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STORIA E
BATTAGLIE
Per non dimenticare niente Atrocità comuniste
del 1944-45
Il giorno (dopo) la memoria
Piperno, uno scrittore ebreo romano con i brutto vizio di dire certe
verità scomode ( gliela faranno pagare) ha detto al Corriere della
Sera che il giorno della memoria è un’operazione conformista. Gli ha
risposto immediatamente un certo Montefoschi o Montefiori, uno
insomma uno della premiata orchestra Paolo Mieli- Alain Elkann che
gestisce l’ex giornale di Milano, dandogli del pazzo delirante. Guai
a criticare quella che sta diventando una nuova religione.
Il cosiddetto giorno della memoria cadeva ieri e ricorda la
persecuzione degli ebrei nel secondo conflitto mondiale concluso
sessant’anni orsono.
In realtà il giorno della memoria dura tutto l’anno, in crescendo
netto da sessant’anni e ora sta diventando ossessivo , un lavaggio
del cervello che parte dall’infanzia e vi segue per tutta la vita.
Un fenomeno unico nella storia dell’uomo. Ora da che mondo è mondo
vi sono state guerre e stermini. Gli indiani delle americhe sono
stati vittime del più grande genocidio della storia moderna, sono
stati assassinati deliberatamente per rubare loro non solo le terre
ma anche l’anima. I padri pellegrini, fra i primi arrivati nel nuovo
mondo e delinquenti emeriti pur se armati di Bibbia, diffusero
appositamente il vaiolo per sterminare alcune tribù indiane. Gli
Stati Uniti, uno dei paesi più ipocriti della terra , popolati dai
reietti dell’Europa, si sono immensamente arricchiti dopo aver
cancellato 18 milioni di indigeni che avevano una civiltà moralmente
superiore e infinitamente più in sintonia con le leggi delle natura
di quelle dei loro carnefici.
La storia del loro martirio è volutamente poco nota e pochi bambini
sanno che il “leggendario” Buffalo Bill era un criminale che aveva
il preciso compito di uccidere tutti i bufali della prateria per far
morire di fame gli indiani.
Per loro non ci sono giornate della memoria e meno che mai i
cospicui risarcimenti che hanno ricevuto gli ebrei. Ma dei crimini
volutamente dimenticati e ignorati di cui nessuno parla e al cui
ricordo non c’è Hollywood a sfornare film i serie, non ci sono musei
né speciali viaggi scolastici, diamo una breve sintesi nel testo
l’altra memori ( ciccare) che presentiamo.
Qui ci preme sottolineare un punto e una domanda.
Il punto è : il ricordo della persecuzione antiebraica in Europa è
diventato la prima religione.
L’unica religione dopo il medioevo la cui contestazione ( per
assurda che sia, questo non c’entra) prevede la gogna del reietto,
la sua rovina sociale ed economica, fino a alla carcerazione.
Il solo avere “dei dubbi” sui taluni dogmi della nuova religione
conduce diritto in carcere e in certi paesi europei fino a 10 anni
di galera.
E questo in un’epoca storica dove in Europa tutti i valori, dalla
famiglia alla patria, dall’onore al coraggio sono sovvertiti e
vilipesi, dove si possono beffeggiare tutte la altre religioni
cristianesimo compreso, dove sostenere che i cardinali sono tutti
sospetti pedofili vi vale in plauso di certa intellighenzia e un
magari un dibattito televisivo,mentre anche solo una critica
politica ( e si badi: politica) ad una delle super attive aggressive
comunità sioniste vi vale l’esecrazione mediatica e magari il
tribunale. Si può dire che Stalin – il più feroce tiranno
contemporaneo che sterminò a milioni i suoi stessi concittadini –
era un brav’uomo che agiva a fin di bene ma è vietato negare che il
nazionalsocialismo sia stato il male assoluti, anche se il male e il
bene assoluti non esistono sulla terra.
Questa religione nuova e imposta ormai raggiunge vertici
incredibili, è insegnata nella scuole, sostituisce le religioni
tradizionali , ha i suoi pellegrinaggi comandati: uno tsunami di
iniziative che aumentano di anno in anno. Siamo arrivati ai Dvd in
tutte le scuole, ai corsi universitari (1) !!
Il punto è che non si tratta di giornata della memoria , che in modo
truffaldino si è talvolta cercato di mascherare come giornata delle
memoria di tutti i crimini mentre in realtà concerne solo gli ebrei,
ma di una ricorrenza "religiosa" di importanza ormai sproposita che
da sessanta anni aumenta e diventa sempre più pervasiva.
La domanda conseguente di cui accennavamo è la conseguenza del
puntosopracitato. Ed è una domanda politica . Come è possibile che
da un punto all’altro dell’Europa, piccolo Ticino compreso, ad uno
schioccar di dita tutti i governi recepiscano gli stessi ordini? Le
famose e indecenti leggi contro la libertà d’opinione e contro il
revisionismo storico vengono approvate in un battibaleno a Berlino,
Vienna, Parigi, Roma, Berna….Leggi infinitamente più importanti per
i popoli europei sono paralizzate per anni ma questa no.
L’oligarchia immediatamente si inginocchia. Ubbidisce.
Non c’è richiesta che i sacerdoti della nuova religione presentino
che non venga subito esaudita. Senza fiatare. Se un politico si
oppone, è il caso di Le Pen, in Francia, viene distrutto, nonostante
abbia un largo seguito popolare. Uno strapotere incredibile che non
si spiega solo con l’indifferenza e diciamo pure la viltà di masse
ormai nutrite solo di deformazioni giornalistiche, propaganda e
stupidità televisive. Ormai si arriva ad imporre persino un lessico
speciale. Sino agli anni 80 si parlava di persecuzioni anti
ebraiche. Poi una trasmissione televisiva, manco a dirlo messa
insieme a Hollywood, fu intitolata Olocausto e ovviamente
distribuita capillarmente in Europa. In quell’occasione ci fu
l’unica reazione germanica del dopoguerra: non potendone più delle
denigrazioni, cui seguvanp puntualmente nuove richieste di
risarcimente Der Spiegel – pur assolutamente asservito alle
oligarchie dominanti - pubblicò le foto agghiaccianti dei cadaveri
dei bambini uccisi dai bombardamenti di Dresda e altri dai criminali
dell’Armata rossa. Si vedevano mucchi di bambini tedeschi
accatastati. Ci fu chi ebbe il fegato di accusare i tedeschi di
“revanscismo” e Der Spiegel arrivò ignobilmente a scusarsi. Quelle
immagini furono comunque dimenticate subito ma la parola “olocausto”
fu imposta. Che cosa significa? Niente nel caso specifico, è un
termine religioso ebraico. Ma divenne d’uso comune praticamente
d’obbligo. Poi siccome si procede a fette di salame, ci fu
l’imposizione della parola “Shoà” Che nelle lingue europee significa
un bel niente e non si vede perché si debba imparare un termine
ebraico. A meno che sia obbligatorio fra poco.
Se così sarà cominceremo a leggere articoli sui giornali , tutti i
giorni sullo stesso argomento. Chi è nato sessant’anni fa dopo
l’ultimo conflitto non ha passato probabilmente un giorno della sua
vita cosciente senza sentire in qualche modo parlare degli ebrei.
Continuamente. Al cinema, alla televisione, sui giornali: se
prendete il Corriere della Sera dagli anni 50 in poi tutti i giorni
o quasi c’è un articolo sugli ebrei. Con Mieli siamo a due o tre
articoli al giorno. Sembra che il mondo intero debba dipendere dalla
situazione degli ebrei. Altro che giorno della memoria! Sarebbe già
tanto non sentirne parlare per una settimana!
E magari sentire più altre tragedie, altre oppressioni molto più
attuali.
Viene il dubbio purtroppo che la giornata della memoria serva non
tanto a ricordare che l’uomo talvolta dimentica i valori elementari
che dovrebbero guidare il sua agire anche in momenti terribili come
la guerra ( che purtroppo ,piaccia o meno agli imbecilli sedicenti
pacifisti, è nella natura delle cose e ci sarà sempre ) ma a
rappresentare un mondo manicheo con i buoni da una parte, sempre la
stessa , e i cattivi dall’altra. Viene il dubbio che i movimenti
sionisti , danneggiando gli stessi ebrei che fortunatamente sempre
più spesso trovano il coraggio di protestare e prendere le distanze
da certi caporioni estremisti e aggressivi, vogliano grazie a
notevoli mezzi finanziari e enorme influenza politica, fare una
religione dell’ “olocausto” per porsi al riparo da ogni critica. Per
evitare che uno stato come Israele, che ha violato e viola tutte le
regole internazionali, compreso l’armamento nucleare, possa essere
considerato per quelloche Bush definirebbe uno stato canaglia.
Per evitare, dichiarandosi sempre vittime e perseguitati, che
l’opinione pubblica possa legittimamente criticare , come critica
per esempio le ingerenze della Chiesa cattolica, anche l’influenza a
volte che i sionisti hanno nella vita politica e che condiziona in
modo plateale le scelte politiche di tutte le oligarchie europee.
Per fare in modo, per esempio che ci sia anche una giornata della
memoria per le sofferenze del popolo palestinese, cui è stato
strappato tutto, persino la sua storia, e che si vorrebbe facesse
ancora concessioni a chi naviga nell’oro.
E per chi volesse avere un’idea invece degli orrori che si è voluto
dimenticare, pubblichiamo di seguito alcune agghiaccianti
testimonianze sull’olocausto di milioni di tedeschi tra cui donne,
bambini e prigionieri di guerra.
I crimini che è vietato ricordare…
La memoria sembra valere oggi solo per le vittime ebree dell’ultimo
conflitto . Una memoria che rasenta la costrizione , pervasiva,
capillare,. Martellante. Su citano eventualmente altre vittime (
zingari o altri, purchè dei tedeschi) solo per inciso, una specie di
contentino per non fare apparire quella che ufficialmente dovrebbe
essere un ricordo per tutte le vittime, per quello che realmente è,
un’esaltazione a senso unico, per 60 anni, delle sole vittime ebree.
Di apocalittica dimensione, fu la tragedia che si abbattè sulle
donne tedesche della Slesia, dove vennero considerate "bottino di
guerra" dalle truppe sovietiche conquistatrici, che ne violentarono,
stuprarono e massacrarono oltre quattro milioni. E' una pagina,
questa, sulla quale i vincitori hanno imposto per decenni il più
totale silenzio. La tragedia iniziò quando la Slesia, regione
orientale di confine della Germania, venne raggiunta e invasa dalle
truppe dell'Armata Rossa che avanzavano verso occidente. In quelle
terre martoriate non ci fu più legge umana né trattato
internazionale che potesse valere, ma solo la legge della giungla e
del terrore imposta dalle orde bolsceviche. Quattro milioni di donne
violentate: quattro milioni di storie agghiaccianti che è vietato
ricordare, delle quali esiste memoria scritta grazie alle autorità
cattoliche della Germania Orientale che, nel dopoguerra, riuscirono
a raccogliere testimonianze e documenti. Sull'argomento vennero
infatti pubblicati, negli anni '50, alcuni "libri bianchi" a cura di
monsignor Josef Perche, già vescovo di Breslavia al momento
dell'occupazione sovietica.
Fu la strage degli innocenti. Erano bambini tedeschi, ancora
abbastanza piccoli e leggeri da poter essere presi per i piedi,
roteati in aria e scagliati con la testa a fracassarsi contro le
ruote dei carri che li trasportavano. Questa fu la sorte spaventosa
di migliaia di bambini tedeschi, in fuga con le loro famiglie dalle
terre orientali della Germania verso occidente in lunghe colonne di
carri trainati da buoi. Decine di migliaia di carri, centinaia di
migliaia di donne e bambini terrorizzati, mentre gli uomini
continuavano a combattere e a morire nell'illusione di contenere
l'avanzata sovietica. Ma la marcia di queste colonne venne quasi
sempre bloccata dai comunisti polacchi che controllavano ormai, in
quelle ultime settimane di guerra, gran parte del territorio già
occupato dai tedeschi nel 1939. A quei posti di blocco furono
compiute atrocità inimmaginabili. Fucilazioni in massa dei profughi,
stupri e violenze sulle donne indifese e, soprattutto,
l'eliminazione sistematica dei bambini tedeschi perché si spegnesse
il "seme del popolo germanico". Anche su questa allucinante pagina
di storia è d'obbligo il silenzio da sessant’anni. Un silenzio rotto
solamente una decina di anni or sono da un documentato libro di
Picone Chiodo, edito dalla Mursia, intitolato "E malediranno l'ora
in cui partorirono", ma sul quale la pseudocultura politicamente
corretta ha fatto scendere un sudario tombale.
