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STORIA E
BATTAGLIE
REVISIONE STORICA SU CEFALONIA
Il testo sotto riprodotto non è nostro, lo utilizziamo solo per
mettere in evidenza quello che è realmente stato.
Il sangue non è acqua e il figlio di un caduto ha più titoli a
parlare di chiunque, anche se... livornese.

Con la pubblicazione del testo non facciamo nostri i giudizi del
figlio del Caduto,espressi nel testo,che rimangono suoi.
Abbiamo altra visione dei fatti e altra concezione del mondo:
Il giuramento di fedeltà si era fatto al "re" d'Italia...e il "re"
d'Italia giurava fedeltà ai propri soldati... in più ,PERO', si
suggellava col SANGUE un giuramento di fedeltà con il Kamerade
alleato, dividendo con Lui la lotta . Il giuramento del SANGUE ha
valore assoluto.
MA PER CAPIRSI BISOGNA PARLARE LA STESSA
LINGUA ! (Erwin)
P R E M E S S A
Coloro i quali sostengono che bisogna combattere TUTTE le dittature,
sono - secondo i 'pensatori' della Sinistra-
dei fascisti o, peggio, dei revisionisti.
Per costoro, tutti i non comunisti sono dei fascisti o, peggio, dei
revisionisti; per costoro ci sono solo due forze politiche, il
comunismo, con i suoi alleati e il non comunismo, calderone nel
quale gettano tutto quello che non è comunista, chiamandolo
dispregiativamente fascista o revisionista.
Pertanto fascista o revisionista è Filippini e quanti su Cefalonia
concordano con lui, fascisti o revisionisti coloro che, a detta dei
'pensatori' della Sinistra, sono colpevoli di non considerare
vangelo la versione comunista della storia.
Non si accorgono che, proprio essi, così facendo, sono gli unici a
comportarsi da 'fascisti' anelanti ad una dittatura
storico-culturale in cui possa esistere un solo pensiero:
quello loro.
Emblematico è quanto sta avvenendo su Cefalonia ma, come diceva una
loro venerata icona, la 'pasionaria' Dolores Ibarruri, alla loro
tracotanza rispondiamo all'unisono:
IL NUMERO DEI MORTI
A furia di sentirlo ripetere fin dal 1943 ci avevo creduto anch'io:
la Divisione Acqui fu "sterminata" quasi al completo dai tedeschi e
mio Padre fu una delle migliaia e migliaia di Vittime della furia
nazista.
Ma ora, l'equivoco, durato fino ad oggi, è finito e tutta la
produzione letteraria sull'argomento dovrà fare i conti con il nuovo
dato dei Caduti (meno di 1800) che
HO PORTATO
a conoscenza del pubblico e, di conseguenza, nulla sarà più come
prima a cominciare dall'epopea edificata su migliaia di morti mai
avvenute a Cefalonia, che rischia seriamente di tracimare
dall'ambito del mito in quello della cronaca nera.
Dai e dai i Pifferai di Cefalonia hanno tirato troppo la corda ed
ora si apprestano a pagare le conseguenze delle loro vergognose
frottole.
Tutti nessuno escluso.
MAGG. FILIPPINI

Questo scritto è opera del figlio di un Martire di Cefalonia - il
Maggiore Federico Filippini fucilato dai tedeschi il 25 settembre
1943- che, dopo anni di ricerche intese a stabilire la verità su
quanto accadde realmente nell’isola greca, durante le tragiche
giornate che seguirono l’8 settembre del ’43, ha accertato che la
realtà dei fatti ivi accaduti fu ben diversa da quella tramandata
fino ai giorni nostri.
Al pari di altri eventi succedutisi dall'8 settembre 1943 al 25
aprile 1945, ma in misura forse maggiore, sulla vicenda di Cefalonia
si è costruita una “vulgata” intrisa di falsità e di menzogne intesa
ad inserire la stessa nel filone tradizionale ed abusato della
Resistenza che, come è noto, essendo stata egemonizzata dai
comunisti – con il vile beneplacito di chi si sarebbe dovuto opporre
a tale indebita appropriazione - è servita da contenitore anche per
episodi che con essa poco o nulla hanno avuto a che fare.
Ecco perché un fatto dai contorni prettamente militari di cui fu
barbaro protagonista l’esercito tedesco nei confronti di militari
Italiani, non può essere, sic et simpliciter, annoverato tra quelli
che videro le spietate rappresaglie delle SS nei confronti della
popolazione civile a causa, è doloroso ammetterlo, di attentati
compiuti da partigiani comunisti che, alla pochezza dei risultati,
fecero seguire purtroppo la morte per mano nazista di tante
innocenti vittime.
E’ questo l’aspetto principale cui bisogna guardare per inquadrare
nei suoi giusti contorni la vicenda di Cefalonia.
Non si può continuare ad affermare che a Cefalonia "la Divisione
Acqui decise di resistere" - addirittura per referendum! - quasi si
fosse trattato di una banda di irregolari o di partigiani in cui le
decisioni da prendere vennero determinate dal basso.
Gen, GANDIN

A Cefalonia si combattè, invece, perché il generale Gandin,
comandante di una Grande Unità del nostro esercito, la “Acqui”
appunto, ricevette l’ordine di resistere ai tedeschi e obbedì, da
militare disciplinato e ligio al dovere, indipendentemente dalle
proprie valutazioni in merito.
Famosa è rimasta, infatti, la frase profetica con cui egli si
espresse in proposito, (“Se perdiamo ci fucileranno tutti”) che,
però, non gli impedì di eseguire un ordine al quale – come è
storicamente accertato - sia lui che la maggioranza dei suoi diretti
collaboratori furono, fin dall’inizio, contrari.
Per buona memoria e affinché i falsari della verità se lo imprimano
bene nella mente, riportiamo il testo di tale ordine che venne
inoltrato a Cefalonia dalla stazione radio della Marina di Brindisi
tramite il ponte radio di Corfù, nella notte del 13 settembre: "N.1029
CS (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve
resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at
Cefalonia, Corfù et altre isole.F.to Generale Francesco Rossi
Sottocapo di Stato Maggiore".
Sulla sua obiettiva criminosità non vi sono dubbi e ciò è dimostrato
– come documenteremo ampiamente sul presente sito - dal fatto che
nel dopoguerra nessuno volle assumersene la paternità, da Badoglio,
capo del governo, al generale Vittorio Ambrosio, capo di Stato
maggiore, al suo vice che lo firmò, il prefato generale Francesco
Rossi.
Lo scaricabarile indecoroso cui costoro dettero vita è una delle
molte pagine vergognose di cui è intessuta la vicenda di Cefalonia e
di essa, come di tutte le altre, daremo conto al lettore del sito,
dimostrando, con dati di fatto, la criminale leggerezza con cui da
parte del governo badogliano vennero impartiti ordini che mandarono
a morire migliaia di soldati.
Due parole merita anche il “referendum” che sarebbe stato alla base
della resistenza antitedesca come si ostinano a sostenere ancora, in
perfetta malafede, gli squallidi epigoni di una certa
interpretazione populistica dei fatti, ai quali non va giù che la
realtà virtuale da essi confezionata e sapientemente distribuita,
secondo il classico stile marxista, sia stata smascherata per quello
che è sempre stata, cioè una grande impostura.
In proposito, tali inveterati fabbricanti di menzogne troveranno su
questo sito un’ampia smentita delle loro elaborate elucubrazioni
che, tra l’altro, hanno cominciato a mostrare la corda, anche in
recenti dibattiti, costituendo un assioma inverosimile e ridicolo
l’asserzione della unanime volontà dei componenti la Acqui di
combattere contro i tedeschi.
In questa sede ci limitiamo ad anticipare che tale consultazione non
fu affatto plebiscitaria, come si è sostenuto sapendo di mentire, in
primo luogo perché ad essa non parteciparono tutti i soldati, in
particolare quelli dei due reggimenti di fanteria decentrati
rispetto al capoluogo Argostoli – sede del Comando di Divisione - e,
addirittura quasi tutti gli ufficiali
– in primis il Generale Gandin - palesarono in più occasioni la loro
contrarietà ad uno scontro armato, cui si videro costretti soltanto
da un ordine infame di una congrega di cialtroni, Badoglio ed il
Comando Supremo che, dal comodo rifugio di Brindisi, non esitarono a
mandare al macello dodicimila uomini.
Da ultimo non si può non accennare – con riserva di ampia
trattazione - all’aspetto più sconvolgente che caratterizzò i fatti
di Cefalonia, cioè alla vera e propria rivolta sviluppatasi in seno
alla divisione ad opera di alcuni ufficiali inferiori – tenenti o
capitani di complemento - che, infrangendo la disciplina ed i
regolamenti militari, si resero autori di incredibili atti di
sedizione meritevoli se non di fucilazione sul posto, per lo meno di
deferimento ad una corte marziale.
Dimentichi di indossare una divisa e degli obblighi da ciò
derivanti, costoro si arrogarono il diritto di sostituirsi ai loro
superiori nelle decisioni da prendere, ed aizzarono i soldati da
essi dipendenti
- quasi tutti appartenenti all’artiglieria - contro il comando di
divisione, accusato addirittura di connivenza con i tedeschi per il
solo fatto di condurre trattative con essi per addivenire ad una
resa onorevole – che Gandin stava per concludere! - a seguito di
ordini ricevuti dal Comando dell’XI^ Armata, che, tra l’altro,
salvarono da una fine analoga a quella della “Acqui” la quasi
totalità degli appartenenti alle divisioni stanziate in Grecia,
adeguatesi prontamente ad essi.
Attacco armato contro truppe tedesche
Ciò che avvenne, invece, a Cefalonia nei giorni dall’8 al 14
settembre ebbe connotazioni incredibili culminate nell’assassinio di
un capitano e, addirittura nel tentato omicidio dello stesso Gandin,
oltre a fatti di inaudita gravità, quali il proditorio
cannoneggiamento di due motozattere tedesche attuato per determinare
una sorta di "fatto compiuto" che rendesse impossibile la
continuazione delle trattative con i tedeschi il cui unico risultato
fu di ritardare le stesse permettendo al criminale ordine di
Brindisi di trovare un destinatario da mandare al macello, cioè la
disgraziata divisione “Acqui”, in preda al caos provocato da
militari indegni.
I Congiunti dei Caduti debbono ringraziare in primo luogo costoro
per l’immane perdita che subirono.
Su tale aspetto della tragedia si è taciuto per oltre mezzo secolo
aggiungendo alle nefandezze che avvennero all’epoca anche quella di
nascondere la verità, dietro una cortina di bugie e di menzogne,
alle Vittime di tali fatti.
Nemmeno un processo tenutosi davanti al Tribunale Militare, negli
anni ’50, contro i principali responsabili, usciti indenni dalla
tragedia da essi provocata, rese giustizia ai familiari dei Martiri,
nonostante le numerose prove a loro carico, emergenti dagli atti.
Anche di ciò si parlerà ampiamente in questo sito attraverso il
quale, finalmente, i Martiri di Cefalonia otterranno la Giustizia
che più conta, quella della Storia.
Fucilazioni e responsabilità
Il magg. Federico Filippini venne fucilato il 25 settembre 1943
insieme con altri sei ufficiali che erano con lui ricoverati
nell'Ospedale 37 di Argostoli.
La fucilazione non fu il proseguimento di quelle precedenti in
quanto le stesse erano cessate il giorno prima con la 'concessione'
della grazia, da parte del comando tedesco, agli ultimi 37
ufficiali, ma avvenne per ritorsione della fuga dal predetto
ospedale, di due ufficiali italiani vi ricoverati.
Fu il comportamento di costoro a determinare la vile risposta
tedesca ma, nel dopoguerra, si continuò a parlare di 'rappresaglia'
per salvare la faccia e, soprattutto, le responsabilità dei due
fuggiaschi.
Questa fu la tragica realtà prospettata in una circostanziata
denunzia dal dott. Roberto Triolo, padre del s. ten. Lelio della
Guardia di Finanza, che venne però disattesa dall'ineffabile Giudice
Istruttore Militare dell'epoca, lo stesso che prosciolse i 27
militari italiani, tra cui i capitani Apollonio e Pampaloni, dai
reati di Cospirazione, Rivolta e Insubordinazione in un procedimento
penale, definito o meglio "insabbiato" in Istruttoria e non in un
pubblico Dibattimento come la gravità dei reati avrebbe imposto.
In detto procedimento si trattò anche la fucilazione dei sette
Ufficiali in cui fu implicato per "Concorso nel reato di violenza
con omicidio commessa da militari nemici in danno di militari
italiani, prigionieri di guerra" anche don Luigi Ghilardini,
Cappellano dell'Ospedale 37, di cui il Pubblico Ministero, (almeno
lui !), rilevò, al termine dell'istruttoria, l'inesistenza di
qualsiasi attività intesa a salvare i sette morituri.
"(...)Essi (gli imputati tra cui Ghilardini, ndA) non fecero
alcunchè (di positivo o di negativo) che abbia anche solo agevolato
i tedeschi nel loro tristo disegno di mandare a morte le persone
volute" è scritto a pag. 99 della sua Requisitoria Finale: in
pratica, si evince che non fecero niente neanche per tentare di
salvarli: di tale risultanza processuale si dolse il Ghilardini in
una lettera che pubblicheremo, indirizzata al Giudice Istruttore
(che lo prosciolse !!) in cui si lamentò di tale rilievo che
offuscava la sua immagine di sedicente Eroe e sodale dell'altro
imputato brillantemente prosciolto in Iatruttoria (non assolto !),
il futuro Gen. Renzo Apollonio di cui l'Esercito e varie
Associazioni di cui è meglio tacere, continuano a prendere -ancora
oggi !- per oro colato le artefatte ricostruzioni della tragica
vicenda.
Per completezza di informazione riportiamo i nomi dei 6 Ufficiali
-veri e propri Martiri- fucilati con il magg. Filippini, per
rappresaglia dovuta alla fuga dei due loro colleghi e non, come
sostenne -contro ogni plausibile logica- il Giudice Istruttore
Militare, come seguito delle fucilazioni del giorno prima che, al
contrario, erano cessate con la concessione della grazia agli ultimi
37 Ufficiali fucilandi i quali, in "cambio" sottoscrissero la
propria adesione alla causa tedesca, venendo, alcuni di loro,
successivamente arruolati nella RSI.
Fu, dunque, proprio la fuga dei due ufficiali, il cap. Bianchi e il
ten. Benedetti la causa scatenante l'infame e vigliacca rappresaglia
nazista ma, secondo la prassi invalsa all'epoca di tacere qualunque
circostanza suscettibile di scalfire l' inesistente mito creato
sulla vicenda, si sostenne la tesi in questione all'insegna del "chi
muore giace, chi vive si dà pace".
Ecco i nomi dei Martiri: cap. Serafini , ten. Fraticelli, ten.
Cirillo, s.ten. Triolo, s.ten. La Sala, s.ten. Zanello.
E' di tutta evidenza, pertanto, a chi va ascritta la responsabilità
'morale' della

La lettera di cui mostriamo l'inizio, fu inviata dal Capo
dell'Ufficio Storico, col. Broggi, al Capo di S. M. dell'Esercito
dell'epoca.
In essa si chiedeva come comportarsi in merito ad un articolo
pubblicato dal settimanale "Gente" elogiativo dell'allora col.
Apollonio che negò, ovviamente, di averci messo lo zampino.
Ad ogni modo il Capo di Stato Maggiore, malgrado il dirompente
contenuto della lettera ed il dovere su di lui incombente di dar
luogo, quanto meno, ad un' inchiesta, dispose di "archiviare" il
tutto, con ciò ponendo una pietra tombale sulla vicenda con il
risultato che di essa si appropriò la bugiarda ed egemone
storiografia di sinistra, allora imperante, che venne in ciò
facilitata dal più completo silenzio delle FFAA, le uniche che
avrebbero potuto -come il documento dimostra- confutarne le falsità
e i travisamenti compiuti sui fatti.
Questi, dunque, i risultati della politica "dello struzzo" messa in
atto dall'Autorità Militare da cui scaturì il più completo oblìo
sulla vicenda rotto solo da alcune mendaci ricostruzioni compiute,
come supremo oltraggio, proprio dagli stessi responsabili italiani
della vicenda.
Ciò avvenne fino all'uscita del libro dello scrivente che, ex
adverso, si tentò in un primo momento di ignorare e poi, di fronte
alle sue inconfutabili argomentazioni, di contrastare -come sta
avvenendo- con meschine e miserabili frottole da cui risalta ancor
più quanto menzognera e bugiarda sia stata ed è la "memoria" di
Cefalonia in mano ad una turba di imbroglioni.

Massimo Filippini
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |