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STORIA E
BATTAGLIE
La patria primitiva della razza nordica
1 January 2000 (22:30) | Autore: Hermann Wirth
Di una presumibile residenza originaria della razza nordica ci sono
oggi conosciuti e rimasti territori periferici, come l’Islanda, la
Groenlandia, la Terra di Grinell e le Spitzbergen. Noi sappiamo,
però, che queste albergarono un tempo una ricca flora, che può
essere germinata già in un primo periodo terziario. Così nella terra
di Grinell, situata ad 81° 45’ di latitudine nord, dieci specie di
conifere, tra cui l’abete rosso e due pini selvatici; una specie di
tasso; l’olmo, il tiglio, due specie di noccioli con una ‘palla di
neve’, la macchia di cespugli. Nel lago d’acqua dolce viveva una
ninfea e la riva era rivestita da carici e canne palustri. Ci viene
incontro quindi in questa parte estrema del mondo una flora, che
corrisponde al massimo con quella della parte nordica della zona
temperata e che richiede una temperatura media annua di almeno + 8°,
mentre questa attualmente sta colà a 20 ° sottozero. Più in
prossimità vi si accompagna la flora delle Spitzbergen.
Anche qui predominano le conifere, una gran quantità di pinastri, di
abeti rossi, di abeti bianchi. Tra gli alberi frondiferi, a foglia
latiforme si trovano pioppi, salici, ontani, betulle e faggi,
querce, una specie di platano, di albero della seta, di noce, due
specie di magnolie e quattro di aceri. Tre specie di ‘palle di
neve’, molte di biancospino e di giuggiola formavano col nocciolo la
macchia di cespugli. Nel lago di acqua dolce appare di nuovo la
ninfea artica, un erba coclearia per i girini di rana ed una per le
uova di Salmone, cui si associano molte canne palustri e giaggioli.
La flora fossile della Groenlandia settentrionale, che indica un
clima quale noi troviamo attualmente nei dintorni del lago di
Ginevra, ad es. presso Montreux, con una temperatura annuale di 10°,
ha un’apparenza alquanto più meridionale. Oggi la stessa regione
giace a circa 70° di latitudine nord (1). La spiegazione per il
violento dislocamento climatico in questa zona è data dallo
spostamento del Polo nel Terziario e nel Quaternario.
La carta riprodotta (fig. 1) secondo Köppen e Wegener (2) rende
chiara la situazione e la migrazione del Polo Nord riferito
all’Europa. Dall’esistenza delle menzionate specie di piante e di
una serie di reperti geologici ed altri reperti di storia naturale
risulta per la Terra di Grinell una situazione di allora al di sotto
dei 42°, per le Spitzbergen sotto i 40° e per la Groenlandia
occidentale (Disco) sotto 30° di latitudine.
Riguardo a ciò va considerato che nel Terziario ed anche all’inizio
del Quaternario i continenti dell’America del Nord e del Nord Europa
erano ancora direttamente uniti. La separazione può essersi
effettuata soltanto all’incirca al tempo della principale
glaciazione, allorché il continente sudamericano già da milioni di
anni nel periodo cretaceo si era staccato da quello africano ed era
stato allontanato verso ovest. Nella cartina della fig. 1 va quindi
osservato che il reticolo delle coordinate geografiche e le
posizioni del Polo sono riferite all’Europa, ma che l’America
durante la maggior parte del tempo era situata più ad ovest ed a
nord di adesso.
Un crepaccio biforcantesi presso la Groenlandia spezzava il
collegamento europeo e quello nordamericano, che esisteva ancora da
Terranova oppure dall’Irlanda verso il nord. Le zone di separazione
anche qui si spostavano sempre di nuovo le une dalle altre. Mentre
la lingua di terra tra Terranova e l’Irlanda si spezzò solo
all’inizio del Quaternario, più a nord sembra sia sussistita
un’ulteriore, seconda lingua che si staccò certo solo prima della
metà del Quaternario (3).
I motivi di questo sino ad oggi perdurante spostamento dei
continenti dovrebbero essere stati completamente chiariti attraverso
la “teoria del dislocamento”, come Wegener l’ha fondata nella sua
Entstehung der Kontinente und Ozeane. Lo spostamento delle singole
zolle continentali, la migrazione dei poli di rotazione e degli alti
e bassi della superficie terrestre sotto il livello del mare con
essi connesse, furono la fatalità geologica che irruppe
improvvisamente sulla patria originaria della razza nordica, che
annientò o cacciò la sua popolazione, disperdendola tutt’intorno
sulla Terra.
La sopra effettuata ricerca delle razze e culture paleolitiche del
Quaternario aveva portato all’ammissione di una dimora originaria
della razza nordica nell’attuale regione artica. Da ciò derivò che
la formazione della razza nordica stessa dovette essere spostata
prima della glaciazione, cioè del Terziario. Se queste conclusioni
sono esatte, allora la tremenda esperienza dell’avvicinamento e
dell’irruzione dell’eterno inverno deve aver prodotto un’impressione
per sempre incancellabile sugli abitanti di quella fascia di terra.
La tradizione di tale catastrofe mondiale deve essersi mantenuta per
millenni attraverso tutte le generazioni, come la leggenda del
diluvio gondvanico nell’intera cerchia della regione
oceanico-indonesiana e dell’Asia Minore. Dunque, dobbiamo imbatterci
ovunque nelle più antiche tradizioni dei popoli di razza nordica
sulle tracce di quella tragedia di tempi remoti dei loro antenati.
Nel mito a loro comune di una fine del mondo deve anche comparire,
quale fine del mondo, il ritorno dell’eterno inverno. Ma non
soltanto ciò – si devono anche trovare immediate tradizioni di quel
terrificante evento, che ci sappiano riferire qualcosa, anche se
oscurato, sui particolari.
Se noi esaminiamo le più antiche fonti scritte a noi conservate
della cultura precristiana del Nord germanico, l’antica e la nuova
Edda, allora l’eterno inverno ci si fa incontro più volte quale fine
del mondo. Ovunque risuona come motivo di fondo il lontano ricordo
di un avvenimento, che già una volta dev’essere accaduto in una
remota preistoria:
“Sale il mare in tempesta sino al cielo,
le terre inghiottite, l’aria è fatta gelida,
masse di neve porta l’aspro vento,
frena la pioggia la Ruota del Fato”.
(Hyndluljòth, 44)
Nel Vafthrùdhnismàl, 44, Odino chiede a Wafthrùdhnir:
“Chi degli uomini mai vivo sarà
quando il possente inverno sulla Terra
alfin terminerà?”
Così anche il Fimbulvetr nel Gylfaginning, 51, è descritto quale
introduzione al Ragnarök: “Cose grandi ci sono da narrare e molte. E
per prima che un inverno verrà, chiamato Fimbulvetr, il grande
inverno, allora turbinerà la neve da tutti i punti cardinali, il
gelo sarà grandissimo e aspri i venti. Il sole non avrà più forza.
Tre inverni si seguiranno e fra essi non vi sarà estate. Ma ad essi
precederanno tre altri inverni…” (4).
Nell’Avesta ci è però conservata nel Vendidad, I, 1-3, una immediata
tradizione della terribile disgrazia della razza nordica e della sua
dimora originaria. Si tratta del luogo in cui Dio (Ahura Mazda)
parla a Zarathustra della creazione di quella madrepatria della
razza nordica, chiara o cosiddetta ariana, Airyana Vaejah (Vaejah –
“seme”), il paradiso degli Arii. D’altra parte Angra Mainya, lo
Spirito Maligno, creò quale contro-creazione la rovina, che da esso
sempre di nuovo in una nuova forma viene mandata ad ogni nuova
patria, che Ahura Mazda dona al popolo degli Arii nella sua
ulteriore migrazione.
“1. Disse Ahura Mazda allo Spitama Zarathustra:
2. Quale ottimo fra i posti ed i luoghi, io Ahura Mazda, creai
l’ariano Vaejah della buona Daitya; ma lui (Vaejah) creò quale piaga
nazionale il molto pernicioso Angra Mainya, il serpente rossiccio e
l’inverno opera dei demoni.
3. Là vi sono 10 mesi invernali, solo 2 mesi estivi, ed anche questi
troppo freddi per l’acqua, troppo freddi per la terra, troppo freddi
per la pianta; ed è il Centro dell’inverno e il Cuore dell’inverno;
poi, quando l’inverno volge al termine, vi sono qui molte
alluvioni”.
