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STORIA E
BATTAGLIE
Terzo Reich e Signoraggio bancario
COME LA GERMANIA IN BANCAROTTA RISOLSE I SUOI PROBLEMI ECONOMICI
di Ellen Brown
dal sito www.webofdebt.com
Traduzione di Gianluca Freda
“Non siamo stati così sciocchi da creare una valuta [collegata all’]
oro, di cui non abbiamo disponibilità, ma per ogni marco stampato
abbiamo richiesto l’equivalente di un marco in lavoro o in beni
prodotti... ci viene da ridere tutte le volte che i nostri
finanzieri nazionali sostengono che il valore della valuta deve
essere regolato dall’oro o da beni conservati nei forzieri della
banca di stato”.
(Adolf Hitler, citato in “Hitler’s Monetary System”, www.rense.com,
che cita C. C. Veith, Citadels of Chaos, Meador, 1949)
Quello di Guernsey non fu l’unico governo a risolvere i propri
problemi infrastrutturali stampando da solo la propria moneta. (Vedi
E. Brown, "Waking Up on a Minnesota Bridge," www.webofdebt.com/articles/infrastructure-crisis.php,
del 4 agosto 2007). Un modello assai più noto si può trovarlo nella
Germania uscita dalla Prima Guerra Mondiale. Quando Hitler arrivò al
potere, il paese era completamente, disperatamente in rovina. Il
Trattato di Versailles aveva imposto al popolo tedesco risarcimenti
che lo avevano distrutto, con i quali si intendeva rimborsare i
costi sostenuti nella partecipazione alla guerra per tutti i paesi
belligeranti. Costi che ammontavano al triplo del valore di tutte le
proprietà esistenti nel paese. La speculazione sul marco tedesco
aveva provocato il suo crollo, affrettando l’avvento di uno dei
fenomeni d’inflazione più rovinosi della modernità. Al suo apice,
una carriola piena di banconote, per l’equivalente di 100 miliardi
di marchi, non bastava a comprare nemmeno un tozzo di pane. Le casse
dello stato erano vuote ed enormi quantità di case e di fattorie
erano state sequestrate dalle banche e dagli speculatori. La gente
viveva nelle baracche e moriva di fame. Nulla di simile era mai
accaduto in precedenza: la totale distruzione di una moneta
nazionale, che aveva spazzato via i risparmi della gente, le loro
attività e l’economia in generale. A peggiorare le cose arrivò, alla
fine del decennio, la depressione globale. La Germania non poteva
far altro che soccombere alla schiavitù del debito e agli strozzini
internazionali.
O almeno così sembrava. Hitler e i Nazional Socialisti, che
arrivarono al potere nel 1933, si opposero al cartello delle banche
internazionali iniziando a stampare la propria moneta. In questo
presero esempio da Abraham Lincoln, che aveva finanziato la Guerra
Civile Americana con banconote stampate dallo stato, che venivano
chiamate “Greenbacks”. Hitler iniziò il suo programma di credito
nazionale elaborando un piano di lavori pubblici. I progetti
destinati a essere finanziati comprendevano le infrastrutture contro
gli allagamenti, la ristrutturazione di edifici pubblici e case
private e la costruzione di nuovi edifici, strade, ponti, canali e
strutture portuali. Il costo di tutti questi progetti fu fissato a
un miliardo di unità della valuta nazionale. Un miliardo di
biglietti di cambio non inflazionati, chiamati Certificati
Lavorativi del Tesoro. Questa moneta stampata dal governo non aveva
come riferimento l’oro, ma tutto ciò che possedeva un valore
concreto. Essenzialmente si trattava di una ricevuta rilasciata in
cambio del lavoro e delle opere che venivano consegnate al governo.
Hitler diceva: “Per ogni marco che viene stampato, noi abbiamo
richiesto l’equivalente di un marco di lavoro svolto o di beni
prodotti”. I lavoratori spendevano poi i certificati in altri beni e
servizi, creando lavoro per altre persone.
Nell’arco di due anni, il problema della disoccupazione era stato
risolto e il paese si era rimesso in piedi. Possedeva una valuta
solida e stabile, niente debito, niente inflazione, in un momento in
cui milioni di persone negli Stati Uniti e in altri paesi
occidentali erano ancora senza lavoro e vivevano di assistenza. La
Germania riuscì anche a ripristinare i suoi commerci con l’estero,
nonostante le banche estere le negassero credito e dovesse
fronteggiare un boicottaggio economico internazionale. Ci riuscì
utilizzando il sistema del baratto: beni e servizi venivano
scambiati direttamente con gli altri paesi, aggirando le banche
internazionali. Questo sistema di scambio diretto avveniva senza
creare debito né deficit commerciale. L’esperimento economico della
Germania, proprio come quello di Lincoln, ebbe vita breve; ma lasciò
alcuni durevoli monumenti al suo successo, come la famosa Autobahn,
la prima rete del mondo di autostrade a larga estensione (1).