L’odissea tedesca negli anni 1944-1949 ",
Dall’ottobre 1944, partendo dalla Prussia orientale e ocidentale,
per poi estendersi alla Slesia, Boemia, Moravia, Slovacchia,
Polonia, Volinia, Ungheria, Slovenia, Croazia, Voivodina,
Transilvania, Banato e Ungheria insomma, tutta l’Europa
centro-orientale , iniziava la deportazione delle popolazioni
tedesche, che da molti secoli pacificamente vi abitavano, dai
territori progressivamente occupati dall’Armata rossa.
Quando poi, nel 1945, le ostilità cessarono, sull’esempio di quanto
era già stato iniziato negli ultimi mesi di guerra, ne venne messa
in atto la “liquidazione”: linciaggi, sevizie, massacri
indiscriminati, senza distinzione alcuni fra nazisti e antinazisti,
colpevoli e innocenti, militari e civili, uomini e donne, adulti,
vecchi e bambini. Per l’occasione vennero rimessi in funzione anche
alcuni dei lager nazisti. In uno di essi, sotto comando di un ebreo
polacco, furono compiuti gli eccidi più abbietti.
Su questa drammatica pagina della storia europea è sceso un velo di
censura : ha dimostrazione che nelle “giornate della memoria” non
sono certo sentimenti umanitari che prevalgono.
Nell'Europa centrale, queste pulizie etniche hanno fatto si che gli
stati siano diventati più omogenei che dopo la fine della Prima
guerra mondiale. Si tratta del più massiccio esodo di popolazione
che la storia europea abbia mai conosciuto. La conseguenza è, come
ha scritto Sergio Romano, che "per la prima volta nella storia
moderna dell'Europa centro-orientale i confini di uno stato
coincidono spesso con i confini linguistici e culturali di una
nazione".
Le cifre sono terribili: 16.500.000 tedeschi espulsi dai terrirori
dell’est e quasi 2.500.000 di morti per stenti, maltrattamenti,
sevizie, esecuzioni capitali. Cittadini comuni, che nulla a che
vedere avevano con il partito nazionalsocialista tedesco, “vittime”
che vanno ad aggiungersi alle “vittime” di altri popoli, ma che, a
differenza di questi, non solo sono state dimenticate, ma
vergognosamente negate.
Marco Picone Chiodo, nel 1988 ha pubblicato per i tipi di Mursia- E
malediranno l'ora in cui partorirono,Ed Mursia. Uno dei pochi libri
editi in Italia che documenta questa atroce vicenda. Un libro
sparito dalla circolazione quasi subito mentre il suo autore trovava
più salutare trasferirsi in Germania.
... Sembravano, a vederle, carovane di pionieri del Far West,
sequenze tratte da uno di quei colossali film con cui Hollywood
aveva reso familiare a tutto il mondo una pagina epica della breve
storia statunitense. Anche nel nome tedesco-olandese, Treck, come
erano chiamate, risuonava una certa affinità, ma tutto si fermava
qui. I Trecks che in quei giorni di gennaio del 1945 percorrevano la
Prussia Orientale non trasportavano esseri umani verso la "terra
felice", ma fuggiaschi che avevano abbandonato casa ed averi, lavoro
e benessere, per non cadere in mano al nemico che avanzava da
Oriente. (...)

Una colonna di profughi tedeschi
A dare il via al massiccio esodo era stato, ancora una volta, il 3°
Fronte della Russia Bianca. Il 13 gennaio, partendo dalle posizioni
su cui il fallito il tentativo d'invasione di dodici settimane prima
lo aveva ricacciato, esso aveva investito la zona di
Ebenrode-Schloßberg in coincidenza con l'attacco che, in territorio
polacco, il 2° Fronte della Russia Bianca aveva sferrato sulla Narev,
tra Pultusk e Roshansk. In un primo tempo lo scontro con
l'avversario si era rivelato più duro del previsto, e tanto
Cerniakovskij a Nord, quanto Rokosovskij a Sud non avevano potuto
registrare il successo immediato che arrideva ai loro colleghi Konev
e Zukov, ma il 16 gennaio, gettando nell'offensiva quante più forze
possibili, avevano avuto ragione, l'uno della 3ª armata corazzata,
l'altro della 2ª armata, vale a dire di due delle tre grandi unità
del gruppo Centro, che costituivano la difesa della Prussia
Orientale. Da quel momento una valanga di ferro e di fuoco, non più
contenuta, si era riversata sulla popolazione.
Come per i loro connazionali in Polonia, anche per i fuggiaschi
prussiani la salvezza aveva itinerari obbligati: per chi viveva nei
circondari a nord-est di Labiau-Wehlau, cioè tra il Pripjat' ed il
Niemen, erano Königsberg e la costa baltica del Samland; per chi
abitava nei circondari da Angerburg a Johannisburg, cioè nella zona
dei Laghi Masuri, era invece la sponda sinistra della Vistola, da
superare, nei pressi della foce, a Marienwerder o a Dirschau.
Cosicché, quando partirono, si misero ovviamente in viaggio per
raggiungere quelle località, ignari che, così facendo, andavano a
finire dritto in braccio al nemico che nelle stesse ore si trovava
pure in marcia per le medesime destinazioni. Il 3° Fronte, stabiliva
infatti il piano d'operazione sovietico, doveva conquistare
Königsberg e cacciare verso la Vistola le unità tedesche chierate
nel Nord della regione ed il 2° Fronte, da parte sua, doveva
penetrare da Sud in Prussia e puntare al Baltico, a Elbing. In tal
modo le truppe vinte da Cerniakovskij sarebbero finite nella rete
tesa da Rokosovskij e l'intera regione sarebbe diventata un sacco
senza uscita. (...)
Braunsberg fu abbandonata il 20 marzo e Heiligenbeil il 24. La sacca
della 4ª armata scompariva quando cinque giorni dopo gli ultimi
2.530 soldati tedeschi evacuavano la penisoletta di Balga. Ma la
lotta non cessò: ci si batteva ancora sul cordone litoraneo, nel
Samland, a Königsberg
L’ultimo contrattacco tedesco
L'assedio rodeva Königsberg come un male incurabile distrugge un
corpo debilitato, lentamente e progressivamente: i giorni della sua
relativa sopportabilità erano tramontati e viveri e medicinali e
tutto quello che assicura l'esistenza di una città di 100.000
abitanti cominciavano a fare pauroso difetto. Pure le armi e le
munizioni, e per sopperirvi nelle falegnamerie della città si
costruivano mine in legno, nelle fabbriche granate e altri ordigni
bellici. Vecchi pozzi erano stati riscoperti e rimessi in
efficienza, ognuno si organizzava per resistere il meglio possibile.
Al comando militare della città era tuttavia chiaro che solo una
massiccia evacuazione dei civili presenti poteva riequilibrare le
risorse esistenti e risparmiare oltretutto inutili sacrifici di vite
umane. All'uopo occorreva forzare l'accerchiamento e ripristinare il
contatto con la fascia costiera tenuta dal distaccamento dell'armata
Samland, costituito dopo i movimenti di truppa del 9 febbraio. Un
compito arduo, tenuto conto del rapporto di forze tra i due
avversari e della incontrastabile mobilità delle forze sovietiche,
che il generale Lasch decise comunque di affrontare il 19 febbraio.
Alle 5,15 di quel giorno, coperti da una fitta oscurità, i reparti
destinati all'azione si lanciarono di gran corsa sulle posizioni
nemiche, superarono gli avamposti e due ore dopo dominavano, in una
larghezza di alcuni chilometri, l'epicentro dello schieramento
sovietico. La lotta si protrasse violenta per tutta la giornata in
una successione di scontri corpo a corpo, nella progressiva
distruzione, con l'abile impiego del loro armamento leggero, dei
mezzi bellici doviziosamente distribuiti per tutto il territorio, e
proseguì l'indomani con pari veemenza, finché, appoggiati pure dagli
assalti delle unità del Samland, gli attaccanti ebbero ragione del
sovietico e ristabilirono il collegamento tra la città natale di
Emmanuel Kant [Königsberg; ndr] e Pillau. Erano sfiniti: c'erano
reparti di giovanissimi della Hitlerjugend che avevano marciato per
50 km ininterrottamente, sempre combattendo, senza chiudere occhio
per due giorni interi. Ma tutti, se fosse stato necessario,
avrebbero continuato a combattere stimolati dagli orrori che avevano
visto nei villaggi riconquistati: donne, spesso più donne legate
assieme, con ancora la corda al collo con la quale erano state
strozzate; donne con la testa infilata nella mota delle tombe e in
una concimaia, con chiari segni di bestiali trattamenti al basso
ventre; animali uccisi, abitazioni saccheggiate: apparecchi radio,
macchine per cucire, aspirapolvere, biciclette, oggetti sanitari,
letti, poltrone, vasellame, ammassati, pronti per essere caricati
lungo la linea ferroviaria. Nei giorni seguenti decine di migliaia
di cittadini si incamminarono, attraverso il varco aperto tra le
fila sovietiche, per Pillau, ma non tutti la raggiunsero: alcune
migliaia, demoralizzati dal freddo intenso e dalla fame, impauriti
dall'incognita di un viaggio per mare, tornarono a rinchiudersi
nella città. Persero l'ultima occasione di sfuggire agli orrori di
un assedio che sarebbe durato sino al 9 aprile 1945 (...)
Un anno e mezzo dopo le decisioni di Potsdam, il 1° aprile 1947, un
modesto trasporto con circa 50 persone lasciò Königsberg e,
strettamente sorvegliato all'interno ed all'esterno dei vagoni,
prese la direzione di Preußisch-Eylau-Stettin. Lo seguirono altri
convogli ed in tutto, a fine giugno, 2.300 tedeschi avevano lasciato
per sempre la Prussia Orientale. Poi tutto si fermò. Senza fretta,
con burocratica pignoleria, i sovietici si organizzarono, lasciarono
passare quattro mesi e, a fine ottobre, con azione in grande stile,
sgomberarono integralmente il territorio dei suoi vecchi abitanti.
Così la più grande azione di trasferimento di popolo che l'Europa
avesse mai visto prese il suo pieno sviluppo. Scomparvero i tedeschi
dalle città e dalle campagne, dal Baltico al Danubio, e poi
scomparvero i Lager per la liberazione degli internati ...