Di grande importanza è l’ora accennata relazione dell’inverno col
serpente. Come si vedrà in seguito, il simbolo del serpente
invernale rossastro garantisce l’alta età della tradizione dell’Avesta,
che – significativamente – coincide esattamente con le ancor oggi
conservate tradizioni simbolico-culturali degli Indiani
nord-americani.
Che prima di questo inverno di Fimbul regnassero nell’Airyana Vaejah
altre condizioni climatiche, sa riferire ancora Bundahish, XXV,
10-14: “Dal giorno di Ahuramazd (primo giorno) di Avanu l’inverno
acquista forza e viene nel mondo e… dal giorno Ataro del mese Din
compreso (9° giorno del 10° mese) viene con gran freddo verso
Airyana Vaejah; nel mese di Spendarmad compresi (i 5 epagomeni) fino
alla fine (dello stesso e a un tempo dell’anno) l’inverno
sopraggiunge in tutta la Terra. Perciò nel giorno Ataro del Din si
accendono ovunque fuochiper indicare che l’inverno è venuto”.
I cinque mesi d’inverno in questo passo vengono anche espressamente
esposti: Avan, Ataro, Din, Vohuman e Spendarmad. Altrove (XXV, 7) è
detto che dal giorno di Auharmazd (il primo) del mese Farvardin
compreso fino al giorno di Aniran (l’ultimo) del mese di Mitera vi
sono sette mesi d’estate. Per il tempo più tardo e quello
contemporaneo (Bundahish, XXV, 20) dodici mesi e quattro stagioni, e
l’inverno comprendeva solo gli ultimi tre mesi dell’anno: Din,
Vohuman, Spendarmad. Questa è una tradizione che è abbondantemente
confermata dai reperti del Magdaleniano.
Il II Fargard del Vendidad mostra ora il tempo dell’irruzione di
quel terribile inverno, allorché il “bello Yma, possessore di buoni
armenti”, il “germe di Vivahvant” regnava sul Vaejah ariano. Ahura
Mazda lo aveva esortato a mantenere e custodire la sua religione (II,
3), il che fu recisamente respinto da Yma: “Io non sono fatto, non
sono istruito a mantenere e proteggere la religione”. Quindi Ahura
Mazda gli avrebbe così parlato: “Allora aiuta il mio mondo a
progredire, accresci il mio mondo, allora devi metterti a mia
disposizione quale protettore e custode e sorvegliante del mondo”.
Ciò fa Yma e ottiene da Ahura Mazda i due poteri, la freccia d’oro e
la frusta ornata d’oro: lo strale luminoso (5), il simbolo del
figlio di Dio, al cui contatto la Terra si apre e si dilata, e la
frusta, originariamente il ramo a tre parti, il segno “uomo”, la
“verga della vita”, della fede atlantico-nordica nella luce divina.
“8. E nel regno di Yma trascorsero trecento inverni. Dopo di che la
Terra qui gli divenne piena di bestiame minuto e grosso e uomini e
cani e uccelli e di rossi fuochi fiammeggianti: non trovarono più
posto bestiame minuto e grosso né uomini”.
“10. Allora Yma andò verso la luce al meriggio, incontro al sentiero
del Sole: questo scorticò la Terra colla freccia d’oro; strisciò su
di lei con la frusta, così parlando: ‘Cara santa Armatay! Va avanti
e spanditi per poter portare bestiame minuto e grosso e uomini”.
La Terra qui si espande, sì da diventare di un terzo più grande di
prima. Ancora due volte avviene una simile espansione dell’impero
ariano. Poi
“il raggiante Yma, possessore di begli armenti con i migliori uomini
nel Vaejah ariano” organizza un’assemblea su ordine del Creatore
Ahura Mazda.
“22. E disse Ahura Mazda a Yma: ‘O bello Yma, germe di Vivahvant!
Sulla materiale e cattiva umanità devono venire gli inverni e in
conseguenza di ciò dapprima la nuvolaglia farà nevicare masse di
neve dai monti più alti fino a profondità (quali li ha) l’Aretvi.
23. E (solo) un terzo del bestiame, o Yma, salverà poi la vita (da
tutto) ciò che vi è di più fruttifero nei vari luoghi, e ciò che è
sulle altezze delle montagne, e ciò che nelle valli dei fiumi si
trova di robusti edifici.
24. Prima dell’inverno questo paese usava portare pascoli d’erbe;
più tardi allo scioglimento delle nevi devono scorrere masse d’acqua
e apparirà inaccessibile, o Yma, al mondo naturale colà dove si può
vedere il passo delle pecore.
25. Prepara quindi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei
quattro lati; proprio qui raduna il seme del bestiame minuto e di
quello grosso e uomini e cani e uccelli e di rossi fuochi lucenti.
Predisponi poi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei
quattro lati, quale stalla per le bestie.
26. In questo stesso luogo lascia che l’acqua continui a scorrere
per una via della larghezza di una hetra e proprio lì disponi dei
prati. In quello stesso luogo disponi case e cantine e vestibolo e
bastia e circonvallazione.
27. Proprio in quel luogo porta il seme di tutti gli uomini e le
donne, che siano i più grandi e i migliori e più belli di questa
Terra. In quello stesso luogo porta assieme il seme di tutti i
generi animali che siano i più grandi e i migliori e più belli di
questa Terra.
28. Proprio là raduna il seme di tutte (le) piante, che siano le più
alte e più profumate di questa Terra. Proprio là raduna il seme di
tutte (le) vivande, che siano le più gustose e profumate della
Terra. (Tutti) questi a due a due rendili inesauribili, finché gli
uomini staranno nel castello.
29. Non (devono) poter (venire) là dentro (difetti, imperfezioni,
vizi) come: la gobba al petto, la gobba sulla schiena, il latte
materno, non la curvatura del corpo, non la deformazione dentaria,
non la lebbra, con cui è collegata la separazione (isolamento) delle
persone (colpite); e non (altre) piaghe, che sono un contrassegno di
Angra Mainyav, (che) è introdotto nell’uomo.
30. Nella maggior parte del territorio fa’ nove passaggi, nella
intermedia sei, nella più piccola tre. Nei passaggi della
(divisione) più grande raduna il seme di mille uomini e donne, in
(quelli) della intermedia di seicento, in (quelli della) più piccola
di trecento; e segnala (i passaggi) con lo strale d’oro e applica al
castello un portale luminoso, di luminosità propria (dal di
dentro)”.
Yma opera dunque secondo il comando di Ahura Mazda e installa la
Vara, la circonvallazione o fortezza, per preservare il seme dei
migliori uomini, animali e piante dalla distruzione, che l’infausto
inverno doveva portare sul felice paese.
“38. Ed egli segnò i passaggi (della fortezza) con lo strale d’oro
ed appose alla fortezza una porta luminosa, di luminosità
interiore”.
In questo passo del Vendidad Zarathustra chiede ad Ahura Mazda:
“39. O creatore del mondo materiale, degno degli asa! Quali
candelabri sono quelli, o Ahura Mazda degno degli asa, che là
risplendono nella fortezza, che edificò Yma?
40. Allora disse Ahura Mazda: ‘Sono candelabri eterni e passeggeri.
Solo (una volta all’anno) si vedono sorgere e tramontare Sole e Luna
e stelle.
41. E gli (abitanti) considerano un giorno, ciò che invece è un
anno”.
Per la soluzione della nostra questione sull’origine e la patria
della razza nordica, questo passo del Vendidad 2, 40-41, è della
massima importanza. Gli abitatori della Vara che vengono salvati
dall’inverno di Fimbul sono gli uomini eletti, vedono solo “una
volta all’anno” sorgere e tramontare il Sole, la Luna e le stelle; e
considerano un giorno quello che è un anno.
La corsa celeste delle costellazioni qui così chiaramente descritta
riserva un’unica possibilità per la determinazione del luogo di
osservazione: questa può essere avvenuta solo nella regione artica.
Ancora una volta vogliamo richiamare alla mente il corso degli
astri, così come lo stesso si offre allo sguardo dell’uomo artico.
Per tutti i popoli della razza nordica il nord è la direzione sacra,
secondo cui essi si orientavano. Colà è la sede di Dio, il punto di
rotazione dell’orientamento del mondo, dal quale discende il
diritto, la direzione celeste dell’imperscrutabile eternità.
L’indicazione, comune a tutti i popoli indoeuropei, della stella
Polare come “stella guida” si richiama ad un’antichissima
tradizione: antico nordico leidarstjarna (propriamente “stella del
cammino”, da leid, “cammino”), anglosassone ladsteorra, inglese
loadstar, lodestar, “stella Polare”, medio basso tedesco leiderstern,
olandese leidstar, medio alto tedesco leitstern, nuovo alto tedesco
Leitstern. Nel più antico danese si trova qui anche leding, medio
b.ted. ledinge, angl. Scipsteorre (stella delle navi), inglese più
antico steering star, “stella del timone”. Dopo la scoperta della
bussola, l’antico nordico leidarsteinn, ingl. Loadstone, lodestone,
fu formato come nome per “magnete” (6). Dalle più antiche
rappresentazioni della rosa dei venti, delle direzioni celesti della
bussola, il nord viene sempre riprodotto attraverso il giaggiolo
stilizzato, che già nel Nord neolitico vale quale simbolo
dell’albero della vita, e per sé di nuovo, come il trifoglio, per
l’indicazione dell’asse celeste meridionale-settentrionale, è
adoperato soltanto per il nord (7).
Di quali antichissime tradizioni artico-nordiche si tratti qui,
risulta da un breve confronto delle indicazioni della stella Polare
presso i popoli circumartici. Presso gli Indiani Pawnee del
Nebraska, la “stella che non muove” è la principale stella del cielo
(8); gli Aztechi del Messico la ritenevano addirittura un essere più
alto e più possente del Sole medesimo. Presso i Ciukci il dio
principale è quello della Stella Polare (9), come anche a sud in
Babilonia, la stella Polare è il trono del supremo dio celeste Anu.
Nella poesia popolare islandese esso si chiama veraldarnagli, “ago
del mondo” (10). Con ciò è da osservare che la indicazione “dio del
mondo”, “uomo del mondo”, è un’antichissima denominazione
nordico-atlantica del figlio di Dio e del Dio padre. Mentre nella
Ynglinga Saga (c. 13) Freyr, originariamente il nome del figlio di
Dio del periodo dell’’riete (serie –p-, -f-, -b-), il “Signore”,
reca ancora la designazione veraldar god, nel lappone è ancora
conservata la più antica denominazione del “periodo dell’alce”,
veralden olma, “uomo del mondo”. La stessa designazione della stella
polare la troviamo nel finnico taivaan sarana, “angelo del cielo” e
pohja nael, “chiodo del fondo (del cielo)” o “del nord” (pohi,
“fondo” e “nord”). Allo stesso modo presso i Lapponi esso si chiama
bohinavvle, “chiodo del nord”: quando questo scorre via, il cielo
cade giù, concezione che ci è tramandata anche dai Celti. I Samoiedi
della zona di Turuchansk lo chiamano “chiodo del cielo”, “intorno a
cui gira l’intero mondo” (secondo Tretjakov). I Korjaki lo chiamano,
come i Ciukci, “stella del chiodo”.
Colà, dove è il “chiodo del mondo”, si trova la punta del tronco
dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, che dunque è
“inclinata verso il nord”: il chiodo del mondo rafforza la cima
dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, al cielo, quale
asse del cielo. I Lapponi scandinavi chiamano la stella Polare
veralden tsuold, “colonna del mondo”, i Lapponi russi alme-tsuolda,
“colonna del cielo” (11), in cui alme è identico a olma, nome del
dio supremo, veralden olma, “uomo dei mondi”, “dio dei mondi”.
Il “chiodo dei mondi” (veraldarnagli) al culmine della “colonna dei
mondi” (veralden tsuold), del sacro simbolo del dio supremo,
dell’”uomo dei mondi” (veralden olma), fu da Knud Leems veduto e
descritto ancora in una “colonna del mondo” lappone, presso
Porsenger (12). Come presso gli Ostjachi, era una trave
quadrangolare, al cui termine superiore si trovava un punteruolo di
ferro, il veraldarnagli. La “colonna del mondo” stava fra i “due
monti”, simbolo del solstizio d’inverno e della divisione dell’anno.
(…)
Torniamo alla tradizione dell’Avesta. In Vendidad, 6, 44, si chiede:
“O creatore, onorevole asa! Dove dobbiamo portare il corpo degli
uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporlo?”.
“45. Ahura Mazda risponde: ‘Nei luoghi più alti, o Spitama
Zarathustra, in modo che più sicuramente lo possano scorgere i cani
divoratori di cadaveri e gli uccelli mangiatori di morti”.
E: “49. ‘O creatore, venerabile asa! Dove dobbiamo portare le ossa
di uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporle?’
50. Allora disse Ahura Mazda: ‘Occorre predisporre per ciò una
costruzione al di sopra del cane, al di sopra della volpe, del lupo,
che non possa essere bagnata dal di sopra dall’acqua piovana.
51. Se gli adoratori di Mazda sono in grado di far ciò, le ossa
devono essere deposte nella costruzione su un sostrato di pietra o
di calcina o di argilla. Se gli adoratori di Mazda non sono in grado
di fare ciò, occorre deporre le ossa per esposizione e illuminazione
solare sulla terra, in modo che esse (senza un proprio supporto)
costituiscano il loro proprio giaciglio e il loro proprio cuscino”.
Per la sepoltura provvisoria il morto viene affidato nella sua casa
al grembo della Madre Terra. Egli deve però sempre essere dissepolto
di nuovo e affidato per il dissolvimento alla luce di Dio. Nella
religione mazdea era già un grave peccato, seppellire per una metà
dell’anno nella terra l’uomo morto, senza ridisseppellirlo ed
esporlo alla luce (Vendidad, 3, 36). Nuovamente indicativo è qui il
termine del mezzo anno, che corrisponde con la notte invernale
artica. Dopo un mezzo anno, dunque, ogni morto deve essere
dissepolto e l’esposizione della salma al sole deve poter avere
luogo. Il corpo morto torna più facilmente alla terra attraverso la
dissoluzione nella luce, che attraverso il seppellimento. Il
ridiventare terra e il risorgere da essa attraverso la luce è il
profondo significato cosmico di questo rito (Vendidad, 7, 45-48):
“45. O creatore, venerabile asa! Entro qual termine una salma, per
il fatto di essere stata deposta in terra ed esposta alla luce e al
sole, diventa terra?
46. Disse allora Ahura Mazda: ‘Nel termine di un anno, o Zarathustra,
credente negli asa, un cadavere, (per il fatto che) è depositato
sulla terra, ed esposto alla luce ed al sole, diventa esso stesso
terra.
47. O creatore, venerabile asa! Entro quale scadenza una salma, che
è interrata, diventa essa stessa buona come la terra?
48. Disse allora Ahura Mazda: ‘Dopo cinquant’anni, o Spitama
Zarathustra, un cadavere sotterrato diventa esso stesso come la
terra”.
Questa è stata l’utilizzazione del più antico tipo di dolmen, del
dolmen aperto, che cioè sulla sua lastra di copertura il morto fosse
composto per la dissoluzione alla luce, e che poi le sue ossa
imbiancate potessero essere poste sotto di lui sulla terra. Il
pensiero della sepoltura sovraterrena costituisce sempre il
significato fondamentale della tomba megalitica, anche nel suo
successivo sviluppo. Questo porta all’identità di significato di
“casa” e “tomba”. Il dolmen chiuso con entrata è la casa di neve
(igloo) paleolitica tramandata quale costruzione di pietra dei
popoli artico-nordici, le cui particolarità cultuali vengono ancora
fedelmente conservate dai popoli subartici, da Lapponi come da
Eschimesi. L’aumento e la densità della popolazione e il clima più
caldo dell’ultimo neolitico deve aver ridotto sempre più per motivi
igienici l’esposizione delle salme, rendendola possibile soltanto
ancora per personalità eminenti. Mentre l’immediata e stabile
sepoltura nel grembo della Madre Terra divenne comune. La
casa-sepoltura megalitica conserva la sua disposizione e significato
quale luogo di composizione della salma. Il suo ingresso è sempre
orientato verso i punti del solstizio d’inverno, cioè
prevalentemente sud-est, sud e sud-ovest, ma anche da ovest ad est,
una ancor più antica tradizione, che risale alla metà dell’anno
invernale, alla notte artica invernale.
Resta l’idea fondamentale che il morto giaccia liberamente composto
sulla terra e che la luce solare abbia accesso attraverso il buco
nella lastra di pietra o attraverso la porta di legno. Da ciò anche
la forma determinata dei geroglifi del solstizio d’inverno, che
furono dati a questi fori.
Hermann Wirth
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