è la
verità politica. E va bene. Ma al servizio di quale politica sta poi
questa pretesa verità?
Sta al servizio del più convenzionale degli antifascismi. "Di
sinistra"? Sì, "di sinistra", se si adoperano le parole nel
significato conferito loro dall'uso corrente. Ma quanto sia
realmente di sinistra questa "sinistra" è un altro paio di maniche.
Non possiamo occuparcene ora, evidentemente. Ai nostri fini, qui,
importa questo: che quella che veglia sulla sacra fiamma del più
convenzionale degli antifascismi è una "sinistra" agli occhi della
quale, stringi stringi, un nazismo che conservasse in pieno la sua
indole di dittatura del grande capitale (e relative misure di stampo
socialdemocratico, misure consentite dalla massiccia presenza del
Made in Germany sul mercato mondiale e imposte dalla duplice
necessità di rinvigorire la domanda interna e di assicurare al
regime, al di là della pace sociale coatta, quel consenso di massa
che la coazione non poteva assicurargli), un nazismo che conservasse
perciò tutti i suoi caratteri socialmente, politicamente,
culturalmente e
[56]
moralmente regressivi, ma al tempo stesso venisse spogliato delle
sue stigmate di più efferata inumanità a seguito di una riconosciuta
insussistenza della più schiacciante tra le accuse che gli vengono
rivolte un nazismo siffatto, privato di quella che non rammentiamo
quale testa d'uovo nostrana definì la sua sostanza sterministica,
non sarebbe più veramente nazismo: a tal punto lo sterminio degli
ebrei viene percepito come elemento costitutivo dell'identità
storica del nazismo, che la natura nazista del regime hitleriano
garantisce da sola agli occhi di questa gente la storicità dello
sterminio. E se mai si dovesse ammettere che vi è stata, sì, una
vergognosa persecuzione antisemita, ma che essa non è sfociata in un
tentativo di soppressione dell'intera etnia, il nazismo, appunto,
non sarebbe nazismo, e allora per costoro crollerebbe il mondo.
Come ha messo in risalto Pierre Guillaume scrivendo di Pressac (che
ora non è più tanto in auge, ma che solo due o tre anni fa veniva
indicato come colui che aveva inferto un colpo mortale al
revisionismo), anche a destra c'è gente che sente e pensa al
medesimo modo. Ma nella cosiddetta sinistra è la regola; e questa
regola è tutt'uno con l'accoglimento del postulato che stravolge il
secondo conflitto mondiale di cui si fa passare in secondo o terzo o
decimo piano la fondamentale natura interimperialistica in scontro
tra civiltà e barbarie, e l'esito di questo scontro in
provvidenziale vittoria del Bene sul Male assoluto.
I trionfatori del '45 e i loro eredi non potevano e non possono
desiderare di più quanto ad interiorizzazione dell'impostura di cui
hanno fatto serto alla loro crociata del '39-45 e che per almeno
mezzo secolo ha dato loro titolo anche morale alla supremazia
planetaria. Quanto addentro siano penetrate le radici dell'impostura
lo dice l'antirevisionismo di un Vidal-Naquet proprio perché esso
non è quello a fisionomia tribale di Klarsfeld e compagnia. E lo
dice
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