Quel giorno, Ludek Pachmann, campione ceco di scacchi, si trovò a
passare per le vie e le piazze cittadine e con fatica riuscì a
dominare l'orrore che provava. Ai lampioni, appesi per i piedi, vide
ardere uomini in divisa, mentre dalle case venivano trascinati fuori
civili e condotti, con impietosi maltrattamenti e schiamazzi, nelle
prigioni o nei Lager improvvisati in scuole, cinematografi,
seminterrati. All'imbocco della Wassergasse si trovò davanti tre
salme nude, mutilate sino all'irriconoscibile, i denti totalmente
sradicati con bastonate, la bocca null'altro che un foro
sanguinolento. Infilò la Stefangasse e incontrò alcuni tedeschi che
trascinavano fuori i corpi inanimati di loro connazionali. "To jacu
prece vasi bratri ted'je polibetjeo!" (Sono ben vostri fratelli,
baciateli!) ordinava loro la Revolucni Garda. E loro si chinavano e,
comprimendo le labbra, baciavano quei morti. Pachmann non ebbe il
coraggio di proseguire e fuggì da quello spettacolo dove anche
vecchi, donne, bambini venivano mutilati, bastonati a morte,
violentati, mentre Radio Praga non cessava di incitare: "Uccidete,
uccidete i tedeschi ovunque li incontrate. Non abbiate riguardo per
bambini, donne, vecchi. Estirpateli alla radice". [...] Nella città,
frattanto, la Revolucni Garda ed il popolo, sia uomini che donne,
garantiti dalla definitiva scomparsa delle forze tedesche,
infierivano sugli 80.000 loro concittadini tedeschi: invasero gli
ospedali e bastonarono, strozzarono, evirarono, affogarono nei
lavandini i feriti, trascinarono in strada per farli calpestare dai
soldati a cavallo gli infermi, facendosi beffe degli emblemi della
Croce Rossa che spiccava sui fabbricati a loro protezione. Non
risparmiarono neppure i loro connazionali sospetti. A
Praga-Weinberge tagliarono i seni e aprirono il ventre di una
ragazza in stato di gravidanza fidanzata ad una SS, la fecero
fotografare dalla stampa e ne attribuirono l'atto ai tedeschi. Altri
all'ingresso della stazione Wilson se la presero con un'avvenente
bionda, troppo bionda, a loro giudizio, per essere una ceca; le
corsero incontro e la circondarono e, nonostante che la ragazza in
perfetto ceco urlasse di non essere una tedesca, la denudarono e
infierirono sul suo corpo. Era ancora viva quando un pesante carro
di birra passò da quelle parti: con un gran vociare lo fermarono e
staccarono i cavalli, poi li legarono alle braccia e alle gambe
della loro vittima e, incitando gli animali, li fecero muovere in
opposta direzione. La domenica, 13 maggio, arrivò il presidente del
loro governo in esilio, Edvard Benes. Lo accolsero con plauso ed in
suo onore schierarono dei tedeschi sul suo percorso e li arsero
vivi. (da "E malediranno l'ora in cui partorirono", pag.152-153)
Un ricordo senza memoria
I sentimenti e le emozioni della bimba tredicenne, ancora quaranta
anni dopo, non erano appassiti, tacque per qualche istante e poi
proseguì a raccontare: "Seduta accanto a mia sorella aspettavo il
ritorno della mia mamma e mi chiedevo perché tardasse tanto. Che io,
i suoi due figli e quella gente attorno a noi mezzo malandata
fossimo oggetto di tanta alta strategia politica, allora non potevo
saperlo. Mi meravigliò, dunque, il vedere persone venire verso di
noi, anziché noi andare avanti e non vedere mia mamma e mia sorella,
ma non ebbi il tempo di chiedere spiegazione perché, da ogni parte,
spuntarono individui mezzo in divisa e mezzo in borghese con dietro
soldati russi che mi fecero tanta paura. I cechi corsero verso di
noi e con randelli e col calcio delle armi ci tiravano giù dagli
automezzi. Io mi vidi afferrare da due mani robuste e scaraventare
in un gruppo di ragazzotti che si misero a sballottarmi di qua e di
là come fossi una palla, finché giunse un tizio con un paio di
forbici in mano e, fra risa e dileggi, mi tagliò le lunghe trecce
che portavo, all'usanza delle ragazzine tedesche. Un russo in quel
mentre vide gli orecchini che mi ornavano i lobi e si fece largo e,
quando mi fu davanti, me li strappò. Mi lasciarono in pace ed
allora, comprimendomi le orecchie doloranti, piangente e
terrorizzata, corsi verso il gruppo dove era mia sorella coi bimbi e
lì restai, come gli altri, ad attendere che gli aggressori finissero
di picchiare e di derubare. Solo allora echeggiarono delle parole,
ci misero in colonna e, scortati come prigionieri, ci ordinarono di
muoverci". (da "E malediranno l'ora in cui partorirono", pag.155)
Un patriota boemo
Eduard Benes non perse tempo. Rientrato a Praga, dopo sette anni di
assenza, prese posto sul seggio di presidente della Repubblica e,
col suo governo nazionalcomunista, si preoccupò per prima cosa, di
saldare la partita coi tedeschi che aveva sottomano nei Sudeti e in
Boemia-Moravia. [...] Anziché meditare sulle vere cause delle sue
disgrazie dovute, come potevano documentargli i suoi amici inglesi,
alla sua ventennale politica di oppressione delle minoranze, si era
dato da fare per ottenere da Churchill e alleati il consenso a
liberarsi, il giorno del suo ritorno in patria, in modo definitivo e
radicale, di tutti i tedeschi ed affini che popolavano il suo Stato.
C'era riuscito e, con questa garanzia in tasca, aveva fatto il suo
ingresso a Praga. [...] Comparvero in questo spirito, in successione
di tempo, i decreti di epurazione e liquidazione della comunità
tedesca e pure della minoranza magiara esistente nel paese. (da "E
malediranno l'ora in cui partorirono", pag.196-197)
I principali decreti che colpirono tedeschi e magiari, nonché i
traditori e i collaborazionisti, portano le date: 19 maggio 1945
(annullamento dei contratti di proprietà successivi al 29 ottobre
1938 e passaggio dei beni ad una amministrazione nazionale); 19
giugno 1945 (punizione dei delitti nazisti, dei traditori e dei
collaboratori e istituzione dei tribunali speciali); 21 giugno 1945
(confisca delle proprietà terriere); 2 agosto 1945 (esclusione dalla
comunità cecoslovacca dei tedeschi e dei magiari); 25 ottobre 1945
(confisca di tutti i beni nemici). (da "E malediranno l'ora in cui
partorirono", pag.197)
Testimonianze
Così capitò ad Hildegard Hurtiger, cittadina praghese da 23 anni, di
vedersi piombare nel suo appartamento un gruppo di armati e intimare
di seguirli. [...] L'accusò , la commissaria, di aver fatto
rinchiudere 16 cechi in campo di concentramento, dove erano morti, e
non credendole che lei a quell'epoca si trovava a Teplitz da quattro
anni, la schiaffeggiò ben bene e ordinò di portarla al reparto
segregazione. [...] Dormiva in un angolo del locale, sfinita dalle
emozioni provate, quando fu svegliata di soprassalto da energiche
voci che ordinavano di uscire. Si tirò su e seguì gli altri e quando
tutti arrivarono in cortile furono messi in fila; passarono le
guardie rosse, scelsero dieci persone - uomini, donne, bambini - che
allinearono e fucilarono; dopo di che riportarono i risparmiati in
segregazione. Li svegliarono ancora nella notte, e sempre per la
stessa macabra cerimonia, ed in una di queste vide cadere sotto il
plotone d'esecuzione i suoi due fratelli con le famiglie ed il
nipotino di cinque mesi. Era prigioniera e dovette reprimere le urla
di dolore che la opprimevano; seguì come un automa gli altri e
cominciò, lei pure, a scavare le fosse per tutti quei morti,
spogliare le salme e seppellirle. [...] Alla segregazione si
sfogavano con lo scaricare di continuo le armi addosso al mucchio di
reclusi e a lasciare che i morti si accumulassero. In una di queste
azioni lei si prese una pallottola di striscio al collo; strinse i
denti, tamponò alla meglio il sangue e, con la paura di essere
notata, si cacciò sotto i corpi dei caduti. Vi rimase sino alla sera
dell'indomani, quando i guardiani, per finirla coi feriti, salirono
sopra al mucchio e cominciarono a trafiggerlo con le baionette e lei
si ebbe una mano trapassata da parte a parte. Non fiatò neppure
questa volta e, ancora una volta, se la cavò. Non erano in fondo le
sue ferite che, in quell'ambiente, dove ognuno portava i segni dei
maltrattamenti, potevano dare nell'occhio. Nell'occhio davano i
prigionieri inabili a muoversi e soprattutto le donne incinte. A
queste pensavano le ragazze cecoslovacche della Guardia Rossa. Le
prelevavano e le conducevano in cortile, dove, denudatele, le
malmenavano per poi cacciarle nei cessi e continuare a picchiarle
fintanto che i loro ventri scoppiavano. Lo spettacolo era atroce e
per lei e le altre donne in particolare che dovevano recuperare quei
corpi sfigurati e gettarli in una fossa anonima, era ogni volta uno
strazio. Così andò avanti fra pene e fame ché alla Scharnhorstschule
non sfamavano neppure i bimbi ai quali al pasto presentavano loro
delle sputacchiere e chi le rifiutava veniva bastonato senza pietà,
finché in autunno la tolsero da quel luogo e la misero al lavoro
coatto alla Philips della città. Uscì, ancora sotto l'impressione e
il disgusto delle umiliazioni sopportate da ultimo nella chiesa di
San Gottardo. C'erano sempre salme, sparse qua e là, in quel luogo
sacro che loro, dopo aver dovuto baciare quella massa in
decomposizione, dovevano accatastare, e a lavoro finito leccare il
sangue che lordava il pavimento, sotto lo sguardo attento del
popolino, sempre presente ovunque si infieriva, sempre pronto ad
esaltarsi, a sorvegliare, a fornire la sua quota di violenza. (da "E
malediranno l'ora in cui partorirono", pag.198-199)
...Fu la ragione che portò i 365 uomini del 534° reparto
lanciafiamme a chiudere la propria esistenza sul selciato della
cittadina di Liebeznice. [...] Il soldato Ludwig Breyer fu uno dei
primi ad intrevvederne la causa. Viaggiava a bordo di un autocarro
di testa e sentì il mezzo frenare di colpo; si protese in avanti e
notò la strada bloccata e ai loro fianchi comparire e schierarsi in
posizione di fuoco gruppi di armati. [...] Andò il sergente maggiore
incontro all'ufficiale a parlamentare ed il colloquio dovette essere
militarmente corretto, poiché il sottufficiale tornò dai suoi uomini
e comunicò loro l'impegno del maggiore di lasciarli proseguire
liberamente previa consegna delle armi portatili. La guerra era
finita ed essendo loro dalla parte perdente, la condizione era
accettabile. Ludwig Breyer scese a terra e come i suoi compagni si
sfilò l'armamento in dotazione che fu ritirato da un insorto e
portato in una cascina vicina, ma al camion non poté più tornare.
Gli insorti circondarono il reparto disarmato e costrinsero gli
uomini ad allinearsi spalla a spalla su cinque file e così li
tennero, in attesa di una decisione che venne nelle prime ore del
pomeriggio. Così dovette essere poiché erano le 14 quando furono
condotti sulla statale per Praga e, strettamente scortati, fatti
marciare verso Liebeznice. Per strada gli insorti furono sostituiti
da altri insorti e pure il maggiore, a un certo momento, non lo si
vide più; capirono di essere stati ingannati quando, a un 200 m. da
Liebeznice, fu loro tolto tutto quando ancora possedevano e lasciati
con la sola uniforme. L'ordine: "Mani in alto, di corsa nel paese"
li colse in quello stato. Superarono a malapena le prime case, che
da porte e finestre li colpì un nutrito fuoco incrociato e 318 di
loro caddero uccisi o feriti. Correndo e defilandosi Ludwig Breyer
riuscì a sottrarsi a quella imboscata, ma fu raggiunto e fatto
prigioniero con gli altri 56 compagni superstiti. I cechi si
contentarono di finire con un colpo alla nuca i feriti e di fare con
i sopravvissuti un fiero ingresso in Praga. L'armistizio mise fine
ai passaggi di militari tedeschi e di conseguenza portò pure
all'esaurimento di qualsiasi azione guerrigliera; obiettivo degli
insorti rimasero solo i civili. La Revolucni Garda si affiancò tutta
quanta ai poliziotti della SNB (Sbor Národni Bezpiecnosti) e alla
Svoboda Garda, i soldati comunisti del generale Ludwig Svoboda,
arrivati con i sovietici, e con loro assunse il compito di
esecuzione e sorveglianza dei provvedimenti che comandi militari
cechi e i Národni vjbor (i Comitati nazionali) locali, emettevano
nei confronti della popolazione tedesca. I divieti a cui questa
doveva ottemperare erano già numerosi; non poteva uscire di casa
dopo una certa ora e fare acquisti di alimentari fuori degli orari
prescritti; le erano proibiti i locali ed i mezzi pubblici e l'uso
dei marciapiedi; doveva tenere la porta di casa aperta per
facilitare controlli e perquisizioni. I provvedimenti dei costituiti
organi autoritari aggravarono la sua situazione. Uscendo da questo
abituale standard d'oppressione, essi la esclusero dagli alimenti
essenziali come latte e uova e le imposero la consegna, pena la
morte, di tutti gli oggetti di valore. Terzo tempo, la radunarono e
la deportarono. (da "E malediranno l'ora in cui partorirono", pag.199-201)
Così ottimista non si sentì invece Alois Ullmann, quando alle 10 del
mattino, recandosi in centro, notò la presenza di quei temuti
soldati e conferma ne ebbe quando, in via Dresda e in via Schmejkal,
li vide scacciare dai marciapiedi o addirittura gettarli giù tutti i
tedeschi che vi camminavano con al braccio la fascia bianca di
prescrizione per loro. Passando poi dalla stazione vide scendere, da
un treno appena arrivato da Praga, circa 300 individui dai 18 ai 30
anni, dall'aspetto poco rassicurante che lo fecero sospettare che di
nuovo, da qualche parte, era stato svuotato un altro penitenziario.
Non ebbe allora più dubbi, per la conoscenza che aveva di ciò che
accadeva in altri luoghi dei Sudeti, che tempi duri erano in vista
per i tedeschi di Aussig e del circondario; sbrigò le sue faccende e
se ne tornò a casa. [...] L'eco dell'esplosione raggiunse alcuni
funzionari cechi nella cancelleria della Okresní Národni Výbor. Non
c'era il capo della polizia, tempestivamente andato a farsi curare i
denti da un dentista tedesco, ma c'era il comandante militare della
città. L'ufficiale si alzò, si rivolse ai presenti con le parole:
"Ora facciamo la rivoluzione contro i tedeschi" e uscì. Poco dopo in
Aussig si scatenò la caccia ai tedeschi. L'accusa che avevano
sabotato il deposito di munizioni presso lo zuccherificio di
Schönpriesen si era sparsa in un lampo. Era stato facile, dato che
tutti sapevano che a quel deposito ci lavoravano da maggio gli
internati di Lerchenfeld a catalogare e ad accatastare munizioni, e
nessuno sapeva che proprio in quel giorno i prigionieri erano stati
improvvisamente portati via alle ore 14,15 e che sul posto c'erano
rimaste solo le guardie ceche. Per le vie e le piazze si agitava una
massa di individui che Alois Ullmann individuò per i giovanotti
arrivati al mattino col treno da Praga, muniti di pali divelti dagli
steccati, piedi di porco, manici di badile e uomini della Svoboda
Garda e soldati sovietici che assalivano all'impazzata e trucidavano
tutti i tedeschi che incontravano. Dalle case dove passò, Herbert
Schernstein vide la Svoboda Garda spingere fuori gli abitanti e
buttarli giù dal ponte, alto venti metri, assieme alle donne e ai
bambini e alle carrozzelle dei neonati che incontravano, nell'Elba,
mentre dall'altura di Ferdinando nidi di mitragliatrici sparavano
sui disgraziati che si agitavano nei flutti. In Piazza Mercato Alois
Ullmann s'imbatté in altri individui impegnati nel gettare le loro
vittime nella grande vasca che c'era e con stanghe ricacciarle
sott'acqua tutte le volte che tiravano su la testa finché non
affogavano. (da "E malediranno l'ora in cui partorirono", pag.202-204)
L'azione statale antitedesca assunse crescenti sviluppi: tedeschi
venivano arrestati, tedeschi venivano condotti ai lavori forzati; le
carceri erano colme, i tribunali speciali oberati di lavoro.
Provvide allora il ministro degli interni a istituire 51
Koncentracni tábor, campi di concentramento, che poi, furbescamente
in Shromázdovaci stredisko, campi di raccolta. Più che una nuova
creazione fu per il vero una riesumazione dei vecchi Lager e un
riconoscimento di quelli che erano sorti su iniziativa dei
rivoluzionari. (da "E malediranno l'ora in cui partorirono", pag.205)
L'ingresso dei prigionieri in carcere fu salutato dal popolino, in
perenne sosta davanti al portone, con lancio di sassi e colpi di
pistola in aria e la sistemazione in otto, in celle previste per una
persona, con colpi di Pendrek da parte dei secondini: bastò per
informare i nuovi arrivati dove erano e cosa erano. [...] Giungevano
con una frequenza divenuta abitudinaria i guerriglieri della
rivoluzione reduci da imprese e da allegre riunioni per sfogarsi su
qualche prigioniero messo a loro disposizione dai carcerieri. Lo
afferravano, lo martoriavano e a conclusione lo gettavano giù dal
secondo piano ai compagni che dal cortile mostravano la loro bravura
di tiratori colpendolo al volo. Lo spasso era grande per i
partecipanti che sapevano trarre pure diletto dalle spedizioni
punitive che di tanto in tanto organizzavano. I venticinque
ragazzotti dai 14 ai 16 anni del circondario di Reichenberg,
accusati di essere dei "lupi mannari", morirono una domenica dopo
Pentecoste. Stavano su due file davanti alle celle degli altri
detenuti per fare prima la lotta dei galli e poi per schiaffeggiarsi
a vicenda al grido di "Heil Hitler", energicamente aiutati dai
bastoni dei promotori, uomini e donne, dello spettacolo. Il sangue
cominciò a colare dalle ferite dei ragazzi e costoro, come di
prammatica, dovettero pulire il pavimento con la lingua, ma qualcuno
dei ragazzi cominciò a vomitare e i compagni furono costretti a
ingerire il rigetto, finché i malcapitati non ce la fecero più ed i
tormentatori, per continuare, li distesero uno alla volta nudi su un
tavolo e, ridendo e scherzando, tanto li bastonarono che la carne
pendeva loro a brandelli dalle ossa. Erano ora morti e parte
moribondi i giovani della fantomatica banda dei "lupi mannari",
cosicché il divertimento non poté più proseguire. I rivoluzionari se
li trascinarono nel sotterraneo del carcere e appesero gli
agonizzanti, come quarti di bue, agli uncini esistenti alle pareti.
(da "E malediranno l'ora in cui partorirono", pag.206-207)
Un consistente contributo la "Piccola Fortezza" l'aveva avuto il 24
maggio con l'arrivo di circa 600 persone dei due sessi e di tutte le
età. Si trovavano fra queste molte infermiere della Croce Rossa,
prelevate negli ospedali di Praga - primari ed aiuti finivano a
Pankraz - e questa loro presenza, in quelle file, strideva con le
bandiere della croce rossa in campo bianco che sventolavano sul
vallo e con i bracciali, con pari insegna, che gente con bastoni, lì
piazzata in attesa, portava al braccio sinistro. Il mesto corteo
doveva, per raggiungere il cellulare situato nel quarto cortile,
superare un passaggio a galleria di circa quindici-venti metri che
verso l'uscita aveva, per quattro metri, il selciato divelto e
ridotto a una profonda buca. Stretto, scuro, il passaggio si
presentava dunque come il punto ideale per usare sui prigionieri
l'ormai consuetudinario trattamento a base di percosse. Sotto
ruggiti e minacce, pugni e botte, gli uomini che aprivano la marcia
furono spinti di corsa nel buio passaggio e non vedendo, per la
fretta, l'intoppo che c'era, quelli in testa caddero nella buca e su
di essi inciamparono i seguenti e su questi ancora i seguenti, così
che si creò una catasta di individui sui quali le guardie rosse,
disposte ai due lati del passaggio, calavano con energia i loro
bastoni ferrati per costringerli a proseguire. A mano a mano che
arrivavano nel cortile dovettero disporsi di corsa su cinque file
per contarsi, un'operazione che presto apparve troppo lenta al
comandante della fortezza, Prusa, per cui prese l'iniziativa di
contare lui personalmente le prime file, accompagnando ogni numero
pronunciato con una randellata sulla testa. Per 70 l'internamento si
concluse lì. Eduard Fritsch, che come gli altri era finito in quel
cortile per avere ottemperato all'ordine dell'autorità praghese di
presentarsi alla polizia per controllo, vide il suo compagno di
cella di Pankraz, dove la polizia aveva rinchiuso tutti, stramazzare
a terra con il cranio sfracellato. [...] Nella notte, dominata da
urla e da colpi d'arma da fuoco, alcuni furono portati via senza più
ritorno e con questo finale si concluse il loro primo giorno alla
fortezza di Theresienstadt. [...] Se lo portarono via con tutta
quella roba, meno la divisa di SS che lui non aveva mai posseduto,
come potevano testimoniare i suoi clienti cechi, slovacchi ed altri
ancora, ma quelli si incaponivano a sostenere che doveva per forza
avere, essendo stato vice delegato della Croce Rossa tedesca. Alla
fortezza per questa faccenda lo colpirono su tutto il corpo; si
prese calci alla testa, al petto, ai genitali, gli ruppero l'indice
della mano destra e gli lesionarono il metacarpo e, prima di
esaurirlo con le percosse, tentarono di spaccargli tutti i denti.
Per la bisogna lo fecero sedere su una panca, gli tapparono la bocca
con un lurido asciugamano e, sostituito l'internato Karl Erben,
svenuto per l'emozione, con un altro per tenergli ferma la testa,
gli diedero un tremendo colpo sulla bocca con la guarnizione di
ferro dello sfollagente. Ci rimise le labbra, ma non i denti,
salvati dallo spesso asciugamano. Non si accanirono sino ad
ucciderlo ma, com'era abituale, lo distesero sul nudo cemento di una
cella e per tre giorni attesero che morisse. Al quarto giorno, non
essendo morto, lo tirarono fuori, gli tosarono dalla nuca alla
fronte, al centro del cranio, la "Hitlerstrasse", il segno che,
assieme alle casacche usate e tappezzate spesso da indelebili
macchie di sangue, marcava i prigionieri, lo vestirono e lo
assegnarono come medico all'infermeria. [...] Eduard Fritsch fu
assegnato alla squadra secondini addetta alla pulizia delle celle
dei torturati. Si accorse presto che quella mansione, a prima vista
fra le meno ingrate, era fra le peggiori che potevano capitare. Il
pavimento delle celle era ricoperto da uno strato di sangue
coagulato spesso diversi centimetri, su cui incastrati spuntavano
orecchie troncate, denti spaccati, pezzi di cute con capelli,
dentiere. Tutto emanava un fetore così acuto da rendere impossibile
il lavoro e, peggio ancora, procurava dopo alcuni giorni enfiagioni
su tutto il corpo e la testa ingrossata; con gli occhi stralunati,
le labbra rigonfie, le orecchie sporgenti faceva apparire i
secondini figure uscite da un quadro del pittore surrealista
irlandese Francis Bacon. Lui in quello stato non si ridusse poiché,
aiutato dalla sua buona stella, fu trasferito per tempo
all'infermeria. Aveva ora cinque celle a cui accudire, normalmente
occupate da 25 ammalati che potevano starci in parte distesi, in
parte seduti, in parte rannicchiati. A lungo in quelle celle,
tuttavia, quegli infermi non avevano da soffrire poiché, su ordine
del Comando della fortezza, venivano regolarmente e sbrigativamente
fatti morire. Provvedevano i secondini a denudarli e ad adagiarli su
delle barelle e, quando erano così sistemati, arrivava un medico e
iniettava loro un potente veleno; pochi secondi dopo erano cadaveri.
In questo modo Fritsch vide morire molti suoi conoscenti. (da "E
malediranno l'ora in cui partorirono", pag.209-211) $
Non ci fu alcun bisogno di creare complicate camere a gas. Furono
sterminati a centinaia di migliaia in poche settimane.
Altri massacri
In prossimità della meta, il gruppo di carri si vide la strada oltre
il ponte sbarrata da persone e da mezzi; il sovietico non si chiese
la ragione o, forse, la conosceva; comunque non se ne preoccupò e
non si fermò. Con uno stridore di ferraglia i carri piombarono sulla
colonna in sosta, la percorsero dalla coda alla testa e poi dalla
testa alla coda, stritolarono tutto quanto di animato e di inanimato
si parò davanti ai loro cingoli, spararono nella massa ed infine
bloccarono i motori. Aperte le torrette i soldati saltarono a terra,
saccheggiarono quanto poterono, poi, con spari e urla, si lanciarono
all'interno del villaggio. Non vi rimasero a lungo. [...] Alla vista
del confuso ammasso che ingombrava il loro cammino, Karl Potrek
avvertì un conato di vomito salirgli allo stomaco. Riuscì con fatica
a dominarsi e tentò di distrarsi scambiando qualche parola col suo
vicino. Non ricevette risposta. L'uomo si limitò a guardarlo e lui
capì che anche il suo compagno provava quello che lui provava.. Le
prime vittime dell'incursione sovietica giacevano davanti a lui,
riverse lungo la strada, in un confuso groviglio di corpi umani e
membra d'animali dilaniati, tra carri rovesciati e distrutti, fra
borse, borsette e capi di biancheria d'ogni genere.
Impressionati dall'anormale silenzio, entrarono nel cortile e subito
videro la rastrelliera di un carro e su di essa, trattenute per le
mani inchiodate, i corpi inanimati di quattro donne di età varia.
Erano nude, le braccia insanguinate, i volti segnati dal terrore e
dalle violenze subite. Ai loro piedi, lordi e strappati, giacevano
gli indumenti. Un brivido d'orrore e di rabbia pervase gli uomini;
si fecero forza, staccarono quei miseri resti da quella blasfema
positura, li adagiarono a terra, li composero alla meglio. Quindi
verbalizzarono il fatto e proseguirono. [...] In fondo a questa
piazza si trovava un'altra locanda, "Al boccale rosso", e accanto ad
essa, al margine della strada, c'era un granaio. Il granaio aveva
due porte e a ognuna di queste porte era crocifissa una donna, pure
nuda, pure inchiodata per le mani, penzoloni, maltrattata e
violentata. Gli uomini della Volkssturm, la territoriale, guardavano
quell'inusitato spettacolo.
Karl Potrek e gli altri perlustrarono ogni casa e scoprirono 72
corpi di donne, di bambini e di un vecchio di 74 anni, tutti morti,
quasi tutti bestialmente uccisi, salvo pochi che presentavano colpi
alla nuca. [...] In una stanza rinvennero, seduta su un sofà, una
vecchia di 84 anni: era stata accecata e le mancava, dal capo al
collo, mezza testa, probabilmente spaccata con una accetta o con una
vanga. [...] Il giorno successivo comparve la Commissione medica e
le fosse dovettero essere riaperte. Furono portate porte di granai e
cavalletti e su di essi vennero composte le salme per consentire
alla Commissione di esaminarle. I medici stranieri accertarono,
all'unanimità, che tutte le donne e le ragazze dagli 8 ai 12 anni
erano state violentate. Anche la vecchia di 84 anni resa cieca.
Testimonianza svizzera
Una testimonianza di ciò che avvenne in quella zona della Prussia
Orientale é fornita dall'inviato speciale del "Courrier" di Ginevra
nella seguente corrispondenza pubblicata nel numero del 7 novembre
1944 del quotidiano svizzero: "La guerra che in Prussia Orientale si
svolge nel triangolo Gumbinnen-Goldap-Ebenrode, da quando Goldap é
stata ripresa dai tedeschi, é al centro degli avvenimenti. La
situazione non é solo caratterizzata dagli aspri combattimenti delle
truppe regolari, dalla mole del materiale bellico impiegato dalle
due parti e dall'entrata in azione della milizia tedesca di nuova
costituzione, ma, purtroppo, pure dai troppo noti metodi di
conduzione della guerra: mutilazioni e impiccagione dei prigionieri
ed il quasi totale sterminio della popolazione contadina tedesca
rimasta sui luoghi nel tardo pomeriggio del 20 ottobre... La
popolazione civile é, per così dire, scomparsa dalla zona di
combattimento poiché la maggior parte dei contadini é fuggita con la
propria famiglia. Ad eccezione di una giovane donna tedesca e di un
lavoratore polacco tutto é stato annientato dall'Armata Rossa.
Trenta uomini, venti donne, quindici bambini sono caduti nelle mani
dei russi a Nemmersdorf ed uccisi. A Brauersdorf ho visto di persona
due lavoratori agricoli d'origine francese, ex prigionieri di
guerra, fucilati. Uno lo si é potuto identificare. Non lontano da
loro trenta prigionieri tedeschi avevano subito la stessa sorte. Vi
risparmio la descrizione delle mutilazioni e della orribile vista
dei cadaveri sui campi. Sono impressioni che superano perfino la più
accesa fantasia. Da Mosca, a tal fine, arrivavano la "Krasnaja Zveda",
l'organo delle forze armate, la "Pravda" e le "Isvestija" con
articoli del propagandista dallo strano nome teutonico di Il'ja
Ehrenburg ( un lurido pseudo poeta comunista ebreo russo, ndr) , e
dei suoi collaboratori: e nelle riunioni si cominciò a leggerne e a
commentarne, con martellante insistenza, i passi più salienti: "I
tedeschi", appresero così i soldati, "non sono esseri umani. D'ora
in avanti il termine “tedesco” é per noi tutti la maledizione più
orribile. D'ora in avanti il termine “tedesco” ci spinge a scaricare
un'arma. Noi non parleremo. Noi non ci commuoveremo. Noi uccideremo.
Se nel corso di una giornata non hai ucciso nemmeno un tedesco,
allora per te é stata una giornata perduta. Se tu credi che il
tedesco invece che da te sarà ucciso dal tuo vicino, allora tu non
hai capito il pericolo. Se tu non uccidi il tedesco, sarà il tedesco
ad uccidere te. Egli arresterà i tuoi e li torturerà nella sua
dannata Germania. Se tu non sei in grado di uccidere con una
pallottola il tedesco, allora uccidilo con la baionetta. Se nel tuo
settore vi é tregua e non é in corso una battaglia, allora uccidi il
tedesco prima della battaglia. Se tu lasci in vita il tedesco, il
tedesco impiccherà l'uomo russo e disonorerà la donna russa. Se tu
hai ucciso un tedesco, allora uccidine un secondo. Per noi non c'è
nulla di più piacevole dei cadaveri tedeschi. Non contare i giorni,
i chilometri, conta solo una cosa: i tedeschi che hai ucciso. Uccidi
i tedeschi! Questo implora la tua vecchia madre. Uccidi i tedeschi!
Questo implorano i tuoi figli. Uccidi i tedeschi! Così grida la
nostra madre terra. Non perdere occasione! Non sbagliarti! Uccidi!"
[...] "I tedeschi" sentivano dire con un crescendo, "malediranno
l'ora in cui calpestarono la nostra terra. Le donne tedesche
malediranno l'ora in cui partorirono i loro figli. Noi non
infamiamo. Noi non malediamo. Noi siamo sordi. Noi ammazziamo".
Questo grande poeta ebreo, cui cui bisognerebbe dedicare uno
speciale giorno della memoria, ebbe un notevole successo e i suoi
consigli furono seguiti alla lettera

l'ebreo
ehrenburg
Qualche altro esempio
”Era notte quando un reparto sovietico, al comando di un capitano,
giunse alla fattoria di Peter Haupt. L'ufficiale scrutò la massa
scura del caseggiato: dall'interno non trapelava alcuno spiraglio di
luce, non proveniva rumore alcuno. Segno, pensò il capitano, che gli
abitanti, se vi erano, dormivano tranquilli: la battaglia dopotutto
si era svolta a diversi chilometri di distanza e quell'angolo di
terra, evidentemente, ne ignorava ancora l'esito. [...] Peter Haupt
e i suoi non ebbero il tempo di rendersi conto di cosa stesse
accadendo che già si trovarono tirati giù dai letti e sospinti, in
camicia, tremanti per il freddo ed il terrore, nello stanzone che
occupava buona parte del piano terreno e schierati, faccia al muro,
contro una parete. Impossibilitati a muoversi, minacciati e colpiti
di tanto in tanto col calcio delle armi, sentivano come i soldati
rovistavano dappertutto per la casa: sfondavano mobili, laceravano
materassi e divani ed ammucchiavano sul tavolo del locale tutto
quanto luccicava ai loro occhi come oro ed argento. [...] Poi si
rivolse a Peter Haupt ed ai suoi familiari. Obbligò l'uomo ed i suoi
tre figli di 16, 14 e 4 anni ad inginocchiarsi e, fatte avanzare la
moglie e le sue due figlie di 18 e 12 anni, le denudò e le costrinse
a distendersi sul freddo pavimento e violentò la moglie. La donna
gemeva e si divincolava sotto la stretta morsa che la tratteneva e
invocava aiuto. Peter Haupt non resistette. Con un balzo, urlando di
furore, si lanciò in avanti, afferrò l'ufficiale in procinto di
avvicinarsi alla figlia diciottenne e lo tirò con forza per le
gambe, facendolo cadere a terra. [...] Peter Haupt fu colpito più
volte, ma non mortalmente, e così ferito e sanguinante, ad un ordine
del capitano, fu trascinato fuori, sull'aia. Nello stanzone moglie e
figli osservavano terrorizzati la scena, senza osare li benché
minimo movimento. Trascorsero così lunghi attimi di profondo
silenzio: il capitano al centro della stanza, le donne distese per
terra, i ragazzi inginocchiati al muro. Sembravano statue. In quel
silenzio all'improvviso rintronò un urlo lacerante cui fecero eco le
grida della moglie di Peter Haupt. La donna non vide il marito che,
in un ultimo sussulto di energie, con le mani irrigidite sulle
viscere, si trascinava nella neve. Fece pochi metri, poi cadde e la
sua voce si spense in un rantolo. I soldati gli avevano schiacciato,
con pietre, i testicoli. [...] Fuori della fattoria, nel villaggio
di Peter Haupt e nei villaggi a nord-est di Cracovia, ovunque erano
giunti i soldati dell'Armata Rossa, quella notte fu una notte di
spavento, di violenza, di morte.
I buoni polacchi e i cattivi tedeschi
Il destino di Sofie Jesko e del suo gruppo si compì a circa 30 km da
Posen. Avevano alle spalle una lunga e faticosa marcia resa ancora
più pesante dallo stato delle strade e dal freddo pungente;
qualcuno, esausto, si era lasciato andare; gli altri avevano
proseguito preoccupati solo di raggiungere al più presto possibile
la meta. Fu all'altezza della città di Schroda che videro spuntare
da Sud una colonna di autocarri tedeschi, raggiungerli e superarli.
Notarono che a bordo c'erano civili imbacuccati: erano uomini,
donne, ragazzi; li presero per fuggiaschi e non ci fecero caso. Poi
videro gli autocarri fermarsi e gli occupanti saltare a terra. Fu
allora chiaro che si trattava di partigiani polacchi. [...] Non
passò molto che un rumore cupo e ritmico attirò l'attenzione di
tutti; ne ascoltarono, con trepidazione, l'approssimarsi ed infine,
lenti ed imponenti, videro i carri armati sovietici avanzare verso
di loro e fermarsi. I polacchi che pur operando nel raggio d'azione
degli attaccanti temevano sempre un ritorno dei tedeschi, si
sentirono rinfrancare e ripiegarono verso i loro mezzi così che i
fuggiaschi restarono soli, con la loro disperazione, di fronte al
temuto invasore. Dal carro armato di testa si sollevò lentamente la
torretta e comparve un ufficiale; con urla e gesti volle sapere
quanti militari tedeschi fossero presenti e, non ricevendo
soddisfazione, ordinò ai carristi di eliminare, seduta stante, tutti
i sospetti. I soldati obbedirono e lanciarono bombe fumogene tutt'attorno;
quindi, ad un segnale convenuto, mossero nella coltre di nebbia
artificiale e si diedero al massacro, al saccheggio, allo stupro. Si
sentivano gli spari, le urla degli uccisi, lo strillare delle donne
violentate, le grida di aiuto dei bimbi e delle donne anziane a cui
faceva eco il vociare terrificante ed incomprensibile degli
assalitori. [...] Sofie Jesko la vide subito, seduta sul bordo di un
camion in sosta: il vento agitava i suoi capelli bianchi, il suo
corpo di vecchia era imbacuccato in una pelliccia che teneva aperta
sul davanti; aveva l'aspetto di una furia e Sofie Jesko ne ebbe un
immediato, istintivo, terrore. In quel mentre le passarono davanti
le giovani madri risparmiate dall'eccidio con in braccio i loro
piccoli, accanto e dietro a loro stavano i ragazzotti polacchi che
le sospingevano, cercando di metterle in colonna, verso la donna dai
capelli bianchi. Qui giunte la vecchia strappava loro di mano i
neonati e calma, pronunciando ogni volta con voce carezzevole la
parola “angioletto”, sbatteva ad essi con energia la testa contro la
fiancata dell'automezzo. Le madri disperate ed urlanti stramazzavano
al suolo e venivano trascinate via. Così andò avanti finché non vi
furono più creaturine da uccidere. Allora, sotto la minaccia delle
armi, fu intimato agli scampati di tornare a Penczniew.
Vi giunsero col cuore in gola; il villaggio era sottosopra, la
scuola e la canonica in fiamme, e all'ingresso dei Kastner quasi
urtarono contro una salma orribilmente sfigurata, stritolata dai
carri armati. Dentro casa incontrarono altre persone di loro
conoscenza e due ragazze ed una donna incinta fuggiasche dal
Warthegau: a sera le tre furono violentate, mentre gli altri furono
scacciati di casa e costretti a pernottare in strada. Gustav
Redemann era stato fucilato mentre nella stalla foraggiava i
cavalli, e così pure suo fratello Otto; una figlia di Otto si era
avvelenata e le altre due figlie, la moglie con 17 persone ospiti da
lui erano arse vive nella casa data alle fiamme. Pure il loro
bracciante, Paul Krause, era morto: giaceva nella stalla col ventre
squarciato. Irene Krecek ne uscì stravolta e andò dai Seck, suoi
cari conoscenti: li trovò tutti morti; morto era anche il loro
sindaco e così il povero Georg Nowack, che giaceva riverso nel suo
giardino senza la testa. Gliela avevano segata.
I sovietici li sorpresero quando era già notte fonda: arrivarono
preceduti da una accanita sparatoria, irruppero nella stalla e
scaricarono i loro mitra contro il tetto, sospettando che vi fissero
soldati tedeschi, ed infine rivolsero la loro attenzione ai
presenti. Con l'aiuto di un baltico, gli spaventati contadini
cercarono di far capire che erano solo dei poveri fuggiaschi, niente
affatto proprietari o ricchi benestanti, ed ebbero fortuna: i
sovietici non li fucilarono come di solito usavano fare con chi ai
loro occhi era un “capitalista”. L'aver salvato la vita richiedeva
comunque un prezzo e la truppa arrivata sul luogo se lo fece pagare
ampiamente. Dapprima pretese solo orologi ed anelli, poi volle pure
gli stivali ed infine, spinti fuori dalla stalla tutti gli uomini,
circondò le donne e se ne servì per il resto della notte.
A Rosenberg, invece, la modesta guarnigione se n'era già partita
alle 3 del mattino e i primi sovietici vi arrivarono nel pomeriggio
senza incidenti. Avevano l'aria euforica, dovuta senza dubbio al
fatto di aver messo piede nel territorio del Reich prebellico e lo
dimostrarono a sera, dando sfogo alla loro sfrenatezza e alla loro
furia demolitrice. Lo fecero per tre settimane continue; distrussero
così due terzi delle città e ridussero alla disperazione gli
abitanti rimasti.
I soldati del XXXI corpo corazzato vi entrarono il 23 gennaio, vi
appiccarono fuoco e fucilarono intere famiglie e poi si gettarono
con tutto il loro peso sulle truppe ancora arroccate, da qui a Cosel,
sulla riva destra del fiume e, in due giorni di lotta, le
rigettarono sulla riva sinistra. [...] Negli stessi giorni di fine
gennaio un'altra armata di Konev raggiunse Gleiwitz, all'estremo sud
della regione. La città si arrese il sabato 27 gennaio ed i
sovietici vi entrarono sul far del mezzogiorno al suono di una banda
militare; dopo fecero tacere gli strumenti e si diedero ai soliti
atti di violenza.
Credettero trattarsi di carri armati e di soldati tedeschi, ma
l'illusione durò un attimo: fermi con le mani alzate stavano i
militari dell'unità sanitaria e, di fronte a loro, gli uomini in
tuta bianca indaffarati a radunarli e a spingerli in disparte. Nel
mentre, i mezzi corazzati, presa posizione, puntarono sul Treck:
carri furono catapultati nei fossati, cavalli schiacciati dai
pesanti carichi, gente investita e maciullata: uomini, donne,
bambini agonizzavano, feriti imploravano aiuto. [...] Dietro a lei
una bambina implorava: "Papà uccidimi!", il fratello, di circa 16
anni, ribadiva: "Si, papà, uccidici! Non abbiamo più nulla da
sperare!". Il padre, col volto pieno di lacrime, guardava i suoi
figli e con voce calma continuava a ripetere: "Aspettate, figlioli,
aspettate ancora un poco!". Per tutto il Treck distrutto erano scene
di pianto e di dolore. In questa lugubre atmosfera come spuntando
dal nulla comparve improvviso un ufficiale sovietico a cavallo. Vagò
in mezzo a loro e si portò verso l'unità sanitaria; subito gli
vennero schierati i prigionieri e lui li squadrò con odio, poi prese
la rivoltella e la scaricò su alcuni di loro. Gli altri furono
liquidati a colpi di mitra dai suoi sottoposti. I cadaveri di quei
disgraziati, con ancora impresso sui loro visi il terrore, rimasero
là dove erano caduti, isolati come cani rognosi, ché nessuno osava
avvicinarsi. Si incamminarono in un mondo irriconoscibile. Ovunque
carcasse di animali, civili con la testa fracassata, carri
rovesciati e saccheggiati, soldati tedeschi fucilati, fattorie
distrutte dal fuoco.
****
Al terzo giorno Lilly Sternberg vide una casa, intatta,
probabilmente ancora abitata. Il volto le si illuminò di
contentezza: finalmente un luogo dove poter curare la dissenteria ed
i piedini congelati delle sue bimbe. Vi corse quasi, ma quando fu
dentro si sentì venir meno dall'orrore; dappertutto vide cibo
rovesciato, morti seduti sul divano o chini sulle sedie o distesi
sui letti, pavimento e pareti macchiati di sangue; in un angolo,
solo superstite, un cane che abbaiava rabbioso.
Di tanto in tanto entravano soldati, anche ufficiali, che con le
rivoltelle in pugno afferravano per il polso ragazze e giovani madri
e le trascinavano via. Fu la volta di una fanciulla. Il padre tentò
disperatamente di opporsi, ma fu afferrato e trascinato a viva forza
sull'aia e fucilato.
ilitari sovietici che cercavano di soccorrere la popolazione civile
tedesca si rendevano colpevoli di uno dei reati contro la sicurezza
dello Stato previsti dall'art.58 del codice penale sovietico e
puniti con la reclusione non inferiore a mesi sei e, nei casi più
gravi, con la fucilazione. Lo scrittore Leo Kopelev, per aver
reagito a Neidenburg e ad Allenstein alle brutalità perpetrate dai
suoi commilitoni, fu accusato di “umanitarismo borghese” e,
nonostante fosse un comunista convinto e maggiore del servizio di
propaganda, addetto in particolare all'istruzione e all'impiego al
fronte dei militari tedeschi che erano passati al servizio
dell'Armata Rossa dopo Stalingrado, fu condannato in base al citato
articolo e deportato per anni.
I soldati si lanciavano contro il nemico, incuranti della sua
superiorità, con un accanimento inusitato, accresciuto dagli
spettacoli di orrore che si presentavano ai loro occhi: qui un
ragazzetto schiacciato da un carro armato; là una donna violentata,
con un coltello nel petto, riversa su un cumulo di concime; in un
villaggio diversi uomini legati e cosparsi di benzina, arsi vivi; in
un altro una ragazza, esanime, sfigurata dalle violenze carnali; a
Sommerfeld, 80 sovietici ubriachi nei letti di donne distrutte dai
loro ripetuti abusi.
****
Poi successe. Pesanti passi, violenti colpi alle porte, urla
cominciarono a rintronare per tutto il palazzo. Al primo piano la
signora König fu una delle prime prede: l'afferrarono, sgombrarono
il letto, gettando a terra la madre settantottenne che vi giaceva
agonizzante, e la violentarono. Quindi toccò alla ragazza della
porta accanto: aveva vent'anni e venti bruti si buttarono su di lei,
a turno. Nel corridoio videro uno sfollato di Goldap e lo
abbatterono. Dall'appartamento del dottor Grünwald giungevano
assordanti rumori e risa: i vincitori vi si erano installati,
bevevano acquavite e spaccavano mobili.
Il primo giorno di viaggio sul Frisches Haff erano avanzati
abbastanza bene, risparmiati perfino, grazie al leggero turbinare
della neve che aveva ridotto la visibilità, dai temuti attacchi
aerei sovietici. Ma l'indomani il cielo tornò terso e si trovarono
esposti alle bombe ed al mitragliamento nemici. Ai primi colpi le
due donne si accovacciarono in fondo al carro e l'uomo, tenendo
saldamente le briglie del cavallo, divenuto irrequieto, si
rincantucciò accanto al timone. La prima ondata li lasciò indenni,
ma, alla seconda, una bomba, con assordante scoppio, cadde a pochi
metri da loro. Testimoni, sopravvissuti di Metgethen, riferirono che
un soldato tedesco prigioniero fu incatenato ad un autocarro e
trascinato da esso fino a morirne; che cadaveri di donne erano stati
appesi agli alberi dei giardini pubblici; che donne in stato
interessante erano state sventrate e gettate in fosse nella foresta
di Schönfliess.
Non sempre si poteva proseguire: l'affollamento agli ormai ridotti
passaggi lagunari, le esigenze belliche o lo stato del ghiaccio
sovente la bloccavano e allora doveva attendere, talvolta per breve
tempo, tal'altra per giorni e giorni, all'addiaccio, tra il
sudiciume ed il letame dei Trecks che tutt'attorno si accumulava,
raramente ristorata con qualche minestra o bevanda calda. Non tutti
resistevano, molti si ammalavano e per la scarsità di medicinali
venivano curati approssimativamente; alcuni finivano lì i loro
giorni, distrutti dalle malattie, dal freddo e dalla dissenteria.
Ne rimase colpita e li osservò più attentamente e vide visi bianchi
e visi più scuri, visi ovali e visi tondeggianti e visi con zigomi
marcati e si provò a catalogarli: russi o ucraini gli uni, gli altri
di certo mongoli o tartari, gente della Siberia comunque. Che quella
valutazione fosse esatta, poté stabilirlo la sera stessa quando
dodici di essi la violentarono sino al mattino successivo.
Altrettanto avvenne nelle altre case di Kanth dove c'erano donne,
anche nella parrocchia, alle sette anziane suore. Gli uomini,
invece, furono sbrigativamente sistemati. Quelli apparentemente
benestanti e quindi per loro capitalisti, furono giustiziati,
l'arciprete Möpert ebbe la testa spaccata perché difendeva le suore,
l'ufficiale postale Linder fu chiuso in una cantina e fatto morire
di fame. Gli altri finirono sotto stretta sorveglianza. La gente era
allibita; ancora fuori di città si combatteva e loro trovavano il
tempo di violentare e di distruggere. Spaccavano armadi e sfondavano
materassi, usavano per carta igienica la biancheria che laceravano,
la lordavano di escrementi o di altro e la gettavano per strada.
Simili scempi e tanta sporcizia a Kanth, Gisela Franke non l'aveva
mai vista nei suoi quarant'anni di vita. Le cose non cambiarono
neppure in seguito. Per gli uomini risparmiati c'era il lavoro di
scavare trincee e di recuperare i sovietici morti o feriti, per le
donne questo di giorno e il resto di notte. Diversi si erano tolta
la vita e anche Gisela Franke cominciò ad essere pervasa da questa
idea. La decisione la prese la sera in cui lei e altre due donne
furono condotte da due soldati in un ospedaletto da campo dove erano
ricoverati quindici feriti leggeri. Passarono da un letto all'altro
finché, volgarmente apostrofate, le gettarono giù dalle scale.
Sfinita, terrorizzata di fare la fine della sua conoscente Maria
Kugler, così orrendamente violentata da morire per le lacerazioni
interne causatele, la donna si trascinò nel suo alloggio, rovistò in
un cassetto e trovò del quadronox, ne prese dieci pastiglie ed
attese la morte. Stette così per tre giorni in stato di incoscienza,
poi lentamente tornò in sé e continuò l'esistenza che il destino
aveva riservato ai tedeschi di quella parte della Germania.
Si erano inoltrati nelle vie cittadine, circospetti e con le armi in
pugno pronti a far fuoco; nella Hehenfriedebergstrasse e nella
Wilhelmstrasse, lungo la passeggiata di fronte al negozio del
fioricoltore Teicher e nella Ziganstrasse, nella
Pilgramshainerstrasse e nella Bahnhofstrasse non avevano trovato che
cadaveri e cadaveri, tutti orribili a vedersi; ne avevano trovato
pure nelle abitazioni perlustrate.
Soldati_della_wehermachtb_e_cadv.jpg
Uomini della Wehrmacht dopo un contrattacco contano i civili tedschi
nelle zone liberate temporaneamente nella Prussia orientale
La polizia criminale, che li seguiva, aveva il suo daffare a
compilare gli elenchi dei ritrovamenti che, con pignoleria
burocratica, suddivideva in decessi isolati, decessi in gruppo e
decessi per suicidio. Le ci volle più tempo a catalogare i morti che
a registrare i vivi, una trentina di persone. Bastarono due
autocarri a trasportare al sicuro in Sassonia quel pugno di scampati
alla morte e alla deportazione, toccata alle centinaia di presenti
nella città all'arrivo dell'Armata Rossa, e con la loro partenza,
Striegau, riconquistata di nuovo dai sovietici, e il suo dramma,
finirono con l'essere un semplice episodio della guerra.
"Il 13 febbraio" gli riferì la donna, "giorno dell'ingresso dei
sovietici, restammo in cantina sino alle 20, indisturbate. Poi
sentimmo dei passi e tanto era il terrore che ci prese, che non
osavamo neppure respirare. Comparvero quattro soldati che dapprima
si comportarono sopportabilmente; presto però divennero un po'
troppo intraprendenti verso di me e verso la giovane signora Keil e
all'improvviso fu: "Frau komm". Non risposi. Al terzo ordine,
spazientito, il soldato mi afferrò per un braccio, mi sollevò e mi
diede un calcio tale che volai sino alla porta della cantina. Un
altro malmenò la signora Keil e poi se la trascinò dietro,
costringendola a portare con sé la figlia Traudl. Anche sua mamma e
sua sorella dovettero andare. Cosa poi ci capitò, non occorre che
glielo descriva: andò avanti tutta la notte sino al mattino;
bestiale! Io tornai per prima nella cantina e lì trovai i due
anziani coniugi della nostra casa uccisi e con gli occhi enucleati:
si erano opposti, come mi raccontò la signora Tindel, a lasciar
andare con loro la cognata ed il nipotino. Verso le 10, ci fu un po'
di tranquillità e tutte ci recammo nell'appartamento della signora
Keil, la cui figlia undicenne era stata pure violentata. Lì ci
cucinammo qualcosa da mangiare e in quel mentre udimmo di nuovo
passi e si ricominciò daccapo. Urlavamo, li pregavamo di lasciarci
in pace, ma non avevano pietà. Ci accordammo allora di impiccarci,
ma ne sopraggiunsero altri. Quando finalmente anche costoro se ne
andarono eravamo pronte. Ognuna di noi si era procurata un coltello
ed anche un lenzuolo era pronto. La signora Polowski s'impiccò per
prima. La signora Keil impiccò dapprima la sua Traudl e poi se
stessa, lo stesso la sua cara mamma fece con sua sorella. Restammo
solo noi due, sua mamma ed io. La pregai di farmi il cappio, poiché,
per l'eccitazione, non ci riuscivo; lo fece, ci abbracciammo ancora
una volta, e spingemmo via coi piedi il bauletto sul quale stavamo.
Mi accorsi di toccare terra con la punta dei piedi: sua mamma mi
aveva fatto la corda troppo lunga. Provai ancora e ancora, perché
volevo morire, ma senza riuscirvi; guardai e destra e a sinistra:
eravamo appese tutte su una fila e loro si trovavano bene, poiché
erano morte. A me non restò che liberarmi dal cappio, cosa che mi
riuscì dopo molti tentativi. Ero sola e fuggii disperata. Frattanto,
nella città che aveva dovuto lasciare, i suoi soldati venivano
radunati con spinte e calci e privati degli orologi, degli stivali e
dei maglioni e, se in buono stato, anche dei pantaloni. L'indomani,
scalzi e seminudi, sotto temperature polari, sfilarono sotto agli
occhi del popolino polacco che li colpiva a bastonate e con pietre;
al quarto giorno partirono per aggiungersi alla lista di prigionieri
di ogni nazionalità, dal cui conto finale di 8.000.000 ben l'85% non
avrebbe mai più fatto ritorno. Non videro, e forse non seppero mai,
che i loro compagni gravemente feriti erano stati liquidati coi
lanciafiamme.
Bärwalde non era stata abbandonata da tutti. Martha Nadez era
rimasta col marito Karl ed i due figli e con una sorella pure madre
di due bimbe. Avevano deciso di non andarsene per non sottoporre le
creature agli strapazzi di una fuga sotto la neve ed il ghiaccio ed
il giorno venuto, non più tanto convinti della giustezza della
decisione presa, andarono a rifugiarsi in un bunker ed attesero. Non
dovettero aspettare molto. [...] Era una facile preda ed i due
gendarmi non persero tempo e la violentarono e altrettanto fecero
con la sorella, al suo ritorno dal bunker, tutta insanguinata,
sorretta dal cognato pallido e stravolto per la pena avuta a
difenderla dalla cupidigia dei soldati incontrati per strada. A cose
fatte videro uno andarsene e l'altro piazzarsi sulla porta di casa e
chiamare i commilitoni di passaggio. Giunsero a gruppi di sette per
volta e a turno, al lume di una candela che Karl Nadez era costretto
a tenere in mano, si avventarono sulle due donne senza curarsi dei
bimbi presenti. Alla fine, uno alla volta, sghignazzando, se ne
andarono, per ultimo il gendarme, che prima si diresse sull'uomo e
lo colpì col calcio del fucile deciso ad ucciderlo, ma non poté
dargli un secondo colpo: moglie e figli si attaccarono al suo
braccio, implorando di risparmiargli la vita e lui, preso alla
sprovvista, vi rinunciò e lasciò la casa. [...] Non si accorsero che
i loro piedi avevano lasciato le impronte sulla neve; le notarono
invece tre soldati che li seguirono e li costrinsero a tornare in
casa, baciarono le due bimbe e violentarono la madre. [...]
Sentirono muoversi nel cortile gente che gridava e sparava e
avvertirono i loro passi sempre più vicini; poi videro la porta
aprirsi e, alla luce di lampadine tascabili, stagliarsi nel riquadro
civili e soldati col caratteristico berretto ad angoli e pompon
dell'esercito polacco. Fu un attimo. Gli arrivati si lanciarono su
di loro, afferrarono l'uomo e la cognata ed i bimbi più grandicelli
e li impiccarono; poi presero i due più piccoli e li strozzarono.
Martha Nadez visse tutto in uno stato di incoscienza. Giaceva sul
pavimento tramortita da un violento colpo alla nuca. Vide solo ombre
pendere dal soffitto, sentì che la violentavano e poi qualcosa che
le stringeva e stringeva il collo, soffocandola. Ma non morì. Tornò
in sé richiamata da un suono di voci e notò quattro uomini chini su
di lei che le dicevano: "Vieni, donna", ma lei restava inerte. Sentì
poi che la trasportavano e si trovò su un letto con accanto uno dei
quattro polacchi che le chiedeva: "Donna, chi fatto ciò?". Rispose:
"I russi". Allora quello la bastonò urlandole :"Russi soldati buoni.
SS porci, impiccano donne e bambini". La colse una violenta crisi di
pianto che richiamò l'attenzione degli altri tre. I quattro la
osservarono e abbandonarono la stanza e poco dopo giunse un
sovietico con una frusta che, battendo sul letto e su di lei e
intimandole di tacere, cercò di calmarla, ma non ottenendo alcun
risultato, se ne uscì lui pure. Si calmò al rumore di voci che
provenivano dall'esterno, si alzò terrorizzata e andò a gettarsi
nello stagno del cortile per annegarsi. Quando riprese i sensi si
ritrovò a giacere sul pavimento della stanza di una vicina. Tremava
per il freddo. A fatica si tirò su e si adagiò sul letto che c'era e
si accorse che qualcuno le si avvicinava. Terrorizzata implorò che
la uccidesse, ma l'uomo le illuminò con la lampadina il viso, si
tolse il cappotto e le mostrò le sue decorazioni, dicendole che era
un tenente e che lei non doveva aver paura. Poi prese da una parete
un asciugamano e cominciò a strofinarla. Quando le vide il collo
piagato dalla corda le chiese: "Chi fatto?". "I russi". "Si, si,
quelli bolscevichi, ora niente bolscevichi, ora bielorussi.
Bielorussi buoni". Con la baionetta le tagliò gli indumenti poi le
asciugò le gambe e le tolse l'anello, se lo mise in tasca
chiedendole dov'era suo marito, e quindi la violentò. [...]
Sopraggiunsero invece quattro giovani soldati sui 18-20 anni,
totalmente ubriachi, che la buttarono dal letto, ne approfittarono e
la malmenarono fino a farla svenire. L'indomani i soldati che
caricavano su un camion il bestiame macellato dei Nadez la videro
arrivare vestita in qualche modo con abiti troppo corti e stretti.
Credettero di aver a che fare con una pazza e l'accolsero con risa e
lazzi, ma non così le quattro soldatesse presenti che, infastidite
dal suo aspetto, imbracciarono le armi decise a fucilarla. La salvò
per tempo un ufficiale. Con tatto s'informò chi fosse e poi le
chiese la ragione dei segni sul collo. Rispose: "Soldati russi,
marito, sorella e pure bambini". Quando sentì “bambini” non riuscì a
nascondere l'indignazione e il turbamento che provava, chiamò un
soldato e la fece accompagnare al comando. Lì l'arrestarono e, dopo
alcuni giorni, la rinchiusero con altri connazionali nelle carceri
di Neustettin.
A gruppi di 5-10 uomini arrivarono i soldati a oltraggiarci: "Urri,
Urri; Frau, komm". Sedevamo raggruppati attorno ad una candela. Sul
mio grembo tenevo una vigorosa ragazza, Inge, figlia tredicenne del
signor Bart, a cui avevo intrecciato i capelli, dicendole di
comportarsi in maniera molto infantile. Ciò riuscì a proteggermi. La
mia vicina invece, la signora Friedel, una biondona, dovette seguire
il richiamo, sotto spinte, e lasciarsi violentare da sei soldati. La
signora Paula, distesa in un lettino da bambino, lasciava uscire
saliva dalla bocca e gemeva, riuscendo così a far allontanare da sé
gli individui. Nei giorni successivi i sovietici si scatenarono.
Misero a ferro e fuoco la città, nessuna donna venne risparmiata,
anche sotto gli occhi dei mariti, tenuti a bada con il mitra. Ci si
nascondeva, ma ci trovavano. Mi trovavo per strada quando un
giovanotto, armato di una bottiglia di vino, mi si avvicinò e mi
spinse in una cabina telefonica. Io gli dissi: "Vecchia nonna, tutta
grinzosa". Ma lui rispose, ripetendosi, di continuo: "Nonna deve".
In quel mentre una giovane madre con tre bimbi che cercava di
rifugiarsi in una cantina vicina fu sopraffatta da un'orda. I bimbi
urlavano: "Mamma, mammina!". Allora uno dei soldati li afferrò e li
sbatté contro il muro. Non dimenticherò mai in vita mia lo schianto.
Poi la donna fu presa dal successivo. Alla fine fu solo capace di
trascinarsi nella mota. Un polacco, accompagnato da una ragazza,
tentò di strapparmi la fede, che portavo da 40 anni al dito, dove vi
si era quasi incastrata. Non riuscendovi estrasse un coltello per
tagliarmi il dito. Con uno sforzo riuscii a strapparlo con tutta la
pelle e a consegnarglielo. [...] Nelle capaci cantine regnava
l'orrore. Chiuse nei piccoli locali vi erano più di 100 persone. Una
volta al mattino venivano portati nel cortile contiguo per i loro
bisogni personali. I morti restavano dove erano, senza che gli altri
li spingessero da parte. [...] Un'altra volta le sentinelle
gettarono un secchio di carburo acceso in mezzo alle donne, perché
non erano state pronte ad assecondarli.
La soluzione che i coniugi Kremse credettero essere quella giusta,
rifugiarsi nella campagna di Possen, dove il loro giovane nipote
imparava a fare il contadino, fu una soluzione sbagliata. Per loro
il destino si presentò nelle vesti di uno strano soldato sovietico
che incontrarono il giorno in cui stavano attraversando la strada
per recarsi nella fattoria di fronte alla loro. Lo straniero si parò
loro davanti e allungò le mani per portarsi via la donna. Questa si
difese e quello, imprecando in una lingua incomprensibile, le sparò
col mitra nell'addome, eppoi rimase a guardare la scena: il nipote,
che sorreggeva la zia, e il marito, corso a prendere una carriola,
che con questa cercava di portare la ferita grave nella casa del
vicino. Non sembrò esserne soddisfatto, poiché li seguì e,
imbracciato di nuovo il mitra, sparò una seconda volta addosso alla
donna e siccome non moriva, le andò vicino e la colpì col calcio
dell'arma sulla testa. Così, avanzando fra grida e lamenti, i
malcapitati arrivarono nella corte della fattoria dove erano
diretti, ma qui li raggiunse ancora il soldato. Fra il terrore dei
presenti si fece avanti e scaricò quattro volte l'arma sulla donna e
poi, visto che la ferita continuava a gridare, afferrò l'arma per la
canna e gliel'abbatté con forza sulla testa. La Kremse morì e il
soldato parve finalmente soddisfatto. Vedovo il povero Kremse, di
qualche anno più vecchio della moglie cinquantenne, non lo rimase
per molto tempo. Quando apprese che i sovietici avevano deciso di
deportarlo, tappò la stufa a carbone e si uccise assieme alla madre
e al fratello minore del nipote contadino.
A Graz, al loro ingresso, i sovietici furono salutati come
liberatori da rappresentanti dei partiti appena costituitisi. Il
comandante dell'unità li squadrò e, asciutto, rispose: "Non siamo
venuti come liberatori, ma come conquistatori!.
Sentì ancora dietro di sé il rumore stridente della porta scorrere
sulle guide e lo scatto del gancio e si trovò pigiato, quasi
schiacciato, fra 120 altri individui. Così, in un vagone senza
spazio, sporco e senza un filo di paglia per giaciglio, al pari di
altri 218.000 connazionali che lo avrebbero seguito, iniziò il suo
viaggio di deportato nell'Unione Sovietica. [...] Dopo giorni di
vagare nel disperato tentativo di sottrarsi al nemico incalzante, il
suo Treck era stato raggiunto e sconvolto e lui con la famiglia e
centinaia di altri fuggiaschi era stato riportato su camion
indietro, oltre Stallupönen ed Eydtkuhnen e scaricato a 30 km dalla
frontiera lituana, in una caserma. [...] Friedrich Koller sopportò
tutti i 28 giorni che occorsero per giungere agli Urali chiuso come
merce nel suo vagone. [...] All'ottavo giorno l'uomo calcolò che già
12 dei suoi compagni erano deceduti. [...] La fame, non ricevevano
che una brodaglia con qualche briciola di pane al giorno, e la sete
li uccidevano. [...] Il giorno dell'arrivo li tirarono giù dai
vagoni e li allinearono lungo il treno: un terzo di loro non
esisteva più. Dovettero inginocchiarsi nella neve e restare così,
con -45°C, per ore, finché non finirono i loro controlli. Friedrich
Koller ebbe il tempo di guardarsi e di guardare. Per la prima volta
si accorse di quanto fossero dimagriti e come fossero ricoperti di
sporcizia e di escrementi. Erano spaventosi. Il piano di
deportazione era a punto. Mosca lo aveva programmato da tempo e
anche collaudato deportando, al suo ingresso in Romania, Ungheria e
Yugoslavia, le minoranze tedesche che da secoli vivevano in quei
paesi. Lo aveva quindi catalogato sotto la voce “riparazioni di
guerra” e fatto legittimare a Yalta dagli occidentali. Scattò ai
primi di febbraio. [...] Agli ordini dei quattro comandi dei Fronti
d'Ucraina e della Russia Bianca, cui spettava fornire le quote di
deportati, iniziarono a radunare le persone da avviare, dall'Artico
al Turkmenistan, ai lavori forzati. Azioni di polizia erano già
iniziate subito dopo l'ondata di violenze e saccheggi che avevano
caratterizzato i primi giorni d'occupazione, limitate però a
perseguire uomini e donne della regione sospetti d'appartenere al
partito nazionalsocialista o alle sue organizzazioni. Alla questura
di Hindenburg, divenuta sede della NKVD per l'Alta Slesia, li
giudicavano approssimativamente, senza difesa e senza testimoni a
discarico, e li rinchiudevano ad Auschwitz o a Blechhammer, da dove
parte dei condannati finiva poi nell'Unione Sovietica.
Le deportazioni colpirono 218.000 persone, di cui la metà morì nei
Gulag per sfinimento o malattie. Assieme ai tedeschi furono pure
deportati polacchi fedeli al governo in esilio a Londra, cittadini
sovietici che avevano lavorato in Germania, francesi e americani.
Nel Gulag di Kolumna si trovava pure un diplomatico spagnolo,
arrestato a Danzica. L'ondata delle deportazioni cessò a partire dal
mese di maggio del 1945. Nell'autunno seguente i deportati malati o
non più abili al lavoro vennero rispediti alle località d'origine.
Negli anni 1946-1948 iniziarono i rientri in massa e nel 1949 ebbero
luogo gli ultimi ritorni. Indietro, tuttavia, rimase ancora
un'aliquota di prigionieri di cui non si é saputo più nulla.
A Könisberg
I sovietici s'inoltrarono nella città e subito da ogni dove l'eco
delle urla di terrore dei civili si confuse con le loro urla di
trionfo. Uomini cadevano uccisi e donne invocavano aiuto dai soldati
che passavano avviati in prigionia e che nessun soccorso potevano
ormai più dare; il fuoco si accompagnava ai saccheggi, i saccheggi
alla furia distruggitrice. L'indomani i cittadini furono stanati dai
loro rifugi e radunati nelle vie e nelle piazze e, sotto stretta
sorveglianza, posti in marcia per le vie sconnesse della città e per
le strade che dalla città si diramavano nelle zone limitrofe.
Colonne di donne e colonne di uomini cominciarono a camminare in
direzioni diverse senza sapere dove, sempre spinti in avanti dalle
guardie che li scortavano, affrontavano un percorso e poi tornavano
indietro, passavano per una località e poi ci ritornavano finché
affrontarono percorsi più lunghi che li portarono nel Samland o a
Labiau. A dover peregrinare in questo modo non erano solo adulti, ma
pure ragazzi, neonati in carrozzella, malati portati avanti su
carriole, e su di loro scese per prima la morte. I sovietici pareva
avessero in programma nient'altro che di farli marciare, di
trascinarli, spettatori coatti, sugli scenari della lotta, per
luoghi minati e ancora seminati di cadaveri; non davano loro da
mangiare né da bere, non interessava loro se trascorrevano la notte
all'aperto, dietro cespugli o qualche albero per ripararsi dal
freddo o in qualche stalla o fienile delle fattorie demolite dalla
guerra. Loro preoccupazione principale era di farli marciare a
bastonate, se necessario, e a notte andare a disturbare le donne.
L'odissea di Könisberg é evidenziata dalle seguenti cifre: al
momento dell'assedio, nella città erano rimasti circa 100.000
abitanti. A causa dei combattimenti e delle marce dei primi giorni
d'occupazione morirono circa 30.000 persone (dati sovietici).
Diverse migliaia morirono nei lager organizzati dall'autorità
sovietica. Questo vuoto venne colmato nei mesi di giugno-luglio 1945
dai rimpatriati, cosicché, in base ai certificati di registrazione,
gli abitanti raggiunsero il numero di circa 70.000. Due anni dopo,
nell'estate 1947, secondo valutazioni fatte da medici e dal clero,
rimanevano ancora circa 24.000 tedeschi; in detto periodo 2.300
persone avevano potuto lasciare la città. In totale, sotto
dominazione sovietica, a fine 1947, erano decedute quasi 50.000
persone, a cui vanno aggiunti i 30.000 del periodo bellico e delle
“marce di propaganda” (Deichelmann, Hans, Ich sah Könisberg sterben,
Aquisgrana, s.e., 1949).
Così, fra discorsi ed applausi, se ne partì l'Armata Rossa. Aveva
avuto il tempo di infierire, deportare, ridurre allo stremo la
popolazione tedesca e, soprattutto, di spogliare il paese dei
macchinari e delle apparecchiature industriali, dei beni agricoli e
del patrimonio zootecnico. Si portò via i mezzi di trasporto, le
attrezzature scolastiche, municipali, alberghiere, ospedaliere e,
singolarmente, si arricchì di ogni possibile bene privato, senza
trascurare le biciclette, un mezzo che molti dell'Armata Rossa non
avevano mai usato. Ai polacchi lasciò ben poco, ai tedeschi nulla.
L'offensiva d'ottobre nella Prussia orientale dimostrò sia ai
Gauleiter sia ai cittadini che i tedeschi non avevano da aspettarsi
molta comprensione da parte delle truppe sovietiche e dei comandanti
delle divisioni corazzate; le fiumane di evacuati che arrivavano
nella Sassonia e nella Slesia occidentale davano notizie di prima
mano sulle atrocità perpetrate dai sovietici contro i civili
tedeschi che non avevano sgomberato in tempo. Il 20 ottobre, per
esempio, alcuni comandanti di carri armati sovietici avevano
raggiunto una colonna di profughi che abbandonavano il distretto di
Gumbinnen nella Prussia orientale; l'intera colonna era stata
sterminata perché il comandante aveva ordinato ai suoi carri armati
di continuare ad avanzare sui rifugiati e sui loro veicoli. [...]
A queste vittime vanno aggiunte migliaia di altre vittime degli
anglo americani dopo la fine della guerra. Anche qui le prove
saltano fuori raramente ma ormai a sufficienza per imbastire
un’altra Norimberga. Il caso più spaventoso è quello americano: fu
Ike Eisenhower, il comandante in capo dei "liberatori", a volerlo:
fece morire di fame, di stenti e di malattie un milione di soldati
tedeschi, prigionieri di guerra e rinchiusi nei campi di
concentramento americani in Europa. In tre mesi, senza camere a gas.
Lo ha documentato, in un recente libro edito dalla Mursia e
intitolato "Gli altri lager", lo scrittore canadese James Baque.
Anche questo testo è ormai introvabile. Non è politicamente
corretto.
Per tutti questi crimini, perpetrati per giunta a guerra finita, mai
nessuno è stato non solo condannato ma neppure processato. Ma questo
non si insegna nelle scuole dove regna ormai una propaganda
totalitaria.
Ci scusiamo con il lettore per la frammentarietà dei testi, in gran
parte tratti dalla preziose quanto unica ricerca dello storico Marco
Picone Chiodo, in seguito diventato cittadino germanico.
Il suo libro “ e malediranno l’ora in cui partorirono” ed Mursia, è
uscito vent’anni fa, non ha più avuto riedizioni è praticamente
introvabile.
I milioni di assassinati tedeschi non hanno diritto alla memoria e
non hanno diritto nemmeno alla loro storia. E’ la poesia di Elia
Eheremberg.
Ma la giornata della memoria, piaccia o no, vale anche per loro. Se
sapranno mantenerla, la memoria vera, il tempo porterà forse
giustizia. Non esiste il male assoluto e il male peggiore deriva
sempre da chi è convinto di essere deputato ad incarnare il Bene.
Il "poeta" Elia Ehrenburg
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |