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STORIA E
BATTAGLIE
Quando i cattolici
parlavano da cattolici...
QUESTIONE DEI GIUDEI IN UNGHERIA
LA CIVILTA’ CATTOLICA, 16 LUGLIO 1938
La questione giudaica in Ungheria è antica da circa tre quarti di
secolo e non ha nessuna connessione, né di principi, né di
procedimenti con il recente
antisemitismo razzista del Nazionalsocialismo e neanche con gli
antisemitismi di altre nazioni.
Ciascuna nazione provvede alla sua conservazione, difendendosi da
elementi perturbatori, secondo lo spirito delle proprie tradizioni,
o anche, purtroppo,
come nella Germania d’oggi, secondo ideologie inalberate a vessillo
di raccolta e risorgimento nazionale. La nazione Magiara ha
tradizioni millenarie
fondamentalmente cristiane e insieme cavalleresche e leali,
mantenutesi vive sino ad oggi, risorte a nuovo rivoglio segnatamente
dopo la grande guerra ed il
cataclisma giudaico-bolscevico, fortunatamente breve, del 1919, e
manifestatesi con magnifica vitalità nel Congresso Eucaristico
Internazionale di Budapest, come abbiamo sommariamente esposto nel
nostro periodico (18 Giugno, 1938, II, 481).
L’Ungheria è tuttora una Monarchia cattolica, decorata del titolo di
“Apostolica”, sin da quando il Papa Silvestro II nell’anno mille,
diede a S. Stefano,
oltre il titolo di Re, il titolo di “Apostolo”, la “Santa Corona” e
la Croce simile a quella dei Legati. Nessuno dei Re ha piena
autorità se non è coronato
con la “Santa Corona”, anzi non conta nella lista dei Re di
Ungheria, come Giuseppe II, che non fu coronato. Ed al presente, il
capo dello Stato è
semplicemente “Reggente”. La “Santa Corona” non è un emblema, è la
monarchia stessa; non appartiene a chi è stato con essa coronato, ma
al popolo: essa è il palladio sacro della nazione ungherese ed
aspetta il monarca, sulla cui testa potrà essere imposta
dall’Arcivescovo di Strigonia, Primate di Ungheria.
Inoltre l’Ungheria è stata il baluardo della Cristianità contro la
invasione turca per 355 anni (1363-1718) e benché a un certo tempo
fu quasi del tutto
oppressa sotto il giogo ottomano, riusciì a liberarsene, e con sé
l’Europa cristiana.
“L’Ungheria ha rappresentato sempre – dichiarava nel 1930 il prof.
Giacinto Viola dell’Università di Bologna, - la lotta della luce
contro le tenebre. Nel
compito immenso che essa si è addossato, l’Europa non sempre ha
compreso la sua grande missione nella storia della civiltà
occidentale e l’ha spesso
lasciata sola. Donde ha tratto il popolo magiaro, un pugno di pochi
milioni, l’immensa forza di resistenza per salvarsi pur sempre,
isola perduta in mezzo
all’oceano tempestoso del panslavismo? Il segreto della salvezza
dell’Ungheria, della sua resistenza, sta nei suoi valori ideali. Mai
la storia di alcun
popolo ha dimostrato come la forza degli ideali valga assai più che
la forza degli eserciti, come le forze spirituali superino di gran
lunga le forze
fisiche”.
E quali sono questi ideali e queste forze spirituali? Il Viola li
addita nella sua fiamma religiosa e cavalleresca: “L’Ungheria, per
150 anni di dominazione
turca, ha vissuto solo perché ha voluto vivere. Ogniqualvolta, nella
storia, si è abbattuta, crivellata di ferite, mutilata, esangue, si
è disperatamente
riafferrata alla religione, agli eroi della sua storia, ai suoi
santi, alla immensa fiamma di civiltà, di aspirazione alle forme
superiori di vita, ed è
risorta ed ha riedificato lo Stato, ha ricostruito i suoi grandiosi
monumenti, nei quali si sente come espressa in forma di arte la
grandiosità della sua
anima”.[1]
Queste nobili parole del moderno professore sono una eco
inconsapevole di altre nobili parole del grande luminare della
Storia Ecclesiastica, il Cardinal
Baronio, il quale fece questo splendido elogio della nazione
magiara: “Tratta, da una forza miracolosa, dal suo antico nido
nascosto in fondo all’Asia,
questa nazione ha obbedito ad una potenza superiore, che l’ha
scelta, guidata, innalzata, e ne ha fatto la più solida e
incrollabile fortezza della
Cristianità. Erano nati eroi quei guerrieri, che ad un valore
terribile accoppiavano una pietà edificante, riportarono vittorie
che hanno del miracoloso e,
per parecchi secoli, sostennero e protessero i popoli cristiani”.[2]
Una delle tradizioni singolari della nazione magiara è la
cavalleresca liberalità verso gli stranieri. Il santo Re Stefano fu
il primo a chiamare degli
stranieri in Ungheria. Oltre i religiosi che avevano convertito il
paese al Cristianesimo, egli fece venire artisti per edificare
chiese, coltivatori,
artigiani, assicurando loro libertà di conservare i loro costumi ed
inviolabilità, non chiedendo loro altro che l’osservanza delle leggi
del Regno ed
un’imposta per le terre loro concesse. Agli immigrati è dato il
titolo di hospites, sacro per i magiari. Quando conquistarono i
paesi vicini, Boemia,
Polonia, Bulgaria, Bosnia, Moldavia, Valachia, ecc. non imposero
loro né i loro costumi né la loro lingua, ma solo li spinsero a
convertirsi al
Cristianesimo.
S. Stefano, pur amando la sua patria e la sua nazione, voleva che
essa profittasse di quanto di buono potevano recarle gli stranieri
ed i coloni, tenendo un
principio singolare, che farà stupire i moderni nazionalisti ad
oltranza: unius linguae, uniusque moris regnum imbecille et fragile
est, come egli dice in
uno dei consigli al figlio Emerico, che giova riportare per disteso:
“Gli ospiti e gli stranieri devono occupare un posto nel tuo regno.
Accoglili bene e
accetta i lavori e le armi che possono recarti; non aver paura delle
novità; esse possono servire alla grandezza e alla gloria della tua
corte. Lascia agli
stranieri la loro lingua e le loro abitudini, giacchè il regno che
possiede una sola lingua e da per tutto i medesimi costumi è debole
e caduco. Non mancare
giammai di equità né di bontà verso coloro che sono venuti a
stabilirsi qui, trattali con benevolenza, affinché essi si trovino
meglio presso di te che in
qualsiasi altro paese”.
Questi principii, male intesi e male applicati, segnatamente
rispetto ai giudei, sono stati fonte di guai per l’Ungheria. Il
liberalissimo e cavalleresco
Santo Re dà bensì agli stranieri il titolo di ospiti, ma non quello
di cittadini, né molto meno quello di padroni…
Ora i giudei, immigrati in Ungheria in più gran numero durante il
periodo dei governi liberali, 1860-1914, vi sono divenuti non solo
ospiti, ma cittadini
(che hanno anche la loro rappresentanza nel Senato) e padroni. Essi
sono circa 444 mila, cioè il 5 per cento di tutta la popolazione di
nove milioni; e
nondimeno, come è stato pubblicato di recente, essi hanno
un’altissima percentuale nei posti e nelle professioni dominanti.
Nella capitale, Budapest, di
poco più di un milione di abitanti, essi sono circa 230 mila, cioè
circa un quinto, e naturalmente vi esercitano di più la loro
prevalenza.
Riportiamo dai giornali le statistiche del loro predominio in tutta
l’Ungheria:
"Secondo le statistiche più recenti (quelle del 1930) il 15.4% dei
proprietari fondiari sono ebrei come pure sono ebrei un terzo dei
proprietari di miniere
e di fonderie, mentre il 33.3% degli impiegati di queste industrie
sono ebrei. Naturalmente gli operai ebrei in esse occupati sono
soltanto il 0.1%. Per
quanto riguarda l’industria in generale ed il commercio l’11% degli
imprenditori, un terzo della classe dirigente e un ottavo degli
impiegati sono ebrei e
l’industria alberghiera è per un quinto nelle loro mani.
Particolarmente rilevante è la posizione degli ebrei nel commercio.
Su 83.671 commercianti 38.072
sono ebrei; inoltre il 52.7% degli impiegati commerciali hanno posti
direttivi ed il 30.3% di quelli d’ordine inferiore.
Ma dove gli ebrei occupano veramente una posizione di privilegio è
nelle Banche e negli Istituti di credito. Su 324 Banche ed Istituti
di credito 223 sono
nelle mani di ebrei, e circa il 40% degli impiegati sono tali. Non
solo, ma i 20 più potenti capitalisti finanziari ebrei occupano ben
249 posti nei
Consigli amministrativi dei vari Istituti di credito, sicché è
facile comprendere quanto sia rilevante l’influenza ed il potere del
capitale ebreo in
Ungheria, e conseguentemente difficile la soluzione della questione
ebrea nello stesso paese.
Non parliamo, poi, della percentuale ebrea di medici, ingegneri,
avvocati e farmacisti.
Soltanto nella città di Budapest sono ebrei: il 47% degli avvocati,
il 62% dei veterinari, il 37% dei farmacisti, il 40% degli
ingegneri. Anche la stampa ha
una grande percentuale di ebrei: il 36% dei giornalisti sono ebrei e
nella città di Budapest il 67%. Ebrei sono 14 dei 18 quotidiani e 5
dei 6 settimanali;
delle 263 tipografie 163 sono ebree e delle 271 librerie 198, mentre
su 6 Case Editrici 4 sono ebree (Athenaeum – Franklin – Singer e
Wolfner)."
Ma vi ha, purtroppo, un altro loro predominio, funesto per la vita
religiosa, morale e sociale del popolo ungherese, ed è che tutti o
quasi i giudei del
ceto intellettuale e dirigente non sono credenti, ma liberi
pensatori, o rivoluzionari, o massoni e organizzatori della
massoneria: anticristiani nella vita
morale e nella vita intellettuale; capitalisti nella vita economica
sono poi socialisti o filosocialisti nella vita sociale, mantenendo
intese con i
sindacati socialisti e con i loro capi; in una parola, la loro legge
di vita (e cioè la loro legge morale pratica) è il successo nel
mondo per qualsiasi
mezzo.
La denatalità fra essi (frutto del basso livello morale) è tale, che
vanno diminuendo sensibilmente, ed in una quarantina d’anni, come
prevede un sociologo,
i giudei d’Ungheria (dove ora è loro vietata l’immigrazione) saranno
ridotti alla metà. Secondo le statistiche del 1929, date dall’autore
(giudeo)
dell’articolo Ebrei nell’Enciclopedia Italiana (XIII, p. 328) i
giudei erano in Ungheria 520 mila, ora ridotti a 444 mila; è questa
una forte diminuzione,
anche se si supponga la metà per emigrazione.
In ogni modo, sino ad ora i giudei sono stati i padroni
dell’Ungheria, come si rileva dalle statistiche sopra riportate.
Nella presente ondata antisemita
sono diventati meno pretensiosi e corrono ai ripari con mostra di
moderazione. Un esempio: un giornale giudaico, Az Est (La Sera) che
ha una tiratura
quotidiana di 300 mila copie, da anticlericale è divenuto
conservatore e perfino filocattolico, lodando il Papa ed il
Cardinale Faulhaber nel loro
atteggiamento verso il neopaganesimo razzista. E’ chiaro che i
cattolici ungheresi non gradiscono tali alleati della Chiesa.
Un Padre gesuita, predicatore, conferenziere e scrittore, aveva dato
intorno alla questione giudaica in Unhgeria, su un giornale di
destra, una
“intervista”, che ebbe non poca risonanza. Il direttore, giudeo, di
una rivista letteraria distruttiva della religione e della morale,
chiese di poter
parlare al detto Padre, chiedendogli una “rettificazione”. Il Padre,
naturalmente, si negò, e cercò in tre ore di discussione di
illuminare il suo
interlocutore, che si professava ateo, e ad ogni argomento opponeva:
“sono questioni metafisiche; non possiamo intenderci”. Con fermezza
e lealtà, il Padre gli dichiarò: “non desisterò dal combattervi sino
a quando non avrò spezzato la vostra penna funesta!” Da allora la
rivista si è fatto come un pregio di riportare le conferenze di quel
Padre, talora quasi alla lettera, specialmente quando egli parla
della carità…
I giudei, in Ungheria, non sono organizzati tra loro per una azione
comune sistematica: basta loro la solidarietà istintiva e
insopprimibile della loro
nazione per fare causa comune nell’attuare il loro messianismo
agognante al dominio della terra ed al possesso dei beni temporali.
Ad un giudeo commerciante di Vienna, lo stesso Padre, entrato in
discorso sull’antisemitismo e le sue ragioni nel popolo ungherese,
fece la dimostrazione
storica della nefasta prevalenza giudaica nella rivoluzione del
1919, che commise tanti delitti e tanti latrocinii: dei 32
commissari del popolo, 27 erano
giudei, con a capo Béla Kun. – Io sono un giudeo onesto, contrario a
ogni disordine, replicò il commerciante. – Ebbene, riprese il Padre,
voi giudei onesti
siete nondimeno solidali con i rivoluzionari; tra noi cattolici
avviene il contrario, noi non siamo mai dalla parte di quei
cattolici che traviano, noi li
combattiamo risolutamente; voi invece vi sentite solidali con i
vostri correligionarii in qualsiasi caso. Il giudeo commerciante
chinò il capo in un breve
silenzio, e confessò: Padre, avete ragione, però, Padre, das ist bei
uns eine Herzenssache! (è per noi una questione di cuore!).
Simili confessioni non sono rare, quando con lealtà magiara si
oppone ai giudei la verità. Il medesimo Padre in una conferenza a
giovani studenti di una
Scuola Normale, cattolici, protestanti e giudei, sulla concezione
della vita, espose, naturalmente la concezione cattolica, e toccando
dell’antisemitismo,
dichiarò francamente: come Sacerdote e come ungherese io sono
“antisemita” non per ragioni di razza o di religione, ma perché i
giudei non sono veri giudei:
essi hanno rigettato Cristo, il fiore della loro nazione e
dell’umanità intera; essi hanno rigettato la Torah e il Vecchio
Testamento, che preannunziano e
preparano Cristo; essi pertanto sono i negatori del vero giudaismo,
i veri nemici di se stessi e del mondo: dobbiamo perciò combatterli,
come si combatte
l’errore e la distruzione. A queste parole si alzò uno studente,
pallido in volto, e disse: Padre, io sono giudeo, e vi ringrazio di
questa vostra franca
dichiarazione: non avevo mai udito siffatta spiegazione
dell’antisemitismo e vi confesso che avete ragione.
L’antisemitismo dei cattolici ungheresi non è perciò né
l’antisemitismo volgare fanatico, né l’antisemitismo razzista, è un
movimento dei difesa delle
tradizioni nazionali e della vera libertà e indipendenza del popolo
magiaro. Nel “Programma ungherese per il movimento sociale”,
propugnato dall’Azione
Cattolica (nella quale sono organizzati 250 mila uomini) il IX
punto, sulla “soluzione della questione giudaica secondo gli
interessi della nazione
ungherese”, dice: “I giudei, che non hanno accettata sinora la
concezione ideale storica della nazione ungherese, non hanno il
diritto di influire sulla
vita intellettuale del paese, né nella stampa, né nella letteratura,
né nella vita artistica. Questo medesimo principio deve essere
applicato contro tutti
quegli ungheresi che solidarizzano con i giudei. Dobbiamo spezzare
il liberalismo distruttore della nostra vita economica, mediante il
sistema corporativo,
che sottoporrà il capitale all’interesse generale della nazione. Noi
esigiamo dal Governo l’interdizione dell’entrata degli stranieri
(giudei) nel paese,
perché non possiamo ricevere altri mentre i nostri compatrioti non
hanno di che mangiare. Esigiamo inoltre che vengano allontanati
tutti quelli che sono
entrati senza permissione (giudei riusciti ad entrare per
favoreggiamenti illeciti) e la punizione di quei funzionari che li
hanno aiutati contro le leggi”.
Si vuole, insomma, la difesa della nazione, contro il pericolo
presente di una più numerosa invasione giudaica dalla Germania,
dall’Austria, e dalla
Romania, e contro il liberalismo favoreggiatore del giudaismo e del
suo nefasto predominio, senza persecuzioni, ma con mezzi energici ed
efficaci.
Sinora l’unica legge di difesa è stata quella del numerus clausus,
sancita nel 1922, onde è vietato ai giudei l’ingresso alle
Università oltre il numero
corrispondente alla loro percentuale del 5 % della popolazione.
Si è preparata intanto una legge, che stabilisce un numerus clausus
nella vita economica, ed un’altra più particolare sulla stampa, onde
i giudei non
potranno avere oltre il 20% di rappresentanti nelle professioni,
nelle banche, nell’industria, nel commercio, nei giornali, ecc.
insomma nella vita
economica, intellettuale e morale della nazione. Questo numero non
è, a dir vero, tanto ristretto in relazione al 5% dei giudei in
tutta la popolazione; ma
per ora si vuol procedere a gradi, senza persecuzioni, favorendo
possibilmente l’esodo pacifico dei giudei dall’Ungheria, che essi
hanno “malmenata”, ed
attuando, rispetto ad essi, l’augurio di Dante: “O beata Ungheria,
se non si lascia – Più malmenare!” (Paradiso, 19, 142-143).
Non entriamo nei particolari di queste leggi proposte; notiamo solo,
che esse sono ispirate alle nobili tradizioni magiare di
cavalleresca e leale
ospitalità, restringendosi solo al puro necessario, che molti anzi
stimano non sufficiente.
Un particolare merita rilievo: la legge considera come giudei anche
coloro che si sono battezzati dopo il 1 Agosto 1919, eccetto gli
ex-combattenti. Quella
data servirebbe ad ovviare alle conversioni non sincere ed
interessate, come quelle che avvennero allora (se ne contano circa
16 mila) al tempo della
reazione nazionale ungherese subito dopo la rivoluzione bolscevica e
la caduta di Béla Kun. Questa disposizione non incontra
l’approvazione di alcuni
cattolici, perché sembrerebbe dover porre ostacolo a non poche
conversioni sincere; altri rispondono, che, al contrario, gioverà a
favorire la sincerità
delle conversioni. Non crediamo di nostra competenza intervenire col
nostro giudizio su tale questione. Essa potrà venire risolta
conforme alle tradizioni
cristiane e cavalleresche della nazione, la quale è ora sotto il
governo di un uomo di qualità superiori, il Presidente dei Ministri
Béla Imrédi, cattolico fervente ed insieme politico avveduto e di
mano forte.
M. Barbera S. I.
[1] Les efforts culturels de la Hongrie, de 896 à 1935. Budapest,
1935, p. 278.
[2] Citato da E. Horn, Saint Etienne, Paris, 1899, p. V-VI.
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |