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STORIA E
BATTAGLIE
Quando Lincoln sfiorò il Male Assoluto
Maurizio Blondet
29/09/2007
Abraham Lincoln dichiarò la guerra civile senza l’approvazione del
Congresso, richiesta dalla Costituzione.
La causa principale della secessione del Sud era il contrasto
economico: i repubblicani, andati al potere col sostegno degli
industriali del Nord, avevano imposto pesanti dazi sui prodotti
industriali europei; l’Europa, per ritorsione, aveva imposto dazi
sul cotone americano.
Ciò colpiva il Sud due volte, come esportatore di cotone e come
acquirente di prodotti industriali europei.
Un secolo e mezzo dopo, il presidente George Bush jr. ha trasformato
la sua «guerra mondiale al terrorismo», sempre più costosa e
impopolare, in «guerra per diffondere la democrazia».
Non ha fatto che ricalcare le orme di Lincoln: solo i ripetuti
rovesci sul campo, e l’impopolarità crescente di un conflitto per
ragioni d’affari, lo indussero a trasformare la guerra in una
crociata umanitaria.
Le sue opinioni sui negri le aveva espresse con franchezza nel
quarto dibattito al Senato:
«Io non sono, né sarò mai, a favore di istituire l’uguaglianza
sociale e politica tra la razza bianca e la nera; non sono né sarò
mai per fare dei negri dei cittadini votanti o dei giurati, né per
elevarli a cariche pubbliche, né perché si sposino con gente bianca.
Anzi, aggiungo che c’è una differenza fisica tra la razza bianca e
la nera, la quale vieta per sempre che le due razze vivano insieme
in situazione di eguaglianza sociale o politica».
Ma cominciata la guerra, e subiti i primi rovesci, lanciò il celebre
Proclama di Emancipazione, in cui dichiarava la libertà di tutti gli
schiavi negli Stati secessionisti (ma non in quegli Stati schiavisti
che s’erano messi con il Nord).
E il perché lo spiegò lui stesso: «Le cose andarono di male in
peggio, al punto che sentivo che eravamo in un vicolo cieco rispetto
al progetto che ci eravamo prefissi; dovevamo giocare la nostra
ultima carta, e cambiare tattica o perdere la partita. Mi decisi ad
adottare la politica di emancipazione».
Il Proclama cambiò effettivamente la natura del conflitto: ora era
una battaglia per la libertà, e ciò poneva la Confederazione in una
posizione che non poteva essere difesa nel mondo moderno.
La Francia aveva mobilitato Massimiliano d’Absburgo, sua creatura e
imperatore del Messico, perché appoggiasse il Sud; l’Inghilterra
aveva ammassato minacciosamente truppe in Canada, a ridosso del
confine: il loro intervento, che sembrava imminente a fianco dei
confederati, divenne impossibile da giustificare alle rispettive
opinioni pubbliche.
E’ il caso di notare che l’Emancipazione non fu sancita né come
emendamento della Costituzione né come atto del Congresso: Lincoln
la emanò, senza autorità costituzionale, da solo, nella veste di «Commander
in Chief».
Più tardi, anche George Bush scoprirà i vantaggi che un «Commander
in Chief» consegue di fronte al Parlamento e alla Costituzione.
Il Sud aveva istituito la coscrizione universale dal 1862: tutti i
maschi dai 18 ai 35 anni potevano essere chiamati alle armi.
Poche le esenzioni, e curiose: chi possedeva venti schiavi, ad
esempio, non veniva chiamato.
Ma pochi approfittarono del favore: nel Sud, era forte la coscienza
di combattere per le proprie case, le proprie terre e famiglie.
Non così nel Nord.
Come un secolo e mezzo dopo, si credette che il conflitto sarebbe
stato «una passeggiata» («a cakewalk», nelle parole di Wofowitz), e
inizialmente si puntò sui volontari, con ferma di tre mesi. Quando
cominciarono le battaglie, i volontari non si riaffermarono.
Come la Casa Bianca degli anni 2000, per evitare la leva di massa si
arruolarono mercenari.
Ogni Stato, città e contea - cui era stata assegnata una quota di
uomini da armare - mise a punto un suo sistema di compensi e premi
d»ingaggio.
In certi Stati si arrivò ad offrire mille dollari (pari a 70 mila di
oggi) per ogni arruolato.
I ricchi potevano esentarsi pagando la stessa cifra.
Nemmeno i mercenari bastarono.
Nel 1863, Lincoln si risolve a dichiarare la coscrizione
obbligatoria.
Dovunque, la gente scese in piazza, si accesero massicce
manifestazioni spontanee di protesta, che non si riuscirono a
sedare.
Nell’Ohio e in Illinois si dovettero schierare contro i manifestanti
le truppe federali.
A New York il 12 luglio, quando i giornali pubblicarono i primi nomi
dei coscritti, una immensa folla ostile alla guerra incendiò gli
uffici di arruolamento e parecchi edifici pubblici; i disordini
durarono quattro giorni.
Furono soppressi solo quando l’Armata del Potomac, inviata in città,
ebbe l’ordine di sparare sui manifestanti.
Oltre mille civili furono feriti o uccisi.
La secessione del Sud si coniugava, al Nord, con una vera
insurrezione.
Il presidente, ancora una volta violando la Costituzione, sospese l’habeas
corpus: da allora chi si opponeva alla guerra o la criticava fu
arrestato senza accuse formali, e tenuto in carcere indefinitamente
senza processo.
Non diversamente George Bush, per la «guerra al terrore» in seguito
«crociata per la democrazia nel mondo», s’è dato il diritto di
intercettare senza mandato giudiziario, di far torturare legalmente,
di negare diritti sacri senza spiegazione, di detenere senza diritto
alla difesa individui definiti «enemy combatant».
Lincoln ridusse schiavi suoi cittadini liberi per liberare gli
schiavi; Bush riduce le libertà democratiche per dare la democrazia
al mondo islamico, che ne è privo.
Come sempre in America, la Costituzione è un testo sacro
onoratissimo, e viene indicata a modello agli altri popoli, in tempo
di pace, ma un lusso che non ci si può permettere in guerra.
Come la legalizzazione della tortura, le ripetute violazioni
costituzionali di Lincoln furono condonate dalla Corte Suprema con
la motivazione della «indispensable necessity».
Oggi come allora, le guerre costano.
Nel 1861, le spese federali non superarono i 67 milioni di dollari;
nel 1865, toccavano l’allora astronomica cifra di 1,3 miliardi.
Fu allora introdotta per la prima volta la tassazione sul reddito
personale: ciò che la costituzione - fatto oggi strano - vietava.
L’ulteriore violazione della legge fondamentale fu sufficiente.
Le tasse tutte insieme, anche aumentate per la guerra, non coprirono
mai più dell’11% delle spese.
Ciò che mancava, lo offrirono le banche.
Creando denaro dal nulla per prestarlo ad interesse.
I Rotschild di Londra erano in grado di unire il consorzio bancario
internazionale in grado di finanziare un così colossale debitore.
Per la verità il loro agente in America, di nome Schoenberg (che al
suo arrivo a New York nel 1837, ebbe cura di darsi un nome meno
ebraico: divenne Auguste Belmont), aveva puntato sulla
Confederazione, accaparrandosi con denaro dei Rotschild larghe quote
del debito sudista, emesso da banche private.
Verso la fine della guerra, quei titoli di debito non valevano più
nulla: ma Belmont continuò a comprarne, a prezzi ormai infimi (3 o 4
centesimi per un dollaro di valore facciale) proprio mentre
cominciava ad offrire i suoi servigi al Nord.
Contava di ottenere dal nuovo debitore, ormai vincente, che
obbligasse lo sconfitto ad onorare integralmente i suoi titoli di
debito.
Intanto Belmont comprava titoli del debito di guerra del Nord e li
rivendeva in Francia e Inghilterra, con ottimo profitto.
Tuttavia esagerò nelle sue pretese: quando i Rotschild pretesero il
27,5% per prestare altro denaro creato dal nulla.
Lincoln decise di finanziarsi in proprio.
Emise una prima tranche di 150 milioni di dollari in «bills of
credit», stampati dal Tesoro: come quella dei Rotschild, era moneta
creata dal nulla, ma almeno non gravata da interessi da pagare ai
Rotschild.
I «bills» furono dichiarati moneta legale per pagare ogni debito
privato, ma non i dazi e le imposte. Erano stampati in inchiostro
verde, da cui il nome popolare di «Greenback».
Circolarono facilmente come le banconote.
Si finì per emetterne 432 milioni di dollari.
Abraham Lincoln ne fu entusiasta.
Non si contentò di farlo passare come un espediente giustificato da
«indispensable necessity», ma lo definì un nuovo principio, una
nuova teoria monetaria.
L’ufficio legislativo del Congresso sancì quanto segue: «Lo Stato ha
il potere di creare ed emettere moneta e credito, come ha il diritto
di ritirare dalla circolazione moneta e credito con la tassazione:
ragion per cui, non necessita né deve prendere in prestito capitale
ad interesse... Il privilegio di creare ed emettere moneta non è
solo la suprema prerogativa dello Stato, ma la sua più grande
opportunità creativa».
Anche questo principio violava la Costituzione americana, la quale
definiva «denaro» esclusivamente le specie in oro e argento, e
vietava la creazione di denaro dal nulla, sia da parte delle banche
che dello Stato.
Questa fu la sola violazione della Costituzione per la quale Lincoln
non fu perdonato.
Il Male Assoluto.
L’uomo che uccise il presidente, John Wilkes Booth, era membro di
una entità chiamata Knights of the Golden Circle (Cavalieri del
Cerchio d’Oro), di cui si ricorda un altro membro famoso, e
altrettanto abile col revolver, Jesse James.
Come i massoni si riuniscono in logge, questi cavalieri si riunivano
in «castelli».
Il fondatore, che istituì il primo «castello» a Cincinnati nel 1854.
si chiamava George W. L. Bickley.
All’inizio della guerra Bickley divenne i capo dei servizi segreti
confederati, e usò la sua società come mezzo per infiltrare molti
ambienti nordisti.
La società cambiò più volte nome: Order of American Knights, poi
Order of the Sons of Liberty. Giunse a contare, si dice, tra i 200 e
i 300 mila affiliati.
Dopo la disfatta dei Confederati, assunse un profilo più
spiccatamente clandestino.
Da questa ha origine il Ku Klux Klan.
Come doveva accadere per altri omicidi presidenziali ed altri
attentati, anche l’inchiesta ufficiale sull’assassinio di Lincoln fu
sommaria e conclusa in modo affrettato, perciò sospetto.
Si disse persino che Booth fosse stato fatto fuggire, e che il
cadavere del giustiziato che fu presentato come il fu Booth fosse
quello di un complice.
Mezzo secolo dopo Izola Forrester, bisnipote di Booth riuscì a
identificare negli archivi federali la cassaforte in cui era chiuso
e nascosto ogni reperto del rapidissimo processo, compresi la
pistola e due schegge d’osso dell’ucciso, e a dare un’occhiata al
contenuto, affastellato alla rinfusa e in fretta. La cassaforte era
rivolta contro il muro, quasi invisibile perché coperta da
scaffalature, come se avessero voluto nasconderla.
Ciò che Izola trovò non ha fugato il mistero.
Lei ricordava che la sua bisnonna ripeteva spesso: «Mio marito è
stato strumento di altri».
Ma d’altra parte, da ultimo, Lincoln aveva ceduto alle pressioni, e
varato nel 1863 il National Banking Act: sotto questo regime, il
denaro fu di nuovo creato dalle banche ad interesse, sotto forma di
acquisto di Buoni del Tesoro e contestuale emissione di banconote,
da cui le banche ricavavano altro interesse prestandole ai clienti.
Fu a proposito di questa legge che la Casa Rotschild di Londra, il
25 giugno 1863, scrisse in un comunicato confidenziale ad una
filiale di New York: «I pochi che capiscono il sistema saranno così
occupati nel profittarne o così dipendenti dai suoi favori, che non
faranno opposizione; d’altra parte la gran massa, mentalmente
incapace di capire, ne sopporterà il peso senza lagnarsi».
Il sistema era l’emissione di moneta a credito, che comportava
l’indebitamento obbligatorio e perpetuo degli Stati.
Infatti, come ha notato l'’economista contemporaneo John K.
Galbraith, "Dopo la guerra il governo federale conobbe un grosso
attivo. [Eppure…] non poteva redimere i suoi debiti e ritirare i
suoi titoli, perché così facendo non ci sarebbero stati più buoni
del Tesoro a copertura delle banconote. Pagare il debito pubblico
per intero equivarrebbe alla distruzione della massa monetaria».
Il fatto è che Lincoln aveva scoperto «l’altro» regime, e provato
che poteva funzionare benissimo.
Un anno dopo che il Congresso aveva varato il National Bank Act - e
lui non aveva opposto il veto - il presidente scrisse in una lettera
a William Elkins:«Il potere del denaro depreda la nazione in tempi
di pace e cospira contro di essa nei tempi di avversità. E’ più
dispotico della monarchia, più arrogante dell’autocrazia, più
egoista della burocrazia. Vedo nel prossimo futuro avvicinarsi una
crisi, che mi fa tremare per la sicurezza della patria. Le
corporation sono salite sul trono; seguirà un’epoca di corruzione, e
il potere monetario del Paese riuscirà a prolungare il suo regno
manipolando i pregiudizi del popolo, fino a quando la ricchezza sarà
tutta in poche mani, e la repubblica sarà distrutta» (1).
Bush ha adempiuto a questa profezia, in modo definito.
Maurizio Blondet
Nota
1) L’autenticità di questo passo è contestata ( alcuni storici lo
attribuiscono a Thomas Jefferson).
In ogni caso, esso è citato nella «The Lincoln Enciclopedia» di
Archer H. Shaw (Macmillan, N.Y., 1950), come «US president Abraham
Lincoln, letter to col.
William F. Elkins, nov. 21, 1864»
Erwin
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