Di Hjalmar Schacht, che era all’epoca a capo della banca centrale
tedesca, viene spesso citato un motto che riassume la versione
tedesca del miracolo del “Greenback”. Un banchiere americano gli
aveva detto: “Dottor Schacht, lei dovrebbe venire in America. Lì
abbiamo un sacco di denaro ed è questo il vero modo di gestire un
sistema bancario”. Schacht replicò: “Lei dovrebbe venire a Berlino.
Lì non abbiamo denaro. E’ questo il vero modo di gestire un sistema
bancario” (2).
Benché Hitler sia giustamente citato con infamia nei libri di
storia, egli fu piuttosto popolare presso il popolo tedesco, almeno
nei primi tempi. Stephen Zarlenga, in The Lost Science of Money,
afferma che ciò era dovuto al fatto che egli salvò temporaneamente
la Germania dalle teorie economiche inglesi. Le teorie secondo le
quali il denaro deve essere scambiato sulla base delle riserve
aurifere in possesso di un cartello di banche private piuttosto che
stampato direttamente dal governo (3). Secondo il ricercatore
canadese Henry Makow, questo fu probabilmente il motivo principale
per cui Hitler doveva essere fermato; egli era riuscito a scavalcare
i banchieri internazionali e a creare una propria moneta. Makow cita
un interrogatorio del 1938 di C. G. Rakovsky, uno dei fondatori del
bolscevismo sovietico e intimo di Trotzky, che finì sotto processo
nell’URSS di Stalin. Secondo Rakovsky, l’ascesa di Hitler era stata
in realtà finanziata dai banchieri internazionali, attraverso il
loro agente Hjalmar Schacht, allo scopo di tenere sotto controllo
Stalin, che aveva usurpato il potere al loro agente Trotzky. Ma
Hitler era poi diventato una minaccia anche maggiore di quella
rappresentata da Stalin quando aveva compiuto l’audace passo di
iniziare a stampare moneta propria. Rakovsky affermava:
“[Hitler] si era impadronito del privilegio di fabbricare il denaro,
e non solo il denaro fisico, ma anche quello finanziario; si era
impadronito
dell’intoccabile meccanismo della falsificazione e lo aveva messo al
lavoro per il bene dello stato... se questa situazione fosse
arrivata a infettare anche altri stati... potete ben immaginarne le
implicazioni controrivoluzionarie” (4).
L’economista Henry C. K. Liu ha scritto sull’incredibile
trasformazione tedesca:
“I nazisti arrivarono al potere in Germania nel 1933, in un momento
in cui l’economia era al collasso totale, con rovinosi obblighi di
risarcimento postbellico e zero prospettive per il credito e gli
investimenti stranieri. Eppure, attraverso una politica di sovranità
monetaria indipendente e un programma di lavori pubblici che
garantiva la piena occupazione, il Terzo Reich riuscì a trasformare
una Germania in bancarotta, privata perfino di colonie da poter
sfruttare, nell’economia più forte d’Europa, in soli quattro anni,
ancor prima che iniziassero le spese per gli armamenti” (5).
In Billions for the Bankers, Debts for the People [Miliardi per le
Banche, Debito per i Popoli], (1984), Sheldon Emry commenta:
“Dal 1935 in poi, la Germania iniziò a stampare una moneta libera
dal debito e dagli interessi, ed è questo che spiega la sua
travolgente ascesa dalla depressione alla condizione di potenza
mondiale in soli 5 anni. La Germania finanziò il proprio governo e
tutte le operazioni belliche, dal 1935 al 1945, senza aver bisogno
di oro né di debito, e fu necessaria l’unione di tutto il mondo
capitalista e comunista per distruggere il potere della Germania
sull’Europa e riportare l’Europa sotto il tallone dei banchieri.
Questa vicenda monetaria non compare oggi più neanche nei testi
delle scuole pubbliche”.
UN ALTRO SGUARDO ALL’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR
Nei testi moderni si parla della disastrosa inflazione che colpì nel
1923 la Repubblica di Weimar (nome con cui è conosciuta la
repubblica che governò la Germania dal 1919 al 1933). La radicale
svalutazione del marco tedesco è citata nei testi come esempio di
ciò che può accadere quando ai governi viene conferito il potere
incontrollato di stampare da soli la propria moneta. Questo è il
motivo per cui viene citata, ma nel complesso mondo dell’economia le
cose non sono come sembrano. La crisi finanziaria di Weimar ebbe
inizio con gli impossibili obblighi di risarcimento imposti dal
Trattato di Versailles.
Schacht, che all’epoca era il responsabile della zecca della
repubblica, si lamentava:
“Il Trattato di Versailles è un ingegnoso sistema di provvedimenti
che hanno per fine la distruzione economica della Germania... Il
Reich non è riuscito a trovare un sistema per tenersi a galla
diverso dall’espediente inflazionistico di continuare a stampare
banconote”.
Questo era ciò che egli dichiarava all’inizio. Ma Zarlenga scrive
che Schacht, nel suo libro del 1967 The Magic of Money, decise “di
tirar fuori la verità, scrivendo in lingua tedesca alcune notevoli
rivelazioni che fanno a pezzi la “saggezza comune” propagandata
dalla comunità finanziaria riguardo all’iperinflazione tedesca” (6).
Schacht rivelò che era la Banca del Reich, posseduta da privati, e
non il governo tedesco che pompava nuova valuta nell’economia. Come
la Federal Reserve americana, la Banca del Reich agiva sì sotto la
supervisione di ufficiali del governo, ma operava per fini di
profitto privato. Ciò che trasformò l’inflazione della guerra in
iperinflazione fu la speculazione degli investitori stranieri, che
vendevano marchi a breve termine scommettendo sulla loro perdita di
valore. Nel meccanismo finanziario conosciuto come vendita a breve
termine, gli speculatori prendono in prestito qualcosa che non
possiedono, la vendono e poi “coprono” le spese ricomprandola a
prezzo inferiore. La speculazione sul marco tedesco fu resa
possibile dal fatto che la Banca del Reich rendeva disponibili
massicce quantità di denaro liquido per i prestiti, marchi che
venivano creati dal nulla annotando entrate sui registri bancari e
poi prestati ad interessi vantaggiosi. Quando la Banca del Reich non
riuscì più a far fronte alla vorace richiesta di marchi, ad altre
banche private fu permesso di crearli dal nulla e di prestarli, a
loro volta, a interesse (7).
Secondo Schacht, quindi, non solo non fu il governo a provocare
l’iperinflazione di Weimar, ma fu proprio il governo che la tenne
sotto controllo. Alla Banca del Reich furono imposti severi
regolamenti governativi e vennero prese immediate misure correttive
per bloccare le speculazioni straniere, eliminando le possibilità di
facile accesso ai prestiti del denaro fabbricato dalle banche.
Hitler poi rimise in sesto il paese con i suoi Certificati del
Tesoro, stampati dal governo su modello del Greenback americano.
Schacht disapprovava l’emissione di moneta da parte del governo e fu
rimosso dal suo incarico alla Banca del Reich quando si rifiutò di
sostenerlo (cosa che probabilmente lo salvò al Processo di
Norimberga). Ma nelle sue memorie più tarde, egli dovette
riconoscere che consentire al governo di stampare la moneta di cui
aveva bisogno non aveva prodotto affatto l’inflazione prevista dalla
teoria economica classica. Teorizzò che essa fosse dovuta al fatto
che le fattorie erano ancora inoperose e la gente senza lavoro. In
questo si trovò d’accordo con John Maynard Keynes: quando le risorse
per incrementare la produzione furono disponibili, aggiungere
liquidità all’economia non provocò affatto l’aumento dei prezzi;
provocò invece la crescita di beni e di servizi. Offerta e domanda
crebbero di pari passo, lasciando i prezzi inalterati.
Note:
1 - Matt Koehl, "The Good Society?", www.rense.com (13 gennaio
2005); Stephen Zarlenga, The Lost Science of Money (Valatie, New
York: American Monetary Institute, 2002), pagine 590-600.
2 - John Weitz, Hitler's Banker (Inghilterra: Warner Books, 1999).
3 - S. Zarlenga, op. cit.
4 - Henry Makow, "Hitler Did Not Want War," www.savethemales.com (21
marzo 2004).
5 - Henry C. K. Liu, "Nazism and the German Economic Miracle," Asia
Times (24 maggio 2005).
6 - Stephen Zarlenga, "'s 1923 Hyperinflation: A 'Private' Affair,"
Barnes Review (Luglio-Agosto 1999); David Kidd, "How Money Is
Created in ," http://dkd.net/davekidd/politics/money.html (2001).
7 - Stephen Zarlenga, "'s 1923 Hyperinflation", op. cit.
Erwin
Erwin@thule-toscana.com |